diario romano / 1d

Domenica 1 marzo 2015

d1079ice Wikipedia che San Filippo Neri è il patrono dei giovani, ma io, almeno a giudicare da quello che ho visto ieri sera in tv – Preferisco il Paradiso, Giacomo Campiotti, 2010, con Gigi Proietti etc.[*] -, credo che sarebbe più giusto che fosse il patrono dei comici. Comunque Gigi Proietti è bravissimo e, in generale, i comici il ciel l’aiuta. [*] “ In un paese di santi, poeti e navigatori come il nostro, mancano solo i giullari a completare il pantheon. Un po’ santo e un po’ giullare proprio come il Francesco di Rossellini, San Filippo Neri è il sacerdote meglio noto alle cronache agiografiche come il « santo della gioia » che nel XVI secolo radunò molti gruppi di ragazzi di strada avvicinandoli alle liturgie religiose attraverso il gioco, il canto e l’umorismo sarcastico, e creando così l’atmosfera didattica e giocosa dei futuri oratori. Preferisco il paradiso, uno dei celebri aforismi che gli vengono attribuiti, non è solo l’ipotetica risposta con cui il « santo buffone » rimandò alla Curia la posizione di Cardinale presso la Santa Sede, ma anche il nuovo titolo « sacro » della Lux Vide che andrà in onda in prima serata su Raiuno lunedì 20 e martedì 21 settembre. “.


Lunedì 2 marzo 2015

q1074uando vedo la foto di Carlo Verdone che è andato a Siena per l’operetta delle Feriae Matricularum, io ripenso a un diario: “ 3 gennaio 1991 – « Ridiamo dunque allo spaziale e al visivo il posto che gli compete nella scena dei rapporti politici e sociali. » (Umberto Eco, Sette anni di desiderio, 1983) Juvenes dum sumus. “. C’è anche da dire che ormai comincio a pensare che Siena meritasse davvero di divenire capitale europea della cultura. Oppure della goliardia. Oppure del cinema, che forse è la stessa cosa.





La mafia esiste. Anche in Toscana. Anche a Siena “ (Titolo di un giornale di Siena)

Ho pensato che se, si fa per dire, mi invitassero in televisione, io non ci andrei. Io ormai penso che non bisogna farsi vedere, che, se proprio si vuole dire qualcosa, bisogna dirlo per scritto, bisogna dirlo a chi legge, e soltanto a lui. Bisogna stare nascosti, re-inventare le catacombe. Lontano dagli occhi. (Ebbene sì: oggi non mi sento tanto bene)

 “ Crozza ha sempre ragione “ (Da un ddibbattito)

L’orgoglio rosso corre sul web e lancia petizioni indirizzate ad Apple contro la « discriminazione » dei capelli color rame nelle emoji. È il caso di una delle ultime raccolte firme apparsa sulla piattaforma Change.org, indirizzata al colosso di Cupertino e dal titolo « Redheads should have emoji, too! » – anche le persone dai capelli rossi dovrebbero avere delle emoji – per chiedere che, tra le faccine utilizzate sempre più spesso via chat o sms per raccontare stati d’animo, siano inclusi anche i capelli rossi. “ (Dai giornali)


ROSSORI

Sotto la foto della modella Anna Duritskaya unica testimone dell’omicidio dell’oppositore russo Nemtsov scriverò questa didascalia: “ La testimonianza “.

modella2


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“ Giovedì 5 marzo 1998 – Quando ero bambino successe – io ricordo una volta, ma forse furono due – che la mamma mi vestisse da donna. Mi metteva una gonna lunga, un fazzoletto in testa, una delle sue collane al collo: sem­bravo una contadinella dell’Ottocento, « in costume tipico », come ne ho viste in certe cartoline tratte da disegni d’epoca. Lei si divertiva, credo, perché dovevo essere buffo – ci sono le foto che lo dimostrano -, ma soprattutto arrabbiato. Io mi vergognavo a farmi conciare in quel modo, non lo trovavo diver­tente, non capivo che gusto ci fosse: lei, penso io, si divertiva an­che a farmi arrabbiare. Eppure, ho notato più tardi, vestirsi da donna piace a parecchi. Avrei potuto capirlo fino da allora, no­tando che il clou delle Feriae matricularum che coinvolgevano gli universitari della mia città era tradizionalmente l’operetta, nella quale giovani e anziani goliardi si divertivano come pazzi a met­tersi seni fini, se­deri immaginari, a recitare con le labbra dipinte, incespicando su altissimi tacchi, cantando in mostruosi falsetti. Billy Wilder non aveva ancora girato il suo meraviglioso Some like it hot, Bachtin non aveva ancora scritto le sue riflessioni sul « carnevalesco », Dario Fo non immaginava nemmeno di poter ricevere un giorno il Premio Nobel, ma camuffarsi in maniera spassosamente incongrua, per esempio indossare delicate vesti muliebri su muscolosi sgraziati corpi virili, in certi ambienti era già una consuetudine, anzi una tradizione. Io non capivo, e anzi quelle grot­tesche, stralunate mises mi imbarazzavano, mi spaven­tavano. Io non capivo perché e, tutto sommato, ho continuato a non capirlo. Poi sono venuti gli anni Sessanta, il Sessantotto, i capelli lunghi. Li ho portati anch’io – non lunghissimi, non mi stavano neanche troppo bene -, ma solo per adeguarmi, senza capire davvero niente. Forse, penso ora, per vestirsi da femmina, bisogna essere molto maschi, e io non lo sono mai stato abba­stanza. Come Mel Gibson nel film di ieri sera: un bestiale omac­cione che va in giro – in gonnella – a scannare i nemici, finché i nemici lo ammazzano, ma lui gli grida soltanto: « Libertaaaaà ». Dice perché è scozzese. Sarà ma non ci credo. “.


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“ Lunedì 9 dicembre 1996 – A ripensarci dopo tanti anni ancora non so dire perché ce l’avessi tanto con quel bambino. Non ero solo io, eravamo un po’ tutti a trattarlo male, a fargli i dispetti, a cominciare dal nome, che era « Giampaolo » ma dicevamo sempre « Giampollo ». Io però forse ero il più accanito. Ricordo che gli correvo dietro fino al cancello di casa, non mollavo finché non era sparito dietro la lastra di un metallo che ricordo rosso – sì: era il « cancello rosso » -, forse per una vernice antiruggine che non aveva mai ricevuto la necessaria seconda « mano ». Ricordo anche che il nonno di « Giampaolo » o « Giampollo » aveva sempre il cappello in testa come usavano i contadini, ricordo che anche lui, la mia, la nostra vittima, aveva del rosso addosso: sì, erano i capelli, pazzescamente, ridicolmente rossi, e forse, penso ora, era per questo che ce l’avevo con lui. Ci ho messo quarant’anni a capirlo. “.


Martedì 3 marzo 2015

d1082ev’essere stato a metà degli anni Settanta che ho capito di non essere “ di sinistra “. Per meglio dire: ho capito che c’era un “ essere di sinistra “, ma che non mi riguardava, non era il mio modo di essere. Poi ho capito che il mio modo di essere, per il quale era impossibile essere “ di sinistra “, era, praticamente, impossibile.








Ora che torna in prima pagina il caso di Cesare Battisti, io non intendo perdere l’occasione per notare che, a parte tutto il resto, si tratta di uno dei più fantastici nomi d’arte che sia mai stato inventato.


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“ Senza data [1981] – I nomi dei terroristi: « Cesare Battisti », « Vittorio Alfieri ». “.


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” 23 giugno 1984 – È impensabile non essere di sinistra. “,


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” 10 marzo 1987 – Diciamo la verità: non sono mai stato di sinistra. Ma neanche di destra. La verità è che non sono mai stato – nel senso della politica. “.


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“ 19 gennaio 1992 – Il borghese è innanzitutto un borghese, ovverosia un abitudinario. La borghesia italiana, che negli anni Settanta è diventata « di sinistra », ci metterà una generazione a cambiare parere. “.


Mercoledì 4 marzo 2015

h522o capito perché il dottor Carlo Freccero oggi si è messo il blouson noir: per difendere i viggili e dire che sta arrivando il fascismo. La prevalenza del teppista.











Parlo sempre di Manzoni perché rimane il mio modello fondamentale. Si deve raccontare come Manzoni, per questo nei miei romanzi c’è poco sesso. Come diceva lui, ce n’è già troppo in giro perché debba occuparmene anch’io. “ (Umberto Eco intervistato da Marco Belpoliti, in Doppiozero) [*] [*] Quando leggo il professor Eco mi viene sempre in mente un diario: “ 11 febbraio 1986 – Età mentale tredicianni. Sfido che si sentono innocenti. “. C’è anche da dire che io avevo tredicianni nel ’57. Ma questa è un’altra storia: la mia. (C’è anche da dire che il ’57 è l’anno prima del ’58)

Ora c’è anche il “ pasticcere coraggio “. Il giornalismo: è stupefacente.

Il professor Eco… Mi sembra di conoscerlo… Una vecchia conoscenza, diciamo così. Comunque, mi dispiace tanto, ma di giornalismo non capisce niente – se lo capisse non riuscirebbe a scrivere i suoi ” romanzetti ” (manzonianamente parlando).

Dice che domani sarà “ una giornata particolare, lì a Mosca “.


Giovedì 5 marzo 2015

a1446virgenza data [1978] – Ormai siamo in pieno intrigo. Intrico. Vivere nell’intrigo, nel gomitolo, nel gliuommero, nel pasticcio, nel pastiche. “.











“ Castelnuovo Berardenga (SI) – La letteratura incontra il teatro all’Alfieri di Castelnuovo Berardenga. Torna sul palco del teatro castelnuovino l’appuntamento con le letture sceniche, a cura de «Lo Stanzone delle apparizioni». Il nuovo incontro dedicato a Carlo Emilio Gadda, intitolato « L’Italia è un dolore barocco » è in programma sabato 7 marzo dalle ore 18.30, in compagnia di Giuseppe Scuto, Anna di Maggio, Matteo Marsan e Giacomo Rossi. L’omaggio all’autore di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana sarà preceduto da un momento culinario con degustazione di vini e buffet che anticiperà la lettura scenica dedicata a uno dei protagonisti della narrativa del Novecento, che ha sperimentato uno stile linguistico tra i più originali, mescolando lingua nazionale, forme dialettali e usi gergali. “ (Dai giornali)

 ” Il presidente di Raiway Rossotto “.

Lo so, lui vorrebbe che lo comprassi, il professore, il suo Numero Zero. Ma questo mese ho già comprato Houellebecq, e non posso sottomettermi più di tanto. E poi, francamente, sullo zero ho qualcosa da dire anche io, cioè, non proprio io, ma quasi: “ Senza data [1994] – « C’è, nel diario, la felice compensazione reciproca di una duplice nullità. Chi non fa niente della sua vita, scrive che non fa niente, e così si trova di fronte ugualmente a qualcosa di fatto. Chi non scrive perché si lascia sviare dalle futilità della giornata, si volge a questi niente per raccontarli,  denunciarli o compiacervisi, e la giornata è riempita. È la “ meditazione dello zero su se stesso “ di cui spaval-damente parla Amiel » (Maurice Blanchot, Diario intimo e racconto in Il libro a venire, 1959) “.

Con la cultura si mangia, eccome “, dice Peppe Barra. Tu quoque, Peppe, dico io. Che non sono parente.

A De Benedetti il titolo di commendatore della Legione d’Onore “ (Titolo di Repubblica.it)

Poi leggo che l’attuale direttore dell’Espresso si chiama “ Vicinanza “. Penso che così si spiegherebbe tutto: perché ho deciso di stare lontano, etc.

Proverbio del giorno: Meglio soli che male escortati. [*] [*] Il fatto è che si ricomincia a parlare delle escort di Berlusconi – ammesso che si sia mai smesso. Il punto è che quello che si vuole dimostrare è che Berlusconi voleva soltanto scopare, mentre i suoi accusatori vogliono, evidentemente, molto di più. (Ma forse non sto parlando di Berlusconi… – non parlo mai di quello che sembra che parli)


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“ 13 settembre 1984 – « “ Si sente vittima di un complotto? “ “ Per ora diciamo che si è trattato di un pasticcio “. » (Dai giornali)


ROSSORI

Sotto la foto del presidente Mattarella in visita alla mostra “ Matisse-Arabesque “ scriverò la se-guente didascalia: “ Arabesque “.

arabes


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“ Sabato 4 novembre 1995 – Mi piace pensare a come sarebbe stata la mia vita se non ci fosse stata nessuna « rivoluzione ». Se, a quell’inverno del ’57, così tetro – la mia terza media fu ambientata in certi stanzoni alti e bui nell’edificio di un ex collegio che naturalmente era un ex convento e in cui era ospitato anche il ginnasio liceo prossimo venturo: eravamo una specie di « sezione staccata », anche se la scuola-madre continuava a stare a poche decine di metri – avessero fatto seguito un ginnasio tetro e un liceo tetro. Avrei continuato a studiare, avrei conservato i vecchi amici che mi accompagnavano dalle elementari, sarei rimasto a S., non so se mi sarei mai sposato, probabilmente no, forse avrei imparato a giocare a bridge, forse sarei invecchiato prima, forse sarei rimasto giovane e carino, magari mi sarei fatto la casa in campagna, ma la verità è che non so immaginarmi niente di preciso. Forse non sarebbe successo niente. Sarei rimasto un ragazzino magro che non sapeva disegnare ma sapeva scrivere – oppure: che sapeva scrivere ma non sapeva disegnare – che si sforzava di fare qualcosa ma finiva sempre col fare certe metafisiche brocche impossibili che di plausibile avevano soltanto l’ombra e, anche quella, sbagliata; mi sforzavo e mi innervosivo – le macchie mi rendevano pazzo – io cancellavo ed era anche peggio, quell’alone restava, quel non so che di sudicio, di irreparabile – forse era colpa della professoressa, con quel suo doppio cognome – erano proprio due, non come le prof maritate -, forse perché era molto buio e molto inverno in quegli stanzoni desolati e austeri… Quello che mi ricordo è la professoressa di matematica, col suo bel culo rotondo – ce l’hanno tutte, le professoresse di matematica -, che io guardavo, zitto, come se fosse un segreto. Forse, se avessi disegnato quel forte soggetto misteriosamente bello, così come lo vedevo, a un metro e mezzo di distanza, dal mio privilegiato banco di proscenio, avrei imparato a disegnare, con soddisfazione mia e anche dei due cognomi della professoressa. Forse l’immane stanzone grigio avrebbe svelato la sua vera natura di atélier: quando un raggio di sole cadeva dalle alte finestre verso la cattedra, volando verso la nera lavagna, giù dritto come uno spirito santo, fino a quel sorprendente inatteso miracolo d’inverno. “.


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“ Martedì 13 luglio 1999 – « Quattordici luglio, mattino. Pronto studio, mi sentite? Ecco, vi sento benissimo. OK. Qui Gerusalemme, in diretta dal Monte Sion, proprio fuori le mura. Alle prime luci dell’alba è scattato l’attacco alla città. ». Leggo Umberto Eco (Io, reporter sotto le mura, in La Repubblica, oggi) e penso: beato lui che ha ancora quattordicianni. Perché Umberto Eco è – rimasto – un ragazzino « sveglio », che vuole essere sveglio, magari vuole fare il giornalista, in ogni caso vuole essere assolutamente moderno. Moderno di quando avevo quattordicianni io, verso il ‘57, verso il ‘58 – quando aveva quattordicianni lui, verso il ‘44, era tutta un’altra storia. Quando io leggevo, tanto per fare un esempio, Il cavallo di Troia, di Christopher Morley, che mi pare fosse un libro divertente per il gioco degli anacronismi, una cosa in cui gli anglosassoni sono sempre bravi. Però – o meglio: fortunatamente – verso il ‘57, verso il ‘58, in generale c’era poco da ridere: Umberto Eco è un ragazzino che nel ‘57, nel ‘58 va a scuola dai preti, e, come succede in questi casi, i preti li detesta. Comunque i preti sono una delle poche cose in cui Umberto Eco creda. Dico all’esistenza dei preti, che è anche meglio dell’esistenza, sempre difficile a dimostrare, di Dio. Finché ci sono preti c’è speranza, direbbe Umberto Eco, se volesse parafrasare Il Gattopardo. Finché ci sono i preti si può sperare di fare il reporter « sotto le mura ». « Nel senso di mura? » No, nel senso di sotto. “.


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“ Domenica 25 febbraio 1996 – Dice Moretti che Caro Diario è « la storia di un pasticciere trotzskista nell’Italia degli anni Cinquanta ». Negli anni Cinquanta anche io, a mio modo, sono stato un discreto pasticciere. A mio modo: perché c’è pasticcio e pasticcio. “.


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“ 1 maggio 1990 – « Imbroglio (in italiano nel testo) » “.


Venerdì 6 marzo 2015

f369a veramente uno strano – ma dire strano è assolutamente poco – effetto sentire l’intercettazione di Berlusconi che fa il cascamorto con Belen mentre lo schermo è riempito dal faccione lombrosiano di Francesco Caruso – chi si rivede… -, l’ex leader dei no-global meridionali, ora “ docente di sociologia all’università di Catanzaro “. Una voce / una faccia: sembra proprio che la questione sia questa. Uno “ scontro di civiltà “, come minimo.






Alla fine, penso, quella di Berlusconi potrebbe essere soltanto la storia un “ ricco scemo “ – come direbbe Michele Serra. E gli scemi poveri, i poveri scemi? Perché ci sono anche quelli.

Il problema è nel manico. Houellebecq non ha energia, non conosce l’irrisione o il sarcasmo, si accontenta del brillìo sterile della propria indubbia intelligenza. Sembra aver dimenticato che la vera provocazione nasce da una spinta insopprimibile alla opposizione e alla negazione. Lui si limita a guardare distante e tranquillo, soddisfatto del suo giochino. Ora io confesso che comincio ad averne piene le scatole del diluvio di ironia, dei sogghigni scettici e della esibizione di cinismo intelligente e saputo a cui siamo sottoposti da un trentennio a questa parte. Leopardi diceva che l’eccesso di civiltà è una delle cause della sua decadenza. La sappiamo troppo lunga (o fingiamo), siamo troppo stanchi e vecchi, troppo superbi e gonfi della nostra civiltà, e per questo amiamo solo ciò che è sporco, ambiguo, doppio, non sappiamo riconoscere più i sentimenti e le emozioni se non per sbeffeggiarli. Eppure i sentimenti, le emozioni, il bene, il male esistono ancora. “ (Luperini non vuole “ sottomettersi “ a Houellebecq. Preferisce “ sottomettersi “ ai Fratelli Taviani) (A proposito di scemi) (Comunque comincio a essere un po’ stanchino anche io)

Poi, allo studio medico, sfoglio l’Espresso. E vedo che anche Cacciari si è fatto la sua rubrichetta. Penso: rubricare, sempre meglio che lavorare… (Poi leggo il titolo: “ Scontro di civiltà suprema sciocchezza “. Mah. Boh. Chissà. Comunque, se stavo bene, se non andavo allo studio medico, l’Espresso non lo leggevo, è poco ma sicuro)

Poi mi ricordo che ieri sera in tv ho intravisto Aldo Busi. Diceva non so cosa e aveva una bella camicia. Ho pensato: beati i Busi… – “ Mercoledì 24 dicembre 1997 – Alle giornaliste milanesi – che si occupano di economia – piace molto Aldo Busi. « Ha un lessico ricchissimo », dice quella che a me sembra la meno ricca delle due “.

Poi c’è quello che rivela di essere, anche lui, interista. L’interismo come dimensione dello spirito – “ Giovedì 19 aprile 2007 – Penso: l’interista: un milanese che non è del Milan, un non-milanista, un « non ». Si capisce perché certa gente sia dell’Inter. “.

Credere a tutto quello che dicono. Lasciare dire. Sottomettersi.


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“ 19 dicembre 1984 – Ripenso a Le due culture, quel libro di Snow apparso in traduzione all’inizio dei Sessanta. Mi pento di non averlo meditato a sufficienza. Se l’avessi fatto ora potrei capire perché questa che avanza a me sembra un’altra cultura, una cultura n° 2. “.


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“ Lunedì 22 dicembre 2003 – Nella mia meglio gioventù uscì un libro che si chiamava Le due culture. Diceva che le culture non erano una, ma due. Una era quella « umanistica », cioè la storia, la letteratura, era la cultura che c’era sempre stata. Un’altra era quella « scientifica », ed era una cultura nuova, cioè prima non c’era. Secondo me era tutta una balla. Primo perché la cultura numero due c’era sempre stata anche quella come la numero uno. Secondo perché, piuttosto che la scienza, era il cinema, e, in un certo senso, c’era stata anche prima di quell’altra, basta pensare alle caverne di Lescaux etc. Comunque, ora che la mia meglio gioventù è finita, di due culture che erano ce n’è rimasta una sola. Diciamo che c’è rimasto un ragazzino con gli occhiali, tipo piccolo chimico, tipo Harry Potter: dice di essere uno scienziato, ma secondo me è solo un film. “.


Sabato 7 marzo 2015

v364a comunque detto che, quarant’anni fa, dopo che ebbi deciso di “ tornare alla letteratura “, poi mi accorsi subito che scrivere non mi bastava, anzi che non sapevo più che cosa fosse lo scrivere, che ero ancora soprattutto interessato al vivere, almeno nel senso di viaggiare. Insomma, ero molto confuso. Di quanto lo fossi resta inoppugnabile prova il famoso viaggio del settembre ’74, a Tangeri, in Marocco. Un viaggio strano, con la macchina da scrivere Olivetti Lettera 32 e i libri di Gadda nella valigia – peccato che l’agendina marrone in cui avevo annotato tutto, compresa una graziosa Africa disegnata a mano, sia andata perduta nell’inondazione della cantina etc. La verità è che io non volevo/sapevo veramente scrivere. Volevo fare qualcosa di “ letterario “, ecco. Volevo “ dire “ la letteratura, almeno questo, soprattutto questo. “ Nel cinquantesimo anniversario del viaggio di Paul Eluard “, lo intitolai così, quel mio buffo viaggio. Per treno, per nave… Un viaggio assurdo, diciamo pure: “ surreale “. Il fatto è che, leggendo Gadda, mi era sembrato di avere trovato il mio autore. Cioè uno che scriveva come volevo scrivere io, anzi, come – lo pensavo davvero – avevo già scritto. Un “ lessico ricchissimo “, tanto per cominciare, ma poi non solo: l’arditezza delle immagini, il grottesco, il mirabolante, lo stupefacente, il “ barocco “, insomma. Un Gadda letto a modo mio, come piaceva a me. Un Gadda che, invece, non piacque alla mamma, quando le feci leggere la Cognizione, per via della mamma, di Gadda etc. – chissà, forse, lei lo leggeva meglio di me… Comunque, il mio era un Gadda “ esagerato “. Mi piaceva perché “ esagerato “, perché avevo voglia di esagerare io. Perché, dopo tanti anni senza letteratura, io volevo che la letteratura tornasse. Nella pienezza dei suoi poteri, e anzi, di più. Volevo una letteratura come esagerazione, una letteratura senza se e senza ma, una letteratura gloriosa, tirannica, totalitaria. Che non facesse prigionieri, che vendicasse i torti, tutti, tanti, che aveva subito. Questo volevo, avrei voluto che fosse. Io, l’uomo assolutamente isolato, lo scrittore totalmente presunto. Come se, nel frattempo, non fosse successo niente. Io, ecco la verità, in virtù di quell’amnesia durata dieci anni, ero diventato una specie di autodidatta. Cioè uno che pensa che quello che vuole imparare lo deve imparare da sé. Perché maestri non ce n’erano, o non ce n’erano più. Anche a Fortini – a proposito di maestri – Gadda non piaceva – d’altronde, pensavo, non è che a me Fortini piacesse tanto. In compenso, come scoprii subito, i gaddisti, i gaddologi, i gaddofili erano tanti, e aumentavano ogni giorno di più. A quel tempo, quarant’anni fa, avrei fatto ancora a tempo a diventare uno di loro. Ma non era quello che volevo. Io volevo… Poi sono successe tante cose, la mamma è morta. E Fortini anche. Poi si sono messi a scrivere tutti. E io, invece, non ho scritto niente. Ma mi è rimasta la voglia.

È divertente: anche la visita guidata allo splendido palazzo Colonna finisce ricordando che in questi grandiosi ambienti è stata girata la scena finale di Vacanze romane. Tutti i salmi finiscono in cinema.


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“ 16 marzo 1994 – Bisogna dirlo: c’è qualcosa di più importante della letteratura. Forse non è vero, ma nel fatto d’averlo pensato consiste tutta la mia storia. “.


Domenica 8 marzo 2015

c1301i ho pensato a lungo, ma anche quest’anno, in occasione dell’Otto marzo, non posso scrivere altro che quello che ho già scritto: “ 8 marzo 1994 – È arrivato un camion di napoletani carico di mimose. “. Mi dispiace per le donne, e anche per i napoletani, ma le cose stanno così – c’è chi sarebbe capace di dire che questo è “ lo stato dell’arte “.








Mi sono svegliato con il mal di pancia e le idee abbastanza chiare: no, io non volevo niente di tutto questo. Non volevo scrivere un diario, soprattutto. Io, semmai, volevo cantare, o almeno: canticchiare. Volevo della musica, volevo farla io. Volevo, soprattutto, restare dove stavo, dove non sto. (Ieri ho visto in tv l’arrivo dell’Eroica nella Piazza del Campo. I ciclisti sfrecciavano sulle “ lastre “, fra due ali di folla tripudiante. Siena, nella giornata di festa, era bellissima, comme d’habitude. Ho ripensato a un diario: “ 23 gennaio 1992 – « Scrittore e popolo »: così merita di essere intitolata la foto marzo 1954 in cui compaio fulgido in un cappotto di cammello chiaro in mezzo alla turba gioiosa dei militari di leva che festeggiano il commilitone ciclista vincitore della corsa. La mia piccola figura è in una luce chiarissima che contrasta con il grigiore uniforme delle divise. Ho sulla faccia dai lineamenti perfetti un sorriso assolutamente soddisfatto, come se la corsa l’avessi vinta io. C’è anche un mezzo babbo sorridente anche lui dal fuori della foto. “. Ma questa volta non ho vinto niente)

Poi vado a vedere la partita di basket del mio quasi-nipotino e, mentre ripenso a quando, più di mezzo secolo fa, andavo a vedere le partite della Mens Sana al vecchio campetto della Lizza, nel settore ospiti – affollatissimo, mentre quello della squadra di casa, il nostro, è semivuoto – scoppia un clamore colossale. Il fatto è che negli ultimi minuti il gioco si è fatto un po’ più duro, dall’una e dall’altra parte, va detto, e gli arbitri non sembrano intenzionati, per insipienza? per reticenza?, a fermarlo. Così fioccano le proteste, le accuse, soprattutto dalla loro parte, che sono tanti di più. A un certo punto arriva persino una tizia, una signora non più giovane, probabilmente una nonna, viene verso di noi, gesticolando, inveendo. Qualcuno la apostrofa, si sfiora, come si dice, la rissa. Questo, nell’anno 2015, lo stato dell’arte, cestistica, intendo.

Poi c’è quello che mi chiede l’elemosina: “ Scusi, c’ha una moneta? “. E, quando rispondo di no, mi fa, con aria di accusa: “ Hai comprato il giornale… “. Mah. Boh. Comunque aveva ragione lui: il giornale, anche oggi, facevo meglio a non comprarlo.

Homo homini gufus.

Imitation gay “ “ Game… è Imitation game… “.

Quelli da cui io non comprerei un’auto usata. Quelli che, comunque, vendono auto usate.


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“ Senza data [1981] – « Atmosfera di fessa », scrive il cronista alla manifestazione femminista. “.


ROSSORI

Sotto la foto della signora Amelia Boynton che, in sedia a rotelle, partecipa alla marcia celebrativa della “ marcia di Selma “ scriverò la seguente didascalia: “ La marcia “.

marcia


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“ Senza data [1974] – Questi bambini [1] [ tosti / grandi lavoratori / di gomito [2] / non li dimentico  // però achtung! [3] / non farei la fatica / di rievocare un odio [4] / ma lo stupore [5] sì / che fa sgranare / gli occhi [6].   [1] È uno scenario infantile. Ma non solo nel senso dei ricordi d’infanzia, bensì anche di una persistenza della medesima, di una fissità della scena: bambini per sempre, bambini nel tempo. [2] “ Lavorare di gomito “: non è propriamente un lavorare, oppure sì: forse il lavoro – oltre la retorica “ buonista “ sul medesimo – è sempre la feroce lotta di tutti contro tutti, senza regole, senza pietà: il lavoro giustifica sempre qualsiasi mezzo. Non c’è niente di peggio che “ non avere voglia di lavorare “, oppure averla perduta, oppure avere perso il lavoro, oppure non averlo, non sapere che fare, non sapere fare nessuna delle cose che si chiamano “ lavoro “. Oppure essere disposti a fare varie cose – per esempio studiare? -, ma lavorare no: quell’idea – l’idea del lavoro – non ci entrerà mai in testa. Ci sembra, come idea, alquanto brutta. [3] Questa strana parola. Mi do del nazista? Diciamo che mi do dello stronzo. E non ho ancora smesso. [4] L’odio è quello di cui sono capaci i “ lavoratori “. Per me si potrebbe parlare semmai di ripugnanza – ambigua -, oppure senz’altro di paura – le diverse facce dello “ stupore “. [5] Ecco un’altra parola chiave: “ stupore “. E’ quella che definisce meglio il sentimento dominante di tutto il diario. Chi scrive è, soprattutto, un uomo “ stupìto “. [6] Tutto, effettivamente, comincia dagli occhi. Si comincia col vedere qualcosa. Gli occhi sono il veicolo principale – oppure convenzionale – dell’emozione (si attribuisce il nostro turbamento al fatto di avere visto qualcosa – ma poi si capisce che le cose sono più complicate, si dovrebbe indagare meglio). [dicembre 2003]


Lunedì 9 marzo 2015

S1208tamani penso che mi è sempre piaciuto soprattutto leggere. Leggere: una forma di sottomissione?












Siriza “. Siriza o non Siriza? Questo è il problema.

Bassi e fissi… bassi e fissi… “ (Pubblicità Conad)

Poi c’è quella del sindacato che dice che non è vero che i giovani sono schizzinosi, perché il problema è che il lavoro non è valorizzato abbastanza. Questa mi sembra di averla già sentita, dico io. – “ 19 ottobre 1988 – « Uccidere generali può anche diventare un lavoro » (Robert Aldrich, Quella sporca dozzina, 1967) “. [*] [*] D’accordo, ho capito tutto. Et après?

Cambiamo la storia “, dice il sindaco di Messina. Quello senza cravatta.

Non sei andato in Grecia? “ “ No, anche quest’anno è venuta lei “.

A questo punto mi sentirei di dire che la politica, esattamente come la religione, è essenzialmente “ imperscrutabile “. È, diciamo così, un mistero. Volendo si può aggiungere: “ buffo “.

Come dimenticare, last but not least, Guido Brera, “ finanziere e scrittore “?

È un incontrastabile assioma del paese: « Nelle disgrazie, e nelle carceri, si conoscono gli amici »: fu in questa occasione, che io mi persuasi di non averne mai avuti. “ (Giuseppe De Lorenzo, Nel furore della reazione / Dalle memorie inedite di una guardia nazionale della Repubblica Napoletana, [nota], Napoli, 1899)

Avendo ri-visto Il gusto degli altri, dell’attrice e regista Agnès Jaoui (2000), realizzato insieme al marito Jean-Pierre Bacri, penso che è un film molto grazioso. Penso anche che gli attori vanno sempre in coppia. Come i carabinieri. E anche i ladri.


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“ 3 aprile 1995 – « Bisogna lavorare », disse il mio amico in un giorno di primavera. E io, che fino ad allora avevo soltanto studiato, andai a lavorare. (Lui che aveva studiato poco, si decise a cominciare) “.


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“ 3 dicembre 1990 – Nel 1914, all’apertura delle ostilità, gli eserciti europei indossavano ancora le divise dai colori sgargianti della tradizione. In poche settimane capirono che così si offrivano dei bersagli troppo facili alle moderne artiglierie. E cominciò l’era del grigioverde. “.


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Sotto la foto di una copula in cui la donna sta sopra all’uomo scriverò la seguente didascalia: “ Sottomissione “.

sottomiss


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“ 19 maggio 1992 – « Ma sentiamo gli uomini: “ Stare sotto mi dà una vista meravigliosa della mia ragazza “, dice Mario, scenografo, 30 anni. “ Trovo che esalti la sua bellezza “. » (Dai giornali)


ROSSORI

Sotto la foto della signorina Gabriella Germani che è stata invitata a Montecitorio per fare l’imitazione della signora Boldrini scriverò la seguente didascalia: “ The Imitation Game “.

imitation


Martedì 10 marzo 2015

I1884virgl cancro gli era stato diagnosticato nel 2012: fu proprio in quel momento che decise di devolvere buona parte della sua fortuna finanziaria, circa 100 milioni di dollari, alla causa animalista. L’ultimo gesto di Simon su questo fronte risale allo scorso novembre con il salvataggio di Benjy, un toro da riproduzione gay condannato al macello perché il suo orientamento sessuale gli impediva di svolgere il suo « lavoro ». “ (Dai giornali) Quando ho letto questa notizia, ho deciso di “ sottomettermi “ ai fumettisti: sono troppo più spiritosi, più immaginosi, più avventurosi di me. “.




Oggi è il compleanno del babbo. Lei dice: sei rimasto all’infanzia. Peut-être, dico io. Che, comunque, mi sento, ancora una volta, touché.

Poi leggo Simenon – La finestra dei Rouet, 1962 (1945) -, e mi diverto così tanto che penso che, in generale, non voglio fare altro che questo. Dico leggere, leggere i libri, i libri di letteratura etc. Lo so che è un po’ tardi, che “ non ho più tempo “, come disse quella tizia trent’anni fa – “ 8 maggio 1984 – Anche la serva qui accanto non legge più. « Non ho più  tempo », dice. “. Ma, tempo o non tempo, lo voglio fare lo stesso, è l’unica cosa che voglio fare, fosse anche l’ultima.


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“ 25 marzo 1994 – Stava per iniziare la grande diretta televisiva del Palio. Il percorso, diversamente dal solito, era attraverso tutta la città, che veniva mostrata come non l’avevo mai vista, splendida nella giornata di festa, dal bravissimo teleregista. « Porta San Paolo », ad esempio: chi se n’era mai accorto che ci fosse? Corrado invece, che era con me davanti al televisore, sì.  (Questo sogno è il sogno « della vista ». Per una parte è storia: verso i sedicianni io « scoprii » Siena. Profittando delle indicazioni dei miei nuovi amici, – quelli che per semplificare chiamo sempre « gli architetti » – io me ne andavo in giro a piedi o in bicicletta, incontrando chiese, vicoli, scorci per me assolutamente inediti. Facevo anche fotografie, esploravo musei. Sono stati anni felici, pieni di sole, innamorati, appassionati. Le oscurità – e la saggezza « cattiva » (« captiva ») – degli anni d’infanzia furono dimenticate in un attimo. Ero libero, liberissimo. Poi c’è un aspetto simbolico. « Porta San Paolo » mi fa pensare a San Paolo, ovviamente, e in particolare alla sua conversione, e di seguito al dipinto di Caravaggio che, come è arcinoto, si trova qui a Roma a Santa Maria del Popolo e che non molti anni fa ho rivisto e considerato. Credo di aver pensato allora che il pittore aveva giocato sull’ambiguità del messaggio: il soldato che giace a terra tramortito potrebbe essere stato abbattuto dalla vista della enorme massa bianca abbagliante del cavallo, o forse la stupefacente visione è frutto del suo sogno, forse l’uomo disteso sta dormendo e sognando la grande bestia luminosa (il cavallone sarebbe una sorta di « fumetto »). Forse « convertirsi » è « vedere » qualcosa. Forse in quegli anni luminosi, abbaglianti, io, l’incredulo, vidi e credetti) “.


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“ Senza data 1981 – Tènere le distanze. “.


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“ 2 dicembre 1992 – Di quanto ho scritto mi riconosco solo in quel telegrafico poema in prosa: « Tènere le distanze ».


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“ Giovedì 20 marzo 1997 – « Tènere le distanze »: in questo breve motto di mia, non faccio per vantarmi, invenzione, che è soprattutto un calembour, cioè a dire un gioco di parole, cioè un gioco e come tutti i giochi è un po’ buffo, un po’ puerile, un po’ scemo – un po’ « tènero »: fa sorridere, fa « tenerezza » – si afferma che, a differenza di ciò che spesso si crede, le distanze sono « tènere ». « Tènere » significa in questo caso il contrario di odiose, dolorose, o addirittura strazianti; come in un film sentimentale, « tenerezza », è sinonimo di dolcezza, benevolenza, forse, chissà, amore. Che la « tenerezza » stia nella distanza non è oggi una cosa facile a capirsi. Per esempio, che in quel breve intervallo che separa la lettura della frase « tènere le distanze » dalla sua piena comprensione – capirla non è difficile, ma ho notato che non tutti ci riescono subito e, in un primo momento, dato che leggono « tenére le distanze », hanno l’aria di volersi adombrare come se avessero ascoltato un insulto e solo dopo un po’ capiscono il trucco cioè lo scherzo cioè che è tutta una questione di accento -, in quell’attimo di spaesamento che fa sentire chi legge un pochino stupido, un po’ troppo « distante » dall’oggetto della sua lettura, cioè dal senso delle parole che cerca di decifrare, come se non fossero sue ma solo di un altro – quello che le ha scritte – e tali fossero destinate a restare, negando così lo scopo stesso della lettura che è la comunicazione di un pensiero, la comprensione di quello che un altro ha in mente, la solidarietà fra due estranei, il contatto fra due perfetti sconosciuti – e allora, come farebbe un miope, chi legge non vede di meglio che cercare di ridurre questa distanza malevola e si avvicina, o, come minimo, inforca gli occhiali -, che in quel contenuto spavento che è connaturato comunque sempre, io credo, all’atto della lettura, alla decisione di leggere, ci sia qualcosa di « tènero », sembra effettivamente difficile da dimostrare. Eppure io penso che sia così. Quello che penso è che la « tenerezza », per non dire l’amore, è almeno altrettanto « tenersi » lontani che avvicinarsi, restare a una certa distanza, a quella certa distanza, dalla quale, come quando si scatta una foto, si distinguono bene i contorni della figura che si sta inquadrando, e ciò che, un po’ più vicino o un po’ più lontano, appare nebuloso, confuso, sgradevolmente vago, il volto, il corpo si precisa in tutta la sua confortante esattezza, si illumina di ciò che le è proprio e che, l’abbiamo sempre saputo, ci piace. Per quanto è doloroso sgranare gli occhi per cercare di riconoscere qualcosa che è troppo irrimediabilmente lontano, oppure doverli chiudere di fronte a qualcosa che, troppo vicino, ci appare innaturalmente, spaventosamente enorme, strano, quasi deforme, così è un immenso piacere guardare qualcosa che amiamo là dove è giusto che stia, come amiamo che sia, prossimo ma non assillante, nelle sue proporzioni reali, nella sua « tènera » estraneità. Tutto questo l’ho pensato sfogliando su un antico fascicolo di «Paragone letteratura» (n. 20, agosto 1951) un conosciutissimo racconto di Calvino: L’avventura di una bagnante, che anche io, come molti da allora hanno fatto, avevo già letto in quella raccolta dei suoi racconti che si chiama Gli amori difficili. Leggerlo così, su una carta francamente gialla, dentro un libretto dalla copertina austeramente verde – un cauto assennato verde degli anni Cinquanta -, leggere la data: « 1951 », pensare che allora, in quell’estate remota, io avevo sei anni, e, se leggevo, non leggevo di certo Calvino, tutto questo istituisce fra me e questa storia un distanza che non avevo previsto. Quello che sta accadendo, penso, è esattamente questo: un cinquantatrenne legge qualcosa scritto quarantasei anni fa da uno che aveva venticinque anni quando lui ne aveva sei. Quello che di seguito penso è che, capire veramente di che si tratta, in queste condizioni non può essere facile. Ma questo è solo un esempio, perché la verità è che, quando si legge, non si capisce mai davvero ciò che si legge. Anzi, io penso che il piacere del leggere è in una certa parte proprio nel non capire – oppure capire solo in parte, interpretare, divinare, fraintendere. Si legge per sentirsi un po’ fessi – fesso chi legge, come dice l’antico graffito -? No: chi legge non è così fesso, se legge avrà pure le sue ragioni, il suo tornaconto, ci troverà il suo gusto. Che sia la « tènerezza »? Bisognerebbe pensarci su. Per intanto, poiché la comprensione piena, l’intelligenza integrale, la celebrata chiarezza sono tutte almeno improbabili – di questo sono sicuro -, è bene che ci sia qualcos’altro a portata di mano – o di occhio, o di orecchio -: la « tènerezza », forse. “.


Mercoledì 11 marzo 2015

a1447lla fine, mentre mi congratulavo con me stesso per avere capito fin dall’inizio che la protagonista del film [*] era la ragazzina giapponese muta, che il suo essere senza parole era almeno altrettanto “ decisivo “ di quanto l’essere vestita di rosso lo fosse per la colf messicana etc., ho pensato che, a questo punto, si può dire che il cinema io lo capisco più di quanto abbia mai capito la letteratura. Cioè che io la letteratura non l’ho probabilmente mai capita, nel senso che non ho mai sentito il bisogno di capirla. Cioè che per me, per quanto riguarda la letteratura, non c’è mai stato niente da “ capire “, mentre, per quanto riguarda il cinema, la necessità di capirlo è diventata, almeno da un certo momento in poi, imprescindibile. Il fatto poi che non si capisca bene che cosa io capisco del cinema – mi sembra, dopotutto, solo una questione di tempo – non è, tutto sommato, un vero problema. In compenso, è di sicuro un “ dolore “, cioè qualcosa che mi infastidisce, mi fa stare male, mi rende infelice etc., cosa che con la letteratura non mi è mai successo etc. [*] Babel, Iñárritu, 2006.

“ Le cene galanti “… « Veramente sarebbe “ eleganti “… » Veramente sarebbe Verlaine… « Mah. Boh. Chissà ».


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” 30 aprile 1984 – Restano bambini, ma sono diventati bambini da grandi (all’inizio dei Sessanta). “.


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“ Lunedì 13 agosto 2007 Io, che ero una specie di « ragazzo-padre », sono diventato una specie di « ragazzo-nonno ». Un « ragazzo-nonno », non è un vero nonno, né un vero ragazzo. È un ragazzo tremendamente invecchiato, così invecchiato da essere costretto a osservare davanti a sé almeno due generazioni di persone più giovani di lui, due epoche subentrate dopo la sua, un tempo enorme che lo fa sentire enormemente anziano, una moltitudine di viventi rispetto ai quali il suo essere solo uno gli dà le vertigini. È infatti da moltissimo tempo che il ragazzo che era e che, dopotutto, è restato non trova più il modo per essere, per evolversi, per esprimersi. Per dire qualcosa di sé. Del suo essere, dopotutto, solo un ragazzo. Coinvolto nel concitato, animoso presente degli altri, non trova mai il modo per essere contemporaneo a se stesso. Costretto ad ascoltare tutti – dopo i « figli », ora anche i « nipoti » – non può mai dire niente. Non può fare niente. Non può fare nient’altro che stare in disparte, il più fermo possibile, il più zitto possibile. Un « ragazzo-nonno » avrebbe preferito che le cose andassero diversamente. Forse avrebbe voluto diventare un uomo. Soprattutto non avrebbe voluto essere condannato a essere, per sempre, un ragazzo. A diventare un ragazzo vecchio, canuto, acciaccato. Un ragazzo che dorme poco, che fuma troppo. Che non ha una lira. Che non lo conosce nessuno. Che non si diverte mai. Perché gli altri ragazzi non lo fanno giocare con loro, perché hanno un altro modo di giocare, di invecchiare, di morire…


Giovedì 12 marzo 2015

p1099oi è arrivata una che saltava qua e là muovendo le braccia e agitando un gran velo rosso, insomma: ballava. E, quando la conduttrice l’ha ridetto, ho capito che avevo sentito bene: era una suora. Il pubblico applaudiva, e anche il vescovo presente “ in studio “ era contento. Io, più che altro, ero stupito. Come al solito, d’altra parte. Come al solito, mi chiedevo: suora in che senso? Ma è anche vero che lo sapevo benissimo: suora nel senso dei salti, nel senso del rosso…






Quando vedo il professor Serianni che parla a favore della petizione “ Dilloinitaliano “ contro l’uso smodato di parole in lingua inglese promossa dalla pubblicitaria Annamaria Testa, penso che, più di mezzo secolo dopo il libro di Vance Packard, i “ persuasori occulti “ sono più occulti che mai. Almeno per i professori, dico.

Sarà stato anche intelligentissimo, sarà stato anche gay, avrà anche vinto la guerra, ma un dida-scalista un po’ meno analfabeta non lo poteva trovare? – uno che non scrivesse “ Churcill “… (The Imitation Game, Tyldum, 2014) Del resto si sa, il cinema è fatto così: per non sapere né leggere né scrivere…


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“ 26 ottobre 1994 – Commuove nella didascalia d’apertura di Via col vento (Gone with the wind, Fleming, 1939) leggere scritto: « cavalleres-ca ». Nell’inimitabile inconfondibile incidente ortografico c’è tutta la goffa stralunata grandezza del cinema, la sua affamata generosità, la sua sgangherata irresistibile vocazione cavalleres-ca. (Tè capì?) “.


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Sotto la foto di Giordano Bruno Guerri insieme ai carabinieri del Ris di Cagliari in occasione del ritrovamento di una lettera di D’Annunzio scriverò questa didascalia: “ Nei secoli fedele “.

guerri


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“ Martedì 23 aprile 1996 – Non essendo un avvincente romanzo, non essendo un illuminante saggio, non essendo un ponderoso trattato filosofico, né un grandioso poema epico, né un’affascinante biografia, né uno stuzzicante articolo di giornale e, a essere sinceri, nemmeno una maliziosa lettera, non essendo forse addirittura fatto per essere letto – dato che non si sa quando, dove o da chi sarà, se sarà, letto -, un diario è proprio la scrittura al livello minimo, che più basso non si può. Un diario non si sa mai perché venga scritto, chi glielo faccia fare, al diarista, di scriverlo, a meno che non sia una persona già celebre, un politico, uno scrittore, un attore o un giornalista con il suo bravo pubblico, etc. A meno che non sia un carcerato, o un malato. O un vecchio, con la fissa della scrittura. Un giornale intimo è sempre infimo. Non vola, tira avanti, si trascina, striscia, di giorno in giorno, di pagina in pagina, come un’innocua biscia, come un baco che non punta a farsi farfalla, come un rospo che non crede alla magia dei baci. D’altra parte, schifoso com’è, un diario non fa male a nessuno. Vive: nel suo modesto habitat. E, ogni tanto, si trova anche grazioso, come nell’occhio di mamma. Dopo un po’, un diario ha imparato a non vergognarsi della sua faccia – triste, incerta, ingenua, annoiata, tenera, furba, puerile, curiosa, vanesia, misteriosa, noiosa, facciosa:  da diario. “.


Venerdì 13 marzo 2015

c1302apera un sogno che volevo scrivere, anzi, l’avevo già scritto, a puntino, più di una volta, nel dormiveglia. Diceva: “ La mamma ora s’interessava a Sironi… ci mancava solo quello… la mamma… quando mai gli era importato qualcosa dell’arte?… “. Poi ci ho ri-dormito sopra, e al risveglio mi sono accorto di non ricordarmelo più. Perché scrivo i sogni? Non mi aspetto niente da queste scritture, mi piace soltanto il suono che hanno, un po’ più “ profondo “ di tutte le altre, più suggestivamente oscuro, più denso, dunque più “ vero “, più pregnante. Nei sogni, credo, non c’è mai niente di troppo, tutto è detto come deve essere detto, le parole, nei sogni, sono sempre quelle giuste, dicono sempre quello che vogliono dire etc. Insomma, io scrivo i sogni per scriverli, li scrivo per scrivere, ecco. Scrivendoli, è come se non finissero, come se fosse possibile farli continuare, restarci dentro, insomma: continuare a dormire – io, lo confesso, mi sveglio sempre malvolentieri.

Gli architetti: che architettano?

Del professor Salvatore Settis mi inquieta la penna nel taschino. Era dai tempi di Salvador Allende – nella celebre ultima foto con l’elmetto in testa sulla porta del palazzo della Moneda – che non se ne vedeva una così. Più che di democrazia, mi pare francamente che si tratti di archeologia. Comunque, ci vuole un bel coraggio – forse la verità è che non se ne rende conto.

Notevole anche che nel tg di France24 Cesare Battisti sia definito “ l’écrivain italien “. Terrorista-e-scrittore?

È anche grande amico di Adriano Sofri e si batte per la grazia. Non ha invece un passato sessantottino. All’epoca studiava sodo. “ (Da una biografia di Salvatore Settis)

Stamani, nel ddibbattito, a un certo punto, uno ha detto “ proletarizzati “. Proletarizzatori di tutto il mondo…

Papa Francesco: è come se, all’improvviso, fosse tornato il bisnonno Amabile. Dopo tutti questi anni…

La vita all’Avana continua “ (Da un tg) (“ Ben venga James Bond a Roma “ “ Dovrebbero farlo sindaco di Roma “ (Ibid.))


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“ 5 gennaio 1986 – Nella mia famiglia valeva solo il principio dell’onestà passiva. Io ho preferito quello dell’intransigenza sentimentale. “.


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“ 9 gennaio 1994 – Mi succede questo: la mattina non sono più sicuro di volermi alzare. Non è pigrizia. Non sono sicuro di volerlo fare, ecco. Così spesso capita che, dopo che mi sono levato in piedi, mi sono preso il caffè, lavato e fatto la barba, torni sui miei passi e mi rimetta a letto. Rimango qualche minuto perplesso fra le coperte ancora calde della notte, almanaccando variamente, riepilogando i sogni, ascoltando se una voce mi consigli che cosa fare. Tutto tace, ma le cifre rosse della sveglia elettrica spietatamente progredendo mi ammoniscono che il tempo passa comunque. Rischio di fare tardi in ufficio. Allora mi decido a svegliarmi davvero e, abbandonando la traccia dei miei assonnati pensieri, mi vesto, scendo le scale, sono in strada. A quell’ora non c’è nessuno se non qualche auto che sfreccia con i fari accesi, segno che è partita quando ancora faceva buio. Parto anch’io, entro nel traffico moderato ma già intenso di quell’ora antelucana. Guido e penso. Mentre macchinalmente giro lo sterzo, cambio le marce, freno e accelero, sempre nei soliti punti, sempre nello stesso modo, i fantasmi della notte tornano ad animare la mia coscienza intorpidita. Questo mi piace. Se ho sognato una donna, la ritrovo profumata e calda accanto a me. Così reale che potrei toccarla. Ma non la posso toccare perché non c’è. Allora, mi chiedo, non era meglio continuare a dormire? “.


Sabato 14 marzo 2015

i1886o la letteratura l’ho amata solo perché aveva una voce di donna. La voce della mia mamma, la voce della mia nonna. La letteratura











Stamani, cioè poco fa, dagli “ zingari “, ho visto per terra un librino piccino picciò. “ È troia? “, mi ha chiesto lo zingaro mentre lo raccoglievo. Effettivamente lo era, esattamente: Christopher Morley, Il cavallo di Troia / The Trojan Horse, traduzione di Cesare Pavese, Bompiani, 1942, a. XX. Poi, mentre riscuoteva l’euro della transazione, ha aggiunto, con il suo vocione: “ Volevo leggerlo io “. Ma ormai era andata: il libro era mio, potevo farne quel che volevo. Però, per giustificarmi, l’ho detto: “ È divertente… “, ma così piano che non so se abbia sentito. Chissà se lo leggerà mai, il letterato gitano… Credo proprio di no, credo che dicesse per dire. E nemmeno io. Anche perché l’ho già letto, dovevo essere in seconda, massimo in terza media. Quando avevo tanto tempo per leggere. Quando non c’era la televisione. Quando non era ancora cominciato niente. Quando ero perfettamente “ innocente “ – cfr. il diario che dice: – “ 11 febbraio 1986 – Età mentale tredicianni. Sfido che si sentono innocenti. “.

Insomma i maschi si sono messi nei panni delle femmine, nel vero senso della parola. Usando un simbolo antico come il travestimento sessuale. Che, sin dai Saturnali romani e dai Carnevali medievali è sempre stato uno strumento di contestazione temutissimo dal potere. Perché è la dimostrazione vivente che i ruoli di genere non sono né naturali né eterni. E che non esiste un solo modo per essere maschi e femmine. Con buona pace di padri e patriarchi. “, scrive il professor Marino Niola, antropologo della Real Casa.

“ Catanzaro – Si è tenuta ieri, e si è conclusa con una standing ovation, la prima lezione dell’ex leader no global  Francesco Caruso alla facoltà di sociologia dell’università della Magna Grecia di Catanzaro. Nessun patema d’animo, anzi, gli studenti hanno affollato l’aula magna urlando « Caruso! Caruso! ». “ (Dai giornali)

 Poi vedo Per un pugno di libri, con Geppi Cucciari e Piero Dorfles, che sarebbe il nipote di Gillo. È un tipo buffo e, a quanto pare, gli va bene così. Lo chiamano “ professore “, e in tv, per un professore, essere buffo è il minimo. Anzi, verrebbe voglia di dire che è “ di rigore “: è buffo per contratto, diciamo così. Cioè che lo pagano per essere buffo. Contento lui…


ROSSORI

Sotto la foto di un gruppo di poliziotti con le divise e gli scudi macchiati del rosso della vernice lanciata dai manifestanti scriverò la seguente didascalia: “ Street art “.

streetart


Domenica 15 marzo 2015

d1083el nuovo romanzo di James Ellroy, Perfidie, pubblicato in Italia da Einaudi, non so niente né credo che lo saprò mai. So solo, poiché me l’hanno fatto vedere in tv, che si presenta con una copertina assolutamente rossa. E tanto, in un certo senso, mi basta. Nell’occasione, mi torna in mente che anche la copertina di Sottomissione di Houellebecq, che, eccezionalmente, ho comprato, era rossa. In generale, penso che, più che di libri, si tratta, per così dire, di “ rossori “. A proposito di “ rossori “, c’è un vecchio diario che viene ancora perfettamente a puntino: “ 28 ottobre 1984 – « “ Sì, – racconta – ero fornaio. Lavoravo a Feltre. A questo commercio ci sono arrivato a naso. Vedevo che gli amici si vergognavano di comprare profilattici in farmacia. Ho fatto leva su questi rossori. Ho cominciato con un piccolo negozietto di preservativi, pro-pagandato da un pieghevole. Erano anni difficili per la pubblicità del settore. Era il 1969. Sa che soltanto ora hanno accettato il mio « sex shop » nell’elenco telefonico? Comunque, siamo decollati. Perché qui a Busche? Anche Leonardo è nato a Vinci e non a Firenze. Poi, mi sono allargato. In Italia, ero un pioniere. Sono stato il primo. No, non sono andato all’estero per copiare Beathe Use. Io sono come Salgari che scriveva dell’Estremo Oriente senza esserci mai stato. Ho portato la Scandinavia in Italia senza aver mai messo il piede fuori dai nostri confini. Questione di fiuto “ » (Dai giornali) “. (Diceva ieri sera Ellroy intervistato da Lilli Gruber che da ragazzino, per farsi notare, dato che “ voleva essere visto “, andava a gridare “ Heil Hitler! “ ai suoi coetanei ebrei. Sembrerebbe uno scherzo innocente, puerile, non c’è dubbio che è meglio che gridarlo sul serio. Ma io mi chiedo: e se, in un certo senso, fosse peggio? Nel senso che, come si dice, al peggio non c’è mai fine… )

Stavo per leggere un’intervista a Peter Handke. Già mi aveva colpito che fosse localizzata “ Cascais “, poi ho letto: “ Handke è in Portogallo in veste di giurato per la sezione cortometraggi del festival di Lisbona e Estoril “, e mi è passata, un po’, la voglia di leggerla.


Lunedì 16 marzo 2015

n1062virgon sono dottore! “. Dice addirittura “ Non sono dottore! “, l’” uomo delle stelle “. Dal cinema al cinema. Più Tornatore di così…











Il cinema? Fa perdere tempo. La televisione anche di più. (“ 31 agosto 1984 – Che cosa fa il cinema? Fa perdere tempo. “)

Lavora te, che sei giovane “ (Spot Wind)

Poi ci sono quelli che non dicono niente. Non parlano mai, non aprono bocca, non fiatano. Ma: verrà il giorno… , come disse quello che, soprattutto, era strano.


Martedì 17 marzo 2015

s1209tamani, al pronto soccorso del Policlinico Gemelli, mentre, con il mio bravo braccialetto al polso – ero stato ricoverato per una crisi ipertensiva, dovevo attendere i risultati degli esami -, aspettavo che nel concitato ambiente risuonasse il mio nome, ho visto venirmi incontro una faccia conosciuta. Era il mio amico A., quello che fa lo sceneggiatore, quello che, nonostante viviamo a poche centinaia di metri di distanza l’uno dall’altro, non vedo mai. Abbiamo parlato del più e del meno, del film che sta scrivendo, del quasi-niente che faccio io. Quando gli ho detto che, secondo me, è veramente impressionante la quantità di gente che negli ultimi venti-trent’anni si è messa a scrivere, lui è caduto un po’ dalle nuvole, non ci aveva fatto caso etc. Io, poi, comunque, ho pensato che quello che ho fatto negli ultimi venti-trent’anni è stato vedere quello che facevano cioè scrivevano gli altri. Che questa è divenuta, di fatto, la mia “ visione del mondo “, che, più che di una sussiegosa Weltanschauung, si è trattato di una “ visione “ in senso stretto, anzi cinematografico – “ prima “, “ seconda “, “ terza” visione etc. Ho pensato che, per così dire, “ visionare stanca “, e infatti io, a forza di fare quasi-niente e di vedere tutto, sono stanchissimo. Stanco morto, diciamo così.

Ho pensato che forse si potrebbe dire che il cinema è la continuazione della letteratura con altri mezzi. E sottolineo “ continuazione “ – sottolineo anche “ altri “.


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“ Lunedì 1 novembre 2004 – La « visione del mondo » significa anche che il mondo bisogna saperlo vedere. Sembra facile, ma non lo è. Per esempio la mia città – una città che fa di tutto per farsi vedere, e a buon diritto, infatti è, notoriamente, bellissima -: ora che non ci vivo più da tanto tempo, ogni volta che ci torno e la vedo, mi riempie di stupore, mi sembra strana, irreale, spaventosamente fantastica. Tanto che si potrebbe dire che, più la guardo, più la vedo, e meno la capisco. La « visione del mondo »: significa anche che c’è chi a vedere non impara mai. “.


Mercoledì 18 marzo 2015

a1448d ascoltare, senza guardarlo, uno dei tanti ddibbattiti serali, si ha l’impressione di essere in presenza di qualcosa di assolutamente “ selvaggio “: una danza tribale, una festa crudele, un massacro, un sabba. Quella concitazione inspiegabile, quelle grida inconsulte, quei clamorosi, frenetici applausi: che cosa sta accadendo, esattamente? Dicono che è la politica. A me sembra la cosa più orribile che abbia mai ascoltato. (Se uno guarda è un po’ diverso, ma non tanto… )





Dott.ssa Valeria Boccabella / Dentista “. Poi leggo meglio: era “ dietista “. Sarebbe stato troppo bello.


Giovedì 19 marzo 2015

B374virguona festa del papà “, dice Google. Sarà…













“ Hic et nunc “: è quello che pensa anche l’Isis, amico caro.

I professorini. Ai professorini interessa solo fare i professorini.

Io non volevo scrivere. Ho cominciato a volerlo quando ho capito che c’era chi voleva che non scrivessi. L’odio per la parola scritta, that’s the problem. L’odio per la parola? Anzi, per la voce… (Ammesso che sia odio… )


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“ 19 dicembre 1994 – « Domenica 16 giugno – È la festa del Padre, osservata – come la festa della Mamma – da tutte le famiglie francesi. Il manifesto d’occasione nelle librerie è l’immagine di un bambino che offre un libro al suo papà. Nel Quartiere Latino l’illustrazione subisce una lieve modifica: al posto del libro, viene disegnato un pavé. » (Ornella Volta, Diario di Parigi, 1968) “.


Venerdì 20 marzo 2015

a1449 Roma c’è il cinema. E quelli che lavorano nel cinema. Se uno non lavora nel cinema non ha motivo di stare a Roma. Questo lo capii subito, trentacinque anni fa. Se non sono andato via subito, dato che io non lavoravo nel cinema, è perché avevo capito anche che il cinema non è solo a Roma – è “ partout “, come si diceva in quel film di Truffaut. (Ho capito perché a Roma mi offrono sempre il posto sull’autobus: perché capiscono che non lavoro nel cinema, perché non lavorare nel cinema è una disgrazia, perché si vede che io sono un disgraziato etc.)




Leggo della performance di Baricco e Carrère sul palcoscenico della Scuola Holden. Mi torna in mente un diario: “ 26 giugno 1995 – « “ Che ne diresti se mi tagliassi i baffi? “. Agnès, che sfogliava una rivista sul divano del soggiorno, rise leggermente, poi rispose: “ Sarebbe una buona idea “ » (Emmanuel Carrère, Baffi / La moustache, 1986) “.

Pareva un signore, Pasqualino: abito tagliato all’ultima moda, biancheria finissima, anelli alle dita, scarpe verniciate, ché se non era la faccia sbarbata, ognuno lo avrebbe preso per un cavaliere. “ (Federico De Roberto, I Viceré, cit.)

« Vestire gli ignudi… » « Ora non esageriamo… ».

Questo strano diario “ d’oltretomba “.


ROSSORI

Sotto una foto degli affreschi della Villa dei Misteri a Pompei riaperta oggi al pubblico scriverò la seguente didascalia: “ Misteri buffi “.

villa


Sabato 21 marzo 2015

l1768eggendo sul Venerdì una lettera in cui una donna “ di sinistra “ parla di un uomo “ di sinistra “ che ha un’amante “ di destra “, ho pensato che essere “ di sinistra “ consiste nel pensare che qualcun altro è “ di destra “. E anche nel dirlo, soprattutto nel dirlo.









“ Roma – Gli occhi del piccolo paziente s’accendono, l’anziano tira dritto portandosi dietro l’asta e la flebo. C’è un’agitazione febbrile nelle stanze, nei corridoio tra i piccoli e grandi malati, gli infermieri, i parenti. S’incontrano tutti in una sala buia per godere della magia del cinema sul grande schermo. Giuseppe Tornatore firma, insieme a Claudio Baglioni per la parte musicale, lo spot per il progetto Medicinema per creare una sala al Policlinico Gemelli di Roma « ma sarebbe bello poterne realizzare una in ogni ospedale italiano. Il valore terapeutico del cinema si conosce da sempre ». “ (Dai giornali)

Le tragicomiche vicende del rugby italico. Dove si vede che la stran(ier)ezza non paga.

D’altra parte, anche che i’ nipote di Misasi dica “ natività “ invece di “ natalità “ mi sembra, come minimo, ovvio. (Ora che è stato nominato nuovo direttore del festival del cinema di Roma, dice che non sarà un festival, ma una festa. Dove si dimostra che il cinema logora solo chi non lo fa)

Sofri: l’Is vuole schiavizzare le donne “ (Dai giornali)

Uomini con le scarpette rosse. Se ne vedono, in giro.

Uomini che odiano gli uomini. Non è un romanzo.


ROSSORI

Sotto la foto della facciata di una scuola indiana in cui si stanno svolgendo gli esami scriverò la seguente didascalia: “ Gli esami non finiscono mai “. [*]

esami

[*] “ « La finestra delle opportunità ». Così l’Hindustan Times, quotidiano indiano in lingua inglese, ha definito l’imbroglio di massa effettuato a Bihar, a nord-est del Paese, dove più di un milione di studenti tra i 15 e i 16 anni hanno sostenuto un esame di stato. Con l’aiuto – assai rischioso – dei propri genitori, che si sono arrampicati sulle mura degli edifici scolastici pur di suggerire le risposte ai ragazzi. La maggior parte degli « incidenti » di questo tipo è avvenuta nei distretti di Saharsa, Chhapra, Vaishali e Hajipur, dove le telecamere hanno documentato all’interno delle aule come gli studenti copiassero da appunti illegali e come i docenti li redarguissero alzando anche le mani. In alcune scuole ci sono stati addirittura scontri tra polizia e genitori. Più di 400 studenti intenti a copiare sono stati espulsi dalle aule. Il ministro della pubblica istruzione di Bihar, PK Shahi, ha dichiarato: « Come può il governo fare qualcosa senza la cooperazione dei parenti degli studenti? Dovremmo dare ordine di sparargli? ». “.


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” 15 aprile 1994 – Di quando mi portavano all’avanspettacolo ricordo ballerine grasse e comici angosciosi. Pare che la prima volta sia sfuggito alla mamma e sia salito sul palcoscenico con grande spasso di artisti e pubblico. Sinceramente non mi ricordo altro. “.


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“ Sabato 8 giugno 1996 – Ripensare alla partita del cuore mi fa ripensare agli anni Cinquanta. Che non erano belli, no, anche se non nel senso in cui l’ho sentito dire da molti. Penso che, se sono sopravvissuto agli anni Cinquanta – erano anni crudeli -, ciò è dipeso non solo dalle amorevoli cure della mia famiglia, della mamma, del babbo, della nonna, del nonno, e anche della zia Olga, tutti quelli che mi volevano bene, ma anche da qualcosa d’altro, un alimento, un medicamento, una benedizione, una magia, una grazia. Mi piace pensare che si trattasse della letteratura, forse è una balla, ma mi piace pensare così. (Se sono sopravvissuto agli anni Cinquanta – tirava una brutta aria negli anni Cinquanta – non è stato solo perché in casa, pur senza possedere niente, non mancava nulla, ma anche perché quella che io chiamo la letteratura, cioè i libri, cioè la lettura, cioé i temi, cioè la scrittura, mi risarciva di tutto quello che mi mancava, per esempio un fratello, oppure il babbo, quando stava in un’altra città, oppure la forza fisica, perché ero un ragazzino magro e timido che a calcio giocava maluccio – non è per il calcio che sono sopravvissuto agli anni Cinquanta -, tutto quello che non c’era e avrei desiderato che ci fosse – negli anni Cinquanta c’era un’atmosfera di attesa -, tutto quello che allora avevo già perduto, perché qualcosa o tutto si comincia sempre col perderlo) (Ma forse è tutta una balla) “.


ROSSORI

Sotto la foto di papa Francesco che ha detto ai napoletani: “ La Maronna vi accompagni “ scriverò la seguente didascalia: “ Simme ‘e Napule, paisà “.

napoli


Domenica 22 marzo 2015

o714ggi a Roma c’è la Maratona. Però oggi a Roma piove. Così ripenso a quel vecchio diario: “ 23 luglio 1984 – Beniamino Placido scrive sulla morte dell’inventore del jogging: « Non sanno che rischi corrono, correndo ». “. Penso che aveva ragione lui, quel vecchio, sapido, astuto lucano. A correre, oggi come oggi, c’è, come minimo, il rischio di bagnarsi, di fracicarsi, di zupparsi. Ché poi, per tornare asciutti, ce ne vuole…







Poi c’è Patroni Griffi. « Il drammaturgo? » No, l’alto burocrate. « C’est la même chose… » Già.

Bisogna imparare ad avere la gobba, ad averla sempre, ad andarci a dormire, a svegliarcisi. A stare curvi, sotto quel peso. A sentirsi osservati, per quella deformità. A non sentirsi mai bene, con quell’orrendo gonfiore. Altro che maratona…

Poi c’è Andrea Carandini, “ presidente Fai “. Ma io ho già fatto, grazie.

Poi attraverso la Maratona. Poi passo davanti alla pasticceria. Penso: i coridori (sic) / le pastarelle

Poi leggo il titolo dello spettacolo di Francesca Comencini per l’anniversario della strage delle Fosse Ardeatine: ” Tante facce della memoria “. E mi chiedo: la memoria o le facce?

“ Ci metto la faccia “. Il problema è levarcela, poi.

Rieti in maglia nera, Siena in maglia rossa. “ (Dal web)

“ C’è Marcellino pane e vino… di Wajda… “, dice lei. Di Wajda? Poi controllo: effettivamente si tratta di Vajda, Ladislao (1906-1965). Nell’occasione mi sembra ovvio ripensare a un diario: “ 11 luglio 1984 – Vedendo in tv un film degli anni Cinquanta la mamma crede di riconoscere in un attore Gerard Depardieu, che invece a quell’epoca portava ancora i calzoni corti. Ne deduco la retroattività del cinema. “. (Da ricordare Marcellino con la coperta in testa, che è, assolutamenteE.T. (Spielberg, 1982)) (“ « Anche brutte? » « Brutte no, Marcellino. Le mamme non diventano mai brutte » “ (Marcellino pane e vino, Vajda, 1955))

“ [Q]uesto innamoramento giovanile per un vecchio cinemino “, scrive Michele Serra – a proposito del cinema America occupato.

Vedo un bel programma, credo della BBC, sulla civiltà minoica etc. Penso: gli archeologi, fanno vergognare di essere nati dopo – fanno vergognare di essere nati? Gli archeologi o la televisione?

Poi ci ri-è Carandini che dice che “ il paesaggio è una faccia, la faccia della nostra civiltà “. Poi basta perché per oggi mi sono già vergognato abbastanza.

Anche quelli: scambiare una crociera per una crociata… “. Bravo anche lui.


ROSSORI

Sotto la foto di due tizi che trasportano uno scatolone – pare pieno di soldi – proveniente dal ministero delle Infrastrutture scriverò questa didascalia: ” Money Transfer “.

money


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“ 27 aprile 1989 – Da tutti gli schermi nonché da tutte le pagine facce faccine faccione faccette ti guardano ammiccano sorridono fissano, malcapitato pubblico, povero vecchio scemo. “.


Lunedì 23 marzo 2015

o715virgverbooking “.













Se sono sobillata da tante cose dove trovo il tempo di farle? “, dice quella dello studio medico. « Forse voleva dire “ subissata “… » Forse ha capito che c’è chi sobilla…

La televisione: non c’era, una volta.


ROSSORI

Sotto la foto di una modella che indossa una maglia a rete a maglie molto larghe scriverò la seguente didascalia: “ Irretimento “.

rete


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“ 24 gennaio 1992 – Mi verrebbe voglia di scrivere una lettera a L’Unità: « Io mi di­chiaro solidale con Achille Occhetto perché ho i baffi. Contro il trasversalismo “ visivo “ contro la cripto­lingua delle immagini contro il pensiero “ selvaggio “ dei disegnatori laureati io riven­dico il mio diritto a portare la faccia cioè il corpo che ho. Il corpo storica­mente de­terminato: con i baffi non ci sono mica nato. Li porto al termine di un lungo percorso du­rante il quale ho avuto di tutto anche la faccia nuda an­che la barba incolta. I baffi di Stalin ma anche i baffi di Nietzsche, i baffi di Clark Gable ma anche i baffi di Vit­torini, i baffi di Marcel Proust o di Freddy Mercury (il cantante dei Queen), tanto io sono sempre io. I baffi del mio babbo morto. Che non fece mai male ad anima viva. Ce li ho perché ce li ho. Perché non voglio fare la fa­tica di adattarmi a vedere un’altra fac­cia domani mattina nello specchio. Perché ho già abbastanza problemi. Perché non ac­cetto lezioni di faccia da nessuno. Tanto meno da. Giù le mani dai miei baffi. Anche i bar­bieri. Soprattutto i barbieri. Me li taglio da solo. Domani. Forse. Se mi va. Solo se mi va. Io mi dichiaro solidale con Achille Occhetto perché sono morto (participio passato del verbo “ morire “). Sono morto ma prima ero vivo. Mica ci sono nato morto. Prima ero vivo e poi sono morto. Essendo morto spero di tornare a vi­vere. Ho un po’ di nostalgia per la vita che – a quanto ricordo – non è sempre brutta. Io spero. Un po’. (I baffi di Germi i baffi di Flaiano i baffi di Dalì i baffi di Costanzo i baffi di Mina i baffi di Tacconi i baffi di Benjamin i baffi di Maupassant i baffi di Stravinskji i baffi di Ma­rinetti i baffi di Gene Hackman i baffi di Gino Cervi… ) » “.


Martedì 24 marzo 2015

s1211e c’è una cosa che ho imparato al giornale è a scrivere in mezzo al rumore. Era anche molto faticoso: seguire il corso dei propri pensieri mentre intorno a te decine di macchine da scrivere ticchettano – allora non c’erano ancora i computer -, decine di voci risuonano, decine di telefoni squillano, c’è gente che va e gente che viene, e le notizie, sempre, incombono. E la cosa riguarda anche te, perché anche tu devi ticchettare, devi parlare, devi rispondere al telefono, devi seguire le notizie. Perché non sei lì per caso, perché anche tu sei giornalista. Però lo sei un po’ a modo tuo, hai, diciamo così, una “ riserva mentale “, una reticenza, una renitenza. Così, mentre ticchetti, parli, telefoni, continui a seguire una traccia mentale soltanto tua, cioè pensi, e quello che pensi tenti anche, in qualche modo, di non dimenticarlo, cioè lo scrivi etc. Scrivo queste cose perché stamani sono cominciati i lavori per il rifacimento dei pavimenti dei balconi, sulla base di quanto deliberato nell’ultima riunione condominiale etc. Il ché significa che, sopra la mia testa, da qualche ora, è tutto un battere, un trapanare, un segare, insomma è un casino bestiale che, francamente, mi snerva. E comunque scrivo. Anche stamani, dentro il rumore, in qualche modo, ” silenziosamente “, diciamo così, scrivo. Non è una missione, è una sopportazione.

Per forza non si alza “ (Pubblicità dei materassi Tempur)

Antonio Casassa non è riuscito ad accettare l’idea di una vita senza Luigina, il suo unico amore. Così quando si è accorto che la moglie era ormai morta nell’incendio della loro casa, partito proprio dalla camera da letto, ha deciso di rientrare nell’appartamento e restare accanto al lei. Non ha fatto che pochi passi: i vigili del fuoco l’hanno trovato riverso nell’ingresso di casa. « Alcuni di noi – racconta un vicino di casa – sono riusciti ad entrare nell’appartamento e hanno visto il corpo di Luigina riverso sul letto in fiamme ». Il rogo, secondo i primi accertamenti di carabinieri e vigili del fuoco, sarebbe stato causato da un cortocircuito, probabilmente causato da una lampada nella camera da letto. « Abbiamo cercato di salvare la donna, ma era già morta – prosegue il testimone – C’era tanto fumo e, quando siamo usciti sulle scale per prendere fiato, Antonio si è chiuso in casa. “ Se Luigina è morta, io lo farò con lei “, ha urlato. Poi siamo dovuti scappare, perché il fumo rischiava di uccidere anche noi… ». “ (Dai giornali)

Applaudono, i parenti delle vittime. Contenti loro.

Io odio: le etichette con il codice a barre. (Il sospetto che siano le etichette che odiano me)

Se c’è una cosa che mi secca è essermi laureato. A Siena. Quarant’anni fa. A trentun’anni. In filosofia, ma con una tesi su Gadda. Con Franco Fortini. Non che non mi sia sembrato strano fin dall’inizio. Io arrivavo da Torino. Dove ero andato non so bene a fare che cosa, seguendo, diciamo così, qualcosa di rosso. Se non mi ero ancora laureato è perché, da molti anni, avevo fatto tutto meno che studiare per ottenere il diploma di laurea. Perché avevo pensato che non fosse importante, e che, comunque, non era quello ciò che volevo fare nella vita. Ciò che avevo fatto erano molte cose, tutte ugualmente inutili dal punto di vista di una laurea à venir. Avevo viaggiato, nel senso almeno che mi ero spostato, di città, di casa, di amicizie, di donne, di lavori. Avevo anche cambiato spesso i miei interessi culturali, il genere di libri che leggevo, il linguaggio in cui, en passant, cercavo di rappresentare le mie esperienze: la fotografia, l’arredamento, l’abbigliamento etc. Si dirà che erano gli anni Sessanta, i gloriosi, i favolosi, i tempestosi anni Sessanta. Eppure, anche allora, c’era chi mostrava di viverli in tutt’altro modo, con calma, e soprattutto con lungimiranza, diciamo così. Io, invece, per niente. Io non stavo mai fermo, non avevo, come si dice dalle mie parti, “ fermezza “. E anche per quanto riguarda la laurea, la tesi di laurea, cambiavo continuamente parere. Se ben mi ricordo, credo di avere anche pensato di fare addirittura una tesi di economia, su Schumpeter, il teorico dell’” innovazione “ etc. Mah. Boh. Poi, a un certo punto, dopo tutta questa rovina, mi sono ricordato, oppure ho creduto di ricordarmi, che io ero sempre stato soprattutto – soltanto? – un letterato. Cioè che mi piaceva la letteratura, mi era sempre piaciuta. E anche che, diciamo così, io ero sempre piaciuto a lei. E così sono tornato. E mi sono laureato, con una tesi su Carlo Emilio Gadda – che, non faccio per vantarmi, è nato il mio stesso giorno etc. Ma allora, perché, dopo tanti anni, dico che mi secca? Direi perché laureandomi ho capito di avere fatto l’ennesima cosa inutile, anche perché, diciamo così, io laureato ero nato. E semmai era stato dopo che avevo smesso di esserlo, rinunciando agli onori e agli oneri, uscendo “ allo scoperto “, nel cosiddetto mondo, nella famigerata “ realtà “. Che non fa mai rima con “ università “. Come la mia città, ogni volta che ci penso, dimostra. Mi secca essere, come tanti altri, inutilmente laureato. Come se, a differenza degli altri, non sapessi che cosa significa laurearsi. Come se, invece che settanta, avessi vent’anni, gli sciocchi, speranzosi vent’anni di quelli che non vogliono credere che non sono la più bella età della vita. Se non mi fossi laureato, se non altro avrei potuto dire: “ Non sono dottore “. Che, almeno, quello è un film. Che è sempre meglio di niente. (Poi sono andato a farmi il prelievo. E c’era la ragazza con i tacchi altissimi. Ma il punto non è questo, il punto è che era vestita di rosso e di nero. Come cinquant’anni fa. Come sempre. Eternamente rossa. Eternamente nera. Come un prelievo. Che dice che è per il mio bene. Sarà… )


ROSSORI

Sotto un grafico in cui si vede la rotta dell’aereo caduto su una montagna della Provenza scriverò la seguente didascalia: “ Di Provenza il mare e il suol “.

provenza


Mercoledì 25 marzo 2015

q1077uando leggo che a Siena, dal 27 al 29 marzo, si terrà una “ tre giorni del gusto e del buon vivere “, io ripenso al professor Galvano Della Volpe. Penso che non c’era bisogno di farla tanto lunga. E comunque non mi si venga a dire che Filippo Saporito, “ giovane chef stellato ”, non è un nome d’arte…









Poi, giù nella piazza, come al solito, vedo l’uomo con il cane – l’uomo vecchio con il cane vecchio. Penso: beato lui… « Che ha il cane? » No, che ha l’ombrello. Oggi piove, a zeffunno, diciamo così.

Parole desuete:  “ catorcio “ – courtesy Santanché, parlando dei barconi con i clandestini.

Le due vigilesse “, dice l’ex-sindaco Rutelli commentando il servizio sugli abusivi di piazza San Pietro. Però il simpatico politico, questa volta, ha sbagliato: dei due viggili uno era un uomo, con i capelli lunghi etc. Comunque non fa niente. Come il romano Rutelli ci ricorda è da i’ milletrecento che le cose vanno così: tutte le strade portano a Roma, lo sanno tutti, non c’è bisogno di viggili etc.

I 100 anni di Ingrao. Ovvero: il comunismo come tirare a campare.

Repubblica ci fa sapere che il giornalista di Repubblica Filippo Ceccarelli ha donato il suo archivio alla Camera dei Deputati. Tanto per fare notizia.

Il giornalista: a botte di citazioni.

« Lei è giornalista? » « No, sono obiettore di coscienza ».

Posso anche sbagliarmi, ma non credo: a un certo punto, Carla Capponi, la celebre gappista di via Rasella, ha detto: “ Pietro Calamandrei “. Allora ho capito che non era Carla Capponi, anzi no, perché lo sapevo già. Del resto si sa, nessuno è perfetto etc.


Giovedì 26 marzo 2015

s1212tamani, dopo che, ieri sera, nei fascinosi ambienti del MAXXI, ho assistito allo spettacolo Tante facce nella memoria, sull’eccidio delle Fosse Ardeatine, recitato da sei bravissime attrici, con la regia di Francesca Comencini, ripenso a quel vecchio diario che dice: “ 18 febbraio 1986 – I « comunisti romani ». Senti come suona strano. E a vederli, poi. “. Quello che penso stamani è che, se dire “ comunisti romani “ continua a sembrarmi strano, dire “ comuniste romane “ lo sembra assai meno. Forse perché, quando si parla di donne, e soprattutto quando si parla di teatro, la stranezza non è mai strana, anzi, si potrebbe quasi dire che è “ di rigore “. La stranezza delle donne io ho l’impressione di averla sempre conosciuta, che ci sia sempre stata. Dovunque sia stato, a Roma come altrove. Per esempio a Siena, nella mia città. Per esempio la mamma, che assolutamente non era comunista – anche se per molti anni, su mia va detto istigazione, ha votato per il Pci -, ma era assolutamente strana. Forse per questo, per il fatto di essere nato da lei, per la forza un po’ indistricabile del rapporto che ci legava, per una sorta di indelebile imprinting, io ho poi incontrato un certo numero di donne che, anche loro, in quanto a stranezza, diciamo così, non scherzavano. E comunque, a conti fatti, non posso dire di averci capito qualcosa, dico della stranezza delle donne. Chi avrebbe potuto aiutarmi a capirne qualcosa sarebbe stato il mio babbo, almeno di quella della mamma, visto che era lui che se l’era presa, strana com’era. Ma, che io mi ricordi, non l’ha mai fatto. E ormai è troppo tardi, visto che il mio babbo, cioè il marito di quella donna strana è morto da più di vent’anni. E anche lei, la mia strana mamma, da tanto tempo non c’è più. E io non so che fare, non so a chi chiedere le spiegazioni di cui avrei tanto bisogno. Mah. Boh. (Ieri sera, mentre nell’affollatissima sala, ascoltavo i terribili, strazianti racconti di quelle donne, tutto sommato “ strani “ – c’è della stranezza nel terribile, c’è del terribile nella stranezza -, a un certo punto ho pensato: e se arriva l’Isis e ci spara a tutti, attrici e pubblico, donne e inservienti, giornalisti e parenti? dopotutto eravamo in un museo, a Roma, nella capitale della Cristianità etc. Naturalmente non è successo niente, forse perché pioveva, oppure perché l’Isis aveva di meglio da sparare. Va anche detto che non avevo visto un poliziotto che fosse uno. Forse qui pensano che bastano le donne, la stranezza delle donne, la stranezza, a difenderci da chi vuole farci del male… )

Lui è un principe, ma non ereditario, lei un’ex indossatrice di intimo. Si sono incontrati in una discoteca quattro anni fa. Da quel giorno Carl Philip, duca di Warmland, terzo nella linee di successione al trono di Svezia e la giovane Sofia Hellqvist, ex porno star e modella sexy, « Miss bikini », non si sono più lasciati. Convoleranno a nozze il 13 giugno con la benedizione degli attuali sovrani, la regina Silvia e l’augusto consorte Carl XVI Gustav, mentre si sono conclusi i faraonici lavori a villa Solbacken, lasciata in eredità a Carl Philip dal principe Bertil. “ (Dai giornali)

A proposito di “ corruzione “, anzi di “ puzzo “, non poteva non tornarmi in mente un diario: “ 12 febbraio 1992 – Importante sebbene relegata nelle pagine della cronaca romana la pubblicità di PURO. Bambino nudo con pisellino in evidenza con respiratore simil maschera antigas guarda da un ambiente presumibilmente saturo di qualcosa di irrespirabile, un gas, un puzzo, che con tutta evidenza sale dal letto dove giacciono altrettanto nudi presumibilmente post-coitum i corpi dei genitori dell’infante (soprattutto il corpo del padre). Con tutta evidenza si tratta di due cadaveri. Il puzzo è quello della morte, dunque di corpi in putrefazione. Perché sono morti? Forse perché hanno fatto l’amore. PURO, invece. (Niente tuttavia impedisce di sospettare la colpa dei due « grandi »  sia quella di  dormire, cioè di non essere svegli, « risvegliati », di non partecipare alla cultura del risveglio c’est à dire del revival) “.

Il numero di chi sta in basso è molto aumentato “ (Da un ddibbattito)

L’” ipotesi suicidio “ nel disastro dell’Airbus. “ Che bestia “, dice lei.

Andreas, apri quella porta! “ (Dai giornali)

Poi vedo che c’è un articolo sull’Illuminismo. Ma non ho voglia di leggerlo. Penso: l’Illuminismo: un sistema per tagliare teste… (Antologia dell’humor nero, n. 66381)

Andrea Esposito, soprano “ (Da un programma Rai)

“ È stato bravo, Marinetti “, dice lei. Che, sbagliando, ogni tanto ci azzecca. Comunque, Farinetti, come nome d’arte, non teme confronti.


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“ 13 gennaio 1988 – Mi dice: « Luciano Serra pilota ». Ha ragione: ho volato. Ma non lo faccio più. “.


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“ 29 luglio 1991, Locorotondo (BA) – Tadie cita questo Proust: « E, come un aviatore che fino a allora si sia trascinato penosamente a terra, decollando d’improvviso, io mi alzai lento verso le silenziose altezze della memoria. » “.


Venerdì 27 marzo 2015

M894virgai più un uomo solo in cabina “ (Dai giornali)













Massimo Vedovelli “, assessore alla cultura del comune di Siena. (Nomi d’arte, n.77201)

 “ Un uomo solo al comando di un aereo “ (Da un tg)

Schettinen “ (Titolo del Giornale)

Un uomo solo ai comandi “ (Dai giornali)

È pazzo?… Son pazzi?… “ (Federico De Roberto, I Viceré, cit)

Il mistero del pilota assassino “ (Titolo di Repubblica) E quello della caccola insanguinata? Tutti i misteri sono buffi.

Poi vedo il titolo del Venerdì: “ Il vitellone “ – sopra una foto di Salvini. Ne deduco, ma lo sapevo già, che Repubblica è la continuazione del cinema con altri mezzi. Tanto valeva, penso, che scrivessero “ abbacchio “ – cfr.: “ 23 dicembre 1984 – Come precisa Alberto Sordi a Fantastico 5 « a Roma non le magnamo le bambine ». Perché non mangiano? No, perché « noi c’avemo l’abbacchio ». Forza lupi. “.

Poi mi torna in mente di quando mandai a Fortini una – brutta – poesia in cui, fra l’altro, c’era scritto: “ Se uscirai ti aspetto “, e lui, poi, mi disse che l’aveva inteso come un “ ti aspetto fuori “. Quello che voglio dire è che bisognerebbe che uscissero, perché fin che stanno dentro

La freccia del Sud “. (Titolo della fiction su Mennea) E quella del Nord?

Amore tutta colpa della lontanza / nascita e fine di una relazione “ Titola Repubblica.it. Che preferisce la vicinza.

Poi c’è il prof del Mamiani che dice che, anche quando va al cinema, lavora. Dice così il cinedocente.

Tacito, sullo sfondo, un biondo décolleté. (Il ddibbattito)

Dice che c’è il boom dei libri fotografici. Mi sembra il minimo.

Dice il giornalaio – che è un bottegaio – che il figlio si è svegliato la notte e gli ha detto: “ Papà, contiamo gli orologi “. Ne deduco che in quella famiglia contano tutto, anche il tempo – soprattutto il tempo?

I giornalisti: parlano dei film.

” Da bambino sognava di essere un piccolo Icaro, immaginava di pilotare aerei grandi lassù, sopra alle nuvole, dove c’è sempre il sole. “ (Dai giornali)

Poi esco e vedo una che casca per terra. Ma non è colpa mia. (Sono le famose buche di Roma)


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“ Sabato 5 giugno 1999 – Un uomo solo al comando… Magari se era una donna… « Se era una donna che? » Niente, non era sola, ecco. “.


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“ Venerdì 11 novembre 2005 – Poi ritrovo una poesia che, a quanto sta scritto sul foglio, risalirebbe al 1966 – proprio l’anno in cui divenni padre: « Lungo la strada / sono ferme auto / in riposo. / La domenica / corsero / con dentro / uomini e donne / e vecchi / pieni di meraviglia; / i figli / in grembo / stavano alle madri / pieni di voglie. / Molte / le auto / tornarono / in lunghe file, / annoiate / e stanche / del breve godere. / Altre / nere / per il fuoco improvviso / sull’asfalto / restarono / o grigie / in fondo / a fiumi freddi. / Le donne / tacquero. / Tu cavalcavi le ginocchia / del nonno, / Piero, / quando volaste nel fiume. / L’odore ricordi / di quel vecchio / che fu l’unico / di voi / che morisse senza / dibattersi. / Gli altri no, / sul sedile davanti, / quando l’auto / cominciò ad affondare, urlavano / con urla nuove / ai tuoi orecchi. / Battevano l’acqua / gelida / con le braccia, / e i vetri / senza romperli. / Il vecchio / ti strinse / da dietro / accostando / la faccia / alla tua. / Ti tenne fermo / quando / anche tu / senza che lo volessi / cominciasti / a dibatterti. / Era forte, / e l’odore / di lui, / ancora, / ti piacque. / Convinto, / dormisti / senza sentire paura. ». “.


Sabato 28 marzo 2015

I1888virgl narciso kamikaze “ (Dai giornali)













Pietro Migliaccio, nutrizionista “. Ogni giorno il suo nome d’arte.

Innocentisti “: i colpevoli lo sono sempre. (Dopo l’assoluzione di Raffaele e Amanda)


ROSSORI

Sotto la foto della “ reggia “ costruita dal postino francese Ferdinand Cheval dal 1879 al 1912 scriverò la seguente didascalia: “ Matto come un cheval “.

cheval2


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“ 17 gennaio 1983 – Foto: Sant’Andrea della Valle, abside. « Passioni socius Andreas Christi ». “.


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“ 2 aprile 1985 Lo chiameremo Andrea. Per prenderlo in giro? “.


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“ 3 settembre 1991 – « Retequattro – 9. 40. Señorita Andrea. Telenovela. » (Dai giornali)


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“ 31 luglio 1992  Per anni ho fatto il bagnino. « Andrea!… Andrea! », chiamavano le belle denudate. Portavo bibite. Spingevo pedalò. E sempre quella musica negli orecchi, « Sei diventata nera.. nera… nera… ». A maggio ero già abbronzato. A ottobre lo ero ancora. Quando venivo in città mi sentivo spaesato. Troppi vestiti. Troppe auto. Sudavo e inciampavo. Tornavo subito al mare. « Andrea!… Andrea! », mi salutavano le impiastricciate. Ricominciavo a spingere. Ricominciavano a chiedere. Ma la cosa peggiore erano le chiacchiere. Avrei voluto essere sordo ma ci sentivo fin troppo bene. « Tu di che segno sei? ». Quando facevano i test avrei voluto morire. Stavo bene solo al mattino prestissimo. Nell’aria incontaminata dell’alba facevo la pace col mare. Approvavo le piccole onde inneggiavo alla brezza congratulandomi dello splendore col sole appena sorto dietro le colline. Allora tutto era di nuovo perfetto. Le ombre nette. I verdi del mare e dei monti nella giusta gradazione. Il cielo, se azzurro, azzurro. Una nuvola rosa, quando fosse, rosa. Respiravo. Seguivo con gli occhi una vela sul filo dell’orizzonte. Immaginavo altri mondi. Immaginavo di partire. Spesso mi addormentavo così, sulla spiaggia ancora deserta. « Andrea!… Andrea! ». Durava poco. Le corpulente mi ricacciavano dentro il giorno. Untuoso. Affollato. Fino alla faticata sera. Per anni ho fatto il bagnino. E lo faccio ancora.“.


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“ Sabato 8 giugno 1996 – E ora mi rivolgo a voi, Andrea di tutto il mondo, vitaminici Andrea, spavaldi, generosi, sussiegosi, amorosi, luminosi, alti Andrea delle nuove generazioni. Vi siete mai chiesti perché vi hanno chiamato « Andrea »? No? Allora fatelo subito, finché siete in tempo. Chiamarsi Andrea non è la stessa cosa che chiamarsi Luigi o Francesco o Giuseppe o Ermete – per quanto… Ermete… Chiamarsi Andrea è un bell’impegno, una gatta da pelare, una rogna da grattare. Dalle mie parti, che somigliano alle vostre più di quanto crediate, si usa talvolta un’espressione piuttosto volgare, o almeno si usava: « Fare da potta e da culo ». Fare, cioè, il maschio e la femmina insieme. Potete anche pensare che sia un vantaggio, ma alla fine, vi assicuro, stanca. Come quel vostro bel nome che è da uomo ma può sembrare anche da donna – il mio nonno diceva che era da donna, per farmi arrabbiare -, e infatti, se avete notato, in Germania, in America, alle donne ormai sembra sempre così, quel marchio di fabbrica che vi hanno messo addosso, i fabbricanti, i produttori. Vi accorgerete, carissimi Andrea, di quanto Andrea sia un nome da figlio, e fare il figlio in un certo modo, vi posso assicurare, non è un vantaggio. Potrà anche succedere che vogliate decidere, per semplificare le cose, per amore della chiarezza, perché vi siete rotti le palle, se essere uomo o essere donna, se fare da potta o fare da culo, ma, con quel nome che avete, non vi sarà possibile. Condannati all’ambiguità, dovrete vivere la penosa, logorante esperienza del doppio lavoro. Sarete ancora lì, stremati, sfiniti, quando gli altri saranno già andati in pensione. Ma da laggiù continueranno a chiamare, come hanno sempre fatto, straziandovi le orecchie: « Andreaaaa… Andreaaaa … Andreaaaa… ». Per puro sadismo. Capirete che cosa siete: uno scherzo di natura, no, volevo dire di fabbrica. L’invenzione di due operai. La trovata di due burloni. (Le donne invece, anche a chiamarsi Mattea come la nipote di Dario Fo non rischiano niente. Le donne, ve ne accorgerete, non rischiano mai niente) Finirete per scrivere un diario. “.


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“ 29 ottobre 1987 – « C’è Thomas Mann, si obietta; e sì, lui capì tutto o quasi del nostro mondo, ma sporgendosi da un’estrema ringhiera dell’Ottocento. Noi guardiamo il mondo precipitando nella tromba delle scale. » (Italo Calvino in «Ulisse», 24/25, 1956/57, fascicolo dedicato a Le sorti del romanzo / Goffredo Bellonci, Comisso, Romanò, Vicari, Cantoni, Praz, Armanda Guiducci, Pasolini, Garosci, Gorlier, Bo… ) “.


Domenica 29 marzo 2015

p1101ensiero del giorno: “ Morire non è bello “.













Anche Jobs (Steve) come nome d’arte non scherza – ha dato lavoro a tanta gente…

Il diritto è sensibile, come la pelle del pene “ (Fulvio Abbate, scrittore – del cazzo?)

Mi pare di avere capito che non si va in televisione per presentare i libri ma si scrivono i libri per andare in televisione. Much Ado About Nothing.

Un uomo solo al telecomando.

Correre come un ne(g)ro “ (Vedendo la Stramilano) (“ Fumare come un turco “, “ Nuotare come un pesce “, “ Dormire come un ghiro “, “ Scopare come un riccio “, etc.)

Non si riflette mai abbastanza sul significato dell’espressione “ prendere per il culo “.


Lunedì 30 marzo

n1063on avevo bisogno di vedere La freccia del Sud, la fiction sulla vita di Pietro Mennea diretta da Ricky Tognazzi, per convincermi che il cinema è sudista, direi “ profondamente sudista “, se fossi certo che qualcuno capisce quello che voglio dire. Comunque La freccia del Sud lo è, in maniera quasi perfetta, addirittura “ accademica “. Poiché io non sono un critico cinematografico, e tantomeno un critico televisivo, non intendo ora sforzarmi di documentare puntualmente questa affermazione. Voglio soltanto ribadire che ieri sera ho assistito all’ennesima, riuscita messa in atto di quello che, secondo me, è una sorta di “ colpo di stato “, dico quello stravolgimento radicale, micidiale del discorso, se non nella politica, nella lingua, cioè nell’immaginario, che il cinema, quando “ funziona “, riesce a produrre. Per intanto sarà il caso di annotare che il direttore di Rai Fiction, che ha prodotto La freccia del Sud, si chiama Andreatta (Eleonora), sì, avete sentito bene, Andreatta, proprio così. Insomma, quello che ho capito vedendo La freccia del Sud, è che “ moriremo democristiane “, sì, avete capito bene, ho detto “ democristiane “.

Poi, ineluttabile, laconica, poco meno che muta, istantanea, apocalittica, apodittica, come una risata, come una disgrazia, anche stamani nel turbinio delle notizie, nel maelstrom delle opinioni, arriva la vignetta di Emgia. Che sarebbe Emilio Giannelli. Che sta a Siena. Che non si è mai mosso di lì. Che se lo incontro mi saluta, perché lo conosco. Perché sono di Siena anche io. Ma io mi sono mosso. Voilà la petite difference. Chiamala piccola.

“ Al lupo! Al lupo! “. Il sospetto che il lupo, dopotutto, gli piaccia. La credenza nel(l’esistenza del) lupo.

Poi c’è il professor Veronesi, il celebre oncologo. Ma forse sarebbe meglio dire “ senologo “ – il cancro al seno. La cancrologia: è ancora da scrivere. (Il professor Veronesi ha scritto un libro: Il mio mondo è donna)

Alla bolletta… non a lei… alla bolletta… “. Nella pubblicità c’è qualcosa di “ antropologicamente corretto “ che mi terrorizza.

Si riparla di Mani Pulite. Per via della fiction su Sky. E io, dopotutto, provo la stessa sensazione di allora: “ 18 dicembre 1993 – Enormità di Tangentopoli: c’è da avere paura a non esserci stati dentro. “.

Le statue trovate in Sardegna. Il gioco del “ c’ero prima io “.


ARCHIVIO

“ 20 dicembre 1989, in treno fra Roma e Siena – Mi siedo e vedo riflessa sul pomello cromato del rubinetto una piccola faccia rossa: sono io che seduto guardo. Vedo anche sul rotolo quasi esaurito della carta igienica una scritta azzurrina: « … vie dello Stato ». Caco e penso: le vie dello Stato sono infinite. “.


Martedì 31 marzo 2015

p1102oi in tv vedo la storia di Tyron, ragazzo milanese con una grave disabilità. E comunque, penso, anche chiamarsi Tyron non è un problema da niente.











Nelle intercettazioni della Procura di Napoli, un filo rosso lega i personaggi coinvolti nell’inchiesta con protagonisti della scena politica. “ (Dai giornali)

Sono sicuro di ricordare che Una giornata particolare (Ettore Scola, 1977) comincia con la visione di qualcosa di rosso che, solo dopo un po’, si rivela essere quello delle bandiere naziste esposte per la visita di Hitler a Roma. Oppure mi sbaglio, chissà. [*] [*] Questa nota dovrebbe in realtà essere la prima della rubrica di “ rubrologia “, diciamo così, che inauguro qua sotto.

C’è anche da dire che il vino della moglie di D’Alema si chiama ” Sfide “. Sfido che c’è chi si è sentito ” sfidato “.

E intanto Giorgio Van Straten diventa direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di New York. Tomen tomen cacchien cacchien.

Poi ripenso al mio amico sceneggiatore. Quarant’anni fa fece una rivistina che si chiamava A / Traverso. Penso che il cinema, effettivamente, attraversa. Penso che c’è chi attraversa e chi no.


SAXA RUBRA

“ Senza data [1975] – è una giornata bella ma frigida / altrove al paese si commettono errori / grossolani rossori di vergogna di cui / la faccia rigida si ravviva il poeta / non residente qui meno che lì non / si può credere che viva o qui o lì / di queste minestrine in grigio perla / cachemire pietra serena piccione e / un po’ di giallo piagnone polenta / per sostenere lo stomaco. (Primo addio a Firenze) “.


SAXA RUBRA

“ 30 settembre 1978 – I colori: il rosso, ormai. “.


SAXA RUBRA

“ 16 luglio 1979 – qualche rossore / qualche rossastra / idea / qualche / arrossata / epidermide / era lo stato / lai(d)o. “.


SAXA RUBRA

“ Senza data [1980] sulla sublimazione. e sublimiamo e sublimiamo. buongiorno. il sublime è tutto mio. sbattuto su questa scena. ero nudo. il naso si fece subito grosso rosso e rotondo. dica qualcosa perché qui non c’è niente di peggio del silenzio. le parti sono queste. questo l’intreccio. non mi pare un gran che. guardi che se non fa qualcosa le rideranno in faccia. “.


SAXA RUBRA 

“ Senza data [1981] – « Intrigato »: parola di uso attualmente comune. Si dice di filo. Filo rosso? “.


Mercoledì 1 aprile 2015

d1085ice Jovanotti che bisogna “ andare oltre “, e io non escludo che abbia ragione, anzi, è sicuro che ce l’ha. Perché è sicuro che si va sempre “ oltre “, non si può non andarci, perché il mondo gira, e non si ferma mai. Resta solo da capire meglio che genere di avverbio è “ oltre “: di spazio o di tempo? Insomma, se è vero che c’è un limite, un confine da superare, da infrangere, da lasciarsi alle spalle, è anche vero che chiedersi di che confine si tratti, in che senso lo sia etc. resta legittimo, e, anzi necessario. Io mi ricordo che, quarant’anni fa, quando, tornato a casa, tentavo di ricominciare qualcosa che avevo l’impressione di avere, rovinosamente, interrotto una decina di anni prima, pensai che non volevo “ andare oltre “: volevo fermarmi, che tutto si fermasse, meravigliosamente, in quell’anno incantato. Naturalmente non fu possibile, anzi peggio. Tutto, allora, cominciò a muoversi, freneticamente, in una direzione che mi accorsi subito io non capivo bene quale fosse. Mi accorsi che stavo restando indietro, nel mio inutile, privatissimo, incanto. Se ne andavano tutti, il mondo, se ne andava. Andava “ oltre “, andava “ al di là “. “ Al di là “ dove? “ Al di là “ quando? Jovanotti è giovane, è un giovanotto. Ha l’età di mio figlio, quello che ho fatto quando ero un giovanotto io. Però mio figlio, esattamente come Jovanotti, ha quasi cinquant’anni. Quello che mi colpisce è che – Jovanotti, non mio figlio – porta sempre un cappello in testa, e anche questo è qualcosa che non ho ancora capito bene perché.

Nell’anima di Andrea [*] Lubitz “ (Titolo di un articolo su Doppiozero) [*] Sic.

Se qualcuno pensa che io mi diverta a scrivere questo diario, si sbaglia. Io, ormai, lo odio. Come odio me stesso. Non fosse che ormai sono vecchio, e i vecchi, si sa, fanno, soprattutto, pena

Ha voluto uccidere tutti? “ (Dai giornali)


SAXA RUBRA

“ Senza data [1981] – Incontinenza nella vista. In Francia da ragazzo mi sedussero il rosso delle strade, quello dei ristoranti cinesi e dei capelli delle parigine. “.


SAXA RUBRA

“ 24 aprile 1982 – Napoli Centrale. La piccola donna con il fagotto in testa seguita dal cagnolino che zoppica ha: mantellina rosso bordò, golf rosso bandiera, gonna celeste a fiorellini su calze di lana rosso Cina. “.


SAXA RUBRA

” 2 gennaio 1983 – Solo per attirare il toro soltanto per matarlo il rosso del torero. “.


SAXA RUBRA

“ 19 settembre 1984 – Passo mangiando un gelato e il ragazzo seduto sullo scalino mi guarda con un’aria che non potrei chiamare altrimenti che « di sfida ». Noto che indossa una tuta rosso fiamma. “.


SAXA RUBRA

“ 5 novembre 1985 – Vedi lo scherzo del Mar Rosso e impara cosa succede a correre dietro agli ebrei. (I dieci comandamenti, De Mille, 1923) “.


SAXA RUBRA

“ 3 dicembre 1986, Roma – Un’immensa bellona rossa i capelli rosso il maglione rosse le gambe una monumentale minigonna – rossa – in movimento nell’Ottantasei. Même. “.


SAXA RUBRA

“ 31 gennaio 1987 – Evtushenko vestito di rosso. Da Maurizio Costanzo. Show. “.


SAXA RUBRA

“ 18 maggio 1987 – Anche Vanessa Redgrave-Maria Stuarda avvampa nella magnificenza dell’abito rosso nella scena finale dell’esecuzione. “.


SAXA RUBRA

” 23 giugno 1987 – L’immane femmina sui quaranta radiosa di primo mattino davanti al semaforo. Rosso. “.


Giovedì 2 aprile 2015

s1213tamani penso che il mio errore è stato quello di pensare di dovere difendere il mio babbo. Come è noto i babbi non vanno difesi, vanno fatti fuori, e basta – oppure lasciare che vengano fatti fuori etc.










“ Lettere a nessuno “. Come se Nessuno fosse uno che legge…

“ Siena – Il 21 aprile 2015 l’Università per Stranieri di Siena conferirà la laurea honoris causa in Lingua e Cultura italiana per l’insegnamento agli stranieri e per la scuola a Jhumpa Lahiri, scrittrice di origini bengalesi, nata a Londra e cresciuta negli Stati Uniti. La vicenda umana e artistica di Lahiri è esemplare per l’Università per Stranieri di Siena, che ha sempre fondato la propria identità sul nesso esistente tra l’insegnamento dell’italiano e delle altre lingue e la comunicazione interculturale. “ (Dai giornali)

Ho sognato che scrivevo nel mio diario: “ Lei mi dice di rinunciare alle illusioni. Ma rinunciare alle illusioni per me significa vedere le cose come realmente sono. Per esempio che lei è solo una vecchia rompicoglioni. E ora hanno cominciato a sparare, anche qua sotto. “. Infatti sparavano, erano vicinissimi, si sentivano i botti, si vedevano i bagliori delle esplosioni. Io chiudevo il computer, dicevo a tutti – eravamo su una terrazza -: andiamo dentro!, andiamo dentro!

Poi accendo la televisione. E mentre la guardo penso che non ho mai conosciuto niente di più “ dentro “ della televisione – “ Sabato 24 marzo 2013 – « È uscita dentro la televisione », diceva la contadina analfabeta. Quando me la riferirono mi sembrò una frase meravigliosamente esatta, più « definitiva » di qualsiasi discorso, saggio, studio sul potere del « piccolo schermo ». “.

Ieri sono andato alla libreria dell’A(ppla)uditorium e ho chiesto il libro di Moresco. Quando me l’hanno dato ho visto che è un libro grosso, un librone, ma, soprattutto, è strano. Guarda che cosa bisogna fare per vendere, ho pensato. Come se un libro non fosse strano di per sé, in quanto tale, in quanto libro. Strano come un libro, bisognerebbe dire così. In quanto a leggerlo… ora non esageriamo con la stranezza

Poi c’è Marina: Terragni. Ça suffit.

« Il nido del culo » a Napoli “ (Titolo di Repubblica.it) (Poi l’hanno corretto)


ROSSORI

Sotto una foto della terrorista turca uccisa scriverò la seguente didascalia: “ Sebben che siamo donne “.

turk


ARCHIVIO

“ Giovedì 20 novembre 1997 – Quando, come succede abbastanza spesso, mi trovo a pensare all’università, penso sempre a quel mio amico – si fa per dire – che nella mia città dirige l’università per stranieri. Un tempo l’università per stranieri era considerata una cosa poco seria, qualcosa fra la pro loco e il ristorante tipico, ma ormai non è più così, anzi, come vorrei dimostrare, non lo è mai stato. Io credo infatti che, in un certo senso – nel senso che conta -, l’università è sempre « per stranieri », cioè quelli che ci vanno, dal punto di vista di quelli che ci stanno, sono sempre « stranieri », gente venuta da fuori, e che, nella maggior parte dei casi, « fuori » è destinata a restare. Può sembrare strano, ma è così, e chiunque abbia avuto a che fare con l’università lo sa bene. La ragione è che l’università si fonda su qualcosa di piuttosto segreto, come un dialetto, una password, un mistero. E chi il mistero lo sa, ci sta, e chi non lo sa, non ci starà mai. Come fare a saperlo poi è un altro mistero – il mistero di sapere il Sapere – mistero profondo ma, essenzialmente, buffo. Questa natura misteriosa dell’università spiega anche come sia stato possibile che il mio amico – si fa per dire -, con tutto che era « straniero », cioè veniva da fuori – nel senso della città e anche nel senso della famiglia: era figlio, credo, di un tabaccaio -, sia potuto diventare direttore dell’università per stranieri. Che fra l’altro ormai, anche dal punto di vista legale – e dello stipendio – è un’università assolutamente come le altre. “.


ARCHIVIO

” Torino [novembre-dicembre] [1973] – Coitus interruptus – vecchio buon vecchio evocavi // (era per te la volta / del krem-caramello / io agnolotti) / lontananze / nebbiate / di biciclette / operaie tepore / di commissioni interne / saggezza e ironia / del Fatto, dio / mi sono addormentato al fuoco / di una nenia passata / (calava il congiurante / vino di un oste triste / albergatore recommended / di aspiranti suicidi) / nel tremolante riverbero / del tuo dialetto / prezioso e molle / fine nella tua bocca dopoguerra / come bigné si squaglia / in boccuccia di vecchia / (una bavosa sensualità / giallotorino) / occhi alla fonda / in una minestrina / calda di lacrime / lacrimoso metabolismo / miniato / nella monarchica e savoiarda / bruttezza come di caporale / pietromicchesco / della tua faccia una maschera / tinta e ritinta / nel significato / e piangevo babbo mio / e nonnina e tutti i morti / tutti, poi / t’hanno interrotto / eri al pezzo forte io / doppiando il mezzo litro / già singhiozzavo con te / nel tuo bollito misto / di vino langhe stropicciamenti virili affratellante onanismo stalinismo // t’ha interrotto // leggeva, caino, / ad alta voce / il conto // il conto! “.


ROSSORI

Sotto la foto del regista portoghese Manoel De Oliveira morto a 106 anni scriverò la seguente di-dascalia: “ Prima o poi l’amore arriva “.

deoliveira


Venerdì 3 aprile 2015

h525o pensato che potrei tornare a Siena e iscrivermi all’Università per Stranieri. Del resto un po’ straniero sono sempre stato. Come Jhumpa Lahiri, e anche di più. Scherzi a parte, io penso che non bisogna esagerare: con la stranieraggine. Che è un’arte, o non è.









Simboli e faccine si moltiplicano, sicché il fenomeno è ormai oggetto di studi. « La gente pensa che siano cose sciocche – dice Cecilia Aragon, docente dell’università di Washington -, pochi hanno compreso invece quanto sia sofisticato e profondo il cambiamento in corso nel linguaggio ». “ (Dai giornali)

Poi mi viene il sospetto di essere un “ giovane scrittore “. Nel senso che tutti gli scrittori sono giovani, che chiunque scrive lo è. Tanto peggio per loro, tanto peggio per lui. Sì, potrebbe darsi che io sia un “ giovane scrittore “. Ma fortunatamente non lo sono. Né giovane, né scrittore. Sono un vecchio, invece, e nemmeno poco.


Sabato 4 aprile 2015

I1889virgl silenzio complice “, dice il papa. E giù ddibbattiti.













Poi c’è uno che parla di “ antipatia “ della Chiesa, la Chiesa “ sta antipatica “ a molti etc. – a tutti?

Il silenzio. Qual è il contrario del silenzio?

I cattolici. Io potrei negare di essere stato cattolico? Nondimeno avrei molte difficoltà a ricordare in che senso – in che modo, in che forma – lo sono stato – fino a quattordici, quindici anni, fino al ’58, diciamo così.

La “ persecuzione dei cattolici “. Direi che ci sono molti modi di perseguitare – “ Lunedì 2 febbraio 1998 – « Molti modi di uccidere – Ci sono molti modi di uccidere. Si può infilare a qualcuno un coltello nel ventre, togliergli il pane, non guarirlo da una malattia, ficcarlo in una casa inabitabile, massacrarlo di lavoro, spingerlo al suicidio, farlo andare in guerra ecc. Solo pochi di questi modi sono proibiti nel nostro Stato. » (Bertolt Brecht, Me-ti. Libro delle svolte) “.

Ieri, mentre discendevo lungo via Gallia, ho incrociato una vecchia con i capelli tinti accesamente di rosso che muoveva incessantemente la bocca, come se volesse parlare senza riuscirci. Parlava per lei quel rosso esagerato, assolutamente folle dei capelli, diceva qualcosa che non capivo, ma che mi è sembrato comunque del tutto minaccioso, dico almeno per me, che il rosso, soprattutto, lo temo. Poi, al teatro del Vascello, anche Cinzia Leone, aveva i capelli tinti di rosso, un rosso più plausibile, quasi elegante, di parrucchiere. E tuttavia anche lei non era, dal mio punto di vista, bella a vedersi. Mi chiedo se sia questo rosso, il rosso delle donne, che mi toglie il sonno. Il sonno è la cosa a cui tengo di più, ma credo che sia esattamente per questo che c’è chi ha deciso che non debba più averlo.

’” Acido jaluronico “ o “ nostra dottoressa “? Padelle. Braci.

Stamani ho sognato che ero seduto nella platea di un teatro, e, a un certo punto, i due che mi stavano accanto si sono baciati, per l’esattezza, lui ha baciato lei. E vederlo mi è sembrato terribile, anche perché mi sono ricordato che baciare una donna era esattamente quello che volevo, prima che tutto si confondesse, si ingarbugliasse, come in una specie di film porno. Una vita sbagliata.


Domenica 5 aprile 2015

l1770a mamma di Ciro. Ciro, la mamma.













La questione meridionale / Romanzo

Ricordo ancora lo smarrimento di Pasolini, quando Einaudi lo invitò alla Fiera di Francoforte poche settimane prima di essere assassinato: « È un Lager, è un Lager… », mormorava. Era, naturalmente, la proiezione oltranzista di un artista all’estremo. “, dice Ernesto Ferrero, “ direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino “.

Adamo! Adamo! ” (Domenica in, Raiuno, ore 18. 08) [*] [*] A proposito di “ questione meridionale “.

Poi esco e incontro il mio amico che fa lo sceneggiatore. Stava prendendo la suocera per andare a mangiare. C’era anche la figlia, che non credo di avere mai visto prima. So che fa l’attrice, da lontano mi è sembrata molto carina. Ci siamo fatti gli auguri, poi, dato che avevo in mano una sigaretta, lui mi ha detto: “ Non hai smesso di fumare, eh “, ma senza cattiveria, va detto. Io, allontanandomi, ho risposto: “ Eh, non ci sono riuscito… “. Mi sa che uno di questi giorni faremo una rimpatriata. Io, comunque, ho pensato che lui, soprattutto, è di Roma. Che da Roma non si è mai mosso. Che anzi non si è mai mosso da questo quartiere, che, poi, è diventato anche il mio. Ho pensato anche che fare un mestiere come quello che fa lui dev’essere facile come essere di Roma, se di Roma si è. Io, invece, di Roma non sono e penso che non lo sarò mai. Il brutto è che ho paura di non essere di nessun’altra parte. È un po’ strano, ma è così. Credo che sia per questo che fumo.

“ Scrittori e popolo, nel 1965, scatenò un putiferio. “ (Dai giornali)


ARCHIVIO

“ 23 gennaio 1992 – « Scrittore e popolo »: così merita di essere intitolata la foto marzo 1954 in cui compaio fulgido in un cappotto di cammello chiaro in mezzo alla turba gioiosa dei militari di leva che festeggiano il commilitone ciclista vincitore della corsa. La mia piccola figura è in una luce chiarissima che contrasta con il grigiore uniforme delle divise. Ho sulla faccia dai lineamenti perfetti un sorriso assolutamente soddisfatto, come se la corsa l’avessi vinta io. C’è anche un mezzo babbo sorridente anche lui dal fuori della foto. “.


Lunedì 6 aprile 2015

q1079uello che penso stamani, che non è Pasqua ma Pasquetta, come dire una Pasqua più piccola, ma anche più leggera, meno impegnativa, più alla mano, più facile, più allegra, forse, è che Antonio Moresco doveva continuare a scrivere lettere, o comunque doveva continuare a pensarci su. Sul fatto che la letteratura è scrivere lettere, sul fatto che non si sa mai a chi siano indirizzate, sul fatto che non è mai detto che arrivino, causa Poste Italiane o altro, sul fatto che c’è chi, comunque, le lettere non le legge, sul fatto che c’è chi le legge ma non capisce quello che c’è scritto, sul fatto che c’è chi preferisce comunque comunicare de visu, sul fatto che anche chi le scrive spesso pensa che non c’è niente di più palloso che ricevere una lettera, sul fatto che ricevere una lettera fa sempre un po’ paura, cioè che una lettera è sempre un po’ “ minatoria “, sul fatto che, come si sa, di lettere se ne scrivono sempre meno, anche se, a pensarci, ad andare per strada, sull’autobus, in metropolitana, in ufficio, al cinema, al supermercato, la gente che scrive è sempre di più: con quelle dita magre, grasse, corte, lunghe, bianche, nere, veloci veloci, senza staccare gli occhi dal piccolo aggeggio. È tutto uno scrivere, uno scriversi, sono milioni, miliardi di parole che vanno di qua e di là, da Tizio a Caio, da Caia a Tizia, da Tizia a Sempronia: non si è mai scritto così tanto, ecco la verità. Del resto è anche vero che non si è mai mangiato così tanto, non si è mai cacato così tanto, non si è mai scopato così tanto, non si è mai nato, non si è mai morto così tanto come si nasce/si muore ora. Nel rotondo mondo.

Senta, io glielo devo dire, io glielo voglio dire: io, cinquant’anni fa, anzi di più, sono stato bocciato in italiano alla maturità. Quello che voglio dire, mezzo secolo dopo, anzi di più, è che è venuto il momento di pensare che non è stato un complotto, che aveva ragione lui, quel professore venuto da fuori, che, effettivamente, io non so niente dell’italiano, io non so scrivere, io, come scrittore, sono da bocciare. E non ha nemmeno importanza se poi essere bocciati o no è la stessa cosa. Perché il problema è un altro, è assolutamente un altro. E quelli che bocciano, che continuano a bocciare, lo sanno. E ci si divertono anche. E pensano che bocciare è sempre meglio che lavorare etc. E invece scrivere è sempre peggio. E soprattutto stanca. Scrivere stanca, bocciare no.

Il sospetto di essere capitato in un film di Fellini. Il peggiore dei film in cui potevo capitare.

Umanitario “.

Repubblica sta dalla parte della mamma di Ciro. Napolitanesse oblige.

Vedo un ddibbattito e improvvisamente capisco il concetto di “ mani pulite “. Quella che ammiro leggiadramente discutere è tutta gente che ha le “ mani pulite “, nel senso che non se le è mai sporcate, nemmeno una volta, nemmeno per sbaglio.

Sempre con la verga in mano, il Mosè. E la Faraona rispose. (I Dieci Comandamenti, De Mille, 1956)


Martedì 7 aprile 2015

c1303ome gli orchestrali sul Titanic, i giornalisti, imperterriti, continuano a chiacchierà, mentre l’Italia, jour après jour, affonda. Così, dopo tanto tempo, capisco che non era così strano che quel callista che, sessant’anni fa, veniva a casa mia facesse anche il giornalista e il violinista. D’altra parte, si sa, continuare è sempre meglio che lavorare…








La sordità è effettiva “ (Michele Serra, oggi) (“ Branchi di giovani maschi impazziti “ (Id., ibid.)

Bizzarro “: parola del mese. Eufemismo per “ matto “, “ assurdo “, “ demenziale “, “ truffaldino “.

Quarantacinque gradi e mezzo. È questa la « curvatura perfetta » tra bacino e spina dorsale che rende irresistibile un fondoschiena femminile. Dopo essersi interrogata sulle dimensioni del pene, la comunità scientifica si è dedicata a indagare – con successo, a quanto pare – le misure delle donne: un’équipe di scienziati dell’Università di Bilkent, in Turchia, e dell’Università del Texas a Austin, infatti, ha appena pubblicato sulla rivista Evolution and Human Behavior due studi scientifici che spiegano in dettaglio come, quanto e perché gli uomini eterosessuali sono così attratti da posteriori femminili prominenti. “ (Dai giornali)


ROSSORI

Sotto una foto di Roberto Saviano ospite di Amici di Maria De Filippi scriverò la seguente didascalia: “ Sodoma e Gomorra “.

saviano


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“ Senza data [1974] – […] Avvenne uno strano fenomeno: quel torbidore diffuso d’impotenza in cui s’era calato nei primi giorni cominciò a germogliare una voglia, inaspettatamente verde, di donna. Vicinissimo alla locanda c’era un bar, di apertura recente, perciò infrequentato salvo che all’ora di colazione. Lo gestivano in tre: due sposati, lei una meridionale, di Puglia, direi, capelli lisci lunghi nerissimi, tipo ce-l’ho-qui-tra-le-gambe, e il marito, dal ceffo ambiguo di magnaccia geloso. Ma la terza, la giovinetta nipote, ah, una criatura bianca, attillata rotonda e ipotetica, come bolla di zucchero filato. Faceva un’orettina di servizio, due di sabato, al massimo, ma più spesso, o puramente per suo gusto, la vedevano sotto i portici di via Po, la vedeva, come colomba passare, che culo! L’altra invece si notava dal petto, che, dondolando tenero, la fregava, contraddicendo al cipiglio spaventapasseri con cui elargiva un caffè. Anche la voce, roca, se le sfuggiva un ansimo, sentivi che saliva dalle zone più basse. Dava a sperare bene. Ecco: lui ebbe l’impressione di piacerle. Infatti lo trattava con una sfumatura di disprezzo in più. Quindi ci capitava sempre più spesso, sulla metà del pomeriggio, di solito. Le prime volte non osava niente di più che ordinare il caffè, simulando un tono distratto, ma anche cortese, cittadino, come se andasse per certi affari, la cui urgenza, si sa, disciplina i vizi, e, fatalmente, scarnifica i cerimoniali amorosi: quindi un’occhiata, un indugiare mellifluo del cucchiaino fra lo zucchero, o altrimenti, meglio, un breve restare sospesa della tazzina presso la bocca, alludente, è chiaro, all’invasione di un’onda d’urto magnetico-uterina – ricevuto-passo, che donna! -, o, infine, se pioveva, un son-qui-prendimi, detto dal cupo di una barba in disordine, l’occhio triste, cisposo. […] “.


Mercoledì 8 aprile 2015

s1215ento uno che evoca il nome di Montanelli e penso che di Montanelli, io, tutto sommato, non so niente, e anche questo dimostra perché non ho fatto il giornalista, visto che Montanelli dei giornalisti è una specie di santo patrono. Però poi, pensandoci, mi dico che di Montanelli, almeno una sola cosa potrebbe piacermi, anzi, a suo tempo, mi piacque: il nome di quel suo ultimo giornale, durato pochissimo, morto poco meno in culla: La Voce. Quando uscì, nel marzo del ’94, ricordo di avere pensato che quelli erano comunque tempi durissimi per qualsiasi tipo di voce, o, se non erano, lo stavano diventando. Perché stava per essere instaurato un regime in cui riuscire a dire qualcosa sarebbe stato, almeno in un certo senso, molto difficile. Perché un dominio era ormai istituito sopra di noi, all over the world, e sfuggire alle sue leggi spietate sarebbe stato per chiunque impossibile. Pensavo che questo dominio era ciò che mi piaceva chiamare “ l’impero del silenzio “. Un impero da cui la voce umana è bandita, oppure costretta a manifestarsi in forme tali da essere irriconoscibile. Un mondo in cui si comunica, intensamente, incessantemente, ma mai in forma di voce. Un mondo in cui parlare è, alla fine, inutile, perché, comunque, nessuno ascolta etc. Poi, almeno in apparenza, le cose sono andate diversamente. In luogo del silenzio, si è scatenato un immenso rumore, il frastuono di una moltitudine di voci che parlano tutte insieme, che pretendono di parlare tutte. Un putiferio, un bailamme, un gigantesco casino etc. (C’è anche da dire che io so pochissimo di molte cose. Tanto per fare un esempio, non so praticamente niente del vispo, monellesco decolté della ragazza dalla pelle scura e dalle labbra rosse – indiana? bengalese? pachistana? – che mi siede di fronte sul traballante 301, direzione Augusto Imperatore. Traballa il 301, traballa il decolté, traballo io, che sono vecchio e, dopo tutto questo tempo, ancora non so niente. E ancora continuo a dirlo, inutile, risibile, flatus vocis. Il fatto è che, se uno la voce ce l’ha, è convinto di averla, dovrebbe tirarla fuori, farla sentire, in un modo o nell’altro. A costo di parlare da solo, di essere preso per matto etc. )

Il secondo impegno che prendiamo col lettore è il disimpegno da qualsiasi forza politica, anche se il 27 dovremo optare per una di esse, e tutti ci chiedono – per lettera, per telefono, per strada, fino all’asfissia – quale sarà. “ (Dall’editoriale di Montanelli nel primo numero della Voce)

Poi vedo un documentario: Facce dell’Asia che cambia, di Carlo Lizzani e Furio Colombo (1973). Penso: paese che vai, facce che trovi. (Per una storia del faccismo, n. 77215)


Venerdì 9 aprile 2015

i1891l tassista: un uomo solo al comando?













De Gennaro: un napoletano solo al comando.

“ È stato arrestato il sindaco di Marino “ « È stato arrestato il sindaco Marino? » “ Di Marino “… ha detto “ di Marino “.

 I professionisti dell’anticorruzione.

Oggi è il compleanno della mamma. Se fosse viva avrebbe 101 anni. Ma non lo è.

Parlano del ’68. Che cosa è stato, esattamente? C’è anche quello che dice: qualcosa fra il Drive in e lo Statuto dei lavoratori. Che, dico io, potrebbero anche essere la stessa cosa. Tutto sta a capire di che genere di lavoratori si tratta. Quello che si può dire è che si tratta di un mistero, il solito mistero buffo etc.

Immediatezza “: parola da questurino – o da ministro (della giustizia). Idem per “ disponibilità “ (“ nella “).

Leggo Piccolo – La separazione del maschio, 2008. Penso che gli scrittori ci sono. Penso che bisogna imparare a diffidarne. Penso che il tempo dello stupore è finito. Penso che bisogna imparare a leggere.


ARCHIVIO

” 23 gennaio 1987 – Ci mettono due giornaliste e per di più straniere a controbattere il povero Sciascia (che ha parlato contro « i professionisti dell’antimafia »). « Che tedesca passionale », si compiace il sedicente moderatore. “.


Venerdì 10 aprile 2015

g479uardavo le ballerine. Ma non vedevo i nani (i comici).













« Ci han fatto togliere le cravatte per non confonderci con chi ha sparato ». Questo il racconto di due commessi che erano all’interno del Palazzo di Giustizia di Milano al momento degli spari. « È la prima volta che mi capita una cosa del genere – spiega uno di loro – siamo preoccupati e spaventati » “ (Dai giornali)

E Gad Lerner chiede “ severità “.

Tutto parla di vino in Italia “ (Da un ddibbattito)

La letteratura: con gli occhi chiusi.

Vedo in tv un servizio sul monumento a Caravaggio a Porto Ercole, ma non mi meraviglio più di tanto. Io sono convinto di conoscere già gli orrori della glocalizzazione. Soprattutto so che non si tratta di una questione soltanto “ estetica “. (“ Il sindaco di Monte Argentario Arturo Cerulli (ex comunista, ora Nuovo Centro Destra) ha una bella faccia tosta: quella che gli ha consentito di candidarsi al Parlamento di Strasburgo con il memorabile slogan « Maremma Europea! »; la stessa faccia che, tra una settimana, gli permetterà di inaugurare senza ridere il Parco Funerario di Caravaggio. “ (Dai giornali dell’estate scorsa. Dove si vede che, comunque, i giornalisti copiano))

Credo di dovermi definitivamente convincere del fatto che io sono malato. Gravemente malato. La malattia di cui soffro non ha, che io sappia, un nome. Così ho deciso di darglielo io. La chiamerò “ fotopatia “. Non significa che le foto mi fanno soffrire, ma anche.

Glieli devo dare colorati “, ha detto la tabaccaia porgendomi i quattro pacchetti di Camel che gli avevo chiesto. Infatti erano arancioni, verdi, viola, una “ carnevalata “, diciamo così. Come se fossi andato da lei, invece che per fumare, per ridere. Poi mi dovrebbe ancora spiegare perché insiste a darmi del tu. Ma questa è un’altra storia. Oppure è la stessa, chissà.

C’è un’ombra su questa storia “, dice la bionda, mentre sullo schermo si vede la faccia nera di don Graziano, il prete africano sospettato di avere ucciso la povera Guerrina. La bionda è una nota, notissima sceneggiatrice, nota bene. (La vita in diretta, Raiuno, ore 18. 11)

Uno spettro si aggira per l’Europa: il “ depresso “.

Ho capito che cos’è che non mi va in Francesco Piccolo: che è un marito, l’ennesimo marito. Il miliardesimo Jules. Come in un film. Il solito film. La solita storia. Ma non è mai la mia.

Scapoli/ammogliati… o, per meglio dire, apocalittici/integrati… “ (Da un ddibbattito)


ROSSORI

Sotto la foto della storica stretta di mano tra il ministro degli esteri cubano Bruno Rodriguez e il Segretario di Stato USA John Kerry scriverò la seguente didascalia: “ Americhe “.

americhe


Sabato 11 aprile 2015

e779 pensare che da bambino io mi sentivo troppo bambino, più bambino degli altri, che mi sembravano tutti uomini. Penso soprattutto all’aspetto, ai corpi, alle facce. Poi, invece, si è scoperto che erano più bambini loro, erano loro i bambini, they were the children. Se ne deduce che quello che conta è sempre il senso. E anche che le apparenze ingannano. Anche chi appare, se non sa di farlo. E pensare che io da bambino mi sentivo troppo poco maschio, meno maschio degli altri, che mi sembravano tutti molto maschi…





A questo punto io credo di essere, diciamo così, uno “ sdraiato “. Cioè, praticamente, un figlio di Michele Serra. Io, Michele Serra, in quanto padre, non dico che lo onoro, ma di sicuro lo ammiro. Cioè riconosco la sua forza, il suo potere, che poi consiste soprattutto nel fatto che ha una “ visione “. Cioè esattamente quella che io non ho, o non ho più. – “ 19 febbraio 1990 – Se l’Italia fascista era « in piedi », l’Italia antifascista è « seduta » – io mi sono addirittura sdraiato. “. Sdraiati di tutto il mondo…

L’archivio del giornalista Ceccarelli: dopo il “ secolo breve “, la “ memoria corta “. Tutto qu’i’ bischero d’i’ su’ nonno.

Ho capito: Roma è una città soprattutto ridicola. Roma buffona.

Alto, aitante, battutista “ (Dai giornali)


Domenica 12 aprile 2015

i1892eri sera ho visto Birdman, che è un film piuttosto notevole, anche se, alla fine del primo tempo, sono stato sul punto di pensare che per me era anche troppo, nel senso che mi sentivo un po’ stanco, ho anche pensato che, se avessi dovuto scrivere una recensione, l’avrei intitolata “ Lo spettatore stanco “ oppure “ Spettatare stanca “, se mai si potesse dire così. Stamani invece penso che quella che ho visto è la solita storia di un marito, anzi di un cornuto. Che, da che mondo è mondo, da che teatro è teatro, è sempre “ magnifico “ etc.




“ Nuoro – Finché resterà in vita un solo sopravvissuto ai campi di sterminio, l’Olocausto continuerà a occupare il presente. Perché sono le cronache, non i libri di storia, a raccontare come per quei sopravvissuti i conti col passato non siano affatto chiusi. È importante riappropriarsi anche solo per poco dei sogni che animavano la loro giovinezza fino al giorno della deportazione. Il sogno interrotto del sardo Modesto Melis, originario di Gairo (Ogliastra) ma residente da una vita a Carbonia, si è realizzato oggi, come racconta la Nuova Sardegna. Il giovane Modesto Melis era affascinato dal paracadutismo. Il coraggio non gli mancava e una decina di lanci bastarono per infiammare la sua passione. Il suo ultimo balzo nel vuoto avvenne 74 anni fa. Poi, improvvisamente, il cielo scomparve dalla sua prospettiva. Perché Modesto, un giorno, si vide costretto a guardare sempre in basso nel lager di Mauthausen, in Austria. Per sedici mesi. Sopravvissuto allo sterminio, da trent’anni Melis è impegnato nel suo ruolo di testimone dell’incubo, raccontando nelle scuole della Sardegna la sua esperienza da deportato durante la Seconda guerra mondiale. Ma si è sempre portato dietro il desiderio di tornare a indossare l’imbracatura e volare in alto per lanciarsi ancora una volta. Questa mattina, giorno del suo 95mo compleanno, Modesto Melis ha coronato il suo sogno. Si è lanciato al campo volo di Serdiana, dove è stato aiutato dagli istruttori e poi giustamente festeggiato da una folla di amici. « È stato bellissimo, lo rifarei di nuovo domani mattina » le prime parole di Modesto, una volta tornato coi piedi per terra. Lo scorso anno, a distanza di 70 anni, Modesto Melis aveva coronato un altro sogno, il viaggio della memoria e il ritorno a Mauthausen. “ (Dai giornali) [*] [*] Credo di avere capito che i giornali sono una “ fabbrica dello stupore “. Altrimenti detto che sono e si propongono di essere “ stupefacenti “. In tutti i sensi del termine.

 La “ società civile “: non si fa mancare niente. La “ società civile “: ha un segreto. La “ società civile “: non ne ho mai fatto parte. Ho sempre abitato fuori porta, io. La “ società civile “: si fa per dire.

I bambini sanno. Che non capisci un cazzo. In un certo senso.


ROSSORI

Sotto la foto di un miliziano dell’Isis che distrugge un bassorilievo dell’antica città assira di Nimrud scriverò questa didascalia: “ Liberté égalité actualité “.

isis


Lunedì 13 aprile 2015

U526virgne cravate “. Avevo sentito bene, aveva detto proprio così. Quello che doveva arrivare per posta, un dono della nostra amica francese per i suoi amici francesi, era “ une cravate “. Così mi sono meravigliato non poco quando ho scoperto che la “ cravate “ era nientepopodimeno che un fucile da caccia nella sua meravigliosa, imponente custodia di cuoio. Va a sapere che si chiama “ cravate “…. (Un sogno)







Nanni Moretti, ovvero: la fortuna di avere un fratello seriamente palloso.

Poi scopro che c’è una foto di Erwin Blumenfeld (Berlino 1897-Roma 1969), questa

blumenfeld

in cui si vede il sedere di una donna e che si intitola Holy Cross (In hoc signo vinces) (1967) e ne deduco che avevo visto giusto. E anche che ho capito perché – come – hanno vinto loro. Cioè perché – come – ho perso io. (La scopro perché è la copertina del romanzo di Marco Missiroli, Atti osceni in luogo privato (2015)) di cui scrive Romano Luperini dicendo che gli è piaciuto etc.)

Poi vado dal giornalaio e c’è la copertina di Panorama in cui si vede il sedere di una donna. Titolo: “ Riaprono le case “. E io penso: come se le avessero mai chiuse…

Poi, in farmacia, c’è uno che dice: “ L’acido bborico “. E io penso: più borico di così…

Va in ogni caso ricordato anche un Rossore dell’anno scorso, quando ancora non conoscevo la foto di Blumenfeld: “ Sabato 1 marzo 2014 – Sotto la foto di un particolare della pubblicità di Liu Jo scriverò la seguente didascalia: « In hoc signo vinces? ». “.

lju


ARCHIVIO

“ 12 luglio 1994 – […] « Non pretendo di rinnovare il genere “ diario “. Suggerisco semplicemente che un diario è un racconto, come il teatro è un racconto. Ed ecco che arrivo al punto: un “ diario “ è un lavoro teatrale portato sulla scena della pagina. È il punto in cui il racconto tocca più da vicino il teatro. Tutto vi tende a un fine, ad una conclusione, seguendo le leggi classiche dell’unità, ma incentrato sul personaggio che si chiama “ io “. È il “ Das Da “, il “ momento presente “ di Kafka, portato sulla scena-pagina. Il mio “ diario “, comunque, è questo. » (Curzio Malaparte, Abbozzo di una prefazione a Diario di uno straniero a Parigi, 1947-1948) “.


Martedì 14 aprile 2015

i1893eri sera, una volta tanto, non ho visto il ddibbattito. Però, quando mi sono affacciato un momento a guardare chi vi partecipava, ho trovato Freccero che discuteva animatamente con il responsabile della McDonald. Così ho capito che ciò di cui si stava, animatamente, dibattendo era, ancora una volta, il mangiare. E io, come sempre, mi sono stupito. Diciamo meglio: mi sono spaventato. Perché, ancora una volta, ho avuto il sospetto che, dietro tanti discorsi, si celi una volontà elementare: quella di mangiare me. L’ho già scritto una volta: “ Sabato 2 novembre 1996 – Quando sento i discorsi sulla « letteratura cannibale » ripenso alla mia nonna che, tanti anni fa, mi diceva: « Mangia! Mangia! ». Forse l’indimenticata vecchina si preoccupava solo che mi nutrissi bene, come si addice ai ragazzi nell’età della crescita, ma io, fin da allora, credevo di sentirci qualcos’altro, forse perché l’amavo, come se si trattasse di mangiare per lei, per amor suo. Così, io che a tavola ero sempre stato un po’ reticente se non addirittura pigro e che ostentavo una magrezza che ora mi appare invidiabile, a un certo punto mi misi a mangiare, e, poiché come è noto l’appetito vien mangiando, in poco tempo mi trovai assoggettato alla fame, la livida divorante insaziabile fame. Perché più mangiavo e più mi sentivo la pancia vuota, lo stomaco vuoto, la testa vuota, e una immensa tristezza. Dimagrivo anche, e la mia magrezza era quella, inquietante, di un malato, come se qualcosa, di invisibile, di nascosto, mi divorasse. Finché non ho capito che sbagliavo, forse nel cibo, forse nel modo di assimilare, e allora ho smesso. D’altra parte la nonna era morta e non c’era pranzo o cena o spuntino o merenda che avrebbe potuto riportarla in vita. Mi ricordo che trovai e ricopiai una frase nei Mémoires di Giacomo Casanova che all’incirca diceva: « Conformando il mio nutrimento alle mie necessità ho sempre goduto di buona eccellente salute » e decisi di fare lo stesso, o almeno di provarci. Da allora in generale va meglio, forse sono un po’ ingrassato, perché, dopotutto, continuo a mangiare troppo e anche cibi perfettamente inutili, però non mi avveleno più, non mi strazio più lo stomaco, i visceri, il palato con quelle cose indigeribili, inassimilabili che un tempo trangugiavo con frenesia suicida, con disperata voluttà. Forse mi sbaglio, ma a me certi discorsi sulla letteratura cannibale, la letteratura mangiatrice di uomini, la letteratura affamata mi fanno l’effetto di un colossale sbaglio. Perché secondo me quando la letteratura crede di mangiare è mangiata, e più lo crede e più se la mangiano. Tutti: critici, giornalisti, registi. Con un bel sorriso. Intendiamoci, lo farebbero comunque, perché mangiarsela è il loro mestiere. E di questo destino, il destino di essere mangiata, la letteratura farebbe meglio a rendersi subito conto. Perché la fame c’è. Quello che la letteratura potrebbe fare è imporre a sé una ragionevole dieta e imporre agli altri certe regole di assimilazione, certe buone maniere di mangiarsela. Senza le quali va di traverso, ai disinvolti divoratori. E, in questo caso, tanto peggio per loro. “. Alla fine, quello che penso è che si tratterebbe di sapere che rapporto c’è fra le “ professoresse “ di Carlo Conti e la “ buona scuola “ di Matteo Renzi. Il fatto è che temo di saperlo, fin troppo bene etc.

Come c’ero andato in casa di quel tizio a vedere la partita in tv, c’avevo anche dormito, non potevo che esserci andato con la macchina, ma ora che volevo andare via non la trovavo, e perdipiù non avevo nemmeno le chiavi? È semplice: non c’ero andato affatto, non c’era nessun tizio, non c’era nessuna partita, era soltanto un sogno, ecco.

Il “ primato della politica “: lo sapevano tutti, meno che me. Lo sapevano perché volevano essere primi, volevano “ primeggiare “.

La Mens Sana stronca Livorno “ (Titolo di un giornale di Siena)

Poi mi chiedo perché io sia così poco un “ giovanotto di sentimenti materni “, perché non sia mai riuscito a esserlo, e, mentre me lo chiedo, accendo la televisione, così, per accenderla. E c’è una partita di calcio, ma un po’ strana, perché sono donne, sono ragazze, è, leggo, Italia-Germania, degli Europei femminili Under 17. Ma il punto, il punctum, non è questo. Il punto, il punctum, è che dopo poco capisco dove stanno giocando: stanno giocando a Siena, all’”Artemio Franchi”, cioè al Rastrello, quel campo, quel luogo che conosco benissimo, perché è a due passi da casa mia, cioè da quella che, anche se non ci abito da trent’anni, continuo a pensare che sia casa mia. Del resto lo sapevo: che tutte le strade portano a Siena, continuano a portarmici, fedelmente, inesorabilmente, eternamente. Hai voglia a stare a Roma…


Mercoledì 15 aprile 2015

i1894 “ territori “. Vedi: “ giocare agli indiani “.













Nella vicenda del sindaco del paesino veneto che ha fatto installare un cartello di “ divieto di sosta ai nomadi “ mi colpisce che tutti rimangano colpiti dal cartello e nessuno dal fatto che si chiama “ Joe Formaggio “.

Dice che hanno depenalizzato l’incesto. Infatti mi pareva.

Poi penso che dovrei riflettere meglio sul concetto di “ valle di lacrime “. E mi viene da piangere. E piango.


ROSSORI

Sotto la foto di Mario Draghi investito dai coriandoli lanciati da una contestatrice scriverò la seguente didascalia: “ Di Carnevale ogni scherzo vale “.

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Sotto la foto di Michele Santoro e Roberto Zaccaria alla prima del film di Veltroni all’A(ppla)uditorium scriverò la seguente didascalia: “ Non è la BBC “.

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ROSSORI

Sotto la foto del cardinale Scola che officia la messa funebre per le vittime della sparatoria al Palazzo di Giustizia scriverò questa didascalia: “ Una giornata particolare “.

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“ 11 maggio 1989, Roma – « Lambrate, 12 gennaio – A sette giorni dalla scoperta il caso di Concetta Lo Bue, la sessantacinquenne colf di origine casertana trovata priva di conoscenza il 5 gennaio scorso nello scantinato dello stabile al n. 12 di via Bobby Solo, rimane un mistero. L’anziana donna che domani, o forse già oggi, sarà dimessa dal nosocomio di Niguarda (“ Ormai è fuori pericolo – dice il professor Willy Lo Cascio, primario del reparto rianimazione – basta che quando è fuori non ricominci “), interrogata a più riprese dal sostituto procuratore Tony La Mosca, ha sempre ripetuto di non ricordare niente di quella drammatica notte del 2 gennaio. Concetta si proclama astemia (“ Un bicchierino con i parenti durante le feste – dice – mai di più “) anzi piuttosto ostile agli alcolici di qualsiasi genere nonché ai loro consumatori (molti anni fa ha avuto il fidanzato morto per le conseguenze di un etilismo cronico) e nega in particolare di avere bevuto in quella circostanza dato che solo un giorno prima, per Capodanno, aveva assunto la sua annuale dose di alcol (“ Astispumante “, aggiunge pignolescamente). Dunque, mancando altri indizi, nessuno riesce ancora a spiegarsi perchè la Lo Bue sia stata trovata immersa in un profondissimo sonno accanto alla botte di Grignolino 1987 di proprietà del signor Jack La Monica, 35 anni, albergatore di Grugliasco, e, in seguito ad accertamenti successivi al ricovero, sia risultato aver ingerito non meno di 7 litri di vino ad alta gradazione alcolica. Particolare inquietante degno di un “ classico “ della letteratura gialla (“ Io comunque non intendo sporgere denuncia “, precisa il signor Jack): la botte è risultata perfettamente piena. “ Per aprirla aspetto che la mia bambina compia diciottanni “, ci confida con un sorriso d’orgoglio il giovane esercente. » (Dai giornali?) “.


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“ 23 marzo 1992 – Quando ho visto il babbo che per me era sempre stato il simbolo della imbelle disarmata gentilezza trattato dal basso in alto ho capito che era proprio finita. “.


Giovedì 16 aprile 2015

B375assure… È un libro? No, è un vizio. (Leggendo un articolo sul Premio Nobel per la letteratura Herta Muller)












“ Lo stile di Z. è improntato a un senso di calma monumentalità e a un colorito intenso e luminoso. “ (Il pittore Bartholomäus Zeitblom nell’Enciclopedia Treccani)

L’unico vero pericolo per lui è la realtà… la realtà economica… “, dice la conduttrice, quella che non crede in Renzi, ma crede nella realtà, economica.

Per noi, la voce è come il ginocchio per i calciatori “, dice la bionda. Che, evidentemente, non sa di essere bionda.

I leggiadri anarchici.

Nessuno in democrazia non esiste “, dice l’onorevole del Pd. E io penso: eccone un altro che non conosce Nessuno.

Leggo dell’impiegato di Orbassano fuggito inspiegabilmente con il figlio piccolissimo. Mi torna in mente un diario: “ 30 dicembre 1988 – Formidabile desiderio di fuga. Come di spettatore cinematografico legato alla poltrona. “. Quello che voglio dire è che capita.

Quello che non ho mai capito è perché la mamma ce l’avesse tanto con il Papa. Credo anche che ormai non lo capirò più. Nel frattempo, le cose che non capisco sono diventate così tante che sperare di capirle è impossibile. Io sono comunque piuttosto sicuro che non si tratta di ideologia, casomai di psicologia. Deve essere anche chiaro che io non sono papista, casomai sono stupido. Ma questo l’ho già detto, etc. Chissà che ne pensa Nanni Moretti, mi piacerebbe saperlo. (Quando dico “ psicologia “, questo è quello che voglio dire: “ 2 marzo 1984 – Storia napoletana. Lei non mangia. Lui la conosce. Lei mangia. Lui si buca. Farà psicologia. Lei. “)


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“ Senza data [1981] – Le voci dei nonni. Quella della zia Olga, tremula, quella della nonna, leggera ma con dentro una sottile anima d’acciaio, così precisa nel pronunziare, così elegante. Quella del nonno, ironica e calda. Le voci buone che mi volevano bene. “.


ROSSORI

Sotto la foto della ragazza che sale sul tavolo di Mario Draghi scriverò la seguente didascalia: “ Le carne [*] in tavola “ [*] Sic.

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Venerdì 17 aprile 2015

a1452nche se il giornalista io l’ho fatto – a pieno titolo, con tutti i crismi, col tesserino, di giornalista professionista, e tutto -, io, i giornalisti li ho sempre considerati come nemici. Nemici di me, di quello che sono, che ero, anche prima di lavorare in un giornale, di essere iscritto all’Albo, di avere la mutua etc. Se non temessi di esagerare – mi spavento al solo pensarlo -, direi che i giornalisti io li odio. Se volessi essere un po’ più preciso, direi che mi fanno paura, una paura terribile, spaventosa. Perché? Provo a rispondere e dico: perché non sanno quello che fanno. Cioè: lo sanno, perché i giornalisti sono gente tutto sommato informata, nel senso che sanno a chi piace quello che fanno, oppure a chi dispiace, oppure e soprattutto chi è disposto a dargli dei soldi perché lo facciano. Però non lo sanno. Quello che non sanno di stare facendo è qualcos’altro, qualcosa di molto peggio, qualcosa di molto più micidiale. Quello che fanno i giornalisti è dire quello che c’è, e dire che quello che c’è è quello che c’è, e dire che non c’è altro che quello che c’è, cioè quello che dicono loro. Quello che fanno i giornalisti è non dire quello che non c’è, è dire che quello che non c’è non c’è, perché non può essere detto, cioè perché loro non lo dicono, e non hanno nessuna intenzione di dirlo. Quello che fanno i giornalisti è dire che c’è la realtà, che non è altro che quello che dicono loro, e il resto è silenzio, che è qualcosa che, per loro, è peggio di niente. Quello che fanno i giornalisti è dire che loro ci sono, che dicono, che giornalistano. Dicono se stessi, si dicono. Dicono di esserci, che, per loro, è già una bella soddisfazione. Quello che fanno i giornalisti è occupare lo spazio. E anche il tempo, soprattutto il tempo. Finché non ne resti nemmeno un pochino: per gli altri, per quelli come me, che giornalisti non sono e non possono, e non vogliono essere.

” Siena « La notizia della ripulitura della vasca dei cigni della Lizza, effettuata questa mattina (16 aprile), è una bella notizia »: così Francesco Giusti e Daniela Grotti della Lega commentano la pulizia dello stagno effettuata in  queste ore. La ripulitura è avvenuta dopo le numerose denunce dei cittadini e l’intervento proprio di Francesco Giusti e Daniela Grotti della Lega Nord del 2 aprile. « Per noi è una vittoria. Quello che ci auguriamo è che non si limiti solo ad un intervento saltuario, ma frequente e ricorrente, dovuto e non messo in atto solo quando i frequentatori dei giardini della Lizza si lamentano per l’indecente spettacolo offerto ai bambini che vengono a visitare i cigni e gli altri animaletti ospiti della vasca », concludono gli esponenti della Lega. “ (Dai giornali)

Nanni Moretti un figlio “ (Titolo del Trovaroma di Repubblica)


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“ Domenica 5 luglio 1998 – La riserva (senti)mentale. “.


Sabato 18 aprile 2015

m895i sembra tutto sommato “ divertente “ che la prima notizia che mi accoglie al solito precocissimo risveglio sia quella che è morto, a settantacinque anni, l’ex ministro Renato Altissimo. Quello che mi diverte è che mi sembra assolutamente ovvio, non so se mi spiego. – “ Altissimo, volto abbronzato, fronte ampia e immancabile basettone, fu travolto, come tanti altri, dal principale processo giudiziario di Mani Pulite, l’inchiesta sulla maxitangente Enimont. “.






“ Roma – « Si dovrebbe togliere la scritta “ Dux “ dall’obelisco del Foro Italico a Roma ». A dirlo, ieri al termine della cerimonia in Aula a Montecitorio per ricordare il 70esimo anniversario della Resistenza, è stato il presidente della Camera, Laura Boldrini. Alla fine della cerimonia il presidente Boldrini è stata avvicinata da alcuni partigiani inviati a Montecitorio. « Dopo tutto quello che ci siamo detti – ha sottolineato un partigiano – penso che dovremmo  fare qualcosa per ripulire tutte le strade d’Italia dal fascismo. E – ha proseguito il partigiano – sarebbe ora di abbattere quella colonna al Foro Italico con la vergognosa scritta “ Mussolini Dux “. Un invito a cui il presidente della Camera, Laura Boldrini, ha risposto: « Per lo meno è ora di togliere la scritta ». Ma la proposta del presidente della Camera ha immediatamente suscitato la polemica politica. « La scritta Mussolini Dux sull’obelisco del Foro Italico? Io la lascerei lì », ha replicato il commissario Pd Roma e presidente Pd nazionale Matteo Orfini. « Noi siamo un Paese antifascista – ha aggiunto Orfini – i principi della lotta antifascista sono scritti nella nostra Costituzione. Non abbiamo bisogno di cancellare la nostra memoria, seppur a tratti drammatica ». « Credo – ha concluso – che la “ damnatio memoriae “ sia un elemento di debolezza e non di forza da parte di chi la esercita ». “ (Dai giornali)

L’esperienza ci dice che da alcuni anni l’informazione ha avuto un ruolo decisivo per far conoscere, e quindi contrastare meglio, alcuni gravi problemi che il nostro Paese ha avuto. L’elenco è lunghissimo. Per usare il linguaggio giornalistico, parliamo di Tangentopoli, Bancopoli, Furbettopoli, Calciopoli, Vallettopoli, Crac Cirio, Crac Parmalat, e via via i nuovi scandali, Expo, Mose, Mafia Capitale. Se non ci fosse stata un’informazione attenta, come per fortuna c’è stata, la qualità della nostra democrazia avrebbe potuto peggiorare. Se questo ruolo fosse cancellato o pesantemente limitato sarebbero guai. “ (Il giudice Caselli dice sì alle intercettazioni)

Per una strana coincidenza la morte di Carlo Emilio Gadda è stata riportata dai giornali proprio nello stesso giorno in cui in tutta Italia veniva celebrato l’anniversario di Alessandro Manzoni. I sono così ritrovati insieme nelle pagine dei giornali due milanesi, uno più grande, come più grande era la letteratura del suo tempo, l’altro minore al confronto del primo, ma grande nello scarso panorama della letteratura italiana contemporanea. Questo accostamento al Manzoni pare il frutto di una benevola ironia della sorte. […] [I]l traguardo manzoniano di una lingua media, depurata e unificata nella toscanità, era presente in Gadda proprio ai fini di farlo saltare o dirottare a suo scherno. Con il salto di una a due generazioni il problema della lingua si riproponeva ma in un senso quasi fuorviante ed a volte addirittura inverso: per Gadda in una direzione centrifuga, verso l’assunzione dei dialetti, del plurilinguismo, ponendo come cosa principale, in quel dato momento culturale, lo scardinamento di quel feticcio unitario costruito in modo fittizio a spese delle culture, delle letterature regionali, del parlar naturale del popolo. “ (S. J., La morte di Carlo Emilio Gadda, in “Civiltà delle Macchine”, 21, n. 1-2, gennaio-aprile 1973 [*] [*] Questa annotazione si spiega esclusivamente con il fatto che stamani, dagli zingari, per una strana coincidenza, ho trovato e acquistato, a 0,50 centesimi di euro, questo fascicolo della rivista. Ce n’erano anche parecchi altri, tutti bellissimi, e costavano tutti altrettanto poco, ma non li ho presi, perché, poi, dove li metto?

Indimenticabile anche la signorina Mozzicafreddo concorrente all’Eredità: ha una gelateria. Dice che conosceva uno che si chiamava Diamanti e aveva una gioielleria, ma è fallito.

Dice che quello del Cirque du Soleil è diventato miliardario. Si chiama Laliberté, ma questo forse lo sapevo.

Tutti noi siamo nelle mani del sistema dei media. Possiamo cercare con qualche astuzia di usarlo al meglio, ma modificarlo è quasi impossibile: ci trascende. Oggi poi nessuno domina intellettualmente la realtà come poteva avvenire per certi intellettuali dell’Ottocento o anche del primo Novecento […] Se George Orwell non avesse pubblicato 1984, il suo ultimo romanzo, nel 1949, gli anni della guerra fredda, e non fosse stato utilizzabile in funzione antisovietica, sarebbe rimasto uno scrittore di scarsa fama. Se sei funzionale e utile a una parte politica diventi importante e influente, altrimenti no. “ (Dice che ha detto Berardinelli) [*] [*] Io sono d’accordo con Berardinelli, ma fino a un certo punto. Io, per esempio, non direi “ parte politica “. Io penso a qualcosa di più totale, di più globale, di più “ orwelliano “, diciamo così. Per esempio, il cinema…

Poi c’è Gianni Riotta. Che dice: “ L’amica gentile “. Quel furbacchione di Gianni Riotta.

Per leggere ci vuole anche del tempo “, disse l’operaio a Mario Soldati, che era andato a sfrucugliarli.

Se mettono cor culo per aria… me mettono paura ” (La donna, stamani al mercato)


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“ 30 dicembre 1988 – « Chi ha inventato il Natale, il Capodanno, le feste, insomma? », chiede la lettrice. E Scalfari risponde: « L’immaginario collettivo ». Cioè lui, praticamente.


ROSSORI

Sotto una foto della gatta Titì che non partecipa a un evento del Festival del Giornalismo di Perugia scriverò la seguente didascalia: “ Fuori dalla notizia “.

fuori


Venerdì 19 aprile 2015

M896virgi vergogno a dirlo… Proust… “, dice Francesco Piccolo quando gli chiedono qual è il libro più importante che ha letto. E io penso che dice bene, perché, effettivamente, c’è da vergognarsi a dire, ad ammettere, a confessare di avere letto Proust. Anzi, di avere letto. Anzi, di leggere. Perché, diciamo la verità, non lo fa nessuno. Perché è una cosa strana, che, a pensarci bene, non si sa bene cos’è. Forse è soltanto un tenere gli occhi bassi, gli occhi chini, sopra qualcosa, un foglio – uno schermo? -, per non alzarli, per non vedere quello che c’è oltre il foglio – oltre lo schermo? Per non vedere quello che c’è. Per non vedere. Perché quello che c’è è terribile, perché ci incute paura, ci spaventa a morte. Perché non ci aiuta nessuno, nessuno ci consola del nostro essere spaventati. Nessuno ci prende la mano, nessuno ci parla. Con una voce che conosciamo, che ci conosce, ci vuole bene, così come siamo. Perché per leggere ci vuole tempo, e tempo non c’è. Che poi, a pensarci bene, anche il tempo non si sa bene che cosa sia. Il sospetto che non esista ci fa spaventare. Ci fa vergognare: anche il tempo è una cosa a cui non pensa nessuno. (Chi non si vergogna è Gianni Riotta. Perché fa le domande. Perché va in aereo. Perché va in America. Perché ha sempre la citazione pronta. Perché ha la barba finta, il naso finto, gli occhiali finti. Perché è un giornalista, en somme)

“ Triton “ o “ Traiton “? That’s the problem?

Parlano di immigrati. Uno dice: “ La Chiesa cattolica fa il suo mestiere “. Ma non dice qual è, esattamente, questo mestiere.

“ Monteroni d’Arbia (SI) – Riparte la nuova e lunga avventura per le tante ragazze toscane che vorranno partecipare alla 76a edizione del concorso di miss Italia 2015. Il primo appuntamento del concorso di Miss Toscana comincia dalla discoteca Papillon di Monteroni D’Arbia con una cena-spettacolo, durante la quale ragazze provenienti da varie località della Toscana si sfideranno per la conquista della prima fascia in palio « Miss Siena », 1° traguardo per raggiungere la Semifinale Regionale in programma ad Agosto. Presentatore della serata sarà Raffaello Zanieri. “ (Dai giornali)

Ho pensato che la situazione, per quanto possa diventare drammatica, non sarà comunque mai seria. D’altronde, perché augurarselo? Come se credessimo davvero nella serietà


ROSSORI

Sotto la foto di Terezinha Guilhermina, la più veloce del mondo nella specialità T11 (cecità totale), che ha corso mano nella mano con Usain Bolt scriverò questa didascalia: “ Con gli occhi chiusi “.

cieca


Lunedì 20 aprile 2015

p1103oi c’è Tatti Sanguineti, che ha scritto un libro su Alberto Sordi, che dice che prima era d’accordo con Nanni Moretti, ma ora è d’accordo con Alberto Sordi. Come dire che aveva una “ riserva mentale “, ma ora non ce l’ha più. Mah. Boh. Contento lui.










“ È brava “, dice Lei. “ A fa’ che? “, dico io. “ A dire queste cose “. “ Già, a dire… “. Mah. Boh. Unhcr

L’Europa è un continente piccolo piccolo… proprio nel senso del Borghese piccolo piccolo “, dice quello. Che forse ha visto il film, ma non sono sicuro che l’abbia capito.

“ Come… « un bambino »? “ “ Rabbino… ho detto rabbino… “.


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” Venerdì 31 dicembre 2004 – Anche stamani Carlotta Sami di Save the children è molto carina – si è sciolta i capelli, ma i deliziosi orecchini di provenienza evidentemente esotica si intravedono ancora – si intravede anche una coscetta tornita, nello spacco opportunamente aperto della gonna. Si salveranno i bambini? Chissà. Speriamo bene. (La beneficenza è un mistero buffo – quasi come la televisione) “.


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“ 23 dicembre 1984 – Come precisa Alberto Sordi a Fantastico 5 « a Roma non le magnamo le bambine. » Perché non mangiano? No, perché « noi c’avemo l’abbacchio ». Forza lupi. “.


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Sotto una foto dell’onorevole Casini con in testa la kippah ai funerali del rabbino Elio Toaff scriverò la seguente didascalia: “ Paese che vai cappello che trovi “.

kippah


Martedì 21 aprile 2015

c1306omunque Erri De Luca, più che uno scrittore, mi sembra un arrampicatore.












Letteratura, cronaca e persino mitologia ci insegnano  che amore e morte sono un binomio inscindibile, da Medea a Anna Karenina, da Serenata [sic] a Kreutzer a Resurrezione. “, scrive Nicola da Salerno. Che non so se abbia ragione, ma sono sicuro che è un tipo romantico.

Se volete sapere qualcosa di me, chiedete a loro. Sanno tutto, “ loro “. (Autobiografia breve)

La nave Gregoretti. Ugo? « No, Bruno » Ah, ecco.

Da trent’anni ho la casa a Lampedusa “, dice il giornalista Federico Geremicca. Quelli che hanno la casa a Lampedusa – a Stromboli, a Capalbio, a Sabaudia etc. A me il giornalista Federico Geremicca è anche simpatico.

È così impossibile fare il padre che sembra che l’unica soluzione sia fare il figlio. Come si fa? Diciamo che è un’arte, diciamo così.

” Due statisti? “ “ Scafisti… ha detto scafisti… “.

Guardo Repubblica.it e vedo che, nel settore dedicato al 25 aprile, c’è un “ docuvideo “ dal titolo: “ Corri Vittorio, verso la libertà “. Mi metto a guardarlo e scopro che questo Vittorio è Vittorio Meoni, ex partigiano, poi dirigente del Pci etc. La storia di cui si parla è quella dell’eccidio di Montemaggio, una località vicino a Siena, dove, nella primavera del ’44, un gruppo di partigiani fu fucilato dai repubblichini. Il solo a scampare alla morte fu appunto Vittorio Meoni, che si mise a correre e riuscì a sparire nella boscaglia. Il punto però è un altro, è che io Vittorio Meoni lo conosco, anzi si può dire che, cinquant’anni fa, lo conoscevo bene. Perché io, cinquant’anni fa, ero molto giovane e anche piuttosto comunista etc. C’è anche da dire che, mezzo secolo fa, anche io correvo, ma non perché mi volevano fucilare, no, perché facevo l’atletica, il mezzofondo etc. Quando ho visto la faccia di Vittorio Meoni, mi sono un po’ stupito, ma mi ha fatto piacere scoprire che è ancora vivo, ha 93 anni, direi ben portati. Naturalmente non corre più, e, del resto, anche io, che pure sono parecchio più giovane, nel senso di meno vecchio, ho smesso da molto tempo di correre. Il punto però è che io ho cambiato parere, dico sul correre. Nel senso che, se non c’è qualcuno che ti vuole sparare, oppure se non si fa l’atletica, correre non serve, come direbbe il professor Siti, a niente. Si può addirittura dire che può essere pericoloso, vedi quello che è successo al senatore Quagliariello alla Roma Appia Run, che è caduto, ma poi si è rialzato etc. Quello che voglio dire è che si può correre o no, ma bisogna sapere perché lo si fa e, soprattutto, tenere conto di quello che fanno gli altri. Che magari restano fermi, non si muovono “ di pezza “, come dicono nella città in cui da molti anni – troppi? – abito. Dove, nonostante anche qui il numero di quelli che corrono, la mattina, ma anche la sera, con il bel tempo, ma anche se piove, sia negli ultimi tempi molto cresciuto, la maggioranza delle persone continua a preferire le delizie dell’immobilità. Dove, come dovunque, può capitare che, se corri, ti guardano strano, come se fossi un po’ matto. Inoltre, diciamola tutta, quello che mi convince pochissimo è che si possa correre “ verso la libertà “. Lo dico perché io non saprei bene dire che cosa sia questa libertà verso la quale si dovrebbe affrettarsi. E, comunque, mi sembra strano che si tratti di qualcosa che è da un’altra parte, che richiede un movimento, che implica un “ moto a luogo “. Mah. Boh. Certo, rimane il problema della pancia. E anche quello della noia. Ma per quanto riguarda la prima si può risolverlo mangiando un po’ meno, e per quanto riguarda la seconda, certo è più complicato, ma insistendo, perseverando, chissà. P. s. A proposito di quanto è successo mezzo secolo fa, certe volte ho il sospetto che ci fosse qualcuno che voleva sparare anche a me. Forse dovrei dire “ to shoot “…


Mercoledì 22 aprile 2015

s1217virgcappano dalle guerre “. Mah. Boh. Io so solo che scappano.













Dice che oggi è la giornata della terra. Ma non dice in che senso.

“ Fine dello stoicismo “. Magari è giusto così: che finisca, che sia finito. Magari è giusto finire. Poiché non si può cominciare niente. Si può solo finire, finire di finire.

Basta, mi sono detto a un certo punto, basta! Aria, aria! Mi sono sentito tappato in un universo senza luce, angusto, concentrazionario, costituito esclusivamente di una minutaglia di rapporti intersoggettivi e di dinamiche psicologiche che si ripetono sempre eguali in modo ossessivamente monotono. In queste pagine non si può respirare. Del mondo che pure doveva esistere intorno a quelle dinamiche psicologiche e a quei rapporti intersoggettivi, delle vicende politiche di quel periodo (quello, addirittura, degli anni di piombo fra fine anni settanta e prima metà degli ottanta) e persino del paesaggio (quello urbano di Napoli e delle altre città in cui la scrittrice si trova a vivere o viene invitata) niente si dice se non per allusioni generiche e banalissime (di un personaggio si dice che è un terrorista di sinistra, della casa napoletana si dice che si vede il mare, del rione napoletano si dice che c’è la camorra, cui forse – ma magari è solo una vendetta dovuta a una faida familiare o di quartiere – è dovuta la scomparsa della bambina del titolo… e così via). Il lettore viene schiacciato in un tritarsi di infiniti piccoli fatti e di infiniti personaggi che si susseguono incessantemente senza che mai nessuno di essi acquisti un qualche rilievo linguistico, stilistico o tematico. Il tasso figurale (la presenza del quale, secondo Orlando, distingue il discorso artistico da quello comune) è vicino a zero. La grigia patina della voce narrante avvolge ogni dettaglio, smussa, spiega e media cancellando ogni potenzialità drammatica. Tutto viene troppo « detto » e troppo poco rappresentato. La lingua è scolorita, lo stile costantemente uniforme. Mai una increspatura o un’accensione, mai uno scarto. O meglio uno ne ho trovato: a pag. 204, dove si legge che « già lampeggiavano i profumi della primavera », sinestesia un po’ bislacca che rimanda forse alle approssimazioni linguistiche dei romanzi d’appendice. “ (Luperini sulla Ferrante)

Io, mi dispiace per i partigiani morti, ma il 28 marzo 1944 stavo nella pancia della mia mamma, e, francamente, ci stavo benissimo. Facevo male? Mi devo vergognare? Lo so, non si può stare sempre là dentro, al calduccio, a bagnomaria. Bisogna nascere, prima o poi. Purtroppo.

Poi sento Renzi che parla di respiro… “ Di fronte a quello che stiamo vivendo si impone una strategia di più ampio respiro. “.

Il premier Renzo… Renzi… “ (Da un ddibbattito)

Nell’imminenza del 25 aprile la programmazione televisiva si arricchisce di una grande quantità di film sull’argomento. Stasera, ad esempio, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Vedere Mussolini ultimo atto, di Lizzani (1974), con Lisa Gastoni e Rod Steiger, oppure Miracolo a Sant’Anna, di Spike Lee (2008), oppure un classico Il Federale, di Luciano Salce (1961), con Ugo Tognazzi, “ Buca!.. Buca con acqua! “ etc.? Mah. Boh. Chissà. Io, che allora non c’ero, ho comunque capito che la Resistenza l’ha fatta il cinema, soprattutto il cinema. Del resto lo sapevo già: “ Martedì 5 novembre 1996 – « Alberto Sordi ha fatto la Resistenza » « Davvero? » « L’ho visto io » « Dove? » « Al cinema ». “. (Poi arriva il mio quasi nipotino che vuole venire a vedere Monaco-Juventus – perché c’ho la televisione grande -, e la questione “ Cinema e/o Resistenza “ almeno per stasera è chiusa)


ROSSORI

Sotto la foto di un gruppo di bambini “ migranti “ scriverò la seguente didascalia: “ I bambini (non) sanno “.

bambin


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“ Lunedì 25 marzo 1996 – Poiché non credo più a nessuna delle cose che si dicono. Ad esempio: l’« i(n)spirazione ». Trent’anni fa cominciai a sentir dire che non se ne doveva parlare. Ma io, che allora correvo anche il mezzofondo, sapevo che in certi casi dell’i(n)spirazione non si può farne a meno. Oggi mi riconfermo in quell’idea: spingere aria nei polmoni, che si allargano, ossigenarsi – non i capelli -, qualunque cosa significhi – lo sa lei, dottore -, è utile e anche piacevole.  « I(n)spirare » / « espirare » = « respirare ». Io, caro il mio killer, non ci rinuncio. “.


Giovedì 23 aprile 2015

i1895eri sera Il federale l’ho poi un po’ visto, tanto quanto bastava per rendermi conto di una cosa che sapevo già: che il buffo viaggio dell’energumeno in divisa con il professore antifascista somiglia sfacciatamente a quello di Gassman-Trintignant nel Sorpasso, un altro film di quei primi anni Sessanta poi divenuto “ di culto “ etc. Ho anche pensato che si potrebbe dire che l’opposizione cultura/fascismo l’ha inventata il cinema, o che, comunque, il cinema l’ha “ disegnata “ in un certo suo particolare, tendenzioso, “ comico “ modo. Il fatto è che, dopo mezzo secolo, mi sembra che le cose stiano ancora allo stesso punto. Cioè che tutto il parlare – e intraprendere, e spendere, e spandere – di cultura che si è fatto negli ultimi decenni lo si sia fatto seguendo esattamente questo “ cinematografaro “, “ romano “, “ ridicolo “ schema. In generale, mi verrebbe da dire che si tratta di un antifascismo da fascisti, immaginato dai fascisti, inventato da loro etc. Ma questa è un’altra storia, anzi, forse, è la storia etc. (E comunque, come direbbe il professor Siti, resistere non serve a niente. Resistere al cinema, resistere alla Cultura, resistere all’Informazione, resistere alla Storia. Resistere alla Resistenza. Che poi dicono che sei di destra, ti danno del fascista etc.)

“ Siena – « Ci ho messo la faccia da parecchi anni, quando ero da solo a farlo, quando era dura davvero ». È orgoglioso Lorenzo Rosso, leader della destra senese e dell’opposizione, oggi che presenta la campagna per la sua candidatura alle Regionali nella lista di Fratelli d’Italia. Lo slogan, dal doppio significato e indubbiamente di grande effetto è questo: « A Siena il rosso c’è ». “ (Dai giornali di Siena)

Intantho, Astrosamantha.

Dice quello, un commercialista, che ha visto il film di Moretti, ma non gli è piaciuto. “ È vuoto… senza contenuti… “, dice che ha detto così. Mah. Boh. Comunque il biglietto l’avrà pagato, dico io. E il resto è silenzio.

Anche gli scimpanzé avranno diritto all’avvocato “ (Dai giornali)

Piccole Boldrini crescono “ (Da un articolo di Libero su Carlotta Sami)

“ La speranza “, dice la psicologa.

Dice che Brunetta ha fatto un lapsus. Dice che ha detto: “ Giornalisticamente circoncisi “. Io, invece, che conosco un po’ i giornalisti, dico che ha detto bene.


ROSSORI

Sotto una foto della bandiera dell’Europa scriverò la seguente didascalia: “ Dalle stelle allo stallo “.

stelle


ROSSORI

Sotto la foto della celebre scena di Roma città aperta in cui Anna Magnani giace “ morta “ sull’asfalto scoprendo le gambe scriverò la seguente didascalia: “ Saran belli gli occhi neri… “.

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ROSSORI

Sotto la foto della signorina Giovanna Di Benedetto di Save the Children scriverò la seguente didascalia: “ I bambini (la) sanno (lunga) “.

save


Venerdì 24 aprile 2015

E781ro in Francia, ma non a Parigi come le altre volte, ero al Nord, molto al Nord, in un posto che,  a quanto pare, si chiamava “ La fine del mondo “. Come c’ero finito? Mah. Boh. Ora il problema era tornare indietro. Consultavo una mappa. Che strada seguire? (Un sogno)









“ Nel primo trimestre 2015 il Gruppo Editoriale Espresso chiude con un utile di 12 milioni di euro (2,1 mln nel 2014) grazie a minori imposte, al riassetto delle attività televisive e alla plusvalenza di 6,1 milioni generata dalla vendita di All Music a Discovery Italia. I ricavi sono scesi del 3,7% a 146,6 milioni, il margine operativo lordo consolidato in linea con il primo trimestre 2014 è stato pari a 13,9 milioni e il risultato operativo è stato di 10,2 milioni di euro, equivalente al 2014. “ (Dal web)

Guerra sì, guerra no. Se ne sente parlare, ma è difficile capire di che cosa, esattamente, si parli. Gli unici che lo sanno sono i pacifisti, loro, infatti, la guerra la fanno. “ La guerra alla guerra “. Io, alla fine, non riuscendo a capire niente, sono diventato un renitente alla leva, un disertore, un imboscato.

Anche stamani ho comprato il giornale. Come ogni giorno. E ora mi chiedo – come ogni giorno -: che l’ho comprato a fare? Il giornale: un altro mistero buffo.

Quella guerra dall’alto / decisa dal computer “ (Titolo di Repubblica)


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” 16 luglio 1984 – La guerra atomica. La pace atomica.


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“ 15 aprile 1994 – Un po’ inspiegabilmente a un certo punto il giornalista Riotta ricorda a Berlusconi il 25 aprile 1945 e la « liberazione dallo straniero ». Passa poco e mi spiego tutto: lo « straniero » è Berlusconi. Certe cose mi preoccupano un po’. Mi preoccupa il metaforizzare a ruota libera, metaforizzare in corpore vili, da cattivi poeti anzi pessimi. (Io ho sempre avuto un po’ l’aria da straniero nell’Italia cattolica, comunista e mediterranea, e la cosa mi faceva anche piacere. Non diversamente la mamma, che anche poco tempo fa, mi raccontava che la scambiavano per un’inglese o un’americana e il fatto, mi venne di pensare, forse cominciava a preoccuparla un pochino) “.


Sabato 25 aprile 2015

l1771eggo il titolo di Repubblica.it: “ Era un rugbista romano l’uomo che scoprì e catturò Mussolini a Dongo “. Penso che sono stanco di scappare.











« La libertà è di tutti »: è lo slogan di Fabio Fazio che condurrà stasera su Raiuno Viva il 25 aprile, da Roma, piazza del Quirinale. Fazio è anche autore, insieme con Francesco Piccolo, Claudia Carusi, Veronica Oliva e Arnaldo Greco, collaborazione di Michele Serra. Insieme, hanno organizzato una serata che si annuncia non come un programma, ma come un racconto, una festa, un ricordo, l’espressione di un sentimento di gratitudine. Con andamento teatrale. Nei settant’anni dalla Liberazione, è la prima volta che la rete principale Rai festeggia la ricorrenza. Fondamentale sarà il cast: Francesco De Gregori e Luciano Ligabue dal palco di Roma, poi, tra gli altri, Toni Servillo, Roberto Saviano in collegamento da Montecassino, Marco Paolini e Elisabetta Salvatori da Sant’Anna di Stazzema, Antonio Albanese da Alba, la staffetta partigiana Teresa Vergalli. “ (Dai giornali)


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“ 25 aprile 1983 – Un piatto anzi una scodella tricolore nel manifesto del Psi per il 25 aprile. “.


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“ 25 aprile 1994 – La dignità della letteratura e l’indecenza dei tempi. Sarebbe bello poter mettere all’ordine del giorno una questione così fatta. Ma l’ultima volta che la letteratura ha potuto far valere la sua « dignità » è stato di fronte all’indecenza del totalitarismo politico. La democrazia invece. (Infatti non si tratta di « dignità » morale ma forse di… ) “.


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” 25 aprile 1995 – La manifestazione nazionale per il cinquantenario del 25 aprile si tiene oggi a Napoli. La qualcosa mi induce a una serie di malinconiche considerazioni, come, ad esempio, che il Sud fa le cose quando non significano più nulla, continua a farle finché non diventa proprio impossibile farle, le fa perché danno da mangiare, e il Sud ha sempre fame. Che il Sud sia in questi anni Novanta di sinistra – la terza in farsa – dice qualcosa anche a proposito della Sinistra ormai ridotta a puro teatro. D’altronde è vero che anche il teatro ha i suoi romantici diritti, la sua spropositata metafisica fame. Simme ‘e Napule, paisà. “.,


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“ Martedì 6 ottobre 1998 – « Un giorno da leoni, ovvero, in film, l’incapacità cronica di entrare in contatto con la realtà di una certa Italia, quella migliore. Come non si è riusciti a fare un film – un romanzo – sui garibaldini, così si “ inventa “, goffamente, melodrammaticamente, sui partigiani. L’onestà delle intenzioni non assolve: con simile onestà si finisce sempre nel più equivoco “ volemose bene “. Bastano pochi metri di pellicola con Salvadori “ partigiano “ per rendersi conto che ormai i tempi sono maturi a produrre un Totò e il 25 aprile. » (Giovanni Arpino, Diario milanese, in «L’Europa letteraria», 11, 1961) “.


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” Venerdì 25 aprile 2003 – La Repubblica, uscita dalla Resistenza, entrata nel Cinema. “.


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” 3 giugno 1984 – « Alles… alles… », si sentiva dire nel gruppo dei turisti tedeschi appena scesi dal bus. “.


Domenica 26 aprile 2015

q1080uando ieri sera ho sentito Lidia Menapace che non voleva che si usasse la parola “ guerra “, ma che, contestualmente, non aveva niente da obbiettare sul famigerato obelisco del Foro Italico, ho capito che, settant’anni dopo la Liberazione, l’antifascismo è divenuto qualcosa di decisamente “ strano “, nel senso di buffo, inspiegabile, pressoché misterioso. Quello che ho capito è che per alcuni – molti? pochi? – l’antifascismo è tale solo in un certo senso, nel senso delle parole e non degli obelischi, diciamo così. Della letteratura e non dell’architettura, potremmo azzardarci a dire. Ammesso e non concesso che sia possibile dire qualcosa, considerato che c’è un sacco di gente che preferisce che stiamo zitti. Non voglio dire che ci sia una “ congiura del silenzio “, ma è anche vero che avrei una grandissima voglia di dirlo. Un’altra cosa che a Lidia Menapace non piace sono le Frecce Tricolori. Dice che “ inquinano “, dice proprio così. Mah. Boh. Il buffo è che la vispa vecchietta continua a non chiedersi niente del suo sorprendente nome. “ Menapace “: come nome d’arte, per una pacifista, non si poteva trovare di meglio – ieri sera Vittorio Sgarbi, che tutto è meno che stupido, l’ha notato. (A Cazzullo, invece, l’obelisco non va giù. Ma Cazzullo, essendo un giornalista, evidentemente non capisce un cazzo. Essendo un Cazzullo etc.) (Il problema è abituarsi a vivere fra i pazzi – i pazzi in un certo senso etc.)

“ 12 novembre 1977 – [Stupido]: sentendo cantare la Souzay [*] « J’ai dans le coeur une tristesse affreuse » (« Ho nel cuore un’orrenda tristezza »), scoppio in singhiozzi. [*] Di cui un tempo mi prendevo gioco. “ (Roland Barthes, Journal du deuil) [*] [*] (Ma la Souzay è, in realtà, Gérard Souzay, “ baritono, interprete raffinato di liriche da camera francesi “. Colpa del traduttore: errore o lapsus?) (Interessante anche che la scuola media frequentata da Barthes ragazzino si chiamasse “Montaigne”)

Un uomo solo senza comando.

Probabilmente verrà, presto, il giorno in cui non riuscirò più a spiegare perché io non sono mai d’accordo con quello che dice il giornale, qualunque cosa dica. Quello che posso fare è soltanto affrettarmi a documentare, finché sono ancora in tempo, questa assoluta diversità, questa irriducibilità radicale.

Qualche trauma? « L’unico è stato Bambi, la mia prima, grande emozione cinematografica negli anni d’infanzia, ma anche, da allora, la mia angoscia. Capire che tua madre può morire è una presa di coscienza terrificante ». “ (Intervista a David Cronenberg)

“ Reggio Emilia Ha finto di conoscere l’anziano, l’ha abbracciato – nel parcheggio di un supermercato di Poviglio, nel Reggiano – e ne ha approfittato per sfilargli il portafoglio con dentro 600 euro. Quando la vittima – un 90enne – si è accorta dell’abbraccio « galeotto », la donna non ha esitato a spintonarlo per assicurarsi la fuga. Protagonista della vicenda una arzilla 75enne, fermata dai carabinieri e denunciata con l’accusa di rapina impropria. Un testimone della rapina ha fornito precise indicazioni ai Carabinieri che sono risaliti all’identità dell’anziana con precedenti specifici. La donna, originaria di Gattatico, altro paese in provincia di Reggio Emilia, è stata denunciata per rapina impropria e resta al centro delle indagini dei militari: in passato sono stati commessi colpi analoghi, ai danni di anziani, nei parcheggi di supermercati della zona e non è escluso che ad agire sia stata proprio la « nonna borseggiatrice ». “ (Dai giornali)

Il fidanzato della mia fidanzata mi somigliava come una goccia d’acqua. Per il resto era tutto diverso. Per esempio, correva in macchina. Inoltre dipingeva, cioè, si potrebbe dire, era un pittore. A ripensarci, erano tutti pittori, a quei tempi. E, forse, avrei voluto esserlo anche io. Forse a dipingere ci ho anche provato, ma non ci sono riuscito. Ho provato anche a correre in macchina, ma sarebbe stato meglio se non ci avessi provato nemmeno. Il fatto è che pittori si nasce. E anche fidanzati. Nel senso di mariti. Altro, a pensarci bene, non so. Il buffo è che mi sembravano tutti più grandi di me. Invece poi si è scoperto che erano più piccoli etc.

Non sapremo mai che cosa ci fa, poi, il laureato con la sua bella. Si direbbe che a lui basta che non si sia sposata, che sia uscita fuori dalla chiesa, che nella chiesa ci siano rimasti chiusi dentro quegli altri, le brutte facce, bloccati da quella croce messa di traverso etc. (Il laureato, Mike Nichols, 1967)


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“ 8 novembre 1987 – « “ Perché scappavano tutti, mamma? “ “ Avevano paura, c’era l’uomo, nella foresta “ » (Bambi, Walt Disney, 1942) “. [*] [*] Da Wikipedia vengo a sapere che l’autore del romanzo (1923) da cui è tratto il film, Felix Salten, aveva realizzato nel 1915 un film muto dal titolo: Der Narr des Schicksals (Il pagliaccio del destino).


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Sotto una foto delle cataste dei giornali che danno la notizia del terremoto in Nepal scriverò la seguente didascalia: “ Trema la notizia “.

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Sotto la foto della copertina del libro di Giovanni De Luna La Resistenza perfetta in cui si vede una ragazza con un fucile in spalla scriverò questa didascalia: “ La Resistenza perfetta “.

resist


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“ 15 marzo 1990 – « Ultimo giorno di svolgimento del Convegno Per l’inviolabilità del corpo femminile che si tiene presso il Palaffari, piazza Adua 1. » (Dai giornali)


Lunedì 27 aprile 2015

b376virgetter dead than red “. Magari dicevano bene, chissà. Il fatto è che anche il rosso non è più quello di un tempo…












All’onorevole Fassina non piace Renzi ma piace Roma città aperta, l’altra sera, su Raitre, piace la serata 25 aprile, l’altra sera, su Raiuno. Insomma: piace la televisione. Chi ci libererà dalla televisione?

La palude: è piena di rospi – che credono di essere principi.

Oppure no: forse nel rosso c’è sempre stata un’intransigenza, una violenza. Un prendere o lasciare. Un con me o contro di me. Il rosso: non è mai stato un pranzo di gala. Il rosso: non vuole essere visto, vuole accecare.

Poi dormo, e sogno che avevo vinto cinquantamila lire, ma forse erano cinquanta euro, li trovavo in una busta, della Lancia, credo, era un gioco, o un concorso, comunque li avevo vinti. Poi dal giornalaio c’era una fila inverosimile, e io mi arrabbiavo: che cosa cazzo c’avranno da comprare… Poi guidavo in una specie di autostrada, ma c’avevo troppo sonno, mi si chiudevano gli occhi, chissà se sarei mai riuscito a arrivare.

Poi mi affaccio alla terrazza e giù ci sono due belle bambine tanto carine che si tirano i calci.

Poi vedo Passera e i suoi boys imbavagliati davanti a Montecitorio. E mi chiedo: quelli che si imbavagliano che vogliono dire? Che non li fanno parlare o che non vogliono parlare? Dice che hanno anche cantato l’Inno di Mameli. Il coro a bocca chiusa: questa mi sembra di averla già sentita…

Ripetere « Il dibattito no! » e « Facciamoci del male » era un modo come un altro di partecipare a una narrazione (quella dei padri e dei fratelli più grandi, appunto) che non avevamo mai conosciuto ma che ci sembrava, in un modo un po’ contorto, così simile alla nostra. “ (Da un articolo su Nanni Moretti) [*] [*] Quello che penso io è che Nanni Moretti è sempre stato soprattutto – soltanto? – un autarchico.

“ La roditrice critica dei topi… ho capito… ho capito… “. Così pensava il vecchio gatto. Erano secoli che aveva smesso di andare a caccia.


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“ Sabato 11 marzo 2006 – Ho capito che a Roma i film si fanno anche solo per Roma. Roma, grossa com’è, con tutta la gente che c’è, per vendere un film basta e avanza. (Chissà se Moretti sapeva che « Io sono un autarchico » voleva dire anche questo… ) “.


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” Mercoledì 31 maggio 2000 – « Perché scrivi un diario? » « Perché io sono un autarchico » « Anche tu? » « Perché, io no? ». “.


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Sotto una vecchia foto dell’attrice Carla Del Poggio che tiene in mano la rivista Vie Nuove scriverò la seguente didascalia: “ Chi lascia le vie vecchie per le nuove… “.

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ROSSORI

Sotto la foto del presidente Obama e del suo “ traduttore “ scriverò la seguente didascalia: “ Back to the future “.

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Martedì 28 aprile 2015

p1104enso al terremoto in Nepal. Penso: vedi di che cosa è capace la terra. La terra: almeno stesse ferma…












Mi sono ricordato di quando viaggiavo, di quando ero “ inviato “, anzi: “ inviato speciale “ – molto prima che facessi il giornalista intitolai così uno dei miei primi tentativi di romanzo -, di quando ero “ bello di fama e di sventura “ – chi viaggia lo è sempre, anche se non è famoso, è sempre un po’ sventurato, chi viaggia lo sa -, quando andavo dovunque, ed era sempre un andare “ lontano “, quando sapevo sempre dove andare, anche se non avrei saputo spiegare perché, quando era sempre come se stessi sognando, cioè più che reale, più significativo, più “ sensato “, più gustoso, più affettuoso di quello che la realtà quasi sempre è, quando tornavo, perché sapevo sempre dove tornare. Mi sono ricordato che viaggiare mi piaceva. Anzi, mi piace ancora, anche se non viaggio più. Ma non è detto… non è detto… (Pensando queste cose mi è sembrato di poter provare “ simpatia “ per tutti quelli che viaggiano, anche per la concorrente all’Eredità che è andata a sposarsi a Antigua, anche per i’ po’ero Terzani, che andò ad ammalarsi in Asia etc. Viaggiatori di tutto il mondo… )

Divertente è anche che la prima donna afro-americana a diventare ministro della Giustizia si chiami Loretta Lynch.

Il Movimento 5 Stelle. « Come un albergo? » Ecco, bravo.

L’Italicum. « Come la strage? » Quasi.

I barbuti sbarbatelli. I barbatelli.

Mio figlio ha deciso di correre una maratona a Pyonyang “ (Da una lettera al giornale)

Sveva Casati Modignani: ha scritto un libro sul vino. Dice che ormai “ domina la mediocrità “. Invece Fabrizio Rondolino pensa che il mondo sia molto migliorato e che migliorerà ancora. E io? Io mi avvalgo della facoltà di non rispondere, diciamo così. E anche di bere poco.

 Buonapartista “? Forse voleva comandare, ma con le buone. 

Mentre l’aula di Montecitorio tumultua perché il governo ha deciso di chiedere il voto di fiducia sull’Italicum, io non riesco a non ripensare a un diario: “ 5 luglio 1994 – Non è cominciato nessun « fascismo ». Non essendo cominciato non finirà. “.

 La mamma di Ciro premio Nobel per la pace? Pourquoi pas?

Irripetibili… scusate… irreperibili… “ (Da un tg)

Poi vedo Almo Nature che dice che “ ogni specie ha diritto al suo spazio vitale “ – nello spot si vede un bel lupo -, e, francamente – anche considerato il bel lupo -, mi suona un po’ strano.


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“ 6 marzo 1991 – Lui disse: « La terra è bassa », e io pensai che intendesse dire: « A lavorarla ». Invece voleva proprio dire: « La terra è bassa ». E basta. “.


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“ Mercoledì 12 giugno 1996 – Due potenti Entità impersonali, invisibili a occhio nudo ma ovunque e in ogni momento presenti, dominano la nostra vita da un tempo che si avvia a diventare immemorabile. La prima, che mi sono permesso di denominare U.R.V.S. (Una Risata Vi Seppellirà) si adopra a fare ridere tutti quasi sempre e quasi su tutto, compiacendosi dello stato di ebbrezza e di quasi demenza che il ridere provoca in chi ne è affetto. La seconda, che altrettanto arbitrariamente ho chiamato Associazione Nazionale Dolore & Rabbia (A. N. D. R.), dispiega la sua lacrimosa, accorata, indignata iniziativa in tutti gli spazi trascurati dal riso, in tutti i tempi lasciati vuoti dal permanente sghignazzo, perseguendo il suo implacabile scopo che è appunto quello di fare piangere. Ambedue nemiche giurate dell’indifferenza, ci vogliono depressi o eccitati, ma normalmente incerti, normalmente distratti, normalmente preoccupati, normalmente perplessi, normalmente stanchi, normalmente contenti, normali insomma, assolutamente no. Istigati senza requie a ridere e a piangere, frastornati da segnali tanto assillanti e contraddittori, impossibilitati a sapere ormai più di che cosa si debba veramente ridere e su che cosa sia realmente il caso di piangere, allegri a dirotto, afflitti a crepapelle, io credo che stiamo diventando tutti matti. Proprio come è successo già a me. “.


Mercoledì 29 aprile 2015

e782ac successo tutto quarant’anni fa. Quando sono tornato. E ho scoperto che non era successo niente. Cioè era successo che io me n’ero andato, e gli altri no. Che tutto era restato com’era, tutto meno che me. Tutto senza di me. Come era potuto succedere? C’era il mio Amico, vestito da professore, era anche buffo, ma, lo capii subito, non c’era niente da ridere. Questa volta sarei potuto restare, ma me ne sono andato di nuovo. Questa volta però avevo capito: che loro non si sarebbero mossi, dico il mio Amico etc. Che non si muovono mai, per nessuna ragione. Mai vista una fermezza così.



Houston, abbiamo un problema “, dice l’onorevole Cuperlo. Che è uno che è cresciuto nell’epoca delle imprese spaziali.

Lo spaccone “ (Titolo del Giornale) « Ma quello è un film » Çavasansdire.

Io, invece, non resto mai. Da nessuna parte. Non ho “ terra che mi regga “. Perché?

Poi, sul giornale, leggo George Steiner che ci parla della lettura. Ci parla di Balzac, ci parla di Proust, ci parla di Céline. Poi accendo la tv e c’è Beppe Severgnini. Che è giunto alla trentacinquesima ristampa del suo ultimo libro. Già, Beppe Severgnini. Vorrei sapere che ne pensa il professor Steiner. Io penso che fra il leggere e il non leggere c’è il leggere male, il leggere merda etc.  (C’è anche da dire che la merda può anche piacere. Io, pare, da bambino ne ho mangiata moltissima)

Piace molto la mamma di Baltimora. Mah. Boh. Quello che si vede, nel video, nelle foto, è una donna, grassa, che picchia un uomo, giovane. Dev’essere questo quello che piace.

L’incidente – come ha descritto lo stesso Varoufakis – è avvenuto attorno a mezzanotte. « Gli attivisti anti-stato sono entrati nel giardino del ristorante per minacciarci. Il loro obiettivo a mio parere era di costringermi ad andare umiliandomi. Non ci sono riusciti perché Danae mi ha abbracciato con forza dando loro la schiena prima che riuscissi a fermarla in modo che avrebbero dovuto colpire lei per arrivare a me. » “ (Dai giornali)

Quando sento parlare Cirino Pomicino – che mi è anche simpatico – penso che la politica è meridionale. Penso anche che dopo la politica c’è solo la violenza.

I ” bambini “.

Andrea Morricone – che sarebbe il figliolo di Ennio – ha composto una musica per l’Expo: La forza del sorriso. Canta Andrea Bocelli. Io penso: se ci vedesse canterebbe un po’ meno. Cfr.: “ 31 marzo 1995 – Il Festival di San Remo dimostra che negli anni Novanta i toscani sono ciechi e cantano. “.

Là dove ha regnato il cattolicesimo, la lettura non è stata mai benvenuta. “ (George Steiner, Chi non ha libri rovinati non li ha letti, in “La Repubblica”, oggi)


ARCHIVIO

” 21 gennaio 1986 – Mi fanno paura i bambini. Cioè i nani (e anche Biancaneve). “.


ARCHIVIO

“ 2 aprile 1995 – C’è poi anche la storia di Momino, il cane della nonna Ida. Scappava spesso di casa, e poi tornava, dopo giorni e giorni. Una volta lo prese l’accalappiacani. Quando lo ritrovarono al canile municipale, dietro una rete, in procinto di essere liquidato, fu tanta la gioia della povera bestia nel rivedere la padrona che addentò la polpetta avvelenata che fino ad allora non aveva voluto mangiare. “.


Giovedì 30 aprile 2015

n1064on ho mai saputo decidermi: io fuggo o inseguo? sono un uomo o sono una donna? sono un giornalista o sono uno scrittore? Nell’incertezza ho scritto un diario. Che non è niente, è un traccheggiare, un prendere tempo, un perdere tempo. Un evitare di decidere, un saltare di lato, un tirare a campare. Io voglio vivere o voglio morire? Morirò senza averlo deciso.







Il comunismo: era un film. Lo penso nel day after.

Un maleducato di talento “, dice di Renzi il direttore uscente del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli. Che, in certi casi, non c’è bon ton che tenga.

« E la letteratura? » « La letteratura chi? ».

E la mia foto con l’elmetto – da operaio, da cantiere, da sottosegretario -, te la ricordi la foto con l’elmetto? Ero buffo? Dire che ero buffo è dire poco. Ero strano, ero fuori luogo. I miei colleghi, i giornalisti, invece… Così mi ricordo che la cosa più terribile che mi è successa, trent’anni fa, sono stati i giornalisti. Conoscerli, venire a sapere che c’erano, che c’erano sempre stati, che erano infinitamente diversi da me. Oppure che io ero, incommensurabilmente, diverso da loro. Che è gente che si mette l’elmetto come se niente fosse. Che va sulle piattaforme petrolifere nel Mare del Nord – ero lì, quella volta dell’elmetto – nei cantieri, nelle fabbriche, alle Fiere, alle Expo senza pensarci due volte, e ci si trova bene, come se fosse a casa sua. Io invece, ora che ci penso, in certi posti mi sento sempre a disagio, mi sento strano, mi sento buffo. Come se assolutamente non fossi di lì, come se venissi da un’altra parte… Comunque va detto che i giornalisti sono sempre meno peggio di quello che pensi. Per esempio, sono informati. Sanno cose che tu non avresti mai nemmeno immaginato di voler sapere – anche perché, diciamola tutta, tu sei uno che non ha mai voluto sapere niente.

Poi vedo la famiglia di stranieri. C’è il babbo, con il figlio un pochino disabile, ci sono le due bambine, c’è la mamma, c’è il figlio adolescente, un lungagnone, con gli occhiali verdi. Noto una cosa: sono tutti vestiti Desigual. C’è anche qualcos’altro, qualcosa di strano, ma non capisco cos’è. Poi capisco: sono tutti vestiti come se fosse estate, magliette, pantaloni corti. Poi mi ricordo: chisto è ‘o paese d’’o sole – veramente mi sembra che stia per piovere…

Poi vedo la ragazza con il cane. E anche un bel culo. E il resto, temo, è silenzio.

Poi c’è Andrea Bocelli. Che bocia. [*] [*] “ bociare v. intr. [der. di boce] (io bócio, ecc.; aus. avere). – Variante ant. e pop. tosc. di vociare, discorrere forte, alzare la vocenon bociate tanto! “ (Da Treccani.it)


ROSSORI

Sotto la foto dei cittadini milanesi che rimuovono le tracce degli scontri con i black bloc scriverò la seguente didascalia: “ Piazze pulite “.

pulizia


ROSSORI

Sotto la foto dell’allenatore della Juve Massimiliano Allegri che viene lanciato in aria per festeggiare lo scudetto scriverò la seguente didascalia: “ Allegria “.

allegria

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