diario romano / 5




” Senza data – Stupido come un diario “.




Domenica 25 dicembre 2016

v1104iene un momento in cui l’unica cosa da dire, l’unico modo di dire qualcosa è morire. Così è per me, credo. Che in questi spaventosissimi anni – venti? trenta? quaranta? cinquanta? poco meno di una vita, comunque – non ho saputo dire niente di meglio che questo. Che del tempo che mi sono concesso non ho saputo fare veramente niente. Anche perché questo tempo non c’era veramente, era, fin dall’inizio, tempo finito, tempo vuoto, tempo inutile, tempo falso, sedicente tempo. Perché fin dall’inizio io l’avevo perduto tutto, e non sapevo il modo di ritrovarlo. E se lo sapevo, l’avevo comunque dimenticato. E ricordarlo era difficile, anzi era – è stato – impossibile. (Ieri sera, prima di addormentarmi, pensavo: “ Moglie e buoi dei paesi tuoi “, chissà che cosa vuol dire? Forse solo che non si deve muoversi da dove si sta, che a muoversi si sbaglia, che, come penso sempre, chi si muove è perduto etc. Rimane da sapere che cosa sono questi “ paesi tuoi “, dove sono se ci sono, se sono veramente “ paesi “ oppure qualcosa d’altro. Quello che so è che Paesi tuoi è il titolo di un romanzo. Che non ho letto, o, se l’ho letto, non lo ricordo. Perché, in generale, io non ricordo mai niente. Oppure ricordo tutto, ricordo troppo. Nel senso che ho il senso del tempo. Che, invece, a quanto pare, non tutti hanno. C’è chi del tempo sembra poter fare benissimo a meno, chi vive benissimo nel presente e basta. Nei “ paesi suoi “, come se fossero suoi, e forse lo sono. Chi vive benissimo dove è. Chi non si muove per niente. Io, invece, anche se non vado più da nessuna parte, non riesco a non muovermi. Nel senso, per esempio, di cadere. Io continuamente cado, vado all’ingiù, precipito, anche se è strano, perché sono quasi sicuro di avere già toccato il fondo. O forse è il fondo che, tutto contento, sale. Ride e sale, sale e ride… ) [*] [*] E comunque, l’ultima cosa che volevo fare era scrivere un diario.

È tempo che le armi tacciano “, dice il Papa. Come se il problema fosse che fanno rumore, dico io. Che non amo il rumore, ma, a dirla tutta, nemmeno il silenzio.


Lunedì 26 dicembre 2016

i2000virgnterrotto il confronto ravvicinato tra vivi e morti, il compito di distribuire i doni, di placare gli spiriti dei defunti in maniera simbolica, di annichilire il pensiero della fine è affidato a un mediatore. È come se gli adulti a un certo punto abbiano firmato una delega che li sollevi dall’avere rapporti troppo intimi con Thanatos, affidando il « lavoro sporco » a un monopolista vestito di rosso i cui poteri (ubiquità, capacità pressoché illimitata di disporre dei frutti dei nostri sistemi produttivi) sembrano far impallidire le caratteristiche presenti nei portatori di doni delle epoche passate. “, dice Nicola Lagioia (Sapere la verità su Babbo Natale non ci fa diventare adulti, in Internazionale) (“ « Non morirete mai! », dice Babbo Natale attraversando sulla slitta gli scacchieri delle nostre città, e ricevendo conferme dai movimenti delle presse negli opifici, dagli impulsi delle antenne radiofoniche e televisive, dall’insonnia delle rotative tipografiche, dalle turbine delle centrali elettriche, dai codici binari dei calcolatori elettronici. E tuttavia, disseppellendo l’istanza disperata che si cela dietro questo messaggio benaugurale, facendosi spazio a fatica tra le luci, i colori, il traffico, le carte da regalo, spingendoci nell’occhio del ciclone che alimenta il movimento orgiastico della notte di Natale, è possibile riuscire a cogliere un lapsus, un sovvertimento, forse anche un’ancora di salvezza: un riflesso da lemure sulla giubba di Santa Claus e, nel suo messaggio, l’anagramma dopomoderno del memento mori. “ (Ibid.) (Poi ho sognato uno scoiattolino che mi saliva sulla spalla e sono riuscito a dormire un po’)

A proposito di Babbo Natale c’è da considerare anche questa vignetta di Altan sull’ultimo numero dell’Espresso.

altan

Il coro dell’Armata Rossa, George Michael… Tempi duri per la voce (maschile).

L’abisso attrae: ascoltare Last Christmas è un peccato capitale che capita spesso sotto Natale. “ (Rocco Coronato, Neve sugli anni Ottanta: Last Christmas (Wham!, 1984), in LPLC, 25 dicembre 2015) (“ Gli inglesi li chiamano guilty pleasures nella speranza che esistano piaceri privi di colpa “ (Ibid.))

David Bowie il 10 gennaio. E poi Harper Lee il 19, lo stesso giorno di Umberto Eco. E poi Johann Cruyff il 24 marzo, una settimana prima di Gianmaria Testa, Zaha Hadid, Imre Kertész. E ancora Gianroberto Casaleggio, prima di Prince, l’ultimo, giovedì 21 aprile. C’è una moria generalizzata di grandi star? Così ci sembra, questo percepiamo, ma la realtà è diversa, e quanto ci appare non sempre è corretto. Se infatti un tempo era la televisione e la radio a dare le notizie di un decesso, ora internet ha esponenzialmente aumentato i messaggi di commiato: « Sono diventati i cittadini ormai gli scrittori di necrologi », e tutto questo aumenta la nostra attenzione sui decessi. Non c’è una strage di star, è che queste sono aumentate, molte hanno vissuto la rivoluzione rock&roll degli anni Sessanta e Settanta, sono invecchiate all’insegna del cliché del sessodroga&rockandroll, i social amplificano gli addii e ogni morte ci sembra il risultato di un’ecatombe. È solo la tecnologia, bellezza. “ (Dai giornali)


ROSSORI

A proposito di didascalie, sotto la foto di un decolleté femminile la cui didascalia recita: “ Una paziente malata di Aids in un ospedale romano “ scriverò questa didascalia: “ Spudoratezza “.

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ROSSORI

A proposito di fotografie, sotto una delle foto scelte da Roberto Saviano per illustrare il 2016, quella della suorina di Amatrice che telefona, scriverò questa didascalia: “ Connecting sisters “.

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Martedì 27 dicembre 2016

s1460ui giornali fanno l’elenco delle star – dicono così – morte nel 2016. D’altra parte, i giornali non sanno fare altro che questo: i necrologi. Il necrologio, ovvero: dire la morte degli altri. Dire gli altri in quanto mortali, non dire mai niente di sé: per non morire mai. Mors tua vita mea. La democrazia come necrofilia. Moriranno anche i necrologisti, comunque.








Gli hollow men: hanno una fame da lupi.

I comunisti italiani: la situazione è sempre stata drammatica, ma non è mai stata seria.

Quando, trentasette anni fa, sono venuto a Roma, ho capito subito che non era aria. Ho pensato subito che forse era meglio tornare indietro, ma poi, non so perché, non l’ho fatto. Comunque ho cominciato a vivere come non avevo mai vissuto prima, con una preoccupazione, una circospezione che somigliava molto da vicino alla paranoia. Salvo un brevissimo periodo all’inizio, a Roma non ho mai fatto il turista. C’è stato anzi un momento in cui non riuscivo più ad uscire di casa. Le amicizie, che avevo anche pensato che fossero qualcosa di più che conoscenze, le ho mollate tutte. C’è anche da dire che anche loro hanno mollato me. Dopo trentasette anni le cose stanno ancora in questo modo. Anzi peggio. Io sono diventato povero, sono diventato vecchio e, tutto sommato, più solo che mai. Roma, dopo tutto questo tempo, continua a sembrarmi assolutamente vuota, ma, in un altro senso, anche perfettamente piena. Di qualcosa che non capisco, ma che sono certo non mi vuole bene. Anzi peggio. Qualcosa che, se potesse, mi metterebbe a morte, anzi, mi ci ha già messo. È qualcosa che mi fa paura, anzi di più, ma che, ciononostante, io continuo soprattutto a considerare spregevole, spregevolmente inaccettabile, inaccettabilmente spregevole. Sì, io, Roma, non solo non la amo, ma la disprezzo, immensamente. Dimenticavo di dire che questo qualcosa che, imperscrutabilmente, riempie il vuoto di questa città abominevole ha un nome: si chiama cinema. Sì, si chiama proprio così. Volendo si può anche chiamare Repubblica

Ho capito che il cinema è la soluzione finale.

Poi rivedo Testimone d’accusa (Wilder, 1957) e dopo che Marlene Dietrich ha accoltellato Tyrone Power – “ L’ha giustiziato “, dice Charles Laughton -, ripenso a un diario: “ 8 gennaio 1992 – Dopotutto il cinema è l’amore per un’attrice (o no?). “. Poi, considerando che il povero Tyrone è effettivamente morto meno di un anno dopo, decido di aggiungere qualcos’altro: “ E l’odio per un attore (o no?) “. Alla fine, ‘sto maledetto cinema riuscirò pure a capirlo…


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“ 30 novembre 1985 I giornali sono necro-logici. “.


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“ Martedì 13 aprile 2004 Ripenso all’articolo di Scalfari su Garboli. Ripenso al titolo: « Addio a Cesare Garboli intellettuale e moralista ». Penso: il giornalista è un necrologo. Nel senso che ti spiega anche perché, secondo lui, uno è morto. “.


ROSSORI

Sotto una foto di George Michael scriverò la seguente didascalia: “ Bello, ciao “.

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Mercoledì 28 dicembre 2016

f377ra le cose che non mi piacciono di Roma non so qual è quella che non mi piace di più. Ieri ho detto il cinema, e poi ho detto Repubblica. Oggi penso che potrei dire la Rai. Stamani mi accorgo che mi fa schifo tutto. Mi guardo intorno e provo un, violentissimo, senso di nausea… La verità è che io sono sostanzialmente impazzito. E, quello che è peggio, ancora non ho capito perché.







Secondo il film Genius (Grandage, 2016) che ho appena visto al cinema Tiziano, gli uomini si dividono in uomini con il cappello e uomini senza il cappello. Gli uomini con il cappello tengono famiglia, gli uomini senza il cappello, no. La famiglia degli uomini con il cappello è composta esclusivamente di donne – gli uomini con il cappello avrebbero voluto avere un figlio maschio, ma non ce l’avranno mai.

La post-verità. Mo’ hanno scoperto la post-verità…


ROSSORI

Sotto una foto di Totti con la famiglia su una spiaggia delle Maldive scriverò la seguente didascalia: “ Totti al mare “.

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ROSSORI

Sotto la foto di Matteo Renzi sulla neve in mezzo a due venditrici di vino scriverò la seguente didascalia: “ Cavaliere fra due dame “ [*]

salame.jpg[*] Fa la figura del salame.


Giovedì 28 dicembre 2016

c1357he cosa fa un editore, nel senso di editor, a parte tenere sempre il cappello in testa, tenere famiglia etc.? Taglia. Soprattutto quando incontra uno scrittore esagerato, incontinente, eccessivo, e, per di più, sempre tremendamente spettinato. Tagliare: to cut. Tagliare: è quello che fa il cinema quando incontra la letteratura: taglia. Tutte le parole di troppo. Perché spesso le parole sono di troppo. Magari lo sono sempre, chissà. Lo fa perché va fatto, perché qualcuno deve pur farlo. E anche perché ci prova un certo gusto, perché non ammetterlo? Tagliare: un mestiere come un altro, un mestiere più antico del mondo. Tagliare: innanzitutto è tagliarsi. Che cos’è un editor? È un po’ meno di un editore, è un post-editore, è un editore che ci ha dato un taglio etc.

La testata giornalistica on line che io ho fondato e dirigo “, dice la biondina. Da dare le testate nel muro.

Per il cinema, penso mentre procedo in una Roma assolata ma gelida spazzata dalla tramontana, le parole sono sempre troppe, sono sempre di troppo. D’altronde, sordo com’è, non saprebbe che farsene. Poi mi sono fermato al banchetto di libri usati di piazzale Flaminio e ho trovato un Christ stopped at Eboli (“ Translated from the Italian by Frances Frenaye “, Farrar, Straus and Company, New York, 1947). Non era neanche la prima edizione, ma l’ho comprato lo stesso, così, per comprare. Il pachistano voleva tre euri, ma io ce n’avevo solo 2, 90. Mi ha guardato male, ma me l’ha dato. E comunque, in culo anche a lui, in culo alla tramontana, in culo a Roma, in culo anche a Repubblica. Dove anche stamani non c’è da leggere niente, nemmeno un bel retroscena, una bella minaccia, un bel ricatto, chissà perché continuo a comprarla. (Ho scritto tutte queste cose sul giornale, come farebbe un matto, come fanno i matti, ce ne sono tanti in giro, che scrivono, scrivono, scrivono… ) (Comunque dentro il libro c’era una cartolina, con la Bacchante di Corot e una scritta: “ Marco – This time I send you something antediluvian! Hope the writer’s name may endear it to Israel “. C’era anche un foglio dattiloscritto con una poesia dal titolo “ Pompelmus blu “, datata 23 marzo 1978, Paris, ma anche 19 maggio 1978, New York, sempre per lo stesso “ Marco “, firmata illeggibilmente. Ah, se fossi un romanziere… )

« We’re not Christian », they say. « Christ stopped short of here, at Eboli ». « Christian », in their way of speaking means “ human being “, and this almost proverbial phrase that I have so often heard them repeat may be no more than the expression of a hopeless feeling of inferiority. “ (Carlo Levi, Christ stopped at Eboli, cit.)

Dice Repubblica.it che “ I miliardari della Sylicon Valley sono ciechi di fronte alla povertà “. Ve potessero cecare, dico. Che pur di stare con gli occhi chiusi farei qualsiasi cosa.

Vedo la conferenza stampa di Gentiloni. Penso che Gentiloni non ha figli però ha una moglie architetto. Poi, mentre guardo i giornalisti che fanno le loro brave domande, tutti in ordine, per benino – tocca a tizio… si prepari caia… – penso che io, che non ho fatto il giornalista, che scrivo a tempo perso, che non mi legge nessuno, che non mi danno una lira, sono proprio un matto. Era meglio se sposavo un architetto – dico senza apostrofo. (Poi vado dal barbiere e mi vedo nello specchio… )

Poi vedo una foto di Dario Bellezza e mi chiedo se “ Bellezza “ fosse un nome d’arte, e che se non lo era dovrebbe esserlo, se non altro per risparmiarmi di pensare le cose tenebrose e ridicole che penso sempre, sui nomi, sulle coincidenze etc. Poi leggo un articolo su Dario Bellezza, di Luciana Sica, la mia amica Luciana Sica, e mi accorgo di pensare: “ Quanti morti… “, che, se non mi sbaglio, è quello che pensava Proust, ma forse mi sbaglio.

Rubare in casa dei ladri: è una missione impossibile. (Pensiero di fine giornata)


ARCHIVIO

“ 26 maggio 1994 – Quando stavo al giornale, facevo quella cosa che, in gergo, si chiama la « cucina ». Cioè, per esempio, facevo i titoli: i giornalisti scrivevano e scrivevano, pigiando sulle macchine da scrivere come tanti oleografici Hemingway, bevendo e bevendo, come tanti leggendari Hemingway, e poi arrivavo io e – zàcchete – facevo il titolo – che si vedeva anche di più. Poi arrivavano i professori che in luogo delle novanta righe richieste ne avevano portate duecento, e allora io – zàcchete – tagliavo – e spesso gli faceva anche bene. Ero cattivo? Non so. So che allora sentivo di dovermi difendere dai giornalisti, dal loro repertorio di frasi fatte, da quell’uso meccanico, industriale delle parole, dal fatto che, dopotutto, erano più giovani di me. Forse sbagliavo e avevano ragione loro. Infatti la hanno avuta. “.


Venerdì 30 dicembre 2016

h538o sempre creduto pochissimo nella Libertà, anzi, per niente. Se, a un certo punto, l’ho fatto è stato perché  non riuscivo più a credere in quello in cui, fino ad allora, avevo creduto. Perché era finita – era stata fatta finire? – l’Obbedienza. La dolce, speranzosa Obbedienza. Calma come una notte calma, beata come un sonno, lunga come un’assenza, salda come un’attesa. L’” Obbedienza “? Forse sarebbe meglio dire: l’”Ascolto “. Sì, dopotutto, io credo che sia stata tutta una questione di sensi…





“ Franco Maria Ricci “: non è FMR, è il presidente della “ Fondazione Italiana Sommelier “. Santé.

Ha ragione Fulvio Abbate: se è uno è uno scrittore non può fare molto di più che avere una faccia strana, che indossare una giacca strana e raccontare qualche aneddoto, per esempio di Moravia che, ai funerali di Pasolini, disse che c’è “ la dittatura del senso comune “. Se poi uno non è uno scrittore, nemmeno quello.

Dice che Gentiloni è il torero Camomillo.

Poi alla fermata del tram uno mi chiede una sigaretta. E io mi chiedo: compassione o rivoluzione? That’s the problem.

Dice che a Bari si rivendono il Bonus Cultura. “ Tanto non leggo “. École barisienne.

Gli italiani: sono stupidi ma non vogliono sapere di esserlo. L’arroganza del cretino.

L’Adagio di Gentiloni… « Volevi dire di Albinoni… » No, volevo dire che, anche se cambia, è sempre la stessa musica.

Ed ecco che ci ha pensato il dipartimento di matematica e statistica dell’Università del Vermont. Sotto analisi è finita un’enorme mole di dati: ben 1,737 libri, soprattutto romanzi, scaricati gratuitamente dal Progetto Gutenberg. Il lavoro è stato diviso in due fasi. I ricercatori hanno prima stilato una sorta di glossario emotivo, classificando i sentimenti suscitati da 10mila parole: le più utilizzate nella lingua inglese. Termini come « morte » e « stupro » sono finiti in fondo all’elenco, mentre « risate » e « amore » in cima. Poi hanno suddiviso i libri in gruppi di testo e analizzato dettagliatamente vocaboli e passioni connesse. Il risultato? Decine di grafici che rappresentano quello che Andrew Reagan, uno degli autori dello studio, ha definito in un’intervista al Washington Post: « l’esperienza emozionale del lettore ». Così si è accorto che pure nel momento in cui la trama del romanzo è particolarmente intrecciata e complicata, l’arco emozionale associato è ben visibile. E in totale è possibile individuare sei « traiettorie sentimentali »: « Dalle stalle alle stelle » (una parabola ascendente); « Tragedia » o « Dalle stelle alle stalle » (parabola discendente); « L’uomo nella fossa » (caduta e ascesa); « Icaro » (ascesa e caduta), « Cenerentola » (ascesa – caduta – ascesa) ed « Edipo » (caduta – ascesa – caduta). “ (Dai giornali)

Il chiasso di Renzi è l’iperattivismo del provinciale in città, del burino stordito dal multiverso urbano della metropoli “, scrive Francesco Merlo, di Catania.

Eh, Tomaso Montanari… eh, Tomaso…


Sabato 31 dicembre 2016

q1130uello che penso in questo ultimo giorno dell’anno 2016 è che il Capocomico non ha ancora finito di prevalere, ma ci manca pochissimo. Il Capocomico, ovvero il Grande Dittatore: a dirla così sembra meglio, ma non lo è – “ 6 dicembre 1984 – Nei sei minuti di tirata finale anti-fascista il barbiere ebreo del Grande dittatore (Chaplin, 1940), ri-doppiato per la tv con la voce di Oreste Lionello, cioè Woody Allen), mi appare come il vero grande dittatore del nostro oggi. “. (Ieri sera ho rivisto E.T. (Spielberg, 1982) Mi ha fatto abbastanza ridere, e, in certi momenti, mi ha anche commosso un po’. C’è anche la scena delle biciclette che è come la scena della scalinata di Odessa nella Corazzata Potemkin: finirà, anzi è già abbondantemente finita, nelle antologie etc. Detto questo, io, francamente, preferirei tornare a casa. E poi, come ho già detto, non mi piace che mi vestano da donna… )

Poi vado al bar e mentre prendo il caffè guardo le foto alle pareti: C’è Fellini, c’è Totò con Peppino che prendono il caffè etc. Così penso che il cinema a Roma è come il Palio a Siena: c’è e basta, c’è sempre stato, è quello che c’è. E non c’è niente da elucubrare. Si fanno tutti gli auguri e li faccio anche io. “ Ma auguri de che? “, dice la vecchia. Ma scherzava. Anche oggi è una bellissima giornata di sole. “ Sole che sorgi / libero e giocondo “…

La parola ai registi “ (Titolo di Repubblica)


ROSSORI

Sotto la foto di uno con uno scimpanzé sulle spalle scriverò la seguente didascalia: “ La scimmia sulla schiena “.

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2017




Domenica 1 gennaio 2017

p1130virgiù convincente la tesi dei giovani… “. Nel documentario tv si parlava degli anni di Fortini al residence di via della Certosa, ma il buffo era che “ i giovani “ erano il Barzanti, in una foto di qualche anno fa, quando era già grandicello… (Un sogno)










Anche se, da come ne parlano, da quelli che ne parlano, verrebbe voglia di pensare ad altro, questa faccenda della “ post verità “ temo che in questo nuovo anno dovrò prenderla piuttosto sul serio.

Ho una ragazza ma non è la mia ragazza “ (L’appartamento, Wilder, 1960)

Ormai è chiaro che, nel Terzo Millennio, gli “ attoroni “ del babbo sono diventati gli “ attorini “. Nel senso che sono piccoli, che sono comici, che sono tanti. Come i telefonini, diciamo così.

Il povero Mattarella, ieri sera, costretto a ripercorrere la litania mediatica, compresa Bebe Vio…

Una rubrica che costituisce un piccolo tesoro di giornalismo. Si intitolava « Oltre il giardino ». Un titolo umbratile, malinconico, come a volte gli capitava di essere. “. Leggo sull’Espresso un ricordo di Alberto Statera. Che non ho mai letto, né conosciuto. E comunque « Oltre il giardino » è il titolo di un film, come il novanta per cento dei titoli dei giornali. A proposito di “ post verità “.

“ Farsi odiare “: Renzi c’è riuscito. La vocazione. Essendo dato l’odio. Ammesso che sia odio.


Lunedì 2 gennaio 2017

c1358hissà poi perché si chiamerà la “ muta “, visto che abbaiano tutti come pazzi… Ripensando a quel post sul blog di Guido Vitiello, “ La scrofa ferita e il comico mannaro “. Comunque sono cani. (Cfr. anche il diario che dice: ” 6 novembre 1985 – Eva Cantarella ha scritto un libro sulla donna nell’antica Roma: Tacita Muta. Vedi anche i grandi festeggiamenti nell’anniversario della morte del sindacalista Salvatore Carnevale. In generale: la questione dei nomi. Nomi d’arte. Nomi di battaglia. Cinema, avanspettacolo, mitologia. “)





In collegamento da Bologna il professor Pasquino “. Con golfino rosso. Contento lui…

Dopo Mattarella i mattarelli?

Poi c’è Federico Rampini, con le bretelle. Penso che le sue, a differenza di quelle, rosse, “ storiche “, di Ferrara, o anche di quelle, su Rainews24, di Di Bella, sono bretelline. Anzi, mi sembrerebbe più giusto dire, “ dande “ – come quelle che portavo io verso il ’51, ’52, quando andavo a scuola (elementare).

“ Agnese Ananasso “. Si occupa di alimentazione. (Diario del Terzo Millennio)

Stupido come un terrorista “ (Modi di dire per il Terzo Millennio)

Dice che è morto il disegnatore di Bambi. Aveva 106 anni. Disegnando e scherzando.

USVS: Uno Sbadiglio Vi Seppellirà.

Poi vado alla stazione Termini a prendere un mio quasi nipote e chi ti vedo – io vedo sempre qualcuno – ? Valerio Massimo Manfredi. E scopro che non è per niente alto, anzi è senz’altro basso. Dove si vede che uscire di casa serve anche a qualcosa.

Poi vedo Da Milano, Floris e Severgnini che parlano della post verità. E finalmente capisco di che cosa si tratta. Si tratta del fatto che hanno una paura fottuta che qualcuno si metta a parlare male di loro dopo che loro hanno tanto parlato male degli altri etc.


Martedì 3 gennaio 2017

l1854eggo il titolo: “ Caccia all’uomo a Istanbul “ e ripenso a un diario: “ 4 marzo 1986 – « Caccia all’uomo in Svezia », titola Paese Sera. Beata – malvagia – ingenuità. “. Il giornalismo è una caccia all’uomo?










Effettivamente, non c’è niente di più anti-autoritario di un giornalista. Per questo, assolutamente, quello del giornalista non era un mestiere per me. (“ La sindaca “, leggo sul manifesto del Comune di Roma. Ecco, penso, tutto quello che gli interessava fare era dire, dire una cosa strana, dire “ la sindaca “… “ La sindaca “: che cosa c’è di più anti-autoritario di una “ sindaca “? Che cosa c’è di più anti-autoritario di dire? E non fare)

La movida è dei notturbini “. La penosa pochezza degli “ aborismi “ di Bonito Oliva dà la misura di quello che è accaduto e che continua ad accadere: la prevalenza, invadenza, petulanza del cretino – almeno in un certo senso. Vale anche sostituendo a “ cretino “ “ napoletano “.

Dice che AstroSamantha è diventata mamma. Ha fatto una bambina di nome Kesley Amal. Notizie.

Poi c’è Andrea Marcolongo, la famosa grecista. Ma io sono appena stato a vedere I, Daniel Blake e dunque per stasera ho riso abbastanza.


Mercoledì 4 gennaio 2017

t603virgvirgu sei un soldato? » « No, un carpentiere… è molto più pericoloso di un soldato… » “ (Io, Daniel Blake, Loach, 2016) [*] [*] I recensori dei film parlano spesso di “ commozione “, dicono che hanno pianto etc. Mah. A me, francamente, questo Daniel Blake, appena l’ho visto, ha fatto un altro effetto: mi è sembrato tanto antipatico. Vorrei solo capire se dipendeva dal fatto che aveva la solita voce dell’Attimo fuggente etc. In ogni caso, non credo che volesse fare piangere, voleva fare qualche altra cosa… E comunque: “ fare piangere “ – oppure “ fare ridere “ – : di che si tratta, esattamente? Un altro fatto “ meraviglioso “ per quanto riguarda la soi-disant – nel senso che ha la spudoratezza di definirsi tale – critica cinematografica è che non sembra avere mai nemmeno il sospetto che quello che vede non sia esattamente quello che sembra. Cioè che un film sia sempre soprattutto una macchina metaforica, un congegno che fa muovere un insieme di simboli, di cose che ne rappresentano altre, che si mostrano al posto di altre, che parlano a una disponibile nuora per ottenere l’attenzione di una suocera refrattaria etc. La verità è che non si tratta mai di critici ma sempre di cinefili, cioè di gente che gli piace tanto andare al cinema, con le patatine etc.

Pensiero per il 2017: leggere non serve a niente. Più leggi e più scrivono.

È La paranza dei bambini, il libro di Roberto Saviano uscito il 10 novembre ed edito da Feltrinelli, il caso letterario di Natale. La storia di Maraja, Pesce Moscio, Lollipop, Dentino, Drone, e dei tanti ragazzini in scooter che sfrecciano contromano alla conquista di Napoli, è stato infatti il titolo prescelto da chi ha deciso di regalare, e regalarsi, un libro. Un risultato che sbaraglia le previsioni che vorrebbero, sotto l’albero, solo racconti di favole, storie romantiche e magari qualche giallo per distrarsi in vacanza. E invece no. La paranza dei bambini ha sconvolto le classifiche battendo i grandi classici come l’immancabile Harry Potter. Secondo i dati della società Gfk nella settimana dal 12 al 18 dicembre l’opera di Saviano è rimasta saldamente al primo posto delle vendite – come sempre, dalla sua uscita – con 32mila copie, seguita da Harry Potter e la maledizione dell’erede (Salani) con 23mila copie, L’arte di essere fragili di Alessandro D’Avenia (Mondadori) con 22 mila e A cosa servono i desideri di Fabio Volo (Mondadori) con 19 e 600. Ma è nella settimana di Natale (19-25 dicembre), quella che solitamente vede le librerie affollate di ritardatari in crisi d’ispirazione, che si è verificato un vero e proprio boom. In quei giorni La paranza ha quasi doppiato se stessa vendendo 53mila copie, staccando di netto D’Avenia (35mila), Harry Potter (30mila) e Volo – sceso al quinto posto con poco meno di 27mila copie, e preceduto di un soffio in quarta posizione da Il labirinto degli spiriti di Carlos Ruiz Zafón. “ (Dai giornali) [*] [*] E poi dice che uno si butta a Grillo – oppure dalla finestra…

A pensarci meglio, tutto questo ddibbattito sulla verità/falsità dell’informazione è piuttosto privo di senso. Chiunque abbia avuto a che fare appena un po’ da vicino con il mestiere del giornalista sa che la qualità essenziale di una notizia, la materia di cui è fatta, ciò che le fornisce, per così dire, il diritto a essere tale, non è nel suo essere vera o falsa ma nel suo essere nuova cioè, come anche succede, vecchia. A parte questo, la ragione per cui Grillo ce l’ha con i giornalisti è una ragione, per così dire, “ professionale “. Come tutti i Daniel Blake del mondo, Grillo teme, odia, e, tutto sommato, venera, cioè sopravvaluta, la parola, soprattutto se scritta.  scritta. Come tutti i “ selvaggi “ del mondo. Che, a pensarci bene, sono sempre di più. Ma forse, a pensarci meglio, no. E comunque, sentire Gennaro Migliore che chiama “ signora “ la ragazza ivoriana morta nel Cie di Cona (VE), fa uno strano effetto.

Poi, nei necrologi di Repubblica, leggo un nome che conosco, quello di Gabriel Cacho-Millet. Gabriel Cacho-Millet: chi era costui? Era il massimo conoscitore di Dino Campana, ecco perché lo conosco. Aveva 77 anni, era argentino, ma viveva a Roma da molti anni. Trovo anche questo: “ Una voce mordiba [sic] e gentile al telefono, appena cadenzata dalle sibilanti dello spagnolo. Chiamavo Gabriel Cacho Millet per invitarlo ad uno spettacolo itinerante su Dino Campana prodotto da Ravenna Festival. Era il 2014, si festeggiavano i 100 anni dalla pubblicazione dei Canti Orfici, capolavoro indiscusso della poesia italiana del Novecento. Lo spettacolo, L’ultimo primitivo, interpretato da Gianfranco Tondini, doveva svolgersi interamente all’aperto, passeggiando nei luoghi sacri del poeta, lungo i crinali verdi del Casentino, alle pendici del Monte Falterona. Gabriel Cacho Millet ricusò l’offerta. « Sono troppo vecchio, non ce la farei », mi rispose. Il rammarico mi arrivò chiaro alle orecchie dalla sua casa romana, dove ha vissuto fino agli ultimi giorni. Non provai nemmeno ad insistere. Le sue parole cercavano di celare un presagio venato di rassegnazione. Aveva forse già messo in conto di mancare, per motivi di salute, un anniversario campaniano così importante. Di non vedere più Marradi, né i monti tanto amati dal suo poeta. « Sono posti davvero bellissimi », si lasciò sfuggire, sovrappensiero. “. Trovo anche questo: “ La stessa acribia che guidava la sua laboriosa ricostruzione gli fece scoprire che una delle foto iconiche del poeta marradese (che ancora oggi campeggia sulle copertine di molte raccolte) era in realtà un clamoroso errore di attribuzione. Quel giovane coi baffetti e con lo sguardo sfrontato non era Dino Campana, ma un tale Filippo Tramonti. « Una scoperta, quest’ultima, incredibile e per me particolarmente dolorosa, che mi costrinse a levare dal muro del mio studio romano quell’immagine che io, come tutti, credevo di Campana e tenevo appesa con la stessa giovanile devozione con cui avevo attaccato alla parete della mia stanza, ai piedi delle Ande dove sono nato, la foto del Che Guevara con il basco ». Con queste parole Cacho Millet commentò la sua scoperta, tradendo una passione che trovo commuovente [sic]. “. E tanto mi pare che basti.

Poi scopro che Franco Buffoni ha scritto un articolo su Emanuel Carnevali (1897-1942). E, francamente, mi preoccupo un po’ – “ Dopo il periodo bianco (l’infanzia) e il periodo rosa (l’adolescenza), quando si aprì per lui il periodo nero (corrispondente agli otto anni americani) iniziò anche l’ossessione per il bianco. Fino a pretendere di lavarsi col latte. Fino a dichiarare che nessuno mai sarebbe stato in grado di farlo arrossire. Fino al famoso ceffone della moglie che rese scarlatto il suo viso. “ (Franco Buffoni, Per Emanuel Carnevali, in LPLC, 3 ottobre 2014)

Il prossimo 15 ottobre, la Rocca dei Bentivoglio ospita una nuova giornata di studi dedicata ad Emanuel Carnevali (1897-1942). Poeta italiano in lingua inglese, nei pochi anni in cui è vissuto tra New York e Chicago, Carnevali ha lasciato un’impronta indelebile nella società letteraria e poetica americana, venendo poi a concludere la sua attività e la sua esistenza a Bazzano in Valsamoggia, dove il padre era commissario prefettizio. Alla giornata parteciperà anche Barbara Carnevali, pronipote dello scrittore, ma anche profonda conoscitrice della sua opera, nonché docente di Estetica e Filosofia sociale presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi. “ (Dal web)

Leggo molto. Non faccio altro che leggere. Leggo troppo, direbbe la mamma. Povera mamma.

“ Torino – Basta davvero poco ormai a scatenare la psicosi terrorismo. È successo al cinema Space di via Livorno, la sera del primo dell’anno, quando gli spettatori sono usciti tutti di corsa dalla sala per il timore di un attentato. Tutto è nato dalla presenza in sala di una famiglia marocchina sordomuta che, durante la proiezione del film Passengers di Morten Tyldum,  si è scambiata qualche messaggio su whatsapp ridacchiando per una scena un po’ osè. Risate e occhiate complici tra i componenti della famiglia seduti  a qualche poltrona di distanza sono bastate a far nascere il sospetto negli altri spettatori. Un paio di persone si sono alzate preoccupate e subito dopo l’intera sala si è svuotata lasciando la famiglia marocchina incredula e un po’ imbarazzata. Qualcuno ha addirittura chiamato i carabinieri.  Non è servito più di un minuto ai militari per capire che si era trattato di un enorme equivoco segno di un clima di tensione alimentato dagli ultimi attentati. “ (Dai giornali)

Se vuoi vendere una bugia… lascia che la stampa la venda per te “ (Argo, Ben Affleck, 2012)


ARCHIVIO

“ 30 ottobre 1989 – « Cinefiglio »: fanciullo sfortunato figlio di madre attrice e padre regista. Meglio orfani?.


ROSSORI

Sotto la foto del migrante chiuso nel trolley scriverò la seguente didascalia: “ Mail Boxes etc. “.

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Giovedì 5 gennaio 2017

o739ggi vorrei occuparmi, piuttosto che dei soliti “ comunisti romani “, che, tutto sommato, fanno solo ridere, dei “ comunisti toscani “, che non fanno ridere per niente, perché, secondo me, fanno molto di più. Tipo Rossi, Enrico, di Bientina. Che dice ha detto che “ una canna non fa male, ma meglio il vino ”. Quello che mi fa arrabbiare è che , non solo sono sicuro che non si è mai fatto le “ canne “, ma giurerei che è persino astemio.






I Cinque Stelle: sono quelli che hanno capito che l’importante è farsi eleggere. Vedi: “ primato della politica “.

Nessun movente dunque per l’omicidio di don Pippo. « Una ragazzata trasformatasi in tragedia », così commenta Rosalba Stramandino, capo della squadra mobile di Siracusa che ha seguito le indagini coordinate dal procuratore capo della Repubblica, Francesco Paolo Giordano. “ (Dai giornali)

Tempo… tempo… tempo… ho bisogno di tempo… “. Ecco, dopo tanti anni, io continuo a pensarla così. Che il mio problema è soltanto il tempo, che il tempo è tutto quello di cui ho bisogno. Per fare un esempio: se avessi tempo riuscirei a ricordarmi dove ho messo il libretto degli assegni che non trovo più. So che c’è, che sta da qualche parte, che so dov’è, ce l’ho, come si dice, sulla punta della lingua, ma non riesco a ricordarlo. È nascosto nella mia testa, in qualche anfratto, in qualche angolo poco illuminato. In mezzo ai miei ricordi. In qualche piega del tempo. Il tempo, che non scompare mai veramente, ma si nasconde, sfugge alla mia voglia di riafferrarlo, di tenerlo con me. Io so come fare per ritrovarlo: con un trucco, con un’abile mossa: facendo finta di non cercarlo, di pensare ad altro. Allora capita che si faccia vivo da solo, si consegni alla mia attenzione, si faccia prendere. È già successo, so che succederà ancora. Comunque, nel frattempo, mi sono fatto fare un altro libretto.

A proposito della morte di Tullio De Mauro mi compiaccio di farmi venire in mente un diario: “ Venerdì 8 settembre 2000 – Ho appena sentito alla radio che stasera il ministro De Mauro è in visita alla mostra del cinema di Venezia. Dice che accompagna un gruppo di studenti che, costituiti in giuria, devono premiare uno dei film in concorso. Pare che la premiazione sia stata preceduta da una serie di iniziative nelle scuole nel corso delle quali gli studenti hanno scritto temi sul cinema, discusso di film, etc. etc. Dico questo perché quello che non mi azzarderei mai a chiedere ai giornalisti – anche perché sono gente poco gentile – ritengo di avere il diritto di chiederlo al ministro della Pubblica Istruzione – che fra l’altro è un illustre studioso di linguistica: come è possibile intervenire con un mezzo linguistico – la parola – su un oggetto linguistico assolutamente altro dalla parola, come si fa a giudicare qualcosa di cui, in un certo senso, non si sa e non si saprà mai niente, come si fa, insomma, a scrivere sul cinema? Lo so che lo fanno tutti, ma questa non è una buona ragione per farlo anche noi. (Che siamo – o almeno speriamo di diventare – gente istruita) “.

Perché i giornalisti odiano gli webeti? Perché vogliono conservare il diritto di sparare cazzate soltanto loro. Una ragione per cui non ho fatto il giornalista è che non mai avuto nessuna vera passione per le cazzate, leggi opinioni, leggi politica. Io, eventualmente, ho sempre desiderato fare letteratura, qualunque cosa sia – di certo non è il giornalismo. (In ogni caso è sicuro che nel 2017, finalmente, si parlerà di giornalisti, di Informazione etc.)

Il pubblico? Gente con gli occhi “ (Argo, Ben Affleck, 2012)

Il giornalismo? Non esagero se dico che è la cosa più orribile che abbia mai visto. La cosa buffa è che il giornalismo non lo sa.

Il sospetto, alla fine, che la letteratura sia una cazzata. La parola, forse, no. Nel senso di suono, di voce, chissà.

Tutti cantano Sanremo “, dice lo slogan dei feti che cantano. Soprattutto quelli che non sono ancora nati, dico io. Che purtroppo sono nato.

De Mauro, ovvero l’importanza di avere un fratello morto.

Daniele Autieri: è un esperto di Atac.


Venerdì 6 gennaio 2017

s1473tanotte ho pensato che tutti questi che insegnano all’università – milioni di milioni, praticamente tutti – lo fanno perché sono stati “ nominati “ – proprio come si dice di certi parlamentari etc. Cioè che non importa quasi niente quello che hanno fatto o che fanno, perché quello che soprattutto conta è la “ nomina “, averla ricevuta etc. Per essere “ nominati “ bisogna volerlo, bisogna accettare di ricevere un nome, di indossarlo, di essere chiamati con quel nome, cioè di chiamarsi così. Chi poi sia chi dà i nomi, chi “ nomina “ etc. non si sa. Diciamo che è una specie di vox populi, anche se poi si capisce che è solo un modo di dire, perché questa voce nessuno può dire di averla sentita, e comunque non è mai chiaro quello che dice. Esiste, questo è vero, la “ popolarità “, ma, di qualsiasi cosa si tratti, è evidente che non tutti ce l’hanno etc. Io, comunque, è poco ma sicuro, non ce l’ho. Di non averla, di non essere “ popolare “, l’ho capito tanti anni fa. All’inizio, per la disperazione, ho fatto una serie di strane cose nel tentativo di rendermi popolare anche io, ma, come è ovvio, erano tutte sbagliate e hanno prodotto delle conseguenze poco meno che disastrose. Poi ho deciso che bisogna rassegnarsi, anche se non sono sicuro che rassegnarsi sia possibile. (Poi, in tv, c’è uno che si compiace del fatto che al governo non si parla più toscano. E io, anche se so che l’ha detto per fare lo spiritoso, preferisco prenderlo sul serio, tremendamente sul serio. Cioè dedurne che i toscani non sono “ popolari “. Anche se poi dovrei dire in che senso, esattamente, non lo sono. Potrei dire che non lo sono mai quando parlano, mentre invece, se si limitano a fare versi, facce buffe, a sembrare napoletani, diciamo così, piacciono e anche parecchio. Lo stesso se cantano, l’opera, le canzoni, napoletane etc. Ma se parlano, se si capisce che parlano toscano – che non è un dialetto – i dialetti sono umili, e anche parecchio furbi -, ma è una specie di super-italiano, di italiano super, di stra-italiano, di arci-italiano -, allora guai: o fanno ridere, come nei film della commedia all’italiana, o fanno incazzare, di brutto. Come si è visto di recente, ma io, modestia a parte, lo sapevo già)

C’è anche da dire che, qualsiasi cosa io ne pensi o ne scriva, io, il giornale continuo a comprarlo. Tutti i giorni, i santi giorni. C’è anche chi non lo compra, non l’ha mai comprato, non lo comprerà mai.

A proposito del ddibbattito sul giornalismo, sulla post verità, sulle bufale etc., è sempre più evidente che quello che si legge sui giornali sono, al novantanove per cento, cazzate. Cioè che quelli che scrivono sui giornali scrivono per scrivere, non sanno quello che scrivono etc. Fine del ddibbattito.

Ogni volta che lo rileggo penso che “ Cicala “ [*] è di gran lunga il più bel nome d’arte che sia mai stato concepito. [*] Marco, giornalista di Repubblica.

A pensarci meglio, quella del “ commento “ può anche essere una pratica non disdicevole. Di sicuro non lo è stata, per secoli. Vedi: nuovo Medioevo. (Dal diario di un webete)

Posso anche capire la simpatia verso la scelta della Ferrante, o chi per lei: ha qualcosa magari di « poetico », ma è evidente come sia del tutto fuori tempo. Non consiglierei a nessuno dei miei allievi della Scuola Holden di seguire quella strada, per dire. Loro sanno bene che scrivere un libro e pubblicarlo è un gesto in una sequenza molto più ampia di gesti. Forse nessun libro, oggi, può essere un gesto completo. Così io stesso la vedo, e per me fare un romanzo, una lezione, una scuola, un film sono momenti di uno stesso, lungo movimento. Il vecchio modo di essere scrittori ha il fascino e la nobiltà dell’archeologia: brilla ancora, magari, ma come la luce di stelle morte da un migliaio di anni. “ (Dice Baricco)

A pensarci meglio, Baricco è un vero eroe. Sì, dovrei proprio pensarci meglio. Per esempio, potrei cominciare col dire che vorrei leggere il suo vecchio libro su Rossini, Il genio in fuga. Questo per dire che mi sono piuttosto convinto che Baricco, effettivamente, almeno in un certo senso, è un genio, e anche che è in fuga, e a buon titolo. Nel senso che c’è chi gli corre dietro. Che poi sono i soliti, gli inseguitori di professione, i critici, i professori, i tagliatori, di teste etc. Che poi è esattamente quello che lui voleva. Génial, come dicono i francesi.

Ma quale arroganza intellettuale può indurre a pensare che non sia utile capire una degenerazione del genere, e magari spiegarla a chi non ha gli strumenti per comprenderla? Come si fa a non intuire che magari i miei libri sono poca cosa, ma lì i lettori ci trovano qualcosa che allude a un’idea differente di libro, di narrazione scritta, di emozione della lettura? Perché non provate a pensare che esattamente quello – una nuova, sgradevole, discutibile idea di piacere letterario – è il virus che è già in circolo nel sistema sanguigno dei lettori, e che magari molta gente avrebbe bisogno da voi che gli spiegaste cos’è questo impensabile che sta arrivando, e questa apparente apocalisse che li sta seducendo? “, disse Baricco – Cari critici, ho diritto a una vera stroncatura, in La Repubblica, 1 marzo 2006)


Sabato 7 gennaio 2017

g515iulio Ferroni / fa rima con baffoni / vedi foto. [*] [*] Quello che so di Ferroni: ha i baffi (baffoni), porta brutte cravatte, è di Roma, è della Lazio. Ebbene sì: ho deciso che, invece di “ occuparmi “ di Baricco, è meglio se, per ora, mi “ occupo “ di Ferroni…









Critico schietto, appassionato, onesto e gran lettore. Sembra che quest’ultimo anno lo abbia trascorso passando in rassegna la narrativa italiana, e gli è venuta la nausea. Siamo all’angoscia della quantità (parole sue). Siamo alla vacuità. Siamo al paradosso che la letteratura, definita da alcuni teorici un corpus di testi speciali, cioè di testi di « ri-uso » (come le leggi e i libri sacri), oggi è viceversa una categoria di « scritture a perdere », che dopo sei mesi dalla loro pubblicazione nessuno apre più ”  (Berardinelli su Ferroni, 8 maggio 2010)

Poi leggo Andrea Cortellessa: “ Ricordo che ci si accapigliava in particolare sul senso da dare al titolo. In Dopo la fine contava più la parola « fine » o la parola « dopo »? Quel saggio ci indicava che la letteratura e l’arte erano una cosa del passato, da limitarsi a storicizzare e filologizzare, oppure dopo una loro soluzione di continuità potevano ancora darsi, in futuro, su basi rinnovate? Un paio di volte lo stesso autore del libro assisté a quelle discussioni, sorridendo sotto i baffi, senza orientarle né in un senso né nell’altro. “ (Giulio Ferroni, l’importante è finire, in Doppiozero, 17 settembre 2013) e penso che ho sempre pensato che i baffi servano soprattutto a “ sorriderci “ sotto.

Mi ritrovavo soprattutto nella sua idea di cultura come fondamento della convivenza civile, anche se, nello specifico gli ho invidiato di aver ricevuto da Totò un servizio di piatti completo, dopo aver scritto un saggio di lui. “ (Da un ricordo di Tullio De Mauro)

Non c’è dubbio che, per chi ha conosciuto condizioni di vita di una durezza oggi francamente inconcepibile, « cultura » volesse dire speranza in un mondo migliore. Speranza di giustizia, per esempio; di una reale possibilità di dialogo fra le persone, gli ambienti, le classi sociali… Chi invece ha vissuto sempre condizioni privilegiate coltiva lo stereotipo stucchevole dell’infanzia come qualcosa di dolce, profumato, avvolgente… anche nel mondo rurale di mio nonno, un paesino in provincia di Rieti, c’erano le feste di popolo e i dolci all’uovo, le mie piccole madeleines… ma io non dimentico neppure la miseria, le condizioni insostenibili d’igiene per esempio, che poi per fortuna sono state cancellate. “ (Ferroni intervistato da Cortellessa, cit.) (“ A proposito di Da Ponte, La passion predominante comincia con un capitolo che s’intitola (proseguendo la citazione maliziosa dal Don GiovanniIl principiante; e si conclude con un altro dal titolo La passione per il futuro. Si potrebbe dire che sia il contraltare segreto di Dopo la fine, un libro sugli inizi… a me viene in mente quella cosa bellissima che amava dire Zanzotto, capovolgendo la formula di Freud, sul piacere del principio. Se vogliamo è un portato della cultura esistenzialista: si parte dalla Caduta cui tutti soggiacciamo, ma solo dopo tale caduta è possibile la Ripresa, la spinta in avanti. Ecco, in quest’orizzonte di fine così immanente e pervasivo, quali sono i punti d’attacco d’una passione contraria ma correlata, della passione dell’inizio? Qual è lo spazio oggi, per citare il sottotitolo della nuova edizione di Dopo la fine, per una letteratura possibile? “ (Cortellessa, ibid.))

Lo so: potrei sedermi sulla classica sponda del fiume e passare il tempo ad aspettare che passi il cadavere di quello che, olim, decise, a mia totale insaputa, di essere il mio nemico, ma, francamente, mi annoio già troppo per rischiare di annoiarmi anche di più. E poi, se non ci si tratta bene fra cadaveri

Poi penso che per “ occuparsi “ di Giulio Ferroni non c’è niente di meglio che rileggere un diario di vent’anni fa: “ Martedì 19 novembre 1996 – Penso che il vero senso di un libro come quello di Giulio Ferroni (Dopo la fine / Sulla condizione postuma della letteratura) è inutile cercarlo nelle circa duecento dignitose pagine in cui è scandito e che io sto diligentemente cercando di leggere, visto che è già perfettamente racchiuso nella dedica che lo accompagna: « Alla memoria di Giancarlo Mazzacurati / grande amico e lettore perduto, / senza il quale questo libro è ormai davvero / per sempre postumo ». Fermandosi lì si risparmia tempo, mentre leggendolo, temo, lo si perde (il che è, sospetto, proprio la ragione per cui è stato scritto – non voglio dire niente di cattivo: è l’università, la ricerca, la critica: hanno i loro tempi: che sono anche i loro scopi) D’altra parte chi è morto è sempre un altro, come dice Ferroni che dice Bachtin, e quello di cui di discute è il modo migliore per sopravvivergli – fermo restando che ci sarebbe anche da discutere, ammesso che lo si possa fare, se in certi casi sia più giusto morire o restare vivi. Dipende da quello che si è. Sopravvivere, per esempio, è avere avuto un amico, o forse soltanto volerlo credere. Oppure è essere stati avuti come amico, e capirlo soltanto dopo. C’è chi capisce tutto soltanto dopo. Per questo è sempre postumo. Non sarà colpa sua, ma non è bello a vedersi – e comunque è una bella fortuna. Il fatto è che per discutere di cose come la fine, la morte, la vita-dopo-la-morte ci vorrebbe qualcosa di più che una dignitosa diligenza. Perché della morte, della fine, in un certo senso non c’è mai molto da dire, c’è solo da constatare, come si dice, il decesso, e dire qualcosa può essere solo il discorso di uno che non c’è tanto con la testa, uno, come si dice, stravolto, uno che urla, uno che piange, uno che, anche se non sembra, straparla, perché è uno che non sa farsene-una- ragione. Oppure bisogna darsi da fare, come quel telefilm di quei Medici in prima linea, di quel Pronto soccorso, di quell’Emergency rescue, perché per la letteratura effettivamente « è un’emergenza », come dicono nei telefilm, e quindi si dovrebbe sbrigarsi, perché di tempo ce n’è poco, anzi forse non ce n’è più. Oppure non c’è davvero più niente da fare, e allora si tratta, come dicono gli psicoanalisti, di elaborare il lutto, e questa è già una cosa più seria. Di questo, che io sappia, la letteratura non si è mai veramente occupata, convinta com’era di poter rianimare, fare rivivere, ridare la vita a ciò che per lei non poteva essere mai assolutamente perduto. « All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne / confortate di pianto… ». Da ragazzino andavo matto per Ugo Foscolo. Poi mi spiegarono che sbagliavo, e credo che avessero ragione loro. Mi sbagliavo in molti sensi: su Ugo Foscolo, con i suoi morti importanti, con il suo senso eloquentemente letterario della morte – aveva già più ragione la mamma che mi voleva far leggere L’Antologia di Spoon River, con i suoi morti qualsiasi, con la sua poesia poco letteraria -, ma mi sbagliavo anche sulla letteratura, perché a quei tempi, come spiegano ora, i morti che contavano erano già altri, potevano essere Jimmy Dean, o Marilyn, o Elvis, morti del cinema, o morti del rock, e la letteratura già allora c’entrava poco. Da quando l’ho capito sono andato in cerca di morti, morti miei, tanto per farmi un passato, tanto per piangere, poiché, già allora, volevo piangere. Ma ad andare in cerca di morti se ne trovano anche troppi e allora il difficile diventa sapere di chi, esattamente, si sta parlando, di chi, eloquentemente?, si sta piangendo. La critica letteraria parla degli scrittori, e quando ne parla, gli scrittori, in un certo senso, non ci sono mai. Perché è difficile stare in due in una pagina, a meno di non essere doppi – a meno di non essere Ugo Foscolo o Franco Fortini, tanto per dirne qualcuno. E quindi, rispetto alla letteratura, all’atto vivo della scrittura letteraria, la critica è sempre un po’ o parecchio dopo, un po’ o parecchio postuma. Per questo le si addice una certa malinconia, che tuttavia è anche determinazione a non lasciarsi fregare. E anche una certa necrofilia, o se si preferisce, necrologia, non dico come i giornali, che piangono, come si sa, lacrime che sono sempre di coccodrillo, non dico così, ma quasi. Perché, sinceramente, credo che la critica non abbia mai voluto salvare nessuno. Quella dei salvataggi è una specialità degli scrittori, almeno così dicono loro, perché è anche lecito dubitarne. Si salvi chi può, si sente dire nei naufragi, e ognuno, con diversa fortuna, con compostezza, con affanno, con una certa furbizia, cerca di salvarsi, e qualcuno ci riesce e qualcun altro no. Il modo più sicuro di non morire è essere morti. Questo la critica lo sa benissimo. E non solo la critica. La letteratura invece forse non lo sa più. L’ha scordato. Come si fa a non-esserci, a guardare tutto da fuori, a vedere gli altri morire, a piangere, della morte degli altri. A essere eterni, a dormire bene, dopotutto. Perché non capita mai a noi. E noi, dopotutto, non possiamo mai farci veramente niente. Ah, il delizioso sadismo involontario di chi guarda, anzi di chi legge, con occhiali o senza. Le vite degli uomini illustri, o sfigati, o troppo grossi, o troppo buffi. Chi piangere? In questi anni ci ho pensato parecchio. Potevo piangere Ugo Foscolo, ma lui si piangeva da solo. Potevo piangere Franco Fortini, ma non mi veniva da piangere. Ho pianto Luciano Bianciardi, ma non sono sicuro che se lo meritasse. Ho pianto Gadda, ma poi non c’era più posto. Ho pianto Calvino, lui sì, ma poi ho smesso. Ho pianto Tondelli, anche per via di quel ventinove del professor Eco. Ho pianto Adriano Spatola, ma beveva un po’ troppo. Ho pianto Parise, chissà se ho fatto bene. Ho pianto Antonio Porta, ho pianto Corrado Costa, ma ero ancora giovane. Ho pianto Manganelli, ma non l’ho quasi letto. Ho pianto Georges Perec, ma era già morto. Non ho pianto Bruce Chatwin, dopo che ho visto chi lo piangeva. Non ho pianto Pavese, perché ero un bambino. Ferroni ha scelto di piangere un critico letterario, come se fosse la critica letteraria ad essere morta. Sarà. (Ma forse era solo un amico) Non ho pianto il La Fontaine che mi leggeva la nonna perché mi sarebbe venuto da ridere, ma la nonna l’ho pianta, e ancora non ho smesso. Non ho pianto l’Edgar Lee Masters che mi leggeva la mamma, ma la mamma non l’ho ancora pianta abbastanza. Perché forse rimane vero che i morti che bisogna piangere sono quelli che sono veramente nostri, che abbiamo conosciuto, che abbiamo amato. Come i libri bisogna veramente leggerli, e non girarci intorno, come se ci fosse tempo da perdere, oppure non leggerli. E basta. Comunque è inutile fare giochi di parole: sono sempre i vivi a dover seppellire i morti. È un lavoro lungo e penoso. Dico: seppellirsi. Non c’è da avere fretta. Comunque a piangere troppo diventa una lagna. E non è quello che volevamo. Come si fa a essere morti? Da bambino, non so come, io lo sapevo. Nonostante fossi appena nato, era come se tutto fosse già accaduto. Allora avrei potuto dire, se l’avessi saputo, che avevo « un grande futuro dietro alle spalle ». Il futuro che avevo alle spalle erano i racconti della vita di prima, la vita dei miei nonni, la vita della mamma e del babbo prima che mi mettessero al mondo. Ma anche la vita dei genitori o dei nonni dei miei amici. Ma anche i libri nella libreria del nonno, libri di prima, libri vecchi. Oppure le case della mia città, una città vecchia, anzi antica. Oppure la casa dove vivevo, una casa vecchiotta, costruita quando mia madre era ancora bambina. Era tutto tranquillamente già stato e la cosa mi faceva piacere. Come Ugo Foscolo, con quella vita strana, quell’esilio, quella morte in un cimitero inglese, Turnham Green, se ricordo bene, quella figlia negli ultimi anni, e mi sembrava bello. Come quei versi: « All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne / confortate di pianto… ». Una bellezza, una grazia che non c’era ragione di pensare non potesse ripetersi, anzi si ripeteva ogni volta che li leggevo. Oppure la campagna, quella campagna vecchia delle mie parti, mille volte dipinta, una campagna già vista, già stata. Le passeggiate, le stesse che aveva fatto la nonna quando la mamma era appena nata, passando davanti alla casa di uno scrittore già stato, ma veramente già stato, come testimoniava la mamma, come testimoniava la nonna. Già stato quando? Appena ieri, vicino e lontano, come la campagna. Non era un vero morto, era una casa, erano libri, erano ricordi non miei. Era il futuro finito, il passato prossimo o remoto degli altri, non c’era ragione di piangere, anzi era bello. Tutta questa meravigliosa vita finta, e lo sapevo che era finta. Solo la morte è vera? Può darsi ma non ne sono sicuro. E comunque che sia vera non serve a niente, tanto è vero che tutti si affrettano a falsificarla. Per sopportarla. Come la letteratura che con la morte non ha veramente niente a che fare, perché viene dopo e comunque è un’altra cosa. Perché la morte non sa di niente, non significa niente e la letteratura invece si sforza di significare, di produrre, di mettere al mondo segni, di « sapere », nel senso di sapore. E chi fa critica è qualcuno che questi sapori li sa gustare, che ne parla bene, pur sapendo che sono finti. Ma, con tutta la morte che c’è, questi segni, questi sapori dovrebbero essere forti, forti e chiari, chiari e forti, almeno quanto la morte. Ma forse la letteratura è debole, e la morte è troppa, e aumenta, giorno per giorno, e la critica non ci può fare niente. Ammesso che ci voglia. La critica – i professori – ha paura, e fa bene. E i libri dei professori servono a questo: a imparare la paura. A imparare a perdere tempo, che qualche volta serve. Come oggi, che è stata ancora una giornata persa e fa quasi buio. Perché il giorno sta per morire, ma ci ha messo un intero giorno a morire, è morto a poco a poco, « non come fiamma che per forza è spenta / ma che per sé medesma si consume », tanto per piangere un poco anche con Francesco Petrarca. E domani è un altro giorno. Ma quello è un film. “.

La verità è che io – ecco quello che penso stamani sabato 7 gennaio 2017 – non ho mai veramente creduto nella letteratura. Non certo come ci credono gli scrittori, e forse, chissà, anche i professori. Se mi piaceva è perché la trovavo divertente, come un bel gioco. Il divertente era anche nel fatto che a quel gioco io sapevo giocare, anzi sapevo giocare soprattutto io. Al gioco della letteratura io vincevo sempre, oppure erano gli altri che, non si sa perché, immancabilmente, rovinosamente, tragicomicamente, perdevano. Eppure si sforzavano, eccome se si sforzavano. Io, invece, per niente. Perché io avevo “ il dono “ della letteratura, avevo questa fortuna, da qualche parte, in qualche modo, l’avevo avuta, l’avevo avuta e basta. Finché è arrivato, da “ fuori “, da un’altra città, da chissà dove, uno, un professore, che ha detto di no, che mi ha bocciato, in letteratura. Ci ho messo un po’ a capirlo, ma ora lo so: allora, più di mezzo secolo fa era cominciato qualcosa, erano cominciati i professori. I professori, per farla breve, sarebbero quelli che magari non credono nella letteratura, ma credono nell’insegnarla. Nel senso di raccontarla, spiegarla, parlarla, possibilmente all’infinito. Nel senso di avere un mestiere, nel senso di farsi pagare etc. Nel senso di avere un pubblico, fatto magari da quelli che credono nella letteratura, che hanno la fortuna, o l’impudenza, o l’imprudenza di crederci. Comunque sia, è certo che vogliono essere letti. Come se gli scrittori fossero loro, e forse, in un certo senso, lo sono. Io, invece, come ho già detto, non credo veramente nella letteratura. Nel senso che non mi importa quasi niente di scrivere, e tantomeno di essere letto. Che casomai mi importa di leggere. Che per questa ragione rischio di leggere di tutto, anche i professori. Quello che ho scoperto da un po’ è che scrivere serve comunque a qualcosa, per esempio a leggere un po’ di meno. Del resto l’aveva già detto, scherzando, il professor Eco: “ 4 aprile 1989 – « Perché, perché, allora, si scrive? Mio dio, pur di non leggere. » (Umberto Eco, in «Il cavallo di Troia», n. 5, 1983) “. Che era uno che, in quanto a farsi leggere, sapeva il fatto suo.

Poi salgo in macchina e alla radio c’è uno che parla con una voce vecchissima. Ma, dalle cose che dice, non sembra tanto vecchio. Infatti è Vecchioni. Già, Vecchioni… Vecchioni… Ferroni… on connaît la chanson


EX LIBRI

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Domenica 8 gennaio 2017

i2001virgl tuo coetaneo Franco Cordelli sul Corriere della Sera, facendoti a sua volta gli auguri per il compleanno, ricordava che la vostra amicizia nacque nel ’66, sulla scalinata della Facoltà di Lettere della «Sapienza», al funerale dello studente Paolo Rossi ucciso dai fascisti. “ (Andrea Cortellessa, Giulio Ferroni, l’importante è finire, cit.) La coincidenza vuole che io su quella scalinata ci fossi. Perché c’ero venuto apposta, avevo ritenuto opportuno venire etc. Per ragioni politiche. Perché allora io avevo cominciato a credere nella politica etc. Quello che, dopo tanti anni, dopo che nella politica ho smesso di crederci, o, in ogni caso, di crederci in quel modo, posso dire, è che va comunque detto che, se è sicuro che lo studente Paolo Rossi morì, non è altrettanto sicuro che sia stato “ ucciso “, perché è possibile invece che sia semplicemente, micidialmente caduto – l’unica cosa sicura è che si chiamava “ Rossi “, e magari questo è quello che conta. Perché ormai io so che una cosa è la verità dei fatti e un’altra è la verità politica. Nella quale si può anche credere, ma con judicio. E lo stesso va detto dell’amicizia, perché può anche capitare di dover scegliere, fra l’amicizia e la verità etc. A parte che poi si dovrebbe sapere che cosa è, esattamente, questa famosa amicizia etc.

E comunque tutto desidero diventare meno che un graforroico – “ Venerdì 26 luglio – « L’esperienza della sofferenza psichica, che ha condotto Ottieri ad interrogare in modo più violento il volto sempre più sfuggente della realtà esterna e nello stesso tempo ha dato luogo ad una debordante volontà espressiva, con un’insistenza ossessiva a cui egli stesso ha affibbiato giocosamente il termine di “ graforrea » (Giulio Ferroni, su l’Unità) “.

« L’inculatore della mostra? » « Curatore… ha detto curatore… ».

Poi penso che quando uno è strano è strano. Per esempio, io. Che non vivo in Toscana. Che ho smesso di starci quando tutti, con una scusa o con l’altra, ci andavano a stare. Che la Toscana, forse, la odio. Da quando la odio, e perché?

Poi, strano per strano, ricomincio a fare quello che faccio sempre. Quello che faccio sempre è leggere diari. Quello che leggo ora è quello di Sibilla Aleramo. Nell’occasione scopro che c’è una tizia che dice che “ Aleramo “ è l’anagramma di “ amorale “. Mah. Boh. Mi convince di più l’ipotesi che venga da Piemonte di Carducci: “ e l’esultante di castella e vigne / suol d’Aleramo “.

“ 12 novembre 1942 – […] Una parola deliziosa, breve parentesi sorridente, m’ha detto Palazzeschi incontrato per strada. Dopo aver accennato alla situazione politica così oscura, non senza un rimpianto per la « nostra » Francia, io ho mormorato: « E la poesia, con tutto questo, povera poesia, non ci resta che tenerla per noi, zitti zitti… ». « Già – ha detto Aldo -, stringerla al petto, come uno scaldino… ». “ (Sibilla Aleramo, Dal mio Diario (1940-1944), 1945)


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“ Venerdì 25 ottobre 2002 – A pensarci meglio il libro di Ferroni è un po’ strano. Con tutto che si intitola « Dopo la fine », sembra che la cosa che gli preme di più sia dimostrare che non è finito proprio niente. Tantomeno la letteratura: la quale è sempre postuma, cioè già morta, e quindi più morta di come è non potrà mai essere. A pensarci meglio è strano che io mi stupisca: la penso talmente allo stesso modo che un libro così avrei dovuto scriverlo io, anzi, è strano che non l’abbia scritto. È strano che non sia io il professore, invece che Ferroni – un professore è uno per cui la letteratura è sempre finita, dico quando ci mette le mani, la penna, la lente, gli occhi, della lettura. Se la fa con i morti, e non gli fa nemmeno impressione. Anzi, gli piace, e più gli piace, più professore è. A pensarci meglio non si capisce perché io, un tempo, me la sia presa tanto. Come se fosse finito chissaché, come se fosse finito tutto: un’epoca, un mondo. E invece non era finito niente, e i professori lo dimostrano. Ero finito io, forse, almeno in un certo senso, ma in quale senso ancora non so. E quello che faccio, da quando sono diventato – un po’ – professore, da quando scrivo – anche troppo – il diario, è prendermi cura di quel me morto, scomparso, finito, ormai tanto tempo fa. Comunque è giusto così, dico che a morire, a finire siano sempre gli altri. Così si può continuare: a vivere, a scrivere. In ogni caso non bisogna preoccuparsi per l’avvenire: c’è tanta gente che ha appena cominciato, a prenderci gusto, a essere « dopo la fine », a essere, a scrivere, a pubblicare, e a finire non ci pensa nemmeno. “.


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“ Giovedì 24 agosto 2006 – « È un’opera indispensabbele », dice Gennaro Gattuso « sigillando » lo spot che reclamizza la vendita, insieme al prossimo numero di Panorama, della Storia della letteratura italiana di Giulio Ferroni. “.


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“ Martedì 22 gennaio 2008 – Lei – la studentessa egiziana – cerca il suo professore. Ma il professore non c’è. « Sarà alla settimana bianca… », dico io, per scherzare. « No, era a Los Angeles – dice lei -, ma è tornato ». Comunque non c’è. Il professore è Ferroni. Penso: dopo la fine, si può sempre viaggiare. “.


Lunedì 9 gennaio 2017

q1131uando vedo la bionda de La7 io ripenso a un diario: “ 3 marzo 1984 – Volevi ottomilacinque ma era ottomila anche lui te l’ha detto e solo perché ti ho guardato. Bella bionda. “. Ça suffit.











Contro l’arco d’un ponte, presso un capitello, cotto una palma, il mio0 compagno con una minuscola Kodak mi fotografava. Innocente mania. Poi, a casa, per ore e ore, la sera, sviluppava lui stesso le istantanee, sollevava gocciolanti dalle vaschette i bruni quadratini di celluloide, con le mani che aveva delicate e bianche li guardava contro la lampada, e s’erano riusciti mi chiamava interrompendo la mia lettura, più fiero che d’un sonetto; l’indomani, se c’era il sole, tutti i davanzali delle finestre accoglievano gli « chassis » per la stampa delle negative, sempre la stessa figuretta tranquilla e armoniosa. Anche qualche « interno » prendeva, io appoggiata allo scaffale dei libri, o seduta con un grappolo d’uva in mano, avvolta in uno sgraziato camiciotto di cotonina bluastra ad ampie pieghe che nascondeva tutto del corpo ma dal quale emergeva la testa come scolpita da un antico; oppure stesa sul tappeto in una zona di sole, spalle e seno biancheggianti nudi fra i capelli disciolti. « Maddalena » m’aveva chiamata a Napoli quell’affittacamere, e Felice aveva goduto della mia bellezza come ora godeva Giovanni. [1944] “ (Sibilla Aleramo, Dal mio Diario (1940-1944))


Martedì 10 gennaio 2017

s1474copro, nel solito mezzo della notte, che Antonio Ricci, prima di essere quello di Striscia la notizia era quello di Ladri di biciclette. Come coincidenza non mi sembra per niente male. (L’ho scoperto così: “ Venerdì 28 novembre 1997 – Che cosa succede a Antonio Ricci dopo che la parola « Fine » è sbocciata come uno strano fiore bianco al centro dello schermo? Il film ci dice che torna a casa – lo vediamo di spalle mentre, insieme al bambino, si allontana -, ma chi ci crede? I film, ormai lo sappiamo, dicono sempre il falso. Quello che pensiamo noi è che non succede niente perché non può succedere niente. Perché Antonio Ricci non è niente, è un uomo che non ha una bicicletta, un uomo senza una bicicletta, un uomo senza. Quello che poteva accadere è già accaduto, ma anche questo non è sicuro, è solo un film e non c’è niente di meno sicuro di un film. Che avesse una bicicletta, non è sicuro. Che avesse un lavoro, nemmeno. Quello che è certo è che Antonio Ricci è un disoccupato, un uomo senza lavoro, un uomo, l’abbiamo già detto, senza. Essere « senza » può anche darsi che sia meglio che essere « con » certe cose, ma è comunque un problema. Senza bicicletta, senza lavoro, Antonio Ricci qualcosa ce l’ha, ce ne stavamo scordando, e questo qualcosa è un figlio. Ma sarà vero? Dopotutto è il film che lo dice e di un film, lo diciamo ancora una volta, non c’è mai da fidarsi. Per intanto è domenica, qualcosa è finito – la partita, il film – e la domenica, in specie la domenica pomeriggio è molto triste. Per chi lavora, ma anche per chi non lavora. Per un disoccupato, per il quale un giorno vale un altro e in ogni giorno non c’è mai niente. Dopo la fine si fa luce in sala. Quello che c’era da vedere è stato visto, ed era solo un film. “. E comunque i ladri ci sono, di biciclette etc.) (A proposito di ladri di biciclette, nel senso di film, nel senso di cinema, ieri sera ho rivisto dopo tanto tempo La messa è finita (Moretti, 1985). Ho pensato che il punctum del film è nello scambio finale fra don Giulio e il suo amico terrorista – che guarda caso si chiama Andrea. “ Fare le cose ha un costo “, si lamenta l’ex guerrigliero al di là della grata del confessionale, ma il protagonistico prete, per tutta risposta, gli sbatte lo sportello in faccia, mettendo fine a un colloquio impossibile. Perché fra il fare e il dire non c’è nessun rapporto, e Moretti, come si sa, è tutto dalla parte del dire. Del dire a modo suo, ovviamente, che è innanzitutto un non-dire, non dire “ cose orrende “, ad esempio, come Moretti, in altro contesto, ha avuto modo di dire. Ho pensato anche che il film, alludendo a una fine, induce a chiedersi che cosa succederà dopo. Dopo la fine della messa, dopo la fine del film La messa è finita. Ma questa, forse, è un’altra storia) (“ Irascibilità muta “, scrive la recensora. Brava)

Mi sono ricordato che, tanti anni fa, quando, per un breve periodo, ho fatto il poeta “ visivo “, feci una poesia che consisteva non ricordo più in che immagine e in una brevissima scritta che recitava: “ Et après? “. Tanto per dire che, già allora, quaranta e più anni fa, il mio problema era il “ dopo “, perché il “ prima “ non c’era più, era già finito etc.

Il fatto è che, dopo tutto questo tempo, non ho ancora approfondito a sufficienza il concetto di “ truffa colossale “ – “ Torino, settembre 1973 [*] – Ho visto quella donna nuda. Come se non ne avessi mai viste. In un attimo di là dalla porta era nuda, squadernata davanti a me, saltava e ballava sul letto come se niente fosse – e quelle per la strada? -, una fica grassa, un bel culo maturo, vispa e allegra sul letto se la guardava se la toccava… Ma allora? Ma allora non ce l’hai solo tu questa bella fica grassa e spudorata. Ma allora è sempre così, ce l’hanno tutte questo allegro in corpo, e sono sbrigative: te lo prendono e lo fanno godere, povero cazzo mio pessimista. Tempo, tempo, tempo, ho bisogno di tempo… tutto quello che mi serve. Qui si tratta di una truffa colossale. “ [*] O 1972?

Poi c’è quella che parcheggia, leggiadramente, in assoluto divieto di sosta.

Per la prima volta nella storia, la popolazione che vive in città è più numerosa di quella vive in campagna e, tra meno di venti anni, il 70% della popolazione vivrà nelle aree urbane. “ (Dal catalogo Ikea)


Mercoledì 11 gennaio 2017

e818virgro in biblioteca, ma era l’ultima volta. Andavo in pensione. Non ci sarei tornato mai più. (Un sogno, dopo una notte finalmente dormita per intero)











« Notiamo un piccolo marinaio in camicia rossa », scrive nel Diario André Gide, l’eminenza grigia della cultura del Novecento. “ (Da un articolo di Daria Galateria sui Diari di Gide, in Il Venerdì, 6 luglio 2016) (“ E ritagliando, nel pubblicare in vita pezzi del diario, i riferimenti a Madeleine, si rammarica: « Mi pare che le soppressioni nel diario lo abbiano accecato. Non offre più, al posto ardente del cuore, se non un buco » Piero Gelli si interroga su quel termine. “ (Ibid.))

Dal 20 al 26 ottobre 2014, Napoli s’è colorata di rosso, come la Cina: Milleunacina ha toccato due dei luoghi di maggiore attrattiva e interesse partenopei, il Palazzo Du Mesnil e la Villa Caracciolo, creando un contatto tra la cultura napoletana espressa dalle opere del compianto artista Osvaldo Petricciuolo e quella sinica, grazie alla presenza del ministro della cultura cinese, Xu Lin, e alle donazioni della figlia del pittore, Brunilde, alla ex rettrice dell’Università degli Studi di Napoli – L’Orientale -, Lidia Viganoni, e alla direttrice dell’Istituto Confucio, Annamaria Palermo. La cerimonia di donazione è avvenuta in seguito alla cena inaugurale, di cui il tema portante, attorno al quale si è svolto tutto l’evento, è stato il sogno rosso, riprendendo i tratti onirici tipici sia della tradizione cinese sia dei dipinti del Petricciuolo: i quadri denotano una forte presenza di colori caldi – il rosso e il giallo, per l’appunto – e di linee morbide e curve, a richiamare il dinamismo e il fluttuare tipici dei miti sinici; altrettanto forte è l’elemento naturale, ripreso dalla scala dei marroni e dei blu, che ricorda le acque e i giunchi del mondo mandarino. “ (Dal web)

Insomma, è finita un’epoca “ (Dipollina sul dopo-Crozza)

Poi scopro che, a Napoli, esiste anche il “ Museo della pace “ MAMT (Mediterraneo Arte Musica Tradizioni). Come se il MADRE non bastasse.

Non è impossibile che non fosse vero che le due pischellette che mi hanno fermato non avessero un euro per prendere la metro. Ma, ho pensato, se lo era, come bugia era talmente innocente, che non ho potuto non darglielo. In questi tempi di post-verità, di balle spaziali, in questi tempi lugubremente posticci.

Io, come si sa, la televisione non la guardo, perché le volto le spalle, però la sento. Così, quando ho sentito una voce inconfondibilmente maschile che parlava, dopo un po’ mi sono girato a guardare chi era. Era Maria De Filippi, solo io potevo non capirlo subito. Era lì perché quest’anno “ conduce “, insieme a Carlo Conti, il Festival di Sanremo. Comunque ho capito di non capire niente, e anche da un bel po’. Maria De Filippi: più post-verità di così… E non è nemmeno una novità: “ 7 marzo 1979 – Al babbo piace tanto Amanda Lear (l’ho visto ridere). “.

Vedere Michele Placido che si commuove in diretta vedendo il servizio sui licenziati dell’Almaviva mi fa pensare che… it’s a long way to Tipperary, diciamo così…

Si parla, giustamente, del ceto medio impoverito. Ma perché non si parla del ceto medio arricchito? Perché il ceto medio impoverito non parla. E il ceto medio arricchito pensa solo a arricchirsi – anche parlando del ceto medio impoverito.


ROSSORI

Sotto una galleria di ben diciotto figurine di Totti scriverò la seguente didascalia: “ Tottalitarismo “.

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Giovedì 12 gennaio 2017

l1855e davo dieci euro, quelli che le avevo promesso nel sogno di ieri. Purtroppo erano gli ultimi che avevo. Una lacrimuccia. Niente altro da dichiarare. (Un sogno)











Ieri stavo per comprare L’ultimo rifugio. Romanzo di un diario di Imre Kertész. Ma in libreria non ce l’avevano. “ Possiamo ordinarlo “, hanno detto, ma io non l’ho ordinato. Mi sono accorto che ero contento di non averlo comprato. Io sono sempre contento quando non compro.

Il comunismo per me è sempre stato gente che si alzava più tardi di me. Il comunismo per me è sempre stato una questione di tempo.

Che cosa intendo dire, esattamente, quando dico che, “ nel ’58 “, ho smesso di studiare (e anche che, quindici anni dopo, ho tentato di ricominciare a farlo, di ri-cominciare)? Se fossi un po’ meno stupido di quello che sono, se riuscissi veramente a pensare, forse ci riuscirei.

Damiano con le sue cravatte, D’Attorre con i suoi occhialetti… Antiquatezza mezza bellezza.

Leggo i giornali di Siena. Noto che Siena è piena di gente che non è di Siena, che a Siena ci è venuta. Penso che è gente che non voleva altro che stare a Siena. Ma io a Siena ci stavo già. Mi domando: che cosa potevo volere io?

Ecco anche le foto di Orhan Pamuk. Nobel oblige, ovvero: hanno la faccia molto peggio del culo.

Si domandano: “ Perché Renzi non parla più? “. E ridono.

Applausi. La televisione è fatta al 90% di applausi.

Io, comunque, quello che avevo da scrivere l’ho già scritto. Per esempio: “ 8 marzo 1994 – È arrivato un camion di napoletani carico di mimose. “. Quis habet aures.

Aveva sempre sognato di fare un film di guerra? Questo è il primo della sua vasta filmografia. « C’è la guerra in Vietnam in Forrest Gump, ma non nego che volevo da sempre fare un film coi nazisti e le uniformi tedesche e fucili d’epoca e finalmente ho realizzato la mia fantasia ». “ (Intervista a Robert Zemeckis)

Poi, dopo tanti anni, rivedo il Gabibbo, e mi torna in mente il diario che dice: “ 23 giugno 1993 – Il Gabibbo, quella mostruosa entità vestita di rosso. “. Quello che, dopo tanti anni, penso è che io sono un tipo impressionabile. Specialmente dal rosso.


Venerdì 13 gennaio 2017

c1359virgosì abbiamo perso un gioiello, la Bicchierna [sic] di Siena “, dice l’Espresso. Che così ne abbiamo persi due. (Gliel’avevo detto che bevono troppo)











Guardo i giornali, vedo la tv. Penso: il mondo è pieno di vecchi. Facce da vecchi, vestiti da vecchi, nomi da vecchi. Dove sono capitato? Sono “ retombé en enfance “?  Ma il fatto è che sono vecchio anche io. Anche la mia faccia è da vecchio, anche i miei vestiti sono da vecchio, anche il mio nome è da vecchio. Mah. Boh. Chissà.

Malinconia a zaffate. Difficile resistere. “, dice Belpoliti. Che non resiste. L’Italia che non-resiste.

Ieri Michele Serra l’aveva annunciato: mi hanno sbattuto in prima pagina. Stamani lo vedo: l’hanno messo sopra la testata, in cima, in alto, in altissimo, francamente troppo. Sbatti il mostro in prima pagina. « Ma quello è un film » Appunto. (C’è anche da dire che qualcuno, a Repubblica, oggi ha “ sbroccato “. Vedere i titoli, con le lettere storte, i puntini in libera uscita etc. Vedere per credere)

« Post-verità » ” è più vicino al concetto di stronzata. “ (Da un articolo su Internazionale)

Poi, poiché per Natale mi hanno regalato il dvd, scopro che Falso movimento (Wenders, 1975) non è altro che il Wilhelm Meister riscritto da Handke. Meglio tardi che mai. E comunque Wenders non mi è mai piaciuto.


Sabato 14 gennaio 2017

f378rancamente inquietante – mi verrebbe da dire “ apocalittica “ – l’apparizione, alla fine – mi verrebbe da dire “ al fin della tenzone “ -, della signora Barbara Jatta [*], nuova direttrice dei Musei Vaticani, soprattutto nuova, radiosamente, inconsapevolmente, inspiegabilmente nuova e vegeta, dopo tutto quello che è successo, che continua a succedere, dopo tanto sconquasso, dopo tanto rumore – mi verrebbe di dire “ per nulla “. Nuova “ sans phrase “, senza nessuna parola possibile, senza nient’altro che il silenzio – mi verrebbe da dire “ di tomba “. Mi è tornato in mente un diario: “ 17 giugno 1988 – « Il bisogno è imperativo; i “ valori di sincerità “ sono al di sopra dei “ valori di fedeltà “. Brigitte Bardot, a suo modo, esprime questa etica dell’adolescenza: alla domanda “ Che qualità richiede a un uomo della vita? “ risponde: “ Che non faccia mai la commedia “. » (Edgar Morin, L’industria culturale /L’ésprit du temps, 1962 [1963]) [Si potrebbe obiettare che si tratta di un conflitto professionale. Ma Morin esulta: « Alla fine dell’avventura del Faust occidentale, si leva il canto dell’eterno femminino. »] “. [*] “ Discendente di Giovanni e Giulio Jatta Jr, fondatori dell’omonimo Museo di Ruvo di Puglia “ (Dal sito Ruvesi.it)  

Poi, era tardi, stavo già andando via, ho visto i due libri, soli soli, mezzi bagnati, per via di una tettoia che sgocciolava, ignorati da tutti, e, mosso da pietà, li ho tolti, per così dire, dalla strada, insomma: li ho comprati. Del resto, come libri, non erano nemmeno male, erano, ambedue nella collezione “ I grandi scrittori stranieri “ della UTET, La vita è un sogno, di Pedro Calderon (1931) e Frammenti di un giornale intimo, di Enrico Federico Amiel (1931) (a cura di C. Baseggio). Una buona ragione per comprarli era che “ la vita è (un) sogno “ lo diceva sempre il babbo, e, in quanto all’altro, è un diario e, dal mio punto di vista, tanto basta. Comunque è evidente che, nell’uno e nell’altro caso, non è roba da Musei Vaticani (vedi sopra), e neanche italiani. È, tutt’al più, da museo de noantri, da museo mio, da museo di me. L’unica cosa che vorrei capire è per cosa sta quella “ C. “ di Baseggio. A me verrebbe di dire “ Cesco “, ma quello era un attore, genovese, dialettale, brutto e cattivo, peggio di Villaggio, peggio di Grillo etc. Mah. Boh. Chissà. P. s. Che errore! Baseggio era veneto. Il genovese è Gilberto Govi.

Impressionante al supermercato la maghrebina bellissima, altissima, con tacco 12, jeans epidermici, capello à la garçonne, per così dire – non so come si dice. Era insieme a una vecchia, intabarrata, infagottata, praticamente velata, probabilmente la suocera. Discutevano, forse litigavano, chissà. Comunque era impressionante. Dall’Isis nella brace.

Ne ha ammazzato un altro, giù in cucina “ (Io confesso, Hitchcock, 1953)


Domenica 15 gennaio 2017

h539o pensato che la letteratura è come le donne: ormai ce n’è persino troppa(e).












“ Perché ha fatto fuori Viola? “, domandano a Renzi. Mah. Boh. Io una mezza idea ce l’avrei…

Invece di andare a ritirare quel premio dalle mani del presidente della Repubblica mi ero attardato a scopare con la mia quasi-figlia. E così, non solo mi sono meritato una condanna universale, ma mi sono anche perso il premio. (Un sogno)

L’ex giovane scrittore Marco Lodoli si affretta a fare sapere che non crede che sia vero la piccola Daliyah Marie Arana a quattro anni e mezzo ha letto più di mille libri, e che, se fosse vero, sarebbe il caso di chiamare il telefono azzurro etc. Io, invece, dico che non ha importanza se sia vero o sia falso, perché l’importante è che l’hanno detto, perché l’hanno detto. Perché il problema non è la verità, o la post-verità, il problema sono i giornalisti, nel senso di storytellers etc.

Finalmente ho capito perché, davvero, non devo più comprare Repubblica: perché mi annoia. Mostruosamente, ferocemente. Mi annoia come solo un bugiardo può fare. Uno che ti ripete sempre la stessa storia, che è sempre la stessa perché è sempre falsa. Ed è sempre falsa perché è sempre detta per ingannare, per raggirare, per prendere per il culo. Che è subito falsa, appena comincia a essere detta, appena qualcuno si lascia convincere ad ascoltarla. Appena qualcuno paga, poco ma sempre, per leggerla. Dopodiché non c’è altro da fare, i giochi sono fatti, il trucco è riuscito. Uno la compra, per quarant’anni, dicendo ogni volta: che vuoi che sia… Ma il tempo passa, e anche questo è qualcosa. Anzi, forse è tutto quello che quel giornale – ogni giornale? – voleva: fare passare il tempo. Il tempo degli altri, il tempo di noi che paghiamo, che leggiamo. Che siamo bravi solo a leggere, che a leggere siamo fessi. Che tutto leggiamo meno che quello che ovunque c’è scritto: fesso chi legge… fesso chi legge… fesso chi legge…

Marsala, cerca di sedare lite fra ex coniugi ma viene ucciso a colpi di bottiglia “ (Dai giornali)

« Scrisse Piccolo mondo antico » « Fagazzaro… Fugazzaro… Figazzaro… » “ (L’Eredità, Raiuno, ore 19. 08)

Fornì l’indirizzo spiegando di non lasciarmi fuorviare dalla targa del cancello dove c’era scritto ingegner Garboli: era suo padre, morto anni fa. “ (Dal web)

Al ministro Calenda dei film d’i’ su’ nonno gli piace soprattutto Tutti a casa. Anche perché finisce con le quattro giornate di Napoli. Nel senso di Napoli, io penso.

Sarà bene dire subito che Cesare era bellissimo e lo sapeva lasciando a volte trasparire questa consapevolezza tuffando le dita nel folto dei capelli e ravviandoli poi con un gesto che faceva pensare a una impaziente carezza. Va aggiunto che la bellezza di Garboli, diversissima ma nata sotto uno stesso cielo di quella leggendaria e pigra di Mastroianni, aveva qualcosa di svogliato quasi avesse già goduto troppo di se stessa e dei suoi privilegi. « Uffa » sembrava dire per lui precedendo le inevitabile avances. È possibile poi che Garboli, senza confessarselo, temesse di poter far ombra con il proprio aspetto senz’altro rimarchevole all’intellettuale e allo studioso che sapeva di essere. “ (Antonio Debenedetti sul Corriere)


Lunedì 16 gennaio 2017

q1132virgualche tempo dopo fu veduto nelle macellerie di Barga e dintorni. Chiedeva ai proprietari donde provenisse la vacca appesa alla trave. Era l’epoca della mucca pazza, e lo scambiarono per un ispettore sanitario. Ne aveva l’aspetto. Alto, severo, il cappello e gli occhiali. “ (Vincenzo Pardini, Garboli, il professore che non dava del tu, in Il Giornale, venerdì 16 dicembre 2005)








“  Non siamo a Blade Runner, certo, ma davvero già oggi ciascuno di noi potrebbe dire la frase con la quale inizia il monologo del replicante nel film di Ridley Scott: « Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginare… ». E speriamo di non dover mai pronunciare la parte finale di quell’incipit. “, dice il solito, fantascientifico, Veltroni. E comunque, ” la parte finale di quell’incipit “ è: “ È tempo di morire. “.


Martedì 17 gennaio 2017

b382isognerebbe parlare del Gattopardo. Sempre e solo del Gattopardo. Del Gattopardo di Visconti, del Gattopardo-film, intendo dire.  Cinquantaquattro anni fa il Gattopardo dimostrò che la democrazia (cristiana?) era brutta, che, invece, quello che c’era stato prima o che poteva esserci dopo – il fascismo? il comunismo? – era – era stato, poteva essere – comunque bello. Dimostrò, una volta per tutte, che il cinema, solo il cinema, è bello. Che quella del cinema era l’unica – l’ultima? – bellezza possibile. Che quella della letteratura, sì, c’era stata – vedi Gattopardo-romanzo -, ma era diventata impossibile, anche nel senso che era morta – come Giuseppe Tomasi principe di Lampedusa.


Poi vengo a sapere che Amelio ha scritto un romanzo. Il buffo è che si intitola Politeama.

Poi leggo Michele Serra che parla di Trump e di quelli che considerano gli intellettuali “ una massa di inutili scrocconi “ e vengo assalito dall’atroce sospetto di essere, come diceva il mio Amico, un po’ “ di destra “. Perché, francamente, che gli intellettuali siano spesso degli scrocconi l’ho pensato e lo penso un pochino anche io. Il buffo è che, almeno una volta, l’ho pensato, per così dire, “ a mie spese “, traendone tutte le costosissime, per me, conseguenze. È una storia vecchia, anzi, vecchissima, una storia di quando ero poco più di un ragazzo, di quando conobbi certa gente, che, a ripensarci, aveva l’aria di considerarmi poco meno che un “ inutile scroccone “. Era gente tipo Michele Serra, tanto per capirsi, anche se allora Michele Serra era ancora troppo piccolo per dare dello scroccone a qualcuno. Mah. Boh. A ripensarci è una storia da ridere. Oppure da pensarci meglio. Ma ci vorrebbe tempo. Bisognerebbe essere scrocconi, veramente scrocconi, autorizzati a scroccare, pagati per scroccare. E, soprattutto, giovani, molto giovani. E io non lo sono più da tanto tempo – neanche Michele Serra, comunque.

Da ricordare anche che l’avvocato che ha presentato il ricorso su l’eleggibilità di Virginia Raggi si chiama Venerando Monello. Ricorso respinto.

Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, commenta gli inciampi grammaticali del vicepresidente della Camera Luigi Di Maio sull’utilizzo del congiuntivo via twitter. « Per rivestire cariche importanti del nostro paese – afferma Sabatini – bisogna avere una cultura abbastanza sicura e saper usare una lingua di prestigio. La politica comunque dà un pessimo esempio introducendo anglicismi non necessari, come stepchild adoption, del tutto inutile, o Jobs act, termine non comprensibile per tutti » ” (Dal web)

Dice che Renzi è andato a Scampia. Si ri-comincia male, si ri-comincia.

Poi, su Raistoria c’è la storia di Anna Magnani – a cura di Paolo Mieli. La storia sono loro.


ARCHIVIO

“ Senza data [1981] Anche al concorso di bellezza quest’atmosfera brutale da ragazzolasciamilavorare. “.


Mercoledì 18 gennaio 2017

g516razie al prezioso Google Alerts mi arrivano le più varie notizie. Oggi, per esempio, mi è arrivata questa: “ Ci sono anche due firme della zona, entrambe molto note nel comprensorio, nella raccolta di poesia dedicata a Marilyn Monroe, uscita in questi giorni per Nino Aragno Editore, Torino, 2017. Si tratta di Valerio Vallini, scrittore ed esperto di storia locale, collaboratore del Cuoio in Diretta per il quale cura un’apprezzata rubrica, insieme allo scrittore e poeta empolese Marco Cipollini. In questa antologia, dove ogni poeta leva per lei un suo brindisi, ci sono voci significative della poesia della seconda metà del Novecento da Pier Paolo Pasolini a Dario Bellezza a Stefano Carrai, Maurizio Cucchi, Alessandro Fo, Tomaso Kemeny, Attilio Lolini, Valerio Magrelli e molti altri. “ (Dal sito CuoioinDiretta.it) La domanda è: ah, perché non son’io coi miei poeti?


ROSSORI

Sotto una foto del primo ministro inglese Theresa May scriverò la seguente didascalia: “ Maggio inglese “.

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Giovedì 19 gennaio 2017

e819virgvirgac molto importante per il nostro territorio che un poeta della levatura di Valerio Magrelli abbia preso l’impegno di tenere lezioni di poesia nelle biblioteche del Lazio », dichiara Lidia Ravera assessore Cultura e Politiche giovanili della Regione Lazio. “ (Dal web)









Tanto per perdere un altro po’ di tempo, da un po’ di tempo frequento i blog letterari. Quello che ho capito è che sono pieni di professori. Professori giovani, vispi, bravi, va detto, ma che, in generale, mi inducono a pensare che c’è poco da stare allegri. Perché quello che ho capito è che i professori giovani, i nuovi professori, i neo-professori sono anche peggio di quelli vecchi. Nel senso che non si preoccupano di insegnare niente, ma, soprattutto, non si prendono nemmeno il disturbo di rispondere. Dico a me, per esempio. Che, come un vero “ webete “, ogni tanto, ogni spesso, dico la mia, in forma di diario, in una forma un po’ strana, d’accordo, ma, tutto sommato, graziosa, nel senso che, tutto sommato, potrebbero almeno dirmi grazie. Comunque non c’è problema. Dico per me, che sono abituato a parlare da solo etc.

Il ministero della Giustizia vuole approfondire la vicenda emersa a Firenze, dove un pm, dopo aver avviato una relazione con la moglie di un medico, avrebbe chiesto gli arresti domiciliari nei confronti del dottore. Tutta la storia ha origine dal percorso di separazione tra il dottore e la moglie, anche lei dottoressa con la procura di Genova che ha già aperto un fascicolo sul magistrato Vincenzo Ferrigno. Secondo la ricostruzione, nel luglio 2015 la donna, madre di due minori, ha sporto denuncia ai carabinieri dopo una violenta discussione con il marito affermando che l’avrebbe minacciata anche di morte. Il magistrato, ora sotto accusa, a cui viene all’epoca assegnato il fascicolo ha ritenuto che non vi fossero elementi per sostenere l’accusa. Nel frattempo, anche il marito ha risposto alle accuse della moglie con una propria querela. A giudizio del pm, in quel momento, stava accadendo quello che purtroppo accade tra molte coppie che si stanno separando. Il pm ha quindi chiesto l’archiviazione una prima volta e anche una seconda volta. Ma il giudice per le indagini preliminari aveva imposto ulteriori accertamenti. A quel punto, il pm aveva deciso di sentire i protagonisti e aveva conosciuto la dottoressa con cui, secondo l’esposto, avrebbe instaurato una relazione. Poco dopo, il magistrato avrebbe chiesto per il marito accusato di maltrattamenti gli arresti domiciliari. Nell’esposto contro il magistrato fiorentino, fascicolo trasferito per competenza alla procura di Genova e in cui si ipotizza il reato di corruzione, il medico ha allegato le foto scattate da un investigatore privato in cui sarebbe ritratta la moglie – persona offesa del reato di maltrattamenti – che entrava in più occasioni, anche di notte nella casa del giudice e che vi si tratteneva per ore. Nel frattempo, il procedimento relativo all’accusa di maltrattamenti nei confronti della moglie è andato avanti e ieri, all’udienza preliminare, il gip, su richiesta di un altro pm, ha disposto il rinvio a giudizio del medico. “ (Dai giornali)

“ Dopo la fine “: i professori.


Venerdì 20 gennaio 2017

l1856a letteratura: è sempre stata una cosa diversa da quella che credevo io. È stata sempre una cosa reale, per esempio, invece di una cosa soprattutto fantastica, come era per me. È stata sempre una cosa da uomini, grandi e anche grossi: per me era sempre stata una cosa da bimbi, o da donne, o da angeli. La letteratura: è sempre stata possibile, praticabile, realizzabile, invece di essere quasi esclusivamente mitica, come era sempre stata per me. È sempre stata una cosa da scrivere, invece che, soprattutto, da leggere, come pensavo io, che ho sempre preferito, più di ogni altra cosa, leggere. Del resto così è il mondo: c’è, preferisce esserci, lo vuole, senza esitazioni. Il mondo è molto più di un’ipotesi, è una realtà, è la realtà. E la letteratura è nel mondo, e, tutto sommato, ci si trova benissimo. Anche perché la letteratura è molto meno del mondo, la letteratura è solo una piccola parte, la letteratura è piccola. La letteratura: dice di esserci, ma non è affatto sicuro che ci sia veramente.

Il selfie: per non sapere né leggere né scrivere. (Vedi: all’armi siam faccisti… )

Poi penso che il femminismo è esattamente quello che gli (certi) uomini volevano (contro altri uomini).

Poi penso che, dopotutto, io sono – sono stato – solo uno sportivo. Cioè tutto quello che ho fatto l’ho fatto – ho cercato di farlo – soltanto per sport.

C’è anche da dire che oggi è, come direbbe un giornalista, una giornata particolare. Ma, a differenza di quello che pensa il giornalista di cui sopra, non lo è perché è il giorno dell’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ma per una ragione molto più seria, cioè molto più personale, cioè molto più seria. È tutto spiegato in questo vecchio diario: “ 20 novembre 1991 –  « 20 genn… ». Stavo per scrivere « 20 gennaio » invece di « 20 novembre ». Quando mi sono accorto dell’errore non ho saputo fare di meglio che scrivere « 20 dicembre ». Mah. Stavo per scrivere « 20 gennaio » perché? La risposta è fin troppo facile: è il giorno della morte della nonna e del nonno (esattamente un anno dopo). Scrivere è anche questo pensare a voce bassa. Girare intorno a un pensiero, accarezzarlo, covarlo. E gli atti involontari non mancano, i lapsus calami. Volevo proprio scrivere « 20 gennaio ». A costo di sbagliare, di mentire, di fare un falso in atto pubblico. « Personalizzare » il registro dei lettori. Scrivere sullo stampato di stato qualcosa di molto privato. Segnare una privazione. Anche oggi è un giorno di lutto? Scrivere qualcosa di « personale »: è giusto? No, non lo è. A chi interessa se è morta la nonna? « Ah sì, mi dispiace… sincere condoglianze … e quando è morta? » « Venticinque anni fa » « ??? ». Si vede la faccetta fulminata del tizio. In una vignetta. In una barzelletta. “. C’è anche da dire che, ormai da molti anni, diciotto, per l’esattezza, quella di oggi è una giornata particolare anche in un altro senso, un senso completamente diverso, un senso tutt’altro che luttuoso, un senso assolutamente festoso, come può essere l’anniversario invece che di una morte, di una nascita: oggi è il giorno in cui, diciotto anni fa, è nata la mia prima nipote. Altrimenti detto è il giorno in cui sono diventato, per la prima volta, nonno. E forse è esattamente questo il problema, that, come direbbe qualcuno più famoso di me, is the question.

Poi penso che scrivere un diario è come avere una gobba. Puoi anche dimenticartene, ma poi, quando ti vesti, quando ti muovi, quando vai per la strada, ti accorgi di averla. E averla non è come non averla. Vivere con la gobba: si può, ma c’è poco da stare allegri.

Quella che una volta era stata rivendicazione politica tesa a costruire un modello di società differente si sarebbe, col tempo, rovesciata nella mera espressione narcisistica dell’auto-definizione identitaria. C’è del vero. Un corso universitario considerato e avvertito per eccellenza come « politico » è generalmente un corso in cui si spiega agli astanti la loro identità di vittime e l’interesse della società a mantenere occultata tale condizione. “ (Mimmo Cangiano, Le università americane e Donald Trump, in LPLC)

“ Il presente non basta. La lezione del latino di Ivano Dionigi, ex rettore dell’Università di Bologna, presidente della Pontificia accademia di latinità e fondatore del Centro studi «La permanenza del classico», viene presentato martedì 17 gennaio alle 17.30 nella Biblioteca del Senato, in un incontro organizzato dal senatore Sergio Zavoli, presidente della Commissione per la Biblioteca e l’archivio storico, alla presenza del presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano; di Carlo Ossola, docente del Collège de France; e di Francesco Sabatini, presidente onorario dell’ Accademia della Crusca. L’incontro, moderato dalla scrittrice Chiara Gamberale, è un’occasione per riflettere sull’importanza di una lingua tutt’altro che morta. “ (Dai giornali)

C’è anche da dire che il colore dei repubblicani, e dunque di Trump, è il rosso.

Poi il coro canta America the beautiful e, potenza della musica? potenza del cinema? io mi sento costretto a riconoscere di non potere non dirmi un po’ americano anche io. Mah. Boh. Chissà. La verità è che sono solo un vecchietto che non può più fare di meglio che guardare la tv etc.

Dice quello che non gli piace Trump (Severgnini) che gli Americani che gli piacciono sono quelli che vengono a Napoli e si innamorano di Napoli e ci scrivono un libro etc. Tipo l’americana bella che gli sta di fronte, che ha scritto un libro su Napoli etc. Così va il mondo etc.

Negazionista climatico “. Non è la prima volta che lo sento dire. Non è la prima volta che sobbalzo.


ROSSORI

Sotto la foto di una bionda con in mano una rivista che ha una copertina piena di facce e che si chiama Resist! scriverò la seguente didascalia: “ La nuova Resistenza “.

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Sabato 21 gennaio 2017

e820virgac un’emergenza “, dicono gli emergenti. Che emergono. “ Fate vobis “, pensano i sommergenti. Che restano sotto.












Il giornalista Filippo Ceccarelli ha scoperto l’avvocato Venerando Monello.  Ne scrive nella sua rubrica sul Venerdì di Repubblica, cogliendo anche l’occasione per ricordare l’interminabile serie dei nomi “ buffi “ che costellano le cronache, senza nondimeno astenersi dal filosofeggiare sul tema del “ grottesco “ insito nelle vicende se non umane perlomeno italiane etc. Io, che da anni – da decenni -, sui nomi buffi – io li chiamo “ nomi d’arte “ – ci, per così dire, lavoro, non posso fare altro che osservare che l’importante non è quello che si scrive né come lo si scrive, ma dove lo si scrive. Altrimenti detto: per scrivere bisogna, prima, mettersi da qualche parte, trovare un luogo, trovare un posto, e poi, solo poi, farlo. Altro da dire non c’è, se non che io, che un posto ce l’avevo, ma non ho fatto niente per continuare ad averlo, sono un assoluto imbecille, uno stupido imperdonabile, un innominabile stronzo.

Il comandante Florent è una donna sola con un figlio. O almeno così sembra. Perché invece non è sola per niente. C’è almeno un’altra persona – ma sono molte più di una – insieme a lei. È la troupe, il regista e i suoi uomini, quelli che fanno il film. Perché è un film, e, come in tutti i film, non è vero niente. Non è sola, non ha un figlio, non è un comandante. Forse non è nemmeno una donna, almeno in un certo senso.

Oggi Repubblica vendeva Ogni cosa è illuminata, di Jonathan Safran Foer. Ma non l’ho comprato. Fra l’altro, con quel titolo, per quanto ne so, poteva essere anche un film. Mah. Boh. Chissà.

Poi ripenso al Male (1977 e ss.). Penso: com’è profondo il Male


ROSSORI

Sotto una foto di Donald Trump visto da dietro scriverò la seguente didascalia: “ Arrière pensée “.

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Domenica 22 gennaio 2017

v1105virgisto e sentito pronunciare sullo schermo, il discorso del neopresidente era ricco di pathos, di impegno e di passione; apparentemente non letto, pronunciato eroicamente sotto la pioggia, è stato tenuto con vivace movimento delle mani e con voce da melodramma (forse il figlio adolescente è stato attento almeno al discorso paterno, dopo che per tutto il tempo della cerimonia non aveva fatto che sbadigliare e ciondolare e muoversi se era in piedi, o presumibilmente guardare qualche apparecchietto elettronico che aveva in mano quando stava seduto, l’unica cosa che evidentemente riusciva a tenerlo fermo e buono nonostante i continui rimbrotti materni). “ (Francesca Rigotti, Il discorso di insediamento di Donald Trump / Un’analisi retorico-tematica, in Doppiozero)

“ [L]a post-verità […] nelle intenzioni di chi ne denuncia l’avvento, è una condizione sistematica (e sì, del tutto nuova) prodotta dal travolgente ruolo dei social network nella formazione dell’opinione pubblica. Emozione al posto del ragionamento, semplificazione al posto della complessità, frasetta a effetto al posto di opinione articolata facilitano il dilagare di menzogne e calunnie alle quali si abbocca tanto più facilmente quanto più ci confermano nei nostri pregiudizi. “, scrive Michele Serra. Che tuttavia, a dire il vero, non mi sembra tanto sicuro di quello che dice – mi sembra un po’ post-sicuro, diciamo così.

Poi capisco che cosa sono o rischio di essere io. Io sono un “ troll “. “ Un troll, nel gergo di internet e in particolare delle comunità virtuali, è un soggetto che interagisce con gli altri tramite messaggi provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente senza senso, con l’obiettivo di disturbare la comunicazione e fomentare gli animi. “ (Wikipedia) Ma un “ troll “ assolutamente non voglio esserlo. Preferisco tacere, sparire, non esserci più. Preferisco essere un morto che un post-vivo.

« Sono circondato da una forma di grazia », mi dice con un sorriso. E guarda la moglie. “ (Martin Scorsese intervistato da Civiltà cattolica sul film Silence) (“ « Ovviamente, ci sono state persone che sono state messe alla prova, come Jacques Lusseyran, il leader cieco della resistenza francese, che venne mandato a Buchenwald e tenne vivo lo spirito della resistenza tra i suoi compagni prigionieri: in effetti, abbiamo provato per molti anni a fare un film basato sul suo diario, E la luce fu. » […] Lei è stato malato di asma. Anche papa Francesco ha un problema polmonare. Mi pare che chi ha il fiato corto diventi più sensibile. Lei ha imparato qualcosa dal suo fiato corto? « La prima cosa che va detta dell’asma è che quando è forte ci si sente davvero come se non si potesse riprendere fiato. Ci si sente letteralmente sull’orlo di andarsene, come se si stesse proprio andandosene ora. Ci sono state volte in cui proprio non c’era modo di respirare, e la dispnea era così forte e i miei polmoni così congestionati che ho cominciato a pensare: se questo è il modo in cui le cose andranno da ora in avanti, come farò a continuare? Questo pensiero in effetti ti attraversa la mente: vuoi soltanto una qualche pace. Quando ero ragazzo, verso gli anni Cinquanta, c’era un certo modo di rapportarsi ai medici, almeno per gente come i miei genitori. Si dava retta a tutto quello che il medico diceva, non si andava mai a domandare un secondo parere; e seppure avessero desiderato un secondo parere, probabilmente non se lo sarebbero potuti permettere. E i dottori avevano un certo modo di considerare l’asma. C’erano alcune medicine e alcune cure, ma si dava più peso alla prescrizione di un certo stile di vita. Non si poteva fare sport. Nessun tipo di esercizio fisico. Mettevano in guardia perfino dall’eccedere nelle risate. Inoltre, ero allergico a tutto ciò che mi circondava – animali, alberi, erba -, sicché non potevo andare in campagna. Insomma, il risultato era che dovevo fare una vita isolata: mi sentivo separato da tutti gli altri. Ne è derivato anche il fatto che ho passato un sacco di tempo con gli adulti, e questo mi ha reso consapevole e, penso, mi ha dato una comprensione accresciuta del mondo degli adulti. Mi ha dato una consapevolezza del ritmo della vita, delle preoccupazioni degli adulti, delle discussioni su ciò che era giusto o sbagliato, degli obblighi verso gli altri, e così via. Mi ha reso più consapevole: più consapevole dei sentimenti delle persone, più consapevole del loro linguaggio corporeo – di nuovo, la differenza tra parole e azioni -, più consapevole della loro sensibilità, e questo ha fatto sì che a mia volta coltivassi la mia sensibilità. Direi che sono diventato più acuto. E, guardando il mondo dalla mia finestra…, il ricordo di avere guardato in strada e di avere visto tante cose, alcune belle e altre orribili, e alcune indescrivibili, per me è centrale. L’altra faccia di questa medaglia è una certa intensità di concentrazione mentre lavoro, che mi mantiene fisso su ciò che è importante. Penso che l’essere rimasto appartato, la mia solitudine e la mia consapevolezza mi abbiano condotto a una risolutezza e a una capacità di sgombrare il campo da qualsiasi distrazione…, ed è questo che accade quando faccio un film. È paradossale, perché si tratta di una concentrazione che protegge una sensibilità, e ne consegue una certa insensibilità. » […] Per lei fare un film è come dipingere un quadro. La fotografia, le immagini, in questo film hanno un determinato valore. Come fa la fotografia a farci vedere lo spirito? « Si crea un’atmosfera attraverso l’immagine. Ci si colloca in un ambiente dove si può sentire l’alterità. E sono queste le immagini, le idee e le emozioni che si traggono dal cinema. Ci sono certe cose intangibili che le parole, semplicemente, non possono esprimere. Quindi, nel cinema, quando si monta un’immagine insieme a un’altra, nella mente si ottiene una terza immagine completamente diversa: una sensazione, e l’impressione, un’idea. Quindi io penso che l’ambiente che si crea è una cosa, e che questo riguardi la fotografia. Ma è nel congiungersi delle immagini che il film ci cattura e ci parla. È l’editing, ed è l’azione del fare cinema. ». “ (Ibid.) [*] [*] Il buffo è che mi torna in mente un diario: “ 19 maggio 1994 – « La nostra civiltà, osservata nella maggior parte delle sue manifestazioni, si presenta come civiltà dell’efficienza e dell’utilità materiale, che rifiuta, o praticamente esclude, i valori che meno sembrano comporsi con questi due criteri di azione. La vita corrente poi è caratterizzata dal rumore, che quella civiltà sembra favorire quasi come indice di vitalità o, più veramente, come fuga dall’esistenza concepita spesso in termini d’insignificanza. L’editoriale mostra il valore del silenzio, stabilendone il senso e auspicandone il recupero sul piano sia culturale sia religioso, con particolare riferimento alla sua importanza nella vita di preghiera. Ogni vera carità nasce nel cuore di colui che si è lasciato silenziosamente penetrare dallo sguardo divino, come ogni atto autentico di preghiera è musica che si estrae soltanto dal silenzio » (Il silenzio è un valore?, in «Civiltà cattolica», 1993) “. [**] [**] C’è anche da dire che tutto è cominciato con la lettura di un articolo di Pietro Bianchi, « Prega con gli occhi aperti ». Scorsese e il Silenzio della fede nel mondo, in LPLC)

Preferisci il casino oppure il cinema? “ (Il giardino dei Finzi Contini, De Sica, 1970)


Lunedì 23 gennaio 2017

l1857eggo il titolo di repubblica.it: “ Il girl power sulla testa. Spopola il cappello rosa “ e mi sento terrorizzato. Ma a terrorizzarmi non è né il “ girl power “ né il colore rosa. Ciò che mi terrorizza è quel “ spopola “. Repubblica.it lo dice spesso, usa spesso il verbo “ spopolare “. Così che io sono costretto a chiedermi: chi mai potrebbe usare oggi il verbo “ spopolare “? Con quel sapore di vecchio, di vecchio piccolo, di vecchio piccolo piccolo, di anni Trenta, forse Quaranta, al massimo Cinquanta? Potrebbe forse il mio babbo, che infatti, se ben ricordo, lo usava, se non fosse che è morto, da quasi trent’anni… In generale mi chiedo: come parla repubblica.it? Anzi piuttosto: chi è repubblica.it? In generale, di chi è questa voce, petulante, incessante, eccitata, stridula, piccola piccola? Che parla di tutto, che non tace mai. Che vuole “ spopolare “, qualunque cosa significhi “ spopolare “. Altro che “ populismo “… È lo “ spopolismo “, quello che mi fa disperare.

La cerimonia d’insediamento di Trump è stata invece lugubre: tutti bianchi, pochissima musica. “, dice Roberto Saviano (Se va in piazza l’America vecchia, in “ La Repubblica”, oggi). Dice anche: “ Le manifestazioni contro Trump hanno avuto un sapore antico, d’archivio. Sembravano le stesse proteste contro la guerra in Vietnam, le marce pacifiste degli anni ‘70. Slogan del passato compressi nella versione Tweet. “.

Il problema non è il cinema, il problema non è che è un film. Il problema è che l’abbiamo già visto. Perché l’hanno già fatto. Il problema è che è un remake, solo un remake, nient’altro che un remake.

Quelli che hanno sempre pensato che l’importante era avere – o non avere – i soldi. Vedi: rude razza pagana.

Oppure: il mondo si divide in chi gioca e chi no. Che gioca si diverte, chi non gioca, no. Ludologia.

C’era una volta Studio Uno. Se la cantano e se la suonano. La Rai sono loro.


ROSSORI

Sotto la foto dell’ambientalista ucciso da un Suv mentre attraversava l’America a piedi nudi scriverò la seguente didascalia: “ A piedi nudi alla meta “.

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Martedì 24 gennaio 2017

i2002o, in quanto morto, non amo né odio nessuno. Solo che, in quanto morto, non ho rapporti con nessuno, vedo tutti da un’infinita distanza, da un dove, da un quando non è possibile avvicinarli o essere avvicinato, toccato etc. Io sono assolutamente da un’altra parte, la parte di quelli come me, la parte di quelli che non ci sono, che non amano né odiano, che vedono tutto ma non sono visti, che non toccano né sono toccati, che sono infinitamente lontani, la parte dei morti.






Scopro che c’è chi “ critica “ Michele Serra come me, ma diversamente da me. Scopro che c’è chi lo critica in un modo che a me fa venire voglia di difenderlo. Scrive il critico: “ Come molti prima lui, Serra qui compie la penosa operazione di costruire una realtà adatta alla conclusione che vuole raggiungere, ma lo fa maldestramente, mettendo in fila una notevole serie di  clamorose falsità, fino a costruire una post-verità nella quale tutti i pezzi s’incastrano alla perfezione come desiderato dall’autore. Falsità figlie di approssimazione e di un tirare a indovinare tipico di un certo giornalismo italiano, talmente pigro da non compiere nemmeno le più elementari verifiche. “. E tutto perché Michele Serra, facendo come al suo solito, lo spiritoso, ha scritto, erroneamente, che Trump è figlio di cowboys e Obama di schiavi raccoglitori di cotone. Comunque io non difendo nessuno, per la semplice ragione che a me nessuno mi difende. E dio sa se ne avrei bisogno. Comunque, come era facilmente prevedibile, fare lo spiritoso, dico per scritto, sta diventando difficile. (Michele Serra, credo, l’ha sempre saputo. Per questo ha sempre fatto ridere strettamente “ su commissione “. È quello che il mio pseudo-maestro Fortini chiamava il “ mandato sociale degli scrittori “. Per questo Michele Serra ha fatto i quattrini e io, invece, no) (In generale, per tutta la questione dello scrivere sui giornali, vale quanto scritto in quel vecchio diario che dice: “ 25 ottobre 1987 – La notizia del giornale può non essere falsa ma deve essere sempre tendenziosa. “)

Caro Sergio, sei il primo che me lo chiede e quindi è non senza una certa emozione che ti rispondo: sì. È buffo, ma è così. È buffo, ma io sono uno che, da un sacco di tempo – veramente un sacco, quasi una vita, ma solo quasi – “ prende appunti “, come dici tu, “ su ogni argomento “, come dici tu, si potrebbe anche dire che “ scrive “, non fosse che quello che scrive è in una forma che ne rende praticamente impossibile la pubblicazione, nel comune, editoriale senso della parola etc. Che forse non vuole neanche veramente essere letto, se non in certi casi, cioè a certe condizioni, etc. Diciamo che si tratta di un diario, sì, non c’è altro modo di chiamare quello che, da più di quarant’anni, io faccio, tutti i santi giorni, proprio tutti. Che, da quando non vado più a lavorare, da quando non ho più veramente niente da dover fare, da quando non cerco più nessuno né alcuno mi cerca, è la sola cosa che faccio etc. Da quando sono assolutamente, irreparabilmente, inspiegabilmente fuori da tutto. Da fuori io vedo, sento, “ prendo appunti “ su tutto. Con infinito stupore. Già, è esattamente lo stupore il dèmone di quello che faccio. È anche, francamente, un po’ spaventoso. Infatti, ora che te lo scrivo, mi spavento un po’. Ça suffit. Altrimenti detto: come risposta a una cortese domanda può anche bastare. Tanti, veramente cordiali, saluti. a. [*] [*] A gentile richiesta, ho risposto.

Io non ero ricco. Erano gli altri che erano poveri. Elementare, Watson.

Sono cresciuto nel mito del « lavoro ben fatto » dell’operaio Faussone (Primo Levi, La chiave a stella). Il mito del mestiere, dello specifico talento professionale, della destrezza manuale e intellettuale con la quale si impara il governo delle cose. “, scrive Michele Serra. Che, evidentemente, non vive a Roma. Oppure non legge i giornali. Oppure non guarda la tv. Oppure non è mai entrato in una università etc. E comunque, quel “ Faussone “ di Primo Levi non è che mi suoni tanto bene – “ Torino, ottobre 1973 – Alla biblioteca si verificano numerosi lapsus (cosiddetti freudiani, cioè interpretabili maliziosamente). La signorina Fazzi, megera, maligna, viene chiamata  « Faussi » (in torinese « faus » vuol dire « falso », p. e.: « Dio faus! », vulgo « Dio fa! »). Il dottor Selvaggi, poeta paranoico e terrone, detestato dall’establishment autoctono, viene chiamato « Servaggi ». No comment. “.

Quando l’altra sera ho visto in tv quello spettacolo con Gigi Proietti e altri valenti comici della ” scuola romana “ – Max Tortora, Neri Marcorè etc. -, ho pensato che forse il babbo, anche se non l’ha mai detto, avrebbe voluto che io fossi un “ attorone “. Ma per diventare “ attorone “ bisogna pensarci per tempo, studiare, impegnarsi, andare a scuola. Soprattutto bisogna sapere che quello è il lavoro che vogliamo fare. Tutte cose che io non ho fatto. La mamma, comunque, non avrebbe voluto.

Poi c’è Bertinotti. Che dice: “ Heri dicebamus “.

Poi vedo il ddibbattito con i giornalisti. E mi accorgo di non essermi mai veramente convinto dell’esistenza dei giornalisti. Invece i giornalisti esistono, anzi, da una trentina d’anni, ci sono solo loro. Il mondo, vuoto di tutto, è tutto pieno di giornalisti.

Partire è morire… Io resto… “ (Uomini di Dio, Beauvois, 2010) (“ Lo sai che non è la speranza l’interesse dei giornalisti ” (Ibid.))


ROSSORI

Sotto una foto del cartello che una bambina di 22 mesi innalza alla manifestazione anti Trump scriverò la seguente didascalia: “ prhhtakjjemc! “.

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ROSSORI

Sotto la foto della presidente della Camera Boldrini insieme a Francesco Guccini per la proiezione del docufilm Son morto che ero bambino scriverò questa didascalia: “ Docufilm “.

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Mercoledì 25 gennaio 2017

c1360virghe noia, comunque. “ (Michele Serra, ieri)












Si tengono abbracciati, i monaci di Beauvois. Come amici, come fratelli. Come calciatori: “ Po-po-po-po-po-po-poo “…

Sbaglia chi se ne va, ma sbaglia anche chi caccia via “ (Uno di sinistra)

Ho pensato che io sono solo un rinsavito, un post-pazzo, diciamo così.

Nelle periferie del nostro scontento “, dice Renzi. Che non sapevo che fosse un letterato. « Toscano? » Ça va sans dire. E comunque, ancora una volta, ha scontentato tutti.

Poi c’è Staino con un bastone. Ma più che un bastone è uno scettro, un pastorale… Io, comunque, ho ripensato a un diario: “ 18 luglio 1993 – « Ha colpito ancora l’anziano “ bastonatore di preti “, l’ultraottantenne Ettore Gagliano che, in virtù di presunte ingiustizie subite dai sacerdoti, va in giro per Milano dando bastonate ai preti che incontra per strada. L’ultima sua vittima è stato il cap­pellano del Policlinico, don Teobaldo Frigerio, 54 anni; il prete stava attendendo il tram quando Gagliano gli  è arrivato alle spalle vibrandogli alcune bastonate. Il sacerdote, che ha riportato solo leggere escoriazioni, non ha voluto presentare denuncia, limitandosi a se­gnalare il fatto alla polizia, che già un mese fa aveva provve­duto a far ricoverare in ospedale il “ bastonatore di preti “ date le sue precarie condizioni mentali. » (Dai gior­nali) “.

Per i romani amanti della montagna “, dice quello. Che non so se sia romano ma di sicuro è un  amante della montagna.

Oggi Michele Serra commenta la notizia che Philip Roth, “ il più grande scrittore americano vivente “ e Bruce Springsteen, “ la più americana delle rock star americane “ si sono schierati contro Trump. Dice che, comunque, la cosa non avrà grandi effetti perché c’è un generale “ declino delle élites “ etc. Io, che in linea di massima sono d’accordo, avendo tuttavia notato che nel suo breve scritto ricorre per ben tre volte la parola “ voce “, mi prendo la briga di fare l’ipotesi che il declino che c’è sia quello della voce, cioè di tutti coloro che si esprimono con la voce, scrivendo, cantando etc. Lo so che parlo sempre di Michele Serra, ma, essendo uno che, ormai da tantissimo tempo, sta zitto, tutto quello che posso fare è occuparmi delle voci degli altri. Sarà anche poco, ma è così.

Sembrerebbe necessario, ad esempio, piuttosto che arrovellarsi ancora una volta intorno alle funzioni della critica, chiedersi se, in tale nuovo contesto di produzione e fruizione di prodotti culturali, qualcosa come il critico letterario o addirittura l’opera letteraria esistano ancora, o assomiglino sufficientemente a ciò che sotto il loro nome abbiamo conosciuto nel Novecento. “ (Andrea Inglese su Nazione Indiana)

Poi sono andato in libreria a cercare un libro per la mia quasi-figlia. Il libro era: Anthony Doerr, Tutta la luce che non vediamo, ma in libreria non c’era perché era esaurito. E io credo di sapere perché.

Ripenso alla frase di Renzi: “ Nelle periferie del nostro scontento “. L’ho ascoltata come l’ascolterebbe un malevolo, uno dei tanti. Pensavo: ma lo saprà quello che dice? ma chi glie l’avrà scritta? Poi sono andato a controllare, e ho scoperto che non lo sapevo bene nemmeno io, oppure, come succede, non lo ricordavo. È Steinbeck, ma prima di essere Steinbeck, era Shakespeare (Riccardo III). Detto questo, credo che sia anche il caso di pensare qualcosa di non malevolo. Per esempio che il “ sentito dire “ non è così brutto come lo si dipinge. Perché c’è un piacere nel sentire, e anche un piacere nel dire quello che si è sentito. Cioè nel ripetere etc. Comunque per sentire bisogna non essere sordi, cioè avere l’udito. Che però, come si sa, non tutti ce l’hanno etc.

L’oro: qualcosa che luccica, dopotutto.


ROSSORI

Sotto una foto dei festeggiamenti per l’arrivo del nuovo presidente del Gambia Adama Barrow scriverò la seguente didascalia: “ Il gambiamento “.

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Giovedì 26 gennaio 2017

p1131virgalermo – Sono 70 gli aspiranti lustrascarpe siciliani che oggi hanno partecipato alla selezione di Confartigianato per 15 posti in una decina di punti nevralgici della città di Palermo. Molti sono diplomati e universitari, ma c’è anche qualche laureato. “ (Dai giornali)









Quell’ultima immagine del povero Giulio. Si noterà che è presa dal basso.

Per scrivere ricorro spesso a iperboli e invenzioni retoriche. “. Ieri Michele Serra è stato costretto a giustificarsi, a fare autocritica.

Poi mi torna in mente un vecchio diario: “ Venerdì 2 luglio 1999 – « Le fotografie di disastri, personaggi politici, donne for­mose che vediamo nei rotocalchi, si suppone che abbiano la funzione di “ portare il mondo fino a noi “. Ma ciò che quelle im­magini effettivamente compiono è una funzione assai inumana: trasformano persone ed eventi reali in oggetti di puro sguardo, avulsi da ogni contesto vivo e da ogni significato men che ele­mentare grazie alla chirurgia dell’obbiettivo. Sicché possiamo guardare senza vedere, afferrare senza capire, essere eccitati senza provare in realtà alcun sentimento particolare. L’immagine fotografica abolisce decisamente la densità e l’ambiguità degli eventi reali, isolandoli dalle paure, aspettative, desideri, idee e conflitti d’idee che ad essi ci legano e che ne costituiscono il senso. Ridotte a immagini nette, le cose diventano infinita­mente più evidenti e, al tempo stesso, infinitamente più insignifi­canti che non possano mai essere in realtà. Quel che alla fine abbiamo è davvero la “ pellicola “ della vita. Piuttosto che portato fino a noi, il mondo è stato efficacemente “ fatto fuori “. » (Nicola Chiaromonte, La realtà fatta fuori/ Considerazioni sul cinema, in «Tempo presente», 4, n. 2, 1959) “.

Siamo tornati indietro di vent’anni “. « Reculer pour mieux sauter? » Reculer basta « E avanza? » No, rincula. Rinculare, sempre meglio che lavorare.

Garboli non è allora soltanto l’ultimo saggista, l’estremo interprete di una lunga tradizione di scrittori di secondo grado, di critici-creativi: è anche il primo, o tra i primi, interpreti di un paesaggio mutato, di un universo semiotico che richiede nuove strategie di comprensione. Tuttavia, di fronte al rischio di esplosione del sistema letterario, di diluizione della letteratura all’interno di un ambiente mediale in espansione, Garboli non decide di disertare la pagina per assumere punti di vista esterni al fatto letterario, sociologici, antropologici, culturalisti. Non cerca nell’assunzione di linguaggi divergenti la soluzione alla perdita di potere della parola. Al contrario, si rituffa nel fatto letterario, si immerge nella parola, per mostrare, contro la crisi dei loro significati e della loro funzione sociale, che le forme scritte si originano dalla vita, dalle sue radici sporche, informi. Afferma che la letteratura riguarda l’umanità in modo viscerale, indagando il punto in cui la biografia diventa bio-grafia, scrittura del bios, e lo stile dà forma a situazioni emotive e cognitive profonde. Anche quando esce dalla letteratura, quando si sposta in altri campi, lo fa per trovare in linguaggi diversi la stessa profondità rappresentativa, la sola che dà ancora senso all’arte. “ (Paolo Gervasi, in LPLC)

La verità: io sto bene solo con gli occhi chiusi. Ho detto proprio così: con gli occhi chiusi.

Poi vedo un film sul nazismo e ripenso a un diario: “ 29 maggio 1987 – Ma senza i nazisti come li facevano tutti questi film sui nazisti? “.

Un Jean Reno in cui solidità fisica e morale fanno un tutt’uno “ (Da una recensione a Vento di primavera / La rafle, Bosch, 2010)

Il giornalismo (italiano): un’Arcadia. Da vent’anni, in realtà, non succede nulla.


ROSSORI

Sotto la foto di papa Bergoglio, dell’attore Schwarzenegger e del fotografo che li fotografa scriverò la seguente didascalia: “ La geometria non è un reato? “.

geometria


Venerdì 27 gennaio 2017

i2003virgl celeberrimo Gomorra […] la non-fiction novel di Roberto Saviano che crea un nuovo tipo di cronaca, un nuovo tipo di meridionalismo cool e anche un nuovo tipo di lettore consapevole “ (Da “D”)










Non è successo niente, non è successo mai niente, continua non succedere niente. Continuano a guardare, continuano a cacciare.

Poi c’è Oscar Farinetti che dice che ci vuole un “ cambio di linguaggio “. Ma poi si capisce che il “ cambio di linguaggio “ consiste solo nel fatto che non bisogna dire le parolacce etc. Io comunque vorrei solo sapere se Farinetti è un nome d’arte o soltanto una meravigliosa coincidenza.

Solo come un prete. Ecco come sono: solo come un prete.

Ho capito che dovrei riuscire a spiegarmi. Ma è esattamente questo il difficile, forse impossibile.

Un uomo che legge è solo. Ma questo non sarebbe un problema. Lui sa che quando si legge si è sempre soli, l’ha sempre saputo, perché ha sempre letto. Il problema è che cosa fanno gli altri mentre lui legge. Il problema è che se lo chiede. Forse se l’è sempre chiesto, ma ora di più. Il problema, per dire veramente le cose come stanno, è che lui sa che, mentre lui legge, ci sono anche altri che leggono, cioè che non è il solo a leggere etc. A pensarci bene, come lui, ora, ci pensa, è sempre stato così. Così come è vero che c’è sempre stata tanta gente che non leggeva. Nel suo ricordo, anzi, mentre lui leggeva, non leggeva quasi nessuno. Ma il punto, non facciamo finta di non saperlo, sono quelli che, ora, leggono mentre lui legge. Forse leggono addirittura le stesse cose, cioè gli stessi libri, quasi come succedeva al tempo di scuola. Il punto, cerchiamo di dirlo bene, è che non leggono come legge lui. Il punto è che non è più del tutto sicuro di essere quello che legge nel modo giusto. Se pensa così è perché non può ignorare le numerose evidenze che dimostrano che il modo in cui lui legge, in cui probabilmente ha sempre letto, contiene qualche lacuna, qualche difetto, qualche vizio, qualche imperdonabile difformità dal modo in cui leggono tutti, almeno tutti quelli a cui viene socialmente riconosciuta la capacità di leggere etc. (À suivre)

Boris Ausserer, uno dei due produttori del film, dichiara di essere rimasto colpito dalla sua storia perché « i miei genitori sono stati ferventi nazionalsocialisti alla fine delle loro vite. Questo è il motivo per cui qualcuno come Georg Elser è così affascinante per me. Cosa vide e capì questo semplice carpentiere di campagna che i miei genitori non videro o meglio, anche se ancor meno comprensibile per me, non vollero vedere »? In questo quesito che ha riguardato milioni di persone risiede l’interesse primario di un film che racconta una vicenda che non va dimenticata. “ (Da una recensione al film Elser (Hirschbiegel, 2015))

Era il 1949 quando per la prima volta andò in stampa 1984 di George Orwell, un libro destinato a diventare capolavoro della letteratura mondiale, ambientato in un futuro in cui il mondo era governato da regimi totalitari. Oggi, a distanza di quasi 70 anni, negli Stati Uniti è il libro più richiesto della settimana, tanto da risultare introvabile su Amazon. “ (Dai giornali)

« Dobbiamo inventare un nuovo linguaggio? » « Credo di sì » “ (Schindler’s List, Spielberg, 1993)


Sabato 28 gennaio 2017

m947entre sorseggio il latte guardo la copertina del Venerdì: c’è un tizio seduto che legge il giornale. Il sottostante titolo dice: “ Noi volavamo “. Leggendolo capisco chi è lo sconosciuto della foto: è il cantante Domenico Modugno, e il titolo allude al più noto dei suoi successi: Volare. Ma non basta, quel titolo funziona per me come una buffa madeleinette: risorge, trainato da quelle tre sillabe, tutto un passato. Che non è tuttavia quello del tempo ormai molto lontano in cui Modugno cantò la sua canzone a Sanremo, ma quello, un po’ più recente, in cui incontrai quelli a cui Volare, con mio infinito stupore, infinitamente piaceva. Parlo dei comunisti, i comunisti degli anni Settanta, quelli che “ ritrovai “ al mio ritorno a casa e che trovai francamente cambiati rispetto a quelli che, andando via, avevo lasciato, una quindicina di anni prima. Oppure ero cambiato io, nel senso che, a differenza di prima, facevo attenzione a quello che dicevano, a tutto quello che dicevano, anche quando, invece che di rivoluzione, parlavano, ad esempio, di canzonette. Per farla breve, mi ero imbattuto, per la prima volta non distrattamente, in quello che viene chiamato l’” immaginario collettivo “. L’immaginario collettivo: non è facile dire che cosa sia, si capisce soltanto che conta di più di quello di una persona sola, per esempio del mio. Io so solo che più di una volta mi ha fatto stupire. Tutto sommato mi ha sempre fatto un po’ paura. Va anche detto che l’articolo del Venerdì non parla di Domenico Modugno, ma del suo impresario… [À suivre?]

Oggi, cioè ieri, è morta un sacco di gente. È morta la segretaria di Perry Mason, è morto Elephant Man, è morta anche Gisella Sofio, che qualcosa aveva fatto anche lei. Necrologicamente parlando.

Uno spregiudicato pregiudicato “, dice Renzi di Grillo. Contraddizioni in seno ai comici?

“ Il paese che si assottiglia (« ma no!, che è appena arrivata una coppia con due bambini ») e va diventando qualcosa che non si può conoscere. Che cosa non si sa, né lo sapranno mai gli abitanti: dipende da Trump. Cioè da uno che già dal nome annuncia fragorose e non pacifiche novità. E fa niente se non ti piace, se lui ha la faccia di un apoplettico, se il fard non riesce a mascherare l’errore, se sembra un essere così vorace da inghiottire tutto (prima di essere aspirato a sua volta). “ (Da un blog)


ROSSORI

Sotto una foto di Lorenza Bravetta che dirigerà il nuovo dipartimento della fotografia del MIBACT scriverò la seguente didascalia: “ Bravetta “.

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Domenica 29 gennaio 2017

t604virgempo… tempo… tempo… “. Quarantacinque anni fa io ho cominciato con questa specie di invocazione al tempo. Dicevo di averne bisogno, eppure, allora, ero giovane, avevo ancora “ tutta la vita davanti “. Ora sono vecchio, e non ho più “ tutta la vita davanti “, ma so che non è per quello che il tempo continua a mancarmi. Il fatto è che, dopo quarantacinque anni, non ho ancora capito che cos’è il tempo, dico questo di cui parlo, che continuo a invocare, di cui continuo a sentire disperatamente l’assenza. Quello che ho capito è che per me è una specie di “ Lebenszeit “, di “ tempo vitale “, cioè che è una questione “ di vita o di morte “. Il tempo: quello di cui parlo io sento di doverlo scrivere con la “ t “ maiuscola, perché non è un tempo qualunque, un tempo senza qualità. È, al contrario, proprio la qualità che le cose devono possedere, per esistere per me, per essere “ vivibili “. Il tempo a cui penso, di cui penso è una specie di dio, di dàimon, di anima del mondo, di Anima mundi. Oppure no: è qualcosa di piccolo, di infinitamente piccolo, di impercettibile. Oppure meglio: di “ elementare “, di basilare, di basico. Di essenziale. Di sentimentale…


Lunedì 30 gennaio 2017

s1475virge scendi per viale Gramsci e parcheggi in via Nilde Iotti, sei in piazza Lenin. “ (Dai giornali) – cfr.: “ 20 agosto 1987 – La Toscana è anche un posto da ridere. A Ponte d’Arbia, nel tempo infinitesimale dell’attraversamento, identifico una « Piazza B. Bandinelli » (sic), una « Via K. Marx » e un’altra « Fratelli Cervi ». “.








Dice che Rutelli, alla fine, si è laureato. Dice che dice che è perché l’aveva promesso a i’ ssu’ babbo prima di morire. Dice che è perché per entrare all’Unesco ci vuole la laurea.

Dice la femminista (storica) che quando è andata a Foggia a parlare della violenza sulle donne, del femminicidio etc. si è stupita di sentire il questore (di Foggia) che diceva le stesse cose che diceva lei.

Handle with care. Leggo Belpoliti su GGG di Spielberg e penso: handle with care… Che cos’è che va “ maneggiato con cura “? È il cinema, solo il cinema, nient’altro che il cinema.

Dovendo scegliere fra la figlietta terrorizzata dai mostri e il figlio che vuole andare a combatterli, Tom Cruise sceglie la figlia. Pacifismo? Mah. Boh. Chissà. (La guerra dei mondi, Spielberg, 2005)


Martedì 31 gennaio 2017

l1858virgatina  Irriducibili. Chiuse nel loro passato di sangue, si aggrappano con tutte le forze a ideali ormai frantumati, usano il linguaggio degli anni di piombo, si chiamano « compagne » tra loro e rifiutano, con ostinazione incrollabile, qualsiasi rapporto con le istituzioni e con quello che continuano a definire « lo Stato borghese ». Potrebbero uscire dal carcere, in semilibertà o ottenere facilmente benefici di legge o permessi temporanei con una semplice domanda ma nessuna di loro lo fa. Vagheggiano la lotta armata, inneggiano alla rivoluzione, si trincerano dietro slogan ormai sbiaditi dal tempo nonostante la stragrande maggioranza dei loro ex compagni, quelli che avevano imbracciato le armi come tanti altri di una generazione perduta, siano ormai liberi, tra pentiti, dissociati, graziati, collaboratori di giustizia. È un mondo a parte, un mondo in bianco e nero quello della sezione di Alta Sicurezza del carcere di Latina, tetro istituto di pena costruito nel 1934, un rettangolo di mattoni color rosa spento, circondato da una barriera di metallo, dove, dalla fine degli anni 80, sono detenute le ultime cinque brigatiste ancora votate allo scontro senza quartiere. “ (Dai giornali)

Un po’ inspiegabilmente, il giovane dottor Eugenio del Servizio Audiologia mi dà del tu. Io, che non mi offendo per niente, a scanso di equivoci, gli do del lei. Ma poi ci ripenso: perché non dargli del tu anche io? E glielo do. A quel punto succede la cosa buffa: il giovane dottor Eugenio si mette a darmi del lei. Mah. Boh. Chissà. Comunque sto molto meglio, ho recuperato un sacco, ci sento, non dico bene, ma quasi. Risentiamoci fra un mesetto, ha detto lui. Almeno credo, mi sembra di avere sentito così.

Trump è un fascista “, dice il professor Galimberti. Con quella faccia un po’ così.


Mercoledì 1 febbraio 2017

s1476virgi segnala l’iniziativa organizzata alla Scuola Holden di Alessandro Baricco il 7 e il 9 febbraio, a partire dalle ore 14:00. Si tratta di « Oh [sic] Capitano, mio Capitano! »: due giornate di lezioni gratuite dedicate a professori, maestri ed educatori di ogni ordine e grado, tenute da sei grandi Maestri: Fabio Geda, Piergiorgio Odifreddi, Paola Mastrocola, Marco Missiroli, Stefano Piedimonte e Michela Murgia. “. Chi segnala è l’Ufficio Scolastico Regionale Piemonte – Direzione Generale Regionale. Leggo e, comme d‘habitude, mi stupisco. Ma questa volta mi chiedo: si può stupirsi ancora? quanto a lungo si può stupirsi? E poi: stupirsi serve a qualcosa? stupirsi serve a scrivere?


Dice che D’Alema si è indebitato per fare il vino. Infatti mi pareva. « Che cosa? » Un po’ alcolizzato, diciamo così.

La condanna di Mauro Moretti mi induce a ripensare a un diario: “ 3 gennaio 1986 Coerenza arcicaccia: dalla caccia ai neri alla caccia a Moro alla caccia a Negri alla caccia ai negri (ma il vero contrario dei neri sono i bianchi. Si dovrà vedere). “.

Cara Daniela Brogi, ci ho ripensato. Ho pensato che una differenza fra gli uomini e le donne è che le donne possono anche ballare da sole. Come Bertolucci insegna. A parte Roberto Bolle. Ma quella è un’altra storia (Irma la dolce, Wilder, 1963)

I parenti delle vittime mi stupiscono sempre. Quelli di Viareggio vogliono anche che a Moretti sia tolto il cavalierato (del lavoro). Chissà che ne pensano le vittime. Perché le vittime pensano, eccome se pensano…

Eviterei lo stupore “ (Da un ddibbattito)

Penne rubate alla magistratura.

“ Latronico (PZ)  Sulla cima di una collina che domina la valle del Frido a San Severino Lucano sembra atterrata un’astronave proveniente dal pianeta dei balocchi. È una giostra gigantesca, funzionante, che gira ad una lentezza surreale offrendo però, alle ventiquattro persone che può accogliere nei suoi seggiolini volanti coperti da una tettoia a ombrello, lo spettacolo di un panorama mozzafiato. Lungo una fiumara dai colori lunari, a Noepoli nel cuore della val Sarmento, è nato un « teatro » di alberi e pietre dalla forma circolare con un diametro di centoventicinque metri. E nel complesso termale di Latronico nella Valle del Sinni, si è aperto mirabilmente uno squarcio nella terra che corre per quarantacinque metri. “ (Dai giornali del 2009)

Secondo quanto accertato dalle Fiamme Gialle, prima di vincere al Lotto la direttrice delle Poste ha nutrito la sua passione per il gioco con il denaro dei correntisti della sua filiale. Per almeno sette anni, dal 2008 al 2015, periodo durante il quale ha sottratto somme per complessivo un milione di euro, approfittando del suo ruolo dirigenziale, dell’esperienza nel settore e carpendo la buona fede degli impiegati, risultati estranei alla vicenda. Impressionante il volume di giocate prodotto dalla signora: dalle indagini risulta che per placare il suo vizio, è arrivata a puntare 20 mila euro al mese. Somme in parte usate per la copertura di alcuni debiti, in parte per avviare un’attività commerciale all’estero. “ (Dai giornali)

È una società che progetta scherzi elaborati “ (The Game, Fincher, 1997) (« Da dove vieni? » « Oklahoma… ??? … È troppo tempo che faccio questo mestiere… » “ (Ibid.))


ARCHIVIO

“ Venerdì 30 agosto 1996 I famigliari delle vittime. Del Titanic. “.


Giovedì 2 febbraio 2017

c1361ercavo di spiegare a quel famoso giornalista antimafia che il giornalismo antimafia è una stronzata. Quando poi gli dicevo di essere giornalista anche io, mi meravigliavo io stesso: quanto tempo era passato… (Un sogno)










Parole del mese: “ deriva “. “ In balia di una sorte bizzarra e cattiva “…

Carosello, che anni formidabili “ (Titolo di repubblica.it)

Ma lo saprà il tributarista di Tor Vergata che lo invitano sempre perché è buffo lo saprà o no?

La politica insegna che quello che conta non è l’intelligenza ma la resistenza.

Un saggio: Non fosse per la bionda… / Televisione e audiescamento nel Terzo Millennio.

Noi romani siamo pessimi “, dice il giornalista. Di Roma.

Il fatto che Giovanni Solimine – sì, conosco all’incirca anche lui – sia il nuovo presidente del Premio Strega mi fa capire a che punto siamo arrivati. Come se non l’avessi già capito abbastanza.

Tra Weimar e il fascismo (esagero e drammatizzo per amor di sintesi) c’è un nesso diretto e inevitabile, oppure esistono vie di scampo, alternative liete, rinascite praticabili? “, si domanda Michele Serra. Va là, che anche stamani ti ho fatto il favore di leggerti cioè di comprarti, dico io. Che amo la sintesi anche io.

Non alto “ (Dalla presentazione di un fotografo)

« La possibilità esiste – ripeté Edwards -. Cercate di essere ragionevole, Jack. Non perdete la testa, e non cominciate a gridare. Può darsi che Marsha sia una rossa, e può darsi di no. “ (Philip. K. Dick, L’occhio nel cielo / Eye in the Sky, 1957)


Venerdì 3 febbraio 2017

l1859eggo il titolo del giornale sulla “ vendetta “ di Vasto: “ La claque dei giustizieri una tragedia italiana “. Penso: senti chi parla… « Nel senso di giustizieri? » No, nel senso di claque.











Addio a Predrag Matvejevic, è morto a Zagabria l’autore di Breviario Mediterraneo “ (A proposito di claque)

A non scrivere si finisce per leggere. Troppo. That’s the problem.

A Roma c’è la televisione. La televisione è quello che c’è “ dopo la fine “. E dopo la televisione? Non c’è un “ dopo la televisione “. Dopo la televisione c’è la televisione.

Ora hanno tutti lo zainetto sulle spalle. Ora hanno tutti il piumino a coste strette. Chi ha cominciato? Non si sa, non si può saperlo. È come le barzellette. La grande città è la serialità. Io me ne accorgo perché, dopotutto, non sono di qui. Ma qui non se ne accorge nessuno.


ARCHIVIO

“ 28 maggio 1994 « 30 giugno – Ora la mattina resto a lungo nel letto. Mi alzo piuttosto presto per la forza di un’antica abitudine, raggiungo la cucina, mi preparo il caffè. Sul tavolo la gatta mi sta a guardare socchiudendo gli occhi non so se per sonno per fame o per quella beatitudine strana in cui ogni tanto si chiudono i gatti, emblema del loro mistero. Stiamo nella penombra del piccolo ambiente io e lei, in assoluto silenzio; da fuori vengono solo scarsi rumori, un’automobile che si mette in moto, un cancello che sbatte, qualche voce, nitida, nella grande quiete che precede il frastuono del giorno. A ogni rumore lei ha un piccolo scatto, le orecchie si tendono, la sua immobilità si fa assoluta. Anche il mio udito si è fatto più fine. Ascolto il brontolio della macchina per il caffè, con attenzione, come fosse una musica, fino al finale concitato; dopodiché il prezioso liquido è pronto per le mie labbra. Il calore mi sveglia e, insieme, mi rilassa. Con lo stomaco caldo della bevanda miracolosa anch’io vengo invaso da una beatitudine stupenda, provvidenziale dopo la notte che quasi sempre è stata inquieta. Mi dirigo verso il letto, dove giaccio dormendo e non dormendo, mescolando il sonno al dormiveglia. Vengono ai miei occhi chiusi immagini le più diverse, volti corpi brandelli di frasi, dette o ascoltate. Rimango a lungo in questa trance amorosa, mentre fuori dalla finestra sento crescere l’animazione. Sto nella mia tana, indifferente come un gatto, silenzioso, remoto, come un fantasma. » (Dal Diario di un disoccupato) “.


Sabato 4 febbraio 2017

r554ipenso al mio Amico, “ vestito “ da professore, quarant’anni fa, alla mia laurea. Era sempre lui che, qualche anno prima, portava gli occhiali senza averne bisogno. Il mio Amico: praticamente un genio. (Mi pare anche di ricordare che io, a un certo punto, “ contro “ i ricchi, decisi di vestirmi da ricco. Clamorosissimo errore)








A un lettore che gli scrive a proposito della sua nuova Amaca, Michele Serra suggerisce di “ prescindere dal contesto e concentrarsi sul testo “. Dice anche di sentirsi “ spropositatamente esposto “.

I prezzi hanno finalmente rialzato la testa “ (Da un tg)

Basta sentire un telegiornale per capire tutto il burattinesco, il “ fantaccinesco “ del giornalismo. Naturalmente negli alti comandi è un’altra cosa. Lì le decorazioni, gli alamari, i pennacchi i sprecano… Si parla molto meno, si mostra molto di più. (Dalle memorie di un imboscato)

Il professor De Masi non ha dubbi: Trump è un fascista. Contento lui.

Poi sento la radio che dice che in Giappone lavorano troppo. Poi vedo quella che si trucca al semaforo. Poi… poi…

Poi compro il libro L’aviateur de la Pampa (di Henry Bernay, Éditions de l’Écolier romand, Lausanne, [1933?]) e mi chiedo se sia quello del bisnonno Amabile – “ 27 marzo 1994 Ti ho mai raccontato la storia di Amabile Barra, quel mio bisnonno che scappò in Argentina? Dicono che scappò, così ho sempre sentito dire, nel senso che lasciò la moglie e i figli, ma chi può dire che cosa volesse fare, a quei tempi, quando il secolo era nuovo, e tutto era all’inizio? Dicono anche che un aviatore (sic) lo vide nella Pampa (sic) inseguito dalle fiere (sic), ma si sospetta che fosse un errore di traduzione. Io ho visto una sua lettera alla famiglia, scritta in un ampolloso spagnolo, accorata, tardiva. Comunque fosse era un fuggiasco. “.

Noi che sappiamo bene che i più forti / sono stati sempre i primi a finir morti “ (Tenco, E se ci diranno, 1966)

Gli assassini sono nostri fratelli “, dice Michele Serra. Vallo a dire agli assassinati, dico io. Che, se devo dirla tutta, mi sento più assassinato che assassino.

Poi sono andato in libreria, ma questa volta, invece di scapparmene subito, mi sono fermato a guardare i libri. Il punto è che li ho anche letti, dico un pochino, per l’esattezza ho letto un po’ di inizi. Ho letto uno di Lucarelli, un altro di Piperno, anche uno del vecchio Handke, e uno di Annie Ernaux. E, sarò sincero, “ funzionavano “ tutti. Dopodiché, come al solito, non ho comprato niente. Anzi, mi sono fatto dare una scatola perché ci devo mettere i libri vecchi, quelli che anche oggi ho comprato dai soliti zingari etc. Quello che mi ha colpito di più è  stato quello del vecchio Handke, dico vecchio non solo perché ha più o meno l’età che ho io, ma perché parla dei libri vecchi, cioè di quelli che ha letto tanto tempo fa. Che è quello che faccio anche io. Nell’inizio che ho letto parlava di E le stelle stanno a guardare, di Cronin, “ Archibald Joseph “, specificava, svelando il mistero di quel “ A. J. “. Che anche questa, di divertirsi a svelare le sigle, è una cosa che faccio io. Poi ho scoperto che al piano di sotto c’era la presentazione di un libro, sulle favole, per esempio quella della ragazza senza mani, che però poi gli ricrescono perché il padre, che gliel’aveva tagliate, piange. Io, anche se io non c’entravo niente, ho avuto voglia di dirgli che l’altra sera, a La La Land, ho pianto come un vitello etc., ma non gliel’ho detto.

C’è del marketing in Danimarca “ (Titolo del Venerdì)

Poi c’è Luca Ricci, di Pisa, “ scrittore e drammaturgo “. Meglio un morto in casa, che un drammaturgo all’uscio…

« Molti studenti scrivono male in italiano, servono interventi urgenti ».  É il contenuto della lettera che oltre 600 docenti universitari, accademici della Crusca, storici, filosofi, sociologi e economisti hanno inviato al governo e al parlamento per chiedere « interventi urgenti » per rimediare alle carenze dei loro studenti. “ (Dai giornali)


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Domenica 5 febbraio 2017

a1497veva un bel pezzo di pane in bocca. Ma poi è arrivato quell’altro e gliel’ha fatto cadere. E se l’è preso lui. Così è la vita. « Delle cornacchie? » Diciamo cornacchie… E comunque si dice “ becco “.










Riuscirà o no Matteo Renzi a tornare? La questione del ritorno.

Com’era bella l’Italia di Carosello “, dice Repubblica. A parte Carosello, dico io. Che, allora, c’ero.

“ Buon giorno, professore “, mi ha detto lo zingaro vecchio. Eccone un altro che non sa chi sono io.

C’è da dire che poco fa dagli zingari, quelli della domenica, quelli zozzi, ho trovato un bellissimo libro, che ho preso subito appena ho visto che era un volume della Recherche, quella vecchia di Gallimard in quattordici volumi. L’ho preso in fretta e furia, insieme a altri libri e solo più tardi mi sono accorto che era il volume quattordicesimo. Il punto è che il volume quattordicesimo è Le temps retrouvé, così che ho potuto pensare che trovandolo avevo, in un certo senso, trovato tutto. Però ora mi accorgo che è solo il primo tomo e dunque devo concludere che, in un certo senso, non ho ancora trovato niente. Comunque non dispero, la ricerca continua…

Io, con gente che dice “ sindaca “, non ci parlo.

Poi, del tutto per caso – stavo cercando la recensione di Sciascia a La troga di Rugarli – Rugarli lo conoscevo, non so perché, forse perché ha scritto un Diario di un uomo a disagio? -, trovo sulla Stampa di sabato 3 settembre 2005 un articolo dal titolo: “ Italo Calvino « Sono un abat-jour illuminato » / Le ultime parole prima del coma “. L’autore è Marco Belpoliti. Che non credo che sia uno scrittore, però è uno che scrive, eccome se scrive… (Dice Belpoliti che Calvino stava a Parigi in quello che per lui era un “ non luogo “. E se ci spingessimo fino a dire che la letteratura è un “ non luogo “? Tanto, ormai, non abbiamo più niente da perdere, avendo già perso tutto)

Certe volte, sempre più spesso, penso che forse è divenuto vero quello che sentii dire tanti anni fa da qualcuno, e che, allora, suscitò il mio furibondo impaurito sdegno: che la letteratura è un “ fenomeno sociologico “. Quello che allora pensai, e che, dopotutto, penso ancora, è che c’è chi la letteratura non la ama per niente, anzi, forse, la odia, comunque ne pensa e ne parla malissimo, come di qualcosa verso cui si prova solo una irriducibile ripugnanza. Detto questo, dopo tutti questi anni, non mi sento di escludere che in quella malevolenza ci fosse anche una lungimiranza. Oppure sono io che non sono più assolutamente capace di sapere niente della letteratura, ammesso poi che l’abbia mai saputo. Dico questo in un tempo in cui, a differenza di quegli anni lontanissimi, di “ letteratura “, nel senso di libri, di gente che li scrive, di gente che li compra, e, forse, addirittura, li legge, ce n’è un sacco e una sporta. Ma, come diceva quella canzone: “ giovanotti ce n’è tanti / ma per me non ce n’è più “.

Quis non habet aures

Poi c’è papa Francesco che benedice il Super Bowl. Poi c’è la suora vera che canta e balla insieme alle suore finte. Poi c’è quella con la voce da uomo. Perché Sanremo è Sanremo.

Il problema a questo punto è questo: stasera mi vedo Proposta indecente o Agente 007 Licenza di uccidere? Ci sarebbe anche un Rommel su Raistoria ma ci credo poco. Mah. Boh. Chissà.

Ce un abbisso tra noi nati negli anni cinquanta e dopo. “ (Dal forum di Repubblica sulla lettera dei 600 docenti) (“ Avete capito bene, la l’ode valendo 3 punti “ (Ibid.))

“  Bisogna lavorare “. Loro sapevano quello che intendevano dire, io no. Più di mezzo secolo fa, agli albori degli anni Sessanta. Ma forse non lo sapevano nemmeno loro.


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“ Martedì 14 gennaio 2003 Dopo la fine, la letteratura, cioè la parola scritta, si vendica, anche. Per esempio tornando, con fattezze irriconoscibili e, talvolta, paurose – oppure grottesche. Per esempio nel giornalismo, che, anche se non lo sa, è pura letteratura. Nelle notizie, che sono racconti brevi come barzellette, ma non fanno quasi mai ridere. Nei titoli, che sono poemi in un attimo, poemi di chi non ha tempo da perdere. Nelle firme, che non sono mai « grandi », ma piccole, e, soprattutto, tante. Così s’imparano tutti quelli che la letteratura l’hanno voluta vedere morta. Quelli che, quarant’anni fa, dicevano che la letteratura è « un fenomeno sociologico ». E io avrei voluto dirgli: sono le vostre brutte facce un fenomeno sociologico. Ma mi sbagliavo, perché invece era la sociologia. La sociologia come « fenomeno sociologico », un fenomeno piuttosto impressionante, va detto. Comunque ora s’imparano. Non avete voluto leggere i libri? E ora leggete il giornale. E non solo, anche i libri che vende il giornale. E non sarebbe niente, se non ci fosse anche Baricco. Così s’imparano. (Per non parlare dei professori, della « scienza della letteratura », dei libri sulla letteratura – che pesano, ah, se pesano, accidenti anche a loro) “.


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Lunedì 6 febbraio 2017

r663itrovo a un vecchio diario: “ 17 gennaio 1990 – « Se Umberto Eco ha fabbricato il robot dell’intellettuale laico, scettico, ludico, democratico, Citati ha plasmato la statua di cera del saggista sacerdotale, ispirato dall’intuizione delle Cose Originarie e Ultime. Non ci si deve meravigliare che esista un pubblico che apprezza l’una e l’altra cosa, la maschera ilare del chierico materialista e raziocinante e la maschera impassibile del prelato malinconico, della vestale incipriata dello Spirito. Non si tratta di due contrapposte visioni del mondo (il mondo non esiste, né per l’uno né per l’altro: tutto è Segno, o tutto è Sogno), ma di due tipi di salsa, la piccante e la dolce, entrambe da tenere in casa. » (Dice Berardinelli, L’importanza di essere Citati (tre tentativi di capirlo), in «Micromega», 5, 1989. “. Penso che, un quarto di secolo dopo, di tutto questo non è rimasto niente: né Eco, che è anche morto, né Citati, che sarà in un ospizio. C’è rimasto, quelque part, Berardinelli. C’è rimasto, soprattutto, l’” abbisso “ (vedi forum di Repubblica sugli studenti che non sanno l’italiano). Nell’” abbisso “ c’è chi ci casca e chi no. Chi non ci casca sono i professori, nel senso di “ docenti “. Che non sono 600, ma molti, molti di più.

Poi sono passato davanti ai cassonetti e c’era una zingara che tirava fuori un ben di dio di roba: quadri, lampade, pentole, libri, sì, anche libri. Così mi sono affacciato anche io sull’” abbisso “ e ho preso un libro, sfilandoglielo praticamente dalle mani. Ho visto che ci è restata male. Il libro comunque non mi interessava un granché, erano due sceneggiature di Paul Auster, edite da Einaudi  nel ’95. Costava 28mila lire, c’era ancora la lira…

Si può vivere nell’” abbisso “? Non so. Io ci “ sto “ – “ vivere “ è una parola grossa.

Poi sento uno che parla della solita Roma Nord che vota per il Pd e la chiama “ quartieri alti “. Non so, io ci sto, ma molto in basso, avrei voglia di dire “ abissalmente “.  C’è poi anche da dire che quello che parlava sono sicuro che sta, come minimo, nel centro storico.

“ Sinalunga (SI)  Nella tarda serata di ieri (5 febbraio), in via Voltella, durante un normale servizio di pattuglia, i militari della locale Stazione Carabinieri hanno sorpreso all’interno dell’isola ecologica due uomini e una donna di nazionalità rumena, tutti residenti a Foiano della Chiana (Arezzo), che stavano trafugando materiali elettrici, componenti per pc, dvd e cassette VHS, che erano stati lasciati lì in deposito temporaneo per la successiva distruzione. Per A.G. di 57 anni, S.E. di 34 anni e S.I. di 51 anni, è scattata la denuncia in stato di libertà all’autorità giudiziaria per furto aggravato e per uno di loro anche per possesso ingiustificato di chiavi alterate e grimaldelli, essendo stato trovato in possesso del passepartout usato per forzare la porta d’accesso dell’area. “ (Dai giornali di Siena)

L’altezza è una questione di geni “ (Titolo di Internazionale)

Poi sento Myrta Merlino che dice che quello che fa lo fa per “ portare a casa la pagnotta “.

Interessante anche la notizia che Rutelli è presidente dell’Anica (Associazione nazionale delle industrie cinematografiche e audiovisive).

“ Roma – E alla fine « Mamma Borseggio » è stata arrestata. Con le mani quasi nel sacco e un altro bimbetto in grembo. « Vabbe’ mi avete preso », ha detto ai carabinieri al momento della cattura in piena via Veneto, strada della Dolce Vita dai ricordi in bianco e nero. E in bianco e nero come un vecchio film con Sophia Loren ci piacerebbe raccontare la storia criminale di questa serba di 34 anni comincia tanti anni fa. E tanti figli fa. La donna infatti, cittadina serba senza fissa dimora con un ordine di carcerazione sulla testa, è stata bloccata questa mattina ed è incinta del decimo figlio. “ (Dai giornali)

C’è anche da dire che Mattarella ha inaugurato l’anno accademico all’università della Calabria (vedi foto).

C’è anche da dire che Maria De Filippi ha detto che ha scoperto il ruolo del direttore d’orchestra (senti voce).

Con le app contro Trump “ (Titolo del Foglio)

Poi vedo la dottoressa Rossella Orlandi. “ Alla nostra dottoressa! “.

Famo o non famo ‘sto stadio? That’s the question.

Poi mi domando cosa vedo stasera: è più horror Black Hawk Down di Ridley Scott o Bianco e nero di Luca Telese? That’s the question.

I “ colossi della New Economy “.

Uno spettro si aggira per l’Europa “ (Da un tg) (“ Una giornata nera. Anzi, in rosso “ (Ibid.))

This is the treaty “. Certe volte si sente la mancanza di Crozza…

Il capitalismo: storie di bottegai.

Poi rivedo il Moggi. Luciano. Di Monticiano. Dice che dal 2015 è giornalista pubblicista. Buffo, no?

Sento Mieli che dice “ traccheggiare “ e mi rendo conto che è tutta gente che parla l’italiano come lo può parlare uno che non lo sa, che l’ha appena imparato, che lo sta imparando etc.

Poi c’è Scalfari che dice di leggere Machiavelli. Io dico che quando ho letto Repubblica ho già letto anche troppo.


ROSSORI

Sotto una foto dello show di Lady Gaga scriverò la seguente didascalia: “ Like a Gaga “.

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ROSSORI

Sotto una foto di Walter Veltroni neopresidente in pectore della Lega Calcio scriverò la seguente didascalia: “ Vocazione maggioritaria.

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Sotto una foto di Myrta Merlino scriverò la seguente didascalia: “ Blondesse oblige “.

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Martedì 7 febbraio 2017

l1860a pornografia è l’arma più forte. (Il fatto è che io non ho mai smesso di ripensare a un diario: “ 22 febbraio 1984, Roma – Nel giorno dello sciopero generale (contro Craxi?) chiusi cinema e puttane. Praticamente tutta Roma. “)










Io, diciamo la verità, non sono mai stato né nazionale né popolare. Io, diciamo così, devo solo – ho sempre dovuto soltanto – morire.

“ Restate qui “, dice Myrta. Quando si dice l’in-trattenimento.

A proposito di morire sono morti, nell’ordine di apparizione sul giornale, Walkowiak, ciclista franco-polacco, Todorov, pensatore franco-bulgaro e Piero Perullo, percussionista dei Ladri di carrozzelle. Dovessi dire, direi che quello di cui mi dispiace di più è Walkowiak, per una faccenda di souvenirs d’enfance.

Non mi sottraggo tuttavia a un doveroso omaggio a Todorov: “ Domenica 2 maggio 2010 Ho finito di leggere La letteratura in pericolo di Todorov. Devo dire che sono rimasto stupito: è un libro talmente « acqua-e-sapone »… Dice che bisogna leggere la letteratura per quello che è e smettere di fare tanto i sofistici. Non so perché, ma dopo che l’ho letto mi sono sentito più in pe-ricolo di prima. “.

C’è anche da dire che anche se una è una falsa bionda, anche se non c’è ma ci fa, rimane il fatto che vuole biondeggiare. Rimane l’intento – criminoso? misericordioso?

Poi, mentre rientro a casa pensando al saggio di Carlo Bo che sto leggendo – Emma Bovary, 1948 – è strano, non ci capisco quasi niente ma non ho voglia di lasciarlo, ho come l’impressione che, da un momento all’altro, potrei leggere qualcosa che mi farà capire tutto -, appena entrato nel portone mi salta addosso Emma. « Bovary? » No, è la cagnetta di quella del pianterreno. « Quant’è bona… » ha detto quella dell’ultimo piano – quant’è bona…

Per capire il giornalismo, in Italia, nel Terzo Millennio, vedere le giornaliste di Rainews24. Vedere per credere.

“ Le novizie? “ “ Notizie… ho detto notizie “.


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“ Giovedì 20 dicembre 2001 « Mezaille, Thierry, Genèse d’un thème: la blondeur chez Proust (extrait de Rastier, F., éd., Sens et textes, Paris, Didier, 1996) ». Dedico questa succosa notizia bibliografica alla bionda lettrice di Salisburgo che non vorrebbe tornare a casa, ma poi ci tornerà. Invece c’è chi vorrebbe tornarci ma poi non ci torna. “.


ARCHIVIO

“ Martedì 3 giugno 2008 Valérie Fayolle, la bionda mezzobusta di France 24, sorride sempre, qualunque cosa dica. Voilà l’essenza della notizia: essere annunciata, essere detta, essere vista – essere bionda, en somme. “.


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Mercoledì 8 febbraio 2017

p1132oi c’è Simona Sparaco, “ finalista al Premio Strega “ (vedi foto).












Quelli che gli piace dire “ a tutto tondo “. Spesso sono toscani. Spesso sono buchi?

Io sono possidente, più che possessivo… per mentalità “, dice Bonito Oliva. Sì, stamani è apparso anche lui.

L’assenza è la presenza “, dice The Young Pope – courtesy Michele Serra.

« Non puoi parlare della violazione della privacy con quel vestito e con la mano che cerca di allargare lo spacco della gonna », scrive su Twitter la presentatrice tv Caterina Balivo. “.

Stamani la bionda ha deciso di “ ripartire dal paese reale “. Biondamente parlando.

Dopo quasi quarant’anni che ci vivo, io, a vivere a Roma, mi sento ancora del tutto “ impreparato “. Ho detto “ vivo “? Diciamo “ sopravvivo “. La vita è dolce, la sopravvivenza, si fa quel che si può.

La maldicenza: è tutto quello che resta della parola?

L’intera storia dell’homo sapiens è velocemente ridotta, per bocca di entrambi, a un rissoso « o dentro o fuori ». Salvo poi scoprire che non è così facile: il fuori è parte di qualche dentro e il dentro di qualche fuori. “, dice Starnone.

Poi vengo a sapere che Annamaria Esposito è stata vittima di un’aggressione nella banlieu parigina. Pòvra dona…

Non avrei mai dovuto fare il giornalista. Perché poi, una volta che lo si è fatto – sia pure per poco -, non farlo più è difficile, è come disertare, come spretarsi, come separarsi etc. Anche senza esagerare, è comunque un fastidio. Anche perché, nel frattempo, il giornalista si sono messi a farlo tutti etc.

Quello che comunque, alla fine, ho capito è che la politica è parole. Esattamente come il giornalismo.

C’è anche da dire che il gossip ha spodestato il pettegolezzo. Peccato, perché il pettegolezzo era una parola divertente, quasi onomatopeica…


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Sotto la foto della sala semivuota del convegno nel venticinquesimo anniversario di Mani Pulite scriverò la seguente didascalia: “ Sedie pulite “.

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Giovedì 9 febbraio 2017

c1363apho ripensato: può darsi davvero che “ sopravvivere “ significhi “ vivere sopra “. Nel qual caso non c’è da meravigliarsi se è andata come è andata. Sopravvivere stanca, diciamo così. A proposito di suicidi.










Cani che rincorrevano i gatti e finiti, a loro insaputa, a rincorrere le stelle. “ (Dai giornali)

Il giornalismo, comunque sia, è apologetico. Il giornalismo, qualunque cosa dica, è una celebrazione di quello che c’è, dell’essere qui e ora. Se non fosse questo non si spiegherebbe, non si giustificherebbe. (Pensato vedendo l’inviata di Teleprato con il suo bravo microfono in mano)

“ Sopravvivere “. Ci ho pensato ancora: forse deve essere inteso nel senso del tempo. Potrebbe essere un “ dopo “, un “ vivere dopo “, “ vivere dopo la vita “. Ma che cos’è la vita? E il tempo, cos’è? Non è nemmeno sicuro che esista. C’è chi la pensa esattamente così. Potrebbe darsi che il tempo ci sia stato, e che non ci sia più. Vivere dopo il tempo… Mah. Boh. Chissà. Dopo il tempo che c’è?

Poi mi accorgo che, volendo spegnere la televisione, ho puntato il telecomando verso lo schermo del computer. Uno schermo tira l’altro. E tutti e due mi affossano, diciamo così.

Poi capisco che io faccio benissimo a non leggere i giornali, nel senso che li compro ma non li leggo, salvo i titoli o poco più, guardo le figure, ritaglio certe foto etc., perché quando li leggo mi incazzo. Per esempio quando ho letto sul Venerdì un articolo su Cassola e mi sono messo subito sull’avviso, leggendo un “ sia resistito “, e poi, andando avanti, ho trovato un “ Edoardo Sanguinetti “ [sic], e ho pensato: sarà un refuso, ma poi, un po’ dopo, ne ho trovato un altro, e allora… Allora, signori docenti, voi che potete, ditemi voi: che devo fare, che dobbiamo fare, vi prego, ditelo, ripetetelo, seicento volte, se una non basta.

“ È il mercato “, dice la bionda. Che, più che bionda, è napoletana.

Al banchettone dei libri a Piazzale Flaminio c’era un Magrelli, Poesie 1980-1992 nella collana bianca dei poeti Einaudi. Non l’ho comprato, ma ricordo che la poesia in copertina cominciava così: “ Io cammino fumando “. Come inizio mi è sembrato promettente.

Poi accendo la televisione e c’è un attore che legge la lettera del giovane suicida. E c’è anche il professor De Masi, che dice che è “ un condensato di sociologia del lavoro “, e attacca a parlare dei soliti dollari etc. E io, senza alzare la voce, mi chiedo: sarà possibile sopravvivere alla televisione, cioè al professor De Masi etc.? Mah. Boh. Chi sopravviverà vedrà, diciamo così.


Venerdì 10 febbraio 2017

l1861a vicenda del canadese con problemi mentali scomparso cinque anni fa e ritrovato a diecimila chilometri di distanza in una foresta dell’Amazzonia dimostra che bisogna essere solo matti per allontanarsi così tanto da casa.










“ AB: Devi pensare che a quell’epoca c’erano ideologie forti, quella comunista e quella cattolica. In giro per strada vedevi questi manifesti con scritto che il mondo aveva due Weltanschauung AC: … sui manifesti si scriveva Weltanschauung! AB: … erano colti, a quei tempi… “ (Conversazione fra Alberto Boatto e Andrea Cortellessa) (“ AC: Quindi lavori alla RAI. AB: Ci sono stato sei anni senza far niente. Ero all’ufficio ricerche e sperimentazione, ma non abbiamo ricercato né sperimentato niente. Capii che non c’era modo di far carriera lì dentro, e poi non mi piaceva la televisione, non mi piaceva l’ambiente… “ (Ibid.))

In un articolo sul Corriere della Sera Ernesto Galli Della Loggia (tra i 600 firmatari) ha imputato a De Mauro le cause della rovina della nostra lingua, trasformandolo in un pedagogo lassista post-sessantottino. “ (Dai giornali)

Io aspetto. Ormai l’ho capito: quello che faccio io è aspettare. Ma che cosa aspetto? Si dice: chi ha tempo non aspetti tempo. E chi non ce l’ha? Forse quello che aspetto io è il tempo. Il tempo che ho perduto. Aspetto di ritrovarlo. Ma come?

“ [È] sbucata una contro-lettera, redatta da Maria G. Lo Duca, con nuova coda di firme di altri professori, tutti linguisti che difendono le scuole primarie, le prove Invalsi, la competenza degli insegnanti elementari. Tra i firmatari, quasi tutti appartenenti alla Società linguistica italiana, (per ora 85, da Michele Cortelazzo a Gaetano Berruto, da Nicoletta Maraschio a Francesco Sabatini, da Anna M. Thornton a Massimo Vedovelli) c’è il filologo romanzo Lorenzo Renzi che dice: « Sono imbarazzato, credo che invece di parlare di declino bisognerebbe ammettere che negli anni siamo progrediti. Come non valutare il fatto che sempre più persone vanno all’università? ». “ (Dai giornali)

Poi, mentre me ne stavo seduto a prendere il sole come una lucertola, e arrivato lo scrittore di strada che mi voleva vendere un libro. Io gli ha detto; no grazie, di libri c’è n’ho anche troppi. Al ché, lui: “ Magari può comprare un capitolo… ”. Ma io non ho capitolato. Come fare a spiegargli che io aspetto tutto meno che un libro? A meno che non sia quello che dovrei scrivere io… Poi ci ripenso e un po’ mi dispiace. Comunque fa impressione, dico vedere come è ridotta la letteratura, in mezzo a una strada, diciamo così.

Semplicemente da matti, caro il mio Rondolino, pensare di “ intervenire “ nel ddibbattito sul povero Michele. Non era un ddibbattito, era un sabba

Roma rischia di diventare una città ignorante e insensibile, attenta solo alla trippa. “, dice Marco Lodoli, ex giovanescrittore.

Il mondo: continua. (Avendo appena letto delle nomine dei nuovi direttori dei musei etc.)

Io, il bellissimo completo, giacca e pantaloni, giallo, da lavoro, telato gommato, sono riuscito a impedirmi di prenderlo e l’ho lasciato lì dove era. Ma il meraviglioso volume Via Giulia / Una utopia urbanistica del Cinquecento, di Salerno, Spazzaferro, Tafuri, Roma, Staderini, 1973 che mi ha occhieggiato, prèndimi prèndimi, dal tetto del cassonetto, quello non ce l’ho fatta a lasciarlo lì, al suo destino in-differenziato, all’inconsapevole mano dell’ennesimo zingaro. È stato un atto pietoso, e anche amoroso. Perché anch’io, a modo mio, AM(O) Roma.

Dice Vittorio Feltri che la sindaca Virginia Raggi “ sembra la commessa di un negozio di intimo “. Appunto, dico io.

Io vorrei solo sapere: il fatto che stasera su La7 danno La patata bollente, con Renato Pozzetto etc. è da considerare una coincidenza, uno scherzo, un complotto o che altro?

Alla fine lei fa fuori il mostro. Con un fucile, nota bene, a pompa. (The Hitcher, Meyers, 2007)


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Sotto la foto del procuratore capo della Direzione Nazionale Anticorruzione (DNA) della Romania Laura Codruta Koves scriverò questa didascalia: “ Anticorruzione “.

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Sabato 11 febbraio 2017

n1099virgon ci sto a fare il bersaglio per mesi “, dice che dice Renzi.













La partita non è stata interrotta. “ (Le 17 persone morte nella ressa per tentare di entrare nello stadio di Uige, nel nord dell’Angola) 

C’è da dire che poi ieri sera ho visto un po’ de La patata bollente (Steno, 1979). Che è un grazioso Vizietto bis – è uscito pochi mesi dopo il Vizietto. Io ne ho comunque dedotto che la vera  ” patata bollente “ è quella del cinema, altro che titoli, altro che Feltri…

È una farsa, non il ‘77 “ (Dai giornali) “ La biblioteca è devastata , le bibliotecarie pure “ (Ibid.)

Il giornalismo insegna che accusare è sempre meglio che lavorare.

Il giornalismo: una scrittura degenerata?

Il giornalismo: la prepotenza del cretino.

Appena mi ha visto, il medico della Risonanza Magnetica mi ha preso sotto braccio: “ Signor Casini… piacere: Sposato… anche a me, a scuola mi prendevano sempre in giro… “. E vabbè. Io, comunque, ho pensato: una cosa è Casini, e un’altra Sposato… Poi sono entrato nell’orrido tubo, e ci sono rimasto una mezz’ora buona, fra spaventosi fragori. Poi sono uscito. E Sposato si è messo a raccontarmi di un certo professor Casini (Marcello) che aveva fama di essere un gran chiavatore etc. Al ché, io, tanto per non fare scena muta, gli ho raccontato della mia nonna romana, la nonna Totti etc. Comunque dice che va tutto bene. Ma non è vero: non va bene per niente. (Ci sarebbe anche da raccontare la storia di quella signora che non voleva togliersi il braccialetto perché diceva che era d’oro. Ma poi si è scoperto che non era d’oro per niente, e la signora per poco non si sentiva male etc.)


EX LIBRI

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Domenica 12 febbraio 2017

i2007virgl più grosso problema è la mancanza di cool “, dice la corrispondente americana. E tutti risero.












Oggi Repubblica conteneva un grande “ speciale “ sul ‘77. Ma io non l’ho comprata. Anche perché, se è probabile che io non sia stato veramente un sessantottino, è assolutamente certo che a essere un settantasettino non ci ho nemmeno provato. Anzi, se devo dire, il ‘77 mi è stato, fin da subito, parecchio antipatico. O forse ero io che, nel ‘77, ero già troppo impaurito, disorientato, smarrito per aderire a qualcosa di più che la mia paura, il mio disorientamento, il mio smarrimento.

Lo schermo del pianto.

A Napoli il futurismo ebbe una coloritura particolare, diversa che altrove. Un po’ perché, come forse in pochi sanno, il primo manifesto del movimento venne pubblicato il 14 febbraio 1909 sul quotidiano partenopeo Il Mattino, cioè una settimana prima che apparisse su Le Figaro. E un po’ perché, dal 1912 in avanti, il futurismo a Napoli divenne quasi un fenomeno popolare, come se ci fosse una sorta di « consanguineità » fra lo Zang Tumb Tumb di Marinetti e feste tradizionali tipo quella di Piedigrotta, con i suoi fuochi artificiali, i « botti » che lo stesso Totò mimava nel finale dei propri spettacoli. “ (Gabriele Gimmelli, Totò, un comico per tutte le stagioni, in Doppiozero)


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“ Domenica 25 gennaio 1997 Ho sognato Vincino, anzi ho sognato che dicevo qualcosa a proposito di Vincino, « quella testa di cazzo », o qualcosa di simile, e ora che sono sveglio dovrei dire qualcosa a proposito della « satira », del Male, del movimento del Settantasette etc. e magari anche di Sofri che, dice, disse a Togliatti che lui la rivoluzione la voleva fare davvero, oppure del suo Dickens, oppure delle sue togliattiane penne stilografiche, oppure degli studenti di Bologna che « non ci stanno » ad assolvere gli aviatori e chiedono: « Ma lo Stato da che parte sta? », come se lo Stato dovesse stare da qualche parte, come se Dickens si potesse leggere da qualche altra parte oltre che in carcere, come se non avessero inventato non dico i computer ma le macchine da scrivere, come se Togliatti non fosse morto da più di trent’anni, come se la Montblanc non fosse una multinazionale, la multinazionale di quelli che credono che scrivere sia una questione di penna, una questione di « amici di penna », come nei fumetti di Schultz. Una questione di amici, come nel caso di Sofri. Una questione di ridere, come nel caso della « satira ». Invece io ormai penso che scrivere sia una questione di dormire. Una questione di sognare, sognare bene, non sognare Male, non sognare Vincino, perché allora è un incubo. (Magari penso male, però non sono un malpensante, ma solo uno che non sa scrivere) “.


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Lunedì 13 febbraio 2017

s1478tamattina mi sono svegliato pensando che è veramente strano che io sia ancora vivo. Perché, quando dico che devo morire, intendo dire che io sono uno che è stato condannato a morte, cioè che c’è un sacco di gente che vuole vedermi morto, che mi ha sempre visto così, che non aspetta altro che io muoia etc. E, intendiamoci, non parlo dell’Isis, parlo delle donne. Tutte, a cominciare dalla mia povera mamma, che, ne sono sicuro, prima di morire, riuscì a volerlo, ancora una volta, intensamente. Se poi mi chiedo perché, esito a rispondere. Non mi sembra, francamente, di avere fatto niente di tanto grave da meritare una condanna così irrevocabile, così capitale. Però non posso nemmeno fare finta di non avere sempre sospettato che in me ci fosse qualcosa di assolutamente sbagliato, di antropologicamente inaccettabile, un difetto originario, strutturale, micidiale. Quanto poi a dire in che cosa consista, dove risieda, che cosa esattamente sia questa imperdonabile mancanza, io mi sento del tutto incapace di dirlo. E questo non fa che ingigantire la mia paura. Che io non andassi bene com’ero, credo sia stato chiaro fin dall’inizio. Altrimenti non si spiega, per esempio, perché mi abbiano chiamato Andrea. Con questo strano nome che sembrava il nome di un altro, di un’altra, della donna che non ero – che avevo la colpa di non essere? [à suivre]

Il progetto « Cuochi per Cascia », organizzato dalle 17 società di Contrada in collaborazione con la Misericordia di Siena e la Protezione Civile, ha visto il coinvolgimento di  149  contradaioli che si sono alternati come volontari a partire dal 19 novembre 2016,  cucinando circa 56 mila pasti  alle popolazioni stremate dal Sisma. “ (Dai giornali di Siena)

[Continua da sopra] Forse dire che mi vogliono morto è troppo. Forse mi vogliono soltanto diverso. Ma diverso come? That’s the question. Per esempio, la faccia, nell’ipotesi che sia una questione di faccia. A questo proposito, non si può non ricordare un vecchio diario: “ Giovedì 4 luglio 1996 – La mamma mi diceva: « Fammi un sorrisino ». Ma io non glielo facevo. Non sono cattivo, sono solo stupido. O forse ho dei problemi con la faccia. Se gliel’avessi fatto, l’avrei fatta contenta e magari avrei avuto la recen­sione di Cesare Garboli come oggi succede a Benigni in occasione del suo primo libro. Non mi piace che mi facciano ridere. Non mi piace che mi facciano il solletico. Che mi tocchino in certi punti. Provocando quella reazione inconsulta, quello spasmo – doloroso, spaventoso – che si chiama riso. Avrei potuto fare un sorriso finto, americano, berlusconiano, e anche in questo caso la vita mi avrebbe sorriso di più. La mia faccia – che non è bella – è opaca come un televisore spento. È una faccia perplessa, distratta, preoccupata, impaurita, stupìta, stupida, insomma. Quando sorrido, sorrido come un bimbo: è un sorriso così timido, così candido, che non c’è da stu­pirsi che non lo voglia mostrare. Ma il problema, ormai lo so, non è ridere, è fare ri­dere. Come Benigni. Come la mamma. Fare ridere è un modo di fare. Un modo di dare e di ricevere. Un modo di chiedere. Io non sono cattivo, ma non so fare ridere. (Se a farmi ridere è una donna va ancora bene. È come il pizzicorino delle compagne di classe, una cosa puerile, una cosa di più di trent’anni fa, va bene per i grassi, a me non ricordo che l’abbiano mai fatto, anche perché non sono mai stato grasso. Se a cercare di farmi ridere è un uomo allora il discorso cambia. Perché non capisco che voglia da me che sono un uomo come lui. Quelli che fanno ridere si chia­mano comici. In Italia ce ne sono tanti. Alcuni sono ricchissimi) “. E comunque, questo della faccia non è un problema solo mio. Basta vedere quanti sono quelli che improvvisamente, da un giorno all’altro, appaiono con la faccia coperta da ispidi peli, divenuti, da inermi imberbi che erano, spaventosi, minacciosi barbudos. E uno si chiede: perché lo fanno? che avranno da nascondere, da non fare vedere? Io, per tanto tempo, ho avuto i baffi. Mi stavano, dice, anche bene. Però a un certo punto me li sono tagliati. Volevo vedere la mia faccia nuda. E ora mi rendo conto che anche questa era una pretesa. Era un po’ troppo. O troppo poco. Ma ormai è tardi. Ormai sono un uomo senza baffi – senza barba, senza capelli lunghi, senza tatuaggi, senza orecchini, senza piercing etc. Un uomo senza? La mamma non sarebbe d’accordo.

“ Londra – Li hanno rubati con una tecnica che sembra copiata da Tom Cruise in Mission impossible: un buco nel lucernaio del tetto, poi si sono calati per 20 metri, sospesi nel vuoto attaccati a funi d’acciaio, hanno « strisciato » per così dire fra i raggi laser che avrebbero dato l’allarme se fossero passati dalla porta. Allo stesso modo se ne sono andati via, portandosi dietro una refurtiva eccezionale: almeno 160 libri rari, anzi rarissimi, veri e propri capolavori d’antiquariato per la parola stampata, per un valore complessivo di oltre 2 milioni di sterline, pari a circa 2 milioni e mezzo di euro. “ (Dai giornali)

Dice che la Boldrini ha scritto una lettera a Zuckerberg. Dice proprio così.

È morto Massimo Fagioli, neuropsichiatra, scrittore e intellettuale “ (Titolo di repubblica.it)

Bersani cita la sua mamma: chi ha più buon senso ce lo metta. Il problema è: qual è il (buon) senso della mamma di Bersani?

La mamma dei Bersani è sempre incinta “ (Proverbio del giorno?)

L’ansia palingenetica di Renzi “. Molto ben detto. (Polito) “ Chi si ferma è perduto “ (Ibid.)

Il sosia di Hitler è stato arrestato in Austria con l’accusa di aver celebrato l’epoca nazista, considerato un reato. Il 25enne, riga da una parte e baffetti, che si fa chiamare Harald Hitler, è stato visto mentre si fotografava fuori dalla casa dove Hitler è nato, a Braunau am Inn, in Austria appunto. Il portavoce della polizia ha riferito alla Bbc che il ragazzo non stava giocando, anzi, « era ben cosciente di quello che stava facendo » ed era già stato avvistato sia a Vienna che a Graz. “ (Dai giornali)

L’errore madornale di pensare che i comunisti siano “ di sinistra “. I comunisti non sono né di sinistra né di destra. I comunisti sono i comunisti sono i comunisti sono i comunisti.


ROSSORI

Sotto la foto del ragazzo sosia di Hitler scriverò la seguente didascalia: “ Nazional-sosialismo “.

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Martedì 14 febbraio 2017

q1133virguesto non vuol dire che saper scrivere bene non possa restare, per alcuni, un traguardo da raggiungere, e un requisito da parte di datori di lavoro particolarmente esigenti; ma, parlando sempre di medie e non di picchi, di scriventi e non di scrittori, sono del parere che in futuro diventerà qualcosa di simile a una bella virtù privata, come saper dipingere o cantare bene. Ma perché parlare di futuro? Per molti versi, come mostrano gli esempi che ho citato, è già così. E il sole non ha smesso di sorgere, direbbero gli ottimisti: senza avere tutti i torti. “ (Claudio Giunta, Saper scrivere bene potrebbe non essere più così importante, in Domenicale del Sole 24 ore, 12 febbraio 2017)



“ New York – Sognava una bambola a sua immagine fin da quando era piccola: sì, perché Jazz Jennings, che oggi ha 16 anni, nel 2007 fu la persona più giovane al mondo a dichiararsi transgender, e divenne una celebrità grazie al reality I am Jazz, in cui raccontava la sua vita di bambina in un corpo di maschio. Ora la Tonner Doll – specializzata in giochi da collezione – l’accontenterà: presentando alla fiera del giocattolo di New York, che apre il 18 febbraio, « Jazz », prima bambola trans a lei ispirata. “ (Dai giornali)

Poi ripenso alla mamma di Bersani. E se avesse ragione lei? Se avesse sempre ragione la mamma? Dopotutto, la mamma è l’unica di cui sappiamo qualcosa e che, soprattutto, sa qualcosa di noi.

Qualcuno ieri, non ricordo dove, non ricordo chi, ha detto che Renzi parla come se fosse la Sibilla. Io, che assolutamente non voglio, e non posso, parlare di politica, dico tuttavia che può capitare. Dico di essere “ sibillini “, cioè di esprimersi in modo oscuro, ma anche tremendamente, imbarazzantemente, minacciosamente, allusivo. Come qualcuno che vuole dire qualcosa ma non può che dirlo in modo nascosto, cifrato: segretamente, diciamo così. Come se solo chi è capace di decifrarlo fosse ammesso a capirlo, a penetrare quel segreto etc. Poi ci sono quelli che parlano chiaro, che parlano “ come magnano “, che “ dicono pane al pane “. Ma, se devo dirla tutta, per me sono solo dei grandi bugiardi.

Poi c’è Asor Rosa che dice che a Roma – a Roma? – ci vorrebbe una “ dittatura illuminata “ – illuminata?

Poi vedo che sull’Espresso c’è un articolo della signora/ina Mariangela Galatea Vaglio nel quale si invita a imparare a usare la punteggiatura. Il punto è che l’articolo, comme d’habitude, è corredato da una foto di Totò e Peppino nella famosa scena della lettera, in Totò, Peppino e la Malafemmina (Mastrocinque, 1956). Allora io dico che bisogna decidere: o si parla di scrittura o si parla di cinema, o di scrivere o di ridere. Punto. E basta.

Poi c’è la mamma del presunto assassino di Yara che dice che, sì, è la mamma, ma a sua insaputa, perché è stata inseminata a sua insaputa etc.

Ormai, qualunque cosa faccia, io mi sento una Gertrude. Penso sempre a quel ciuffo, che non vuole saperne di stare nascosto. Io rigo dritto, ma…

Dice Bersani che Renzi gli ha messo le dita negli occhi. E Renzi, che gli hanno messo le dita nel culo, che deve dire, Renzi?


ARCHIVIO

“ Senza data [1980] – Nel giornalismo che aborrisce/abolisce i punti interrogativi la dispersa plebe delle certezze minuscole. Chiarezza, chiarezza e il nero solo in certe occasioni. Il qui, l’oggi, il mattino, e se è la sera è illuminata a giorno. L’effimero portato avanti, dietro non c’è mai niente. La memoria archivio. Al quarto piano. La preghiera laica del mattino. Ma io pregavo la sera. Prima di addormentarmi. “.


ROSSORI

Sotto la foto di una mazzetta di giornali scriverò la seguente didascalia: “ Giornalismo che passione “.

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Mercoledì 15 febbraio 2017

m948virgercoledì 15 agosto 2012 I romanzi? I « romanzi » li faceva la mamma – « 26 marzo 1995 – Prima di addormentarsi la mamma faceva i “ romanzi “. Diceva così. » -. Io non ho scritto un romanzo: io ho non-scritto un romanzo. Io ho scritto un diario. I romanzi degli altri. “. [*] [*] Diciamo la verità: la letteratura, qualunque cosa sia, è una cosa seria. Io, invece, non tanto. Anche la politica è una cosa seria. Anche i soldi. Anche le donne. Anche i figli…






Questo diario, questa cosa che scrivo da più di quarant’anni, questo “ scrivere “, questa volta è davvero finito, io voglio che sia finito. Perché io voglio ricordare quello che è successo prima, prima che cominciassi a scriverlo. Quando non scrivevo, quando facevo tutto meno scrivere. Quando ho tentato – senza riuscirci? – di vivere. (Dedicato al signor Rossi di Genova, il camallo, il sindacalista, il padre della povera ragazza brutta – vedi foto – caduta dalla finestra di un albergo spagnolo, che non vuole convincersi che si è buttata, che dice che la volevano stuprare, che erano, “ non a caso “, del paese di Licio Gelli etc.)

Nella vignetta di Paul Noth pubblicata oggi su Internazionale si vede una moglie in vestaglia con una tazza di caffè in mano che dice a quello che è presumibilmente il marito, un uomo in divisa, un militare: “ Ah, oggi attacchi da casa? “. La scena si svolge nel più “ casalingo “ degli ambienti domestici: la cucina. Che il militare stia “ attaccando “ si può solo dedurlo, ma da che cosa? Quello che si vede è che sta digitando qualcosa sulla tastiera di un portatile, ma che questo qualcosa sia un ordine di attacco invece di una mail qualsiasi se non addirittura il solito videogioco non si può in alcun modo accertarlo. Allora perché la gentile signora è così sicura che l’uomo stia facendo la guerra? Forse è solo una questione di divise: la vestaglia della donna che sorseggia il caffè / la divisa stricto sensu, con tanto di medaglie, dell’uomo che digita. A meno che uomo che siede davanti a una tastiera, che digita, che scrive non sia in ogni caso un uomo che attacca, cioè che fa la guerra etc. Bisognerebbe chiederlo a Paul Noth, ma dubitiamo che risponderebbe. Quello che si vede in realtà è una gentile padrona di casa che, del tutto a suo agio nella mollezza del più domestico dei risvegli, domanda al suo coinquilino, con un’aria che non si sa bene se sia più di irrisione o di compatimento: ma che fai, a quest’ora, già tutto vestito, già in piedi, a digitare, a video-giocare, che stai a fa’ – si può benissimo ambientare la scena nella capitale d’Italia… Io, comunque, sotto la vignetta scriverò questa didascalia: “ Pace e guerra “.

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Più osservo su di me e sugli altri le cause e gli effetti della vergogna, più sospetto che questo sentimento primario e terribile abbia qualcosa della vocazione. “ (Matteo Marchesini, Il romanzo della vergogna, in Il Foglio, 7 novembre 2016)

A Siena hanno rubato un Monte “ diceva il cartello di quelli che sono venuti a Roma a protestare. Ma io ho pensato: a Roma capiranno – che “ un monte “ vuole dire il Monte, o un monte, ma anche “ un sacco “ -? E comunque a Roma sono più bravi a rubare che a capire…


ARCHIVIO

“ 7 dicembre 1984 – I testi giornalistici che ritaglio incollo inquadro. Lo stupore di chi è affogato nel mare della scrittura altrui. Credevo di avere l’« esclusiva »? “.


ROSSORI

Sotto una foto dei partecipanti alla manifestazione inaugurale del “ Campo progressista “ scriverò la seguente didascalia: “ Vita dei campi “.

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ROSSORI

Sotto un particolare della foto del calciatore Luis Figo con la moglie scriverò la seguente didascalia: “ Figo “.

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Giovedì 16 febbraio 2017

l1862a mamma di Bersani… Credo di avere capito che i comunisti sono quelli che credono nella mamma. Ma non tutte le mamme sono uguali. Per esempio la mia. Che, se ricordo bene, non era assolutamente come le altre, era, diciamo così, diversa da tutte. Come mi sento di essere io. Talis mater?









Dice che domani è l’anniversario di Mani Pulite. Dice che “ l’arresto di Mario Chiesa diede il via al crollo della Prima Repubblica “. Mah. Boh. Io vorrei soltanto sapere se “ Chiesa “ era un nome d’arte. Cioè se esiste un’arte dei nomi, di leggerli, di portarli etc. Quello che penso io è che Mani Pulite è stato un grande pasticcio, un colossale imbroglio, anzi un maledetto imbroglio. « Ma quello è un film… » Appunto… appunto…

Mani pulite. E sottolineo “ mani “.

Quando sento parlare di Mani Pulite io ripenso a un diario: “ Senza data [1981] – « Gide nel suo Journal racconta questo aneddoto abbastanza confortante. Durante l’altra guerra un ufficiale tedesco si trovava in un negozio, nella Francia occupata, quando una donna entrò con un bambino in collo. Questo bambino al posto delle mani aveva dei moncherini. L’ufficiale pensò senz’altro che le mani fossero state tagliate e fuggì dal negozio gridando disperato: “ Ma allora è vero, è vero che abbiamo tagliato le mani ai bambini “. Di fatto, poi, quel bambino era nato senza mani. » (Bernard Berenson, Echi e riflessioni, alla data 5 febbraio 1941, dopo che si è chiesto se non si possa battere i tedeschi semplicemente arrendendosi) “.

Mani Pulite: in che senso? « In che senso pulite? » No, in che senso mani.

Mani Pulite. « Come Mani sulla città? » Ecco, bravo.

“ [I] tratti del suo viso sono distorti dalle parole che sta urlando. […]  È per quelle parole che ha fatto tutto questo, per poter essere sentito dal mondo. “. Leggo su Doppiozero un articolo sulla foto dell’attentatore di Istanbul che ha vinto il World Press Photo. (Dario Mangano, Celebrating Ph(o)tography) Per quanto mi riguarda, non trovo niente di meglio per commentarla che un vecchio diario: “ 31 maggio 1983 – le mostre / così / venivano / a bomba / alle mostre / un silenzio / di tomba. “. Insomma: la verità delle foto è che nelle foto non si sente mai niente, che le foto sono sempre senza voce. Che per farsi sentire, le foto – i fotografi – sono disposte/i a fare di tutto. Tanto peggio per gli ambasciatori.

Madame Bovary – scusa la banalità un po’ scolastica – è il libro che illumina i segreti della passione letteraria, e si può dire che sta al lettore di romanzi come La finestra sul cortile allo spettatore cinematografico. “, dice Guido Vitiello – molto bravo.

Mi è tornato in mente un altro diario: “ Senza data [1975] – l’ambasciatore / non porta pena // se non di fare / l’ambasciatore. “.

Dev’essere molto innamorato lo scrittore ignoto che ha vergato sull’asfalto, proprio sotto la finestra, – o sarà un balcone? – della sua amata – o sarà un amato? – quella parola in caratteri colossali, cubitali, bianchi di calce. La parola è: “ Principessa “. Anzi: “ Principesa “. L’ignoto scrittore deve essere molto innamorato e anche discretamente analfabeta.

“ [Dicembre 1840] – Tutto intorno al cortile, al di sotto della cornice dei tetti, sono ancora incollate, ultime vestigia dei funerali, le lunghe striscie di tela nera sulle quali erano stati dipinti in lettere d’oro, a tre per tre, i nomi dei generali della Rivoluzione e dell’Impero. Il vento comincia tuttavia a stracciarle qua e là. Su una di queste striscie, la cui punta staccata fluttuava nell’aria, ho letto tre nomi: SAURET – CHAMBURE – HUG… La fine del terzo nome era stata recisa e portata via dal vento. Era Hugo oppure Huguet? “ (Victor Hugo, Cose viste – I funerali di Napoleone)

Poi siamo andati a quella merceria dove andiamo spesso e che mi piace perché fa il “ book-sharing “, nel senso che c’è un banchetto su cui sono ammucchiati molti libri tutti vecchi e si possono prendere per leggerli e poi, possibilmente, riportarli etc. Ce n’erano diversi che mi piacevano e infatti li ho presi, ma quello che mi ha incuriosito più di tutti è stato uno dal titolo La carrozzina del presidente. In copertina c’era una foto di Roosevelt; l’autore è uno che, olim, ho conosciuto, proprio quello di cui si parla in questo diario: “ 24 febbraio 1984 – « Io non leggo quasi mai le cronache dei processi di terrorismo perché quando mi imbatto in certe parole che anch’io in quegli anni ‘70, ‘71, ‘72, ‘73, ho pronunciato tante volte dandogli un certo significato, mi accorgo rileggendole che potevano averne un altro. Al­lora devo cambiare pagina perché sto male. » (Franco Piro ai giornali) “.

Poi scopro che Igor Man si chiamava in realtà Manlio Manzella. Non si finisce mai di scoprire.

« Creatura alata ideata da Ariosto » « Ippògrafo » “ (L’Eredità, Raiuno, ore 19. 09)

“ Fermati! “, dice Bersani. Questa mi sembra di averla già sentita, dico io – “ Martedì 23 marzo 1999 – « I fermatori di Cristoforo Colombo » (Non ci resta che piangere, Benigni-Troisi, 1984) “.


ARCHIVIO

“ Martedì 18 gennaio 2000 Solo per abitudine, ormai, cioè senza pensare che ne farò qualcosa, ritaglio le foto dei giornali. Sono quasi soltanto quelle dove compare il “ tocco di rosso “, quello che, se fosse mai stata veramente formulata, ogni volta confermerebbe la mia teoria del “ tocco di rosso “. Comunque di tocchi di rosso ne continuo a trovare, e anche dove non ci si aspetterebbe di trovarli, e la cosa mi fa anche ridere. Oddio, è sempre un riso amaro, perché il tocco di rosso non è una carezza, né un’amichevole pacca sulla spalla, né un affettuoso buffetto. Per quanto piccolo e quasi invisibile sia – come quello di poco fa, nella foto di una insospettabile stanza da bagno, pulita, luminosa, deserta di presenze umane o bestiali, eppure c’era, piccolo e puntuale, ma sì, guarda meglio, lì, fra gli spazzolini da denti, lo vedi, la vedi quella punta di spazzolino seminascosto dagli altri, lo vedi di che colore è? – è sempre una puntura – nel vivo -, una fitta – al cuore -, una ferita – che non si rimargina tanto presto. È come se il tocco di rosso – quel piccolo rosso, acuminato e improvviso, silenzioso e appuntito, che immancabilmente – puntualmente – appare in un punto qualsiasi della foto – avesse dato una visibilità più vera, più facile ma anche più micidiale – più brutale, più essenziale, più universale – a ciò che Roland Barthes chiamava il punctum di una foto, cioè il suo nucleo vitale, il suo cuore pulsante, il suo centro significante. Il punctum, si potrebbe dire ora, è nel tocco di rosso, oppure, per dire meglio, il punctum è il rosso. Il punto è il rosso – non gli oggetti, veri, falsi, non i corpi, nudi, vestiti, non gli uomini, non le donne, non la moda, non la storia – il punto è il rosso, solo il pungente, tagliente rosso. E il resto è silenzio, anzi no: sono solo chiacchiere. “.


Venerdì 17 febbraio 2017

u532virgna donna minuta (appena 1.55 di statura), ma un gigante d’attrice. “ (Dai giornali)












Non c’è niente da fare: io sarò sempre quello che ha smesso di studiare. Quello che ha smesso. Quello che smette. Che non vuole niente altro che smettere.

Vendite boom per La scimmia nuda dopo Sanremo “ (Dai giornali)


Sabato 18 febbraio 2017

p1133oi mi rendo conto che io, da molto tempo, non ho più un giardino. Ed è perfettamente inutile obiettare che in realtà non ce l’ho mai avuto, perché, comunque, non era mio, ma dell’Istituto a cui appartiene la casa in cui vivevo e che, anche lei, non è mai stata mia. Perché, comunque, in qualche modo, io ce l’avevo. Cioè lo vivevo etc. E comunque ora non ce l’ho, per la semplice ragione che non c’è più, perché ci hanno fatto un parcheggio etc. Il punto è: riuscirò io mai ad accettare di non averlo più, di sapere che non esiste più, a rassegnarmi, a farmene una ragione etc.?




La crisi cronica, e la pervasività dei mezzi di comunicazione « orizzontali », mostra aspetti inquietanti ma anche salutari: ad esempio, ha contribuito a strappare un lembo del vestito dell’imperatore. I mastodonti dell’editoria che nell’ultima fase del Novecento, pur essendo di fatto anonime aziende massificate, volevano nascondere ancora questa realtà dietro i blasoni della cultura moderna, oggi non riescono più a mascherarsi così. Il monopolio equivoco della filiera letteraria che hanno avuto tra la fine degli anni Settanta e il Duemila, nel periodo che va dal tramonto della cultura critica novecentesca alla diffusione del web, appare allora sotto una luce equivoca; e un numero molto maggiore di persone può constatarne la scarsa credibilità. La rete, poi, ha riunito individui accomunati da interessi e visioni critiche, e diminuito così l’ansia di trovare fori di dibattito o spazi di visibilità fuori dai grandi media e dai sistemi tradizionali di pubblicazione. Questa svolta, tra l’altro, provoca anche reazioni un po’ buffe da parte dei rappresentanti della grande editoria. Gian Arturo Ferrari, che si è compiaciuto di riunire nel suo curriculum una preparazione umanistica ormai rara e un’aggiornata spietatezza manageriale, in una sua monografia storica sul libro prende in giro gli apologeti del web, ma lo fa con la stizza elegiaca del « realista » superato dalla realtà che credeva di controllare. E così l’ultimo Eco. Non è comico che dopo tanti sarcasmi sui nostalgici adorniani, i nostri intellettuali matter-of-fact finiscano per proporne la parodia? Un vero contrappasso. Il fatto è che la realtà non si controlla, e nella società liquida c’è sempre qualcuno più liquido che ti liquida. Io sono tendenzialmente leopardiano, quindi figuriamoci se mi metto a esaltare i nuovi monopoli virtuali e la demagogia egualitaria della rete. “ (Matteo Marchesini risponde a Filippo La Porta) (“ È roba da acrobati, ormai, contestare un culto del fatto compiuto che si sviluppa in tempi da record, e che produce uno storicismo al minuto o all’ora. Tempo fa chiedevo a un professore universitario perché in un corso sulla letteratura italiana dal primo Novecento al Duemila avesse ficcato una serie di romanzacci usciti nelle ultime stagioni. Dopo un momento d’imbarazzo, il professore ha ammesso che quei libri forse non erano granché; ma poi, a un tratto inalberandosi, ha concluso: « Dovremo pur fare i conti con quel che la storia ci impone ». La storia. Dopo neanche un lustro. Con passaggio immediato dei parallelepipedi cartacei dalla grande distribuzione alla cattedra. Allora ho scherzato: poniamo che durante una lezione di questo corso io entri in aula e ti afferri un orecchio, gli ho detto; poniamo che te lo torca con molta energia, continuando a stringere, senza che tu riesca a liberarti e senza che nessuno accorra in tuo aiuto. Dopo quanti dolorosi minuti il mio gesto può considerarsi non un atto di brutalità ma una ineludibile necessità storica? “ (Ibid.)) (“ Se lo si fa con limpida esattezza, descrivere la propria solitudine disarmata, priva di strumenti, e magari anche le proprie tentazioni o velleità, significa già dare un contributo critico di rilievo, perché dirada le nebbie irreali che ci sottraggono a una vita più piena e che ci spingono a inseguire fantasticherie di dominio. “ (Ibid.))


EX LIBRI

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Domenica 19 febbraio 2017

h540o pensato che, volendo fare lo spiritoso, potrei anche intitolare il mio diario: Il mestiere di sopravvivere. E comunque ho sopravvissuto anche troppo.











A Siena i muri erano pieni di murales. Dicevo: vorrei sapere chi è l’imbecille che li ha autorizzati. (Un sogno)

Grandi speranze. O sono grandi o non sono.

Poi mi affaccio alla finestra e vedo uno che corre. E penso: meglio correre che scrivere.

Poi ripenso a un diario: “ 16 febbraio 1994 – Come il babbo faceva i conti delle spese di casa così io scrivo il diario. “ . Ma i conti del babbo tornavano, i miei, invece, no.

Poi penso che ho pensato anche troppo.

Poi vedo che stamani c’è un visitatore del mio diario che sta nell’isola di Reunion. Troppo bello.

E stasera su La7 danno Sfida all’OK Corral. Bravi anche loro.

Dice che Scalfari ha detto che ci vuole Veltroni. Il Partito Democratico: tu vuo’ fa’ l’americano

Quando ho sentito Renzi che diceva:“ Si va avanti, allegri e frementi “, ho ripensato a un diario: “ Senza data [1980] – Scherza coi santi e lascia stare i campi. (Per gli esteti dell’arretratezza) “.

Poi c’è Cuperlo che cita Gioventù bruciata. Stumpo, invece, Via col vento.

Oggi non ho comprato il giornale. Anche perché devo ancora leggere quello di ieri. Ieri: è un altro giorno. A proposito di Via col vento.

“ Tu quoque “, ho pensato vedendo la mia amica che indossava il piumino a coste fitte – non so come si chiami esattamente – che ora indossano tutti. L’ho pensato, ma non gliel’ho detto. Perché, a pensarci bene, se mi capita l’occasione, per esempio se ne trovo uno che costi pochissimo, finisce che me lo compro anche io – ego quoque. Fortuna che arriva il caldo…

“ Il passato non è il futuro “, dice Veltroni. Che sembra scemo ma invece…

Con le sue brave sciarpette, con i suoi bravi cappellini, il popolo va alla partita. Il popolo ama (la) Roma. Poi ci sono anche i laziali. Ma quella è un’altra storia.


Lunedì 20 febbraio 2017

u533virgn’altra grande prestazione teatrale firmata Flavio De Paola. Questa volta l’ormai noto attore ha portato in scena un monologo di assoluta qualità raccontando Novecento, tratto dall’omonimo romanzo di Alessandro Baricco. Ad ospitare questa prestazione di assoluta qualità è stato il Teatro Lo Spazio, in via Locri 42. “, diceva ieri Manuel Marchetti su Abitarearoma.net. Il mio diario, invece, consta alla data del 31 gennaio 2017 di 6.031.464 parole. Questo lo dice il mio pc Acer Aspire etc. etc. Dopodiché non mi sembra che ci sia, francamente, molto altro da dire. Io, comunque, non ce l’ho.



La parola “ ricatto “.

“ Umberto Eco… ma non è morto? “, mi dice lei sentendo la pubblicità. Sì, è morto, e vende insieme a noi. L’eco di Eco.

“ Neanche un prete con cui parlar “. Era una canzone. O un ricatto? Che strane domande mi vengono in mente…

A Cascina c’è il “ Progetto Virgo “. Bravi anche loro.

L’incauto Fetonte precipita con il carro di suo padre il Sole. Monito ai gradassi di ogni tempo. “ (Da un servizio sull’inaugurazione del museo Fulcis a Belluno)

Si è indotti a credere che lo studio di Caravaggio fosse in un seminterrato. Un Caravaggio, in tutti i sensi, underground “, dice il nostro Tomaso.

Per lo stesso motivo Andrea in italiano è un nome maschile anche se termina in -a (come Enea, Elia, Luca). Negli ultimi anni ci sono anche fanciulle che vengono chiamate Andrea, ma per influsso del tedesco, dove Andrea è un nome femminile (e il maschile è Andreas). “, dice la signora/ina Mariangela Galatea Vaglio. Sarà.


ARCHIVIO

“ 4 giugno 1984 – Era un grande partito che viveva di piccoli ricatti. “.


ROSSORI

Sotto la foto di Mauro Covacich che, oltre a scrivere, corre scriverò la seguente didascalia: “ Corridore e scrittore “.

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Martedì 21 febbraio 2017

c1364omunque sia andata – ai posteri l’ardua sentenza -, io sono solo un ex giornalista, un post giornalista, un non giornalista. Io sono morto, il giornalismo no. [*] [*] E con quello di oggi i miei capolettera, cioè le mie iniziali, cioè i miei inizi sono 21.000. Potrebbe anche bastare.









E Renzi va in California. Tu vuo’ fa’ l’americano.

Poi c’è Mussi. Con i suoi baffi.

“ No a riforme cadute dall’alto “, dicono i 5Stelle. Insieme ai tassisti.

La storia: una “ favola bella “.

Poi mi torna in mente un diario: “ 24 aprile 1994 « Questo fu il poderoso “ ginseng “, l’elisir di lunga vita della classe politica poi sgominata dalle inchieste giudiziarie: lo spazio, l’importanza che le dettero i giornali e in particolare i giornalisti della radiotelevisione di Stato. Senza questo fiato vitale infuso dai “ media “, la condizione ormai cadaverica del sistema politico sarebbe stata lampante, addirittura certificabile, già dai primi Ottanta. E il processo Cusani si sarebbe celebrato dieci anni fa. » (Dai giornali) “.

Esegeta “: a i’ Rossi gli piace dire “ Esegeta “. L’ha detto stamani è anche stasera.

L’omone in divisa? È il portiere dell’albergo. Il ricco è quell’altro, quello con la faccia da tossico e il codino. E con il macchinone, rosso. (Spot )

La comicità: è democratica. E fammi un sorrisino…

Gli italiani: un popolo di poeti, di santi e di ricattatori.

Anche i’ babbo di Renzi c’ha il piumino a costine etc. Lui quoque.


ROSSORI

Sotto il particolare di una foto del presidente della Regione Toscana Enrico Rossi scriverò la seguente didascalia: “ Che tempo che fa “.

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Mercoledì 22 febbraio 2017

i2008o non vivo a Roma. Io non vivo a Siena, soprattutto. Io non vivo in un sacco di posti. Io, insomma, non vivo. Tanto varrebbe morire. Fine della non vita.











La fratelliferrinizzazione del mondo. “ Fratelliferrinizzazione “: vedi: “ 21 maggio 1994 – I fratelli Ferrini si picchiavano sempre. Avvinghiati rotolavano fra le aiuole. Erano scoppi improvvisi, terribili, nella quiete delle mattine d’estate. Pesti, sanguinanti, tornavano poi alle loro faccende. Come se niente fosse successo. I fratelli Ferrini erano sei. Io ero figlio unico. Io restavo allibito. “.

Il fatto è che, caro Mauro Covacich, quando uno corre ha sempre un po’ l’aria di scappare.

Tom Hanks diventa scrittore “ (Dai giornali)

Infine, il Mobility Manager di Ateneo Gianfranco Micheli presenterà le iniziative sulla mobilità sostenibile, come le biciclette elettriche di uso aziendale e la promozione del car sharing. L’incontro sarà moderato da Simone Gambini, Energy Manager d’Ateneo, e sarà introdotto dal rettore Francesco Frati e del vice sindaco Fulvio Mancuso. “ (Dai giornali di Siena)

Frati “: sarà un nome d’arte? (Un nome di rettore)

La terra di nessuno è solo un modo di dire. Il modo di dire di uno che si chiama, che dice di chiamarsi Nessuno. Uno spiritoso, uno che ama i giochi di parole, uno furbo. Uno che ama la terra, che per avere la terra è disposto a tutto. La terra di nessuno è un modo per dire che la terra è sua, e di nessun altro.

Avere a che fare con i calciatori non è facile. Li devi blandire, coccolare, accarezzare, esaltare, spesso frustare e farti odiare. Per un po’ puoi abbozzare, poi devi reagire. Oppure fare il sergente di ferro, non avere rapporti, fare l’antipatico e l’insopportabile per scelta, sparare ordini a raffica, guardare tutti dall’alto in basso. “ (Dai giornali) (“ Il premio « Ammutinamento del Bounty » non può che andare ovviamente alla Francia di Domenech ai Mondiali in Sudafrica, con Anelka che prese a parolacce il ct, Evra che guidò la rivolta col rifiuto di allenarsi e Ribery che se ne venne fuori con un clamoroso: « È ufficiale siamo scoppiati ».  Mai visto, impossibile fare peggio, uno scandalo mondiale. “ (Ibid.))

« La democrazia muore nel buio ». Non l’ha mandata a dire all’Amministrazione Trump il Washington Post, che poche ore fa ha cambiato la testata su Internet, rivoluzionando uno dei siti di notizie più seguiti del mondo. “ (Dai giornali)

Ultimora: “ Allarme pentola a Parigi “.

È morta la mamma di Spielberg. A 97 anni. La mia, invece, è morta a 77. La petite difference.


ROSSORI

Sotto la foto di una giornalista ignota che registra il diverbio fra l’attore Pif e il governatore della Sicilia Crocetta scriverò la seguente didascalia: “ Sotto-missione “.

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Giovedì 23 febbraio 2017

l1867a visione del mondo. Forse non è neanche vero che il mondo voleva essere visto. E comunque non voleva essere visto da me. Forse il mondo stava bene com’era, tutto quello che gli serviva era di essere riconosciuto. Da qualcuno. Che però non ero io. Io ero, fin dall’inizio, superfluo. Inservibile. Troppo strano per servire a qualcosa. Troppo maschio per essere una femmina. Troppo femmina per essere un maschio. Forse il mondo voleva solo una figlia. Forse è per questo che, non sapendo che fare di me, mi ha chiamato Andrea. E continua a chiamarmi: Andrea… Andrea… Andrea… Ma io non voglio rispondere più.



Uscita fuori dal burrascoso divorzio con Brad Pitt, Angelina Jolie sembra finalmente decisa a rimettersi al lavoro nella triplice veste di attrice, regista e produttrice. Come regista si sta rivolgendo all’Italia: sembra infatti che voglia portare sul grande schermo Senza sangue di Alessandro Baricco. “ (Dal web)

Se la politica tramonta s’avanza la repubblica dei comici “ (Titolo del Foglio)

Sono sicuro di avere sentito Renzi dire: “ Noi non siamo contro “. “ Noi “ no, ma “ loro “?

Una T al posto di una S, la parola muert (in dialetto vuol dire morto) intesa al posto di muers (che indica genericamente un oggetto ingombrante), intercettata dagli investigatori la sera del 17 ottobre del 1995, mentre Massaro parla con la moglie al telefono una settimana dopo che il suo amico Lorenzo Fersurella è scomparso. « Faccio tardi stasera, sto portando u muers », dice Massaro. « In realtà stava trasportando un ingombrante slittino da neve attaccato alla sua auto », spiega l’avvocato Salvatore Maggio, che aveva chiesto la revisione del processo. « C’erano anche testimoni che avrebbero potuto confermare l’alibi, ma i difensori di allora non li citarono convinti che l’impianto accusatorio fosse debole. Il processo andò male chiudendosi con una condanna definitiva a 24 anni ». “ (Dai giornali)

Poi sono andato al supermercato Tuodì e c’era uno che conoscevo. Era Valentino Parlato, e io gli ho detto: “ Valentino! “. Ci siamo stretti la mano e intanto lui mi chiedeva: “ Ci conosciamo?.. Chi sei?… “. Ma io sono rimasto nel vago, gli ho detto solo: “ Ci siamo conosciuti… nel corso del tempo… “, gli ho detto proprio così. Mi piace sempre dire la parola “ tempo “.

Renzi è, come dicono, “ avventurista “? Come minimo è “ avventuroso “. Concetto di “ avventura “ etc.


Venerdì 24 febbraio 2017

q1134uando io vedo in tv l’onorevole Arturo Scotto io penso ai microbi, poveri microbi… (“ Nel […] Mistero Glorioso si contempla Sant’Arturo / che con il cazzo nel futuro inculava i microbi “)










Il video in poche ore è stato condiviso sulle bacheche facebook e le pagine fan: le immagini sono forti, e pesanti: si vede una donna sui 50 anni che urla disperata mentre all’esterno due persone la deridono. Sullo sfondo anche un’altra donna, in silenzio e in attesa della riapertura della porta del gabbiotto, bloccata dal muletto con a bordo uno dei due uomini. « Non si può entrare nell’area rotture », dice il primo mentre riprende e l’altro parla di « averle chiuse in gabbia ». I due si inquadrano in primo piano, sorridono, poi girano la camera verso le donne. Le riprendono dall’alto, attraverso le sbarre del gabbiotto. Una prigione improvvisata, usata per custodire i cartoni e gli scarti del supermercato.  Tutto è successo giovedì mattina, a Follonica (GR), in un’area non aperta al pubblico del piazzale della catena tedesca. Lidl si è subito dissociata e ha aiutato i carabinieri a individuare i due dipendenti. La prigionia improvvisata è durata pochi minuti con le donne liberate dagli stessi dipendenti. “ (Dai giornali)

Vedendo Vauro in tv credo di capire che cosa era il comunismo. Era una stella rossa. Una divisa militare. Un’armata: rossa. Uno strano soldato. (Vauro è, francamente, orribile. È anche molto rosso. Io mi chiedo: è orribile perché è rosso? È il rosso che è orribile? Il rosso è orribile?)

Sono nato sul crinale che, per fortuna, divide la Valdichiana dalla Val d’Orcia: così, lo scontro di civiltà non degenera in rissa quotidiana. Dottore di ricerca in Filosofia, ma non importa, non ci capivamo: Orwell mi sembrava un filosofo, Heidegger un sofista (per non dire peggio), e nessuno era d’accordo con me. Insomma, ero stufo e mi sono messo a rileggere i libri che mi piacevano da piccino. Sono stato educato alla scuola critica di Carlo Monni: « La poesia è un brivido, tutto il resto è letteratura ». Proprio del resto, però, tocca occuparsi. Secondo me, avrei fatto meglio, in generale, a mettere su una band shoegaze, ma non sapevo né suonare né cantare, e sarei stato perfetto. “ (Questo è Paolo Bonari, 37 anni, sta a Firenze, è di Chianciano. Dice di sé: “ C’è chi passa la vita a complicarsi, ad annodarsi. Altri nascono annodati e riescono, finalmente, a sciogliersi, da grandi: chi fa i nodi e chi li sfa. Io l’ho sciolto, sono salpato. “. Dichiara di parlare l’italiano, il francese, l’inglese, il latino, il toscano e il greco antico. Ha un omonimo: il sindaco di Asciano – vedi foto, con fascia)

Renzi: fosse uno solo… I Renzi.

Poi c’è il sindaco di Follonica che evoca la “ banalità del male “.

Nel 1945, a Siracusa, nel ribollire delle passioni separatiste e unitarie la libreria Mascali si faceva editrice di un libro intitolato Che cos’è questa Sicilia?, un ritratto della vita e della cultura siciliana concepito e scritto nel sentimento e nella ragione di un’opposizione al dilagante separatismo. Il qual separatismo poggiava sulla nebulosa ideologia del sicilianismo, che approssimativamente si può dire stesse (e ancora, ma in evanescenza sta) tra la follia e il calcolo: tra quella che il principe di Lampedusa chiama « follia siciliana », la follia di credersi diversi e migliori, e il calcolo di una classe di potere, impotente a divenire classe dirigente, che ormai orfana del fascismo (e più che del fascismo, a cui era indifferente, del protezionismo agrario, di un fascismo promosso come compensazione al depauperamento industriale, portuale e bancario) riteneva di poter barattare il privilegio geografico, la posizione strategica dell’isola contro i privilegi economici di tipo assistenziale e parassitario (il che, a guardar bene, non riuscendogli con gli Stati Uniti – il sogno della « quarantanovesima stella » – venne poi a realizzarsi dentro la Repubblica Italiana, grazie anche all’autonomia di statuto speciale che l’azione separatista riusciva indirettamente a riscuotere dallo Stato unitario). “ (Sciascia (1982) su Che cos’è questa Sicilia di Sebastiano Aglianò (1945))

E stasera mi vedo Fuocammare. E così m’imparo. « La Sicilia? » No, il cinema.

« Fuoco a mare? » « Diventava rosso il mare… Tempo di guerra… » “ (Fuocammare, Rosi, 2016)


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“ Lunedì 31 ottobre 2011 Sotto la foto del sindaco di Firenze Matteo Renzi che parla alla « convention » di ieri scriverò la seguente didascalia: « Renzi. E Lucie? ». .


ROSSORI

Sotto una foto di Vauro con una sciarpa rossa scriverò la seguente didascalia: “ Rot mit uns “.

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ROSSORI

Sotto una foto di Marine Le Pen scriverò la seguente didascalia: “ The Lady is a Trump “.

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“ 18 ottobre 1973 – M’è parso di capire / che anche / ora / che non c’è / niente / da scoprire / si può essere / avventurosi. (Intuizione) “.


Sabato 25 febbraio 2017

c1365omincio la mia giornata scorrendo repubblica.it e scoprendo che Belpoliti scrive anche lì. D’altronde, dov’è che non scrive Belpoliti? Stamani scrive sul “ segreto “. Belpoliti: segreto senza fine bello. (Credo di avere capito quello che voglio fare da grande: voglio fare il “ Belpolitologo “, diciamo così)









Lo studio di Marco Belpoliti è nel cuore della China Town milanese. Mentre raggiungo l’allegra casa di ringhiera dal colore rosso mattone, sono sicura che non dovrò telefonargli per annunciare la mia presenza. So che sul citofono troverò il suo nome e tutto quello che dovrò fare sarà solo premere un bottone. “ (Giovanna Canzi, Nello studio di Marco Belpoliti, 2016) (“ Belpoliti mi mostra la sua biblioteca, spiegandomi che qui ci. sono testi in transito. Quelli che servono per i lavori in corso. Gli altri sono custoditi in campagna. “ (Ibid)) (“ Il blu dei Meridiani (quasi tutti, manca solo qualche titolo di filosofia) copre una parete intera. “ (Ibid.)) (“ « Ho bisogno di molto spazio, perché avendo una memoria visiva, stendo i testi e li osservo nella totalità ». “ (Ibid.)) (“ Siamo arrivati alla fine della visita e dopo essere usciti insieme sul ballatoio per osservare l’orribile mostro (il nuovo edificio) che sta togliendo luce a tutta la casa (Belpoliti e un gruppo di abitanti della zona si sono opposti, ma hanno vinto interessi economici che ridurranno Milano a una colata di cemento), rientriamo in ufficio. “ (Ibid.))

 Il corpo del capo, ovvero: il capo ha un corpo, tutti gli altri, no. Les immateriaux.

Dobbiamo capire che bisogna guardarsi dietro e non davanti “ (Dichiarazione del mister della Robur dopo l’ennesima sconfitta)

Belpoliti insegna all’università di Bergamo, ma non ho capito bene che cosa: sociologia della letteratura? oppure letteratura italiana? Mah. Boh. Comunque insegna.

Belpoliti ha tre figlie. Madama Dorè.

A Belpoliti hanno rubato la bicicletta. Capita.

“ Renzi, recentemente disegnato da Altan con i suoi nei (uno in particolare, quasi da cicisbeo) “ (Marco Belpoliti, intervista (ottobre 2016)) (“ Un popolo di dilettanti, rancorosi, che è trasversale, a destra a sinistra, non ha un colore politico. Questo ha trovato in Grillo un maestro ed un leader per dar sfogo al proprio risentimento di fondo. Lì il corpo non so… Di Maio non mi pare un personaggio da questo punto di vista significativo. Consideri che non ho la televisione da più di trent’anni e quindi vedo le fotografie e mi baso su quello, ma non mi pare che la gestualità, i modi di Di Maio… Sono dei dilettanti allo sbaraglio, era il titolo di una trasmissione televisiva. Vanno a cantare, dopo aver imparato il karaoke al bar di fianco. “ (Ibid.)) (“ È tutto un ballon d’essai, un pallone gonfiato, di cui fa parte anche l’informazione, con la gente che attraverso queste, attraverso gli umori, decide dove andare; un’altalena continua di sondaggi e di prove a cui saremo sottoposti nei prossimi due anni. “ (Ibid.))

Poi scopro che Belpoliti ha scritto un libro sulla vergognaSenza vergogna, 2010 -, ma forse lo sapevo già. Fòco, fòchino, fòcherello…

Un’idea seminale: bocciare un professore…


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“ 3 giugno 1995 – Anche se non capisco come si voglia rovistare fra le tombe, maneggiare i cadaveri quando sono ancora caldi, interrogare chi non c’è più e avrà pure i suoi buoni motivi per non esserci, fare a pezzetti, tagliuzzare, squarciare, aprire, scrutare, io devo leggere quello che scrivono i critici. Per esempio questo Belpoliti su Calvino («Il Verri», IX serie, n. 3-4, 1994, p. 145-166), che mi sembra anche belloccio. (Da Belpoliti apprendo subito – ma forse lo sapevo – che Calvino scrisse su un’esposizione dedicata al tema La libertà che guida il popolo, e questo mi sembra molto molto molto interessante) (Avevo scritto Belpolitici: è una mania) “.


Domenica 26 febbraio 2017

q1135uando, da ragazzino, vedevo gli altri ragazzi che giocavano a calcio, volevo giocare anche io – non ero tanto bravo, ma ci provavo. Ora che vedo gli altri che giocano a fare i professori, a scrivere libri, a partecipare ai festival etc., a essere come loro non ci provo nemmeno. Perché penso che riuscirci sarà sempre assolutamente superiore alle mie forze. Fine del desiderio di essere come tutti.







Il prossimo 7 e l’8 aprile, a Torino, Challenge Network e Scuola Holden presentano Corporate Storytelling, due giornate di incontri con ospiti eccellenti e grandi Maestri della narrazione dedicate al mondo dell’impresa. Questo percorso di formazione è stato ideato per rispondere all’esigenza crescente di trovare nuovi strumenti e strategie che raccontino le aziende. Gli ospiti che saliranno sul palco del General Store alla Scuola Holden provengono dagli ambiti e dalle esperienze più diverse: il giornalista e scrittore Roberto Saviano, l’ex Ct della nazionale di volley Mauro Berruto, la schermitrice Bebe Vio, lo scrittore Alessandro Baricco, il fondatore di Eataly Oscar Farinetti e il regista Pupi Avati. “ (Dai giornali)

“ Siena – Il PCI, finalmente, ha riaperto la sede in Via Aretina 61, fuori Porta Pispini, condividendo gli spazi con Sinistra per Siena. “ (Dai giornali di Siena)

“ 26 novembre 2015 Stamattina presto mi ha citofonato Rimbaud e mi ha detto che finalmente ha trovato un lavoro: vende armi automatiche porta a porta. Io mi sono congratulato e lui mi ha chiesto se può interessarmi una colt, che gli è arrivata dall’America e non sa come sbolognarla. Gli ho detto di no, che non mi interessa e lui s’è incazzato. Ha urlato che ‘ste cazzo di armi non le vuole un cazzo di nessuno e che quasi quasi vendeva meglio con la poesia. “ (Angelo Tolomeo, Le cinque giornate di Arthur Rimbaud, in Nazione Indiana)

La mia nuorina è andata al bar del MAXXI e ha bevuto un Campari. Quando gli hanno chiesto 5 euro c’è rimasta male. Io gli ho detto: impara l’arte… No, non gliel’ho detto, ma l’ho pensato. La prossima volta la porto al MINI – se non c’è, bisognerà inventarlo.


EX LIBRI

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Lunedì 27 febbraio 2017

l1864apuniversità fa rima con eternità. E il resto è silenzio.












Niente da fare per Fuocammare “ (Dai giornali) [*] [*] Non basta chiamarsi Rosi.

Resta da capire perché quell’associazione di omosessuali su chiamasse FUORI. Volevano stare fuori, oppure mandare fuori? A Torino, quarant’anni fa. Il capo era uno che vendeva libri. (La questione del fuori – e del dentro – una questione “ spaziale “)

Poi, da LPLC, apprendo che a Siena fanno un convegno sulla “ post-poesia “. Ma il punto è un altro, il punto è che c’è “ Guido Mazzoni “. Che, ovviamente, non è il Guido Mazzoni (1859-1943) amico di Carducci etc., ma un omonimo, che è nato nel 1967, che è fra i fondatori di LPLC, che insegna a Siena etc. Nell’occasione mi chiedo quando faranno un convegno sui nomi d’arte etc.

Ho capito che questo diario si chiama Stupidità perché è il diario di uno che, giorno dopo giorno, non fa altro che capire quanto è (sempre) (stato) stupido.

“ Arezzo – Un ragazzo di 18 anni, dopo una violenta lite con il padre, ha impugnato il fucile da caccia che aveva in casa e gli ha sparato, uccidendolo. È accaduto intorno alla mezzanotte e mezza in una villetta alle porte di Lucignano, in provincia di Arezzo. Il giovane ha poi chiamato i carabinieri per denunciarsi. La vittima, Raffaele Ciriello, aveva 51 anni ed era un fabbro. “ (Dai giornali)

Io, lo riconosco, sono un dilettante. Nel senso che mi diverto, che quello che faccio lo faccio per divertirmi etc. È sempre stato così. Anche ai tempi della scuola, soprattutto a quei tempi. Quando sembrava che a scuola non si divertisse nessuno. Io, invece. Io mi diverto con poco, praticamente con niente. Mi diverto a ascoltare. Mi diverto a copiare. Mi diverto a non divertirmi, cioè a non fare nessuna di quelle cose con cui si divertono tutti. Quando, come succede, mi portano a divertirmi anche io, mi annoio, terribilmente. Io, lo riconosco, sono strano. A divertirmi come mi diverto. Imperscrutabilmente. Indefinibilmente. E comunque lasciatemi divertire. Lo so che l’hanno già detto. Se lo ripeto è perché non sono per niente sicuro che vogliano lasciarmelo fare, anzi sono assolutamente sicuro di no.

No, prego, niente latte “ (Vacanze romane [*], Wyler, 1953) (“ Anche voi siete un bel bocconcino “ (Ibid.)) [*] Veramente è “ vacanza “, ” Roman Holiday / Vacanza romana “. C’è anche da notare che soggetto e sceneggiatura sono di Dalton Trumbo.


Martedì 28 febbraio 2017

r555ibaltando quell’Umberto Eco da me tante volte citato: “ 4 aprile 1989 – « Perché, perché, allora, si scrive? Mio dio, pur di non leggere. » (Umberto Eco, in «Il cavallo di Troia», n. 5, 1983) “, io potrei dire che si legge pur di non scrivere. E, comunque, questo è quello che ho fatto io. Per leggere io intendo tutto: leggere i libri, ovviamente, ma anche leggere i giornali, ma anche leggere i cartelli stradali, le scritte sui muri, le pubblicità, gli sms, alias messaggi(ini). Nel corso del tempo la roba da leggere è divenuta sempre di più, ma non per questo io ho smesso di leggere, anzi. Fino al punto che, considerato anche che sono diventato vecchio, si potrebbe dire che ormai non faccio altro: leggo, tutti giorni, tutto il santo giorno, da mane a sera, come si diceva non so esattamente quando ma sono sicuro che si diceva. È esattamente per leggere, proprio per leggere, solo per leggere, che compro i libri vecchi. Va detto che ne compro parecchi, francamente un po’ troppi, come se fossi un collezionista di libri. Come il professor Eco, tanto per capirsi. Ma, anche in questo caso, la differenza fra me e il professor Eco non è piccola: i libri che compro io costano poco e, nella stragrande maggioranza dei casi, valgono anche meno. Se li compro è perché mi piace “ leggerli “, nel senso almeno di leggere i titoli, ammirare le copertine etc. Forse sarebbe più giusto dire “ rileggerli “, perché, nella stragrande maggioranza dei casi, si tratta di libri che, se non possiedo già, sono parenti stretti di quelli che possiedo, o che possedevano i miei parenti, che comunque ho sempre visto, non dico letto, ma quasi. Credo che tutto questo corrisponda a una “ vocazione “, ma anche, “ storicamente “, a una necessità. C’è stata infatti un’epoca in cui mi è sembrato che i libri, almeno in un certo senso, non ci fossero più. E non perché non ci fossero libri, ché, anzi, cominciavano ad essercene persino troppi, ma perché quelli che c’erano non somigliavano quasi per niente a quelli che conoscevo, potrei dire persino che non mi sembravano nemmeno libri, ma qualcos’altro, qualcosa che, dopotutto, non avevo nessuna voglia di leggere. E questo perché, soprattutto, non erano libri di letteratura – avessi dovuto dirlo, avrei detto che, come per un cataclisma, o una malia, i libri – la letteratura – non c’erano più. Il fatto è che, poi l’ho capito, a quei tempi io ero distratto, da “ tutto un amplesso di cose “, come avrebbe detto quel post carabiniere che so io, se fosse stato presente a quei fatti. Poi, comunque, ho capito che non era vero, che la letteratura, in qualche strano modo, c’era ancora, che, dopotutto, non gli era successo veramente niente, che quello che era successo, perché qualcosa era successo, era successo soltanto a me etc. Insomma, è stato allora che mi è presa la nostalgia dei libri di prima. E ho cominciato a bazzicare i mercatini, le bancarelle, i negozietti etc., insomma a comprarli. Poi le cose si sono complicate anche di più, perché, non si sa come, i libri, nel senso di libri di letteratura, sono ri-comparsi. È vero che non erano gli stessi, non erano i libri vecchi di cui avevo sentito la dolorosa mancanza, ma qualcuno, almeno un po’, gli somigliava, e quelli, anche se erano nuovi, ho avuto voglia di leggerli. E così, in un modo o nell’altro, ho letto anche quelli. E a questo punto sono un po’ stanco. Perché i libri, anche nel senso, fisico, di “ volumi “, sono diventati francamente troppi. A me va anche bene, perché, come ho detto, io voglio soprattutto leggere. Cioè a scrivere non ci tengo, anzi, in un certo senso, ci tengo sempre meno, e comunque posso farne a meno, posso differire, rimandare, procrastinare il giorno in cui scriverò. Però, però…

Impavida, Repubblica annuncia la morte “ di Dj Fabo “, non “ del Dj Fabo “ ma “ di Dj Fabo “. Probabilmente “ si dice “ così. Certe cose Repubblica le sa.

Rivedo, dopo quasi quarant’anni – lo vidi qui a Roma, appena arrivato a Roma – Manhattan e confermo tutto quello che pensai allora: che Woody Allen non mi piace, che non mi piace Diane Keaton, che, almeno in un certo senso, non mi piace neanche Manhattan. Ci ho messo quarant’anni a capirlo, ma l’ho capito.

Il cinema non si è mai fatto illusioni: si può amarlo, si può amare il cinema solo da ubriachi. Vedi Chaplin, Luci della città (1931). È per questo che il cinema vuole ubriacare il mondo. Otto miliardi di avvinazzati.


EX LIBRI

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Mercoledì 1 marzo 2017

l1865eggo, courtesy Doppiozero, un Calvino che, sull’Espresso del 10 ottobre 1982, scrive della pratica del riassunto e, a un certo punto, parla di “ difendersi dalla peste verbale che ci circonda “. Mi stupisco un po’, perché penso: se trentacinque anni fa parlava di “ peste verbale “, che cosa direbbe ora? La verità è, credo, che Calvino aveva un pregiudizio – ligure? sabaudo? scientifico? politico? – contro le parole. Come chi dalle parole pretende sempre troppo, e troppo poco. Come, dopotutto, uno scrittore dovrebbe sempre fare. O no?





Stamani ho fatto una cosa orribile, una cosa che contraddice tutti i miei principi: ho comprato un libro. Intendo dire un libro nuovo, perché quelli vecchi sono un’altra cosa. L’orribile consiste nel fatto che ho speso un sacco, dal mio punto di vista, ma il mio punto di vista è l’unico che ho, di soldi. E soprattutto nel fatto che sono sicuro che non lo leggerò. È quello che mi succede sempre quando compro una cosa nuova, sempre più di rado, va detto, perché i soldi sono sempre di meno, che si tratti di giacche, o di scarpe, o di un qualsiasi altro oggetto: lo compro e non lo uso, lo lascio lì, faccio come se non ci fosse, se non l’avessi mai comprato. Ma ormai l’ho fatto, mi sono dato la zappa sui piedi, mi sono rovinato la giornata etc. D’altronde c’era poco da rovinare… Per l’esattezza, il libro è: Matteo Marchesini, Da Pascoli a Busi / Letterati e letteratura in Italia, Quodlibet, 2014, euro 28. Tanto per dire che i busi, come gli esami, non finiscono mai.

Minoli parla, alatamente, di Dalla. Ma Dalla e morto, Minoli, no. La petite difference.

Poi guardo la televisione. La guardo come la guardavo trent’anni fa: senza voce. D’altronde, quello che c’è da vedere si vede lo stesso: si vede che ridono tutti. Contenti loro… – loro sono contenti, io, no. Esattamente come trent’anni fa.

Affatto manierata è poi l’aneddotica di retrovia e specialmente l’idillio del protagonista con una ragazza di Cassino, scollata come una pin-up girl. “ (Leo Pestelli, recensione a All’inferno e ritorno, in La Stampa, 14 febbraio 1956)

« Chiunque sia ubriaco non entra » « Ma qui sono tutti ubriachi » “ (Florence, Frears, 2016) “ Chiunque può dire che non so cantare, ma nessuno potrà dire che non ho cantato “ (Ibid.)


EX LIBRI

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Giovedì 2 marzo 2017

c1366he fanno? “ Aprono bocca e je danno fiato “. E se la democrazia fosse tutta qui? (Pensato vedendo l’Aria che tira. Riflettendo sul concetto di “ salotto televisivo “. Concludendo che la democrazia è, dopotutto, una “ salotteria “ – vedi: “ incredibile frivolezza dei moribondi “ )









Il fatto è che, purtroppo, per me, Roma sarà sempre la capitale del Male – via Lorenzo Valla, 1978 e ss. Mi hanno fatto troppo male perché possa pensare di starci bene. Male Capitale.

Muoiono gli sciatori. Sai quanto me ne frega degli sciatori…


EX LIBRI

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Venerdì 3 marzo 2017

q1136uando, quarant’anni fa, tornai a casa, capii subito che la cosa migliore che avevo fatto per la mia casa – e per quelli che ci abitavano – era stata andarmene. Idem per la mia città etc. Che avevo fatto e che potevo ancora fare. Per questo me ne sono andato un’altra volta. Mah. Boh. Forse non è vero, forse le cose non stanno proprio così. Comunque, ormai, quello che è stato è stato, quello che è andato è andato, scurdammoce ‘o passato etc.






Dice quello: non è tutta colpa di Napoli – si parla del titolo di Libero: “ Piagnisteo napoletano “. Io, invece, dico: è tutta colpa di Napoli. Cioè: può anche essere che non lo sia, ma è sicuro che lo sarà. Chi di Napoli ferisce…

Poi venne Daisy Pirovano. Vedi foto.

Leggo del rogo nel “ gran ghetto “ di Rignano Garganico (FG). Penso: quante Rignano ci sono? C’è quella di Renzi – Rignano sull’Arno -, c’è stata quella delle maestre – Rignano Flaminio -… Rignano? Sarebbe meglio dire “ Rognano “.

La corruzione / Romanzo.

È come Joyce, parla senza punteggiatura “ (Da un ddibbattito) (Purgatori – anima nera – o dovrei dire “ rossa “? E comunque è un inferno)

I ddibbattiti sulla “ sicurezza “. Quelli che vogliono armarsi, quelli che no. Quelli che no non vogliono fare niente. Anzi no, vogliono non fare fare agli altri. In generale: vogliono fare perdere tempo – il tempo degli altri.

Rod Stewart ha simulato un’esecuzione – che a molti ha ricordato quelle dell’Isis – mentre era nel deserto di Abu Dhabi. La rockstar britannica, negli Emirati Arabi per il suo tour mondiale, si trovava tra le dune insieme a un gruppo di amici e alla moglie Penny Lancaster. È stata proprio lei a postare il video su Instagram non prestando attenzione, evidentemente, al gesto del marito. Dopo i primi commenti di disapprovazione il video è stato cancellato. “ (Dai giornali) (Dove si vede che la situazione, per quanto possa diventare drammatica, non sarà assolutamente più, mai più, seria)

Oggi Michele Serra è, finalmente, divertente. È divertente perché è contento. È contento perché può scrivere delle disgrazie del Milan. Che, per un interista, è il massimo. Sancta simplicitas – “ Sabato 4 maggio 1996 – […] Sancta simplicitas. [*] [*] Credo che siano le parole pronunciato da non so quale celebre eretico (Huss?) quando, già bruciando sul rogo, vide avvicinarsi una devota vecchietta con uno sterpo in mano. “.

Un coltello… un coltello che lui stesso ha definito da Rambo “, dice, tutto compreso, l’agente di Ps.

New entry: Enzo Bianchi, “ religioso e scrittore “.

La zia Amantea è in ospedale. È stata operata e, avendo novant’anni, non si può dire che stia tanto bene. Ce la farà? Chissà. Ma il punto non è questo. Il punto è che quando, poco fa, ero accanto al suo letto, è venuta l’infermiera e io non ho potuto non notare che l’infermiera le dava del tu. E non era perché la conosceva, perché non la conosceva, ma perché, in ospedale, fanno tutte/i così, le operatrici/operatori sanitarie, nel senso di infermiere/i, con la zia Amantea non meno che con gli altri. E il punto del punto era che quel “ tu “ non mi piaceva per niente, perché, non solo era strano, illogico, ingiustificato, ma, almeno a me, sembrava qualcosa di peggio. Perché dare del tu a una signora molto anziana che assolutamente non si è mai vista prima non si spiega se non con qualche intenzione poco apprezzabile. Perché quello che sentivo darle era, pensavo, il tu che si dà ai bambini – ma la zia Amantea non è una bambina -, oppure quello che si dà, che ho sentito, con grande imbarazzo, dare ai filippini, ai bengalesi, ai neri in genere, nel senso di extracomunitari etc. – ma la zia Amantea non è una extracomunitaria. Allora perché? Perché, ho pensato, la zia Amantea è, oggi come oggi, una malata. E, in quanto malata, è uguale a tutti gli altri malati. E, come tutti gli altri malati, è diversa da chi malato non è. E chi malato non è sono soprattutto gli infermieri, che, come dice il nome, sono quelli che “ si occupano ” degli infermi, e occupandosene, hanno anche il diritto di chiamarli, di nominarli, di dargli il nome che credono etc. Perché, in un certo senso, hanno su di loro un diritto “ di vita e di morte “, e questo diritto lo esercitano continuamente, nei più vari modi, per esempio decidendo di rivolgersi ai loro pazienti con una familiarità assolutamente sinistra, perché non richiesta, unilaterale etc. Comunque, ho pensato, bisognerebbe assolutamente fare il modo di non ammalarsi, anche se, a una certa età, è un po’ difficile etc.

Poi ho visto Renzi. E ho pensato che tutti gli danno del tu, ma lui non se n’è ancora accorto.


ROSSORI

Sotto la foto del senatore Miguel Gotor scriverò la seguente didascalia: “ Gotor “.

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EX LIBRI

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Sabato 4 marzo 2017

a1498nche ieri sera, quando gli hanno chiesto se crede a un complotto, Renzi ha risposto di no. Questa, si sa, è la regola: alla domanda se esiste un complotto, bisogna rispondere di no. Ma la verità, la verità che non deve dire, è un’altra. Lo sanno tutti, soprattutto quelli che fanno domande. Che chiedono e, chiedendo, evitano di dovere rispondere. Che, non dovendo rispondere, sono comunque innocenti. Il complotto, come minimo, è questo. Anzi, diciamo congiura: la congiura degli innocenti. « Ma quello è un film… » Già.





Trump vuole separare i figli dalle madri che entrano clandestinamente in Usa “ (Titolo di repubblica.it)

Io non faccio il giornalista perché, quando facevo il giornalista, mi chiedevo sempre che cosa stessi facendo – e anche che cosa stessero facendo i miei ” colleghi “. Ero un giornalista ” impossibile “, diciamo senz’altro così.

Poi, quando leggo il titolo dell’Huffington Post: “ Renzi denuncia: « Un disegno evidente » “, esulto, perché ripenso a un diario: “ 17 ottobre 1987 « Disegno » si dice anche di qualcosa che somiglia a un complotto. “.

Dice – il Venerdì – che la borghesia è finita. Io dico che non ho mai visto tanti borghesi come oggi – nel senso del Borghese – Leo Longanesi, 1950 e ss. L’articolo del Venerdì consiste di una lunga intervista a Franco Moretti che ha scritto un libro sull’argomento. Io, absit injuria verbis, sono piuttosto convinto che Franco Moretti sia il “ fratello scemo “. Laddove il fratello furbo naturalmente è Nanni. Quello che non scrive, che non è andato via. È lui il “ borghese “ della famiglia – Franco è l’” idiota “. Anche se non è detto che, un giorno o l’altro…

Dovessi dirla in due parole, direi che il borghese è uno con il cappello. Come Totò e Peppino in quella foto che sta sulle pareti di tutti i bar, questa::

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Io sono solo un post-turista, ecco la verità. Non c’è niente di peggio di un post-turista. (A proposito di idioti)

Ma di borghesi etici quanti ne ha incontrati in vita sua? « Tra gli imprenditori nemmeno uno! » (risata) “ (Massimo Cacciari intervistato da Marco Cicala)


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“ 13 settembre 1984 – « “ Si sente vittima di un complotto? “ “ Per ora diciamo che si è trattato di un pasticcio “. » (Dai giornali) “.


Domenica 5 marzo 2017

a1499nche Pif vuole essere la voce dei senza voce. Ma io, che i “ senza voce “ li conosco, dico: a ognuno la sua croce. Anzi, non dico niente, perché io la voce non ce l’ho più da tanto tempo.










Il fratello scemo, a pensarci bene, tanto scemo non è. L’ha presa larga, diciamo così, e ha fatto bene. Si è allontanato, ha “ preso le distanze “: qui c’era qualcosa di troppo ingombrante, un fratello, un fratello “ grande “, un Autarchico, Monsieur le Cinéma. (Però, quanto si fa fotografare… È anche più carino del fratellone, direi… )

Il Terzo Segreto di Satira la sa lunga: il renziano è quello che vuole scopare, ma poi non ce la fa, il non renziano è quello che non vuole scopare, che per non scopare le inventa tutte, per esempio fare correre via le donne etc. Rideva, la giornalista del Fatto, quella bona. Quella che, ci scommetterei, più che scopare vuole ridere.. Il Terzo Segreto di Satira: è un mistero buffo, un segreto di Pulcinella.

Non ho ancora visto il film – ho visto solo il trailer -, ma devo confessare che mi preoccupa un po’: proprio lui, herr Erdmann. Questo incrocio fra Valerio Massimo Manfredi e Richard Branson – Valerio Massimo Manfredi + Richard Branson = Beppe Grillo. Non so se mi spiego. Buona domenica, cara Daniela.

Un partito di massa, per sua natura, non può rischiare una gestione così autarchica. Perché alla fine non è l’arroganza, ma la fragilità il vero segno che il renzismo rischia di lasciare nel Pd. Un uomo solo al comando è pur sempre un uomo solo: più esposto e più vulnerabile. “, scrive oggi un – vanamente – saggio Michele Serra.

Poi sento Pippo Baudo che dice che “ il tempo è tiranno “. E capisco in che senso televisione fa rima con rivoluzione.


Lunedì 6 marzo 2017

l1866virgparapangosciosa divisione tra un popolo sotterraneo, pallidissimo e famelico erede di un proletariato di schiavi, e un popolo di superficie di privilegiati, non oppressi da nessun obbligo che quello di divertirsi ma proprio per questo esangui e incapaci di difendersi, ha una sua metaforica e angosciante attualità oggi più che mai. “ (Fofi recensisce una nuova edizione de La macchina del tempo, di H. G. Wells (1895))







“ È amicievole “, dice della nostra micia la nostra colf rumena Petronela.

« È un pasticciaccio brutto? » « No, è un maledetto imbroglio » « Ma quello è un film… » « Appunto ».

Per capire che cos’è la scienza, oggi come oggi, dovrei andare a vedere la Città della Scienza di Napoli. Anche per farsi due risate.

Poi vedo quella che al semaforo si dipinge la faccia e ne deduco che pictura est foeminarun literatura.

Poi leggo la locandina: “ Tratto da una incredibile storia vera “. Ne deduco che per il cinema la verità è incredibile.

Poi accendo la televisione e c’è Presa diretta. E io ripenso a un diario: “ Senza data [1980] – Presa diretta / mente dalla strada / e tu affacciato / la bevi le / bevi tutte. “.


Martedì 7 marzo 2017

i2009eri sera in pizzeria c’era quel comico, non ricordo il nome, uno di quelli della Rai. Non so cosa mangiasse, ma era qualcosa di grosso, di enorme. Oppure era lui, era come mangiava, mangiava con le mani, con la bocca, addentava, azzannava. Non so come, mi è sembrato di vedere una belva che divorava una preda…








The Mother. Interdisciplinary perspectives / Genoa School of Humanities April 24-29, 2017 /  The Mother – Interdisciplinary perspectives (psychoanalysis, feminism, cinema, literary criticism, and philosophy) / Seminar Leaders: Ida Dominijanni – Lorenzo Chiesa – Luisella Brusa – Luisa Lorenza Corna – Tiziana de Rogatis – Alina Marazzi “. Oh, yes. – cfr.: “ Domenica 24 novembre 1996 « 28 novembre -1 dicembre 1996 – Sanremo, Teatro Ariston – Sala Ritz – Italo Calvino: a writer for the next millennium ». Oh, yes. “.

Al miliardesimo piumino a coste strette – non so come si chiamino, spero che si capisca cosa intendo dire -, capisco che quello che c’è in questa città è la Grande Doppiezza. Nel senso di capacità repentina, totale, “ virale “ di ri-produrre, moltiplicare abiti, gesti, comportamenti etc. La città-fabbrica: è quella in cui vivo, è qui, proprio qui. In ogni caso, non l’ho scoperto ora: – “ 1 ottobre 1994 All’8° chilometro di Castelporziano in circa mezz’ora ho contato 57 pizzetti (oltre a 14 cazzi, 72 tette, 23 copie di Repubblica, 8 cani, 1 fregna. Di colore rosso) “.

Lo “ jus soli “: non so se mi spiego… Resta solo da capire se vada inteso nel senso di “ suolo “ o di “ sole “. In tutti e due i casi…

Ho vissuto in un’epoca di guerre. Guerre spaziali, of course. Tutte le guerre sono spaziali?

Non comprerò i diari di Ferlinghetti – Scrivendo sulla strada. Diario di viaggio e di letteratura, Il Saggiatore, 522 pagine, 42 euro. Un po’ – parecchio – perché costa troppo, un po’ perché, per quel poco che si capisce dalla recensione che ho sotto gli occhi, non ci trovo niente di interessante. E non perché non si possa scrivere “ sulla strada “ – io lo faccio continuamente -, ma perché penso che per scrivere “ on the road “, bisogna chiamarsi Kerouac oppure è meglio di no.

“ Quasi mai ho dedicato alla scrittura di vibrisse più tempo di quello strettamente necessario a scrivere. Si potrebbe dire che è arte performativa, o qualcosa del genere. Si potrebbe dire che porto ancora i segni del corso di dattilografia (metodo Scheidegger) frequentato quattordicenne: e non sarebbe tanto fuori luogo. C’è una fisicità dello scrivere, c’è una particolare fisicità nello scrivere per pubblicare immediatamente. “, dice il Mozzi.

Dice che la CIA ci spia. Che ci sarà da spiare, dico io. Comunque: contenti loro contenti tutti.

Quando sento Sgarbi che dice al ministro dell’agricoltura Martina che ci vuole una rivoluzione dell’agricoltura, tipo Carlin Petrini etc., io ripenso, urgentemente, a un diario: “ 19 marzo 1985 – Ripenso alle analisi classiche del fascismo: « la reazione agraria… ». Sì, c’è di mezzo la terra, ma in che senso, esattamente? “. Nell’occasione vorrei anche sapere perché quella si fa così bionda, neanche alla Grace Kelly, neanche alla Marilyn, ma addirittura alla Jean Harlow etc .

Interessante, prima di andare a dormire, anche Maria Elena Viola, direttore di Gioia.


ROSSORI

Sotto la foto della trombettista Andrea Motis scriverò la seguente didascalia: “ E Andrea la tromba “.

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Mercoledì 8 marzo 2017

q1137uando sento quella della Lega che dice: “ La Russia “, penso che, per certa gente, dire “ La Russia “ è, come si dice, “ la morte sua “. Quello che intendo dire l’ho già detto venti e più anni fa: “ 28 novembre 1993 E così hanno avuto ragione gli « analfabeti » che non avevano mai voluto chiamare « Unione Sovietica » la Russia. “. È questa la rivoluzione culturale, cioè linguistica, che ha sconvolto, da almeno vent’anni, il mondo? Nonostante tutto io continuo a pensare di no. Io penso che la rivoluzione sia comunque un’altra. È quello che pensano anche gli « analfabeti »? Quando io sento dire “ La Russia “, mi viene voglia di fare qualcosa. Ma che cosa io non lo so. Vorrei essere quel vigile di Firenze, quell’” Andrea “. Lui sì che ha saputo che cosa fare: si è buttato e l’ha salvata. Io, invece. Io non so mai niente. Io non so salvare nessuno…  Poi sento quella della manifestazione che dice che il linguaggio è maschilista. E così penso che non c’è altro da fare che stare zitto. Ma, come si sa, anche il silenzio – soprattutto il silenzio – o è un’arte o non è etc.

Comi, trova normale avere ingaggiato sua madre? « Fino al 2009 il regolamento dell’Eurocamera lo consentiva. Poi nel corso di quell’anno fu introdotto il divieto » Come le è venuto in mente? « Ero giovane, avevo solo 26 anni, non conoscevo nessuno a Bruxelles e avevo bisogno di una persona di fiducia » 26 anni non sono poi così pochi… « Sì, ma mia madre è insegnante di italiano. Mi preparava i discorsi, seguiva la mia agenda. Si è messa in aspettativa non retribuita per aiutarmi » “ (Intervista a Lara Comi, europarlamentare di Forza Italia)

Molto carina anche la storiella che oggi racconta Michele Serra, della Lombardi, dei 5S, che ha querelato il giornalista Jacoboni, ma ha sbagliato perché, insieme agli articoli su di lei, ha allegato alla denuncia anche quelli sui “ lombardi “, perché aveva fatto una ricerca su Internet scrivendo la parola “ lombardi “ etc.

Poi vedo che alla Bbibblioteca Nazzionale hanno fatto una mostra sulle copertine dello Straniero. Ne deduco che fra lo straniero e le copertine c’è una relazione. Ma anche questo lo sapevo già.

“ Andiamo al cinema? “, dice Lei. Io penso: bisognerebbe essere Paolo Conte. « Per cantare? » No, per non andare al cinema, perlomeno.

In occasione dell’8 marzo Repubblica vuole convincerci a fare la maglia. Nell’occasione ripenso a un diario: “ Senza data [1980] – Golf golfini / eterni bambini / fate la maglia / e mai la guerra / eternità / di paglia. “. E comunque, basta con Repubblica.

Poi vedo la signora con il piumino a costine strette – vedi, passim, questo diario – e penso che nella terra desolata c’è tuttavia un dio in cui credono tutti: è il dio dell’uguaglianza. L’uguaglianza dei piumini, delle costine…

Poi sono andato a vedere Lion. Che è la storia di uno che riesce a tornare a casa. Io, invece, no, proprio no.

Poi ci sarebbe Alba Parietti come maîtresse à penser. Ma quello che è troppo è troppo.


Giovedì 9 marzo 2017

p1134oche, pochissime cose mi sono rimaste: su cui contare, di cui essere certo. Una di queste è l’odio per il cinema, radicale, viscerale, “ antropologico “. Il cinema ho imparato a odiarlo a Roma, dove si capisce che il cinema non è solo quello che si vede nelle sale, sugli schermi etc. Dove il cinema c’è, è una “ realtà “, è la realtà. Dove ho capito che il babbo, anche se ci aveva vissuto poco, era effettivamente “ di Roma “. Già, il babbo… Domani compirebbe cento anni, e il buffo è che, ormai, non ci sarebbe niente di strano. Il babbo: non ho mai capito che uomo fosse. Mi sembrava soprattutto ridicolo, ma poi ho capito che quello che faceva ridere ero io, soprattutto io. Un’altra cosa che c’è a Roma sono le donne. Le donne io non le odio. Anche perché sono le donne che odiano me. Cfr. quel diario che dice: “ 13 luglio 1988 – L’odio per la democrazia. Povero scemo, la democrazia odiava te. “.

Dice che Renzi ha detto che non esiste il reato di “ toscanità “. Invece esiste. Parola di post-toscano.

“ Hai visto? Si chiama Andrea… “. Lei mi fa notare che il sindaco di quel paesino sconosciuto dell’Alto Maceratese si chiama Andrea. Già. Come il vigile che ha salvato la ragazza, come il candidato alla segreteria del Pd, come tutti, diciamo. Li/ci hanno chiamato Andrea, diciamo così – “ 12 agosto 1992 – « Andrea!… Andrea!… ». Innumerevoli « Andrea » vengono chiamati sulla spiaggia. A chi chiama il figlio « Andrea » poi piace chiamarlo? “.

Poi leggo che Luperini ha pubblicato il suo terzo romanzo. Contento lui…

Io lo so perché lo fai, caro professorino. Per il desiderio di essere come tutti. Per essere Romano, di nome e di fatto.

Notizia: anche Pittella si è fatto crescere la barba. Dice: “ l’austericidio “.


Venerdì 10 marzo 2017

f379virgrosinone Durante la seconda guerra mondiale, mentre gli alleati marciavano verso Roma, le truppe marocchine inquadrate nel corpo di spedizione francese si resero protagoniste di violenze inenarrabili, stuprando e anche uccidendo decine di donne in Ciociaria e nei centri limitrofi della provincia di Latina. Orrori passati alla storia col nome di « marocchinate ». Ferite ancora aperte in quei paesi del basso Lazio e note al grande pubblico proprio grazie al film La Ciociara di Vittorio De Sica, tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia e interpretato da Sophia Loren, che con tale pellicola conquistò anche l’Oscar. In provincia di Frosinone la notizia che di quel film è stato fatto un remake a luci rosse, girato in Ungheria dal regista e produttore di film pornografici Mario Salieri, ha sollevato un’ondata di sdegno. La senatrice Spilabotte ha parlato di un’offesa verso « il territorio e verso tutte le donne ». Un caso che sta prendendo anche la peggiore delle pieghe, con il rappresentante locale di CasaPound, Fernando Incitti, che è arrivato a minacciare via social network regista e attrice principale, la pornostar Roberta Gemma, 37enne di Marino. A prendere una posizione forte oggi è stato però il prefetto di Frosinone, Emilia Zarrilli. « Mi auguro che questa pellicola venga bloccata – ha sostenuto Zarrilli, una tra gli artefici della costituzione della Dia – visto che sarebbe uno scempio ». “ (Dai giornali) (Nell’occasione non si può non rievocare un diario: “ 18 marzo 1989 Al babbo piace da matti La ciociara, il celebre porno-soft di Vittorio De Sica. ”)

Poi mi affaccio alla finestra e vedo che anche oggi è una bellissima giornata. E penso: ‘o sole mio sta ‘n fronte a te. Cioè: ‘o sole suo sta ‘n fronte a me. Già.

Stop al « rovistaggio » tra i rifiuti nei cassonetti di Roma. La modifica del regolamento comunale, annunciata dalla Sindaca Virginia Raggi, con sanzioni per i trasgressori, prevede tra l’altro la eliminazione definitiva dei cassonetti stradali dalle strade della Capitale entro il 2021. Lo ha annunciato la assessora all’Ambiente Pinuccia Montanari. « La soluzione al fenomeno del rovistaggio è l’eliminazione dei cassonetti stradali. – dice – Dobbiamo accelerare la loro rimozione ». “ (Dai giornali)

Il Lingotto… « Nel senso di Fiat? » Oppure nel senso di oro… oro massiccio…


Sabato 11 marzo 2017

i2010eri sera sono andato a una festa. Era una festa strana, perché il festeggiato, anzi la festeggiata, non c’era, perché era morta. Ma quello che soprattutto era strano era come, in mezzo a tutta quella gente, mi sentivo io: mi sentivo “ trasparente “. Voglio dire che avevo l’impressione di essere invisibile. Come se non ci fossi, come se fossi un fantasma. Come se il vero morto fossi io. D’altronde è come mi sento sempre, anche se non sono a una festa. È anche vero che la festa c’è sempre, che, tutto sommato, è sempre una festa. Dove chi c’è c’è. E se non c’è è perché è morto etc.




L’allegria, la festa, la gioia dei cortei bolognesi, che sino all’uccisione di Lo Russo [sic] avevano attraversato con colori sgargianti, draghi di cartapesta, mongolfiere, travestimenti, strumenti musicali, suoni e canti, la città emiliana, finisce nel lugubre gesto della mano levata che mima la P38. “ (Marco Belpoliti, Storia di un anno, in Doppiozero)

Matteo Renzi dice che non bisogna avere paura. Ma quello che non ha il coraggio di dire è che chi ha paura è lui, soprattutto lui.

È un mistero buffo, troppo buffo per non essere atroce quello per il quale io non sto dove stavo benissimo, dico nella mia città. Dico la mia città come era, non so come è diventata, ammesso che sia diventata diversa da come è sempre stata. La mia città: non dico nel senso che mi appartiene – io non sono proprietario di niente, io sono un nullatenente -, ma nel senso che io appartengo a lei, non dico nel senso che ne sono posseduto – non mi piace essere posseduto -, ma in quello che fra me e lei c’è una simpatia, un’intesa cordiale, un feeling, tenero, affettuoso. Da parte mia, dopo tanti anni, c’è ancora. E da parte sua? Devo andare a chiederglielo, uno di questi giorni. (Va anche detto che queste cose le ho pensate dopo che, affacciandomi alla terrazza, avevo pensato quanto era bello, tanti, tanti anni fa, uscire di casa, inforcare la mia bicicletta e trovarmi, in men che non si dica – ammesso che si dica ancora così -, in campagna. Va detto che come modo di andare d’accordo con una città era un po’ strano… )

A proposito di Renzi, mi torna in mente un diario: “ 19 marzo 1986 Spero promitto e juro / vogliono l’infinito / futuro // Cupio dissolvi / i soldi. “.

Poi penso che, dopotutto, il futuro è un tempo, un modo, una forma del tempo. E dunque è inutile che se la prendano con Renzi, perché, casomai, dovrebbero prendersela con il tempo etc.

Poi mi “ ripasso “ un po’ i libri che ho trovato oggi dai soliti zingari. E, innanzitutto, voglio notare questo Giulio Verne, Racconti, Torino, Edizioni del Dopolavoro, 1947. Lo segnalo perché, sul frontespizio, sotto al titolo, ho trovato scritto: “ A cura di Edoardo Bruno “, che, non sto a spiegare perché, io, forse solo io, so chi è. Va anche detto che, insieme a questo, c’erano, in meraviglioso disordine, molti altri libri, e fra questi, parecchi fascicoli di “Paragone”, sia quelli “ Arte “ che quelli “ Letteratura “. Io ne ho presi un po’, scegliendoli a seconda di quello che contenevano. Per esempio, un n. 44, agosto 1953, con L’avventura di un impiegato di Italo Calvino. Oppure un n. 46, ottobre 1953, con Regazzi di vita di Pier Paolo Pasolini. Oppure un n. 66, giugno 1955, con Il midollo del leone di Italo Calvino. Oppure un n. 68, agosto 1955, con Fine dello stoicismo di Pietro Citati. Ma anche un n. 47, novembre 1953 – “ Arte “ – con un Frammento Siciliano di Roberto Longhi. Va anche detto che lo zingaro voleva darmeli tutti, per 5 euro, ma sono sicuro che si sarebbe accontentato di meno… Stasera, comunque, credo proprio che leggerò un magnifico Curtius su Du Bos – n. 42, giugno 1953 – e sono sicuro che ne sarò contento. Finché me lo lasciano fare, finché mi lasciano “ rovistare “ etc.

L’arma del delitto del benzinaio assassino? La benzina, ça va sans dire.


EX LIBRI

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EX LIBRI

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EX LIBRI

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Domenica 12 marzo 2017

H541o sognato che c’era un libro che si intitolava Marxist Mirrors (Specchi marxisti). Ho anche sognato che pensavo che un romanzo sono solo parole, troppe parole.











Poi penso che i gay, soprattutto, sono gay. Ci vuole un bel culo a essere gay.

“ Ha un call center? “ “ Consenso… ha detto consenso… “.

Poi c’è il musicologo Paolo Isotta. Che non sapevo che è di Napoli. E, soprattutto, che è un musicologico nome d’arte.

Robur: batosta a Piacenza “ (Dai giornali di Siena)

Tornare a casa per ripartire insieme “, dice Renzi. D’accordo, dico io, però te lo devo dire: se riesco a tornare a casa, io non riparto più.

Il titolo delle immagini nasce con la pittura narrativa (mitologica) e con la ritrattistica, generi in cui è necessario identificare i personaggi e i soggetti ritratti, la cui omissione impedirebbe la corretta e completa interpretazione del contenuto raffigurato: un uomo a torso nudo potrebbe essere riconosciuto sia come un atleta, sia come un eroe, sia come un giovane, sia come un martire. “ (Dal web)

Era scontroso perché aveva preso solo batoste dalla vita “ (Da un tg)

Poi vado al MAXXI con un mio quasi nipotino. E ho una strana impressione. Non di non esserci, come alla festa dell’altra sera, ma di essere sopra. Nel senso che mi sembra che siano tutti sotto. Sotto a che cosa non so, ma comunque sotto.

“ La batosta gli ha fatto bene “, dice lei, ascoltando Renzi che parla. E ancora non è niente, dico io. Che, modestia a parte, penso di essere un batostologo.

A scaldare gli animi dopo Poletti è il presidente dell’Istituto Gramsci Beppe Vacca: « Altro che partito di un uomo solo al comando, siamo un partito di sinistra. Con questo Pd siamo entrati nel Pse, non prima. E si è ridefinita la posizione dell’Italia in Europa per il bene nostro e degli altri Paesi europei. Si è definita una strategia costituentistica – come diceva Gramsci – della politica democratica e di governo. Questo per me è un partito della nazione italiana. » « Imparino anche gli altri – continua Vacca -, di questo ha bisogno la democrazia: di partiti che rappresentino la nazione » « La stampa non può raccontare questa fase politica con i pettegolezzi, con i clic: è iniziata la terza Repubblica », aggiunge ancora.  E conclude così: « La vecchia generazione non è stata generosa per accidia o invidia nei confronti della nuova ». “ (Dalle cronache del Lingotto)

Walter Veltroni: arcobaleno contro il nero “ (Ibid.)

Steven Spielberg, tra un paio di mesi, girerà parte del suo nuovo film alla Reggia di Caserta. Il regista premio Oscar, tra i produttori più potenti al mondo, ricreerà le atmosfere del Vaticano nel palazzo reale vanvitelliano per il film The Kidnapping of Edgardo Mortara, il bambino passato alla storia come fatto rapire da Papa Pio IX. Voci sempre più insistenti confermano che Spielberg girerà per almeno una settimana scene del film drammatico in costume riportando alla luce un caso reale avvenuto a metà ‘800: Edgardo Mortara era un bambino ebreo che nella Bologna del 1858 venne battezzato dalla domestica, all’insaputa dei genitori, modesti mercanti del ghetto di Bologna. La donna lo credeva malato. Il bambino fu quindi rapito perché all’epoca lo Stato pontificio imponeva un’educazione cattolica a tutti i battezzati: a sei anni venne sottratto alla famiglia e condotto in Vaticano. “ (Dai giornali)

Alla fine il Curtius su Du Bos l’ho letto. Ma ora che sono arrivato alla fine sento di dovermi chiedere qualcosa. E cioè: che senso ha, veramente, che l’abbia fatto, cioè che senso ha questo mio leggere strano, troppo ” personale “, troppo “ solitario “, e in quanto tale incomunicabile, inscambiabile etc.? Sola consolazione è scoprire, proprio alla fine, dove non mi sarei mai aspettato di trovarlo, qualcosa che mi rende quasi felice, che anche per questo mi stupisce. È leggere: “ Credo di non poter chiudere queste pagine in modo più degno che con un frammento del 1922 (I, 123)… “, e il frammento io lo conosco benissimo perché è quello che si può leggere in questo diario: “ Martedì 7 maggio 1996 – « Le citazioni letterali sono un segno di generosità spirituale. Esse non ottengono la considerazione che meriterebbero e questo è bene perché la generosità spirituale è appunto destinata ad essere misconosciuta. E significano un fatto incomprensibile per la maggior parte degli uomini: che tutti coloro dei quali siamo debitori spirituali, accompagnano il nostro pensiero in ogni suo cammino. Quando si possiede una certa organizzazione dello spirito, non solo non si evitano le citazioni, anzi, questo non sarebbe neppure possibile senza provare il senso di liquidare, con la più ingrata brutalità, proprio coloro alla cui lontana irradiazione dobbiamo di essere giunti a formulare quel pensiero appunto che tentiamo di esprimere. I rapporti con gli scrittori scomparsi in particolare, sono fra i più dolorosamente lancinanti, ma anche i più solenni, i più ricchi di conforto che uno spirito possa coltivare; io, comunque, per parte mia, non conosco alcun giorno in cui molti di essi non partecipino alla mia vita con un grado di intimità tale da commuovere sino alle lacrime. » (Charles Du Bos, Diario, 1922) “. Il buffo è che questo Du Bos l’avevo già riletto, e proprio in un Curtius, ma in uno un po’ diverso: “ Martedì 11 gennaio 2011 – […] Robert Curtius, Charles Du Bos, 1952, in Studi di letteratura europea, 1963 [1954] “.

Poi vedo Arrivederci, ragazzi (1987) – e nell’occasione scopro che Malle ha vinto l’Oscar nel ‘55 con Cousteau per un documentario subacqueo dal titolo: Il mondo del silenzio. E, tutto sommato, mi sembra giusto.

Oggi che l’America intera corre più che mai, il « running » è sparito dalla Casa Bianca. Lasciamo stare Trump che chiaramente non ha il fisico. Il vero strappo con gli Obama è stato culturale. Perché oltre al basket di lui, c’erano i vari balli della First Lady, le danze ritmiche che Michelle usò per dare il buon esempio e insegnare ai giovani a perdere peso, stare in forma (il complemento della sua battaglia per un’alimentazione sana). Basket o hip hop, con gli Obama è la cultura afroamericana ad avere influenzato anche le scelte sportive. E si sa che nelle maratone eccellono i supercampioni neri, ma vengono dagli altipiani del Corno d’Africa, non dai quartieri di Chicago o Detroit o New Orleans. “ (Dai giornali)


EX LIBRI

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Lunedì 13 marzo 2017

g517virgrosseto – Era uno dei radaristi dell’aeronautica militare in servizio nella base di Poggio Ballone, in Maremma, quando avvenne la strage di Ustica, il 27 giugno 1980. Quella notte tornando a casa a Grosseto confidò alla moglie: « Siamo stati a un passo dalla guerra ». Venne trovato impiccato sulla strada per Istia d’Ombrone, in Toscana sei anni dopo, nel 1987. Non venne fatta nemmeno l’autopsia e il fascicolo giudiziario fu frettolosamente chiuso come un caso di suicidio. Ma la famiglia di Mario Alberto Dettori non ha mai creduto al suicidio e adesso la figlia Barbara, appoggiandosi all’associazione antimafia Rita Atria ha presentato in procura a Grosseto nuove carte per riaprire il caso. « Mio padre aveva paura, venne mandato per tre mesi in una base radar in Francia e tornò molto spaventato » riferisce la figlia. Dettori dopo la notte di Ustica si era confidato anche con l’ex capitano dell’aeronautica Mario Ciancarella che fu radiato dalle forze armate con un decreto firmato dall’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini, ma la firma di quel provvedimento, a distanza di decenni è stata dichiarata falsa soltanto pochi mesi fa dal tribunale di Firenze. A Ciancarella confidò: « Capitano…siamo stati noi » “ (Dai giornali)

Con la letteratura bisogna sempre stare in campana. Basta distrarsi un momento e non la trovi più. Perché te l’hanno fregata. Quelli che non aspettavano altro. Quelli che della letteratura non sanno niente, ma sanno che può servire. A insegnarla, cioè a parlarci sopra, a scriverci i libri, sulla letteratura, la letteratura che fanno gli altri. Cioè, dopotutto a farci i quattrini. Quelli con i baffi, con i baffoni, quelli oni. Per fare paura, alla letteratura, a chi spera di farla, a chi crede di sapere cos’è, di averlo saputo, di riuscire, un giorno, a ricordarselo. Se glielo lasciano fare, i baffoni, i padroni, siano maledetti, nei secoli dei secoli. (Ma forse la verità è un’altra. La verità è che se la letteratura non c’è più è perché non c’è più e basta. Non c’è più da parecchio tempo. Da parecchio tempo ci sono solo i baffi. E i non baffi. Cioè c’è qualcosa di assolutamente diverso dalla letteratura. Qualcosa che magari le somiglia, ma non è, assolutamente, lei. Come in un film. Di fantascienza. Anzi, dell’orrore. De paura, come dicono qui a Roma, dove della letteratura non sanno niente, ma della paura sanno parecchio)

Poi, come tutti i vecchi, vado in farmacia, e poggiata sul bancone c’è una rivista: si chiama FarmaMagazine e dalla copertina mi guarda la faccia dell’attore Tullio Solenghi. Il titolo-didascalia dice: “ Il teatro? Sempre un ritorno a casa. “. Ecco, penso, perché in questa città ci sto tanto male: perché non sono un attore. E, quello che è peggio, non sono neanche pubblico. Cioè non so starmene buono a guardare, applaudire etc.

Tutte le volte che guardo la televisione io penso che la televisione è l’irreparabile. Credo di averlo sempre pensato, di sicuro lo pensai quarant’anni fa, quando, tornato a casa, scoprii che, in un certo senso, a casa non c’era più nessuno, perché c’era la televisione etc. Però allora ero ancora giovane, avevo ancora forze su cui contare, e, soprattutto, mi sentivo ancora sufficientemente lontano dalla televisione per non essere costretto a temerla davvero. La temevo per i miei genitori, perché mi sembrava che avesse su di loro un potere subdolo e micidiale. Forse mi sbagliavo, forse a loro non faceva così male come sembrava a me che gli facesse, non peggio comunque che le sigarette alla mamma o gli insaccati al babbo etc. Ma ora, dopo quarant’anni, ora che sono avanti negli anni, come loro, anzi più di loro, ora, soprattutto, che la televisione la vedo a Roma, dove so che la fanno, dove c’è chi la fa, dove stare lontano non mi è più possibile, ora l’irreparabilità della televisione è divenuta qualcosa di più di una spaventata constatazione. Mi rendo conto di non avere spiegato in che cosa consista questa “ irreparabilità “ della televisione. Comunque è irreparabile. 

Poi vedo la televisione. E penso che nella televisione spira un’aria da sacrestia.


Martedì 14 marzo 2017

Q1138virguotidiani che definire « di destra » è improprio. Più appropriato definirli « di sotto » “, scrive Michele Serra. E io ripenso a un diario: “ 29 ottobre 1987 – « C’è Thomas Mann, si obietta; e sì, lui capì tutto o quasi del nostro mondo, ma sporgendosi da un’estrema ringhiera dell’Ottocento. Noi guardiamo il mondo precipitando nella tromba delle scale. » (Italo Calvino in «Ulisse», 24/25, 1956/57, fascicolo dedicato a Le sorti del romanzo / Goffredo Bellonci, Comisso, Romanò, Vicari, Cantoni, Praz, Armanda Guiducci, Pasolini, Garosci, Gorlier, Bo… ) “.





“ Roma – Viale Mazzini è pronta a varare la sua decima testata giornalistica. Si chiamerà Rai 24 e proverà a farsi largo nell’informazione via Internet. Il direttore generale Campo Dall’Orto lavora perché sia diretta da Milena Gabanelli, che ha appena chiuso la sua ventennale esperienza a Report. Rai 24 avrà 160 persone: 120 giornalisti più 40 tecnici web. Questi professionisti arriveranno da Televideo, dalla parte Internet di Rai News 24, poi anche dal Tg2 e dal Tg3 “ (Dai giornali)

Poi, mentre procedo verso il reparto di audiologia del Policlinico Gemelli, penso che l’orecchio c’è chi se lo taglia. Perché non sa che farsene. Vagli a dire qualcosa.

Anche la notizia che la sorella di Nardella si chiama Sveva, se devo essere sincero, un po’ mi stupisce. D altronde si sa: io mi stupisco facile. Del fatto invece che vota Emiliano nun me ne po’ frega’ de meno.

La lettura del giornale è diversa da ogni altro tipo di lettura. Nel senso che non può permettersi il lusso di essere “ ingenua “. Nel senso che chi legge il giornale non può accontentarsi di capire quello che il giornale dice ma deve anche capire perché lo dice. È esattamente questo quello che pensavo quando scrissi: “ 25 ottobre 1987 – La notizia del giornale può non essere falsa ma deve essere sempre tendenziosa. “. In generale tutto dipende dal fatto che lo scrivere giornalistico rientra nel vasto dominio della Propaganda. Questo vale per tutto quello che viene pubblicato sul giornale, anche se chi l’ha scritto mirava, come nel caso delle “ collaborazioni “, solo al soddisfacimento del proprio personale, professorale narcisismo etc.

Sono solo un Andrea, uno dei tanti. “ (Un inizio)

“ Torino – La ragazza, assieme al fidanzato di vent’anni e alla madre di lui, aveva preso a frequentare l’abitazione del presunto « mago », originario di Gioia del Colle. L’uomo aveva convinto l’adolescente di essere vittima di forti negatività e di avere bisogno di sottoporsi a riti di purificazione attraverso rapporti sessuali, anche di gruppo, che si svolgevano sotto l’effetto di sostanze che semi-narcotizzavano la studentessa. “ (Dai giornali)

Ho avuto voglia di dirglielo, ma non gliel’ho detto: “ Angelo o Guido? “. Comunque non c’è dubbio: era un Bolaffi. Non gliel’ho detto perché l’ho visto una volta sola, a casa sua, quarant’anni fa. Se gliel’avessi detto, lì, al Policlinico Gemelli, in mezzo ai malati, in mezzo ai parenti, mi avrebbe preso per matto

Mi stupisce non poco che nessuna delle tre concorrenti all’Eredità sappia che della scrittrice Elena Ferrante si è parlato perché la sua identità è segreta. Allora, tutta la gran cassa “ mediatica “ non è servita a niente… Meditate, massmediologi, meditate…

Stupefacente, come minimo, anche Rocco Papaleo, comandante dei carabinieri di Vigevano.

Quelli che parlano di “ rovina del ceto medio “. Peccato che del ceto medio non sappiano niente. Io, invece, lo so. Io potrei dire che il ceto medio (rovinato) c’est moi.


ROSSORI

Sotto il particolare delle scarpette rosse del premier britannico Theresa May scriverò la seguente didascalia: “ Redxit “.

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Mercoledì 15 marzo 2017

m949i dispiace di morire perché scrivo troppo bene, diciamo così. E non lo sa nessuno. O forse no: lo sanno tutti. Ed è per questo che mi vogliono vedere morto. (Exercises de paranoïa portative, 66892)










Vanno in televisione perché la televisione è la cosa che gli riesce meglio. La televisione: una specie di cinema. Il cinema: una specie di fede. Vedi spot Sky.

Massimo D’Alema, dopo una manifestazione politica a Colle Valdelsa, credendo di fare dell’ironia, rispose al cronista che chiedeva una sua opinione sulla situazione della  banca: « Ho il conto al Banco di Napoli ». “ (Dai giornali di Siena)

“ Brindisi – Un asso in chimica e in matematica. Voce da popstar e leader di un gruppo musicale. Versatile negli sport e abile nel suonare la chitarra tanto quanto il basso. Ma soprattutto quotidianamente devoto a quella che chiamava la sua « missione di infiltrato tra i giovani », chiamato a « parlare loro di Dio ». Si terrà il 24 aprile 2017 la sessione conclusiva della fase diocesana del processo di beatificazione di Matteo Farina, nato ad Avellino e cresciuto a Brindisi. I sostenitori del ragazzo morto a 19 anni dopo avere subito tre interventi per rimuovere un tumore cerebrale hanno fondato un’associazione e animano le pagine social in suo nome. Un quasi santo 2.0 che può contare su un profilo Instagram (matteofarina19), una pagina Facebook e un hashtag ufficiale #matteodonodidio. Chi lo ha conosciuto parla di un ragazzo fuori dal comune non soltanto per la pagella da dieci e lode in tutte le materie, nessuna esclusa. Ma per una intima serenità nell’affrontare la malattia sostenuta da una fede altrettanto profonda di cui ha lasciato prova scritta nei suoi diari. “ (Dai giornali)

Le ballerine se n’erano andate, e in mezzo alla pista, una bionda cantava con aria afflitta di tempi felici, ahimè passati, che non tornano più. “ (Douglas Heyes, Li ho uccisi così / The Kiss-off, 1955)

“ #Tornacasalotti “. E perché non a Casalbruciato o  Casal del marmo o a Casalpalocco o a Casaleggio o a Casalassie?

Poi mi metto a vedere In nome del figlio, di Francesca Archibugi, ma, francamente, non ci capisco niente. Sarà perché c’ho l’acufene oppure perché il sonoro è cattivo oppure perché il cinema non lo capisco oppure perché non l’ho mai capito. Ho capito solo che si chiamano Pontecorvo, come Gillo. Ho capito che Gassman è il figlio di Gassman. Ho capito che c’era il ladro di bambini. Ho capito che c’era Rocco Papaleo, ma non era il carabiniere. Ho capito che a un certo punto sono a Castiglioncello, ma peggio mi sento, perché quello non l’ho mai capito. Ho capito che il MIBAC ha cacciato i soldi, quello l’ho capito anche troppo bene.


ROSSORI

Sotto la foto di una bella ragazza con un bel velo scriverò la seguente didascalia: “ Donna velata sempre garbata “.

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Giovedì 16 marzo 2017

m950i sono ricordato un diario: “ 17 gennaio 1986 L’usignolo a Scacciapensieri sette anni fa. Notte. “. (Invece, a proposito del film di ieri sera, ho pensato che io sono come quel personaggio interpretato da Trintignant, nel senso che sono morto, in un burrone, mezzo secolo fa, d’estate, dalle parti di Castiglioncello. E non c’è altro da dire)








Poi accendo la tv e quello che vedo sono le mani curatissime del giornalista Massimo Giannini. Come è ovvio ripenso a un diario: “ 27 marzo 1985 – Capii tutto solo nel ‘79, quando notai le mani curatissime dei giornalisti di Paese Sera, il giornale più becero d’Italia. “. Vale per tutta la questione “ Mani pulite “.

Ho capito che cos’è un intellettuale: è uno che non usa mai le mani. Come nel calcio, anzi calcetto.

“ Lotti continua! “, dice Gentiloni alzando il pugno chiuso. È la vignetta di oggi di Emgia sul Corriere. Come sempre Emgia ha centrato il bersaglio, con pochi tratti, garbati, ben disegnati, arguti e precisi. Come sempre io lo apprezzo e lo lodo. Come sempre mi chiedo perché io non sono là dove lui è, dove ha continuato a stare, a disegnare, a fare, leggiadramente, sorridere. Sono misteri buffi, anzi il mistero buffo sono io, c’est moi. Che ce voi fa’? [*]  [*] Per chi non lo sa, “ Emgia “ è il nome con cui si firmava, moltissimi anni fa, Emilio Giannelli, quando ancora non era famoso, quando era fin troppo soltanto senese…

Poi leggo Matteo Marchesini (Da Pascoli a Busi, cit.) e lo trovo, francamente, fenomenale.

Rulli… Petraglia… / Il cinema italiano del Terzo Millennio: una storia bituminosa.


ROSSORI

Sotto una foto di Angelina Jolie che nel prossimo autunno insegnerà come visiting professor nella prestigiosa London School of Economics, nell’ambito di un nuovo corso sull’impatto della guerra sulla vita delle donne scriverò la seguente didascalia: “ UNHCR! “.

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Venerdì 17 marzo 2017

E821ac buffo: quello che soprattutto ho fatto quando, quarant’anni fa, sono tornato a casa è stato leggere. Dico leggere letteratura. Ne avevo tanta voglia, dopo tutti quegli anni in cui mi sembrava di essere stato senza, dico senza-letteratura. Gli anni delle sociologie, delle ideologie, delle assemblee, dei cortei. Delle mozioni, delle contestazioni. Avevo voglia di letteratura, perché mi sembrava di non averne avuta, per anni, per niente. Avendo voglia di letteratura, mi sono regalato la letteratura più letteratura di tutte, quella che non avevo mai avuto il coraggio di leggere. Insomma, essendo convinto di avere perso troppo tempo, ho letto Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust. Ma forse quello che conta, più che il fatto di averla letta, è come l’ho letta: l’ho letta a letto. A leggere a letto si capisce che la lettura è parente stretta del sonno. Non che si possa leggere con gli occhi chiusi, ma è assolutamente sicuro che nella lettura gli occhi non sono la cosa più importante da avere a disposizione. Io credo infatti che leggere sia soprattutto un questione di udito, che insomma quello che soprattutto ci vuole per seguire un testo – letterario, ovviamente -, sia un buon orecchio. Forse mi sbaglio, anzi senz’altro. Quello che voglio dire è che, quando sono tornato a casa, non avevo voglia di vedere più niente. Quello che volevo era ricordare, ri-sentire. Qualcuna delle parole che avevo sentito, qualcuna delle voci che non avevo sentito più. Ero convinto di poterle sentire ancora. Avrei dovuto solo fare silenzio, ascoltare. Forse soltanto leggere… La verità è, forse, che volevo soltanto prendere tempo…

Poi c’è Fabio Fortuna, rettore di Unicusano. Sono fortune che non capitano a tutti.

“ Detroit – Erano madre e figlio, ora sono padre e figlia. È la storia di Erica e Corey Maison, originari di Detroit in Michigan, che hanno deciso di sostenersi a vicenda per affrontare il difficile processo di transizione nel cambiare sesso. Il percorso in comune di Eric e Corey, che ha mantenuto lo stesso nome una volta diventata donna, è iniziato nel 2015, quando l’allora Erica mostrò con un video il momento in cui aveva donato al figlio adolescente la prima scatola di ormoni per consentirgli di avviare la transizione verso il nuovo sesso. Il giovane aspettava da tre anni di ricevere degli ormoni. Circa 18 mesi dopo, Erica ha deciso di seguire le orme della figlia e diventare invece uomo. “ (Dai giornali)

“ Labaro antifa “. Leggo, ancora una volta, la scritta sul muro. E un po’ oscura, ma non per me. Io so che significa: “ Labaro antifascista “. Come tutte le cose di Roma, mi sembra un po’ strana, un po’ buffa, un po’, indecentemente, fasulla. Comunque, poi salgo sul tram e sul tram c’è una biondina molto carina con un culetto molto carino. È insieme a un ragazzo, molto carino anche lui. In quanto a dire che cosa facciano non è facile dirlo. Direi che “ antifanno “. E se ti sembra poco ti sbagli. E di molto. Poi arrivo a Piazza del Popolo e, come quasi sempre, entro a Santa Maria del Popolo, dove c’è Caravaggio, tanto per capirsi. E infatti c’era, e, come sempre, lo guardo e lo fotografo anche. E penso che, dopo quattro secoli e passa, le tele del vecchio Mike “ antifanno “ che è una bellezza. Poi sono andato al banchetto dei libri vecchi e c’era un Giulio Mozzi, Il culto dei morti nell’Italia contemporanea, Einaudi, 2000. Ma non l’ho comprato, perché sapevo che non l’avrei letto, e non mi sembrava bello. C’era anche uno Stevenson, Virginibus puerisque, ma non ho comprato nemmeno quello, perché non avrei letto nemmeno quello. Poi, tornando a casa, sono venuto a sapere che Giorgio Agamben è scomparso. Ma non nel senso che è morto, perché non è morto. E comunque, in quanto a scomparire, io, non faccio per vantarmi, non temo confronti.


ARCHIVIO

“ 15 giugno 1987 – « Il carattere insieme casto e perverso, fantasmatico e cerimoniale di un rapporto amoroso che, pur restando dominato da un ideale di castità, non escludeva il tener, il baizar, l’abrassar, il manejar e implicava, come fase suprema, questa singolare prova (asag) che era la contemplazione della donna nuda. » (Giorgio Agamben, L’erotica dei trovatori, in «Prospettive Settanta», 1, 1975) “.


Sabato 18 marzo 2017

n1100virgon sono io che devo scrivere “? Forse è venuto il momento di dire che non sono io che devo vivere. Che, anche se “ dovessi “, non potrei, non potrei più. Perché, comunque sia, ho vissuto anche troppo. O troppo poco. Comunque ho vissuto. E basta. (E, in quanto a Totò, come riuscire a dirlo – ma io devo dirlo -, a me Totò non piace, non mi piace, “ nun me piace “. Non mi è mai piaciuto, soprattutto quei film degli anni Cinquanta, miserabili, brutti – perché erano miserabili, erano brutti -, e non c’è Doppiozero, non c’è totologo, non ci saranno mai, nemmeno se fossero, come sono, “ otto milioni “, che riusciranno a convincermi del contrario)



Solo il vissuto non è forse ancora letteratura, ma sicuramente con poco vissuto c’è anche poca bella letteratura. “ (Dal web)


EX LIBRI

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Domenica 19 marzo 2019

G518randi speranze: è così che l’hanno tradotto, ma non mi pare che l’abbiano tradotto bene. Io avrei tradotto altrimenti, avrei preferito “ aspettative “, o, meglio ancora, “ attese “. Grandi attese, ecco come si doveva tradurre, ecco di che si trattava. Si trattava del tempo. Di quando è “ tanto “, di quando è “ grande “. Dev’essere per questo che non l’ho mai letto: per doverlo ancora leggere, per aspettare di leggerlo. Per avere il tempo di aspettare. La sola ragione per cui si potrebbe accettare “ speranze “ è che fa rima con “ distanze “…





“ Non sono io che devo scrivere “. Non l’avessi mai detto. Perché, qualunque cosa volessi dire, volevo dire che si doveva scrivere, che qualcuno doveva farlo etc. Perché poi pensassi che doveva essere fatto, sinceramente, non lo ricordo più. E comunque c’è qualcosa di assolutamente stupefacente, in tutti questi scrittori, milioni di milioni: chi sono? da dove vengono? dove erano prima? Non si erano mai visti prima, in tutta la storia del mondo, mai così tanti, mai così tutti. Dire che è stupefacente è dire poco.

Nessuno è illegale “, dice il cartello dei partecipanti alla Stramilano. Io, se fossi Nessuno, non mi sentirei tanto tranquillo, chiederei spiegazioni: in che senso, scusi?

Si può definire « luminosa » una risata? Noi pensiamo di sì. “, dice repubblica.it.

Interessante anche venire a sapere che il pesce che va alla ricerca di Nemo nell’omonimo cartoon è un pesce pagliaccio.

Il limone, che era tutto spelacchiato, secco come un legno secco, morto, come un post-albero, ora è tutto pieno di minuscole foglie nuove. Riuscirà il nostro limone a tornare quello che era, un bel limone, senza eccessive pretese, ma con qualche buon frutto, anche?

Non si pretende che esista qualcosa come una critica cinematografica, che qualcuno la sappia fare etc., ma che fra i tanti scribacchiatori che hanno scritto su questo Gravity, di Cuarón (2013) non ce ne sia nemmeno uno a cui il nome Kowalski ricorda qualcosa, questo ci sembra, francamente, troppo.

È evidente che non possono tornare indietro, che non torneranno più indietro. Scarpette rosse.


EX LIBRI

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EX LIBRI

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EX LIBRI

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EX LIBRI

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EX LIBRI

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Lunedì 20 marzo 2017

f381virgellow “… “ follow “… La verità è che, se anche avessi scritto la cosa giusta, qualunque cosa avessi scritto, non mi avrebbe seguito nessuno. Perché io non sono un leader. Cioè non mi piacere guidare nessuno, condurre nessuno da nessuna parte. Anche perché a me, come a tutti, non piace andare da nessuna parte. Se sto bene dove sto. [*] [*] “ 26 luglio 1994 – […] [Q]uella volta per esempio che sul cartello che indicava la casa di campagna dove ero andato a stare scrissi « fellow me », invece di « follow », e mi fu fatto notare, ma non è che non sapessi l’inglese, è che andavo pazzo per l’amicizia. “.




“ Piace la stanza rossa? “, dice Petronela, la colf venuta dal freddo. Ha appena cambiato la copertura del divano, delle poltrone: da blu che era, ora è tutta rossa. “ È… aperta… “, specifica, tutta contenta. (Rubrologia, 88391)

“ Siena – Pif, cineasta tra i più apprezzati degli ultimi anni, autore televisivo, attore, conduttore, doppiatore e regista, sarà all’Università di Siena per incontrare gli studenti e tenere una lezione sulla complessità e sull’importanza del raccontare e del raccontarsi. La lezione, il 21 marzo alle ore 17, presso l’Aula Magna del polo didattico Mattioli, sarà incentrata sulla narrazione come strumento di comunicazione con gli altri e analisi del mondo che ci circonda, nell’ambito del potenziamento delle « soft skills », ovvero di quelle competenze trasversali che permettono di valorizzare le doti personali e relazionali. “ (Dai giornali di Siena)

Ma il Cassola più classico è quello che per raccontarci questa vita elimina anche il plot alla Bube e rappresenta quasi soltanto lo stratificarsi del Tempo, in un mondo il cui senso si esprime unicamente nelle velature successive delle stagioni e nelle intercapedini che si aprono tra i tasselli dei suoi capoversi paratattici. È il Cassola della narrazione che « non procede », il prosatore che per cogliere la monotonia dell’esistenza costruisce un’atmosfera di stordita fissità, giustapponendo frasi che potrebbero tutte essere un nuovo incipit. «Io volevo porre tante prime pagine», ha scritto a suggello delle sue prove giovanili. E in effetti i suoi libri, a qualunque pagina li si apra, sembrano sempre « all’inizio »: lo scrittore vuole restare il più possibile vicino a quella condizione aurorale e magica che le storie sono destinate a perdere col crescere dell’intreccio. “ (Matteo Marchesini, Un « bosco » all’avanguardia, in Il Sole24ore, 17 marzo 2017)

“ A volte si ha l’impressione che il critico abbia letto, se non troppo, troppo in fretta “ (Saibene su Da Pascoli a Busi, in Doppiozero, ottobre 2014)

Matteo Marchesini / checché tu ne pensi / nel bene e nel male / è sempre un Matteo.


Martedì 21 marzo 2017

q1139ua sotto, qua vicino, a portata di mano, a un tiro di schioppo, a un tiro di sputo, all’A(ppla)uditorium, insomma, in questi giorni c’è Libri come. Ma io non ci andrò. Per tutto un amplesso di cose, come diceva quel militare, ma soprattutto perché non voglio avere niente a che fare con qualcosa che è come un libro ma libro non è. Perché è un surrogato di libro, uno pseudo libro, un sedicente libro, un libro essenzialmente falso. Sono anche bravi, non dico di no, ma, diciamo così, si applaudissero fra loro. Sarà perché a me non piace applaudire. Oppure perché dei libri me ne importa solo fino a un certo punto.




Pansa ieri sera diceva che Renzi è cattivo. Ma forse voleva dire che è il cattivo. Comunque, alla fine, è lo stesso.

Dovrei comunque sempre ricordarmi che io, quarant’anni fa, ri-cominciai dalla poesia

Leggo un ritratto di Milo De Angelis. Che è un poeta, e sta a Milano. I poeti, a Milano?

Tutto comunque si concentra su un punto. A un certo momento fra le chiazze della foto ingrandita si scorge una sigaretta accesa: è il probabile assassino nel palazzo di fronte. Una vaga speranza di successo, un vanishing point, un punto di fuga: qualcosa comunque da cui si origina un’immagine, e con essa una nuova storia. “ (Gianfranco Marrone, Voyeur in lotta, in Doppiozero)

“ Siena Piena solidarietà alla famiglia Savelli e alla loro caratteristica attività di « frittelle » di Piazza del Campo. Quello che sia accaduto, una minaccia, un avvertimento o peggio un attentato sventato, è un atto grave da condannare con tutta la fermezza possibile. Le frittelle sono una tradizione cristiana sin dal XV secolo che a Siena si tramanda con i chioschini e quello delle frittelle in Piazza del Campo a Siena, è un simbolo della nostra cultura e tradizione; un piacevole ricordo collettivo e tale deve rimanere contro qualsivoglia visione diversa. “ (Dai giornali di Siena)

Oggi ho scritto a Giulio Mozzi: “ Caro Giulio, ti scrivo dal 446 che ho appena preso uscendo dal Policlinico Gemelli dove mi faccio le flebo perché dall’orecchio destro non ci sento più. Volevo solo dirti che io non ricordo nemmeno un libro che mi abbia fatto ammalare – forse qualcuno, negli anni Sessanta, ma non era un libro di letteratura, forse, a pensarci meglio, sempre in quegli anni, La montagna incantata, ma non dipendeva dal libro -, perché a me, quello che mi ha fatto ammalare, sono stati i giornali. E il buffo è che continuo a comprarli, mitridatescamente, avvelenandomi, un pochino, ogni giorno, da me. Ma quello che fa peggio di tutto è la televisione. È lei, ne sono sicuro, che mi ha rovinato l’udito. E ora mi devo curare… Come vedi, questa volta non ho scritto in forma di diario. Qui habet auresP.s. Appena avevo scritto, sul 446 sono saliti tre controllori dell’Atac. Che ora si chiamano « polizia amministrativa ». Per fare più paura. Comunque, io, questa volta, avevo il biglietto. La filippina, invece.. Comunque anche l’Atac non fa tanto bene… “.

Poi vedo la miliardesima donna con il cane. Ma questa volta penso che una donna con il cane è una donna che vuole tenere qualcuno al guinzaglio. Penso anche: e il cane? Che penserà il cane? Magari gli va bene così.

A cosa serve un diario? A farsene una ragione. Del tempo che passa, che scompare, che non vuole fermarsi. Che non sente ragioni. Dici che è “ letteratura consolatoria “? Sarebbe consolante se riuscisse a esserlo.

Devo stupirmi, devo scandalizzarmi se all’inizio dei Cento passi (Giordana, 2000) si sentono le trombe del Sorpasso? No, devo solo capire che il cinema non va per il sottile, sa quello che vuole, sa come ottenerlo. Il cinema non è un pranzo di gala, un gioco per signorine etc. Peggio del cinema c’è solo il giornalismo… Del resto l’avevo già detto: “ Sabato 3 gennaio 2004 Chi è Marco Tullio Giordana? Uno che ne I cento passi ci mette, tanto per cominciare, le trombe del Sorpasso. E pour cause – i soliti due fratelli, una madre, un padre etc. etc. (« Queste chiappe selvagge… piacciono… ») “. Devo comunque ricordarmi lo striscione ai funerali di Peppino: “ La mafia uccide / il silenzio pure “. D’estate, of course.

Poi, non so com’è, mi torna in mente Michelangelo Caponnetto. Vado a vedere e, intanto, scopro che era sposato con la figlia di Pampaloni. Poi vedo che, dopo che è morto nel 2008, a ricordarlo ci sono stati gli architetti della facoltà di architettura di Firenze. Dove, nel ’68, c’era anche, a mia totale insaputa, Umberto Eco. Comunque li conosco tutti. E capisco che il ’68 è stata tutta una storia di architetti. E questo spiega tante cose etc.


Mercoledì 22 marzo 2017

d1126opotutto, penso, il povero Michelangelo la sua rivoluzione l’aveva compiuta. Se può chiamarsi rivoluzione insegnare architettura a Firenze, sposare la figlia di un letterato fiorentino etc. A me, dopotutto, dopo tutto, sembra tutto così ovvio, inevitabile, prevedibile. Lei suona il pianoforte… Direi così se non temessi di essere trucido, come dicono qui, che di trucidezza ne sanno qualcosa. Io, invece. Io ho perso tutti i tram, e quando ho tentato di prenderli mi sono fatto male. La Storia: qualunque cosa sia, non fa per me, e, soprattutto, io non faccio per lei. A proposito poi di Umberto Eco, di ‘68, lo so perché allora non mi sono accorto che c’era: perché io, a quel tempo, avevo già preso la strada dei campi, ero diventato padre, ero diventato lavoratore-studente, ero diventato stupido, che più stupido non si può. A questo punto, comunque, non mi sembra più tanto strano che quegli architetti a Firenze leggessero Gadda. Perché ho capito che agli architetti piace la letteratura. Non ci capiscono niente ma gli piace. Gli piace perché non ci capiscono niente. E, mi chiedo, alla letteratura gli architetti piacciono o no? Io non so. So che a me piacevano. Soprattutto uno. Elementare, Watson.

Lorenza, Orlando e il cane Arturo annunciano tristissimi la morte di Michelangelo Caponetto compagno, marito e padre coraggioso, geniale, forte, sensibile e impegnativo. Un saluto laico degli amici si terrà nella Chiesa Valdese di via Micheli 26, mercoledì 21 alle ore 14,30. Grazie alla dottoressa Ilaria Meucci che lo ha accompagnato nella sua lunga battaglia contro il cancro, al dottor Sergio Bracarda di Perugia e all’Associazione Toscana Tumori che ha reso più leggeri i suoi ultimi giorni. “ (Necrologio, 20 maggio 2008)

Anche stamani ho scritto al Mozzi: “ Caro Giulio, anche stamani ti scrivo dal 446. Solo per dirti che stamani il mio orologio – che poi sarebbe quello del mio povero babbo – non voleva saperne di camminare. Io ho pensato: eccone un altro che vuole « non fare » qualcosa. Poi gli ho dato una botta e si è messo in moto. Quelli dell’Atac ancora non si sono fatti vedere. Io, comunque, il biglietto ce l’ho. Almeno quello ce l’ho. “.

“ Intoccabile “, “ infrangibile “, “ inafferrabile “, “ inviolabile “…  È da stanotte che mi lambicco il cervello, ma la parola giusta non mi viene. Come mi sentivo, esattamente, io, prima? Prima di essere toccato, prima di infrangermi, prima di essere afferrato, prima di essere violato…

Pevché non andiamo a Lecchi? “. E per la troppo repentina sterzata sono finiti in un fosso. “ Pevché non andiamo a Lecchi? “: li faceva tanto ridere. E anche a me, ma a me un po’ meno. Io sono uno che finisce nei fossi…

È vera la storia che il suo nome fu storpiato in quello di un celebre cardinale? « Accadde durante un comizio con i contadini. Il segretario provinciale introducendomi disse: ed ora diamo la parola al compagno Richelieu! ». “ (Intervista a Alfredo Reichlin (2014)) (“ Un kilim, precisa Roberta Carlotto “ (Ibid.))

Mi colpisce trovare nell’intervista di Reichlin l’appellativo di “ moralista “ – a proposito della rottura con Pintor. Non ho mai capito bene che cosa significhi ma l’ho sentito dare molte volte, e a qualcuna anche a me. per quanto mi riguarda, io dico: non era meglio darmi del ricchione, o dell’invidioso, o dell’arrapato o dello spaesato senz’altro? Il punto è che c’è gente che non riesce mai a dire chiaramente quello che pensa.

Un bacio al Papa e poi il dolce « furto »: la bimba afferra la papalina a Bergoglio, che ride affettuosamente dell’accaduto. Il papà della piccola ha pubblicato il filmato su Twitter. “ (Dai giornali)

Io avevo un amico. Ma poi ho scoperto che era un comico. {Ho capito che “ comico “ è il contrario di “ moralista “)

Sorprendente anche Prodi che, a proposito di quello che ha detto che in Europa c’è chi spende e spande e poi chiede i soldi, dice che è tutta invidia.

A proposito di invidia, molto interessante è la notizia che la signorina Laura Pugno dirige l’Istituto Italiano di Cultura di Madrid. Dove si vede che non è assolutamente vero che con la cultura non si mangia.

“ La messa è finita “ [*] Il telegiornale, no. [*] Titolo di Repubblica.


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“ 18 dicembre 1992 – La gente è sdegnata ma non tanto. Soprattutto si diverte. Il caro vecchio film comico: la caduta del Fascismo. “.


ROSSORI

Sotto una foto dello studente italiano che si è accoltellato a morte a Valencia scriverò la seguente didascalia: “ È l’Erasmus, bellezza “.

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Giovedì 23 marzo 2017

d1127ice Scalfari che Reichlin era un suo grande amico. « Anche lui? » Anche.












Un essercizio [sic] difficile / Tema in classe “ (Titolo di Doppiozero)

“ Guarda che devo passà io, no te “, dice il vocione. Sembra incredibile, ma a Roma anche le ambulanze parlano.

La cosa buffa è che la parola “ moralista “ la trovo subito, all’inizio del mio diario. Segno che c’è stato un tempo in cui la usavo anche io: “ Torino, ottobre 1973 Carissima Mano Nera, come dice Richelieu in un atto imprecisato del famoso – inedito – dramma Chalais: « I moralisti sono la feccia della terra. Mettono insieme tutti i pezzi di anima che trovano in giro o dentro di sé, ordinandoli per colore e formato come nella biblioteca di un analfabeta, onorano questa cosa di un copricapo, magari piumato, e la chiamano Uomo. Poi quando la macchina comincia ad andare in pezzi, si invulcaniscono e lavificano il primo che gli capiti a tiro. Questa gente è la rovina della Francia! ». Molti baci. “. Non so bene che cosa intendessi dire, però sono piuttosto sicuro che non ero del tutto sincero. Ero autocritico, auto denigratorio, autopunitivo. Ma non sincero.

È morto il mago Zurlì, è morto er Monnezza. È la fine di un’epoca.


ROSSORI

Sotto la foto della architetta romena Andreea Cristea che è caduta nel Tamigi dal ponte di Westminster scriverò la seguente didascalia: “ Uno sguardo dal ponte “.

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Venerdì 24 marzo 2017

e822ac buffo, ma tutto quello che ho fatto nella mia vita è stato fare un figlio. Ero molto giovane, poco più che un ragazzo. Ero un ragazzo-padre, e quella che feci fu, tutto sommato, una ragazzata. Una cosa comunque la voglio dire: che quelli che a me sembravano tutti uomini ho poi scoperto che, almeno in un certo senso, erano più ragazzi di me.








Il Policlinico Gemelli è molto grande, anzi è grandissimo, smisurato, praticamente infinito, come il borghese, come diceva Flaubert. È come un Luna Park, un Paese dei Balocchi. Un Grand Hotel: gente che va, gente che viene. Che ogni tanto muore. Ma quella, si sa, è la vita, anzi, la morte. Io mi ci sono anche divertito, in questa settimana di day-hospital. Un Policlinico al giorno leva il medico di torno?

Ci sono dei giorni in cui il giornale mi appare per quello che è, e cioè: mostruoso. Quella continua grancassa, su tutto, su tutti. Senza un attimo di requie, senza una pausa. Bum! Bum! Bum! Bum!

Nella notizia che è morto Mino Argentieri la notizia è che Mino Argentieri era ancora vivo. Infatti aveva 90 anni etc.

Interessante, sul tram n. 2, la ragazza con le unghie molto rosse. Tutte, meno una, che è nera.

Interessantissimo anche trovare sul banchetto dei libri vecchi a piazzale Flaminio un libro di Sergio Givone e sfogliandolo scoprire che chiama in causa il Giornale di guerra e di prigionia del vecchio Gaddus perché c’è il nome di uno che aveva a che fare con quella certa cascina dalle parti sue cioè di Vercelli etc. Ormai io vivo così, di libro in libro, per così dire… P. s. Il libro era Favola delle cose ultime. Non l’ho comprato perché non avevo nessuna intenzione di leggerlo.

Interessantissimo anche il caso Antimafia vs Juventus. Antijuventini di tutto il mondo etc.

Ho capito che si sentono figli. Ho capito anche che non sono figli miei.


Sabato 25 marzo 2017

v1106aroufakis, diciamo la verità, è la-cosa-più-orribile-che-abbia-mai-visto. E lui, forse, lo sa. (Storie del Silenzio, 55169) (C’era anche Vecchioni. Che fa rima con accattoni. Come è possibile che abbia finito per odiarli così tanto? Credo, francamente, che sia colpa loro: della loro esagerata voglia di essere amati)









Poi penso che l’Europa è una grande famiglia. C’è anche lo zio strano, quello che spende e spande, che beve, che va a puttane. Quello senza cravatta, tanto per capirsi (vedi foto).

C’è da notare che sabato 25 marzo 2017, verso le cuatro de la tarde, Jorge Mario Bergoglio in arte Francesco riuscì a fare stare zitti per un minuto o forse più un milione di esseri umani, a Monza (Italia) (Europa). C’è anche da notare che un milione di esseri umani erano andati a Monza (Italia) (Europa) disposti a fare o, soprattutto, non-fare qualcosa tutti insieme.

Poi tento di leggere l’autointervista di Luperini, ma quando leggo che ha avuto un ” più caro amico della giovinezza, morto precocemente “, mi fermo lì perché mi sembra di avere letto abbastanza. Dopodiché, per l’ennesima volta, mi torna in mente quel certo diario: “ 30 aprile 1987 – Abbiamo / tanto / lottato / per mandare / Guccini / a cantare / a Parigi / all’Olympia. “.

L’arte? Va forte.

Poi mi affaccio alla terrazza e sotto c’è una ragazza che cammina veloce trascinando un trolley. Cioè una valigia. La ragazza con la valigia… « Ma quello è un film… » Già.

Il guaio con i neofiti del teatro è che credono di credere nel teatro solo loro.


ARCHIVIO

16 febbraio 1993 – E se la letteratura non avesse più niente a che fare con la scrittura (con lo scrivere) (la letteratura come solo leggere)? “.


Domenica 26 marzo 2017

s1479otto la foto dell’incontro fra il papa e il cardinale Scola scriverò la seguente didascalia: “ Una giornata particolare “.

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“ È iniziata l’era degli oggetti intelligenti “, dice la signorina della radio. Me cojoni, dico io. Che mi sento sempre più stupido. (A occhio e croce dev’essere un bell’oggettino… Cfr: “ Martedì 14 gennaio 2003 – Poi, mentre facevo la fila al supermercato, ho visto una giovane signora bionda che parlava al telefonino, uno di quelli nuovi, piccoli e molto carini. E ho pensato: però, che bell’oggettino… (il telefonino, s’intende). E poi ho pensato a Baricco, e mi sono detto: è un bell’oggettino anche lui. E poi ho pensato a Calvino, e ho pensato: quello che non aveva previsto è proprio questo, il « mare dell’oggettinità ». Mi è venuto da ridere e mi sono sentito quasi contento, nonostante la fila e la vita (grama) che faccio. Il « mare dell’oggettinità », « mare dell’oggettinità » mi ripetevo, come se avessi avuto paura di dimenticarmelo. “)


ROSSORI

Sotto la foto dello scrittore Roberto Saviano insieme alla signorina Ashley Graham, scriverò la seguente didascalia: “ Sodoma e Gomorra “.

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Lunedì 27 marzo 2017

s1480tamani comincio leggendo un articolo di Claudio Giunta – “ Proibire il latino “, in Il Magazine del Sole 24 ore – in cui il giovane a me piuttosto simpatico professore torinese-fiorentino se la prende, fra l’altro, con Massimo D’Alema, che, dice lui, ha usato il latino in una assemblea del Pd ma l’ha fatto commettendo un errore. Ha detto “ Quandoquidem dormitat Homerus “ invece di dire “ Quandoque dormìtat Homerus “. “ Il fatto che D’Alema ignori il latino aggiunge solo un tratto patetico a questo snobismo: come lamentarsi, ruttando, del dilagare della maleducazione. “, commenta, con sapida severità, il docente. Il punto è che quel “ quandoquidem “ l’avevo subito notato anche io, ma il “ dormìtat “, quello, francamente, è la prima volta che lo sento dire. Può darsi che mi sbagli, che abbia sempre sbagliato, eppure il latino, un po’, lo sapevo, può darsi che sia una di quelle cose che si sanno solo se il latino lo si sa ultrabene, come, ad esempio, il professor Ronconi, che, se ricordo bene, diceva le consonanti con la durezza imprevista di lettere, più che latine, greche, ma non riesco a crederci del tutto. Il fatto è che non saprei a chi chiedere, perché io vorrei farlo, non dico al professor Ronconi, ma almeno alla mia mamma, ma non posso, perché sono abbondantemente morti tutti e due. Così dovrò rassegnarmi a restare col dubbio, che è un sentimento fastidioso perché ti toglie la possibilità di provare una vera, elementare, liberatoria emozione, che sia l’approvazione o il rifiuto, ti fa restare a metà strada, con le parole, il fiato – il rutto? –  in gola. Peccato. (Poi, sul Venerdì di Repubblica, leggo che il Barbera, nel senso di vino, nel senso di “ si passa la sera / bevendo Barbera “, è femmina, e dunque si deve dire “ la “ Barbera e non “ il “ Barbera “. E io mi stupisco, perché anche questo non lo sapevo. Comunque poi smetto, perché lo stupore è come il vino: un po’ va bene, ma troppo non va bene per niente etc.)

I giornalisti sono “ antipolitici “. E gli “  antigiornalisti “ che cosa sono?

Quanti cuochi.


Martedì 28 marzo 2017

s1481crivere tutti i giorni. È vero: può diventare un vizio. Ma il resto è Trefiletti.












Poi ho fatto una cosa strana. Nel senso che, prima, sono andato al mercatino qua sotto dove c’è anche uno che vende i libri ma io non li compro mai perché sono brutti e, per i miei gusti, costano troppo, ma oggi c’aveva le Lettere 1926-1950 di Cesare Pavese, in due volumi, Einaudi, 1973, e costavano cinque euro l’uno, oppure tre libri dieci euro, avrei potuto aggiungere i Saggi letterari, Einaudi, 1982, però lì per lì non ne ho fatto di niente, perché c’ho troppi libri, perché c’ho pochi soldi, perché non c’ho più tempo etc. Ma, dopo, a tavola, mentre finivo di mangiare, ci ho ripensato, anche per via di una mia certa teoria secondo la quale non c’è miglior leggere che leggere lettere etc., e così mi sono alzato in fretta e furia e sono tornato al mercato. Ma li avevano già venduti. Chissà se è stato il ragazzo che aveva già preso l’Ulisse nell’edizione della Medusa Mondadori, quello, comunque, ce l’ho già, etc. Poi, mentre tornavo a casa, sentendomi, va detto, meglio, perché la voglia mi era comunque “ sbollita “, non ho potuto non ripensare a quel solito vecchio diario nel quale si legge: “ 2 aprile 1994 – Curiosa è anche la storia di quel professore di liceo, un fine letterato, aveva studiato con Luigi Russo, che, una trentina d’anni fa, si comprò prima una Fulvia e poi una Flavia (o viceversa), e si comprava centinaia e centinaia di libri, ed era un po’ fuori di testa, e poi morì. “. Quello che, dopo tanti anni, non ho ancora capito è se gli fecero più male i libri vecchi o le macchine nuove. Speruma ben.

Ricapitolando: una laurea in lingue triennale in lingue conseguita a Roma nel 2007 a tempo di record, la specialistica in cinese a Forlì, una borsa di studio del Ministero degli Affari Esteri in Cina, il dottorato a Taipei, Taiwan. Nel 2011 l’apertura del primo corso di interpretazione cinese-italiano e italiano-cinese a Taiwan ad opera di un madrelingua italiano, e l’inizio, così, di una carriera accademica che oggi vede Moratto insegnare in sei diversi atenei. “ (Dai giornali)

Nella notizia della morte di Alessandro Alessandroni, il “ fischio “ degli spaghetti-western, quello che mi colpisce di più è che si parla di una “ sua casa di Swakopmund, in Namibia “. Il cinema, mistero senza fine bello.

La sinistra divisa “ (Titolo di Ottoemezzo con la Boldrini)

Mi dispiace per Gentiloni, ma io, più il tempo passa, più giornali leggo, più televisione vedo, penso, fortissimamente penso una sola cosa: non expedit, non è il caso, non è possibile, proprio no, assolutamente no.


ROSSORI

Sotto la foto del regista Paolo Virzì fra Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti scriverò la seguente didascalia: “ Du’ donn s megl che uàn “.

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Mercoledì 29 marzo 2017

n1101on ci credo nemmeno se lo vedo: questo è quello che penso subito leggendo questa frase: “ Quella notte la passai da solo, leggendo uno degli ultimi volumi della Recherche fino all’alba. “. La leggo in un articolo sul ’77, scritto da uno che, poco prima, ha fatto sapere di essere stato il responsabile del servizio d’ordine nelle manifestazioni bolognesi seguite alla morte di Lorusso. Poi, però, come sempre, “ approfondisco “. Approfondendo, scopro che, quarant’anni dopo, Claudio Piersanti – perché è di lui che si sta parlando – è un noto scrittore e sceneggiatore – come scrittore, per esempio, ha vinto il “ Viareggio “ con il romanzo Luisa e il silenzio (1997), come sceneggiatore, per esempio, ha scritto Vesna va veloce (1996). Belpoliti lo definisce “ il testimone più veritiero della generazione nata negli anni Cinquanta “. È uno “ scrittore tutt’altro che squillante, sempre adotta un rigoroso basso profilo, sia stilistico che strutturale “, secondo Franco Cordelli. Dunque, ancora una volta, mi sono sbagliato. Diciamo che, a questo punto, ne sono persino contento. Nell’occasione, penso che tutto quello che scrivo è una specie di “ contributo alla critica di me stesso “. È così: tutto quello che cerco di fare è capire che cosa ho fatto, perché l’ho fatto che cosa non ho capito, perché non l’ho capito etc. Poi trovo una foto del primo ministro inglese Theresa May in compagnia della sua collega scozzese Nicola Sturgeon, una foto che, dice il giornale, ha creato una certa effervescenza sui cosiddetti “ social “ a causa del fatto che le due signore ostentano ambedue un vistoso paio di gambe. Decido subito di farne un Rossore, la cui didascalia suonerà: “ Saran belli gli occhi neri “. E con questo, almeno per ora, il discorso sul ’77 può considerarsi concluso. Comunque io, a quella storia del Proust fino all’alba, continuo a crederci poco.

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Andrea Marcolongo ha 30 anni ed è una donna a dispetto del nome da uomo. “ (Da “D”) (“ Vive tra Livorno e Sarajevo “ (Ibid.))

Azzardopoli “ (New entry)

Il padre sembra essere il figlio “ (L’attore Massimo Ghini parla dello spettacolo teatrale tratto dal libro di Walter Veltroni) (Poi c’è Walter Veltroni che dice che vedeva passare Aldo Moro mentre giocava a pallone. Dice che avevano una squadra che si chiamava “ Sdegno democratico “) (In generale, non si può non ripensare a un diario: “ 18 febbraio 1986 – I  « comunisti romani ». Senti come suona strano. E a vederli, poi. “)

A proposito di “ comunisti romani “, io, ogni tanto, penso delle cose strane. Per esempio, mi chiedo: tutti i romani sono comunisti? Oppure: tutti i comunisti sono romani? Oppure: il mio babbo, essendo nato a Roma, era comunista? Oppure: chi è nato a Roma è comunque un babbo? Il fatto è che a me questa città non fa bene per niente…

Leggere insieme, ascoltare e rispondere alle domande degli studenti mi dà senso “, dice Roberto Saviano. Mi “ dà senso “ anche a me, dico io. E non dico quanto.

Una laurea per il principe della risata. Un riconoscimento, a 50 anni dalla morte, per Antonio de Curtis, in arte Totò. L’università Federico II ha sciolto le riserve e ha deciso: il principe de Curtis merita una laurea. In discipline della Musica e dello spettacolo, il nuovo corso di laurea magistrale avviato proprio quest’anno. “ (Dai giornali)

Dopo Bebe Vio Alessandra Sarchi: la tradizione della donna-senza. “ Non c’erano, le gambe “ (Italo Calvino, La giornata di uno Scrutatore, 1953)


ARCHIVIO

“ 9 giugno 1987 – « L’avanspettacolo di periferia per la truppa. Visto dall’intellettuale alla ricerca di episodi di costume, si carica di riferimenti ad una oscenità fescennina di cui lo sciagurato capocomico non ha mai avuto sentore; e tuttavia questi, coordinando in uno schema in uno schema assai ricco alcune rozze intuizioni circa gusti e aspettative di un pubblico popolare, di fatto strutturava anche una serie di riferimenti a comportamenti archetipi che, in un modo o nell’altro, funzionano ancora e vengono consumati, e elaborati, d’istinto. » (Umberto Eco, Apocalittici e integrati, 1964) “.


Giovedì 30 marzo 2017

o740ggi, senza por tempo in mezzo, comincio ripensando a un diario: “ 6 giugno 1994 – Non ho mai imparato il greco, e mi dispiace. Dipende tutto da quel professore che, verso il Cinquantotto, sono sicuro che aveva tanta voglia di mettermelo, pardon, al culo. Come un greco (antico?). “. Chissà. Quello che è certo, che ricordo benissimo, è che da lui non riuscivo a imparare niente. Soprattutto non riuscivo a rispondere: se, interrogandomi, mi guardava, io non riuscivo a ricordare niente, tutto, in testa, si confondeva, era come se una manona, passando fra i miei pensieri, li scompigliasse, li rovesciasse, come con i birilli fa la nera, pesante, catastrofica palla del bowling. Di fronte a lui, alla sua faccia di uomo, di professore, di ex bersagliere, va anche ricordato, io venivo meno, perdevo i sensi, diventavo, in un attimo, stupido, inetto a sentire, a capire, a imparare qualcosa. Credo che lui lo sapesse, ma anche lui sapeva che né io né lui potevamo farci niente. Ciononostante, restando accigliato, come, va detto, si addice a un uomo, a un professore, a un ex bersagliere, non mi ha mai bocciato, negli anni per me tutto sommato confortevoli del liceo. Però poi, quando è arrivato l’esame di maturità, tutto quello che non ero riuscito a imparare è venuto a galla, e mi hanno bocciato. Va anche detto che, dato che mi hanno bocciato anche in fisica e in italiano, è evidente che non dipendeva da quello. Comunque, e questo è quello che volevo dire, è stato allora che ho cominciato a capire che con i professori io avevo qualche problema, e che ce l’avrei sempre avuto. Con le professoresse, invece… Con le professoresse era tutta un’altra cosa, con le professoresse era un’altra musica, era musica per le mie orecchie, era un pranzo di gala, era un immenso piacere, non avrei smesso mai… Il fatto è che, ormai posso dirlo, io sono molto timido, mi spavento con una certa facilità, insomma: ho paura. « Dei greci? » Diciamo greci…

Poi leggo l’appello contro i decreti Minniti: “ Aiutare i poveri, non punirli… “. Leggo chi lo ha firmato: Fabrizio Gifuni, Wilma Labate, Giulio Marcon, Valerio Mastandrea, Roberto Saviano, Andrea Segre, Padre Alex Zanotelli. Mi verrebbe da scrivere: appellare, sempre meglio che lavorare… Ma non lo scrivo. Perché non credo negli appelli, ma non credo nemmeno nel lavoro. Credo solo al cinema, purtroppo.

Ha ragione Michele Serra: Trump è, soprattutto, ridicolo. Infatti è ridicolo pensare di tornare indietro, di “ restaurare “ il carbone etc. Ma soprattutto fa ridere il dichiarare guerra alla teoria del global warming, all’ideologia “ climatica “ etc. Fa ridere il farlo prima di avere capito di che cosa esattamente si tratta, prima di averla “ spiegata “. È anche vero che qualcuno, prima o poi, dovrà provarci. A dire in che cosa consiste la “ truffa colossale “, quella su cui io ho cominciato a riflettere quaranta e più anni fa. Per intanto si tratterebbe di sopravvivere: alla micidiale balla. Non è per niente facile.

L’adolescente con l’esagerato cappello color fucsia è solo un’adolescente che vuole scherzare o è qualcosa di più? Indubbiamente è carina. Oppure no: non è nemmeno carina, è un brutto segno, un brutto segno e basta.

Una giornata in ricordo di Omar Calabrese, semiologo, studioso di arte e di comunicazione, accademico e intellettuale impegnato politicamente, si terrà venerdì 31 marzo all’Università di Siena, a cinque anni dalla sua scomparsa. « Omar Calabrese, i libri e la vita » è il titolo dell’iniziativa pubblica organizzata dai colleghi e gli amici dell’Ateneo, che si aprirà alle ore 15.30 nel chiostro di San Galgano, in via Roma 47. Interverranno, dopo il saluto del rettore Francesco Frati, del sindaco di Siena Bruno Valentini e della professoressa Grabriella Piccinni a nome dei dipartimenti di area umanistica, Tarcisio Lancioni, che parlerà de « La scuola di Omar », Marcello Flores, su « Siena e la cultura », Maurizio Boldrini su « La politica e la sua critica », Stefano Jacoviello con « Serio ridere », Jorge Lozano, su « Il mondo a portata di semiotica », e Maurizio Bettini su « I libri di Omar  ». A seguire, alle ore 17.30, sarà inaugurata una nuova sala della biblioteca umanistica dell’Ateneo intitolata a Calabrese, dove sarà raccolta e resa disponibile alla consultazione una parte degli oltre 7mila 500 libri appartenuti allo studioso e donati all’Università di Siena dalla moglie Francesca Buttà. “ (Dai giornali di Siena)

Facebook / Romanzo.

È anche enormemente cresciuta la produzione. Nel 1980 i titoli usciti erano stati 13.203, di cui 1.087 di narrativa. Nel 2016 invece sono usciti in Italia 66.505 titoli, di cui 18.517 di narrativa: 182 novità al giorno. Un aumento del 400 per cento. Tanto che nei prossimi anni il problema principale per gli editori potrebbe non essere il digitale, ma riuscire a far conoscere i propri libri. Perfino avendo tra gli autori un nuovo Hemingway. “ (Da Internazionale)

Ciò che vieta Pluton comanda Amore “ (L’Orfeo, Monteverdi, 1607)


Venerdì 31 marzo 2017

d1128ice che la Madia ha copiato la tesi di dottorato. Fosse solo quello.












Poi, a un certo punto mi sono chiesto: ma io che ci faccio qua sopra? Ma il punto era capire che ci facevano sotto loro. It’s a long way to Tipperary

Librò, il nuovo « esclusivo » bar della Biblioteca Nazionale di Roma, si autodefinisce « lo spazio ideale per tutti coloro che vogliono condividere emozioni e sogni » e vanta i suoi « arredi moderni, con inserti che richiamano una vera e propria biblioteca ». “ (Dai giornali)

Poi vedo il cane che cammina a due zampe e due ruote. Nel senso che la padrona gli ha messo sotto le zampe di dietro una specie di carrettino con le ruote, si vede che le zampe di dietro non gli funzionano più. Dice: meglio che non muoversi per niente… Dice: è il tempo delle protesi… Io dico: tutto sta a farsene una ragione… Ma dico anche: siamo uomini o ragionieri?

Vieni qui da nonna “. (La donna, attempata, al cagnetto, di proprietà, evidentemente, della figlia – Largo Ignazio Jacometti, ore 11. 58)

Era partigiano, conte e contadino “, scrive Michele Serra. Che di sicuro si sente partigiano, vorrebbe tanto anche sentirsi conte, lavora assiduamente per riuscire a sentirsi contadino. Anche se contadino non lo nacque.

Poi mi affaccio alla terrazza e vedo un ciccione che fa il jogging, oppure il running, o come cazzo si chiama. Insomma: corre. E penso che, se nella primavera del 2017 si mettono a correre anche i ciccioni, significa che la situazione è veramente drammatica, cioè è terribilmente poco seria.

A tutta prima non notai nulla di sospetto; certo, era molto in ordine. In uno dei piccoli scompartimenti vi era un fascio di volantini pubblicitari che propagandavano la « Tabaccheria Walter Benjamin », e, accanto ad essi, la fotografia di un signore anziano e barbuto che doveva essere, presumibilmente, il predetto Walter. “ (Mary Roberts Rinehart, L’Inferno / The Swimming Pool, 1952)

Nella vertenza Rosy Bindi vs Juventus tutta l’essenza, paradossale, grottesca, orrorifica dell’Italia manipulitica, secondorepubblicana, savianica, camussica etc.

Ho capito che cos’è il buonismo: è la tradizione del buono. Ciò che resta del buono. « Come ciò che resta del giorno? » Esattamente « Ma quello è un film… » Appunto.


ROSSORI

Sotto la foto della mia mamma con il cappello da goliarda insieme alle sue compagne di università scriverò la seguente didascalia: “ Noi siamo le colonne “.

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ROSSORI

Sotto la foto di un murales di Kentridge “ deturpato “ dai writers scriverò la seguente didascalia: “ Chi di murales ferisce.

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Sabato 1 aprile 2017

i2011eri sera in tv ho visto quello scrittore che sono venuto a sapere abita da queste parti, che sono venuto a sapere corre la maratona, che so che sta a Roma ma assolutamente non è di Roma, che francamente non ho mai letto, che tutto sommato non credo di avere voglia di leggere, perché, tutto sommato, io non ho voglia di leggere, è più probabile che abbia voglia di correre etc. Insomma, era lì e gli chiedevano di dire qualcosa su quei cripto-jhadisti del ponte di Rialto etc., e si è capito subito che era un dialogo fra sordi, nel senso che era impossibile farsi ascoltare, almeno in un certo senso, perché in un altro, per esempio in quello dell’attore che partecipava anche lui al piccolo ddibbattito, che aveva una foltissima barba, che aveva sul petto un cartello con un numero telefonico, che hanno detto che è il numero del FAI, per lui, invece, nel suo senso, nella sua barba, nel suo cartello, era possibilissimo. Io, assistendo a questa strana non conversazione, a questo dialogo fallito in partenza, ho pensato che gli scrittori non devono andare in televisione. O forse non devono andarci i maratoneti, o forse non devono andarci quelli che non sono di Roma. O forse non devono andarci quelli che non vogliono fare niente, cioè nessuna delle cose che gli dicono di fare quegli altri, quelli dei cartelli, quelli della televisione etc. Quelli che sono di qui, e che, anche se vengono da un’altra parte, sono comunque fermamente intenzionati a restarci. Contenti loro. (Poi sono tornato a dormire, e, non so come, tanto più inspiegabilmente in quanto stavo sognando la biblioteca – ero nei sotterranei, stavano allestendo una nuova grande sala di lettura -, mi sono svegliato con una inattesa erezione, e mi è sembrato, francamente, strano – era da un po’ che non succedeva. Comunque mi è tornata in mente quella storiella dove c’è una che, con un vistoso accento bolognese, dice al Salvatore: “ Straniero, io non so chi tu sia, ma chiavi come un dio “. E ho pensato che la verità è che io, per quanto dica, per quanto pensi che, dopotutto, non mi conviene, non sono più uno straniero, oppure se lo sono, lo sono come tanti, nel senso che sono di qui anche io. Quello che sono è un vecchio che abita a Roma, un “ vecchio di Roma “ – cfr. il diario omonimo [*] -, uno che non chiava come un dio, che non può essere preso per un dio, a meno di non volerlo proprio fare. Che tantomeno corre la maratona. Che scrive, ma appena un diario. Che, effettivamente, un po’ strano è. Ma d’altronde, si sa, nessuno è perfetto. Lo so, lo so che quello è un film… ) [*] “ 16 marzo 1974 – Stamani mi sono reso conto di essere a Roma. Curiosamente ho cominciato dai vecchi di Roma. Mi sono comparse accanto o di fronte, o minime nella distanza, almeno una trentina di queste creature; vecchi ne avevo visti finora solo a Parigi o a Torino. Altrove non riescono a meritare questo nome: sono entità contraddittorie in cui la necessità anagrafica bisticcia molto vergognosamente con leterno oggi delle mode. Qui è un museo in cui tutto è al suo posto, uomini e palazzi. Voglio restare perché cè del nuovo, molto di nuovo per me. Le capitali sono un capitolo da scrivere. I vecchi di Roma hanno il coraggio di trapassare al demodé. Portano pur sempre vecchi trofei. “.

« È una situazione drammatica – si legge ancora nella nota – difficile ridere, perfino sorridere. Una vertenza sindacale complicata e terribile come quella che stiamo affrontando non è un fumetto, per quanto le strisce siano il tuo linguaggio. Prima di essere un grande illustratore e uomo di satira, tu sei Staino, il direttore dell’Unità. Nella narrazione di Bobo non c’è un passaggio su quanti di noi perderanno il lavoro. Perfino la nostra lotta viene esemplificata e vengono chiamati in causa altri giornali come esempio di giustificazione dei tagli. » “ (Dai giornali)

“ [Q]uando facevo del teatro volevo molta luce, perché mi piaceva vedere la sala, e vedere che il pubblico, la maggioranza del pubblico faceva le facce secondo quello che dicevo io, secondo la faccia che facevo io… “ (Totò, 1966) (“ Per esempio il cornuto fa ridere; il cornuto è un elemento da pochade perché fa ridere,  mentre la sua è una disgrazia. Io non rido se vedo una commedia dove c’è un cornuto, ma piuttosto dico: « Ma guarda quel poveraccio, quella schifosa della moglie ». Questo lo pensa il comico, perché è nato triste. La massa no, la massa ride. “ (Ibid.)) (“ Una volta ho interpretato Totò sceicco, c’era un personaggio che si chiamava Omar, e io dicevo: « Omàr, Omàr, vide Omàr quanto è bello », e qui veniva la risata. “ (Ibid.))

“ Siena – La notizia è confermata da più fonti di entrambe le sponde dell’Atlantico. L’ex presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, aprirà una scuola di formazione in alta politica nella cittadina di Monteriggioni, nel cuore della campagna Toscana. L’ispirazione per il progetto della Obama School of Politics in Italy nasce, come molte altre intuizioni del politico americano, dalla moglie Michelle la quale ha da sempre un rapporto speciale con l’Università per Stranieri della vicinissima Siena. Già in passato, più volte, il suo aereo privato è stato avvistato nei pressi del locale aeroporto di Ampugnano. L’attenzione alle mille difficoltà della governance italiana ed allo scarso valore della sua classe politica è da sempre al centro del dibattito nel mondo anglosassone. A questo si aggiungerebbe il desiderio delle figlie, Malia Ann e Natasha, di spendere in Italia un periodo di vacanza ogni anno. Questo mix di motivazioni personali e di richiamo culturale hanno pertanto convinto l’ex inquilino della Casa Bianca a mettere in piedi questo istituto all’interno della famosa Villa Auditore. La struttura, appartenente in passato ad una famiglia nobile ma attualmente in stato di abbandono dopo un periodo di vita come nightclub, era stata acquistata all’asta da un anonimo compratore l’anno scorso e già adesso sono visibili i primi lavori di restauro. Gli anziani del paese, che spendono buona parte della loro giornata nei pressi, hanno già notato la presenza, nel cantiere, della bandiera a stelle e strisce come da tradizione americana che vuole la bandiera innalzata su tutti i luoghi di lavoro. “ (Dai giornali di Siena)

« Il 28 ottobre del 1922 a quale manifestazione parteciparono migliaia di militanti fascisti? » « La presa di Porta Pia » “ (L’Eredità, Raiuno, ore 19. 22)

Ad inaugurare la serie di appuntamenti è Massimo Cacciari, uno dei più brillanti intellettuali italiani e « chiocciolino » d’adozione, che ha accettato l’invito della contrada mettendo a disposizione il suo straordinario bagaglio culturale e umano. “ (Dai giornali di Siena)  (“ Premio Chianti: incontro a Gaiole con Barbera “ (Ibid.))

È morto Evtuscenko – “ 8 settembre 1984 – Dice Evtuscenko (Repubblica) che le donne si stringono al petto la borsetta quando lo incontrano. “.


Domenica 2 aprile 2017

f382orse stavo sognando o forse no. Comunque ho pensato: la valigia si porta a destra, con la mano destra. Questa è la posizione giusta, la giusta postura. È facile: basta girarsi, basta una rotazione, per ritrovarla. E, comunque, questa è la mia posizione. Anche la penna si impugna con la destra.









Vengo a sapere per vie un po’ traverse e in cospicuo ritardo che Galli Della Loggia ha scritto un libro sulle malefatte dell’anticraxismo, cioè, in ultima analisi, del Pci berlingueriano. Vengo anche a sapere che il libro è stato, sintomaticamente, del tutto ignorato dalla stampa italiana. Ciò mi induce a ricordarmi quello che mi è successo trenta e più anni fa, ai tempi di Paese Sera etc. Diciamo così: io allora, non dico capii, ma di certo avvertii tutto quello di cui Galli Della Loggia, a quanto pare, ha scritto. Io, a quel tempo, scoprii, non dico di essere craxiano, ma di sicuro di non essere berlingueriano. E lo scoprii lavorando in un giornale che del berlinguerismo era, per così dire, l’organo ufficiale. Il fatto è che allora, come sempre, io ero piuttosto incapace di ragionare in termini politici, mentre ero assolutamente certo delle mie “ sensazioni “, culturali, avrei voglia di dire “ antropologiche “. Dopo tanti anni, quando, a quanto pare, i nodi stanno venendo al pettine, io continuo a pensare che quello che veramente mi importa non è una resa dei conti politica, ma qualcosa come un chiarimento più essenziale, una definizione vera di ciò che sono, che non sono riuscito a essere, che mi è stato impedito di essere. Forse, andando più avanti in questo chiarimento, un giorno riuscirò anche a sapere perché il mio Amico – io continuo a tenere parecchio all’amicizia – è riuscito persino a dire che io ero “ di destra “. È stata come una maledizione, una delazione, una condanna non dico a morte, ma quasi. Dagli amici mi guardi iddio… Quello che, dopo tanti anni, mi sento di dire è che, se non ero craxiano, lo sono diventato. Nel senso dell’ultimo Craxi, nel senso che sono scappato, che ho mollato tutto, che me ne sono andato, che finirà che morirò anche prima di essere tornato a casa.

È la sentina di mille porcherie, la Svizzera. In Svizzera nasconde i suoi quattrini al Qaida, in Svizzera vengono depositati i capitali in fuga, la Svizzera accoglie montagne di dollari dei nipotini di Lucky Luciano, e ci aveva nascosto il malloppo perfino Arafat, dalla Svizzera passano i denari di qualsiasi farabutto, perverso finanziere, terrorista, grassatore, trafficante di droga, camorrista ed evasore dell’intero pianeta. Tra l’altro è qui a due passi, la Svizzera. Tra un’intervista e l’altra alle modelle curvy, cos’aspetta Saviano a scrivere Gruvierra? “ (Andrea Marcenaro sul Foglio)

Ritengo piuttosto urgente la redazione di una Fenomenologia di Fabio Fazio.

La verità è che, da almeno trent’anni, io mi sento fisicamente minacciato.

In televisione parlano della televisione. Quando la telecamera inquadra la faccia pensosa-preoccupata di quel poeta-scrittore-opinatore di cui ora non ricordo il nome – prima se l’è presa con Fazio, poi ha detto che i Pacchi sono “ un crimine contro “ penso l’umanità, ora si è un po’ intristito e tace – , penso che la televisione è il circo. Nel senso che ci sono i gladiatori, ci sono le belve, ci sono i cristiani: per farsi mangiare.

La 16enne, la più grande di tre sorelle, è convinta nelle risposte: « No, non la costringevano, non l’hanno punita. Ora – ha detto – non so neanche io dove si trova. Neanche i miei genitori lo sanno. La mamma è a casa e il papà sta cercando qualche rimedio, prova a parlare con qualche persona. Voglio solo che tutto questo finisca, è una cosa insopportabile ». “ (Dai giornali)

Il fatto è che, quando uno se ne va, sarebbe meglio che andasse davvero lontano. Ma si può andare veramente lontano? E poi, lontano in che senso?

Caro professor G., vivendo a Roma per quarant’anni si capiscono tante cose. Specialmente se si erano già capite: a Siena, a Firenze, a Torino etc.

Mi informano che su SkyArte è possibile vedere il “ bellissimo “ documentario sull’autismo di Gianluca Nicoletti. Quando si dice casa&bottega.

Andrea Ferreol. Me l’ero scordata. Insieme al brutto cinema degli anni Settanta. Stasera ho non-visto Tre fratelli, di Francesco Rosi (1981)

La terra (lasciamola) ai contadini.

Criticare stanca. L’ho pensato poco fa, alla fine della visione di un film, quando mi sono reso conto che vedere i film non “ spensieratamente “, cioè senza riuscire più a divertirsi, è assai faticoso. Dipende poi anche dal fatto che invece i “ critici “, cioè quelli che ne scrivono, non ci capiscono niente, anche meno di quanto non sia sempre accaduto. Almeno avessero un po’ di memoria… Lei è una Marilyn, lui è un uomo da marciapiede. Tutto dentro la città. Tutto dentro il cinema. Una tragedia americana (Shame, Steve McQueen, 2011) (Il peggio è che non arrossisco neanche più)


Lunedì 3 aprile 2017

d1129ice che gli esami non finiscono mai. Non è vero. Per me sono finiti almeno quarant’anni fa, quando ho sostenuto l’esame di laurea. Io, già allora, ci credevo pochissimo, ma il bello è che ci credevano poco anche i miei esaminatori. La differenza era che loro avevano una buona ragione per fare finta di crederci, perché prendevano lo stipendio di professori, io, invece, io, più che altro, volevo, dopo tanti anni, vedere, per così dire, l’effetto che fa. Io infatti ero già grande, avevo già più di trent’anni, avevo già un figlio, e anche una famiglia, anzi una post-famiglia, perché avevo mollato tutto. Io, assolutamente, non ero uno studioso, perché di studiare avevo smesso tanti anni prima. Io, per molti anni, avevo fatto di tutto meno che studiare, oppure di tutto più che studiare, perché pensavo che quello che facevo fosse, tutto sommato, più giusto che studiare e basta. Comunque quell’esame l’ho dato, l’ho superato, mi sono laureato, insomma. E quell’esame è stato l’ultimo, proprio l’ultimo. È inutile obiettare che, qualche anno dopo, ho dato anche l’esame da giornalista, perché quello non l’ho mai giudicato un vero esame, perché anche quando, la prima volta, mi hanno bocciato, io ho continuato a pensare che da quei brutti ceffi non mi sarei fatto giudicare mai etc. Ora poi, dopo che tanto tempo è passato, quando dico esame intendo esame del sangue, esame delle urine, insomma le analisi mediche, quelle che, per un verso o per l’altro, mi trovo a fare piuttosto spesso. Una cosa comunque l’ho capita: che quello che conta negli esami è da quale parte ci si trova, se da quella di chi l’esame lo “ sostiene “ o da quella di chi giudica, promuove, boccia etc. Quegli esami, gli esami degli esaminatori, effettivamente non sono mai finiti, anzi c’è da credere che, dal loro punto di vista, non debbano finire mai.

Quelli che scrivono sul cinema. « Perché gli piace scrivere? » Ma andare al cinema anche di più.

Diciamo così: da questo momento in poi fate vobis. Andrexit.

La gita a Chiasso: anche volendo, non si può fare più – da una certa ora in poi.

Bisognava fare come Carlo d’Inghilterra ad Amatrice. Dire: “ Che cosa posso fare per voi? “. Ma con il casco in testa.

“ Shame “. Ripenso a quel film dell’altra sera. Il cinema ci dice di vergognarsi. Ma vergognarsi di che? Il sospetto è che si tratti di vergognarsi di guardarlo, di essere pubblico, insomma. Il cinema, penso, non è un passatempo, è una trappola. Fesso chi guarda. Il cinema logora chi non lo fa. (Corre, l’uomo solo. Nella città, nella notte. Ma ‘ndo core? Anche se siamo a New York, il cinema parla comunque romano)

Poi vedo che nelle pubblicità dei film usano ancora il frusto grottesco sistema delle frasette – “ Commovente, irresistibile ” (La squilla di Montecocuzzolo), “ Una storia stupefacente “ (L’Araldo di Sansughero) – e penso che il pubblico del cinema è un pubblico di mentecatti, e il cinema lo sa. « E quello della televisione? » Ho detto mentecatti, non ho detto psicopatici.


ROSSORI

Sotto la foto di un padre che fa la guardia a due passeggini scriverò la seguente didascalia: “ Mater incerta “.

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EX LIBRI

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EX LIBRI

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EX LIBRI

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Martedì 4 aprile 2017

H542virgvirgo sempre detto che l’età è solo un numero e quindi non ho mai prestato molta attenzione ai compleanni ma è bello sapere finalmente quanto sono vecchia! ». Con lo spirito di sempre Doris Day, attrice mito di tante commedie degli anni 50 e 60, ha commentato la notizia giunta proprio in occasione del suo compleanno. Per tutta la vita Doris May Kappelhoff, figlia di Alma e William di Cincinnati, è stata convinta di essere nata nel 1924. Ma The Associated Press è entrata in possesso in questi giorni del suo vero certificato di nascita tramite gli uffici dell’anagrafe dell’Ohio, e ha scoperto che in realtà è nata il 3 aprile del 1922. “ (Dai giornali)


Poi scopro che quella delle farmacie comunali di Roma è toscana anche lei. Penso: eccone un’altra… « Che è toscana? » No, che faceva meglio a restare dov’era.

Poi penso che ha ragione Covacich: bisogna correre. Soprattutto a Roma bisogna correre. Oppure ha torto: bisogna fermarsi. « E combattere? » Per intanto fermiamoci, per combattere c’è sempre tempo.

Poi mi torna in mente un diario che mi fa sempre molto ridere (per non piangere): “ 22 gennaio 1994 – « Ripresa la via, dopo un buona ora di sosta, ci rimettemmo per l’immensa campagna. Non più vigneti né olivi, ma di tratto in tratto ancora qualche campicello di fave, poi più nessuna coltura. Il sole ci pioveva addosso liquefatto, per la interminabile landa ondulata, dove l’erba nasce e muore come nei cimiteri. E mai una vena d’acqua, mai un rigagnolo, mai all’orizzonte un profilo di villaggio: “ Ma che siamo nelle Pampas? “ sclamava Pagani, il quale da giovane fu in America. » (Giuseppe Cesare Abba, Da Quarto al Volturno. Noterelle di uno dei mille, 1880) “.

Poi leggo che Asor Rosa ha scritto un libro: Amori sospesi. « Come i ponti? » No, come i conti. Ma poi nemmeno.

Per riuscire a scrivere quella deprecabile cosa che si chiama autobiografia, io ho, probabilmente, cominciato troppo presto. Per scrivere la propria vita, infatti, bisogna averla vissuta e, quando ho cominciato a pensare di doverlo/volerlo fare io ero ancora troppo giovane per avere una vita da raccontare. Eppure no: quando lo pensai sapevo di avere assolutamente ragione. Sapevo che, per breve che fosse stata, io la mia vita l’avevo già vissuta. Che non avrei potuto viverne un’altra. Che il massimo che potevo sperare di fare era scriverla etc.

Poi vedo il finale del Rigoletto e penso che il melodramma è turpe. E che questo è il suo bello. Che, in generale, l’arte o è turpe o non è. Per questo gli italiani sono un popolo “ artistico “. Perché sono turpi. La turpitudine è il genio nazionale. Perché non possiamo non dirci schifosi. (Niente di più schifoso della gobba di Rigoletto, era fatta malissimo, sembrava il Pan di zucchero di Rio. Ma, d’altra parte, una gobba, se non è schifosa, che gobba è?)

In epoca fascista, grazie a un’impresa archeologica senza precedenti, ne avevamo recuperate due. Oggi la storia potrebbe ripetersi. È infatti appena partita la ricerca della terza nave di Caligola, un’(ipotetica) imbarcazione imperiale romana che qualcuno ritiene potrebbe trovarsi, come le sue gemelle, sotto le acque del lago di Nemi. A condurre la caccia – o meglio: la pesca – i tecnici dell’Agenzia regionale per la Protezione dell’Ambiente della Calabria (ARPACAL), appena arrivati nella cittadina laziale con sonar sofisticatissimi e altre apparecchiature high-tech per la ricerca subacquea, che, in collaborazione con la squadra sub Castelli Romani Underwater Team e con la sezione sub dell’Arma dei Carabinieri, scandaglieranno per una settimana le acque del lago. “ (Dai giornali)

Non si ferma mai “: Ciro Immobile. (Roma 2 – Lazio 2)


ARCHIVIO

“ 19 febbraio 1987 Doris Day ovvero l’ironica l’indaffarata la straniata la clown l’attrice la dissuasiva la fobica la vergine la cinema (il povero bischero: Rock Hudson) “.


ROSSORI

Sotto la foto di una grande folla radunata sotto a un monumento a Puskin scriverò la seguente didascalia: “ Sottomissione “.

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Mercoledì 5 aprile 2017

c1367virghissà se ce la faremo “, si chiedono i tre fratelli ora che è morta la mamma. La mamma aveva novant’anni. Loro vanno per i sessanta…











È un vero peccato che mi sia svegliato perché quel sogno prometteva molto. Mi divertiva moltissimo l’idea di avere conosciuto quel ragazzo, uno assolutamente come tanti – era venuto a Roma da un paese dell’Alessandrino, con un nome strano, che però avevo già sentito -, che, tranquillamente, candidamente, alla domanda: che lavoro fai? aveva risposto che sfruttava la prostituzione. Mi divertiva l’idea di avere finalmente di fronte un pappone, e che, per di più, lo diceva. Mi stuzzicava la prospettiva di fare conoscenza con le sue girls...

Stamani parlano dei bambini morti in Siria, “ la strage degli innocenti “, dicono. Dicono che bisognerebbe fare qualcosa etc. Io, se lo dicessero a me, gli risponderei come il principe Carlo: “ Che cosa posso fare per voi? “. Ma io non sono il principe Carlo, anche se siamo nati lo stesso giorno.

Ogni tanto, sulla pagina di qualche quotidiano on line, leggo, al posto del titolo di apertura, la parola “ strillo “. Ne deduco che il titolo deve ancora essere scritto e anche che “ strillo “ è il termine che, tecnicamente, lo designa. Ne deduco anche che, in generale, i giornali “ strillano “. Dev’essere per questo che, qualunque cosa dicano, non li sto più a sentire. Anche perché ormai mi hanno sfracellato i timpani.

Poi vedo quello con i capelli bianchi, con il giubbetto blu con il righino rosso, con una specie di divisa. Insomma: è uno di quelli che vanno in giro a fare le multe a chi non paga il parcometro. Ma il punto è che non ha l’aria di vergognarsi. Come nessuno, del resto, in questa città, qualunque cosa faccia. A parte me. Che mi vergogno sempre, e non so più nemmeno perché.

Staremo a vedere “ (Dai giornali)

Orrore “ (Titolo del Manifesto) « Volevi dire orore… » Ma perché, il Manifesto è un giornale di Roma? « Tutti i giornali sono di Roma… »

La strage degli innocenti “. Questa mi sembra di averla già sentita…

La strage degli innocenti. « Così s’imparano… » A vivere? « No, a essere innocenti ».

Applausi scroscianti. Per Gino Strada.

Quello che mi dà più fastidio è che, quando, come stamani, attraverso Roma, mi sento, ogni volta, un turista. Eppure a Roma io ci sto da ormai quasi quarant’anni. Come si spiega? Io odio sentirmi turista.

In una società di blindati in casa, e di intronati da video, gruppi di persone che a turno percorrono le strade, guardando la luna e anche le finestre e i tetti, e le facce dentro le automobili, possono aiutare a sentirsi più tranquilli e soprattutto meno soli. “ (La svolta “ rondista “ di Michele Serra)

Comunque, andando un po’ in giro per Roma, si capisce perché Virginia Raggi sia la sindaca. Perché, come lei, i romani del Terzo Millennio so’ tanto carucci… (Anche l’impiegata della A-genzia delle Entrate, stamani, dovevi vedere le unghie… )

Poi vengo a sapere che Memè Perlini si è buttato dalla finestra. E, francamente, non so che dire. Al massimo posso rievocare un diario: “ Sabato 17 dicembre 2016 – […] (Poi sono tornato a dormire e ho sognato che a un mercatino incontravo Memè Perlini che diceva: « Bisogna scappare ». Al ché io mi accingevo a rispondergli che scappare è impossibile etc.) “.


Giovedì 6 aprile 2017

v1107virgenti di crisi “. Vedi: “ Teatrino della politica “.













“ Poggibonsi (SI) È uno studente cinese di 19 anni residente da tempo a Poggibonsi, il ragazzo che ieri sera si è presentato dai Carabinieri di Poggibonsi con un portafoglio da donna con all’interno poco meno di mille euro in contanti. M.H. ha consegnato ai militari dell’Arma il portafoglio trovato poco prima sull’autobus proveniente da Firenze. Immediatamente sono iniziate le ricerche della proprietaria del portafoglio che dopo poche ore è stata rintracciata, si tratta di una cittadina danese, nata e residente in Danimarca, che evidentemente l’aveva smarrito durante il viaggio e alla quale è stato riconsegnato la sera stessa. La signora ha avuto parole di stima per l’onestà dimostrata dal giovane cinese e ringraziamento per i Carabinieri che l’avevano rintracciata prima che lasciasse il nostro Paese. « Non è trascurabile l’alto senso civico del giovane di Poggibonsi, al quale anche noi Carabinieri abbiamo voluto rendere merito facendogli dono di un Calendario Storico dell’Arma », ha detto il capitano Turini. “ (Dai giornali di Siena)

Poi leggo qualcosa che mi suona male: “ Via Pier della Francesca “. “ Pier “? Ma quello è Pier delle Vigne, o Pier Paolo (Pasolini), o Pier Vittorio (Tondelli), o Pier Ferdinando (Casini). No, quello della Francesca è Piero. Come Piero Pelù, tanto per capirsi. (Indagine su Piero)

È arrivato il Tar del Lazio. Azio!

Una teoria dello sfondo.

Dice che oggi è il carbonaraday. Dice proprio così.

Lo confesso: a me la foto di Cy Townbly nella sua casa di via Monserrato ha fatto tornare in mente quelle dei marines stravaccati sulle poltrone nella “ reggia “ di Saddam. È grave?

Memè Perlini si è buttato dalla finestra, io no. Io mi ero già buttato tanto tempo fa.

Che cosa piace nel cinema? Risposta: il cinema. Elementare, Hitchcock.

Lo Stato dovrà pagare per Bolzaneto. Giotto for ever. Giotto di Genova? No, di Bondone.

Quello che mi preoccupa del giovane Casaleggio è che ha la fessura fra i denti. Vedendolo ripenso a quello che diceva il mio collega napoletano: che “ l’uocchie sicche fanno peggio ‘e schioppettate “. In quanto alle stelle, per me erano troppe anche due.

Siccome Sofri ha detto che bisogna fare vedere i bambini morti, quello fa vedere i bambini morti. Del resto non chiedeva di meglio.


ROSSORI

Sotto la foto dell’ambasciatrice americana all’Onu che mostra le foto dei bimbi gasati in Siria scriverò la seguente didascalia: “ Mostra e dimostra “.

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ROSSORI

Sotto la foto del pittore americano Cy Twombly nella sua casa di via Monserrato a Roma negli anni Sessanta scriverò la seguente didascalia: “ Un americano a Roma “.

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ROSSORI

Sotto la foto di Michele Emiliano che cade durante un ballo folcloristico in Calabria rompendosi il tendine di Achille scriverò questa didascalia: “ Il tendine di Achille “.

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Venerdì 7 aprile 2017

s1482tamani penso che Memè Perlini aveva i baffi. Come quelli che avevo io ma poi non ho più voluto avere. Come quelli che la mamma voleva che avessi. Come quelli che aveva il babbo. Perché uno si fa crescere i baffi? Credo perché si vergogna a non averli, a stare senza, a mostrare la faccia così com’è, la faccia nuda. Naturalmente dipende tutto dalla faccia che uno ha. Perché tutti abbiamo una faccia, ma non tutti allo stesso modo. Quando mi sono tolto i baffi, solo quando, va detto, la mamma era morta, ho sentito che facevo qualcosa di rischioso, qualcosa di grave, qualcosa di capitale. Qualcosa che, tutto sommato, non avrei dovuto fare. Come superare un confine, oltrepassare un limite, varcare una soglia: proibita. Come affrontare un pericolo troppo grande per potere essere vinto, come accettare una sfida che non poteva non essere mortale. Il rischio era soprattutto quello di riconoscere che tutto, nel mondo, era una questione di faccia, che forse lo era sempre stato, che tutto il resto non contava niente, non aveva mai veramente contato. Era il rischio era riconoscere che, quanto a faccia, io valevo poco, che avevo sempre valso meno degli altri, che, alla mia, io avevo sempre preferito le facce degli altri. E comunque, poi, i baffi me li sono tolti: “ 25 novembre 1994 Aprii gli occhi. La casa grigia e bianca galleggiava sul verde del parco. Più oltre l’orizzonte era vuoto. C’era solo il cielo, cinerino e giallastro, altissimo, senza nuvole. Mi alzai e andai allo specchio. Vidi una faccia nuda. Era la mia. La mia faccia senza baffi. La mia nuova antica faccia. Dopo trent’anni mi trovai un po’ invecchiato. I capelli non cominciavano più come un tempo così in basso da far temere una fronte corta. Gli zigomi che erano stati paffuti ora erano asciutti quasi smunti. Il labbro superiore – quello su cui avevano soggiornato per così tanto tempo i miei riveriti mustacchi – mi sembrò enorme. Tutta la faccia del resto che ricordavo così esile, delicata, sfuggente mi apparve ingrossata, più dura, più piena di carne. Aveva acquistato consistenza, forse fin troppa. Le rughe della fronte, che ricordavo essere state assolutamente precoci, si dimostravano poca cosa a confronto delle borse che ora vedevo disegnate sotto gli occhi, tratto di ansia giovanile quelle, indice di reale imminente vecchiaia queste. Nello specchio vedevo un uomo e quell’uomo ero io. Un po’ triste, un po’ severo, quel tizio mi guardava. Ci salutammo perplessi. Uscii. “. Fine della storia dei miei baffi. Ma dopo i baffi che c’è? Il sospetto che dopo i baffi non ci sia niente, che io sia destinato a essere solo un uomo senza baffi.

Da Franco Quadri, critico con i baffi all’epoca, come Perlini era l’attore con i baffoni e con i malandrini occhi romagnoli, è rubricato nel secondo volume di L’avanguardia teatrale in Italia (materiali 1960-1976), Einaudi 1978, un vero e proprio romanzo delle rivolte, delle ritrattazioni, degli arretramenti, delle fughe, delle utopie sceniche di quegli anni. “ (Da Doppiozero)

Poi, in un articolo su Memè, trovo il teatro di parola definito “ predicatorio “.

Poi ripenso al professor De Masi che ieri sera discuteva con il giovane Casaleggio. Mimmo De Masi, il terzomondista indomito.

Poi vado in centro e vedo Roma. E la trovo, francamente, “ radiosa “. E penso che, in quarant’anni che ci abito, questa “ radiosità “ non ho nemmeno provato non dico ad affrontarla, ma almeno a dirla. Dice che ci vuole tempo. Che Roma non fu detta in un giorno… Mah. Boh. Chissà.

Poi vedo il ddibbattito sulla sicurezza e leggo nella didascalia che “ Casa Puond “ fa le ronde a Firenze. E penso che, se fossi Casa Pound, sarei contento. Perché finché c’è ignoranza c’è speranza etc.

Il problema, caro Adriano, non è fare vedere i bambini morti. Il problema è che ci fanno vedere, tanto per fare un esempio, Mauro Corona, “ scrittore “.

Poi vedo che hanno inventato Illuminiamo il futuro. « Anche il futuro? » Anche.

Poi capisco quelli che stanno in centro. Perché andare in centro, per chi non ci sta, è intollerabile – a meno di non essere un turista. Ma io, come ho già detto, non sono un turista etc.

Credo di avere capito che i 5Stelle sono molti di più di quelli che si dice. Che cosa fanno i 5Stelle? Assolutamente niente. Diciamo che aspettano. Che facciano gli altri. P. e. che si buttino dalla finestra etc.

Poi vedo D’Alema che dice la sua sui missili di Trump. Parla avendo dietro di sé la solita libreria che hanno tutti quelli che parlano in tv. Ecco, penso, che cosa sono diventati i libri: uno sfondo. Come nelle antiche fotografie i paesaggi agresti, le rovine, i castelli etc.

Poi c’è quello che insiste con Primo Levi. E poi dice che uno si butta dalla finestra.

E Alberto Toscano, corrispondente di Oggi a Parigi? Dovevi sentire come parla francese, dovevi vedere la faccia, sembra un parigino vero… E la directrice di Cartooning for peace? Dovevi vedere che smorfie, che strabuzzamento d’occhi, che faccette… Come in un cartoon.

La verità è che i “ libri vecchi “ sono diventati troppo vecchi. Non so più che farmene nemmeno io.


ROSSORI

Sotto la foto della miliardesima signora con il giubbetto a costine scriverò la seguente didascalia: “ Così fan tutte “.

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Sabato 8 aprile 2017

l1868eggo un articolo di Goffredo Fofi su Totò. Dice tante cose, ma, secondo me, non spiega niente. Allora lo rileggo e, forse, trovo la spiegazione. Perché, quando Fofi, facendo un elenco dei “ grandi “ del Novecento scrive: “ La Magnani e Fabrizi, la Valli e Nazzari, Sordi e la Loren, la Mangano e Mastroianni, Gassman e Tognazzi “, io sono colpito di trovare in quella serie di coppie, anche una coppia di maschi. Cioè mi è sembrato strano, come se invece che un errore, fosse una specie di lapsus. Come se Fofi avesse voluto dire che anche quella era una coppia, e che una coppia è sempre una coppia, che c’è uno che fa il maschio e uno che fa la femmina. Che c’è chi lo mette e c’è chi lo prende, come diceva quel mio amico. Insomma, finisco per pensare che quello di cui si tratta quando si parla di Totò è una questione sessuale. Sì, con Totò, è in discussione il sesso. Il sesso fra uomini, direi. Il farlo, il subirlo. Pensiamoci meglio: che cosa fa Totò? “ Tocca e ritocca “. Dunque lavora con il corpo, nel senso del corpo. Il corpo (del) comico vs il corpo dell’altro. “ Toccare “: come in “ toccante “. “ Ritoccare “: come in pittura, o nella chirurgia estetica. “ Toccare “ come in teatro: “ Al fin della licenza / io tocco “. “ Toccare “ come molestare, anche. Dipende dai gusti. Dipende dal senso. Comunque quello a cui ogni volta assistiamo è un atto sessuale, una copula, una seduzione, una violazione. Perché quella che Totò mette in scena è sempre una commedia degli equivoci. Ma chi equivoca è sempre l’altro, lui, invece, sa sempre quello che dice, quello che fa. È sempre anche un film de paura, nel senso che c’è chi si prende paura e chi paura la fa. Chi si prende paura è chi non capisce, chi fa paura è chi sa di non essere capito e se ne approfitta. Tutto questo è molto buffo. E anche assolutamente atroce. Come un supplizio, come un’esecuzione. C’è sempre qualcuno che viene giustiziato e il boia è sempre lui, il capocomico, il principe: della risata. E il popolo, sotto il palco, non chiede di meglio. Perché, come direbbe quell’altro, è “ tanto liberatorio “.Totò, si può dire, è stato un apostolo, o forse di più, di un’altra religione, di una religione “ altra “. Quella che, invece del “ noli me tangere “, promuove il “ tocco e ritocco “. In questo senso, Totò, è essenzialmente blasfemo. Più che un mangiapreti è un toccapreti. In generale, quello che penso è che la comicità non è un pranzo di gala. Perché non dire che Totò era, francamente, “ mostruoso “? Pasolini, che dei “ mostri “ aveva un’idea tutta sua, tutta “ politica “, tutta “ religiosa “, tutta “ mitica “, l’aveva capito. E comunque quello che si vede in Pasolini non è Totò, è Pasolini. Invece il Totò vero è quello “ brutto “, quello dei filmacci – perché erano filmacci – degli anni Cinquanta. Il tempo della Grande Bruttezza. Che, mi dispiace per Sorrentino, « toccava » come lui e la sua Bellezza non riusciranno a toccare mai.


Domenica 9 aprile 2017

f383virgemmena – dice Totò -, tu si’ ‘na malafemmena “. Ma il punto è: a chi lo dice, esattamente? E poi, perché questa femmina è una malafemmina, dove sta, esattamente, il male? “ Si’ ddoce comme ‘o zucchero / però ‘sta faccia s’angelo / te serve pe’ ‘ngannà “. Ecco, il male sta nella faccia, nella “ faccia d’angelo “ (che, sia notato en passant, era anche il nome di un gangster). Ma che cos’è, come è fatta, una “ faccia d’angelo “? Quello che è certo è che una faccia d’angelo (“ serve pe’ ‘ngannà “) può avercela tanto un uomo quanto una donna. Perché non si sa, per così dire, se è nata prima la faccia o la gallina. Comunque, a Totò, quando incontra una faccia d’angelo, gli scatta qualcosa. Di più forte di lui. Una pazzesca voglia: di toccare. E di ritoccare. Una frenesia, una malattia. Da cui non ha nessuna intenzione di guarire… (Mah. Boh. Invece che scrivere queste inutili, improbabili note farei meglio a pensare a morire, che è l’unica cosa che ormai posso fare)

Avendo rivisto ieri sera True Lies, volevo scrivere qualche citazione. Ma poi scopro di averle già scritte e così le ricopio e faccio prima: “ Giovedì 30 aprile 2009 – « “ Ehi, sei nato in una stalla? “ “ In un bordello “ » (True lies, Cameron, 1994) (« “ Ma perché i miliardari sono sempre bassi? “ » (Ibid.)) (« “ I secondi contano… lascia la bagascia “ » (Ibid.)) (« “ O a terra o sottoterra “ » (Ibid.))

“ Infandum regina jubes renovare dolorem “. Appena un paio di giorni fa l’ho scritto a una mia nipotina a commento della vecchia foto di un suo disperato pianto causa capelli. Lei, che ora va al liceo, mi ha risposto: “ Che citazione colta… “. Sono affascinato dalle coincidenze. Non c’è niente di più stupido di una coincidenza. (Anche le citazioni non scherzano)

Certe volte mi viene voglia di rivedere Crozza. Pensa un po’ come sono ridotto.

Del tempo, le previsioni.

Oggi è il compleanno della mamma. Continuo a pensare che è strano che sia morta. Se non l’avessi fatta fuori io…

Molto interessante anche venire a sapere che il nuovo progetto di Eataly si chiama FICO (Fabbrica Italiana Contadina).

Oggi è domenica. « Il giorno del Signore? » No, della caccia all’uomo.

Poi c’è Prodi: un contadino, emiliano, cattolico. Con un ramoscello di euro in mano.

Poi c’è Camila. La televergine guerriera.

Forse è venuto il tempo di ripercorrere il trentennio dal 1987 a oggi sub specie aestheticae. Perché si è detto fin troppo – seppure ben poco di essenziale – sull’estetica del berlusconismo e su quella (diversissima, ma confusa per sciatteria con la prima) del renzismo; ma ancora nulla sull’estetica promossa nello stesso periodo da giacobini, sanculotti ed enragés, che rischia di farsi egemonica o forse lo è già. Una catastrofe del gusto che non riguarda solo la cattiva prosa, il sarcasmo puerile e risentito di persone mai toccate dalla grazia dell’umorismo, e dunque dall’intelligenza. È una lunga storia, che si dovrebbe documentare e analizzare in tutte le sue tappe: l’incredibile malagrazia tipografica della prima stagione del Fatto (un poco attenuata, negli anni), la progressiva osmosi estetica tra il sito di MicroMega e l’abominevole blog di Grillo, le vignette di quart’ordine, i fotomontaggi ributtanti, la grande bruttezza prodotta dal dipietrismo, dal popolo viola e dalle agende rosse, e poi i film della Guzzanti, le copertine di ChiareLettere, i fotoromanzi imbastiti da Santoro sulle intercettazioni, le scenografie di certi talk show… C’è una nuova « guerriglia semiologica » da combattere, ma prevedo molte diserzioni. “, scrive il bravo Vitiello.

“ Siena – Il sindaco Bruno Valentini ha premiato stasera Enrico Mentana e Matteo T., il giovane inventore del neologismo « petaloso », insieme con la sua maestra Margherita Aurora. Il giornalista televisivo, che ha animato la numerosa platea con un profondo e vivace intervento sull’importanza dell’informazione ed i cambiamenti avvenuti con la rivoluzione digitale, è stato invece premiato per aver coniato la parola « webete ». La cerimonia di premiazione si è svolta al Teatro dei Rinnovati, nel Palazzo Pubblico, nell’ambito della manifestazione « Parole in cammino, il festival dell’italiano e delle lingue d’Italia », in corso a Siena dal 7 al 9 aprile. Valentini ha consegnato loro due Sanesi d’argento. “ (Dai giornali di Siena)

È strano: quando vedo la televisione mi sembra che parlino tutti romano cioè quella specie di italiano-romano che si parla in televisione. Forse è per questo che quando vedo la televisione mi sembra che siano tutti romani. Per dirla tutta mi sembrano anche tutti fascisti. Sarà perché per me dire romani è come dire fascisti etc. È strano ma è così.

Poi c’è Tanino Liberatore. Che non mi ero mai accorto che è un provvidenziale nome d’arte.

Poi vedo La ragazza di Bube (Comencini, 1964), e avverto qualcosa di loffio, qualcosa di turpe. Qualcosa di insopportabilmente falso. Qualcosa di mostruosamente volgare. Forse dipende da Bube che sembra Tony Renis e che dice: “ Mi saluti suo padre “, oppure da Mara che sembra appena uscita dal parrucchiere, oppure dalla mamma che sembra uscita da Dolce & Gabbana, oppure dal fratellino che dice: “ Ciao papà “. Ma dove, ma quando, ma mi faccia il piacere mi faccia. L’unica cosa chiara è che, alla fine, lei scarica il giornalista. Quod erat in cinema-tograficis votis. Quello che, dopo tanti anni, mi appare ferocemente chiaro è che quello che sto vedendo, e che vederlo mi “ offende “ così tanto è, ad onta delle scritte meticolosamente inquadrate: “ Nach Buonconvento km “, su un muro, oppure, sulla fiancata dell’autobus: “ Siena “, Roma, la solita Roma spudorata, svergognata del cinema. Quella che, all’inizio degli anni Sessanta, cominciò a venire – a tornare? – in Toscana, a fare i film tratti dai libri, a scrivere, a modo suo, la storia recente etc.


ROSSORI

Sotto la foto del sindaco di Siena Bruno Valentini che consegna al giornalista Enrico Mentana un “ Sanese “ d’argento scriverò la seguente didascalia: “ Sanesità “.

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EX LIBRI

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EX LIBRI

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EX LIBRI

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EX LIBRI

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Lunedì 10 aprile 2017

l1869apimportante, pensa il cinema, è che la ragazza di Bube sia di Bube e di nessun altro. Di Bube, cioè di uno che, essenzialmente, non c’è. Che non si sa dove sia, che è sparito, che è nascosto. Che sta in galera, che sta “ dentro “, e non è neanche detto che, tutto sommato, non gli piaccia starci. Che dice che poi esce, ma non è detto, cioè non si vede. Quello che si vede è che non si vede, da un certo momento non si vede più. Quello che, da un certo momento, si vede, è lei, la ragazza, la bionda, evidentemente falsa, bionda di parrucchiere, diciamo così. Così è effettivamente stato, all’inizio degli anni Sessanta: che qualcuno è sparito, che qualcosa è apparso: qualcosa di biondo, diciamo così. Dimenticavo: c’è, da un certo momento, anche quell’altro, il giornalista, il gonzo, il terzo comodo. Quello che non si sa bene che cosa fa, che, a occhio e croce, scrive: “ Sabato 25 settembre 1999 – « “ Che fa, scrive? “ » (Amici miei, Monicelli, 1975) “)

Che non tanto il rigore argomentativo o la verificabilità dell’ipotesi scientifica stiano a cuore a Sloterdijk, quanto la loro forza poietica, appare evidente anche nel saggio che segue, il bellissimo La musique retrouvée. Qui Sloterdijk si profonde in analisi antropologico-musicali (che lo hanno occupato a lungo all’inizio della propria carriera) avanzando un’ipotesi evolutiva radicale: tutta la musica è « musica ritrovata », perché ripetizione di quel basso continuo rappresentato dal cuore della madre per ciascuno di noi, durante i mesi di gestazione. In questo gesto troviamo applicata al caso specifico della musica l’ipotesi interpretativa più azzardata di Sloterdijk, che assumerà la sua formulazione più compiuta e grandiosa nella trilogia di Sfere: il fatto che l’uomo sia una creatura della ripetizione, condannata al tentativo – quel patetico e grandioso gesto che prende il nome di cultura – di ripetere nella gettatezza del mondo le condizioni di inclusività assoluta vissute durante la fase della gestazione. “ (Da Doppiozero)

La ragazza di Bube: è come dire la ragazza di nessuno. Il solito Nessuno, il Solito Ignoto.

Poi leggo Belpoliti a colloquio con Umberto Fiori, questo tizio di cui si comincia a parlare: “ Tra gli autori che le interessano c’è Baudelaire, perché? « Per via della centralità dell’immagine nella sua poesia: i ciechi, il cigno, il passante, sono immagini memorabili ». “ (Umberto Fiori, La poesia è una comunità a venire, in Doppiozero) “ Il passante “? Mah. Boh. Ô toi que j’eusse aimée

Poi leggo che Adelphi ripubblica Maledetti toscani. Dice che sembra scritto apposta per Matteo Renzi. O bravi – “ 12 marzo 1984 – Maledetti toscani a rileggerlo oggi si dimostra un bellissimo libro. Una lingua ricchissima come non si parla più nemmeno in Toscana. Fra il libro e la sua ristampa c’è tuttavia il pubblico educato sul regionalismo dei filmetti post-pasoliniani etc. (Credo di averlo letto la prima volta a quattordicianni) (È un libro tutto sulla lingua, anzi sulla voce, corpo della differenza) (Da ricordare: le donne di Montalcino, tagliatrici di gole spagnole) “.

Europa sì ma non così “. Bravo anche Lui.

Poi c’è uno che dice che il Job’s Act è “ una truffa colossale “.

“ [L]a fascinazione ludico-ipnotica della violenza (vedendo Giù la testa di Sergio Leone al cinema Farnese qualcuno amava riconoscere tutte le marche delle pistole)? “ (Dalla lettera di Filippo La Porta a Oreste Scalzone sul ’77)

Non posso crederci, ma devo. La nuova legge sulla trasparenza amministrativa si chiama Foia – Freedom of Information Act.

Vengo da una serata stimolante, introdotta da Paolo Grossi, direttore dell’IIC di Bruxelles, e animata da due figure complementari: un critico letterario eloquente (Andrea Cortellessa) e uno scrittore ritroso (Vitaliano Trevisan). La sinergia che si è creata tra queste due persone ha costituito il valore aggiunto e imprevisto che ha reso unico l’incontro. La tempistica sembrava studiata: Cortellessa ha parlato a lungo mentre il narratore si scherniva; poi le domande sulla dimensione materiale – del lavoro, della scrittura, della recitazione – e Trevisan è diventato protagonista. “ (Cose lette, 73319)


Martedì 11 aprile 2017

I2012virgo faccio il giornalista… io non ho nessuna casacca “, dice quello del Fatto. Allora cerco “ casacca “ nel mio diario e trovo questo: “ Venerdì 20 ottobre 2006 – Anche stasera, correndo correndo, blandamente, molto blandamente, insomma: corricchiando, mi sono ritrovato dalle parti della Festa del Cinema. Anche stavolta mi sono chiesto che cosa avrei detto a chi mi avesse chiesto qualcosa, per esempio, perché ero vestito in quel modo – in una tenuta strana, raffazzonata, di tutti i colori, giallo – le scarpe -, nero – i pantaloni -, rosso – la maglietta -, blu – la casacca. Avrei risposto: « Spurtivo… ». Dicendo così, cioè, ricorrendo, in luogo di inventarmi una risposta originale, a una citazione – dai Soliti ignoti, in questo specifico caso -, io realizzo una sorta di omaggio al cinema, e al cinema italiano in particolare. Un omaggio a denti molto stretti, senza entusiasmo, senza adesione, anzi con una specie di livore, di rabbia. Come di chi del cinema pensa solo che è quello che l’ha fregato. Del resto si sa: il cinema frega tutti, anche se ancora nessuno lo sa. Io invece, che sono convinto di – assolutamente, determinatamente – averlo saputo, nei confronti del cinema nutro un timore colossale, nonché un odio senza limiti. Detto questo non mi resta che correre – blandamente, molto blandamente… “. Innanzitutto mi meraviglio: ancora una decina d’anni fa io correvo, o almeno ci provavo, o almeno accennavo a farlo, in ossequio al ricordo, già lontanissimo, di quando l’avevo fatto, in ossequio a una specie di tradizione, la tradizione di me etc. Poi rifletto sul fatto che, già una decina d’anni fa, io ero perfettamente consapevole dell’esistenza di quelli che non corrono, che non l’hanno mai fatto e non lo faranno mai. Anche perché, in generale, preferiscono ridere: di chi corre, di chi tenta di farlo, e, soprattutto, di chi, per farlo, si veste in un modo strano, buffo, improbabile etc. Che preferiscono che, comunque, a indossare una casacca siano gli altri, a loro esclusivo rischio e pericolo. Per tutte queste ragioni, alla fine, mi sembra del tutto ovvio che io abbia deciso di non correre più. E non solo per “ raggiunti limiti di età “. Non credo più nello sport, diciamo così.

Poi c’è uno che dice: “ Colossale imbroglio “.

Ho pensato che devo anche smettere di pensare di essere il padrone della letteratura, di sapere tutto della letteratura, che, insomma, la letteratura “ c’est moi “. Non so come mi sia venuta questa strana idea, mi piacerebbe riuscire, una volta o l’altra, a saperlo. La verità: non sono mai stato uno scrittore, al massimo sono stato un lettore, mediocre. Anzi nemmeno: sono stato solo un mezzofondista, molto mediocre. Nemmeno un maratoneta.

Poi ripenso a un diario: “ 13 luglio 1988 – L’odio per la democrazia. Povero scemo, la democrazia odiava te. “. Penso che vada aggiornato: “ L’odio per la demografia. Povero scemo, la demografia odiava te. “.

E il Barbacetto sorrise.

Totò è “ il più grande attore italiano “? Secondo La7 sì.

Poi ripenso alle casacche, cioè alle divise, e mi viene in mente un diario: “ 16 luglio 1984 – « È strano che proprio ora che le divise tutti le buttano, quello ne vuole una » (Il federale, Salce, 1961) (« Ma dentro quella divisa c’ero io! » (Ibid.)) “. E poi me ne viene in mente anche un altro: “ 3 dicembre 1990 – Nel 1914, all’apertura delle ostilità, gli eserciti europei indossavano ancora le divise dai colori sgargianti della tradizione. In poche settimane capirono che così si offrivano dei bersagli troppo facili alle moderne artiglierie. E cominciò l’era del grigioverde. “. E dopo il grigioverde? Dopo il grigioverde la guerra si fa “ in borghese “. Si fa “ in borghese “, ma si fa.

Cecilia, una scimpanzé di 19 anni dello zoo di Mendoza in Argentina, ha vinto la causa contro la sua detenzione in gabbia e ora vive libera in una grande riserva in Brasile. La sentenza risale a qualche mese fa ma soltanto in questi giorni Cecilia è stata definitivamente liberata e trasferita a Sorocaba, nello Stato di San Paolo, dove potrà vivere libera insieme ad altri cinquanta scimpanzé. Una giudice argentina aveva accettato di applicare in suo favore un habeas corpus, principio giuridico fondamentale che nel diritto anglosassone tutela l’inviolabilità della persona, ora concesso anche a un primate differente dall’essere umano. In questo modo viene stabilito che anche Cecilia è un soggetto di diritto e non un oggetto. La causa per Cecilia era stata aperta da una Ong locale perché la scimpanzé, dopo la morte di due suoi compagni, viveva da sola nella gabbia dello zoo, « depressa dalla solitudine, in pochi metri di spazio ». Una sentenza accolta come « storica » dalle associazioni animaliste che sottolineano come « anche i primati non umani hanno diritto a leggi specifiche che li proteggano dalla commercializzazione e dagli affari dei giardini zoologici riconoscendo i loro diritti di base ». “ (Dai giornali)

Ho pensato che tutta questa roba che leggo sono gli scritti degli altri. Che può anche darsi che siano la letteratura, ma non sono la mia. La mia non esiste, e forse non è mai esistita. Poteva esistere, forse, poteva essere scritta, ma non lo è stato. Era solo un’ipotesi, una presunzione, una speranza. Delusa.

Poi vengo a sapere che il Pd ha istituito una scuola di partito “ Pier Paolo Pasolini “. Da un’idea di Massimo Recalcati. “ Il costo complessivo per frequentare tutte le lezioni sarà di 200 euro. Inoltre, saranno messe a disposizione 50 borse di studio per la partecipazione degli under 30 considerati più meritevoli. “. Ça suffit.

Poi faccio la conoscenza della signorina Azzurra De Paola. Che vive a Portland. Ma è de Roma. Vedi foto.

Poi penso che stupirsi è da stupidi. Ma questo, francamente, lo sapevo già.

Lasciati andare, dice il titolo di quel film. È quello che deve avere pensato anche il povero Memè quando è salito sul davanzale.

Incontrare la ragazzina con i pantaloni strappati e la faccia carina da ragazzina, e poi, voltandomi, vedere che aveva un bellissimo culo antico, di quelli di prima, mi ha messo addosso, non so perché, una strana tranquillità. Dipende anche dal fatto che ho visto la Juve, stravaccato in poltrona, senza chiedermi se stavo perdendo tempo.


Mercoledì 12 aprile 2017

i2013o, poi, dopotutto, soprattutto, volevo iniziare. Credo che dipenda dal fatto che, a un certo momento, io ho capito che era finito qualcosa e che con quel qualcosa ero finito anche io. Tutto questo è successo molto presto, al liceo, ma forse anche prima. Quello che era finito io continuo a pensare che fosse la letteratura, anche se ormai, con tutto quello che è successo, con tutti i libri che si scrivono, con tutti i libri che si pubblicano etc., è quasi impossibile dimostrarlo. Quando dico “ iniziare “, non posso non ricordare quello che forse è stato il mio primo “ inizio “, cioè la prima volta in cui ho avuto l’occasione di fare qualcosa che somigliava a un “ inizio “, che anzi, dell’” iniziare “ poteva addirittura proporsi come una specie di “ manifesto programmatico “, di aperçu metodologico etc. Mi riferisco alla mia “ orazione “ sul Dell’origine e dell’ufficio della letteratura, l’” orazione inaugurale “ tenuta da Ugo Foscolo all’università di Pavia il 22 gennaio 1809. Mi vergogno anche un po’ a dirlo così.  Perché in tutti questi anni – tanti, tantissimi, quasi una vita – io non ho fatto molti progressi, nel senso che non sono riuscito a saperne, della letteratura, della sua origine, e, soprattutto, del suo ufficio, molto di più di quanto ne sapessi, da pischelletto della seconda liceo, allora. È anche un po’ tardi, credo, per pensare di riuscirci ora, che sono vecchio, che di iniziare qualcosa non ho più tempo, che, come è evidente, è ormai venuto il tempo, soprattutto, di finire. Inoltre va anche detto che queste cose che scrivo non ho voglia di dirle a nessuno: perché so già la faccia che farebbero, che hanno sempre fatto. Perché, comunque, a loro, della letteratura, della sua origine, del suo ufficio, non gliene pò fregà de meno – lo dico in romano perché credo che non ci sia posto al mondo in cui a nessuno frega niente della letteratura come Roma etc.

Io non voglio “ fare giustizia “, io voglio che “ sia fatta giustizia “. (Stanno parlando delle famose intercettazioni a proposito d’’i babbo di Renzi. Io, ora che ci penso, non ho mai letto un’intercettazione… )

Poi esco e fuori c’è la primavera. La primavera è il cielo azzurro e il sole caldo, ma anche le ragazze. E le ragazze sono tutte carine o, almeno, così sembrano a me. Così ripenso a un diario: “ 15 settembre 1991 – La vecchiaia è quando le donne con un piccolo sforzo ti piacciono tutte. “. E penso che, ormai, non ho più nemmeno bisogno di sforzarmi. Poi, mentre lo penso, incrocio il tizio, alto, di mezz’età, probabilmente straniero, dell’Est, direi, e vedo che ha una lunga coda di cavallo di capelli biondi. Nella primavera, penso, c’è sempre anche qualcuno che tenta di infiltrarsi…

“ Melendugno (LE) « No Tap. No Tap ». Lo ripete con diverse sfumature di voce e varie tona-lità, ma con la costanza di chi ha sentito lo slogan ripetuto tante volte nel corso dei mesi prece-denti. È l’appello di Benita, pappagallo di proprietà di Vito e Rossella due giovani di Melendu-gno, centro in provincia di Lecce e cuore delle manifestazioni contro la realizzazione dell’opera per mano della Trans Adriatic Pipeline, la società che vuole realizzare il gasdotto che porterà in Europa il gas dell’Azerbaijan approdando a Melendugno. “ (Dai giornali)

Roberto Saviano / è un napoletano (Allarmisiamrazzisti, 44288)

Oggi Michele Serra ha scritto un’Amaca bellissima. Io, onore al merito, la riporto integralmente: “ Kim & Trump produce un suono da coppia comica, come Mutt & Jeff, come Ric e Gian, ma non c’è molto da ridere. Bullismo atomico allo stato puro, con l’amaro corollario che uno è dittatore nipote di dittatori (come se in giro ci fossero Otto Hitler e Gino Stalin), l’altro è stato eletto in democrazia: per dire come è ridotta, la democrazia. Sono abbastanza vecchio per ricordare la crisi di Cuba. Vedevo gli adulti angosciati, capivo la gravità del momento, e quando si leggeva sui giornali « incubo nucleare », nessuno poteva mettere in dubbio che fosse un incubo vero. Ora che siamo post-moderni c’è qualcosa di differente: di meno serio. Che non vuol dire meno pericoloso, magari tra un quarto d’ora partono i missili e ciao; vuol dire meno sostanzioso, più futile, legato alle mattane di qualche disturbato, non più tanto all’Epoca o alla Storia. La crisi di Cuba pareva sceneggiata da Jean Renoir o da Rossellini, uno strascico della guerra, del realismo e del neorealismo, questa qui appartiene alla surrealtà, a partire dalla fisionomia pazzesca dei duellanti, che se ci facessero vedere una fotografia e non sapessimo chi sono, diremmo: Tim Burton sta girando un nuovo film? “.

Le sue canzoni la nostra storia “, dice Repubblica. Che vende De Gregori. I vostri soldi, dico io. Che sono stufo di spendere e basta.


ROSSORI

Sotto la foto di Silvia Bellezza, docente di marketing alla Columbia Business School di New York scriverò la seguente didascalia: “ È la Bellezza, bellezza “.

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Giovedì 13 aprile 2017, Siena, sera

L1870virgo Stato Islamico odia il calcio “ (Dai giornali)














Venerdì 14 aprile 2017

A1500 Parigi, bellissima, più bella che mai. Soprattutto le quattro piscine, quattro grandi cubi di vetro, due su un lato della Senna e due sull’altro, illuminati nella notte, si vedeva la gente nuotare etc. Avevo incontrato quel tizio conosciuto tanti anni fa, all’inizio di quella grande manifestazione sportiva, lui, con grande sorpresa di tutti, l’avevano subito cooptato nell’organizzazione dell’evento. Mi chiedeva del mio lavoro di giornalista, io gli spiegavo che non lo facevo più, e anzi, mi lanciavo in un furibondo j’accuse contro i giornalisti, dicevo che quando, per esempio, raccontano una strage, è come se di strage ne facessero un’altra, con le loro brutte parole, con le loro brutte facce. C’era un evento, si presentava, credo, un film di Spielberg, che era una specie di resumé dell’opera del regista, essendo fatto perlopiù di citazioni dei suoi film etc. C’era anche un dibattito. Sentivo la voce di Paolo Mieli che diceva che bisogna vivere nella mancanza di Dio o qualcosa di simile, avevo voglia di intervenire, per dire che basta dire “ mancanza “ etc. (Prima di questo sogno, prima di un breve risveglio, ne avevo fatto un altro. Avevo sognato Eli. Dicevo non so a chi che a quel tempo la madre voleva introdurla in società, nel giro di Poggio Imperiale etc.) (Va anche detto che, dopo che mi sono svegliato, non riuscivo a pensare a Eli perché la mia mente era tutta occupata da Walter Siti. Perché proprio ieri è scoppiato il “ caso “ etc. Comunque, dopo un po’, ho capito che Walter Siti potrebbe essere come il babbo, che diceva che non gli piaceva il cavolo perché il cavolo lo davano non so se in collegio o in caserma, perché è eroto-depressivo etc. Comunque una cosa in comune il babbo e Walter Siti ce l’hanno: i baffi)

Stupefacente notizia è anche che dal 28 al 31 agosto prossimi si terrà una Summer School Enthymema sul tema: “ Morfologie familiari. Leone e Natalia Ginzburg nella letteratura e cultura italiana e europea “. Il punto è dove si tiene: si tiene a Monopoli (BA).

Il Grande Fratello? Io lo conosco: è piccolo, piccolissimo, praticamente un nano.

E Nabokov, allora? “ (Marco Belpoliti su Siti, in La Repubblica, oggi)

Siti tempestosi.

Voci malevole dicono che da ragazzo fosse interista; se è vero, si tratta veramente del più grande baro del Novecento. “ (Michele Serra su Berlusconi)

Stamani sono stato al Mercatone di Colle Val d’Elsa (SI) e ho comprato quattro librerie a 39. 90 l’una + 10 per il trasporto. Mi è seccato un po’, ma c’avevo le scatole di libri anche sotto il letto e lei mi ha detto: o li sistemi o te ne vai di casa. Comunque ho capito perché compro i libri vecchi: per non comprare quelli nuovi. È anche sicuro che così non risolvo niente. Poi c’è il problema dei giornali: compro, purtroppo, anche quelli e così mi tocca di leggere le cose più strane. Per esempio, la Marzano. Che con la letteratura non c’entra niente, e neanche con i pomodori. Oppure Belpoliti, che scrive: ” E Nabokov, allora? “. Il fatto è che Nabokov non aveva i baffi. Quei baffi, che neanche il mio povero babbo… 

Poi vedo la vignetta di Altan. C’è uno con un agnellino in braccio che dice: “ Ho adottato un agnellino, lo chiamerò Abbacchio “. Mentre rido mi viene in mente quella storiella che dice: “ C’è un abbacchio che vede una vignetta di Altan e pensa: Se rinasco faccio il vignettista. Ma ormai. “.


ROSSORI

Sotto la foto del nuovo presidente del Milan Li Yonghong scriverò la seguente didascalia: “ Polta Lomana Bella Polta Lomana “.

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Domenica 16 aprile 2017

h543o letto da qualche parte che Primo Levi disse che la sua vita era stata tutta in grigio, salvo il periodo di Auschwitz in cui era stata “ in technicolor “. Mi chiedo se io non sia molto più “ leviano “ di quanto abitualmente creda: Io, che sto passando – ho passato – la vita a ripensare a quella decina di anni “ in technicolor “, gli unici in cui, esageratamente, furiosamente, velleitariamente, orribilmente, ho vissuto etc.







Proverbio pasquale: meglio soli che male campagnati. (Avendo letto, in un articolo sui libri di una che lavora nella pubblicità, la parola “ campagnabile “)

Ci sono giornalisti che non si vergognano di definire “ vile “ l’attentato di Aleppo in cui sono morti almeno 100 bambini. Almeno il papa si è sforzato: ha detto “ ignobile “.


Lunedì 17 aprile 2017

a1501 pensarci bene, io alla voce ci tenevo parecchio, la voce era la cosa a cui tenevo di più.












Precoce. Come un’ejaculazione.

Il patrimonio culturame… « Volevi dire culturale… » No, volevo dire che è meglio se sto zitto.

“ L’importante è finire “, dice il professor Ferroni. Con i suoi baffoni. Avrei voglia di dire che l’importante è iniziare, ma non lo dico, perché so che l’importante sarebbe continuare

A giudicare da quello che ci fa vedere la tv, Gianni Boncompagni era uno a cui, soprattutto, piaceva vestirsi da donna. Ne deduco che il tempo in cui ho vissuto è stato, soprattutto, il tempo degli uomini a cui piace vestirsi da donna. A me, invece, non è mai piaciuto. Alla mamma, invece, sarebbe piaciuto che mi piacesse. Ma ormai… È morto anche Piero Ottone, che era uno a cui, soprattutto, piaceva velare. « Volevi dire volare… » No, volevo dire che era uno che andava dove tirava il vento.

Vivere è semplicemente impossibile. « Allora bisogna morire? » No, bisogna non vivere « E come si fa? » Eh, that’s the question.

« Perché vivi con una donna? »  « Perché amo il rischio ».

Arrivabene (Maurizio – direttore della Scuderia Ferrari). Ogni volta che lo leggo, sobbalzo.

La signorina Faust: con il suo violino (vedi foto) (Vedi anche: “ 1 novembre 1987 – Per la prima volta, rivedendo il fotogramma di Marilyn che arriva alla stazione (Some like it hot, Wilder, 1959), scorgo benissimo che non è altro che il Mefistofele della tradizione – con il suo mantello nero, la lunga piuma sul cappello, il violino (anche se è un ukulele). Il cinema è fondato sulla subliminalità? “)

« Andai in Svezia a 18 anni con un mio amico e ci rimasi otto anni, spesso facevo lo chaperon agli italiani importanti che arrivavano. Quando Salvatore Quasimodo venne per il Nobel lo accompagnai dovunque. Musei, gallerie. Alla fine, distrutto, mi disse: “ Ma qua non si fotte? ” ». “ (Gianni Boncompagni in Cinquantamila) (“ Differenza tra le sue ragazze e quelle di oggi: « Quelle di oggi d’essere delle “ markette ” ce l’hanno scritto in fronte. E poi sono tutte uguali. E per giunta, a differenza delle mie, parlano. E questo Dio non glielo perdonerà mai. Le mie erano mute, le chiamavano “ sorcomute ” ». “ (Ibid.)) (“ « Per fare tv uno deve essere un figlio di puttana mica una mammoletta ». “ (Ibid.)) (“ « Alla Rai sono sempre passato per comunista. Quando ti attribuiscono una patente è come un marchio. Comunista? Comunista. Ma comunista all’acqua di rose. Mica un attivista. Ho sempre votato comunista, frequentavo Giorgio Amendola, ed ero amico di Giorgio Cingoli, direttore di Paese Sera. Laureato comunista. Ma non facevo le manifestazioni ». “ (Ibid.))

Nella notizia che Boncompagni, nel 1950, a diciott’anni andò in Svezia una specie di pertugio da cui guardare, con l’occhio di poi, alla Svezia, al Villaggio Svedese, alla socialdemocrazia etc.

Affrontarli con un respiro preso all’inizio del capoverso e sperando che esso possa reggere, durare fino in fondo, al prossimo spazio, estinguersi allo spalancarsi del bianco, sarebbe bene: atleticamente, un’operazione urgente da compiere come se non ci fosse più il tempo, che sta finendo o, comunque, non conta più, e come se il compositore sapesse, attraverso chissà quale passaparola di eletti, che era lui, innanzitutto, a non poterne più disporre. “ (Bonari sui Sillabari di Parise)


ROSSORI

Sotto una foto di Gianni Boncompagni ospite con Renzo Arbore da Fabio Fazio scriverò la seguente didascalia: “ Boncompagni di merende “.

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ROSSORI

Sotto la foto di un suprematista che dà un pugno in faccia a una ragazza scriverò la seguente didascalia: “ The Clash of Civilizations “.

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ROSSORI

Sotto una foto fatta da me trenta e più anni fa scriverò la seguente didascalia: “ Il clarinetto, quello che fa filù filù filù filà “.

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Martedì 18 aprile 2017

q1140uando oggi, come ogni giorno, scrivo la data sul mio diario, mi accorgo che oggi è il 18 aprile. Così mi torna in mente quella canzone che diceva: “ Vi ricordate quel 18 aprile / quando votaste democristiani / senza pensare all’indomani / a rovinare la gioventù “. L’ho cantata anche io, molte volte, molti anni fa, senza pensare, va detto, a quello che cantavo. Perché la verità è che io, allora, non potevo ricordare proprio niente, perché il 18 aprile, del 1948, ero troppo piccolo per votare, perché, soprattutto, non era per niente sicuro, come ora pensano tutti, che a “ votare democristiani “ si rovinasse qualcosa etc. Il fatto è che, a quei tempi, non nel ’48, ma nel ’68, io ero molto giovane, e, soprattutto, mi piaceva cantare. Senza pensarci sopra. Senza pensare. Perché, in generale io preferisco cantare più che pensare etc. Comunque, poi, sono stato costretto a pensare. E, ormai da molti anni, non faccio altro che pensare. Penso, e, quel che è peggio, non canto più. Eppure vorrei farlo, forse cantare è tutto quello che vorrei, che ho sempre voluto. Cantare come si canta, con gli occhi sostanzialmente chiusi, anche se non si è come Andrea Bocelli, perché, comunque, per cantare, gli occhi non servono a niente. Come quando si dorme. Come si dice in quella poesia di Sandro Penna che stamani uno come me, anche se molto più giovane di me, mi propone di leggere e di “ condividere “: “ Io vivere vorrei addormentato / entro il dolce rumore della vita.”. Sandro Penna lo leggevo parecchi anni fa e mi piaceva parecchio. Penso che farei meglio a ricordarmelo: “ 16 aprile 1987 – « Al primo grillo quando l’aria ancora / è tutta luce io rinnego il lungo / arido elenco dei ritrovi a sera. » (Sandro Penna in «Tempo presente», 6, 1959) “. Nell’occasione noto anche che non avevo mai notato che “ Penna “ è il più semplice, efficace, elementare dei nomi d’arte – solo un tantino demodé.

Stamani penso anche che i giornalisti, dopotutto, sono intelligenti. Ma io preferisco essere stupido.

Naturalmente ogni scrittore, ogni poeta, ogni critico, è libero di sviluppare la sua estetica, e di esporla e di argomentarla. Ma mi dispiacerebbe molto se il sistema editoriale nel suo complesso tornasse a sancire o a irrigidire una separazione fra cultura « alta » e cultura « bassa », qual era praticata e spesso teorizzata fino agli anni Cinquanta. Da allora abbiamo visto moltiplicarsi i casi di testi « complessi » (e a volte complicati, e non sempre poeticamente riusciti, certo) che hanno conquistato il consenso di un vasto pubblico, da Calvino a Morante, da Eco a Vassalli e altri. Almeno fino a ieri, il sistema letterario è stato capace di espandersi e di conservare una sua rilevanza, al mutare delle condizioni storiche. Oggi, in un contesto che vede la sempre maggiore divaricazione (economica, ma anche culturale) tra ricchi e poveri e il concomitante assottigliamento delle classi medie, credo che una scelta di chiusura elitaria condannerebbe la letteratura (e la critica insieme) a una definitiva condizione di marginalità. È già successo più volte, nella storia europea, e non sono stati periodi proprio felicissimi. “ (Alberto Cristofori, Complessità / Semplificazione: tre tipi di opere, in Vibrisse)

Bisogna tornare a ragionare di estetica e di che cos’è la letteratura, tornare a riflettere sul bello e sul sublime, sul piacevole e sul conturbante – da quanti anni (decenni, a occhio) non esce in Italia un libro davvero importante su questi temi? “ (Cristofori, cit.) D’accordo, entusiasticamente, su tutto. Una sola, modesta proposta: sostituire “ che cos’è la letteratura “ con “ che cosa era la letteratura “. Saperlo, retrospettivamente, non, ahimè, retroattivamente, sarebbe, a mio cauto parere, già molto.

Foto (non fatta): retro di camioncino con foto di paesaggio toscano e di caciotta toscana con scritta: “ Tutto il sapore della Toscana “. L’ho inseguito ma andava troppo veloce.

Vedendo anche stamani la trasmissione della bionda, ho capito che l’essenza della televisione è la voracità. Se ti imbandisce formidabili pasti è solo perché la pietanza essenziale sei tu che li guardi. Ti/si mostra per mangiarti. Una bella pianta mostruosamente carnivora.

Bilancio 1990-2010. Di fronte alle levigate tattiche di marketing dei venti-trentenni d’oggi, gli scrittori che cavalcarono le « poetiche editoriali » anni Novanta sembrano ormai degli ingenui ragazzi di provincia che posano a cinici, dei Commodore 64 pateticamente travestiti da iPad. La sottocultura pulp, noir o tondelliana, aveva ancora un vago rapporto con l’artigianato linguistico. Certo, era al 99 per cento orrenda: e guai alle rivalutazioni. Eppure è così che nascono le nostalgie: quando da un cattivo pasto ti costringono a passare direttamente al clistere. “ (Disse Matteo Marchesini (2011))

Poi passo davanti al televisore e c’è una con i capelli rossi e un vestito viola che legge un’Eneide, rilegata in rosso. E penso che c’è un limite a tutto. E che uno di questi giorni si capirà.

La verità è che io ho qualcosa da nascondere. Anzi, molto.


EX LIBRI

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Mercoledì 19 aprile 2017

p1135erché non riconoscere che io, a quel tempo, un po’ “ di destra “ ero? Nel senso di fortunato, sicuro di me, felice, come solo un figlio unico può essere. Mi era andato sempre tutto bene, e non importa se questo tutto, dopotutto, era poco. La mia felicità era fatta di poco, era, soprattutto, la grande, fondata, speranza che avrebbe continuato ad andare così. Era una specie di eternità, di assoluta fiducia nel tempo. Io, a quel tempo, detestavo i tristi, i mogi. Ce n’erano, a quel tempo, parecchi, erano forse la maggioranza. Io non ero allegro, ma non ero nemmeno mogio. Io ero io, e stavo benissimo com’ero. Per capire come ero si può leggere un diario, questo: “ 23 gennaio 1992 – « Scrittore e popolo »: così merita di essere intitolata la foto marzo 1954 in cui compaio fulgido in un cappotto di cammello chiaro in mezzo alla turba gioiosa dei militari di leva che festeggiano il com­militone ciclista vincitore della corsa. La mia piccola figura è in una luce chiaris­sima che contrasta con il grigiore uniforme delle di­vise. Ho sulla faccia dai lineamenti perfetti un sorriso asso­lutamente soddisfatto, come se la corsa l’avessi vinta io. C’è anche un mezzo babbo sorridente anche lui dal fuori della foto. “. A ripensarci, forse era tutto un problema di “ divise “, cioè di vestiti, cioè di facce. C’è anche da dire che c’è chi l’ha sempre pensato.

Poi vedo gli operai che gridano: “ Vergogna! “. E penso: beati loro… « Che non si vergognano? » No, che gridano.

Prima di tutto non credo che ci sia qualcuno così pazzo da leggere A/traverso, né qualcuno che ci riesca. Io stesso non l’ho mai letto veramente. A/traverso è principalmente un oggetto grafico. “ (Dice Bifo) “ « Silenzio » ha anche un significato politico. In quegli anni la democrazia borghese invitava le masse a parlare, a partecipare, ma non venivano mai messe in questione le faccende essenziali, cioè quelle del lavoro, dello sfruttamento, dell’estrazione di plusvalore e così via, spacciate come « naturali » e non discutibili. Silenzio allora voleva dire: non partecipiamo alle assemblee, ai consigli di classe, alle trattative. Voleva dire: non rendiamoci trasparenti nei confronti del potere (Baudrillard puro). “ (Ibid.))

Trovando notizia dei Diari 1917-2009 di Fernanda Pivano, mi ricordo che a Siena, in quella neo-libreria, ho visto che hanno fatto un’edizione della Recherche in un solo volume, grosso come un vocabolario etc. (Poi leggo la “ recensione “ di un lettore: “ Lettura interessante, ricca di spunti, ma intitolandosi il libro Diari mi aspettavo appunto un diario, non un’autobiografia!!! “. Il solito vecchio trucco. Meno male, perché mi era quasi venuta voglia di comprarli)

Io di Bifo so tutto. So com’era la moglie. Cioè so tutto. Cfr.: “ Martedì 7 aprile 1998 Leggendo l’intervista a Franco Berardi (Bifo) su Potere Operaio, l’unica cosa che mi viene in mente è che Bifo (Franco Berardi) aveva la moglie bella. Del resto tutte le mogli di tutti erano belle. Probabilmente anche le mie. “.

Quando vedo Renzi che corre la maratona penso che è un altro che non ha capito che Il maratoneta è un film.


ROSSORI

Sotto una foto di Theresa May scriverò la seguente didascalia: “ La joli May “.

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ROSSORI

Sotto una foto dell’auto dei carabinieri schiacciata dal cavalcavia scriverò la seguente didascalia: “ Carramba che sorpresa! “.

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EX LIBRI

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EX LIBRI

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EX LIBRI

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ARCHIVIO

“ 12 maggio 1994 – La mamma ha abitato per cinquantaquattro anni nella stessa casa, finché si è ammalata ed è morta (all’ospedale). In quella casa che mi ostino a chiamare mia, io ho vissuto i primi diciotto anni della mia vita, anni felici. Da quella casa me ne sono andato a diciotto anni e, sostanzialmente, non ho fatto più ritorno. Nello stare c’è una violenza, io lo so, come lo sanno tutti quelli che sono costretti a guardare le cose da fuori. Una violenza legittima, forse, comunque inconfutabile. Io, che continuo a stare fuori, e che dispero ormai di poter tornare, naturalmente soffro. Questo mondo che, con l’insistenza di un imitatore mediocre e volenteroso, si sforza di assomigliare in tutto al mondo di prima, sulle cui macerie si è insediato, come un nomade affamato di terra, chiamando i figli « Andrea », chiamandosi con lo stesso nome di una stagione politica di trent’anni fa, vestendosi muovendosi celebrandosi esattamente come allora, questo mondo evidentemente fasullo come quello di allora non mi piace. Io, che mi chiamo Andrea, devo accettare in tutto la finzione e, come se avessi di nuovo diciotto anni, andarmene? Non mi va tanto, ecco. “.


Giovedì 20 aprile 2017

P1136robabilmente il bravo regista aveva pensato a qualcosa di speciale, di mai visto prima, per quella scena di impiccagione. Ma quando ho visto che a quel tizio gli mettevano il cappio al collo, e lui, con la sua buffa faccia, diceva: “ Mi dispiace “, ho deciso che quella scena non volevo vederla, e ho chiuso gli occhi. (Un sogno) E ora che sono sveglio, penso al mio “ autoritarismo “, e questa volta capisco che si trattava soprattutto della fedeltà agli “ autori “, a quelli della tradizione, dei programmi scolastici, a loro e solo a loro. La Storia della Letteratura Italiana, quella che studiavo a scuola, quella che, a un certo punto, ho smesso di studiare, e ancora non ho capito perché. Prima ancora di Asor Rosa, immensamente prima di qualsiasi Salone, di qualsiasi Fiera del Libro.

Quando lei mi chiede come si chiama quel profumino appiccicato sulla pagina del magazine per signore e io le dico che si chiama “ Eau d’Issey “, lei dice: “ Odissea? “. E io capisco che ha capito bene. Meglio di me, che non l’avevo capito.

Quando sento le discussioni sulla Rai, io penso che non c’è nessun bisogno di eutanasiarsi. Perché siamo già tutti morti, etc. Quando poi vedo la presidente della Rai Monica Maggioni, non penso niente: mi metto sull’attenti e faccio il saluto.

Poi mi viene un sospetto, quello di essere un “ professore rimminchionito “. Mi spiego meglio: “ Martedì 15 ottobre 1996 – Io dico sempre che nel ‘58 ho smesso di studiare, ma la verità è che, da allora, non ho fatto quasi altro che studiare, perché pur senza convinzione, senza « profitto », distrattamente, disordinatamente, frammentariamente, ho sempre e soltanto studiato, però appunto sempre male, come succede a chi è magari volenteroso ma irreparabilmente stupido. Perché è vero che verso il ‘58 qualcosa è cambiato, è cambiato per me, qualcosa che mi ha tolto la « voglia » di studiare, il « gusto » di apprendere. D’improvviso divenni scemo, cioè non capivo più niente, e ancora oggi non so dire perché. Stupido come continuo a essere, penso che ormai l’unica cosa da fare sia parlare di Bartolo Anglani. Ma chi è Bartolo Anglani? È senz’altro una brava persona di cui io, poiché non l’ho mai visto in faccia, non so assolutamente niente salvo una cosa di cui comunque sono sicuro: che è uno che non ha smesso di studiare. Se mi prendo la libertà di parlare di una persona che non conosco è anche perché, oltre che per il fatto che, come ho detto, sono stupido, mi sembra che potrei conoscerlo. Perché è un quasi coetaneo, qualcosa come un ex compagno di scuola, come un amico, o addirittura un fratello. Per di più è nato in una bella cittadina pugliese che da qualche anno frequento, dove qualche volta d’estate mi reco, e quindi, una volta o l’altra, potrebbe anche succedere che lo incontri. Bartolo, che nel ‘67 aveva ventiquattro anni – io ne avevo ventitré -, in quell’anno scrisse il suo primo lavoro: La critica letteraria in Gramsci, nel terzo numero dei Quaderni di una rivista che a quei tempi io facevo spesso finta di leggere, che non riuscivo assolutamente a leggere, che avrei voluto leggere ma non ci riuscivo, che leggevo ma non riuscivo a capire niente, o, quando capivo, a ricordare, una rivista a quei tempi famosa, «Critica marxista». Come spesso accade, quella prima pubblicazione non era altro che un sunto della sua tesi di laurea, perché è proprio così: il diligente studioso giovane nel ‘67 era già laureato. Non gliel’aveva impedito il fatto di abitare in una ridente ma decisamente periferica cittadina meridionale né il fatto di essere, come sembra di poter immaginare, politicamente schierato in una ben riconoscibile parte politica, anzi. Io invece. Io invece ricordo benissimo che, aprendo di fronte a me i fascicoletti dalla sobria ruvida copertina color panna, dove ogni volta si concedeva solo una nota, e quella rigidamente monocromatica, alle lusinghe del colore, appena cominciavo a leggere capivo di non capire, ma non perché quello che c’era scritto fosse troppo difficile o poco chiaro, no, ero io che ero diventato cretino, che avevo dimenticato come si fa a leggere, cioè a capire. Ero così cretino che, nel tentativo di scuotermi da quel torpore che mi impediva di comprendere il senso delle parole scritte sul foglio, cioè di leggere nel vero senso della parola, più di una volta mi scoprivo a compitare penosamente, come se fossi stato un bambino, o un vecchio, o un desolante illetterato. « Chi legge Dante con amore? I professori rimminchioniti… », leggevo anzi non leggevo che aveva scritto Gramsci alla moglie Giulia, e le righe mi si confondevano davanti, non riuscivo a leggere oltre, come afferrato da un crampo della vista, da un male agli occhi, perché, pensavo, magari ero io il lettore innamorato, il professore, il minchione di turno… “.

La roditrice critica dei grilli.

Il debito pubblico… “ Saranno cazzi miei, o no? “, pensa il pubblico.

A Tempo di libri sarà presente insieme allo scrittore Michela Marzano, autrice della stroncatura sulle pagine di Repubblica. Titolo dell’incontro: Bruciamo tutti. A che riga è la salvezza? Oggetti della letteratura e oggetti della critica (domenica alle 12. 30, Sala Bodoni, e in diretta su Repubblica.it e sulla pagina Facebook del giornale). Parteciperanno anche Marcello Fois, Lorenzo Pavolini, Chiara Valerio e Alessandro Zaccuri. “ (Da Repubblica)

Poi mi ricordo che “ sito “ in toscano antico significa “ odore sgradevole, puzzo “ (Devoto-Oli)

Sono proprio fascisti, à la lettre. Basta vedere come trattano i libri.

Il rogo dei libri / Romanzo.

Quanto mai istruttiva, in questi giorni, la mostra EgosuperEgoalterEgo: dove l’attrazione di gran lunga più gettonata (a dispetto dei de Chirico, degli Schifano, dei Gilbert & George) è il pannello sul quale scorrono i selfie dei visitatori (riprodotti anche sulla copertina del catalogo). La « società facciale » di cui parla Thomas Macho, e sulla quale si conclude il magnifico Facce di Hans Belting, straordinaria galleria dei ritratti e autoritratti ai quali la specie umana ha demandato nei millenni la propria memoria di sé, è insieme politica spettacolo: se è vero che il volto è, dice Belting, « più un palcoscenico che uno specchio » e se già Hobbes, nel commentatissimo frontespizio del Leviatano (1651), raffigurava lo Stato nell’allegoria di un Sovrano il cui Corpo è composto dai mille corpi – e anzi dalle mille facce – dei suoi Sudditi. “ (Andrea Cortellessa, Anni Ottanta Ideali Eterni, in LPLC (2016))

Non a caso Don Abbondio, scrive Manzoni nei Promessi sposi, spiega al suo interlocutore che appena vide quelle facce, ovvero i volti dei bravi, pensò bene di scappare. “ (Marco Belpoliti, La società facciale, in Doppiozero (2015))

« Baffi del gatto » « Vibrisse » “ (L’Eredità, Raiuno, ore 19.11)


ROSSORI

Sotto una foto di Roberto Saviano scriverò la seguente didascalia: “ La tradizione del noto “.

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ROSSORI

Sotto una foto di Renzi che corre la mezzamaratona di Prato scriverò la seguente didascalia: “ Non ci resta che correre “.

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Venerdì 21 aprile 2017

N1102virgvirgon importa se non si parla la stessa lingua, è la gestualità che conta », dice Ikuko mentre sfogliamo le immagini del grande artista dell’ukiyo-e Kitagawa Utamaro. “ (Dai giornali)










Il giornalista? L’ho già fatto.

Poi, non sto a dire come, vengo a conoscenza dell’esistenza di Gianni Turchetta. Per farla breve, Gianni Turchetta è professore ordinario di Letteratura italiana contemporanea all’Università Statale di Milano. Ha scritto su Dino Campana, D’Annunzio, Salgari, Moravia, Morante, Cassola, Fortini, Sciascia, Mastronardi, Testori, la narrativa comica, la poesia sperimentale; ha curato edizioni di Pirandello, Campana, D’Annunzio, Svevo, Consolo. Ma quello che a me interessa sono solo due cose: che è nato nel ’58, ed è nato a Salerno. Altro dir non saprei.

Dice Michele Serra: “ Quando Grillo dice al cronista che lo bracca: « Parlo con te solo se prima mi fai parlare con tua mamma », dice la cosa più umana e condivisibile che gli sia sfuggita di bocca negli ultimi anni. “. Io mi dichiaro perfettamente d’accordo. A patto di sostituire “ umana “ con “ comica “.

Patrizia Laquidara, di Catania, canta bene ed è bella. È bella e canta bene. E va bene. In quanto alle “ mani sporche “, spero tanto che non c’entrino niente con Mani pulite.

La “ rancura “: credo di avere capito che è come il coraggio: se uno non ce l’ha non se la può dare.

Tutto quello che succede non si spiega altrimenti che con la fede. Una strana fede. Un’anti-fede. Spes contra spem.

Un impegno, quello del poliziotto, esercitato non solo nella professione – lo scorso 20 gennaio si era distinto per aver fatto evacuare uno stabile di Parigi dopo una esplosione – ma anche nella vita privata. Oltre all’iscrizione al sindacato nazionale dei poliziotti, Xavier faceva parte di Flag!, l’associazione di lesbiche, gay, bi e trans della polizia e della gendarmeria. Aveva un com-pagno al quale si era unito civilmente (in Francia i Pacs sono in vigore dal 1999) ma nessun fi-glio. “ (Dai giornali) (Ci ho messo un po’, davvero troppo, a rendermi conto della coincidenza, davvero formidabile. Perché proprio oggi avevo “ ritrovato “, per mandarlo un blog, quel vecchio diario che dice: “ 8 gennaio 1986 – Storie degli anni Ottanta: a Firenze il poliziotto gay che uccide l’amico che voleva lasciarlo. Lo Stato che si fa buco. “. Strano ma vero)

« La Terra è piatta e il Sole le gira intorno ». È quanto sostenuto da una studentessa tunisina dell’Università di Sfax in una tesi di dottorato che riscrive le principali teorie sulla Terra e l’universo rispettando i versetti del Corano. Con il titolo « Il modello della Terra piatta, argomenti e impatto sugli studi climatici e paleoclimatici », l’elaborato ha creato scalpore in tutto il Paese e nella comunità scientifica mondiale. “ (Dai giornali)

È riuscita l’impresa di Abraham Poincheval, che ha covato per più di 20 giorni una decina di uova di gallina. L’artista francese è rimasto seduto in una scatola di vetro, all’interno del Palais de Tokyo, il Museo d’arte contemporanea di Parigi. La sua performance, chiamata « Egg », ha dato i suoi frutti e alcune uova si sono schiuse e i primi pulcini sono nati. “ (Dai giornali)


ROSSORI

Sotto la foto della candidata 5Stelle al comune di Oristano Patrizia Cadau, “ Lady Colt “, scriverò la seguente didascalia: “ The Lady is a Trump “.

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ROSSORI

Sotto un particolare dell’Ultima cena di Leonardo da Vinci restaurata da Farinetti scriverò la seguente didascalia: “ L’appetito vien mangiando “.

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ROSSORI

Sotto una foto del premier Gentiloni che scende lungo la scaletta dell’aereo di Stato scriverò la seguente didascalia: “ Il mondo è fatto a scale “.

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ROSSORI

Sotto la foto di due passanti che a Parigi, accanto a un negozio di Armani, alzano le mani in alto scriverò la seguente didascalia: “ Armani in alto! “.

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Sabato 22 aprile 2017

v377i meritate Alberto Sordi. Vi meritate Nanni Moretti. Vi meritate Roberto Benigni. Vi meritate Beppe Grillo. Vi meritate tutto, meno che la letteratura. Quella non ve la meriterete mai. Che cos’è la letteratura? La letteratura è andare a Tangeri in treno a metà degli anni Settanta con una borsa piena di libri di Gadda e un’Olivetti Lettera 32; e tornare quasi subito indietro per fare una tesi su Gadda etc. La letteratura c’estc’étaitmoi. La letteratura ero – sono stato – io. Se ben mi ricordo.





Via Fieravecchia / Romanzo.

(la Marzano è professoressa ordinaria di filosofia morale all’Université Paris Descartes, SHS – Sorbonne, ndr.) “ (Dai giornali)

Dice Repubblica che leggere “ fa stare meglio “. Ma leggere Repubblica, no, dico io. Che la leggo, ahimè, da quarant’anni dico quaranta.

“ Kirchhorst, 14 novembre 1944 – […] Au courrier d’hier, une lettre de Gerhard Günther, à laquelle était jointe des extraits des journaux intimes de son fils tombé dans lesn Carpathes du Sud. A côté de prières, de meditations et de passages littéraires, il y avait aussi des notes sur mes travaux qu’il a lus attentivement. Des êtres tells que ce garçon, comme de Nüssle, tombé sur le front de l’Est, me réconcilient avec la jeunesse allemande, qui est, selon Knièbolo, « dure comme du cuir à chaussures ». “ (Ernst Jünger, Journal tenu pendant la guerre, in “La Revue de Paris”, 60, n.10, octobre 1953)

Figlio di una famiglia di costruttori Medioli era destinato a studiare architettura ma poi a causa di una malattia finisce in sanatorio, nella stessa stanza in cui Thomas Mann scrisse La montagna (un segno del destino?). Dopo aver passato due inverni lì capì che il lavoro di famiglia non faceva per lui e sceglie di andare a Roma dove comincia a tradurre e a scrivere (tra i suoi maestri c’era stato il poeta Attilio Bertolucci, padre di Bernardo e Giuseppe. “ (Dai giornali)

Una volta ho scritto che gli scrittori muoiono. Quello che non ho scritto è che muoiono anche i non-scrittori, cioè quelli che, per un verso o per l’altro, non scrivono, non vogliono scrivere, non riescono a scrivere, preferiscono non scrivere etc. Quello che sarebbe interessante sarebbe dire come muoiono, sia gli uni che gli altri. Perché, come si capisce, non c’è un solo modo di morire etc.

Dice Michele Serra che il poliziotto gay di Parigi è morto per la Repubblica. « Forse voleva dire per Repubblica » Sì, credo che gli sarebbe piaciuto che fosse così.

Dice anche che arriva il “ don Milani day “. Dice anche questa.

Uno scrittore pazzo. Scrittore, cioè pazzo. (Shining, Kubrick, 1980)


ROSSORI

Sotto la foto del poliziotto gay di Parigi scriverò la seguente didascalia: “ Liberté Egalité Lgbtè “.

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EX LIBRI

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Domenica 23 aprile 2017

l1871etteratura = romanzi. Mi accorgo che, per lo più, si pensa così. Ma questo, a pensarci meglio, non è quello che penso, che ho sempre pensato, io. Io, eventualmente, ho sempre pensato che la letteratura fosse parente stretta della musica. Questo ho pensato, quarantacinque anni fa, quando, a Torino, ho pensato che volevo tornare alla letteratura, che volevo ricominciare a scrivere, che volevo ricordarmi che avevo scritto. Letteratura = poesia: questo ho pensato allora. Niente di più, niente di meno che questo.





Poi sfoglio D, il magazine “ femminile “ di Repubblica, e leggo Anaïs Ginori, e la trovo, come sempre, meravigliosa. Dico a chiamarsi come si chiama, e a scrivere, ça va sans dire, da Parigi. Oggi ci parla di una scrittrice che si chiama Leïla Slimani, è un ’81, è nata in Marocco, è molto carina, il padre è banchiere, ha sposato un banchiere. Con il suo secondo romanzo Ninna nanna, ha vinto il Goncourt. Ne deduco che l’écriture è femme. Soprattutto se ha il marito banchiere. E buonanotte, anzi: bonne nuit.

Poi c’è Domenico “ Mimmo “ De Masi. Ovvero: tutti i salmi finiscono in dollari. (Credo che il professor Mimmo sia bassissimo)

Così, cinque giorni alla settimana, Stefano si alza alle cinque, corre o nuota o va in bici per un’ora e mezza, torna a casa, fa colazione con la famiglia e poi va al lavoro. Ne ricava, mi dice, un grande benessere fisico ma soprattutto mentale, psicologico: è più lucido, più sereno, dorme meglio, usa le ore di allenamento anche come momenti, lunghi momenti di autocoscienza, perché in effetti 10-12 ore di allenamento settimanale vogliono dire una mezza giornata di solitudine, di concentrazione, che è molto più di quanto l’adulto medio oggi possa o voglia concedersi. E poi c’è il piacere. Doppio, addirittura. “, mi racconta Claudio Giunta.

Qualche anno fa su Nature è uscito un articolo nel quale si spiegava che la corsa è stata, all’inizio dei tempi, una delle chiavi dell’evoluzione umana. L’homo sapiens avrebbe soppiantato i suoi antenati più stanziali perché era in grado non solo di camminare ma anche di correre. Gli animali che cacciava erano quasi tutti più veloci di lui, ma pochi avevano la sua resistenza sulla lunga distanza. Secondo questa spiegazione, la corsa non sarebbe soltanto una conseguenza del bipedalismo (la capacità di camminare eretti sugli arti inferiori) ma anche la causa, il motore di un vantaggio evolutivo rispetto alle altre specie. Questa sollecitazione avrebbe infatti modellato la nostra anatomia, potenziando i muscoli delle gambe e indebolendo quelli del torso, e rendendoci scarsi nello sprint (rispetto alla gazzella, diciamo) ma quasi imbattibili nel fondo. “ (Claudio Giunta, L’Ironman è uno sport per asceti e un affare milionario, in Internazionale)

C’è una signora in Kenia “ (Dai giornali)

Certo è che l’appeal di un diario è scarsissimo, assai vicino allo zero. La gente vuole storie, vuole realtà, vuole credere in quello che legge, vuole credere che quello che legge la riguardi. Vuole pensare che chi scrive parli anche di lei e non soltanto di se stesso. Vuole “ comunicare “, insomma. A pensarci bene, la gente ha anche ragione, magari ne ha persino un po’ troppa.

Comunque sia, il ddibbattito sul “ caso Siti “ ha finito di convincermi che io con la letteratura, almeno nel senso di romanzi, non c’entro niente. In fondo, l’ho sempre saputo. Almeno dal tempo del “ caso Morante “, nel senso de La Storia, ormai quasi mezzo secolo fa. Quando uscì La storia, suscitando tutto il clamore che allora era possibile – quasi niente a paragone dei clamori di oggi -, io ero in tutt’altre letture indaffarato. Io leggevo Gadda, o addirittura Proust. Si obbietterà che né Gadda né Proust erano novità. Ma questo non dimostra niente di più di quello che ho già detto: che con la letteratura io c’entro pochissimo, poco meno che niente.

A proposito di Siti, fra i diversi che lo concernono, scelgo di ritrovare questo diario: “ Sabato 6 luglio 2013 A pensarci bene, quello che più mi colpisce in Walter Siti sono i baffi. Baffi bruttissimi, da lontra, da tricheco, che peraltro gli si adattano perfettamente, visto che è basso, grasso, rotondo e lucido come un mammifero acquatico. Devo anche riconoscere che io i baffi di Siti non li avevo previsti. Io ero arrivato al massimo ai baffi di D’Alema, oppure, con un certo sforzo, a quelli di D’Avanzo, a quelli di « Pigi » Battista. Invece, tomi tomi, cacchi cacchi, baffi baffi, c’erano anche quelli di Walter Siti. Che, dice, a studiato alla Normale, che proviene, dice, da una famiglia « piuttosto povera », che fa sapere che i 5mila euri del premio gli fanno comodo, che tralascia di dire che ha già la pensione da professore universitario, che non mi meraviglierei se, quando muore, gli trovassero un sacco di soldi sotto al letto. Dice che è un omosessuale. Ma io ci credo poco. Secondo me è uno che gli piace parecchio andare in culo al prossimo. Per esempio, tanto per dire, a me. “. Dove si vede che anche con Siti io non c’entro niente, e comunque è meglio se me ne tengo alla larga.

Però questa storia del sol dell’avvenire e della rivoluzione, come dire, non mi andava giù. Perché mi sembrava non ci fossero le condizioni. Anche oggi sembra che ci siano delle situazioni che prometterebbero un cambiamento di sistema. Ma anche in questi casi anche i poveri hanno così tanto da perdere da un effettivo, radicale cambiamento, che la rivoluzione mi sembra non ha voglia di farla nessuno. Anche negli anni ’70 quelle cose lì le ho vissute con molte molte riserve. Solo che nei saggi non lo potevo fare troppo, perché i miei capi la pensavano in questo modo, e quindi nei saggi mi dovevo mettere sempre un po’ in maschera; lo scrivo anche all’inizio di Scuola di nudo. E per cui poi alla fine, occuparmi di una cosa così assurda e per loro così inspiegabile come il nudo maschile mi è sembrata una liberazione. Adesso lasciate andare il mio pensiero dove dico io e non dove dite voi. “ (Walter Siti intervistato da Christian Raimo, in Minima & Moralia, già in Rollingstones) (“ Mi ricordo quando eravamo in India io, Berardinelli e Fofi, una bella combriccola, spediti dall’addetto a Calcutta, spediti a un qualche festival, e c’era noi la Irene Bignardi, che è una signora molto impostata, che parlava un fluidissimo inglese, molto meglio del nostro, che vestiva in un modo molto elegante, ma sempre un po’ estroso… “ (Ibid.)) (Però, questi poveri, questi “ misérables “… il s’amusent… )

So per certo che non leggerò il romanzo del professor Siti. Solo che, avendo saputo dai giornali che il bambino suicida innamorato del prete pedofilo si chiama “ Andrea “, mi piacerebbe sapere perché ha deciso di chiamarlo così. Lo chiedo anche a nome di tutti gli “ Andrea “. Che ormai sono (siamo) parecchi. Chiedo troppo?

« Bloccato nel fango » « Impantanato » “ (L’Eredità, Raiuno, ore 19. 15) (“ « La nonna di Gesù » « Maddalena » “ (Ibid.))

Ed è sempre lei, l’ex prof, la moglie « en viager », come l’ha orrendamente definita in tv un commentatore satirico, a raccomandare al marito di parlare con voce sostenuta. Perché Macron non solo ha un po’ di zeppolina, ma ha una voce chioccia, a volte stridula e fastidiosa: « Ti scende la voce. Falla salire, fai capire cosa succede quando lo fai, perché ora ti sta scendendo », insiste la prof. E l’allievo obbediente la sta talmente a sentire che adesso ha persino reclutato un baritono per apprendere, prima che sia troppo tardi, qualche segreto di tecnica vocale, e usare al meglio diaframma, maschera e risonatori. “ (Dai giornali)

Credo di avere capito che esiste la letteratura “ collaborazionista “. È quella che “ collabora “ con i suoi persecutori, espropriatori, fraintenditori: giornali, cinema, editoria etc. La pagano anche bene.

Brigitte!.. Brigitte!.. “ (Dalla diretta dal quartier generale del candidato Macron)


Lunedì 24 aprile 2017

c1288he fa quello delle previsioni del tempo? Fa vedere fotografie. Peggio di così non poteva andare, pensa il tempo.












La politica: beato chi la capisce. Io non l’ho mai capita.

Poi vado al Gianicolo, perché ho un appuntamento sotto il monumento di Garibaldi. C’è un sacco di sole, ci sono i turisti e Garibaldi ha un gabbiano in testa. Gli faccio una foto e penso: Roma è bella, accidenti a Garibaldi e accidenti anche a lei. Penso anche che dovrei andarmene, ma so che pensarlo è inutile, perché sono poco meno di quarant’anni che lo penso, ma ad andarmene non ci riesco. Poi passo da via Fonteiana e penso che questo nome non mi è nuovo. Infatti è la via dove abitava Pasolini, con la mamma etc., accidenti anche a lui.

Ha fatto un sacco di soldi, Macron “, dice la bionda. Che i soldi gli piacciono, n’est pas?

Vince Macron, festa sui mercati “ (Titolo di Repubblica.it)

Brigitte Macron, Macron… “.

Poi vado al supermarket e passo davanti a quella mignotta che sta sempre ferma lì in macchina e mi torna in mente un diario: “ 29 ottobre 1995 – « Martedì 3-5-77, Barcellona – Viaggiando è tanta la gente che si vede, o appena si sfiora per le strade, in albergo o nei musei; gente ferma nelle piazze, davanti ai caffè, di cui vorremmo sapere qualcosa. A volte sono appena dei flash, delle immagini che si propongono per un istante, e poi vengono ringoiate per sempre dall’impenetrabile dell’esistenza. Come la negra bellissima, vestita tutta di bianco, dall’aria maestosa e tuttavia seducente che, in albergo a Palermo, è salita e scesa un paio di volte con noi in ascensore, regalandoci per saluto un sorriso bellissimo. Beltà di passaggio o prostituta residente? » (Marco Forti, Quaderno siciliano) “.


ROSSORI

Sotto una foto di Emmanuel Macron con la moglie Brigitte scriverò la seguente didascalia: “ Un homme et une femme “.

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ROSSORI

Sotto una foto di Emmanuel e Brigitte che si baciano in un tripudio di bandiere tricolori scriverò la seguente didascalia: “ En marché! ”.

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ROSSORI

Sotto una foto di Brigitte Macron scriverò la seguente didascalia: “ La tradizione del biondo “.

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Martedì 25 aprile 2017

D1130virgai « cannibali » (antologia cult in cui era presente, tra gli altri, Niccolò Ammaniti) a Roberto Benigni, passando per il collettivo Wu Ming e il « New Italian Epic » (a cui è stato associato anche Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo), fino ai successi più recenti di Maurizio de Giovanni e Gianrico Carofiglio, per citare alcuni nomi italiani. Senza dimenticare autori internazionali come James Ellroy, Jo Nesbø e Don Winslow, il caso-Agassi o il recupero dell’opera di John Fante. Compie 20 anni Stile Libero, collana Einaudi (ma da molti percepita come marchio a sé) nata come progetto editoriale di « rottura » all’interno di un marchio prestigioso e impegnato. “ (Dai giornali dell’anno scorso)


Mi sembra notevole che, nello striscione dei neofascisti di Forza Nuova, i partigiani vengano definiti non solo “ assassini “, ma anche – soprattutto? – “ stupratori “.

Poi leggo una strana notizia: “ Ma nella magica notte di Hollywood c’è anche una piccola grande umbra: Giovanna Vignola, che nel film interpreta Dadina. La Vignola è perugina doc e si è occupa di salute lavorando per Regione e Provincia di Perugia. È, tra l’altro, referente per l’Umbria dell’associazione Acondroplasia Insieme per Crescere. Su Facebook, in onore di Dadina-Giovanna è nato anche un fan club con 290 iscritti. “ (Da Umbria24) Di conseguenza, ripenso a un diario: “ 2 febbraio 1993 – « La cameriera era piccola come una bimba e aveva un viso lungo da vecchia. “ Una nana “, notò Castorp con un certo spavento. » (Thomas Mann, La montagna incantata, 1923) “.

Poi ripenso a quello che, una volta, ho scritto a proposito di Tabucchi, ho scritto che era “ un fascista “ [*], e penso che, dopotutto, non ho sbagliato a scriverlo. Perché ormai è chiaro che Tabucchi, se non era un fascista, era, come minimo, “ di destra “. Perché chiunque scriva, come ormai mi sembra di poter dire, è, almeno in un certo senso, di destra. Perché “ a sinistra “ ci stanno altri, ci stanno parecchi, ma, a pensarci bene, gli scrittori no. O, se ci stanno, è a loro rischio e pericolo, anche se la verità è che, comunque, a scrivere, un rischio e un pericolo ci sono sempre, e nemmeno poco. Perché, comunque la si voglia mettere, scrivere non è assolutamente un modo per salvarsi. Dico per salvare la pelle, perché per l’anima, di qualsiasi cosa si tratti, non saprei. [*] “ 4 aprile 1989 – Dal questionario Il lavoro di scrittore (Il cavallo di Troia, n. 6) risulta inoppugnabilmente che ciascuno dei rispondenti è quello che è: Eco uno spiritoso alle soglie dell’arroganza, Arbasino un parvenu, Bernari un irrilevante, Bertolucci un fanciullino con conoscenze, Bufalino un onesto siciliano, Cerami uno sceneggiatore, D’Agata un funzionario RAI, Fratini un coglione, Gramigna un complicato, Insana un’insana, Malerba uno sceneggiatore, Orengo un languido con conoscenze, Pontiggia uno serio, Porta un mascalzone, Sanguineti un Sanguineti, Scialoja un pittore, Tabucchi un fascista, Zeichen un fallito. “.

Les chiffres le passionnent tout autant que les lettres. Sa moustache en frétille de joie. “ (Le Figaro su Erik Orsenna)

Poi ripenso ai fratelli Ferrini. Penso che stanno dando il meglio di sé – “ 21 maggio 1994 – I fratelli Ferrini si picchiavano sempre. Avvinghiati rotolavano fra le aiuole. Erano scoppi improvvisi, terribili, nella quiete delle mattine d’estate. Pesti, sanguinanti, tornavano poi alle loro faccende. Come se niente fosse successo. I fratelli Ferrini erano sei. Io ero figlio unico. Io restavo allibito. “.

“ Siena – Il Pci sarà in piazza il 25 Aprile per ricordare la festa più bella e significativa della storia italiana e invita i suoi militanti e tutti i sinceri democratici a partecipare alle iniziative, che si terranno nel Paese per ribadire ancora una volta il valore della Resistenza, della Liberazione e della Pace. “ (Dai giornali di Siena)

Io continuo a comprarla, ma da quando è entrata nella sua fase “ repubblichina “, Repubblica è veramente illeggibile.

Je suis né à Paris, le 22 mars 1947 (de mon vrai nom Eric Arnoult), d’une famille où l’on trouve des banquiers saumurois, des paysans luxembourgeois et une papetière cubaine. Après des études de philosophie et de sciences politiques, je choisis l’économie. De retour d’Angleterre (London School of Economics), je publie mon premier roman en même temps que je deviens docteur d’État. Je prends pour pseudonyme Orsenna, le nom de la vieille ville du Rivage des Syrtes, de Julien Gracq. “ (Dal sito di Erik Orsenna)

La “ visione del mondo “. Io non ho più nessuna “ visione “, io, da moltissimo tempo, non “ vedo “ più niente. Del resto, lo sapevo già: “ 13 marzo 1994 La visione del mondo: avrebbe dovuto chiamarsi così il romanzo che non ho mai scritto e che non scriverò mai più; a meno che non sia questo diario. Dicevo « visione del mondo » nel senso di formale immagine della realtà, pre-visione, « veduta », disegno, intuizione, diciamola tutta: Weltanschauung: le idee che uno si fa prima, le aspettative/expectations, il sogno del futuro, le idee che uno si fa. Pensavo nondimeno « visione del mondo », come « vista », empirico « prendere visione », constatare, intoppare, sbattere il muso anzi gli occhi. In questo doppio senso pensavo di raccontare qualcosa di me, di quello che mi era successo, della mia « storia », ora che la « visione » era sempre più debole, e la « visione » sempre più impressionante. E il doppio senso sta per diventare unico. E allora sarà finita. “.

Dice che Brigitte è figlia di un pasticciere. Ben pasticciato, vecchia talpa.

Pensare quanto deve essere stato difficile – e però assolutamente necessario – alzare gli occhi verso un obelisco magnificamente candido e sottrarsi alla sua imponente influenza ne rende oggi impossibile la convivenza con gli spazi e la vita di una società democratica. Dopodiché noi romani siamo sopravvissuti per settant’anni al « monumento » del Foro Italico. Ma un po’ meno liberi, un po’ meno coscienti, un po’ meno riconoscenti verso chi allora si liberò e ci liberò. “ (Per celebrare il 25 aprile il dottor Sinibaldi non trova di meglio che prendersela con l’obelisco del Foro Italico. Capisco la Boldrini, ma lui… )

La ragazzina con il cappello: lo spot è tutto lì. Il racconto, la storia.

L’Italia non vola più “, dice Otto e mezzo. Quod erat in votis, dico io. Che conosco un sacco di gente che pur di fare non volare farebbe di tutto.

Lo scienziato ha un figlio sordo. Ne deduco che ne vedremo delle belle. Infatti… (Segnali dal futuro, Proyas, 2009)


ROSSORI

Sotto un’altra foto di Brigitte e Emmanuel che si baciano scriverò la seguente didascalia: “ La Liberté baisant le peuple “.

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Mercoledì 26 aprile 2017

l1872a cosa strana è che, anche se non vedo nessuno e nessuno mi vede, anche se, da moltissimo tempo, non si sa più niente di me etc., io non mi sento veramente “ sparito “. “ Sparito “ in senso buono, nel senso in cui “ sparire “ è il virtuoso, fruttuoso, dovizioso contrario di “ apparire “ etc. Io, ormai, qualunque cosa faccia, mi sento sempre, comunque, atrocemente “ fuori “, orrendamente “ allo scoperto “, senza difese, senza vestiti, implume, nudo: come in un incubo. Né lo scrivere mi aiuta almeno un po’ a mitigare questa mia totale inermità. Io, anzi, scrivendo, mi sento più in pericolo che mai. La mia scrittura non è più una maschera, una divisa, una crisalide: è solo l’attestazione di una inesistenza, del fatto che, sotto di lei, non c’è assolutamente più niente.

C’è anche da dire che Macron, come se non bastasse, ha la fessura fra i denti. Fortuna fitta.


Giovedì 27 aprile 2017

R556virged carpet a Bari “ (Dai giornali)













Poi sento parlare della crisi, dei subprime, della finanziarizzazione, del fatto che, insomma, ci sono in giro troppi soldi e mi torna in mente un diario: “ 21 maggio 1985 – Le settecento e passa pagine della biografia proustiana di Painter quarant’anni dopo le migliaia della Recherche rendono bene l’idea di come il Novecento sia il secolo del delirio produttivo e dello spreco inevitabile… “.

Oggi Michele Serra ironizza sui “ melencionisti “ che non voteranno Macron perché, dicono, “ è l’uomo delle banche “. Il fatto è, penso io, che le banche non sono mica cattive. Semplicemente, fanno un altro mestiere… Come le donne: non sono mica cattive…

« Lei è scrittore? » « No » « E come mai? Che gli è successo? Si è fatto vedere? ».

Il Meteorologo e la Bionda: ovvero come fare fuori il Tempo e vivere felici e contenti.

“ Non è tanto vecchio… è del 1925…” “ Del m-i-l-l-e-n-o-v-e-c-e-n-t-o-v-e-n-t-i-c-i-n-q-u-e???? “. E sgrana gli occhi. (La ragazza del centro fotocopie a cui avevo chiesto se sapeva dove posso far rilegare un mio vecchio libro – Leon Pierre-Quint, Marcel Proust / Sa vie et son oeuvre, Paris, Sagittaire, 1925)

Pare di capire che, secondo Reporters sans frontières, la democrazia sono i giornalisti. Né più, né meno. La vedo brutta. « Per i giornalisti? » No, per la democrazia.

Non mi sembra nemmeno trascurabile la notizia che il confronto su Sky fra i tre candidati alle primarie del Pd sia stato introdotto dalla visione di alcuni brani di The Young Pope di Sorrentino.


ROSSORI

Sotto la foto del matrimonio di Alessia, la prima trans sposa, scriverò la seguente didascalia: “ Trans-azione “.

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ROSSORI

Sotto una foto del presidente della Repubblica Mattarella insieme alla presidente della Camera Boldrini scriverò la seguente didascalia: “ Mattarella “ [*].

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[*] Plurale di ” mattarellum “.


ROSSORI

Sotto una foto del corteo del 25 aprile a Milano con Pisapia e D’Alema scriverò la seguente didascalia: “ La nuova Resistenza “.

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Venerdì 28 aprile 2017

e823virg buffo: quello che penso io della crisi dell’Alitalia – io che non ne so, evidentemente, niente, io che, per di più, non prendo nemmeno mai l’aereo – è che nel probabile, inevitabile, imminente affossamento della compagnia cosiddetta di bandiera si “ compie “ la lunga narrazione, antifascista, antieroica, antiascetica in cui, da moltissimo tempo, si riconosce una parte, forse maggioritaria, degli italiani. Io credo di avere capito, ormai da molti anni, che c’è qualcuno – il dottor Scalfari direbbe che è l’” Immaginario Collettivo “ – che vuole tagliare le ali all’Italia, che vuole che l’Italia non voli, che vuole che non voli nessuno, che vuole che restiamo tutti, come fa lui, sempre assolutamente a terra. È difficile, forse impossibile, riuscire a spiegare perché questo qualcuno voglia quello che vuole. Si tratta, si direbbe, di qualcosa di imperscrutabile, ma anche di irrinunciabile: una mania, un’idea fissa, un’ossessione. Io, tutto quello che so, l’ho saputo via via, nei modi più impensabili, nelle occasioni più improbabili. Valga per tutte quella che è descritta in questo vecchio, ormai vecchissimo, diario: “ 30 aprile 1986 – « L’unico lavoro che non ci piace fare », dice il manifesto del PCI per il 1° maggio. Nel poster si vedono due aerei, uno mentre si alza in volo dal ponte di una portaerei, l’altro già in cielo. Quale sarà questo lavoro che non gli piace fare? La guerra o volare? “.

Ci ho ripensato: quel libro, che continuo a non avere letto, credo tuttavia di avere capito senza possibilità di errore che, piuttosto che di un prete pedofilo, parla di un bimbo pretofilo. Io mi stupisco, ma, a pensarci bene, mi stupisco fino a un certo punto. Perché, se è vero che dei preti io non so quasi niente, non li ho mai frequentati, non posso dire di averne conosciuto nemmeno uno, dei bimbi qualcosina, forse, so. Diciamo così che ci sono, nella mia vita, non diversamente che nella vita di tutti, un certo numero di piccole cose inspiegabili, nel senso che non sono ancora riuscito a spiegarle, che dovrei riuscirci, meglio prima che dopo. Per esempio, dopo così tanti anni, più di mezzo secolo, per dirla tutta, io non ho ancora capito perché quel mio amico mi dipinse in attitudine benedicente. Si dirà perché era un pittore, perché lo stimolava la prospettiva di disegnare una mano con le dita atteggiate nel gesto del benedire, un gesto dopotutto elegante, molto “ pittorico “, un gesto che insomma, a dipingerlo bene, fa sempre la sua porca figura. D’accordo, io non dipingo, ma dei pittori so abbastanza per sapere come ragionano, come funziona la “ ragione estetica “, d’accordo. Ma rimane il fatto che quello che si vede in quel ritratto – dipinto sul retro di un cartello metallico della pubblicità non ricordo se di una birra o del chinotto Neri, l’ho conservato, eccome se l’ho conservato – è un giovane uomo che fa qualcosa che i giovani uomini non facevano nemmeno cinquant’anni fa. A meno che non fossero preti. Ma io non ero un prete, non ci pensavo nemmeno, non ci avevo mai assolutamente pensato. A meno che… Il fatto è che chi vuole vedere preti – pretoscopia – li vede dappertutto. A maggior ragione se vuole amarli – pretofilia -, oppure odiarli – pretofobia -. Perché, almeno questo ormai l’ho capito, c’è un sacco di gente che senza i preti non sa stare, che se li sogna la notte, etc. etc. Dopodiché, temo, il libro di Walter Siti continuerò a non leggerlo. Per quanto mi riguarda, possono anche bruciare tutto…

Come dice Crozza “, dice Emiliano. Perché Crozza è un’autorità. Un’auctoritas.

Fare la “ voce dei senza voce “? Preferisco tacere.

Alain de Botton è “ scrittore, filosofo e conduttore televisivo “. Su Internazionale ci spiega Come superare l’impotenza e vivere il sesso in modo sereno. Fin qui, niente di speciale. Niente di imprevisto nemmeno nel fatto che, passim, inviti l’uomo a “ liberare “ le fantasie erotiche non considerando la partner come una specie di Vergine Maria. Tutto ok. Solo vorrei sapere, se non dal signor de Botton, dall’autore del video, nel caso non siano la stessa persona: come mai lei sta sempre sopra? cioè perché l’ha immaginata così etc.? E non mi si dica che è un caso.

E stasera vorrebbero che vedessi Il silenzio degli innocenti. E io mi chiedo: saranno innocenti perché non parlano, perché stanno zitti? Mah. Boh. Chissà. Ssssst…


ROSSORI

Sotto la foto di Massimo Bray e Nicola Lagioia, rispettivamente presidente e direttore del Salone del Libro di Torino, scriverò la seguente didascalia: “ La soluzione meridionale “.

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Sabato 29 aprile 2017

s1483otto la foto del Papa che abbraccia il Grande Imam del Cairo scriverò la seguente didascalia: “ I preti con i preti possono “.












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Però prevalgono gli episodi grotteschi. Come la nota del 1964 dell’Ufficio Affari Riservati del ministero dell’Interno: il Pci ordinò alle sezioni di Toscana ed Emilia-Romagna di fare incetta di cartoline per votare alla trasmissione Napoli contro tutti, così che il tenore sovietico Anatolio Solovianenko con la sua Serate a Mosca umiliasse l’americano Neil Sedaka (Ritmo di Broadway). “ (Dai giornali)

Su una cosa, io e il mio amico architetto, eravamo assolutamente d’accordo: che Moravia, quando scriveva le recensioni dei film sull’Espresso, scriveva cazzate. Quello che non ci chiedevamo era che cosa avrebbe dovuto scrivere perché non lo fossero. Io, dopo tanti anni, ho maturato la convinzione che non avrebbe dovuto scrivere recensioni, non avrebbe dovuto scrivere niente, non avrebbe dovuto scrivere, insomma. Scrivere sul cinema, intendo dire. Perché, se fosse possibile scrivergli sotto, allora…

All’affettuosa memoria di Piero Gobetti che di Don Camaleo ebbe primo l’idea e a cui la morte vietò d’esserne l’editore “ (Curzio Malaparte, Don Camaleo, 1946 / dedica)

Ora posso confessare quale fu la vera ragione che mi spinse a Siena per finire i miei studi universitari. Fu per Aminta. Questo nome di pastore, venne dato per sbaglio a una giovinetta meravigliosa. Il popolino di Siena va spesso a cercare nella poesia i nomi per i suoi figliuoli. Vi sono maniscalchi che si chiamano Narciso o Fidelio, macellai, Zefiro o Apollo e quante Laure e Beatrici! Per convincere la mia famiglia dissi che a Siena la vita è a buon mercato, che non vi sono distrazioni (la città è tutta raccolta e chiusa da mura come un collegio), che i professori sono buonissimi, e così in breve tempo avrei potuto laurearmi e incominciare a guadagnarmi da vivere. “ (Giovanni Comisso, Aminta, in Avventure terrene, 1935) [*] [*] Dire che si tratta di una coincidenza è dire, francamente, meno che poco. Questo libretto smilzo, trovato stamani per caso, là dove non speravo di trovare niente – oggi era una giornata di magra, dai miei soliti gitani -, questa edizione assolutamente non pregiata, questo autore che conosco poco, si è rivelato in realtà un dono magnifico, una pesca miracolosa, un sesamo impareggiabile. Ma, in quanto a dire che cosa, esattamente, si sia aperto…

« Sì, Aminta, strano eh? aveva un nome d’uomo » “ (Giovanni Comisso, Aminta, cit.)

Poi mi torna in mente un diario: “ 14 luglio 1995 – Mangiare e carcerare: la gente non vuole fare altro. “. Penso che, vent’anni dopo, le cose stanno ancora così.


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Domenica 30 aprile 2017

L1873e afferravo i lunghi capelli biondi e li tiravo, violentemente, verso di me, facendole sbattere, ripetutamente, la faccia sul tavolo. Ero fuori di me dalla rabbia, dalla disperazione. Perché quella mia nipotina mi aveva cancellato tutti i file della macchinetta, ottenendo così di non farmi partire. Ma io dovevo partire, assolutamente, immediatamente, subito, subitissimo, prima che fosse troppo tardi… (Un sogno)







“ [S]olo volto in farsa, in parodia, in sberleffo il vecchio messianismo dei totalitarismi novecenteschi può tornare inavvertito a calcare le scene. Ecco la risposta, brusca e impaziente, da dare a chi assicura che Grillo è solo un comico; ed ecco la risposta, più cortese, da dare a chi parla di fascismo da operetta: perché il nuovo fascismo sarà da operetta – sarà operetta – o non sarà. E il film che avevo annunciato, allora? Il film non esiste, o meglio esiste solo nella fantasia di Don Delillo, che lo descrisse in un romanzo degli anni Settanta, Running Dog. Si tratta di un filmato rarissimo girato nel bunker di Berlino negli ultimi giorni del Terzo Reich, dove Hitler entra in scena e fa l’imitazione di Charlie Chaplin. “, dice il bravo Guido Vitiello.

Le donne credono nel cinema. Altrimenti detto: il cinema riesce a farsi credere dalle donne. Come fa? Vestendosi da donna. Le donne con le donne possono etc.

Una domenica particolare “ (Enrico Mentana, La7, ore 19. 58)

A parlare sempre non si ascolta mai. (Proverbio elettorale)


Lunedì 1 maggio 2017

i2014eri sera, mentre Renzi, sul palco, parlava dopo la rielezione alla segreteria del Pd, io ho pensato che, cinema per cinema, quella rischiava di essere davvero una “ giornata particolare “. Cioè che c’era chi lo stava pensando, non importa se a torto o a ragione, e che fra quelli che lo pensavano c’ero forse, almeno un poco, anche io. Il fatto è che non mi piace quello che dice Renzi, e, quel che è peggio, non mi piace nemmeno quello che dico io. Perché, da molto tempo, io credo soprattutto nel silenzio, almeno nel senso che so che il silenzio c’è. Nel senso che non mi va di parlare per parlare, di “ aprire bocca e dargli fiato “, di parlare per scappare, insomma. Perché, comunque sia, non mi va più di scappare, anche se non so che cosa devo fare invece di scappare. Soprattutto terribile era, sul palco, l’immagine di quel ragazzino, il sedicenne che annuiva e applaudiva, frenetico, patetico: non ho potuto non pensare che se sul palco, invece del buffo, grassoccio giovanotto di Pontassieve, ci fosse stato qualcun altro… Io, comunque, non ho più sedicianni da tanto tempo. Tanto peggio per me.

Tènere le distanze. Non so se quello che mi manca di più è la distanza o la tenerezza. La distanza non ce l’ho più da tanto tempo. Per la tenerezza rivolgersi a Gianni Amelio, regista di cinema.

La cosa veramente buffa, la più buffa di tutte, è che io, dopo che, trentacinque anni fa, ho smesso di lavorare al giornale, i giornali ho continuato a comprarli. Come se non sapessi come si fanno. Come se, sfogliandoli, non dico leggendoli, potessi alla fine capire dov’era il trucco, qual era il mistero buffissimo per il quale i giornali mi avevano fregato. Ma forse dovrei dire i giornalisti, oppure non dovrei dire niente. Perché non sono per niente sicuro che mi abbiano fregato, che si tratti di questo, che questo sia quello che è successo. Perché qualcosa è successo, questo è sicuro, ma dire che cosa non è per niente facile. È successo che io, a un certo punto, mi sono ammalato, e non sono più guarito. Di che male si tratti, poi, non sono in grado di dirlo. So solo che è un male, un malanno, un maleficio. Qualcosa che, comunque sia, non fa per niente bene.

“ Biella – È morta Anna Caruso, la « mamma dei record » 82enne che ha messo al mondo 22 figli e che, recentemente, aveva voluto una festa di famiglia per vederne riuniti una gran parte. La donna, rimasta vedova da qualche anno, viveva a Gifflenga, piccolo paese del Biellese, ed era una mamma « speciale »: originaria di Benevento, si era sposata prestissimo con Rocco, camionista, e ha messo al mondo il primo figlio a soli 18 anni, e poi una gravidanza quasi ogni anno fino ad avere l’ultimo all’età di 48 anni. A chi le chiedeva se in questi tempi di crisi avrebbe messo al mondo lo stesso così tanti figli rispondeva con ironia: « No, dieci o dodici possono bastare ». “ (Dai giornali)

Dice che Veltroni ha votato a Buenos Aires “ dove ha partecipato alla Fiera del Libro “. Dice proprio così.

Poi mi hanno portato a vedere Il diritto di contare (Hidden Figures, Theodore Melfi, 2016). Che, detta in due parole, è la storia di tre calcolatrici, anzi: calcolattrici, non so se mi spiego. Comunque, al Tiziano d’essai, erano tutti contenti, soprattutto le donne. Uscivano e dicevano: “ È bellissimo! ”. Alla fine c’è stato anche l’applauso…


Martedì 2 maggio 2017

L1874virguca Cristiano è nato il 16 maggio 1980 a Potenza, vive tra Praga e Pisa e, ogni volta che ci riesce, lavora per l’università. Quando aveva sei mesi la sua casa gli è crollata in testa a causa del terremoto del 23 novembre 1980. Siccome è sopravvissuto, ora crede di avere il diritto di chiedervi di comprare i suoi libri. “ (Gentechevagentecheviene, 73118)








Proverbio del giorno (di ogni giorno): “ Canale che vai, strafica che trovi “.

“ Un diario è una forma narrativa in cui il racconto – reale o di fantasia – è sviluppato cronologicamente, spesso scandito ad intervalli di tempo regolari, solitamente a giorni. il diario è, in poche parole, un testo in cui vengono annotati avvenimenti personali e importanti per ciascuno di noi, come: avvenimenti politici, sociali, economici, osservazioni di carattere scientifico o altro. “ (“ Diario “ secondo Wikipedia)

Prima di andare a dormire non posso non rimarcare il fatto che mi ha colpito leggere Fofi che, parlando di don Milani, dice: “ il prete toscano “.


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Mercoledì 3 maggio 2017

P1137oi venne Franco Buffoni. / Non si vergogna / d’essere Buffoni.












Poi c’è anche Gabriele Frasca, presidente del premio Napoli. Che a vergognarsi non ci ha mai nemmeno pensato.

È come se, bocciando me, più di mezzo secolo fa, avessero dato il via alla Grande Promozione

“ Siamo tutti contadini “, dice Eataly. Ma non siamo tutti Farinetti, dico io. Che vorrei non essere cotto-e-mangiato.

Poi mi torna in mente un diario: “ 9 marzo 1995 – Uno comincia un diario pensando che sarà un’esperienza come un’altra, un fatto transitorio, una parentesi. Ma l’esperienza non si conclude, il fatto si rivela tutt’altro che transitorio, la parentesi non si chiude. Condannato al diario perpetuo. “.

Lei non ci vuole credere, ma nella primavera del 2017 c’è stata un’invasione. « Dei clandestini? » Nooo… « Allora degli ultracorpi… » Nemmeno. « Ma allora di chi? » Della costine, ecco di chi, anzi di che. Ce l’hanno tutti/e. Basta guardare – lei non guarda…

Poi sento la professoressa Signorelli che parla contro il “ salvinismo “ e penso che, se fosse viva, la mia mamma, che era una “ professoressa democratica “, penserebbe lo stesso. Penso però anche che alla mia mamma piacevano quelli che, oggi, si chiamano gay. Io avrei voluto accontentarla, ma a essere gay non ci sono riuscito – io, tendenzialmente, sono piuttosto triste.

Ho pensato che ormai da molto tempo – da quando questo che scrivo, non riuscendo a diventare un romanzo, è divenuto, effettivamente, un diario – il démone del mio quotidiano annotare si potrebbe dire così: vediamo quello che fa il mondo senza (dopo) di me. Tra presenza e assenza, io, da un tempo esageratamente lungo – quasi una vita -, ho scelto l’assenza (assoluta).

Poi c’è Enrico Letta, in collegamento da Parigi, che dice che l’Erasmus va allargato, che devono farlo tutti, anche i liceali etc. E io penso che, effettivamente, c’è del metodo in questa follia.

“ Se Renzi non ci fosse bisognerebbe inventarlo “, pensò il Grande Regista. Cfr.: “ 12 luglio 1994 – « Se Craxi non ci fosse, bisognerebbe inventarlo », pensò Ermete, il cugino giornalista di Alberto Magneti Marelli. “.

“ Non è che io la pensi come Bossi… “, si scusava, senza che gliel’avessi chiesto, l’ortopedico della Asl di via Lampedusa. Si lamentava della “ meridionalizzazione “, ma non spiegava cos’è. Potrei spiegarglielo, forse, io. Non si tratta di qualcosa che riguarda lo Spazio, il Nord, il Sud, l’Alto, il Basso etc., ma il Tempo. È un po’ difficile da capire – nemmeno io l’ho capita -, ma è così.

Uomo di cultura a trecentosessanta gradi che spazia dalla letteratura alle arti, a cinema, radio, tv e all’impegno civile e politico, Roberto Barzanti ha condotto i suoi studi presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Pisa e presso la Scuola Normale Superiore della stessa città, occupandosi in particolar modo di letteratura italiana moderna e contemporanea e di storia politica contemporanea. Sindaco di Siena dal 1969 al 1974 e deputato al Parlamento europeo dal 1984 al 1999, Barzanti è presidente dell’Associazione « Giornate degli Autori » che raggruppa autori di cinema, da diciassette anni è presidente dell’Accademia Senese degli Intronati e dal 2012 anche della Biblioteca Comunale degli Intronati. Parallelamente all’impegno politico ed istituzionale, ha svolto una intensa attività di docenza, ricerca e pubblicistica. Ha tenuto insegnamenti, corsi e seminari presso la Scuola di lingua e cultura italiana per stranieri di Siena, la LUISS Guido Carli di Roma, la Stanford University di Firenze, l’Università di Siena e quella di Pisa. Non si contano gli studi, le conferenze, i saggi storici e letterari su personaggi illustri del mondo letterario, artistico e civile. Barzanti ha anche legato il suo nome ad una rinnovata e moderna analisi per la comprensione della tradizione del Palio di Siena e all’esame dei problemi relativi alla tutela del patrimonio architettonico toscano. Nel luglio 2010 è stato insignito dal Capo dello Stato dell’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine « Al merito della Repubblica italiana ». “ (Dai giornali di Siena)

Poi penso che, così come non era colpa mia se erano così malridotti – averlo pensato è stato il mio più grande errore -, non è colpa mia se ora sono messi così strepitosamente bene. La storia sono sempre loro, io non lo sono mai.


ARCHIVIO

“ 20 luglio 1994 « 11 gennaio 1916 – Il vero imbecille è quello che dagli imbecilli non sa cavar qualche cosa. » (Giuseppe Prezzolini, Diario) “.


Giovedì 4 aprile 2017

c1368redo di avere capito che più che di una caccia all’uomo si tratta di una caccia al prete. E che più che di una caccia al prete si tratta di una caccia al culo. Ma il culo in che senso? Credo di avere capito che più che di una caccia al culo si tratta di una caccia al senso.









Penso anche che, se volevo fare lo scrittore, dovevo pensarci prima, dovevo pensarci per tempo. Cioè prima di perdere tempo etc. Invece l’ho perso etc.

Io, a pensarci meglio, sono d’accordo con il professor Buffoni: “ Omosessualità e letteratura “ è un bell’argomento, se ne può, forse se ne deve, discutere, naturalmente a patto di farlo bene, e farlo bene non è per niente facile. Si può farlo scrivendo, per esempio scrivendo un romanzo. È quello che, tanti anni fa, ho tentato di scrivere io, anche se poi, va detto, non ci sono riuscito. Non sono mai andato oltre gli “ studi preliminari “, per dire così. Per esempio, questo: “ Venerdì 16 giugno 2000 – « È un Duccio », diceva il mio professore di storia dell’arte della mia fidanzata. Ma io, che non avevo voglia di studiare la storia dell’arte, mi limitavo a constatare che alludeva al pittore senese, l’ovvio per noi senesi Duccio di Buoninsegna. Che poi il mio amico d’infanzia si chiamasse Duccio anche lui, non mi sembrava neanche una coincidenza. A quei tempi non avevo neanche voglia di fermarmi a notare le coincidenze. (Comunque, se una è un Duccio, forse è un pittore, forse è un quadro, forse è un amico d’infanzia, ma una donna è l’ultima cosa che è) (C’è poi da dire che il mio amico Duccio era un po’ scemo, almeno nelle cose, dico, in cui non ero scemo io) “. Così, tanto per discutere…

Comunque, a pensarci meglio, non mi va tanto di fare il petit Marcel…

Ho capito chi sono: sono i “ casalinghi “. Quelli che, per nessuna ragione, intendono uscire di casa. Credo, ahimè, di saperne qualcosa.

Dice lo scrittore spagnolo Javier Cercas che si ricorda che Simone de Beauvoir diceva che “ quelli che dicono che non sono né di destra né di sinistra sono di destra “. Io dico: e se uno non è né di destra né di sinistra perché è vecchio? Credo che la risposta sia semplicemente che deve morire. Dice anche che Saviano ha detto che il PD che ha votato la legge sul diritto di sparare ai ladri di notte è “ un partito della peggiore destra “. Io, che la notte vorrei solo dormire, non dico niente – vedi sopra.

Alla fine ho capito che io non so fare niente: so solo leggere. È un po’ poco? Probabilmente sì, ma è tutto quello che so fare. Penso anche che leggere non è una cosa che sanno fare tutti, anzi, per quello che ne so, la sanno fare in pochissimi. E, per di più, questi pochissimi con il passare del tempo sono diventati sempre meno. Penso anche che un uomo che legge è parente stretto di un uomo che dorme. Ma anche dormire è meno facile di quello che sembra – vedi sopra.


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Venerdì 5 maggio 2017

D1131virgi Maio contestato ad Harvard: « Viene qui e non è nemmeno laureato » “ (Dai giornali)












Purgatori, ovvero la verità è sempre soltanto un’opinione (bene illustrata). « Purgatori… nel senso di Purgatorio? » No, nel senso di purga. Comunque io credo che finirà all’Inferno.

« La fatina dagli occhi blu », così le mamme chiamavano l’assistente sanitaria di Casier accusata di avere « vaccinato per finta » migliaia di bambini a Treviso e a Codroipo, è cresciuta in questo mondo e ora qui è ritornata. Emanuela Petrillo, 31 anni, 110 e lode alla triennale di Conegliano, dopo la bufera ha lasciato l’appartamento che divideva con il compagno a Mogliano Veneto per « ricominciare a vivere vicino a chi mi vuole bene » “ (Dai giornali)

La colpa del popolo è di essere popolo. Cioè di non sapere mai sostanzialmente un cazzo di niente.

Poi ripenso a quel titolo: Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura. Bella roba… « La cultura? » No, l’organizzazione.

Alla bionda piace molto che Sgarbi faccia le mostre. Le mostre con le mostre possono.

Diciamola tutta: io, cinquant’anni fa, ero già a “ creatività zero “. Diciamola meglio: lo ero anche sessant’anni fa, quando intravidi per la prima volta le fattezze impreviste della modernità – i jeans, il rock etc. Io sono finito subito, prima ancora di cominciare.

Poi, su Nazione Indiana, leggo un interessante scritto di Giacomo Sartori: L’esecuzione di mia madre. Quello che mi preoccupa un po’ è che Giacomo Sartori (Trento, 1958) è “ agronomo, specializzato in scienza del suolo “. C’è anche da dire che, in generale, quelli che scrivono ora mi preoccupano tutti.

Noto che,  in tv, ogni volta che appare qualcuno che ha scritto un libro – e tutti hanno sempre scritto un libro – dopo un po’ si scopre che vuole venderlo. D’altra parte per quale mai altra ragione l’avrebbe scritto?

Una faccia come la sua può causare gravi danni “ (Operazione sottoveste, Blake Edwards, 1959)


Sabato 6 maggio 2017

m951virgafia Capitale “. Vedi anche: “ Gennaio 1983, Malta Rino, che fa il piazzista, mi fa sapere che a La Valletta c’è una celebre decapitazione di San Giovanni. La dipinse Caravaggio, che naufragò a Malta. Rino dice anche: lu pisci fite dalla testa. “.










Ieri sera, come le altre volte, mi sono molto divertito a vedere il film di Blake Edwards. Però, a un certo punto, ho pensato: e se la faccia che “ può causare gravi danni “ fosse la mia? (Per un saggio dal titolo: Il cinema e la nascita del Faccismo)

Poi vedo la giudice della Corte Suprema americana Sonia Sotomayor, che parla da Macerata. Ma la notizia non è questa, la notizia è che a Macerata, non solo “ c’è un sacco di gente che vive e lavora “, come scriveva, divertendosi a modo suo, Ennio Flaiano, ma c’è anche l’università. (Poi controllo e capisco che lo stupore è tutto e solo mio, perché a Macerata l’università c’è sempre stata, addirittura c’è chi dice dal 1290… Stupirsi va bene, ma con juicio)


ROSSORI

Nel giorno dell’elezione del presidente della Repubblica francese, sotto un particolare del celebre quadro di Eugène Delacroix, scriverò la seguente didascalia: “ La Liberté tampinant le peuple “.

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ARCHIVIO

“ 24 aprile 1982 – « “ È tutta colpa di Dio “ / e accoltella il prete » (Dai giornali) “.


Domenica 7 maggio 2017

N1103virgon è più tempo per prepotenti del sesso “, dice Vittorio Zucconi. Che con il sesso (degli altri) ci lavora fin da ragazzo. (Io, comunque, a scanso di equivoci, ripenso a un diario: “ 26 gennaio 1993 – Il contrario di  « potente » è « impotente ». “)









“ L’anomalia si è però verificata proprio all’inizio di quello che sembrava essere il solito percorso del solito libro un po’ furbo, un po’ improbabile, scritto con un orecchio al cicaleccio dei forum tv e un occhio alla chiesa. Incredibilmente, è stato stroncato il giorno stesso della sua uscita in libreria e proprio dalle colonne del giornale più autorevole, politicamente corretto e generoso verso la letteratura scudata. “, dice Scaraffia.

È anche vero che non posso passare il tempo ad accapigliarmi.

Poi c’è Amanda Lear. Che è del ’39, e, qualunque cosa sia, è una gran bella donna.

Poi c’è Edoardo Vianello. Che è del ’38, ha una faccia da “ fascista “ e può dire “ negri “ senza che nessuno gli dica niente. Non sarò certo io a dirglielo.


ROSSORI

Sotto la foto della “ strada di facce “ sul lungomare di Napoli scriverò la seguente didascalia: “ O sole mio sta ‘nfaccia a te “.

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ROSSORI

Sotto una foto del premier britannico Theresa May insieme al premier scozzese Nicola Sturgeon scriverò la seguente didascalia: “ Perfide Albione “.

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ROSSORI

Sotto una foto di Aldo Cazzullo in collegamento dal cortile del Louvre a Parigi scriverò la seguente didascalia: “ Liberté Egalité Cazzullité “.

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Lunedì 8 maggio 2017

e824virgnsemble, la France “: sarebbe il contrario di “ un uomo solo al comando “, praticamente.












Una speranza si aggira per l’Europa “, dice Gentiloni.

Ma i giornalisti sono di destra o di sinistra? La risposta è: i giornalisti sono contenti, anzi: euforici.

Nella prima metà della mia vita mi sono divertito moltissimo, nella seconda mi sono annoiato come una bestia. Quello, comunque, che dovrei riuscire a sapere non è tanto perché ora mi annoio, ma perché mi sono tanto divertito allora.

La realtà, diciamo così, è una fregatura. Ma diciamo anche: meglio farsi fregare che non fare niente.

Sono un animale realistico, anche alle elementari la maestra mi sgridava perché non mi riuscivano i « temi di fantasia »; mai stato capace di inventare fate e draghi. “, scopro che ha detto, nell’ottobre del 2014, Walter Siti. Ora non fare troppo il modesto, dico io. Che so che con la fantasia si va poco lontano, mentre con l’immaginazione si va al potere, anzi al “ pouvoir “, non so se mi spiego.

“ [U]na donna con folti capelli biondi, un viso accattivante, un largo sorriso e un grosso sedere “, leggo in un post su Teresa Ciabatti. Forse le recensioni andrebbero fatte così. Pro-Sainte-Beuve, per così dire.

Ho capito qual è la mia colpa. Non è quella di scrivere – scrivere, di questi tempi, non è assolutamente una colpa, anzi, ormai, è quasi un obbligo, poco meno di un’ovvietà -, ma quella di leggere. Perché, se comprare libri è qualcosa che ci viene continuamente detto di fare, in modi non di rado, più che suadenti, assillanti, nessuno, che io sappia, si preoccupa di verificare se quei libri che compriamo, poi, li leggiamo davvero. Tanto più per le letture “ eccentriche “, quelle cioè che non si collocano in nessun percorso accademicamente, pubblicitariamente, mediaticamente, riconoscibile. Le mie, per intendersi. Io sono in colpa non solo perché leggo, ma, soprattutto, perché leggo quello che pare a me. Come capita, come mi capita, come mi gira, quando mi gira, se mi gira. Perché succede anche che non mi giri, che preferirei fare altro che leggere, che vorrei avere qualche decina di anni di meno. Quando leggevo come ora, ma non-leggevo, anche.

“ Nonno, quando lo finisci questo libro? “, mi chiedono, anche per prendermi in giro, le mie nipotine. Uffa!.. Quanto siete noiose, care piccine… Ve lo già detto: non lo finisco mai. Cioè, lo finisco, perché, un giorno o l’altro, finirò io. Ma se dipendesse da me…

La televisione, facendoci vedere tutto, ci fa sentire quelli che siamo e cioè: poveri. Povero come un telespettatore, bisognerebbe dire così.


ROSSORI

Sotto una foto di Macron, Brigitte, i figli e gli amici che festeggiano la vittoria scriverò la seguente didascalia: “ Allonsanfàn “.

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ROSSORI

Sotto una foto di Emmanuel Macron sul palcoscenico della sua prima recita scolastica scriverò la seguente didascalia: “ La Commedia alla francese “.

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Martedì 9 maggio 2017

V1108virgacanze toscane per Barack e Michelle. L’ex presidente degli Stati Uniti Obama dopo la Lombardia trascorrerà infatti qualche giorno di vacanza in Toscana. E precisamente a Borgo Finocchieto, un villaggio comperato e completamente ristrutturato dall’ambasciatore americano in Italia John Phillips. Per John Phillips, Borgo Finocchieto è più che un buen retiro. È un sussulto dell’anima, che scuote sentimenti: passione e tribolazione. « L’ho comprato in un momento di esuberanza irrazionale » ha confessato. « Solo un innamorato pazzo dell’Italia poteva decidere di acquistare un rudere in quello stato e restaurarlo » racconta, oggi, Amalia Agnelli, l’architetto che ha progettato il recupero e diretto i lavori del villaggio di 800 anni fa, nel comune di Buonconvento, subito a sud di Siena. Pagato 10 milioni di euro, ora il borgo ne vale 30 ed è diventato un hotel de charme decantato anche sulla « bibbia del lusso » Robb Report. “ (Dai giornali)

Ho pensato che raccontare è facile. Per esempio le barzellette. In Italia le raccontano tutti.

Sono rimasto vivo perché non mi andava di morire troppo giovane. Detesto il romanticismo.

Al professor De Masi il giovane calabrese che lavora in un call center dice di avere scritto un libro dal titolo: Yes, we call. Più o meno come il professor De Masi. Che è calabrese, ma non lavora in un call center.


Mercoledì 10 maggio 2017

m952ichele Serra si lamenta che i ragazzi guardano i telefonini e non si interessano alla realtà. Che cosa bisogna scrivere per vendere i giornali, dico io. Che, se ogni tanto lo leggo, non è perché dice la verità, ma perché scrive bene, cioè mente con una certa grazia.









E De Bortoli? È un mascalzone – un giornalista, cioè un mascalzone.

Leggo un necrologio, ottimo e abbondante, per la morte dell’archeologo Maurizio Tosi. Nell’occasione vengo a sapere che anche a Ravenna c’è un’università. Poi ci sarebbe da dire qualcosa sui necrologisti, ma questa è un’altra storia etc. Mi limiterò a dire che i necrologisti si dividono in quelli di carriera e quelli di complemento.

Poi sento che la giornata di oggi è caratterizzata dallo scontro fra Pd e M5S e penso che litigare è sempre meglio che lavorare. Ma, poiché sono sicuro di averlo già pensato, non lo penso e basta.

Poi c’è Romano Prodi. Vuoi sapere quello che penso di Prodi? Penso che ha otto fratelli. E anche che si chiama Romano. E per me può bastare.

“ Era grande, nel senso più terribile e pesante della parola. Era troppo grande anche per sé. “ (Franco La Cecla, Bigger than life, in Doppiozero)

A  Roma c’è tutto. Cioè non c’è niente. Cioè c’è il cinema. Anzi, la televisione. Che è anche meno di niente.

Non si dovrebbe mai scendere in cantina. Io ci sono appena sceso. C’era un gran buio, anche perché il neon lampeggiava come fanno i neon quando sono sul punto di finire. Fra il lusco e il brusco ho visto che c’è un gran casino. Ci sono vasi, sottovasi, bidoni per l’olio, vetri, piatti, cornici, vuote e piene. In una di queste c’era una foto che non ricordavo di avere lasciato lì. È la celeberrima La donna con il cane, di cui già, ampiamente, ho scritto in questo diario [*]. Io ho pensato: quarantatré anni dopo, il cane sarà morto, la donna sarà vecchia. Insomma: anche se nella foto non si vede, è passato un sacco di tempo. La verità è che si dovrebbe mai fare l’archeologo. E tantomeno lo speleologo. Poi ho visto quello che correva e, intanto, parlava al telefono. Come facesse, lo sapeva solo lui. E non era nemmeno giovane. [*] “ Mercoledì 24 settembre 1997 – Oggi è un giorno piuttosto importante perché ho trovato una foto di Helmut Newton che conferma certe mie idee che risalgono ad almeno vent’anni fa. La foto, che si intitola Donna distesa – Beverly Hills, 1988 – mostra l’interno di una camera da letto in cui si vede un letto con sopra una donna supina a gambe assolutamente spalancate che mostra all’obbiettivo cioè a noi cioè a me il sesso nudo e aperto – la donna, di cui non si vede il volto perché la testa è sprofondata nella morbida superficie della trapunta – arabescata -, è completamente nuda, anzi lo sarebbe se non fosse per qualcosa di nero che probabilmente è la gonna arricciata intorno alla vita e le due scarpe newtonianamente nere e newtonianamente dotate di tacchi altissimi – e , mentre se ne sta così « distesa », abbandonata, « spalancata », con la mano sinistra accarezza un piccolo cane del tipo bulldog – che sia un « carlino » tipo Ripa di Meana? – che le sta accanto. In primo piano, a sinistra di chi guarda, marginalmente rispetto all’evidenza del corpo femminile protagonista della scena, c’è un accessorio domestico così scontato – o così imprevisto – che lo notiamo solo in un secondo momento – anche perché siamo tutti presi dalla visione della magnifica nudità: un televisore acceso – sullo schermo qualcosa che forse è una pubblicità, sicuramente una mano – di donna – che impugna qualcosa. Decidendo di riprodurre la foto per la mia serie Rossori / Didascalie 1997, ho anche deciso che la intitolerò La donna con il cane. Ma La donna con il cane è anche il titolo da me attribuito a una foto di Robert Capa che qualche giorno fa ho riprodotto, e, riproducendola, non ho potuto non pensare a una foto – mia, questa volta – che, appunto, ho sempre chiamato La donna con il cane. La scattai un po’ più di vent’anni fa – nel 1974, per l’esattezza – sugli scalini della fontana di Piazza Santa Maria in Trastevere. Era l’epoca in cui « ero fotografo » o, comunque, mi chiedevo se non fosse il caso di diventarlo. Inquadrati dall’alto, vi si vedono una ragazza vestita di nero – anche i capelli sono neri – che siede voltandomi le spalle sugli scalini che circondano la fontana, mentre, accanto a lei, un cagnetto senza pedigree, bianco e nero anche lui, mi guarda dal basso con quell’aria buffa e straziante – soprattutto buffa, soprattutto straziante – che hanno spesso i cani. Quello che si vede è dunque soprattutto lo sguardo di un cane, poiché la ragazza rimane rigorosamente voltata, e dunque ciò che ci guarda – me fotografo e ogni altro spettatore possibile – è un cane, sono gli occhi, languidi, « commoventi », di un animale domestico comunemente definito « il migliore amico dell’uomo ». Dunque, cercando di guardare, anzi di mettere « a fuoco » una giovane donna, avevo trovato nell’obbiettivo qualcosa di inaspettato, di imbarazzante, qualcosa come un « amico » o sedicente tale, un non previsto « terzo », che, in quanto non previsto, risultava inevitabilmente « incomodo ». Quello che da allora ho continuato a pensare è che, almeno fintanto che si tratta di fotografie, la vista di una donna è inseparabile dalla vista di un cane, cioè che, nelle foto, la donna è sempre con un cane. Che non cessa mai di guardarti. Almeno fintanto che tu guardi la donna. Perché questo accada non si sa. Forse è qualcosa come una « legge » della foto, del fotografare, del guardare. Per tutte queste ragioni, mi piacerebbe pensare che « Newton » sia uno pseudonimo cioè qualcosa come un nome d’arte. Infatti ciò di cui si tratta nelle sue foto – in tutte le foto? –  è qualcosa di « scientifico », qualcosa che ha a che fare con le « leggi », cioè con le regole di esistenza della realtà. Anzi, con una legge in particolare: la newtoniana legge di gravità, cioè della gravitazione universale – quella che spiega come funziona l’attrazione terrestre, cioè come la terra « attragga », attiri, persuada ad avvicinarsi sempre di più chi gli sta nei pressi, cioè, in un certo senso, sopra. Il ché, come è noto, è quello che spiega molte cose, fra cui le cadute. E, a maggior ragione, i crolli. (« Tutto qui? » A me sembra già molto) “.

Questo pomeriggio un funzionario del Comune di Roma ha contattato telefonicamente un membro della mia famiglia comunicando che è in funzione un servizio del Comune per far cambiare rapidamente e facilmente il cognome se ritenuto imbarazzante o che crei disagio in Massolini o Messolini. La Raggi (o Reggi o Ruggi) riceverà a breve notizie dai nostri legali. “, scrive l’onorevole Mussolini. Come si fa a non ripensare a un diario: “ 10 aprile 1993 – « Reggio Calabria – Ha resistito per quarant’anni a quel cognome ingombrante. Poi non ce l’ha più fatta e ha deciso di correre ai ripari, alle vie legali, per cambiare cognome. Chiamarsi Fascista non deve essere stato molto semplice per Carmelo, 40 anni, ferroviere, per sua moglie Concetta Romeo, 39 anni, e poi per i loro due ragazzi, Ermanno e Antonio, 11 e 8 anni. Problemi sul lavoro, difficoltà nei rapporti con gli altri, insulti per i bambini a scuola. Carmelo Fascista ha deciso così di dire basta e ha espresso alla procura della Repubblica la volontà di cambiare cognome. » (Dai giornali) “?

Ho capito che un giornale è come un diario. Nel senso che si scrive tutti i giorni. Ma, a differenza del diario, il giornale non può assolutamente non essere scritto ogni giorno. Il diario, invece, si pensa ogni giorno che si potrebbe anche, almeno per quel giorno, trascurare di scriverlo. Poi, per la verità, non succede, ma la sensazione di essere stati noi a decidere resta. Il diario è libertà, il giornale è ineluttabilità. Un diario spera sempre di finire, di divenire qualche altra cosa, di transustanziarsi in romanzo. Il giornale vuole solo continuare, se non continua, è finito. E poi, il giornale è brutto, anzi è orrendo, e non fa niente per non esserlo.

Diciamo così: il problema è il vuoto. I giornali sono un modo di riempire il vuoto. Un bruttissimo modo…

Non so perché, ma, raccontata come la racconta lui – e non c’è ragione di pensare che non la racconti nel modo giusto -: “ Lui ama lei, e lei ama lui; vogliono sposarsi; ma un cattivone si mette in mezzo; dopo svariate avventure e numerosi spaventi, i due felicemente si sposano “, la storia dei Promessi Sposi mi sembra strana. Come se non l’avessi mai sentita così, come se non avessi capito mai niente. Mi sembra, devo dirlo, che potrebbe anche trattarsi della storia di un raggiro, di un complotto, di una trappola, di un agguato. Mi viene voglia di difendere il povero don Rodrigo, il signorotto infoiato, il comodissimo, “ provvidenziale “, terzo incomodo. Mi chiedo: chi era, veramente, costui? Per esempio, era veramente un “ don “, un “ dominus “, un signore, un padrone? E poi era così cattivo come, nel romanzo, lo si dipinge? Mi accorgo che corro il rischio di identificarmi, mi sento, come dire?, “ messo in mezzo “. Sarà perché, olim, lo sono stato. Da allora, temo comunque le coppie: sospetto che siano sempre, almeno in un certo senso, diaboliche. No, il triangolo no, s’il vous plait. Per intanto vorrei venire a Lugano – ci sono stato una volta, quarantadue anni fa -, o, perlomeno, rileggere i Promessi. Verrà il giorno che riuscirò a rileggerli…

Si è aperto un ddibbattito su un articolo dell’Huffington Post sul caso della ragazzina che ha ammazzato la figlia neonata. Sono intervenuto anche io, chissà poi perché, dicendo questo: “ Ora che è passato un po’ di tempo, che è venuta l’ora di cena, l’ora che ‘ntenerisce, se non il core, lo stomaco, ora io dico: povera Deborah. L’abbiamo fatta a fette, tutti noi, noi social, noi non-giornalisti. Certo, fare-dire, l’ha fatta-detta un po’ grossa. Ma io, che, lo confesso, giornalista lo sono stato, so come va, in quei postacci che chiamano redazioni, che c’è uno/a che dice: scrivi, e sembra ti faccia un favore, ma, a pensarci meglio, non lo è per niente. E comunque bisogna stare attenti, a ciò che si scrive, perché non un cenacolo di anime belle, ma un giornale, e cioè un covo di anime bruttissime. Insomma, ribadisco: nessuno tocchi Deborah, anche se ha fallato, se ha pisciato fuori dal vaso, per così dire. È solo una Deborah, una delle tante, mica è un Ferruccio… “. Mah.


Giovedì 11 maggio 2017

L1875virga vicenda Boschi è piombo nelle ali del segretario del Pd “, dice quello. Che è un giornalista. Ma anche un (ex) comunista. A meno che non siano la stessa cosa. (E comunque gli anni di piombo continuano)










Probabilmente proprio questa caduta della barriera bambini/adulti ha riaperto un vasto campo di tentazioni in molti: siccome i bambini sono « come noi », perché non avere giochi sessuali con loro? Ci sono impulsi pedofili in moltissime persone, anche se sono repressi dalla nostra etica sessuale. La secolarizzazione dell’infanzia fa affiorare questi impulsi, da qui il terrore di esternarli. L’orrore per i pedofili – per coloro che non resistono a questi impulsi – va allora letto come un orrore per la propria stessa pedofilia. Il pedofilo funziona allora come capro espiatorio su cui delegare il proprio interesse morboso per i bambini. Come nel film di Vinterberg o a Rignano Flaminio, si ha bisogno di un pedofilo, anche se inventato, per incarnare in un altro le proprie tentazioni. È l’eterno ritorno della lettera scarlatta di Hawthorne: il pastore che perseguita la donna peccatrice è proprio colui che l’ha resa peccatrice. “, dice Sergio Benvenuto, su Doppiozero)

Oggi Michele Serra dedica la sua Amaca alla love story fra Julian Assange, la Primula Rossa di Wikileaks  e Pamela Anderson, la bionda bagnina di Baywatch. Dice che un abisso li separa – “ due epoche, due linguaggi “ – etc. Niente rispetto a quello che li separa da me, dico io. Che ogni giorno che passa mi sento più “ abissale “ – “ Cosa m’importa se il mondo mi rese abissal… “.

Nell’estate del 1989, durante una partita di football, venne inquadrata sul maxi schermo dello stadio, provocando un boato di apprezzamento dagli altri spettatori. Grazie a questo inaspettato successo, nell’ottobre dello stesso anno compare sulla copertina di Playboy. “ (Pamela Anderson in Wikipedia)

Potevo fare il giornalista. Cioè il ricattatore. Ma ho preferito di no.

Ferruccio De Bortoli ha scritto un libro sui poteri forti. Io, se avessi il tempo, ne scriverei uno sui poteri deboli. Tipo De Bortoli, tanto per intendersi.


Venerdì 12 maggio 2017

l1876a mia infanzia è trascorsa tra i vecchi. Ora che sono vecchio, i vecchi, come si dice, non ci sono più. Se voglio avere qualcosa di simile a quello che ho avuto nella mia infanzia – la felicità della mia infanzia -, non posso che tentare di essere il vecchio di me stesso. Avere tutta la memoria che non ho, ricordare tutto. Questo non è il programma di quello che, ora, intendo fare. È soltanto – “ appena “, direbbe Michele Serra – la descrizione di quello che ho fatto, in questi quarant’anni, anzi, che avrei voluto fare, che ho creduto di poter fare etc.




Poi vedo la pagina del Venerdì con la pubblicità del film The Space Between, di Ruth Borgobello (?), con Flavio Parenti (?) e Maeve Dermody (?) e la partecipazione straordinaria di Lino Guanciale (???). E penso che delle due l’una: o sono pazzo io o è pazzo il cinema… Comunque, la pazzia c’è.

Per fare il giornalista bisogna essere una vera merda. Non voglio esagerare, intendo solo dire che per fare il giornalista bisogna tenersi bassi, che non ci si tiene mai bassi abbastanza. È la Grande Bassezza, diciamo così.

Si chiama Viola la signora vestita di viola – per la verità era piuttosto un lilla.

Bertolucci: quella volta che gli vomitai addosso “ (Titolo del Venerdì)

Da come mi corregge capisco che il correttore automatico è un tizio molto sicuro di sé ma di cui non si può essere assolutamente sicuri. Vale per tutti i correttori.

Ho capito cosa voglio fare da grande: voglio fare il regista. Tanto per cominciare devo comprarmi un cappello.

Quando cammino per la strada mi arrivano sempre all’orecchio pezzi di frasi che, anche per il modo in cui mi arrivano, mi sembrano strani. Oggi, per esempio, ho sentito dire: “ Sì, sono stato in Himalaya, l’anno scorso… su, al nord… “. Chi lo diceva era un piccolo prete. E lo diceva a una monaca, anche lei molto piccola. Mah. Boh.


ROSSORI

Sotto la foto di Maria Antonietta Gualtieri, la presidente di un’associazione antiracket del Salento arrestata per avere lucrato sul Fondo di Solidarietà, scriverò la seguente didascalia: “ Pizzicata “.

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ROSSORI

Sotto una foto di Ferruccio De Bortoli che firma una copia del suo libro sui poteri forti scriverò la seguente didascalia: “ Autografare sempre meglio che lavorare “.

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Sabato 12 maggio 2017

e825acc avvenuto, sta avvenendo tutto nel più assoluto silenzio. La congiura, la condanna, l’esecuzione. Non si sente un suono, se non i lamenti delle vittime. I carnefici tacciono, torturano, sorridono. Lo sterminio è soft. La maggioranza silenziosa è più maggioranza e più silenziosa che mai.









Stamani dagli zingari ho comprato un monumentale Storia della pittura in Italia di Stendhal, così quel rompicoglioni di Siena non me li rompe più: “ Sabato 13 giugno 1998 – […] [U]n giorno un mio amico architetto mi fece notare – con una certa malizia – che esisteva un’opera di Stendhal che si intitola Storia della pittura in Italia e io dovetti ammettere di non saperlo, o forse di non ricordarlo, fatto sta che, come succede in questi casi, ci rimasi piuttosto male. Ma ora, a distanza di tanti anni, penso che era giusto così. “. Ho comprato anche un Marcel ritrovato di Giuliano Gramigna, quello che, trent’anni fa, non comprai: “ 26 ottobre 1986 – All’ammasso fra i tutti a duemilacinque trovo anche un Marcel ritrovato di Gramigna. Colto da improvviso pudore non lo compro. Dato che spero ancora di volerlo leggere. “. E così è sistemato anche lui. Ho comprato anche un Bianciardi, Chiese escatollo e nessuno raddoppiò, che l’edizione 1995 di Baldini & Castoldi dice che è un “ diario in pubblico “, ma non è vero, però Bianciardi, povero Bianciardi, va bene lo stesso.

È morto Oliviero Beha. Che era troppo intelligente per essere un giornalista. E troppo poco per riuscire a non esserlo.


EX LIBRI

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EX LIBRI

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EX LIBRI

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EX LIBRI

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EX LIBRI

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Domenica 14 maggio 2017

e826ra diventato famoso scoprendo una truffa. I giornalisti / le truffe.












Chi non vuole che si parli di animali pelosi a quattro zampe in Chianti? “ (Dai giornali di Siena)

Dice che Renzi ha detto che De Bortoli ha nei suoi confronti un’ossessione. Ma io vorrei dire – a tutti e due -: guardate che solo il cinema ha diritto ad avere un’ossessione. L’ossessione, o è un arte, cioè un film, o non è niente, cioè è una malatti