diario romano / 2

 



” [Senza data] Stupido come un diario. “.




 

Venerdì 11 settembre 2015

l1793apinvasione… Per me continua a fare rima con televisione. Mi sono svegliato con questo buffo pensiero in testa. Poi sono tornato a dormire e ho sognato. C’erano quei ciclopedisti di paese che dicevano: “ Mica misero Generation, misero Ilarità… “. Parlavano dell’” VIII Festival di Rieti “, di cinquant’anni prima, e volevano fare gli scafati. Io pensavo: ma vi siete guardati?







Poi, quando ho acceso la tv, parlavano di tv. C’era Mentana, c’era Freccero, c’era Parenzo, c’era Balassone, c’era Bonini. Ho pensato: più invasione di così…


ROSSORI

Sotto la foto del cittadino danese che sputa ai migranti scriverò la seguente didascalia: “ C’è del marcio in Danimarca “.

danese


ROSSORI

Sotto la foto di un gruppo di migranti che sembrano gli apostoli del Vangelo secondo Matteo di Pasolini scriverò la seguente didascalia: “ Il casting “.

casting


ROSSORI

Sotto la foto di Naledi, l’ominide scoperto in Sudafrica, scriverò la seguente didascalia: ” Siamo ominidi o caporali? “.

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Sabato 12 settembre 2015

i1928eri sera in tv c’era Giampaolo Pansa. Ha detto che Renzi fa troppo il furbo, che fa troppe promesse etc. Ha detto che lui vive in Toscana, che Berlusconi è di un anno più giovane di lui, che l’invasione c’è, è peggio di come si dice, ma non ci si può fare niente. Poi ha cominciato a parlare della sua mamma, ma non so che abbia detto, perché ho cambiato canale, anzi, ho spento proprio. Poi, ripensandoci, ho pensato che, come tutti i giornalisti, non aveva da dire niente, ma solo da vendere il suo ultimo libro, in cui, a quanto ho capito, si parla dell’” Italiaccia “ etc. Del resto, che Pansa, come tutti i giornalisti, è fatto così, lo so da tanto tempo: “ 31 marzo 1992 – Leggo Pansa, Cronache con rabbia, 1975. Quello che impressiona è che a stare all’autore tutto andava malissimo già prima del ‘75, così malissimo che non si riesce assolutamente a capire come possa essere andato – come è andato – anche peggio nei diciassette anni successivi. “.

A me, a scrivere, viene da ridere. Sì, scrivere lo trovo, tutto sommato, ridicolo. Comunque, se anche non venisse da ridere a me, verrebbe da ridere a tanti altri. Quelli che ridono sempre, quelli che ridono “ a prescindere “. Quelli che ridono, e a scrivere non ci pensano proprio.

L’essenza cool degli anni Sessanta “ (Titolo di Repubblica)

Cara, dove si andrà / diciamo così / a fare all’amore ” (Fortini-Carpi, Quella cosa in Lombardia, 1960)


Domenica 13 settembre 2015

i1929eri sera ho visto Gene Gnocchi – ebbene sì, ho ricominciato a vedere la tv. Raccontava che il padre era molto comunista e faceva il tifo contro l’Italia. Dice che nel ’66, quando l’Italia perse con la Russia, loro andarono a festeggiare per le strade di Rimini. Quando vedo Gene Gnocchi io ripenso sempre al povero Stefano Giovanardi: “ 4 dicembre 1993 – « Ne deriva talvolta una straniata comicità, ma più spesso dominano i rintocchi cupi di una palpabile angoscia, che converte la satira un po’ superficiale sprigionata da alcune situazioni in partecipazione vorrei dire sofferta alle vicissitudini di una condizione umana largamente condivisibile, e soprattutto capace di riverberare gli strappi, le contorsioni, le convulsioni logiche di cui si sostanzia in un linguaggio disarmonico e ripetitivo, ora intensamente espressionistico ora come disarticolato e fratturato dall’urgere del non-senso. » (Il critico Stefano Giovanardi sul comico Gene Gnocchi) “. Comunque Giovanardi è morto, Gene Gnocchi, invece, è vivo e scrive insieme a noi.

Rispondendo al lettore indignato contro Renzi perché ha detto che il berlusconismo e l’antiberlusconismo hanno rovinato l’Italia, Michele Serra rivendica il suo antiberlusconismo assolutamente “ antemarcia “ – “ [D]ell’antiberlusconismo io sono uno dei soci fondatori. I miei primi corsivi uscirono sull’Unità nei primi Ottanta, quando nasceva il suo impero e nessuno lo conosceva. “ -. Ma questo dimostra soltanto che Michele Serra non è nemmeno sfiorato il dubbio di avere contribuito a rovinare l’Italia un pochino – o parecchio? – anche lui.

Ma insieme sentiva qualcosa d’inesprimibile, una sorta di repulsione: il terrore, quasi, d’un incesto. “ (Gustave Flaubert, L’educazione sentimentale, cit.)


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“ 2 gennaio 1993 – Scrive Michele Serra a proposito di La linea d’ombra, primo dei Centopagine regalati da l’Unità, che i libri sono belli e la letteratura anche con i suoi magnifici altrove etc., ma noi si deve restare nel presente pieno di orrore, dei giornali etc. Scrive anche che il paradosso del mondo è che nessuno si gode mai quello che ha. Anche sul tema « diventeremo tutti più poveri » Serra ha qualcosa – di piuttosto banale – da dire. Il fatto è che la miseria richiederebbe una riflessione più approfondita, più « teologica ». Del tipo: se Dio non esiste tutto è possibile, anche Michele Serra. (Bisogna dire subito, anche a fini esorcistici, che Michele Serra scrive bene. Bisogna anche aggiungere che non per questo eviteremo di accogliere (e discutere) i contenuti della sua scrittura. Tuttavia dire che Michele Serra scrive bene, siamo certi che a Michele Serra farà piacere. E questo è solo l’inizio) (Il terribile di Serra è che è « buono ». Per questo è così indignato) (« Il buffo professor Sgarbi »: Michele Serra è tutto qui) “.


ROSSORI

Sotto la foto di Roberto Barzanti e Giorgio Gosetti presidente e direttore delle Giornate degli autori al Festival di Venezia scriverò questa didascalia: “ La cinematografia è l’arma più forte “.

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“ 12 novembre 1991 – Alla vigilia del ‘92 anche il comico berlusconiano Gene Gnocchi pubblica il suo libro. (Per non dire di Disegni & Caviglia, per non dire di Tiziano Sclavi, fumettista) “.


Lunedì 14 settembre 2015

s1241virgolare “… È un po’ di tempo che non sento dire “ solare “. Strano.













ROSSORI

Sotto una foto dell’ultimo naufragio di migranti scriverò la seguente didascalia: “ Allegria di naufràgi “.

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ROSSORI

Sotto la foto dei due poliziotti gay che si sono sposati in Spagna scriverò la seguente didascalia: “ La nuova polizia “.

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“ Come farà? “, dicevano le mamme dei miei compagni. Già, come facevo? Dico a scrivere, senza fare fatica, senza affannarmi, senza spremermi le meningi, senza soffrire, come soffrivano i miei compagni, i figli, poverini, di quelle mamme. Come facevo non lo so, non me lo ricordo. So solo che non c’era nessun trucco, nessun inganno. Comunque ormai non ha più nessuna importanza. I figli sono vecchi, le mamme, quasi sempre sono morte. E anch’io ho smesso di scrivere da tanto tempo.


Martedì 15 settembre 2015

i1930eri sera da Lilli Gruber c’era Matteo Renzi. Non è successo niente di speciale, ma io ho avuto la sensazione di assistere a qualcosa di assolutamente angoscioso. L’angoscia derivava dal fatto che Renzi appariva più ragazzino che mai, diceva le sue cose evidentemente opinabili, appariva, come le altre volte, più delle altre volte, un “ ospite “, cioè uno che non è di lì, che è venuto da fuori, che fuori è destinato, comunque, a stare. Poi, come sempre, c’era la padrona di casa, garbata come una padrona, padrona come una padrona. Poi c’era l’amico della padrona, il giornalista Federico Rampini. Del quale si può solo dire che aveva l’aria di saperla lunga, ma soprattutto si faceva notare per un gran cespo di capelli bianchi, più bianchi del prevedibile, considerato che non è poi tanto vecchio. Renzi parlava, nel senso che rispondeva alle domande, barcamenandosi, come si barcamena uno che sta sostenendo un esame, giustificandosi, come si giustifica uno a cui vengono rivolte delle accuse.. Rampini, invece, ha scritto un libro, un altro, ma del suo libro non saprei dire niente, non sono nemmeno sicuro che ci sia chi lo leggerà. Io, alla fine, ho pensato che il mondo ormai si divide in chi ha scritto un libro – la maggioranza – e chi, invece, no. Di questa moltitudine di “ scrittori “ io non so niente. So solo che scrivono, senza preoccuparsi di essere letti. Però, scrivendo, è come se la scampassero. Dal pericolo di essere costretti a rispondere, di essere giudicati per le risposte che danno. Come se scrivere bastasse a salvarsi, qualunque cosa si scriva. Mah.

Lei ha lo stesso nome del fondatore dell’Accademia d’arte drammatica, dove si è diplomata. « Sì, ma non c’è nessun legame! I miei genitori sono impiegati, lontani da questo mondo. Il desiderio di recitare è nato con me. Insomma, nomen omen, si dice, no? ». “ (Intervista a Silvia D‘Amico)

“ Firenze, 29 novembre 1921 – […] E io guardavo, guardavo, lasciandomi spingere e respingere, come in un’altalena, dalla realtà alla finzione, dalla finzione alla realtà, e mi pareva di vedere tutta l’umanità ridotta ormai a scambiare così il gesso col marmo, la cartapesta col bronzo, le ali degli angeli coi batuffoli di bambagia, il manovale con l’eroe. Ero stanco. Ed ormai era scesa la notte. “ (Ugo Ojetti, Le case di Dante a Rifredi, in Cose viste)

Nella poltrona che ti conteneva / La sera prima di morire / Ho trovato una corona del rosario / Finita sotto il cuscino. / Forse all’improvviso ti eri volta / Verso la porta: arrivavo / Ogni tanto, e tu / Cambiavi espressione: / Ti tornava la luce negli occhi, / Uscivi dalla poltrona. “ (Franco Buffoni, Nella poltrona che ti conteneva) [*] [*] Ricopio questa poesia di Franco Buffoni perché non mi dispiace, e anche perché oggi è il giorno in cui, ventidue anni fa, è morta la mamma.

Occhiate / ai supermercati / fra i blandi / dannati / i miti / debosciati / della Grande / Distribuzione // O come ti / avrei amata… / se non fossi stato / se non fossi stata / impegnata /  a pagare / alla cassa. .

In ricordo di / Giacomo Leopardi / amico fraterno di sempre. / Roberto Jucci / Roma, 15 settembre 2015 “ (Dai giornali)

Stamani, al mercatino, c’era l’Autobiografia di Brigitte Bardot – 7-800 pagine, con molte foto etc. Non l’ho comprato, ma ora mi chiedo: avrei dovuto comprarlo? Il fatto è che, a parte tutto, Brigitte Bardot non mi è mai piaciuta. Ma ora mi chiedo: avrebbe dovuto piacermi? C’era anche un bel librettino di Franz Marc, ma lo zingaro ne voleva 20 euro. Qualcuno, si vede, l’aveva avvisato che era un libretto piuttosto prezioso. Comunque non ho comprato nemmeno quello. Il fatto è che sono stufo di comprare etc.


Mercoledì 16 settembre 2015

R538virgoberto Salvini (LN): « Fare chiarezza sulla questione ungulati » ” (Dai giornali di Siena)












Vedere padre Alex Zanotelli, missionario comboniano, che parla dal rione Sanità di Napoli, mi conferma soltanto nell’idea, risaputa, che i missionari vanno in Africa.

Leggo Cose viste, le cronache politico-artistico-letterarie di Ugo Ojetti. Trovo, fra gli altri, anche nomi che a me risultano assolutamente sconosciuti, e che, per quanto mi risulta, sono poi rimasti, nonostante Ojetti, generalmente sconosciuti. Per esempio questa Bruno Sperani, che era uno pseudonimo, della scrittrice Beatrice Speraz, che poi, veramente, si chiamava Vincenza Pleti Rosic Pare-Spèran, che stava con un pittore, Vespasiano Bignami, “ il Vespa “, di cui ugualmente non ho mai sentito parlare etc. Ne deduco che ci sono periodi in cui il mondo si riempie di “ artisti “. Ma poi i periodi finiscono, e degli “ artisti “ non si ricorda più nessuno.


Giovedì 17 settembre 2015

h530o sognato che dicevo a qualcuno che io mi sento un Dussardier, il giovanottone dell’Educazione sentimentale che dice di volere amare una sola stessa donna tutta la vita.











Gli inventori del nulla “ (Titolo del Venerdì) Mi sembra un’eccellente definizione del giornalismo.

Guardo il cuoco sulla copertina del Trovaroma – domenica all’A(ppla)uditorium c’è il Festival dell’Eccellenza Gastronomica. Penso che un cuoco, dopotutto, è un uomo con un cappello. Concetto di chef. Concetto di cappello.

Impressionante è la forza dell’erba. Il piccolissimo stelo solleva una zolla, pur di uscire. Come farà?

E lo scontrino? / Finge di non saperlo / il cinesino // Mi ha preso per merlo / l’omìno / venuto / dall’Est // Dall’Est  / questa volta / niente / di nuovo.


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“ Mercoledì 6 marzo 2002 – Ogni mattina mi dico: oggi basta. Basta perdere tempo. Oggi no. Oggi mi metto dietro a una donna, ce ne sono tante, belle, giovani. Dopotutto è questa la sola cosa che mi interessa. Vederle, toccarle, annusarle, leccarle, entrare in un’intimità vera, conoscerle, come so che è possibile fare, perché sono sicuro di averlo già fatto. Poi però, ogni mattina, comincio a frugare fra i libri, li sfoglio, li leggo, vado di libro in libro, ce ne sono tanti, tutti bellissimi, tutti vecchi, come piace a me. Copio dai libri le frasi che vorrei avere scritto io, scrivo, scrivucchio. E intanto il tempo passa, le belle ragazze vanno e vengono, leggono, mi sorridono, gli sorrido, ma de loin. Perchè una mattina dopo l’altra, nonostante il mio fermo proposito, io rimango a distanza. Gironzolo, tergiverso. Come un cane timoroso nei dintorni di un osso, che non si decide mai a addentarlo. (Queste cose pensavo mentre, nei dintorni di San Luigi dei Francesi, nei dintorni del Senato della Repubblica italiana, tornavo verso casa con in mano un libretto sui diari, appena acquistato alla libreria La Procure. Poi sono entrato nella piccola graziosa biblioteca della Fondazione Basso – cercavo un certo libro che sapevo che è lì, ma poiché non ricordavo qual era non l’ho trovato, però ho trovato molti graziosi cartoncini su cui erano scritti nomi tutti a me familiari, alcuni molto familiari, non sto nemmeno a dirti quanto. E, come mi succede in questi casi, ho pensato che è strano, dico che io e loro non ci vediamo mai, come se vivessimo in due mondi diversi, del tutto separati. Forse la colpa è mia, che non mi decido a fare il primo passo, che resto qui, avvolto nel diario. Come in un bozzolo, o in un sudario. Che perdo tempo, che tergiverso, che aspetto non si sa che. Come se l’incantesimo dovesse finire da solo, una volta o l’altra) (Comunque anche loro, in quanto a tergiversare, non scherzano) (Ogni mattina mi dico: oggi basta. Basta copiare frasi scritte da altri. Basta scrivere frasi senza capo ne coda. Senza inizio né fine. Bisogna tirare le somme, chiudere il cerchio, concludere. Basta il diario. Oggi scriverò una storia, un romanzo, con un principio, e soprattutto una fine. Un romanzo si scrive sempre dalla fine. Perché bisogna che sia finito, dico per scriverlo, per cominciarlo. Ogni mattina mi dico: oggi bisogna finire. Ma non comincio mai) “.


Venerdì 18 settembre 2015

T583virgutti corrono, ma da che cosa scappano? “, si chiede Giorgio Boatti. Il suo è un breve intervento, poco più di una storiella. Consiste di una conversazione con un giovane migrante, arrivato in Europa dal Congo etc. Si ride anche – Tony, il ragazzo venuto dal Continente Nero, scambia Leonardo (da Vinci) con Ronaldo (Cristiano) -, prima di arrivare alla domanda cruciale: da cosa scappano? Quelli che scappano si vedono nella foto che correda l’articolo: vi si vede un folto gruppo di uomini in calzoncini corti e scarp ‘e tenis che corrono fra i filari di un vigneto. Il vigneto è molto grande e anche il sentiero che ci corre in mezzo è piuttosto largo, quasi una strada. A guardare la foto mi è venuta in mente una scena simile, che non posso avere visto se non al cinema: quella degli ebrei in fuga attraverso le acque miracolosamente aperte del Mar Rosso. Paragonare i joggers agli ebrei mi sembra un po’ “ forte “, lo ammetto. Ma pensare che quella sconfinata serie di filari sembra un mare, questo mi sembra legittimo. Il “ mare della ruralità “, avrei tanta voglia di chiamarlo così. E l’allusione a Calvino, giuro, non è assolutamente casuale. Tanto più che domani fanno trent’anni dalla sua morte. Da che cosa scappava Calvino? Anche questa è una “ bella domanda “, direbbe qualcuno.

Ci voleva un giornalista come Paolo Liguori per fare notare che la foto di Renzi che guarda dall’aereo l’alluvione di Piacenza è una specie di autogol. Gli altri parlano parlano, ma non ascoltano – leggono – mai.

Io, che io sappia, sono nato a Siena, ma, più passa il tempo, e più dubito che sia vero. Dipende dal fatto che, quando sento parlare di Siena, ne sento parlare sempre in un senso che non mi pare corrisponda al mio. Per esempio, pare che a Siena ora non si faccia altro che parlare di cinema. Non che prima il cinema non ci fosse, nel senso dei cinema, per esempio – posso enumerarli tutti, volendo: in ordine di apparizione, venendo da casa mia: il Metropolitan, grosso grosso e coglione coglione, un po’ come i film che ci davano, l’Impero, sapeva di naja, era una dépendance dell’attigua caserma Lamarmora, il Senese, piccolo e lurido, adatto agli incontri innominabili, l’Odeon, centralissimo, molto perbene, come una pasticceria, Nannini, of course, il Moderno, altrettanto centrale, ma piccolo e grazioso, credo di averci visto La finestra sul cortile, con la mamma, penso nel ’55, perché il film è del ’54, e a Siena i film non arrivavano subito. Poi ce n’erano anche altri, che non sto a nominare, a parte uno, lo Smeraldo, che non era per niente centrale, era giù in fondo, dalle parti di Porta Romana, praticamente fuori porta, praticamente a Roma. A parte la posizione, era un cinema un po’ speciale, di sicuro lo è stato per me, ma ora non sto a dire perché. Comunque c’erano i cinema e c’erano anche quelli che ci andavano, chi più e chi meno, chi anche troppo, come quel mio quasi amico che ci andava non so quante volte al giorno, ma tutti dicevano che era un po’ matto e così si spiega. C’erano anche i cinefili, cioè quelli che il cinema lo prendevano tremendamente sul serio, secondo me anche troppo, erano pochi e avranno avuto le loro buone ragioni. Quello che ricordo io è che, quando ci andavo al pomeriggio, rimanevo un po’ stranito, perché, io che venivo dal buio della sala, da quella specie di notte, uscendo trovavo la luce del giorno, e non ci capivo più niente. Insomma, anche a Siena, anche per me, di cinema ce n’è sempre stato in abbondanza. Però, a quanto vedo, ora è tutto molto diverso. È come se il cinema si fosse laureato, fosse diventato qualcosa di maiuscolo, di monumentale, di terribilmente importante, anche di un po’ inquietante, di un po’ spaventoso, come tutte le cose troppo grosse. Se dico che non sono più sicuro di essere nato a Siena è perché comincio a pensare di essermi perso qualcosa fin dall’inizio. Forse dipende dal fatto che io sono nato a Siena, ma non proprio a Siena-Siena, dico nel centro storico, che, in una città come Siena è storico che più storico non si può. Però è anche vero che da qualche parte devo essere nato. Qui a Roma, dove ormai abito da un sacco di tempo, direi proprio di no. E nemmeno in nessuna delle altre città dove mi è capitato di vivere. A parte una, dove, con un piccolo sforzo, potrei anche decidere di essere nato. Dico a Torino, dove, più di quarant’anni fa, ho cominciato a scrivere questo diario. Dico per dire, perché, se ci penso, io, a Torino, più che nascere, ci sono morto. In una camera d’albergo, da solo, come si muore a Torino. (Poi, quando nel servizio sulle elezioni in Grecia, vedo la scrutatrice con il suo clamoroso decolleté, non posso non ripensare a un diario: “ 18 giugno 1989 – Mi scruta / la scrutatrice / scrutando perplessa / la carta / d’identità / … sarà… // poi sobbalza / scrutandomi / scrutare / la vaga / profondità / dello scollo / … ma!? // esattamente / identificato / ho espresso / il mio voto / (segreto) / diritto o / dovere? ”. A proposito di cinema… )


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“ Venerdì 27 agosto 1999 – Alla fine, dopo tanto scattare – quest’anno, questo agosto non ho fatto praticamente altro – ho fatto una foto che è veramente una foto. Vi si vede in primo piano, inquadrata da dietro col teleobbiettivo, la sagoma scura di un gatto – è la mia gatta Puzzi, ma il fatto in questo caso non ha importanza – che guarda verso un « secondo piano » – rappresentato dal muro dalla casa della contadina di fronte, ma anche questo non importa molto – lungo il quale scorre – in piena luce – la sagoma di un altro gatto. Dico che questa è, nel senso più pieno della parola, una foto perché come immagine obbedisce ad alcune caratteristiche tipiche. Innanzitutto una sorta di « modestia » – del contenuto, dell’ambientazione – la quotidianità scabra, patetica della civiltà agricola -, che è come dire il suo realismo, anzi forse bisognerebbe dire surrealismo, perché la « modestia » è tale e tanta da suggerire un sentore di fiaba, forse di sogno: quello che vediamo è, piuttosto che « vero », « strano » – anche perché, a dirla tutta, noi non siamo gente che vive in campagna. Ma non soltanto: è anche « buffo ». Anche non conoscendo la mia gatta Puzzi, è una buffa scenetta quella in cui si vede un gatto – nero come un’ombra, minaccioso come un agguato – che guarda un altro gatto – che comunque continua a camminare in assoluta indifferenza. Questa buffa scenetta – buffa come una barzelletta, buffa come un fumetto – storie di animali, storie di animali da cortile, storie da cortile, storie da ridere, come si dice – è anche qualcosa di più: la coincidenza che quel gatto guardasse e quell’altro – indifferentemente – gli passasse davanti è così eccezionale, così perfetta, così meravigliosa, che sembra quasi un miracolo. E anche questa della miracolosità è una delle caratteristiche tipiche delle foto. C’è da aggiungere anche che, non solo perché è una foto, ma anche per l’atmosfera – un après midi à la campagne, che è facile immaginare ruralmente silenzioso – e soprattutto per il fatto che « in scena » ci sono soltanto il muro bianco e giallo di un edificio rurale, un cespuglio d’erba, un cavalletto di legno scrostato e due gatti, quello che vediamo è assolutamente « senza parole ». E il silenzio è un’altra delle qualità indispensabili perché una foto possa essere definita tale. Però io vorrei dire di più, anche se rischio di sembrare immodesto: questa foto che non so come sono riuscito a fare – sì, è stato un « caso » riuscirci, ma d’altronde la casualità è un’altra delle leggi a cui obbediscono le foto – potrebbe anche essere eletta la foto per eccellenza, la foto delle foto, la foto. Un gatto guarda un gatto: non è soltanto strano, buffo o miracoloso: è un problema, anzi un mistero. Un gatto è nell’ombra, l’altro è nella luce, un gatto – quello in primo piano – è « a fuoco », l’altro, in secondo piano, è sfuocato – si riconosce benissimo che è un gatto, ma ha le fattezze di un fantasma, di un’idea di gatto: sarà un gatto reale o solo il frutto dell’immaginazione del gatto-che-guarda? Cioè a dire: sono davvero due gatti diversi? davvero un gatto è passato lungo quel muro? davvero è successo qualcosa? davvero è successo in campagna? – come noi la mia gatta Puzzi è costretta a vivere tutto l’anno in città. Non sarà stato un sogno, il sogno di un pomeriggio di mezz’estate, il sogno di un gatto di mezz’estate, il sogno di un gatto in vacanza? In ogni caso: non succede soltanto fra i gatti. “.


ROSSORI

Sotto la foto di Renzi che guarda dal finestrino dell’aereo le zone alluvionate scriverò la seguente didascalia: “ Dall’alto “.

dallalto


ROSSORI

Sotto la foto di un gruppo di migranti che chiedono cibo scriverò la seguente didascalia: “ Dal basso “.

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Sabato 19 settembre 2015

B379virgella riflessione. Anche io, quando « vado a correre » (come se correre non fosse già un’andare) e incontro altri joggers come me, mi chiedo: « tutti corriamo, corriamo ma ‘ndo …zz andiamo? ». Diversamente da Tony, non interpreto il nostro correre come Scappare, piuttosto come Inseguire. Dovunque stia la verità, stiamo certamente lasciando il posto a qualcun altro. “ (Un commento)







Oggi è l’anniversario della morte di Calvino. Dopo trent’anni mi chiedo ancora perché, trent’anni fa, io ne rimasi sconvolto: “ 19 settembre 1985 – Morto Calvino. È un evento terrificante. L’« alto rischio » della scrittura. “. Chiedermelo mi fa capire che, dopo tutto questo tempo, io continuo a sentirmi sconvolto. (L’ « alto rischio della scrittura » o il rischio della scrittura alta?) (Comunque, a pensarci meglio, quello che mi sconvolge di più è pensare che, forse, è cominciato tutto allora: la moda di Siena, la moda di andare, tutti, a Siena, l’” invasione “, insomma) (In questo paradossale senso, Calvino potrebbe essere stato l’involontario testimonial dell’” Operazione Siena “. Quella che ha trasformato una graziosa, preziosa, ritrosa città d’arte, in una location, in un marchio, in un logo etc.) (Ma è ancora troppo poco per dire quello che veramente è successo negli ultimi trent’anni, a Siena, e non solo. Direi di chiamare questo immane disastro: la “ Vermicinizzazione “)

Emanuense “, dice il giornalista. Che è, evidentemente, uno che non ha mai scritto a mano. Però, forse, ha visto Emmanuelle.

“ Me so’ imparata a portà le donne “, dice la vecchia che, da quando è morto il marito, si è messa a ballare. Dice: “ Bisogna camminare “. “ Marciare, non marcire “, gli ho detto io, tanto per dire qualcosa. Ma non credo che abbia capito.

Nella notizia che la sorella della povera Yara Gambirasio è entrata nelle indagini con alcune importanti dichiarazioni la notizia, secondo me, è che si chiama Keba. Perché, chiedo, non si indaga anche su questo? Tanto per chiedere.

Una notizia è anche che oggi, nelle pagine di Repubblica, non ci sono nemmeno due righe per ricordare la morte di Calvino. L’amico, smemorato, di Calvino.

Anche che Valerio Magrelli con Corrado Augias racconterà la poesia italiana per Repubblica – “ in edicola dal 23 settembre “ – come notizia fa la sua porca figura.

Va detto che, comunque, c’è una cosa che è peggio di Repubblica, ed è Repubblica.it. Leggere per credere.

Ripenso a Calvino. Mi chiedo: perché fui sconvolto dalla sua morte? Io, dopotutto, non ero un “ calvinista “ – come si spiega in quel diario che dice: “ 8 settembre 1985 – Che cosa ho letto di Calvino? Poco o niente. Ho letto Una pietra sopra (saggi), Palomar, che è un libro tragico, qualche pezzo di Se una notte d’inverno un viaggiatore, forse un romanzo della trilogia, forse, in anni lontanissimi, La giornata di uno scrutatore. Ho ascoltato di recente alla radio la lettura di un brano del Sentiero dei nidi di ragno. Che cosa ho letto? Poco e male. Nei famigerati Sessanta. (E anche dopo) “. Ma allora, perché fui sconvolto? La risposta è semplice: perché, trent’anni fa, io ero sconvolto. Ero sconvolto come Calvino – perché Calvino, in quegli strani anni Ottanta, era sconvolto -? Diciamo che io ero sconvolto a modo mio. Una sola cosa avevo veramente in comune con Calvino, che scrivevo, anzi: tentavo di scrivere. A pensarci meglio, io avevo un’altra cosa in comune con Calvino: che abitavo a Roma, ma non ero di Roma. Potrebbe darsi che questo bati a spiegare tutto, nel senso che Roma sconvolge, almeno certa gente, almeno in un certo senso. E, anche se è un po’ poco, per ora mi pare che basti.

Calvino è l’unico scrittore italiano della seconda metà del XX secolo a essere passato dall’età giovanile direttamente alla vecchiaia, saltando a piè pari l’età adulta, così che l’idea che abbiamo conservato di lui, a quasi trent’anni dalla scomparsa, è quello di un puer senex, un saggio dall’intramontabile aspetto giovanile. “ (Belpoliti, 2013)

« Ho voglia di vomitare » « Non c’è tempo per vomitare » “ (Prima pagina, Billy Wilder, 1974) (“ Come mai tu sei una piazza e io sono una via? “ (Ibid.)) (“ Sei bellissimo quando ti arrabbi “ (Ibid.)) (Ma soprattutto meraviglioso è, nei titoli di coda, il condannato a morte Earl Williams che diventa, nella traduzione italiana, “ il Conte Williams “)

Poi, all’improvviso, senza nessuna ragione, senza nessun preavviso, scoppiano i fuochi artificiali. I gatti si sono spaventati. Io no, ma solo perché sono già spaventato.


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“ Mercoledì 19 marzo 1997 – In Calvino c’è spesso il mare. Anche in Palomar un mare c’è, anzi un « mar ». « Come in palcoscenico ci sono le cosce? » Esattamente. “.


Domenica 20 settembre 2015

L1794ei si è messa ha leggere quel libro su Ceroli, dopo che aveva smesso di leggerlo lui, il professore – poteva essere Cancrini, ma non ne sono sicuro -, così io ho pensato che dopo avrei voluto leggerlo anche io – credo dipenda dal fatto che ieri sera, prima di addormentarmi, ho letto Ojetti su Rodin. Ora che sono sveglio penso che è stato un sogno stupido, e che anche scriverlo è stupido. In generale, penso che questa pratica del diario a lungo andare sia nociva, mi verrebbe di dire che il diario è “ la tomba del romanzo “, che, se io voglio scrivere veramente qualcosa, dovrei smettere di scrivere il diario etc. Ma il fatto è che non sono per niente sicuro di voler scrivere qualcosa etc. (Poi vedo che oggi è il 20 settembre e mi viene in mente la “ questione romana “, e penso che per me la “ questione romana “ – che mi suona strano, un po’ come “ comunisti romani “ (cfr., passim, questo diario) – è una questione irrisolta) (Poi accendo la tv e c’è un filmuccio che poi però scopro è di Comencini – Mogli pericolose, 1958 -. Già, il ’58: ecco un’altra questione irrisolta… )

« Quella signora legge il Manifesto » « Ça va sans dire » “ (Una domenica al Maxxi)

“ M’hanno ‘mbriacata “, dice la vecchietta che viene a farci le iniezioni. Ma dove? “ Al San Giacomo “. ‘Mbriacata? Al San Giacomo? Poi si capisce: si era rotta una spalla, e, all’ospedale, l’hanno “ imbracata “… Poi però non la smette più di parlare, ci racconta di quando si è rotta l’altra spalla, di quando si è rotta un braccio… Alla fine capisco che ci vuole ‘mbriacare, ‘st’irriducibile vecchia.

Dovunque il guardo io giro / Immenso o spot ti vedo.

Alla fine, a forza di sentirmelo dire, sono diventato davvero egoista. E, quello che è peggio, sapere che si è trattato sempre soltanto di un equivoco ormai non serve a niente.


ROSSORI

Sotto una foto dell’attrice Juliette Binoche davanti a uno specchio scriverò la seguente didascalia: “ Bi-noche “.

binoche


Lunedì 21 settembre 2015

N1068virgel 2001 gli viene diagnosticato un tumore alla laringe che deve essere in gran parte asportata. Dopo essersi ristabilito cambia vita, si converte al cattolicesimo e pubblica le sue memorie (2008) “ (Lo sceneggiatore di Basic Instinct Joe Eszterhas in Wikipedia)









La squadra di Atzori almeno al punto di vista atletico è molto ben preparata.  E questo è un aspetto indubbiamente positivo. Ma correre troppo  in genere va a discapito della precisione e del ragionamento. Doti per qualsiasi squadra e di qualsiasi sport, importanti, a nostro parere, per ottenere risultati. “ (Dice il mio amico Augusto, di professione fotografo)

Il dottor Eggelhofer aveva ragione / Appunti per un saggio sul cinema.

Così lesbiche così normali “ (Titolo dell’Espresso)

Quando al bar vedo la barista tatuata, quando in farmacia vedo la farmacista agghindata, quando mi affaccio dalla terrazza e sotto c’è la missitalia del secondo piano, io ripenso a Catherine Tramell e mi dico: “ Non fare il marmocchio “. Perché ormai dovrei averlo capito che nelle donne non c’è niente da vedere, perché le donne sono, essenzialmente, invisibili. Come spiegava il povero Sciascia: “ 24 giugno 1994 – « “ Le donne non hanno più le cosce “, dice malinconicamente il tassinaro romano. Siamo fermi a un semaforo, è ora che si va a scuola e in ufficio: e davanti a noi è tutta una sfilata di donne in pantaloncini e minigonne. Sono sorpreso come Max Beerbohm quando sentì Tunney, campione dei pesi massimi, parlare con voce sommessa del verde-argento dei quadri di Whistler. Il tassinaro ha viscere cattoliche (cattoliche e, si capisce, romane) estremamente sensibili. Voltandosi verso di me ribadisce: “ Eh sì, non le hanno più… Non le vede? “. Il fatto di vederle, raffinato paradosso, coincide per lui con l’invisibilità. Il fatto di vederle, invece che di intravederle, di indovinarle, di sognarle, si trasmette alla sua erotica contemplazione come un’assenza, una mutilazione. Ogni parte del corpo femminile che la moda denuda, ecco che per lui è perduta. Se le donne andassero nude, soltanto le teste rotolerebbero davanti a lui, come dalla ghigliottina nel paniere. Una cosa molto cattolica. Ma non è cosa ugualmente cattolica, di altro segno del cattolicesimo, questa scelta, consapevole o meno, della donna: di sparire come corpo appunto denudandosi? » (Leonardo Sciascia, Nero su nero, 1969-1979) “.


ROSSORI

Sotto una foto di Joe Eszterhas con capelli lunghi e biondi scriverò la seguente didascalia: “ Un giovanotto di sentimenti materni “.

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ROSSORI

Sotto una foto di Fidel Castro in tuta Adidas scriverò la seguente didascalia: “ Hasta la victory, siempre “.

adidas


Martedì 22 settembre 2015

E784virgsce oggi il nuovo libro del fondatore di Repubblica. L’allegria, il pianto, la vita è una raccolta di riflessioni, ricordi, citazioni e poesie. Dopo i saggi e i romanzi per la prima volta la scrittura è in forma di diario per registrare non gli eventi, « ma i mutamenti interiori generati dalla realtà » “ (Da Repubblica.it) [*] [*] Potrebbe essere l’occasione per rendersi conto che il diario è una cosa da novantenni, da “ fondatori “, da “ amici di Calvino “ etc.






Quello che non ho ancora capito è che rapporto c’è fra la Letteratura e il Tempo. È il Tempo che è nemico della Letteratura o è la Letteratura che è nemica del Tempo? La verità è che a questo punto io non so niente della Letteratura e non so niente del Tempo.

I rifugiati mi fanno pena. Ma i “ rifuggiati “, francamente, non li sopporto.

“ 29734 – Nel 1999 Ubaldo Billet, un generale degli alpini, i laureò in Scienze politiche con il massimo dei voti: il brillante studente aveva la bella età di 90 anni. “ (Dalla Settimana Enigmistica)

“ Un altro mondo è possibile “: basta andare a dormire.


ROSSORI

Sotto la foto dell’attore affetto da nanismo acondroplasico Peter Dinklage che riceve un premio scriverò la seguente didascalia: “ La Grande Bassezza “.

bassezza


Mercoledì 23 settembre 2015

m911i torna in mente un diario: “ 11 gennaio 1991 – Ho un segreto: sono morto. “. Penso: se ero morto venticinque anni fa, figuriamoci ora.











Stamani a Piazza di Spagna ho visto una in burqa che si faceva un selfie. Giuro. Non ho potuto fotografarla perché c’era il marito che guardava. Comunque non c’è più religione.

« Mi sento un rumiziano », ha detto il ministro ringraziando Repubblica e lo scrittore per il contributo fornito al progetto di rivalorizzazione dell’Appia Antica. “ (Dai giornali)


ROSSORI

Sotto la foto di un migrante che bacia una bambina attraverso una rete scriverò la seguente didascalia: “ Reti “.

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Giovedì 24 settembre 2015

v1091edendo giù in strada la signora con l’ombrello aperto – ma il cielo è assolutamente sereno e lì dove staziona la signora non c’è nemmeno il sole -, penso che dell’ombrello ne sanno tutti più di me. Quello che sanno tutti è che è sempre meglio coprirsi. Quello che pensano tutti è che dall’alto può cadere sempre qualcosa. Mi torna in mente che ci fu un tempo in cui si parlava di “ ombrello atomico “. Ripenso a un diario: “ Domenica 30 novembre 2003 – « Moglie, macchina ed ombrello / non prestare a questo e a quello ». Dice che è un proverbio. Mah. Boh. Comunque io ripenso a quello che ho visto qualche giorno fa: uno che camminava con l’ombrello aperto, nonostante non stesse assolutamente piovendo. Ne deduco che l’ombrello è importante, in sé e per sé – più della moglie? più della macchina? “. (Poi esco, e sul pianerottolo c’è qualcosa di enorme, di enormemente nero. “ È un ombrellone “, dice lei. No, è un ombrello nero aperto, ma grande, aiutami a dire grande. Dove si dimostra che anche in materia di ombrelli c’è sempre qualcuno che esagera)

Errata corrige: non era un burqa, era un “ niqab “.

L’omofobia è una malattia da curare. Lo dice la scienza “ (Titolo dell’Espresso)

Poi vado in terrazza a fumare e sul marciapiedi davanti vedo una signora che indossa un abito di un colore che si fa notare. Direi che è un giallo cedrata, ma un po’ scuro, inclina al verde, verde pistacchio, diciamo così. Comunque le sta bene, e credo anche che lei lo sappia. Ma il punto è un altro, il punto è che io ripenso alla mia infanzia e penso che era piena di vestiti. Il vestito viola della mamma, i cappellini neri della nonna. E anche i miei: il “ casentino “ marrone con il bavero di pelliccia, i calzini lunghi bianchi, il berretto di velluto, e poi il grembiule, nero, e il fiocco, azzurro… Il tutto mi sembra bello, ma anche, francamente, un po’ triste. Penso che anche la mia infanzia, forse, è stata così: bella, ma anche un pochino triste. Più o meno come ora. Mi sa che fuori, come minimo, è autunno.

Bella, ma anche un po’ triste. Come una foto, diciamo così.


ARCHIVIO

“ Lunedì 2 dicembre 2002 – « A ripensarci dico che se avessi allora tenuto un journal non avrei potuto avere il tempo di vivere, né l’estro di creare, quei veri racconti, vivendo i quali non ho avuto il tempo di scriverli. » (Antonio Delfini, Introduzione (1956) a Il ricordo della Basca, 1938) “.


ROSSORI

Sotto una foto dell’immensa folla dei pellegrini della Mecca scriverò la seguente didascalia: “ Contenti loro “.

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ROSSORI

Sotto la foto di tre tifose juventine con il niqab scriverò la seguente didascalia: “ La gobbalizzazione “.

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Venerdì 25 settembre 2015

q1093uando poco fa ho acceso la tv, la prima cosa che ho visto è stato Moni Ovadia con una papalina in testa. Ho pensato: contento lui… Poi non ho pensato altro, perché stanotte ho dormito male e stamani ho poca voglia di pensare. (Poi c’è Lidia Undiemi. Che, per quanto ne so, è un’allitterazione)









Comunque, penso, io volevo soltanto l’avventura. E, dopotutto, l’ho avuta. Se però mi chiedi di raccontartela, io ti rispondo di no. È troppo difficile, non sono pronto a farlo. Se lo facessi ora, sono sicuro che non mi crederesti. Diresti: tutto qui? Per ora ti basti sapere che avventura fa rima con letteratura.

Poi esco e vedo una bionda. E poi ne vedo un’altra. E poi vedo le due pischelle che se ne vanno bel belle. Dice la voce: “ È la rude razza pagana “. Infatti mi pareva.


ARCHIVIO

“ 19 ottobre 1992 – Comunque la si metta un’avventura è sempre un’avventura. Stare al mondo « nello spirito » dell’avventura. Anche alzarsi la mattina è un’avventura. Avventura è concepire il mondo come qualcosa che non è già stato ma che deve esserci ancora. Qualcosa che ti viene incontro o verso cui vai. L’avventura presuppone la distanza. Il moto a luogo. La tensione verso. Avventura è anche accettazione di ciò che accade. Ottimismo? Avventura è una condizione interiore. Si può essere avventurosi con pochissimo addirittura con niente.


Sabato 26 settembre 2015

N1069virgella Basilica maggiore di San Francesco ad Assisi si svolge un dibattito con i ministri Maria Elena Boschi, Roberta Pinotti e Stefania Giannini, tre delle sei componenti « rosa » del governo Renzi. Ma è il Cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, a strappare un sorriso al pubblico. « Essere donna è estremamente difficile perché bisogna avere a che fare continuamente con gli uomini – scherza il cardinale – Tra l’altro, ho cercato di adeguarmi un po’, io qui sono l’unico con la gonna ». “ (Dai giornali)





Siena

Ho saputo che è morto, qualche anno fa, per un attacco di cuore, Giampollo. Ma assolutamente non è colpa mia – “ Lunedì 9 dicembre 1996 – A ripensarci dopo tanti anni ancora non so dire perché ce l’avessi tanto con quel bambino. Non ero solo io, eravamo un po’ tutti a trattarlo male, a fargli i dispetti, a cominciare dal nome, che era « Giampaolo » ma dicevamo sempre « Giampollo ». Io però forse ero il più accanito. Ricordo che gli correvo dietro fino al cancello di casa, non mollavo finché non era sparito dietro la lastra di un metallo che ricordo rosso – sì: era il « cancello rosso » -, forse per una vernice antiruggine che non aveva mai ricevuto la necessaria seconda « mano ». Ricordo anche che il nonno di « Giampaolo » o « Giampollo » aveva sempre il cappello in testa come usavano i contadini, ricordo che anche lui, la mia, la nostra vittima, aveva del rosso addosso: sì, erano i capelli, pazzescamente, ridicolmente rossi, e forse, penso ora, era per questo che ce l’avevo con lui. Ci ho messo quarant’anni a capirlo. “.


Domenica 27 settembre 2015

n1070on c’era nessuno a cui chiedere dove fosse un ristorante o almeno un bar. Poi è apparso lui, il ciclista. Caracollava sulla strada deserta, ma non parlava l’italiano. Poi ho visto che, senza volere, avevamo percorso un tratto di quella via polverosa e fascinosa su cui, da qualche anno, si svolge la corsa che è stata, maliziosamente, denominata “ L’Eroica “. Io, che non vado più in bicicletta da tanto tempo, ho pensato che, in mezzo a tutta quella verde sontuosa indifferenza, l’eroismo ci fa una ben strana figura.





Quando, mezzo secolo fa, mi iscrissi all’università di Firenze, per l’esattezza alla facoltà di Lettere, corso di laurea in Filosofia, io commisi un errore, anzi, per l’esattezza, più d’uno. Innanzitutto quello di seguire qualcosa come una moda, cioè di soggiacere a un input assolutamente esterno – ai miei gusti, alla mia “ storia “: io ero sempre stato, felicemente, un “ letterato “; “ esterno “, ma io sapevo benissimo da dove veniva -, e, poi, soprattutto, quello di non rendermi conto che dire “ filosofia “ non era un dire qualsiasi, ma somigliava piuttosto a una capitale scelta di campo. Che cosa è un filosofo? Mi viene di rispondere che è un “ diversamente-prete “. [à suivre]

… dei paesi arabi… una minchiata… era un corso a scelta… “ (La studentessa fuori sede, siciliana, al telefonino, alla fermata del bus)

I preti devano lavorà / Ma la categoria ’un ci sta / Sciopero delle messe “ (Titolo del Vernacoliere)

Lontano è il tempo in cui essere sorpresi dai genitori con dei fumetti in mano era una nota di demerito “ (Maurizio Ferraris, Cartoonsofia, in “La Repubblica”, oggi)


Lunedì 28 settembre 2015

i1931l comunismo… Stamani penso che, dopotutto, è – era – l’uguaglianza. Ma uguali davanti a chi? uguali perché e per chi?, come diceva quella canzonetta. Uguali in che senso?, domando io. Che, dopo tutto questo tempo, mi sento più diverso – più solo – che mai. (Il comunismo, penso stamani, è l’università di Cesena – ieri ho scoperto che esiste un’università di Cesena)







Fotostoria di Pietro Ingrao “ (Dai giornali). Le foto, la storia.

Vedere Dario Fo che in una Tribuna politica del ’75 parla per Democrazia Proletaria e dice che l’hanno cacciato dalla Rai e pensare che, qualche decennio dopo, ha preso il Nobel per la letteratura… A proposito di “ fotostoria “.

Il corpo la fa da padrona “, dice la giovane scrittrice, di Napoli. Io non so come scrive, ma giurerei che ha un bel culo, scusate, volevo dire corpo.

Roma, sera

Quando leggo i necrologi per Pietro Ingrao e considero la sterminata lista dei figli, nipoti, bisnipoti, mi accorgo di pensare che ormai è ora di interrogarsi seriamente, piuttosto che sulla democrazia, sulla demografia. (L’avventura di un figlio unico, 45519)


Martedì 29 settembre 2015

n1071ella notizia che Benni ha rifiutato il premio De Sica la notizia è che Benni ha ricevuto il premio De Sica. E anche che esiste un premio De Sica. Ammesso che siano notizie.











Quando fu eletto alla Camera – ha raccontato ai nostri microfoni il giornalista Maurizio Boldrini che lo ha seguito da vicino quando lavorava all’Unità di Roma – ebbi modo di entrarci in contatto perché lui e la moglie erano soliti soggiornare durante i rari momenti liberi in provincia di Siena, ed io stavo con loro. In particolare amavano molto Bagno Vignoni e le sue piscine di acqua calda. Un pomeriggio ricevette una telefonata dall’amico Federico Fellini che era in ferie a Chianciano, venne a prenderlo ed andammo tutti insieme a vedere uno spettacolo del Teatro Povero di Monticchiello. Poi andammo a mangiare i pici nella famosa taverna a Monticchiello ed io ricordo di aver passato la serata ad ascoltare Fellini, la Masina e Ingrao che parlavano di cinema. Io ricordo quella serata come una delle più strabilianti vissute nel mio mestiere di giornalista. E c’è anche una bellissima foto che la testimonia, esposta in una mostra-ricordo del Teatro Povero. ” (Dai giornali)

Comme chacun sait, chez Flaubert la description domine. On pourrait dire que toute son oeuvre n’est qu’une immense succession de morceaux déscriptifs. C’est dans la description que sa fameuse objectivité et sa beauté formelle se réalisent. “ (Nathalie Sarraute, Flaubert le précurseur, in “Preuves”, 15, n. 168, Février 1965)

E protetta “ (Spot Serenity)


ROSSORI

Sotto una foto di Pietro Ingrao scriverò la seguente didascalia: “ La grande pietrezza “.

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ARCHIVIO

“ 29 marzo 1992 – « Sono tutti delle “ facce “, complimenti. » (Dai giornali) ” [*] [*] Repubblica.


ROSSORI

Sotto la foto del cooperante italiano ucciso in Bangladesh scriverò la seguente didascalia: “ Sì, viaggiare “.

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ARCHIVIO

“ Senza data [1982] – La fotografia istantanea scompone e palesa il movimento (lo « pietrifica », dice Merleau-Ponty). In tal modo è reso impossibile il derby di Epsom di Gericault. Quel galoppo che è un volo. Così si può dire che il giornalismo scompone e dichiara la vita rendendo tuttavia impossibile la poesia? “.


Mercoledì 30 settembre 2015

E785virgac la festa di Pietro “ (Il regista Ettore Scola ai funerali di Pietro Ingrao) Festaioli di tutto il mondo…












” Non sono turisti, sono pellegrini “. Questo ho pensato, quando a Siena, l’altro giorno, sono uscito di casa e ho scorto, più straripanti che mai, le colonne di turisti che, sbarcati dai bus, si avviavano verso il centro. Ormai, dice la mia amica che ha continuato a vivere nella casa dove, molti anni fa, come me, è nata, è sempre così, tutti i giorni, tutto l’anno. Turismo, a Siena, ce n’è sempre stato, d’élite ma non solo, anche le comitive di viaggiatori organizzati non sono una novità, da almeno trent’anni a questa parte. Ma quello che c’è ora, qualcosa di esagerato, qualcosa che somiglia a un’invasione, non si era mai visto. D’altronde, la città, a parte me, la mia amica e forse qualcun altro, non sembra dolersene più di tanto. La “ vocazione turistica “ che Siena ha sempre saputo di avere si è trasformata in qualcosa di più, in qualcosa di peggio: è divenuta un’ossessione. Basta considerare il numero infinito degli esercizi commerciali che si susseguono nelle vie del centro storico, riempiendo ogni pertugio, ogni spazio possibile, in una crescita che non sembra dover conoscere saturazione. Quello che è accaduto, irreversibilmente, è che la mia città si è trasformata da piccola famosa città medievale, da rinomata “ città d’arte “, in un congestionato centro commerciale, in una città-bottega. Dove si va per vedere, ma, soprattutto, per comprare. Si compra la bellezza, a colpi di foto, miliardi di miliardi, ma anche la squisitezza, dei cibi, dei vini. Si compra, soprattutto, il nome: il nome “ Siena “. Un nome salvifico, un nome che, da solo, ti garantisce la vita eterna o, come minimo, di stare un po’ meglio. Come Lourdes o Santiago di Compostela o La Mecca etc. (Non ho saputo assolutamente spiegare che la mia città è diventata un incubo, un film dell’orrore, un indicibile strazio. Io, ogni tanto, ci vado, ma non so più immaginare di poterci vivere)

Il presidente dei ministri, il più ricco fra i magnati poteva girar per Vienna senza che nessuno volgesse il capo a guardarlo, ma ogni commessa e ogni fiaccheraio riconosceva un attore di Corte o una cantante dell’Opera. “ (Stephan Zweig, Il mondo di ieri, 1941)


Giovedì 1 ottobre 2015

d1099iciamo la verità: io, l’unica cosa che ho fatto è stata la politica. L’ho fatta e l’ho sbagliata. Perché non l’avevo capita, e, credo, non la capirò mai. Del resto, come si sa, io non capisco mai niente, perché, come si sa, io sono stupido.










Lungi da me l’idea di mettermi alla ribalta, o almeno, se lo faccio, è soltanto quale commentatore in una conferenza con proiezioni. L’epoca offre le immagini ed io vi aggiungo le didascalie “ (Stephan Zweig, Il mondo di ieri – Prefazione, cit.)

Poi, udite udite, c’è Claudio Giunta in tv. Perché ha scritto un libro su/contro Renzi. Quello che balza agli occhi è che somiglia come una goccia d’acqua a Mr. Bean. Infatti è un comico, probabilmente. (Si viene anche a sapere che vive a Firenze e va in palestra)

Quando ieri ai funerali di Ingrao ho visto il regista Citto Maselli in sedia a rotelle che salutava con il pungo chiuso ho ripensato a un diario: “ 4 giugno 1984 – Era un grande partito che viveva di piccoli ricatti. “. « Parli del Pci? » No, del cinema.

Ogni potere sogna il commissariamento della realtà “, scrive Nicola Lagioia intervenendo nella polemica fra Renzi e i mass media. “ Io ho ripensato a un diario: “ Senza data [1980] – Presa diretta / mente dalla strada / e tu affacciato / la bevi le / bevi tutte. “.

Un certo modo di raccontare la storia “ (Titolo di Repubblica sulle foto dell’Espresso)

Ecco il ricordo della famiglia: « Aveva un grande bisogno d’amore. E poi la sua passione per i dolci, le gare di nuoto e gli alberi in primavera. » “ (Dai giornali)

Nel quinto episodio la protagonista è Anna Magnani, che interpreta se stessa all’epoca di quando si presentava nel teatro di rivista. Questa si sta recando a teatro in taxi, portando con sé il suo cane. In Piazza di Siena, a Villa Borghese, chiede al tassista di farla scendere e, al momento di pagare la corsa, questi le chiede una lira di supplemento per il trasporto del cane, considerato da lui un cane « non da grembo ». L’attrice si ribella a quanto l’uomo sostiene, sicura che il suo cane sia « da grembo », e si rifiuta quindi di pagare il supplemento, come dice il regolamento. La discussione va avanti e la donna trascina il tassista prima da una guardia, poi in caserma, per dimostrare infine che è lui dalla parte del torto. all’arrivo in teatro, in ritardo, la Magnani si presenta cantando il famoso stornello romano Com’è bello fa’ l’amore quann’è sera. “ (Siamo donne, Rossellini, Visconti, Zampa et al., 1953)

Massimo D’Alema no, è a New York “ (Dai giornali)

« L’Espresso è un prodotto narrativo », dice così Benedetti, anticipando di decenni una formula poi divenuta di moda. “ (Dai giornali)

Per la nostra generazione non ci fu modo, come per le precedenti, di esimersi, di trarsi in disparte; in grazia della nuova e organizzata contemporaneità, noi fummo sempre legati al nostro tempo. Quando bombe distruggevano le case di Shangai, noi in Europa lo apprendevamo nelle nostre stanze prima che i feriti fossero portati fuori da quelle case. Quello che accadeva a mille miglia oltre oceano, ci veniva incontro, vivo, sullo schermo o nell’immagine. Non v’era modo di difendersi da questo perenne essere informati e chiamati in causa. Non v’era paese ove rifugiarsi, pace da conquistare; sempre e dovunque la mano del destino ci afferrava per trascinarci nel suo gioco mai sazio. “ (Stephan Zweig, Il mondo di ieri – Prefazione, cit.)

Divertente è anche scoprire che Claudio Giunta è nato (a Torino) il 7 aprile (del ‘71) e che il primo libro che ha scritto è La poesia italiana nell’età di Dante: la linea Bonagiunta-Guinizzelli (Bologna, Il mulino, 1998). Di Claudio Giunta ci piacerebbe leggere L’assedio del presente: sulla rivoluzione culturale in corso (Bologna, Il mulino, 2008), nonché Il paese più stupido del mondo (Bologna, Il mulino, 2010) nonché Una sterminata domenica: saggi sul paese che amo (Bologna, Il mulino, 2013) Se avessimo tempo per leggere Claudio Giunta.

Georges Lafenestre, La peinture italienne, Paris, A. Quantin, 1885 (Nomi d’arte, n. 77329)


ROSSORI

Sotto una foto dei funerali di Ingrao in cui si vede una donna con grosso sedere scriverò la seguente didascalia: “ Volevo l’altra faccia della luna “.

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ROSSORI

Sotto la foto di un’anziana signora con le scarpette rosse scriverò la seguente didascalia: “ Scarpette rosse “.

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Venerdì 2 ottobre 2015

e786ac un vero peccato che non abbia potuto seguire per intero il “ processo “ al sindaco Marino, ieri sera, a Piazza Pulita. Quel poco che ho visto mi ha consentito di notare che fra i pubblici accusatori c’era anche l’attrice Nancy Brilli. Mi piacerebbe sapere che cosa gli ha detto, ma è anche vero che sono sicuro che non è molto importante, cioè che può anche non avergli detto niente: l’attrice Nancy Brilli, bionda e “ brillante “ com’è, è, in quanto tale, “ tutta un programma “, anzi un’accusa. C’è anche da dire che il sindaco Marino si è difeso molto bene, mostrando molto coraggio. Il ché, con la faccia che si ritrova, non è una cosa da poco.



“ Stoccolma – Elena Ferrante sarebbe nella lista dei nomi favoriti per il Nobel. “ (Dai giornali)

Ogni volta che sento parlare dei mali di Napoli – ne sento parlare spesso -, io trovo del tutto ovvio ripensare a un diario: : “ 2 marzo 1984 – Storia napoletana. Lei non mangia. Lui la conosce. Lei mangia. Lui si buca. Farà psicologia. Lei. “. Tant’è.

Come non ho molta simpatia per le scelte di campo e per i metodi, così non mi è particolarmente cara la nozione di « scuola », né quella di « maestro » (il mio maestro è una di quelle espressioni tronfie che per fortuna non credo di avere mai adoperato). “ (Dice il simpatico Claudio Giunta – Cinque domande sulla critica, in «Allegoria», 65-66, 2012)


ARCHIVIO

“ Mercoledì 10 gennaio 1996 – Perché il piranha che vive nell’acquario del collega Gennaro « secca », « stroppia », ammazza tutti i pesci rossi che incontra? Dice: « È territoriale ». Bella roba. (Gliene hanno messo un altro. « Vediamo quanto dura », dicono) “.


ARCHIVIO

“ Senza data [1974] – […] Aveva ventinove anni, di nome Adriano Marchetti, bel portamento, a detta di certe nutrici defunte, barba dura fitta corta sul genere capitano di ventura, centottantatré centimetri di altitudine, settanta mediamente chili di peso, occhi piccoli acuti, bocca serrata nelle circostanze pubbliche, fronte vertiginosa ampiamente decorata di rughe risalenti a varie epoche (già in un ritratto dell’adolescenza se ne contano tre): l’insieme dà l’impressione di una brusca generale sollecitazione dell’epidermide facciale indotta da uno spasmo o risucchio o gorgo mulinante alla sommità del setto nasale, fra le due sopracciglia, il quale presumibilmente si accompagna a un digrignare, sia pure tacito, di denti, e a un arresto, allarmante, della respirazione. “.


Sabato 3 ottobre 2015

L1795virga rivoluzione culturale in corso è quella che, nello spazio di un paio di generazioni, ha fatto dei media il principale veicolo dell’istruzione, al posto della famiglia e della scuola; che ha portato la cultura pop a occupare buona parte dello spazio che apparteneva alla cultura d’élite; e che ha costretto la scuola e l’università ad aggiornare i loro programmi secondo questa nuova tavola dei valori. Non è detto che questo sia un male. Il buon tempo antico era pieno di discriminazioni, retorica e pseudo-valori accettati solo per acquiescenza. E i media e le nuove arti di massa – canzone, cinema, video, fumetti – producono anche cose meravigliose. Ma ci sono due problemi. Il primo è che questo modello culturale adeguato ai tempi è totalitario: non sta semplicemente a fianco dei modelli tradizionali ma tende a sostituirli in toto. Il secondo è che il rovescio di un’acculturazione aggiornata ai tempi è l’oblio. La sconcertante mancanza di senso storico che si nota nei giovani non è forse la giusta reazione di difesa alla massa di sempre nuovi prodotti culturali che li assedia? Solo che questa de-tradizionalizzazione non esaurisce i suoi effetti nel campo culturale. Essa sta modificando anche il modo in cui percepiamo noi stessi all’interno della società, tra l’altro perché ridefinisce (e vanifica) quelle che nel mondo di ieri erano considerate virtù: la fedeltà al luogo d’origine, il senso d’appartenenza a una comunità, la responsabilità nei confronti dei posteri. Per questo, oggi, il discorso sull’istruzione e sulla cultura è tanto importante: perché la posta in gioco non è « quali libri leggeranno i nostri figli » ma « in che genere di mondo si troveranno a vivere ». “ (Disse il bravo Claudio Giunta inaugurando, il 27 gennaio 2007, il suo blog – è la presentazione del suo libro L’assedio del presente)

Poi sento il professor De Masi che si indigna per l’accoppiata bambino morto / culo – lui dice reggiseno – sulle pagine di Rep, di cui già io il 3 settembre scorso. Comunque se n’è accorto anche lui, c’è voluto un mese, ma se n’è accorto. Ecco la foto:

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Poi penso che è venuto il momento di dire qualcosa dei miei Rossori. E decido di farlo parlando del primo, che risale a molti anni fa. C’è un diario che lo descrive piuttosto bene: “ Venerdì 27 gennaio 2006 – Qui, anche per fare un po’ il punto dei Rossori, vorrei metterci un altro Rossore. È l’ur-Rossore, nel senso del primo che ho fatto e che, dopotutto, mi sembra ancora il migliore. Lo realizzai casualmente, quando stavo ancora al giornale (1980), trovando in una fotocopiatrice una telefoto venuta male. Si tratta, penso, di un gruppo di ebrei, almeno uno, evidentemente, lo è, infatti ha la kippà – credo si chiami così – in testa. Qualcuno, inavvertitamente, aveva mosso la foto mentre il rullo luminoso ci passava sotto, così che l’immagine era risultata assolutamente distorta, come in uno specchio deformante, verso il lato sinistro. La mia didascalia diceva: « Una grande spinta a sinistra ». Credo che, in un quarto di secolo, non ho fatto niente di meglio. (Che cosa volevo dire? Forse che « andare a sinistra » può significare qualcosa di diverso da quello che comunemente si crede, qualcosa forse di più semplice, sicuramente di più « letterale ». Oppure che, stando in quel giornale, il suo modo di « andare a sinistra » mi sembrava un po’ strano, diverso da quello che avevo creduto di conoscere, da quello che era stato il mio. Oppure che « andare a sinistra » può essere solo un modo di dire. Che magari la sinistra è solo il lato di una foto, che magari è solo una foto – curiosamente distorta. Che gli ebrei, kippà è tutto, possono essere, almeno in un certo senso, anche solo i soggetti – « curiosi » – per una foto. Ma quello che soprattutto volevo dire è che avevo scoperto che le foto sono sempre qualcosa di un po’ diverso da quello che si pensa, che lo si può scoprire proprio dicendone qualcosa, parlandoci sopra, o magari sotto. Allora, quando si tratta di accostare le parole a quelle evidentissime immagini, capita di avvertire uno stridore, un’insufficienza, una reticenza, una resistenza delle foto a essere dette altrimenti che nel modo che è loro proprio. Ne risulta un’ambiguità – inquietante – che tuttavia non è delle foto, le quali, di per sé, sono quasi sempre chiarissime, ma delle parole, oppure dell’insieme, della strana coppia formata dall’immagine e dalle parole. Sarebbe forse meglio, viene di pensare, che stessero ognuna per i fatti propri… Chissà. (Che, alla fine di ogni « andata a sinistra » non c’è nient’altro che il bordo della foto, che non si può, in un certo senso, che tornare indietro, verso destra, insomma…)) “. Come si vede, anche trent’anni e più fa, io, più che della politica, mi interessavo della fotografia.

spinta

“ ([R]icordate la battuta della madre di Michele Apicella in, credo, Ecce bombo: « Cosa credi? Io li conosco i giovani: io leggo L’Espresso e Panorama! » – io ho capito che era una battuta, che bisognava ridere della madre e di chi leggeva L’Espresso e Panorama, solo molti anni dopo). “ (Disse, il 30 marzo del 2009, il tutto sommato giovane Claudio Giunta)

Alla fine ho capito fin troppo bene perché il babbo, appena cominciava a imbrunire, chiudeva la porta a doppia mandata, sprangava le finestre, non sarebbe mai uscito per nessuna ragione al mondo. Ho capito anche perché il nonno non diceva mai niente, al massimo smoccolava, oppure sputava, sì, la bocca la usava solo per quello.

Ogni tanto vado a Roma. Vedo un po’ di Grande Bellezza, scatto qualche foto, e torno a casa, Ogni volta mi chiedo che ci sono venuto a fare.


ROSSORI

Sotto una foto dell’ingegnere De Benedetti accanto alla foto di un barcone pieno di migranti scriverò la seguente didascalia: “ Finché la barca va “.

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Domenica 4 ottobre 2015

q1094uando ho letto il titolo dell’editoriale di Eugenio Scalfari – “ In Italia abbiamo un piacione e ci vuole innamorare “ , ho pensato che, a parte tutto, c’è in Italia chi parla uno strano italiano. Chiamerò questo italiano strano “ lingua romana “, intendendo con ciò indicare il modo di parlare dei giornalisti del Gruppo Espresso-Repubblica, che poi è anche, a ben vedere, quello del cinema, nonché della televisione etc. Nell’occasione ho anche ripensato, con dolorosa nostalgia, a un vecchio diario: “ 15 giugno 1985 – Ora che guarda sempre la tv la mamma dice: « Tarda serata » invece che « La sera tardi ». “. Comunque, forse, è davvero tardi. (Stamani mi sono svegliato sentendo un fischio fortissimo. Ho guardato fuori ma non riuscivo a capire da dove venisse. Poi ho capito: ce l’avevo io, negli orecchi… )

Dunque risiamo in C. “ (Da una lettera a un giornale di Siena)

« Prima cultura umanistica » (romanzi, poesia, arte, storia, filosofia, musica classica, eccetera) e « seconda cultura umanistica » (cinema, musica pop, fumetti, televisione). “ (Le “ due culture “ di Claudio Giunta)

Naturalmente l’autore singolo o in gruppo non lavora sotto una campana di vetro ma è figlio del suo tempo […] Facciamo un esempio il mito di Edipo uccisore del padre e marito della madre […] “ (Enrico Menduni, I linguaggi della radio e della televisione, 2002)

Nato, la strage dei medici “ (Titolo di Repubblica.it)

Mi ha fatto tenerezza il comico Crozza quando l’altra sera si lamentava che è passato dal padre che non lo guardava perché leggeva il giornale al figlio che non lo guarda perché legge il telefonino. D’altra parte, è anche vero che, quasi sempre, si legge per non-vedere.

La nuova metropolitana di Napoli, con le “ stazioni d’autore “. “ Museo obbligatorio “, dice Bonito Oliva. Bonitesse oblige. Dice che è l’arte che giudica il pubblico e non il pubblico che giudica l’arte. Infatti mi pareva. Comunque io sono contento di non vivere a Napoli – ammesso, e non concesso, che sia possibile non vivere a Napoli.

La cultura è il rifugio delle canaglie  « Esagerato… » Esagerata la cultura.

Niccolò Ammaniti: è di Roma.

Dustin Hoffman: il pathos della bassezza.


ROSSORI

Sotto la foto del monsignore gay insieme al suo fidanzato scriverò la seguente didascalia: “ Ecce omo “.

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ROSSORI

Sotto la foto della scrittrice Simona Vinci insieme al marito Pietro Bassi scriverò la seguente didascalia: “ Vinci in Bassi

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Lunedì 5 ottobre 2015

m912olto divertente Federico Rampini che racconta che a un festival il suo intervento sull’economia è stato funestato da un matto che sbraitava sotto al palco senza che nessuno glielo impedisse. Finisce dicendo: d’accordo la 180, ma bisognerebbe fare qualcosa etc. Ancora più divertente sarebbe che quel festival fosse il Festival della mente, ma non lo era.







“ Selvaggia Lucarelli “: non expedit. « Non ti piace la selvatichezza? » No, il selvaggiume.

“ Le volevo dire che è uscito il libro di mia figlia “, dice alla segretaria la donna che mi precede nella fila allo studio medico. E io penso che quando è troppo è troppo. Troppi i libri. Troppe le figlie. Troppe le file. Troppo anche scriverlo, probabilmente.

La latenza… « La latitanza? » Latenza… ho detto latenza…

“ Interminati spazi… “. Dello spazio i poeti cantano l’interminatezza. Gli spazi si sentono lusingati. Ma sposano i geometri – gli architetti quando gli va bene, le archistar quando gli va benissimo.

La verità è che non è successo niente. Niente che non fosse già successo quarant’anni fa. Oppure sessanta. Lo sguardo del mio Amico. Del mio Nemico.

Nella camera d’albergo non ho a disposizione né un esemplare dei miei libri, né appunti, né lettere di amici. A nessuno posso chiedere una notizia, perché in tutto il mondo la posta da paese a paese è interrotta od ostacolata dalla censura. Viviamo separati come centinaia d’anni or sono, prima che fossero stati inventati vapori e ferrovie, posta ed aeroplani. Di tutto il mio passato non ho quindi con me altro che quanto porto dietro la fronte. Il resto è in questo momento irraggiungibile o perduto. “ (Stephan Zweig, Il mondo di ieri – Prefazione, cit.)

“ [P]otremmo spiegare che la stessa parola ricerca è abusiva, e che sarebbe meglio tirar fuori dalla soffitta la vecchia, umile parola studio, una pratica che per essere svolta ha bisogno soltanto di scuole e università decenti, di buone biblioteche e del denaro sufficiente a far vivere in modo dignitoso le persone che studiano e quelle che aiutano gli altri a studiare. “. Claudio Giunta è un’intelligente persona perbene. Gli manca solo un po’ d’orecchio, diciamo così.


ARCHIVIO

“ 27 febbraio 1985 – Come in un cartoon il corpo elastico si è teso fino all’inverosimile (alla massima distanza possibile) nella fuga e ora – sdennnnggg! – si ri-modella su se stesso ri-chiamato da un magnete invisibile si ri-dimensiona (senza residui?). Ritrovarsi se stessi: tutto qui? La bocca del cane. La vendetta sul fuggiasco. “.


Martedì 6 ottobre 2015

M913virgi trovo a riassumere un po’ a spanne la trama di Macbeth e di Edipo re. « Yes, the guy ended up sleeping with HIS OWN MOTHER! ». Uno deve venire a Chittagong, sud del Bangladesh, per ricordarsi quanto questa invenzione sofoclea sia, prima ancora che tragica, raccapricciante. “ (Ben ricordato, professor Giunta)








Molti e misteriosi sono i percorsi che portano alla carriera universitaria. Ma quando ho scelto d’intraprenderla, non so se per incoscienza o per supponenza, sapevo perfettamente perché volevo farlo: perché mi piaceva leggere. La vita accademica mi appariva abbastanza semplice: leggi libri e riviste, parli di quello che hai letto, scopri che devi leggere qualcos’altro, raccogli e analizzi informazioni che meritano di essere lette, formuli i tuoi risultati in forme tali da poterle fare leggere ad altri. In più, insegni ad alcuni giovani brufolosi a fare la stessa cosa, introducendoli all’interpretazione autentica del mito della caverna: c’è un mondo fatto di esperienze snervanti, imperfette e noiose dove abitano i tuoi parenti, i tuoi vicini di casa (e, ahimè, anche un sacco di colleghi e studenti). Per fortuna, tuttavia, questo mondo imperfetto e noioso è solo il maligno riflesso del mondo perfetto e affascinante che si trova  tra le pagine di qualunque cosa possa essere letta (incluso il mio kindle). Gli unici esseri umani interessanti sono quelli ispirati a qualche personaggio. Come ha scritto un gran lettore, Joe Queenan, nel suo ultimo libro sui libri, « Coloro che amano leggere non lo fanno per informarsi, per imparare, per migliorare sé stessi. Non lo fanno per passare il tempo. Lo fanno per potersi trasferire in un mondo che valga maggiormente la pena, dove non odiano il proprio lavoro, i propri familiari, il proprio governo, le proprie vite ». Parole sacrosante, che riporto naturalmente solo in quanto nessuna delle mie figlie potrà oggi leggere questa rubrica. “ (Da un blog)

Uno spia, l’altro balla. “ (Da una recensione a Camminando sull’acqua, film “ presentato all’ultimo Festival di Berlino, ha ricevuto il premio del pubblico al Festival di Film con Tematiche Omosessuali di Torino “)

“ La mia vita è un romanzo “, pensò Alberto Magneti Marelli. Ma si sbagliava, avrebbe dovuto dire: “ Un film “. Infatti era – era stata – un film. E, quel che è peggio, il regista non era lui. (Poi ripenso a quello che ho visto stamani: un poliziotto con la pistola in mano che correva dietro a un tizio, un altro che ammanettava un altro tizio sdraiato per terra, una macchina appoggiata a quello che restava di un muro, perché il muro non c’era più, c’erano i pietroni sparsi per terra, e dietro alla macchina del muro, una volante della ps, con il muso incastrato nella macchina, perché contro il muro ce l’aveva spinta lei. Insomma era una specie di film, anzi di telefilm, diciamo così)

Quando, poco fa, ho sentito che stasera l’ospite di Lilli Gruber sarà Raffaele Sollecito – il giovane accusato e poi assolto per l’omicidio di Meredith Kercher – ho capito che la politica può finire, ma l’Informazione continua. Può finire tutto, può finire il mondo, ma l’Informazione non finirà mai. Dice che Raffaele Sollecito, in carcere, si è laureato. Anche l’università è una cosa che non finirà mai. Al ddibbattito c’è anche Crepet. Anche Crepet è una cosa che non finirà mai. Comunque sia chiaro: la televisione non è un elettrodomestico, è l’” ordigno fine di mondo “ (Il dottor Stranamore, Kubrick, 1964)

Poi vedo che hanno fatto un film sulla strage di Bologna, con Valentina Lodovini, ma sono sicuro che non lo vedrò. « Perché non ti piace Valentina Lodovini? » No, perché non mi piacciono le inutili stragi, le stragi inutili, diciamo così.


ROSSORI

Sotto la foto del manager di Air France inseguito e “ denudato “ dai dipendenti scriverò la seguente didascalia: “ Liberté Égalité Nudité “.

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Mercoledì 7 ottobre 2015

k12virgibbutz s’è visto s’è visto “, pensa il post-soldato, che ha scelto di fare l’amore e non fare la guerra. E mo’ so’ cazzi di quell’altro, il tedesco, il giovane alto, il nipote del nazi. Che infatti uccide, ma in un altro modo: togliendo il fiato al vecchietto. Strozzando strozzando… (Camminando sull’acqua, Eytan Fox, 2004)








“ Noi siamo nel temps de Sodome et Gomhorre “, dice alla giornalista che lo interroga sulla pedofilia il vescovo africano di lingua francese. Che ha letto la Bibbia. Oppure Proust. Oppure tutti e due. Comunque ha letto.

L’inquietante pacifismo dei 5 stelle. Con quelle facce.

E tu / e noi / e lei / fra noi “ (Patti Pravo, Pensiero stupendo, 1978)

Non è cambiato niente “, dice Marisa Laurito vedendo quel film, napoletano, di trent’anni fa. Appunto, dico io. Che ormai non so se odio più il cinema o i napoletani. A meno che non siano la stessa cosa.

Ho sempre amato i libri vecchi, soprattutto i libri vecchi – soltanto i libri vecchi? Compro piuttosto spesso libri vecchi. Ogni tanto ne leggo anche qualcuno. Per esempio: “ Pasolini voleva processare il Palazzo quasi in nome delle lucciole. “ (Leonardo Sciascia, L’Affaire Moro, 1978)

C’è anche da dire che Michele Serra ha scritto un altro “ romanzo “. Lo trovo buffo, per uno come lui – “ 2 gennaio 1993 – Scrive Michele Serra a proposito di La linea d’ombra, primo dei Centopagine regalati da l’Unità, che i libri sono belli e la letteratura anche con i suoi magnifici altrove etc., ma noi si deve restare nel presente pieno di orrore, dei giornali etc. Scrive anche che il paradosso del mondo è che nessuno si gode mai quello che ha. Anche sul tema « diventeremo tutti più poveri » Serra ha qualcosa – di piuttosto banale – da dire. Il fatto è che la miseria richiederebbe una riflessione più approfondita, più « teologica ». Del tipo: se Dio non esiste tutto è possibile, anche Michele Serra. (Bisogna dire subito, anche a fini esorcistici, che Michele Serra scrive bene. Bisogna anche aggiungere che non per questo eviteremo di accogliere (e discutere) i contenuti della sua scrittura. Tuttavia dire che Michele Serra scrive bene, siamo certi che a Michele Serra farà piacere. E questo è solo l’inizio) (Il terribile di Serra è che è « buono ». Per questo è così indignato) (« Il buffo professor Sgarbi »: Michele Serra è tutto qui) “.


ROSSORI

Sotto una foto del ministro Boschi impegnata nel voto sulla legge elettorale scriverò la seguente didascalia: “ Il quorum “.

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Giovedì 8 ottobre 2015

i1932l Nobel per la letteratura a una giornalista bielorussa. Cfr.: “ 4 settembre 1984 – C’era una volta la letteratura e la storia della letteratura e la morte della letteratura e la resurrezione della letteratura e la buona letteratura e la cattiva letteratura. C’era. “.









“ « Tutto è vero, ho inventato solo due cose: nel film Lance va a comprare l’Epo, la sostanza dopante, in Svizzera e non credo che sia vero e non è vero che il test antidoping glielo hanno fatto in albergo. L’ho fatto per dimostrare che anch’io so mentire », scherza il regista con il suo brusco humour inglese. “ (Dai giornali)

Certe volte mi viene il sospetto di essere, eventualmente, un poeta. Di certo il mio rapporto con le parole – qualcosa come un amore, ma piuttosto materiale, sensoriale, “ carnale “ – somiglia più a quello dei poeti che non a quello di altri generi di scrittori. I quali – per esempio i romanzieri – delle parole non si preoccupano più di tanto. Quello di cui gli importa è narrare storie, che sembrino vere, che entrino nella testa di chi le legge, che ci rimangano, possibilmente per sempre. Storie che sembrino vite, che vadano sempre a finire, e il modo come finiscono sembri che voglia dire qualcosa etc. Un poeta, invece, non si aspetta così tanto da quello che scrive. O forse si aspetta di più, si aspetta tutto, si aspetta troppo. Come se nelle parole, soltanto a pronunciarle, ci fosse un misterioso, invincibile, sovrumano potere. Ma non lo crede quasi più nessuno. Dev’essere anche per questo che non ci sono più tanti poeti.

Io non seguo la politica… tutti dicono che sì… allora si “ (La ragazza del bar alla domanda se Marino deve dimettersi)

È un caso psicopolitico “, dice Travaglio, il noto psicotico.


ROSSORI

Sotto la foto di un biglietto dell’ATAC con l’immagine di Francesco Totti scriverò la seguente didascalia: “ Roma kaputt mundi “.

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ROSSORI

Sotto la foto del tenore Paolo Fanale che canta in t-shirt scriverò la seguente didascalia: “ Ci vuole un fisico bestiale “.

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Venerdì 9 ottobre 2015

R539virgoma liberata “ (Titolo del Giornale)













Una curva narcisistica “, dice l’ispettore Bonini. “ Io direi arroganza “, dice quell’altro.

Sarebbe una sceneggiatura da film “ (Ibid.)

Sento parlare di Marino, di Roma etc. La verità, penso, è che a me di Roma non importa assolutamente niente. Sono innumerevoli, penso, le cose di cui non mi importa niente. Mi torna in mente un diario: “ 8 aprile 1994 – La nonna Ada stava a via Appia Nuova, pochi isolati fuori da Porta San Giovanni, in un palazzone alto e grigio – quando cerco di rivederlo penso sempre a Sironi, ma allora non sapevo nemmeno chi fosse Sironi, notavo soltanto l’altezza, inusitata per le mie abitudini di provinciale -. Di lei ricordo poco, solo una faccia larga, un sorriso romano, una cordialità che non ha lasciato traccia – quella cordialità che non lascia traccia -. L’avrò vista al massimo un paio di volte. D’altronde quando dicevo « nonna », pensavo sempre alla nonna Ida, il mio solo grande amore, la piccola donna severa e dolce che tutto era meno che cordiale, meno che romana. Roma per me era lontana, era un’attesa però. Io pensavo: qualcosa di grande in fondo a una discesa. Roma era fuori di Porta Romana, la porta a cui conduce una strada che effettivamente è in discesa, ad accreditare la fantasia che andare a Sud significhi scendere. La via che conduce a Porta Romana si chiama via Pantaneto. Per via Pantaneto scendevo sottobraccio a quella che, non so ancora perché, non è stata la donna-della-mia-vita. Scendere a Sud è cacciarsi in un pantano? Questo, allora, non lo immaginavo proprio. Roma, il Sud, allora mi apparivano come qualcosa di largo, di luminoso, di estivo. Forse un po’ troppo per me che vivevo – felice – nelle angustie dell’urbanistica medievale, nelle asprezze dell’indole toscana, gentile ma mai cordiale almeno in quel senso che i toscani non esiterebbero a definire « bischero ». Roma era la città della nonna Ada, dunque della mamma del babbo (la città della Mamma?). Mi piaceva sì e no. “.

“ Torino – Oggi aprono i cancelli della Caserma Cavalli e per il primo giorno di scuola il fondatore, Alessandro Baricco, ha voluto una « prof » d’eccezione: la regista Alice Rohrwacher, vincitrice del Grand Prix speciale della giuria al Festival di Cannes, l’anno scorso, con il film Le meraviglie. Perché avete scelto lei? « È una nostra ex allieva, la sua è una storia bella e molto “ holdeniana “. Nessuno di noi poteva immaginare che sarebbe approdata al cinema, piuttosto al teatro o alla scrittura. E invece è rispuntata anni dopo come una regista pluripremiata e parecchio interessante. È un esempio perfetto del nostro tentativo di insegnare tutte le tecniche di narrazione ». “ (Dal web)

Il bello è che io il Giovane Holden l’ho anche letto, molti molti anni fa. Ricordo che mi piacque parecchio, ma non mi ricordo assolutamente nient’altro. E questo, un po’, mi dispiace. D’altra parte è anche vero che alla memoria, come al cuore, non si comanda.

Un marziano a Roma. Ci vuole poco a diventare un marziano. A Roma. A Roma?

08-10-2015 La Liberazione “ (Titolo del Tempo)

Dimenticare il marziano “ (Titolo del Corriere della Sera)

A proposito di Marino mi torna in mente un diario: “ Venerdì 10 dicembre 1999 – « La bella di Narciso / Amante desperata / quì vedi effigïata. / Vedi il crin, vedi gli occhi, e vedi il viso, / vedi la bocca replicar gli accenti, / ma le voci non senti. / Ben sentiresti ancor le voci istesse, / se dipinger la voce si potesse. » (Giovanni Battista Marino, Echo, di Ventura Salimbeni, in La Galeria, 1620, in Giuseppe Delogu, Pittori senesi dei secc. XVI° e XVII° a Genova. (Ricerche e notizie), in «Bullettino senese di storia patria», n. s., 1, n. 2, 1930) “.

La sporcizia del candore “ (Titolo di Repubblica)

C’è stata una caccia all’uomo “, dice l’assessore Esposito. Che non è di Roma.

Unico nella storia d’Italia, Ignazio Marino è stato dimesso dai camerieri delle trattorie che a Roma sono i ciambellani del potere, « quelli co’ li piedi rossi de’ foco », diceva Aldo Fabrizi. “, scrive quel merlo di Francesco Merlo.

Una storiaccia “ (La vita in diretta, Raiuno, ore 18. 06)

Era strano, in certi momenti, confondeva Marguerite con sua madre. “ (Georges Simenon, Il gatto, 1967)

Poi mi torna in mente un diario: “ Senza data [1981] – Dice: « Ti ricordi al Pantheon la notte tutte quelle fighe? Sembrava un complotto ». È un complotto. “.


ROSSORI

Sotto la vignetta di Altan in cui c’è un tizio che dice: “ Non si può crocifiggere una persona solo perché è diversamente onesta “ scriverò la seguente didascalia: “ Onestà nella diversità “.

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ROSSORI

Sotto una foto di Giorgia Meloni che si scatta un selfie scriverò la seguente didascalia: “ Una risata vi seppellirà “.

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Sabato 10 ottobre 2015

e787 quello insiste: “ Siamo i cani da guardia del potere “. Hai voglia a spiegargli che sbaglia a dire così. Che dovrebbe rendersi conto di quello che dice. Che dovrebbe leggere Nizan etc. La verità è che forse ha ragione, che, in ogni caso, si sente cane, vuole sentircisi. Tanti anni fa, quando ero giornalista, ci scrissi anche una poesia: “ Senza data [1981] – il chien de garde / è soprattutto un cane / un chien régard. “. (Nell’occasione penso anche che ho sbagliato a pensare sempre così male di Aldo Busi. Perché, almeno in una cosa faceva bene: a parlare male dei giornalisti. Quasi come me. Che non ne parlerò mai male abbastanza)



Una ricercatrice. Cioè una che ha trovato il modo di non fare un cazzo.

In realtà, una libreria che contenesse tutti i libri italiani in commercio dovrebbe essere grande più o meno come Siena. “, dice il Mozzi.

Poi sento dire “ particulare “. E finalmente capisco. « Guicciardini? » No, Ettore Scola.

Poi sento che Giorgio Dell’Arti ha fatto un’antologia delle Note azzurre. Dice che tutto è cominciato con l’unità d’Italia. Dice che un giornalista conta più di uno scrittore di romanzi di Brescia. Sarà Busi? Il libro si intitola Corruzioni.

Come è noto, Roma è una lupa “ (Dai giornali)

Vogliamo portare alla luce le contraddizioni del presente, opporci alla deriva di cultura anestetizzata, piatta, ridotta a merce di supermercato. “ (Balestrini presenta Alfabeta in tv)

Poi penso a come era bella la vita prima. Così bella che non c’era bisogno di dirlo, e nemmeno di pensarlo. Perché non c’era bisogno di dirlo e nemmeno di pensarlo? Penso che potrebbe essere questo che vuole dire l’espressione “ ça va sans dire “.

A proposito di mafia, a proposito di Roma: “ 18 dicembre 1992 – « “ La conoscenza della situazione palermitana e quindi della mafia che ha Caselli – ha spiegato Giubilaro – è, per sua stessa ammissione, molto mediata e filtrata. Caselli va a Palermo senza sapere assolutamente nulla di mafia. E la mafia non è solo espressione di criminalità. Se non si conoscono la Sicilia e i Siciliani, non si può combattere un fenomeno come quello mafioso. Non vorrei che Caselli dovesse interrogare un pentito con l’aiuto di un interprete non tanto per via di un dialetto a lui estraneo quanto per comprendere anche i gesti e gli sguardi che fanno parte della cultura mafiosa. “ » (Dai giornali) “.

La fabbrica del presente.

Poi vedo Stefano Mauri presidente Gems. E penso che è successo qualcosa. Che non riesco a chiamare altrimenti che con la vecchia formula di “ mutazione antropologica “. Dimenticavo: c’erano anche lo scrittore Sandro Veronesi e il giornalista Alessandro Sallusti. Per il giornalista Alessandro Sallusti nessun problema: che è un giornalista si vede benissimo. Ma che Sandro Veronesi sia uno scrittore, questo non riesco proprio a crederlo. Dirai che è un pregiudizio, oppure che sono matto. Va bene: sono matto. Ma non ci credo. Dice Sallusti che uno scrittore è come un giornalista o come un calciatore. Ecco forse quel tangano è un calciatore. Questo sono disposto a crederlo. D’accordo, sono matto. (Il fatto è che per sapere se Sandro Veronesi è uno scrittore bisognerebbe leggerlo. Ma per leggerlo bisognerebbe comprarlo. E io non ho soldi da buttare. Ma soprattutto non ho tempo. Tanto peggio per me)


ROSSORI

Sotto la foto del banchiere Fabrizio Palenzona scriverò la seguente didascalia: “ Pa(le)nzona “.

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ARCHIVIO

“ 16 luglio 1994 – Insisto a scrivere che questo è un libro di letteratura. Ma non è esattamente così. Questo è l’unico libro che potevo scrivere parlando di tutto, sfidando tutto a procurarsi un ordine, o almeno, una faccia. Tutto? Diciamo parecchio. Perché io non sono, tout court, un letterato. Sono uno che ha fatto l’università (di lettere, corso di laurea in filosofia) a Firenze, negli interlocutori anni Sessanta. Di cui ricordo soltanto che mi sembrava di perdere tempo, di non imparare niente, se non qualche frasetta ad effetto, come il succitato « tout court », o quell’altra, gettonatissima: « für ewig ». Mi riusciva difficile capire che cosa c’entrasse Sorel (Georges) con Francavilla Fontana, o Schiele con il concessionario Opel di Udine, per non dire di Le Corbusier e Cascina, Musil e Lamporecchio. Nel mondo dei sussiegosi fuorisede io mi sentivo fuori posto. « Au dessus de la melée », diceva il rasotera con un vocione paradossale. Vienna sempre Vienna, ma senza valzer, Vienna del Blaue Reiter, della Sezession, della Brücke, Vienna sul serio, Vienna in tedesco. Già: il tedesco. Bisognava impararlo, leggere in tedesco, pensare in tedesco. Io, che sapevo l’inglese, non mi ci raccapezzavo. Dove eravamo? Quando eravamo? Non digerivo mai bene. Ma soprattutto non capivo perché quell’atmosfera di indugio, di cospirazione, di attesa. Io, che avevo una Cinquecento, pensavo invece che il [faudrait] ténter de vivre. Magari viaggiare. Magari lavorare. Non l’avessi mai fatto. In un momento sono finito au dessous de la melée, e ancora ci resto. Fu allora che cominciai a capire la cultura. La cultura non è capire le cose. È capire il capire, e poi capire il capire il capire, e poi capire il capire il capire il capire, e via di seguito, facendo sempre un passo-indietro, arretrando, arretrando, in una infinita marcia a ritroso che ti riporta sempre al punto di partenza. Dove si sta: audacemente immobili. Quando l’ho capito ho deciso di scriverlo. Scrivendolo mi sento anch’io un po’ gambero. Ho cominciato un viaggio – autour de ma chambre – che non so ancora dove potrà ricondurmi. (Quello che non avrò mai è quella faccia) “.


Domenica 11 ottobre 2015

p1108oi, a quanto pare, ci sono anche i marziani “ di elezione “. Come l’astronauta di Mission to Mars (De Palma, 2000) che, mentre i compagni tornano a terra, decide di restare lassù, perché la marziana gli ha raccontato una storia da cui risulta che noi terrestri veniamo da Marte etc. “ Mi raccomando, divertiti “, gli dice il compagno mentre lui, a bordo dell’astronave marziana, scompare nell’immensità. Sarà… (Io, naturalmente, continuo a ripensare alla vicenda Marino. Quello che penso è che a Roma non si rendono  conto di quanto sono spaventosi. Dico per chi di Roma non è. Io, comunque, sono spaventato. E credo che si veda. Per esempio quando lavoravo in biblioteca, luogo spaventoso quanto altri mai. Fui spaventato fin dall’inizio, lo fui ancora di più quando venni a sapere certe cose: “ Venerdì 10 aprile 1998 – Non ho mai cessato di riflettere sulla curiosa circostanza che, a quanto mi fu riferito, fino dai primi tempi del mio arrivo alla biblioteca, qualcuno aveva avuto la spiritosa idea di darmi un soprannome. Il soprannome, in quella biblioteca grande come un paese – nei paesi, si sa, ognuno ha un nomignolo – era: « Livingstone ». Non ho mai cessato di riflettere sul fatto che il nomignolo « Livingstone » – di cui apprezzavo la  comica perspicacia – stava a significare molte cose fra cui: 1 che io davo l’impressione di essermi perso 2 che io davo l’impressione di essere un tizio venuto da fuori, da lontano, da un altro mondo 3 che io davo l’impressione di essere in viaggio, di essere una specie di viaggiatore, anzi di esploratore 4 che il luogo in cui mi trovavo era una specie di Africa, di « continente nero », popolato da negri, da selvaggi, anzi, pascarellianamente, « servaggi ». L’anonimo inventore dell’appellativo – forse un’inventrice? – si era fatto interprete di qualcosa di « terribilmente collettivo », qualcosa come una vox populi, un’opinione pubblica. Era, pensai, qualcuno che, pur non essendo un « servaggio », stava lì fin da prima, ci stava bene, ci voleva restare. In quell’Africa in cui io ero capitato assolutamente per caso – questo non avevo nessuna intenzione di negarlo -, la « sua Africa », i suoi « servaggi » – io comunque non avevo nessuna intenzione di portarlo/a via di lì. “. Io, comunque, saranno pensieri da marziano, continuo a pensare che Roma – Roma? – è strana. Così strana che viene voglia di andare da un’altra parte – ma c’è un’altra parte?)

Temo che uno dei nostri problemi (non solo giornalistici) sia l’ingombro smisurato del presente e la conseguente perdita della percezione del tempo. Il tempo è lo sfollato della nostra epoca, il sovraffollamento chiassoso di « notizie » non sempre tali, di ansie e allarmi a volte molto volatili, leva profondità e lucidità ai pensieri e allo sguardo. Ogni tanto, anche come esercizio mentale, serve assentarsi dal quotidiano anche se si scrive su un quotidiano. “, scrive Michele Serra. Povera bestia anche lui.

Penso a “ marito “ e mi viene in mente “ maritozzo “, quel dolce romano esageratamente pieno di panna. Impossibile mangiarlo senza che la molle materia esondi sulle dita, sulla faccia del mangiatore. Bisognerebbe ingoiarlo tutto intero, avendo una grande bocca, una profondissima gola. Non so se mi spiego.

Poi vedo che alla mia quasi-figlia hanno regalato un libro di Goffredo Fofi che si intitola Il racconto onesto. Sarà. (Goffredo Fofi: un ingombrante imbecille)

Ci sono nomi come Wim Wenders, Francesca Comencini, Claudio Amendola e Marco Risi. In tutto 65, tra scrittori, registi e intellettuali, che hanno sottoscritto un appello a favore di Erri De Luca, a processo a Torino per istigazione a delinquere. Nell’appello, i sottoscrittori dicono: « Chi potrebbe pensare, dopo l’attacco contro Charlie Hebdo, che in un’Europa in cui i leader hanno manifestato per la libertà di espressione, avremmo dovuto sperimentare nuove procedure di controllo della sintassi della nostra bella lingua? ». “ (Dai giornali) (A proposito di imbecilli ingombranti) [*] [*] Mi accorgo di avere usato per ben due volte l’aggettivo “ ingombrante “. Credo che dipenda dal fatto che l’ho letto stamani in Michele Serra (vedi sopra). E comunque è giusto così: tutto quello che c’è sono gli “ ingombranti “. Tutto quello che fanno è “ ingombrare “ – “ Ingombrare – Occupare totalmente o parzialmente, provocando o accentuando il disagio derivante da una insufficiente disponibilità di spazio o da una mancanza, più o meno accentuata, di utilità o funzionalità “ (Devoto-Oli)

Gli editori hanno bisogno dei festival come ne hanno bisogno i cinematografari, e c’è ancora una massa di persone che non sanno che fare del loro tempo libero (della loro vita) e frequentano i festival per sentirsi anche loro intelligenti e al passo coi tempi (con le proposte più recenti del mercato), c’è ancora (quando si tratta di cinema) una corporazione che deve stare al passo con le novità, vendere e comprare, e che si trascina appresso una massa di piccoli intermediari o semplici parassiti (gli uffici stampa, i giornalisti dei contorni, i critici e sedicenti tali – una categoria che ha perso ogni funzione critica e ogni intelligenza critica -, gli studenti dei Dams, i fanzinari, i blogghisti, gli animatori di altri festival e sagre… ). “ (Dice Goffredo Fofi)

La “ teologia della liberazione “. È tanto liberatoria… (È una “ boffonata “, diciamo così)

Poi vedo Michele Serra da Fabio Fazio e capisco perché stamattina ha scritto che “ ogni tanto bisogna assentarsi dal quotidiano “: perché deve vendere il suo libro, che non è un quotidiano etc.


Lunedì 12 ottobre 2015

d1100ice il giornalista Barenghi che se uno incontra Verdini cambia marciapiede. D’accordo. E se uno incontra Barenghi? Mah. Boh. Quello che voglio dire è che stamani ho capito, poiché anche stamani qualcuno ha acceso la televisione, e anche stamani c’è un ddibbattito, che la televisione serve a “ ingombrare “, cioè a occupare fastidiosamente, inutilmente spazio. Per non parlare del tempo. (Lei mi fa notare che stamani sono tutti più allegri del solito. Secondo Lei dipende dal fatto che Marino se n’è andato. Cioè, dico io, ha liberato un po’ di spazio, da ingombrare etc.)




È difficile pensare a un saggio meno attuale di Le due culture di Charles Snow, che alla fine degli anni Cinquanta accese una discussione infinita mettendo l’uno contro l’altro due tipi umani che sino ad allora avevano abbastanza pacificamente convissuto, a volte addirittura collaborato: quelli che leggono Amleto e quelli che sanno qual è il secondo principio della termodinamica. Rileggendo il libretto si constata che la distinzione non era granché più sottile: da un lato la genia degli scienziati, che « ha il futuro nel sangue », dall’altro quella degli umanisti, i quali « pretendono che la cultura tradizionale costituisca la totalità della “ cultura “, come se l’ordine naturale non esistesse » e, « per natura luddisti », « nutrono un particolare disinteresse per gli uomini loro fratelli » (sic). E si respira l’aria di certi vecchi film in bianco e nero: con la guerra fredda, la paura che gli ingegneri sovietici facciano le cose più in fretta degli ingegneri americani, le high tables dei college inglesi in cui i letterati (teste Snow) trattano con una certa sufficienza i loro colleghi scienziati. Oggi sono rimaste solo le high tables, ed è molto probabile che qui il rapporto si sia invertito, e che siano gli scienziati a guardare con sufficienza i loro sotto-finanziati, non-attrattivi, obsoleti colleghi umanisti. Ma al di là di queste un po’ oziose questioni di prestigio, è il tema in sé che mi pare abbia perso centralità. La mia copia del libro di Snow ha una bella prefazione di Ludovico Geymonat che avverte: « Nessuno può essere, oggi, così cieco da non rendersi conto che l’esistenza di due culture, tanto diverse e lontane una dall’altra quanto la cultura letterario-umanistica e quella scientifico-tecnica, costituisce un grave motivo di crisi della nostra civiltà ». Felice l’epoca – verrebbe da commentare – in cui erano questi i problemi che potevano mettere in crisi « la nostra civiltà ». “ (Dice il Giunta)

Poi dovrei leggere Saviano che dice che, dopo il Nobel a quella lì, la letteratura non sarà più quella di prima, perché c’è stata una rivoluzione, perché ora c’è la letteratura-verità etc., ma, francamente, non ce la faccio. Anzi, diciamo meglio: non ce la faccia – la faccia di Saviano etc.

« Basta un tocco di modernità, e subito Siena sorride ». Parola di Clet, lo street artist famoso per i suoi cartelli stradali modificati. Questa volta, in accordo con l’amministrazione senese, Clet ha « umanizzato » il Palazzo Comunale facendolo sorridere. Come? Con una barra piegata che è diventata una bocca con le finestre occhi perfetti del nuovo volto del Comune di Siena in piazza del Campo. Che è tornato a sorridere. “ (Dai giornali)


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“ 8 luglio 1985 – Secondo Charles P. Snow l’idea che il mondo finisca in un gemito (Eliot) è scientificamente inattendibile. Sic, in Le due culture, 1959. “.


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“ Lunedì 22 dicembre 2003 – Nella mia meglio gioventù uscì un libro che si chiamava Le due culture. Diceva che le culture non erano una, ma due. Una era quella « umanistica », cioè la storia, la letteratura, era la cultura che c’era sempre stata. Un’altra era quella « scientifica », ed era una cultura nuova, cioè prima non c’era. Secondo me era tutta una balla. Primo perché la cultura numero due c’era sempre stata anche quella come la numero uno. Secondo perché, piuttosto che la scienza, era il cinema, e, in un certo senso, c’era stata anche prima di quell’altra, basta pensare alle caverne di Lescaux etc. Comunque, ora che la mia meglio gioventù è finita, di due culture che erano ce n’è rimasta una sola. Diciamo che c’è rimasto un ragazzino con gli occhiali, tipo piccolo chimico, tipo Harry Potter: dice di essere uno scienziato, ma secondo me è solo un film. “.


ROSSORI

Sotto una foto del palazzo pubblico di Siena con il “ sorriso “ installato dallo street artist Clet scriverò la seguente didascalia: “ Una risata vi seppellirà “.

clet


Martedì 13 ottobre 2015

s1247iena: la mia città. Io continuo a pensare che lo sia, però mi chiedo: come è potuto accadere che, di settanta anni della mia vita, io a Siena ne abbia vissuti meno della metà? Io ho quasi sempre vissuto in città che non erano la mia, che sapevo che non lo erano, che non lo sarebbero state mai. Io continuo a non riuscire a spiegarmi questo lungo, stranissimo esilio. Perché me ne sono andato? Oppure: chi mi ha cacciato, e quando, e perché? C’è anche da dire che, nel frattempo, la mia città è cambiata, è diventata un po’ strana. Ma, considerato che io nella mia città non ci vivo, può darsi che mi sbagli.




Non ama Roma “, dice la donna della strada. « Di strada? » Della… ho detto della…

Poi sono andato dal giornalaio e gli ho chiesto un caffè. “ Può succedere “, ha detto la edicolante, con un bel sorriso. Io ho ripensato a un diario: “ Lunedì 13 luglio 1998 – Quando alla tabaccaia sbagliando chiedo invece di quella che dovevo comprare un’altra marca di sigarette la brutta vecchia, già rinomata per profittare delle distrazioni altrui (cfr. questo diario a una data di qualche anno fa), mi dice ridendo: « Che vuole che sia… ci sono quelli che vengono per i biglietti della partita e mi chiedono un cappuccino e un cornetto… ». “.

In maniera silenziosa, non rumorosa, il Fai… “, dice Alessandro Preziosi, attore. Che, anche se parla, è come se stesse zitto.

Poi ripenso a un diario: “ 18 novembre 1991 – Io non ho fatto il militare. Però ho fatto il giornalista. “. Quello che intendevo dire è che, quando quasi quarant’anni fa ci misi piede per la prima volta, mi accorsi subito che nei giornali tira(va) un’aria da caserma. Quello che penso ora, dopo tanti anni che non faccio il giornalista, dopo che i giornalisti sono divenuti tanti di più di quelli che c’erano quando l’ho fatto io, dopo che il giornalismo ha acquistato uno spazio, una rilevanza, una “ prevalenza “ che prima assolutamente non aveva, è che il mestiere di giornalista è, come quello del soldato, un “ mestiere delle armi “. Cioè che quello che i giornalisti fanno è combattere una guerra. Che, come tutte le guerre, è innanzitutto una guerra a ciò che guerra non è. Ciò che guerra non è è innanzitutto ciò che non è “ reale “, nel senso di visibile, documentabile, sperimentabile per chiunque. Perché, da qualsiasi parte, politica, ideologica, editoriale, combattano, i giornalisti sono accomunati da un’unica, immarcescibile fede, quella nella “ realtà “. Quello che intendo dire è che i giornalisti credono appassionatamente nella realtà, ma non credono quasi per niente nella lingua. Cioè si dedicano forsennatamente a dire quello che c’è, ma non si preoccupano nemmeno un po’ di riflettere su come lo dicono. Se lo facessero, penso, molte delle loro certezze vacillerebbero sotto il peso del dubbio e il loro spavaldo “ presente “ comincerebbe a incrinarsi, tentato dalle maliziose lusinghe della memoria. Questo è, in generale, quello che è successo a me. Che infatti non ho fatto il giornalista, ho non fatto il giornalista. Dopo di ché non ho molto altro da dire: come tutti i disertori, taccio, e aspetto, bendato, l’urto micidiale dei colpi. Errata corrige 1 – Non è vero niente. I giornalisti sanno benissimo che la realtà non esiste, che è solo un modo di dire. Che quello che conta è dire, nel senso di fare rumore, di occupare spazio, di non lasciare nemmeno un piccolo vuoto, dove potrebbe infilarsi qualcuno, non si sa mai. Errata corrige 2 – Io non aspetto niente. Io sono già stato fucilato. È passato così tanto tempo che non fa più nemmeno male.


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“ Sabato 7 maggio 2011 – « Ama [*] Roma », dice il Comune di Roma. Prima làvati, dico io. Che, si sa, dico per dire. “. [*] Azienda Municipale Ambiente.


Mercoledì 14 ottobre 2015

l1796a verità è che era molto più elegante morire trent’anni fa che non passare trent’anni a scervellarsi sul come ero (quasi) morto. (Anche oggi il solito risveglio precocissimo – sono le 4. 30 -, oggi dopo uno tsunami di sogni stupefacenti. A Siena, tutto il palazzo era sottoposto a grandi lavori di ristrutturazione. I ristrutturatori erano inglesi, ma avevano l’aria, più che di una impresa edile, di un esercito di occupazione. Comunque accadevano strane, anche bellissime, cose. Per esempio, nell’appartamento di fronte al nostro, quello un tempo delle signorine Grazzi, una parete intera era stata abbattuta e ora la vista si apriva, inaspettatamente, come da un loggiato, sulle vecchie case del centro storico. Io apprezzavo moltissimo la novità, e sono rimasto deluso quando ho visto che avevano richiuso tutto. Poi eravamo al mare. C’era un ragazzo calabrese che ha cantato una filastrocca di cui non sono riuscito a capire nemmeno una parola. Ho capito solo che parlava di Capo Spulico, e ho detto che c’eravamo stati, che è bellissimo, che c’è un mare incredibilmente profondo… )

“ San Quirico d’Orcia (SI) – San Quirico d’Orcia come Hollywood. Si trasformeranno nuovamente in un set cinematografico il centro storico di San Quirico e Bagno Vignoni. Il 15 e 16 ottobre, infatti, la cittadina valdorciana ospiterà le riprese della serie televisiva dedicata alla grande e potente famiglia fiorentina dei Medici. Una mega produzione, in 8 episodi, realizzata da Frank Spotnitz (Big Light Production), Luca e Matilde Bernabei (Lux Vide) in collaborazione con Rai Fiction. Serie che andrà in onda su Rai 1. Per il ruolo del patriarca Giovanni ci sarà il premio Oscar Dustin Hoffman, mentre Richard Madden, interprete del Trono di Spade, sarà Cosimo. « Un’altra grande produzione cinematografica ha scelto il nostro comune e il nostro territorio – commenta il sindaco di San Quirico d’Orcia, Valeria Agnelli -; è un piacere ospitare una serie tv così importante con un cast d’eccezione che vede, fra gli altri, una star assoluta come Dustin Hoffman. Siamo curiosi di assistere ai lavori del film e soprattutto come vedremo il nostro centro storico nella serie tv sui Medici ». “ (Dai giornali)

Ricce di tutto il mondo unitevi “, dice Diego Dalla Palma. Finalmente si capisce che cosa intendevano per “ rivoluzione permanente “…

Lo Stato non si abbatte, si copia.

Poi ho la malaugurata idea di dare un’occhiata a quello che succede a Siena e dopo che l’ho data mi sento di concludere che, per quanto il tempo passi, Siena continua a essere “ la provincia più rossa d’Italia “, e la cosa, per dirla tutta, mi preoccupa, anzi, mi getta nella più nera disperazione. (Non è una questione politica, è una questione cromatica, diciamo così)


ROSSORI

Sotto la foto della senatrice Valeria Fedeli, vicepresidente del Senato, scriverò la seguente didascalia: “ Fedeli alla linea “.

fedeli


Giovedì 15 ottobre 2015

A1459virglberto Sordi, Sergio Zavoli, Fiorenzo Fiorentini, Riccardo e Corrado Mantoni, Ettore Scola, Ugo Gregoretti, Emmanuele Milano, Fabiano Fabiani, Giovanni Salvi, Giuseppe Lisi. Nomi che si rincorrono lungo le pagine, un intreccio fitto, proficuo e spesso allegro di costruttori di linguaggio dei quali Veltroni padre fu amico, consigliere, coordinatore. “. La notizia di oggi è che Walter Veltroni ha scritto un altro libro. Parla del padre e si intitola Ciao. Ciao. (Facendo sapere di essere nato, come Veltroni, a Roma, Michele Serra rivela di essere, anche lui, un “ comunista romano “. Questo potrebbe spiegare tante cose – “ 18 febbraio 1986 – I « comunisti romani ». Senti come suona strano. E a vederli, poi. “)


Io, come ho già avuto modo di spiegare, ho smesso di studiare nel ’58. Dopodiché non c’è molto altro da dire.

Suburra, ovvero: tutto fa cinema. E la vita – la vita? – continua…

“ Ama Roma “? Guarda, io sono trent’anni, anzi fra poco trentasei, che ci penso sopra, ma proprio non ci riesco. Vorrei riuscirci, mi converrebbe anche, ma proprio non ce la faccio. Tanto peggio per me. (Diciamo meglio: io, Roma non la amo non nel senso che la odio: non mi sa di niente, ecco. Diciamo anche meglio: Roma mi spaventa. Nel suo non sapermi di niente. Nel mio non sentire niente verso di lei. Mi torna in mente il “ vuoto di senso “ di quel brutto film di ieri sera. Sì, credo che il cinema c’entri qualcosa)

Come se il regista fosse un oracolo, ma anche l’oracolo di Delfi era approssimativo, al povero Edipo disse: « Vai a letto con tua madre, ma lei non lo saprà, ammazzi tuo padre ma tu non sai che è tuo padre », si barcamenava. “, dice Ettore Scola, uomo molto antipatico, “ comunista romano “.

Io non so niente. So solo che, poco fa, c’erano le due farmaciste carine che festeggiavano un cane. Bisognerebbe chiedere al cane, forse il cane sa tutto.

Io, soprattutto, invidio quelli che, quando non sanno che fare, fanno i quattrini. Vuoto di senso un cazzo.

lettori1

A proposito di Scola: “ 17 maggio 1987 – Il commissario Pepe, quando ha scoperto che la città è tutta corrotta – compresa la sua donna, che non fa la mignotta, ma quasi perché fa la fotomodella – rinuncia a procedere oltre fa le valigie e se ne va. (Il commissario Pepe, Scola, 1969) “.


Venerdì 16 ottobre 2015

p1109oi mi affaccio al balcone e vedo una coppietta. Sono due ragazzi, ambedue vestiti di nero, lei ha i capelli lunghi, lui anche di più. A questo punto ripenso a un diario: “ 27 marzo 1987 – « Sono una donna sola », dice lei. « Anch’io », dice lui. (C’eravamo tanto amati, Scola, 1974) “. Il cinema, solo il cinema, nient’altro che il cinema. Lo stato delle cose.








“ Dopo aver deciso di costruire una dimora in mezzo al deserto, la signora Rondolino, ritenne giusto seppellire per sempre nelle rocce di questo territorio il suo anello nuziale: « L’ho fatto perché a questo luogo saremo per sempre legati – dichiara Simona Ercolani- Qui ci siamo persi e qui ci siamo ritrovati. Questo posto è il simbolo del nostro amore. Seppellendo l’anello, ho sepolto la parte triste della nostra storia ». Adesso che il dolore è passato e la casa ha cementato il loro amore, la coppia dichiara di essere orgogliosa di questa dimora prefabbricata, nella quale si distinguono colori che ricordano il deserto e dove l’idea di costruire una piscina è stata subito scartata: « Non si può avere una piscina in mezzo al deserto – dichiara il giornalista – Quella è roba da star di Hollywood ». Da parte sua, la Ercolani sottolinea come dalla camera da letto con vetrate a tutta altezza si può assistere a uno spettacolo unico: « Lo scorso Natale siamo rimasti qui una settimana – dichiara la produttrice televisiva – Nella notte si potevano vedere le stelle in movimento ». Rondolino aggiunge: « C’erano miliardi di stelle da ogni parte. Sembrava di essere su una navicella spaziale ». “ (Dai giornali)

Renzi si è fermato a Empoli “ (Da un ddibbattito)


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Permetta che mi presenti: sono un fumatore. Non dica che faccio schifo, lo so, ma che posso farci? Lo so: dovrei andare a nascondermi. E se le dico che ci sono già andato? In casa fumavano tutti. Il nonno con il suo sigaro (toscano), la mamma tanti anni fa con le sue Giubeck ( ma anche le Macedonia extra), il babbo, che poi smise e diceva agli altri di non fumare. Come lo zio Carlo che prima ne fumava, dicono, ottanta e poi niente. Anche la nonna ci dava sotto con le sue antiasmatiche profumate. Anche il cugino Mario. E la vecchia al piano di sopra. La zia Olga no, però era zitella. Io prima non fumavo, anzi correvo, a pieni polmoni, a squarciagola, a tutta callara. Poi ho smesso di correre, mi sono fermato, praticamente. Ora vivo al chiuso, in spazi limitati, in stanze sovraffollate, mi muovo poco per non farmi notare, per non urtarmi con gli altri nelle ordinarie prigioni dove le gambe, le mani, gli occhi, l’uccello non servono a niente. E nemmeno i polmoni. E io fumo. E lo sa perché fumo? Per non perdere l’uso dei polmoni, per respirare, ecco. Si dice bene smettere.


Sabato 17 ottobre 2015

a1460pro il Venerdì. Leggo che il signor Giampiero Cazzato ha scritto una Storia del maschilismo in politica. Mi sembra giusto.











I numeri delle vendite sono impressionanti: 600mila copie negli Stati Uniti, sommando gli ebook molti di più. « Ormai dall’Italia partono continuamente container pieni di libri, diretti da Ariccia a Pittsburgh ». “ (Dai giornali)

Ho pensato che forse la cosa giusta da fare è smettere di volere smettere di fumare. Rassegnarsi a essere un uomo-che-fuma. Cioè un malato, un condannato. Accettare questo destino, poiché è quello che c’è.


Domenica 18 ottobre 2015

v1092edere – ieri sera, in tv – che anche Fabio Volo si è fatto crescere la barba, francamente, mi turba. Era dai tempi di un certo diario che non mi turbavo così: “ 21 aprile 1987 – Fa una certa impressione sentire il comico Pippo Franco citare il caso Proust-Gide nel catalogo degli errori d’autore. “.









“ Non esiste ritorno “, (mi) diceva il mio (quasi) maestro Franco Fortini. Ma il buffo è che io ero appena tornato, e, fra le altre cose, avevo trovato lui. Che era un bravo professore, ma, tutto sommato, non troppo più bravo del mio indimenticato professore, quello del liceo di prima che me ne andassi. Ma la cosa veramente buffa, spaventosamente buffa, è che, appena fui tornato, scoprii che c’era chi mi aspettava, che era rimasto lì aspettando che tornassi. Non parlo dei miei genitori, che per loro si spiega – c’hanno fatto anche uno spot, della pasta Barilla, con il fischio e tutto -, parlo degli altri, non dico tutti, ma quasi. Se ho detto che questo mi sembrò spaventosamente buffo è perché io, quasi subito, ne fui spaventato. Spaventoso era infatti quell’attendere, spaventoso l’essere restati fermi, non essersi mossi, non essere andati da nessuna parte. E poi, fermi dove? fermi quando? Io, comunque, mi sentii, come dire?, “ riacciuffato “. Come se fossi scappato, come se la mia fosse stata una fuga. E il buffo è che, forse, era proprio così. Perché la verità è che, appena fui tornato, capii che tornare non era veramente quello che avevo voluto. Che, tutto sommato, mi ero sbagliato. Che era meglio se me ne andavo di nuovo. E infatti me ne sono andato. Sapendo che non sarei mai più tornato. Ahimè. Quello che allora ho capito è che, in generale, c’è chi non si muove, resta fermo, come un cacciatore che punta la preda, che chi preda si fa, il lupo se la mangia, che, in generale, chi si muove è perduto etc. Da allora è passato tanto tempo, ma nella mia perdutezza non è cambiato niente. Di nuovo c’è solo che la scrivo, perdutamente, ogni giorno. Perché dev’essere chiaro che questo non è un romanzo, ma nemmeno un diario. È solo un lungo, infinito tormento, un colossale rimpianto, un pianto senza fine. Nel senso che finirà solo quando sarò finito io.

È morto Morando Morandini. Che credeva nel cinema. Lui.


ROSSORI

Sotto la foto di Renzo Piano con il casco di protezione nel cantiere dello Stavros Niarchos Cultural Center di Atene scriverò la seguente didascalia: “ À la guerre comme à la guerre “.

piano


Lunedì 19 ottobre 2015

i1933l cinema… Avrei dovuto capirlo subito che non c’era altro che il cinema. Dico per quelli come me, per “ la mia generazione “, quella del Sessantotto… Avrei dovuto chiedermelo subito: John Wayne, chi era costui? La mia generazione: non ha mai fatto l’errore di leggere i libri…










Martedì 20 ottobre 2015

f371virgacciamolo più spesso “, dice la vecchietta dello spot delle sottilette Kraft. Naturalmente tutti sanno che dice per dire, che intende un’altra cosa, che fa solo ridere. E tuttavia resta vero che la televisione è fatta così: che qualunque cosa dica, qualunque cosa faccia, in un certo senso non fa altro che dire di fare. Questo fare consiste innanzitutto nel guardarla, ed è già parecchio. Per non dire che è tutto. Guardandola non resta tempo per fare altro, non resta più tempo per niente.






Pigliate pure i paragrafi come satire e fantasie, e non per un testo critico. “ (Arrigo Cajumi, Pensieri di un libertino [Premessa], 1947)

E c’era Freccero, e c’era Melandri, e c’era Cucciari, e c’era Veltroni e c’era anche il giornalista Marcello Sorgi… più MAXXI di così… C’era anche una ragazza altissima, sarà stata venti centimetri buoni più alta di me.


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“ 25 febbraio 1986 – « Vasì!… Vasì! », cos’era ‘sto « Vasì! » imperativo, drastico al gonzo stronzo ennesimo dei turisti di quella via rinomata? Giapponese del giorno pretende di restare nello sgabuzzo che lui trova fantastico rettangolare minuscolo con un letto stretto stretto basso basso e un lavandino forse. Il muro si intuisce è un tramezzo di legno. Tutto l’edificio deve essere fatto così, di boites minime cabine ridicole ma economiche. Si è imbarcato il curioso dopo immatura riflessione. Avaro micragnoso spera chissà che cosa per 20 NF. Se la sposa? E lei: « Vasì! » rompipalle « Vasì! ». Non siamo qui per divertirci. Il barbaro afferrò il concetto. Abbozzala. Lievemente scosso per 20 NF discendeva le scale con orgogliosa insicurezza. Fuori la via: mirabile. Dedusse le provenienze: immaginose. Che cinema. Tentava un secondo colpo stavolta per 30 NF. Constatò la differenza risibile una nuance. Da 10 NF. Faceva buio ma poteva insistere. L’offerta cresceva. Avendo tempo che è denaro. Molto molto più tardi decifrò il sintagma visionando Antenne2. « Vas y! »: vai, dai, dacci dentro, forza, spicciati. Proprio come aveva intuito. Non finiva mai di imparare. Una maestra (un’altra) che non dimenticherà mai. Saint Denis proteggilo.


Mercoledì 21 ottobre 2015

l1798apunica cosa certa è che la sondaggista telefonica non voleva credere che, fra un mese, ho 71 anni. “ Dalla voce non si direbbe… “. Già, la voce… Che cos’è, la voce? E, soprattutto, a che serve? A parlarsi? Senza vedersi? Mah. Boh. Chissà. Magari lo sapeva quel professore di Siena, che è morto ed è stato, dice, “ antesignano dell’audiologia e dell’audiofonologia “…







Ieri sono andato a vedere un docu-film sulla Roma degli anni Sessanta – Swinging Roma, di Andrea Bettinetti. Era tutta una storia di pittori. La storia sono (sempre stati) loro.

“ Roma – Il Cda del Gruppo Editoriale L’Espresso S. p. A., presieduto dall’ingegner Carlo De Benedetti, ha approvato i risultati consolidati al 30 settembre 2015, presentati dall’Amministratore Delegato Monica Mondardini. Positivo il risultato netto (+ 24,5 milioni). Continua a pesare il calo della pubblicità: radio in controtendenza, segno negativo per il mercato del web, ma positivo per l’area digitale del Gruppo. Repubblica si conferma primo quotidiano più venduto in edicola, Repubblica.it mantiene la sua leadership fra i siti di news. “ (Dai giornali)

Hai visto?… È basso… Non me l’immaginavo basso… “ (Freccero, ieri sera, al Maxxi) (“ Ma ha una gran testa “, dice lei. Effettivamente, ce l’ha)

“ [U]n tempo nel quale dalle nazioni agli individui, si nuota nell’incerto, nel provvisorio, nell’approssimativo, nelle false promesse o nelle dorate reticenze. È più facile ottenere quattrini in prestito, che far pigliare una decisione, e farla proclamare. Essere solido in un mondo liquido o deliquescente. È molto curioso l’orrore per la verità, che si estende sempre di più; il gusto per la politica dello struzzo, anche in affari. [1936] “ (Arrigo Cajumi, Pensieri di un libertino, cit.)

Quando sento qualcuno che dice che in casa sua non c’erano libri, e, ogni volta, mi sento chiamato a rispondere che in casa mia, invece, c’erano, ogni volta, poi, penso che non è vero. Penso che qualcuno mente, e quello che mente sono io. Perché in casa mia, è vero, c’erano libri, ma nemmeno troppi. Magari ce n’erano di più in casa di qualcuno di quelli che ora dicono che non c’erano. Perché, ecco il punto, io non sono il solo a mentire. Si potrebbe anzi dire che, quando si parla di libri, mentono tutti. È strano, ma è così. Io comunque, quello che ricordo, che mi piace sempre ricordare, che forse, ricordando, mi rappresento in forme, in proporzioni non vere, esagerando, abbellendo, magnificando, come nelle leggende, o nei miti, o nei sogni, è che io insieme a quei libri ci passavo del tempo, molto tempo, un tempo molto bello, quello che, per quanto tempo passi, non si dimentica mai. Comunque, nelle case in cui non c’erano libri, c’era comunque qualcosa d’altro, e anche questo va detto. Quello che voglio dire è che io mi ricordo anche quello.


ROSSORI

Sotto una foto di Falcone e Borsellino che, tanto per cambiare, fumano scriverò la seguente didascalia: “ Bacco tabacco e Venere / riducono l’uomo in cenere “.

falcone


Giovedì 22 ottobre 2015

p1110oi, quando accendo la televisione, c’è Gutgeld, il consigliere economico di Renzi. Vederlo mi induce a ripensare a quello che diceva la mamma, diceva: “ i quattrinacci “. Non sono sicuro di sapere quello che intendeva dire, però credo che dicesse bene. Perché è sicuro che c’è chi pensa che i quattrini siano “ acci ” e chi non lo pensa per niente, anzi. Lo pensa così poco che non fa altro che pensare ai soldi, al denaro, all’argent, ai quattrini, insomma. E, se ce li ha, li conta e li riconta, e non gli sembrano mai abbastanza etc. (Poi, tanto per cazzeggiare, vado a vedere in Internet e scopro che “ Gutgeld in yiddish significa « buon denaro » “. E mi viene anche da ridere, perché un “ nome d’arte “ così non l’avrei mai immaginato etc.)

“ Feltrinelli festeggia 60 anni di storia mettendo al centro scrittori e lettori e affermando la sua autonomia. « Siamo felici e fieri di essere indipendenti » ha detto Inge Feltrinelli accogliendo la stampa nella sua abitazione milanese per presentare la Notte Rossa del 25 ottobre, evento che chiuderà i sei mesi di festeggiamenti per il 60/o compleanno della casa editrice. Domenica sera 11 librerie Feltrinelli in 10 città resteranno aperte dalle 21 alle 24 per celebrare fra brindisi, dj-set e soprattutto incontri con autori e personaggi che racconteranno il loro libro letto e mai dimenticato: come Alessandro Baricco che a Milano (Piazza Piemonte) parlerà di Viaggio al termine della notte di Céline, o Walter Veltroni a Roma con Staccando l’ombra da terra di Daniele Del Giudice. “ (Dal web)

Poi, a proposito di nomi d’arte, di nomi, ripenso anche al babbo. Che diceva sempre: “ Ciambellano = c’ha un bel culo “, e a me sembrava una cosa un po’ scema. Però poi l’ho trovata identica in Dossi (Carlo, Note azzurre, 2313) e allora ho dovuto chiedermi se era scemo anche Dossi. Oppure ero scemo io etc.

Dice che, siccome sapevano che il papa è malato, lo dovevano dire. Io non capirò mai i giornalisti, i loro “ doveri “, il loro non stare mai zitti.

La piccola borghesia ha gli stessi pregiudizi, le stesse servitù della grande, se non di più. Il ritualismo del modo di parlare, del regalo, delle feste, ecc., vi fiorisce. Così pure quello di « la gente direbbe… ». Gli spiriti emancipati, non li trovi che lateralmente, in margine. Anche la naturalezza popolare dev’essere un mito: il selvaggio è certo disciplinatissimo. [1937] “ (Arrigo Cajumi, Pensieri di un libertino, cit.)

Io comunque lo so perché i giornalisti parlano tanto: perché hanno capito che dire è l’unico modo per non fare. Perché fare, per chi non sa fare – non vuole fare, non appartiene alla razza di quelli che fanno -, è terribile, micidiale. Questo è esattamente il senso dell’espressione “ sempre meglio che lavorare “.

Walter Veltroni ha twittato: Ciao è alla terza edizione in meno di una settimana. Grazie a tutti per i bellissimi messaggi scritti sul rapporto col proprio padre. “. Ciao.

Il buffo è che poi, cazzeggiando nel web, scopro che oggi è il compleanno di Cajumi. Se fosse vivo avrebbe 116 anni, neanche troppi con i tempi che corrono.

Come si può pretendere che qualcuno ami una storia imbolsita come quella dei Promessi Sposi? Che cosa può offrire quel romanzo di fronte alla pulsante immediatezza del cinema, se uno non è più abituato a gustare la scioltezza del medium linguistico e lo percepisce solo come una lungaggine? “ (Da un blog)


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“ 7 maggio 1994 – Quando venivo a Roma dal mio amico, non di rado assistevo sul terrazzo della sua casa a un rito buffo e misterioso: la preparazione della maionese. Era il padre ex aviatore e pittore a tempo perso che l’officiava, nella tesa attenzione degli altri componenti della famiglia. Mentre l’olio calava in un sottile quasi impercettibile filo giallo – un’impercettibilità che non doveva assolutamente variare pena la cattiva riuscita dell’operazione – gli altri restavano con il fiato sospeso, anche perché un’osservazione o un commento potevano provocare una risposta, e una risposta alla risposta, fino a degenerare nella rissa verbale, nel putiferio casalingo. Io non sapevo bene che cosa pensare di tutto quel pathos per me immotivato, anche perché da moltissimi anni in casa mia si consumava maionese industriale, in quei tubetti strizza e fuggi che, se spremuti, cacciano fuori un serpentello rigato, che è gradevole lasciarsi calare lentamente sulla lingua, e ancora più entusiasmante succhiare direttamente dal buco, in segreto, fuori dai pasti. Richiesto, io convenivo sulla nobiltà di quell’arte di sbattere uova, per cortesia, e perché, dopotutto, io ero l’ospite. Ma avevo sempre il timore di non dimostrarmi abbastanza partecipe, poiché sentivo di essere il destinatario di qualcosa di più di una salsa: intorno a quella materia giallastra, che, come per uno strabiliante gioco di prestigio, veniva crescendo e acquistando consistenza, facendosi, da uovo che era stata, meravigliosa succulenta crema, – quasi un colore, un dorato sontuoso giallo da consegnare alla tela – io indovinavo l’alone di un messaggio, l’eco di un « discorso », un’idea, insomma. Allora non capivo, e sogguardavo divertito e curioso. Non sapevo di essere già l’infedele, il barbaro, lo straniero in un mondo diverso dal mio che, mentre lo osservavo, non aveva mai smesso di guardarmi con un occhio severo e lungimirante. “.


Venerdì 23 ottobre 2015

c1327hiedono a Scola, che festeggia i trent’anni della Terrazza: “ Ma Roma è cambiata? “. Risponde: “ Sono cambiati i personaggi “. I personaggi / l’Autore.











Sono morte tre giornaliste in pochi giorni. Le donne e la Grande Illusione. Che, dopotutto, è un film.

Il cinema ovvero: la Libertè foutue par le peuple.

Poi vedo il marchese Frescobaldi con i suoi magnifici vigneti e penso che, fra i mestieri più antichi del mondo, quello del darla a bere non sarà il più antico ma continua a essere uno dei più redditizi.


ROSSORI

Sotto la foto di un dipendente assenteista del Comune di Sanremo scriverò la seguente didascalia: “ Sanremo è sempre Sanremo “.

assenteismo


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Il giornalista / Diario d’agosto

Agosto

i1934l primo giornalista che ho conosciuto era bassissimo, poco meno – o poco più – che un nano. Scriveva anche piuttosto bene, va detto, a parte certi dettagli, minime imperfezioni, più che altro sospetti, spaventi puntiformi di cui forse mi accorgevo solo io. Stava sempre al telefono, andava qua e là entrando e uscendo dai vari palazzi, uffici, istituti, centri, sezioni, delegazioni, camere, direzioni, sedi e civili abitazioni, dove confabulava, intervistava, riceveva, offriva, procurandosi le notizie che, puntualmente, riportava al giornale. Aveva sempre un’aria di cane festoso ma che, se gli gira male, può anche mordere. Era anche buffo: diceva « contrattare » invece di « contattare » e « di una facilità mostruosa ». Una volta disse anche « a un prezzo irriguo », ma forse era solo stanco.

Mi sembrava quel personaggio della Speculazione edilizia di Calvino di cui ora – ore 12, spiaggia di Lido Morelli, Cisternino (BR), cielo senza nubi, vivace vento di Levante – non mi ricordo il nome, quell’ex manovale che fa l’imprenditore edile e che induce il protagonista della storia – di cui ora non ricordo il nome – « Ormea? … Usnelli? … Linguetta? … » No, non credo – mentre il vento – « È Maestrale? » « No, è Levante » – continua a tentare di girare la pagina su cui scrivo prima che abbia finito di scriverla – a tentare appunto una speculazione, edilizia. Mi trattava con brutalità e sussiego, soprattutto brutalità – o soprattutto sussiego? – come se io fossi un grande scrittore e invece, dopotutto, io non avevo mai veramente scritto, ma ero disposto a provare.

Lui aveva famiglia, cioè una moglie, due figli, ma anche un’amante, o più d’una. Io ero appena tornato nella mia città dopo dieci anni di spostamenti, traslochi, avventure e disavventure. Tornare a casa dopo tanto tempo, rivedere invece che città e persone sconosciute, le facce di chi conosci bene, i luoghi dove hai vissuto i giorni più belli della tua vita, dove sei cresciuto, sei andato a scuola, hai incontrato amici, ti sei innamorato la prima volta, fa uno strano effetto. E, innanzitutto, ti costringe a chiederti: « Ma perché me ne sono andato? ».

Queste cose e anche altre le pensavo mentre stavo sul letto della mia camera – ci stavo ore e ore – guardando il triangolo di luce che si disegnava fra la serranda abbassata e il davanzale, piccolo schermo colorato del verde degli alberi, del rosso dei mattoni, del celeste del cielo, nel nero quasi assoluto della stanza. Perché me n’ero andato se lì dove ora ero tornato tutto mi piaceva, mi parlava, con la voce calda, suadente, del ricordo? Era così semplice, così « naturale » restare che non si capiva perché non l’avessi fatto. Se fossi restato, ora avrei avuto anch’io una famiglia, dei figli, e forse, chissà, anche qualche amante.

Stavo sul letto, al buio, come se fossi malato, o lo fossi stato, come se potessi guarire, ma non sapevo di che. Guardavo una striscia di luce, era il massimo che potessi guardare, perché avevo gli occhi stanchi.

Mi sembrava di avere visto tutto. Come se vedere fosse qualcosa che si fa niente, poco, molto o addirittura tutto. E dopo che si è visto tutto, che si fa? Lì dove ero tornato in un certo senso non c’era niente da vedere, fra le persone e le cose che non guardi perché le conosci, perché le ami. Nella tranquilla disattenzione della vita che scorre sempre uguale, come una specie di sonno.

Lui invece era sveglio, perfettamente sveglio. Come se si fosse appena svegliato, o arrivato da chissà dove. Era sveglio come uno che si è svegliato benissimo, come se fosse l’ultimo giorno di scuola, come se dovesse partire per le vacanze, come se ogni giorno fosse « il gran giorno », come una zitella che alla fine oggi si sposa, come un americano in un film di Frank Capra, come un Citizen Kane, come un Mike Bongiorno, come una persona che non dimenticherò mai. Come se avesse appena cominciato qualcosa che prima aveva solo aspettato di cominciare, chissà dove, chissà quanto.

Quando mi propose di scrivere per il suo giornale, dissi, dopo una breve esitazione, di sì. Non avevo mai pensato di fare il giornalista, ma scrivere mi era sempre piaciuto, come qualcosa per cui avevo una « naturale » inclinazione, che non mi era mai sembrato difficile o penoso, fino dai tempi – già lontanissimi – della scuola elementare. Un bel gioco, insomma, che diverte sempre  e  non  annoia  mai.

C’è inoltre da dire che, ora che ero tornato, non avevo quasi niente con cui riempire le mie giornate.

i1935l giornalismo si capisce bene in provincia. Dove le notizie somigliano sempre a pettegolezzi. Dove, qualunque cosa succeda, non succede veramente mai niente. In una piccola città, alla gente che ci abita piace sapere tutto di tutti e, anche quando lo sa, piace sentirlo ripetere, vederlo scritto, perché scritto sembra più vero, e in provincia, dove ci si sente in provincia, c’è sempre bisogno di conferme. Così un giornale, quattro, otto, sedici, venti fogli di carta stampata, che arrivano nelle edicole con una cadenza regolare, dove si possa leggere tutto quello che è capitato – nomine, lauree, spettacoli, morti, importanti o accidentali -, serve alla comunità come uno specchio in cui guardarsi, nella speranza ogni volta di trovarsi almeno carina.

Io, che ero stato lontano, queste cose era come se le capissi per la prima volta. Dato che, in un certo senso, ero all’oscuro di tutto, mi stupivo sempre, per esempio del fatto che, presentandomi come inviato dal giornale, fossi sempre accolto favorevolmente da tutti, personaggi eminenti o gente comune, che sembravano tutti non avere altro desiderio che confidarsi con me. In quella piccola città, che era quella in cui ero nato e dove avevo vissuto fino alle soglie della giovinezza, c’era un reticolo fitto di parole che correva da un palazzo all’altro, una chiacchiera sommessa ma continua che avvolgeva uomini e cose come io, che ero sempre stato un tipo distratto, non avevo mai sospettato.

Dal punto di vista della piccola città e del suo piccolo giornale il mondo non era così grande come mi era piaciuto pensarlo, dico a me che, tanti anni prima, me n’ero andato. Non che lo avessi trovato grandissimo, dico il mondo, ma di gente ne avevo conosciuta tanta, che spesso mi era sembrata strana o comunque molto diversa da me. O forse era solo autosuggestione, perché forse quello che avevo visto ogni volta era solo una piccola città come la mia, ma, ecco il punto, con gli occhi di chi non ci vive, di chi è di passaggio, di chi è in viaggio, non da « dentro », insomma, ma sempre da « fuori ».

Scrivere in un giornale, anche se è piccolo, non è come scrivere un romanzo, almeno credo, perché un romanzo non l’ho mai scritto. In un giornale si fa tutto a pezzetti. Ci sono gli articoli, che infatti si chiamano « pezzi », sugli argomenti più disparati – di articoli io ne scrivevo più d’uno – che vanno combinati, « impaginati », secondo un minimo di logica: una notizia di pallavolo con una di bocce, un premio letterario con un concerto di musica sinfonica, ma sarebbe strano, anche se succede, affiancare un premio letterario con il calendario venatorio, un concerto di Mozart con l’elenco delle farmacie di turno; l’effetto è comunque un effetto patchwork, cioè si vede che non si tratta di qualcosa di intero, di compatto, ma che c’è stato un lavoro di cucitura, di adattamento, di assemblaggio che, se non è riuscito benissimo, produce un effetto – deteriore – di appiccicaticcio. Comunque, quello che è interessante è che, in una pagina di giornale, si vede a occhio nudo quello che in un romanzo è bene che rimanga nascosto, e cioè il « lavoro », la mano del produttore di giornali, cioè il giornalista, dato che è anche un lavoro « manuale », perché non di rado si tratta, con le forbici e con la colla, di tagliare e di incollare.

Gli articoli, cioè i « pezzi », prima di impaginarli, di incollarli, di cucirli, naturalmente bisogna scriverli. E ogni articolo è una storia a sé, così piccola che si potrebbe chiamarla una « microstoria ». Come nei romanzi, ma soprattutto direi come nei temi di scuola, c’è un « cappello », cioè un inizio, uno « svolgimento », una « chiusa », cioè una conclusione, un finale. Scrivendo, ogni volta si deve ricominciare, con tutto quello che costa un avvio, una partenza, un inizio, senza sapere bene dove si andrà a parare, ma, una volta che si è cominciato, non ci si può più fermare. Ogni volta si deve far finta che cominci qualcosa, con la necessaria pompa – come in un’inaugurazione -, con l’opportuna euforia – come in una scoperta -, anche se si sa bene che, poche righe più avanti, tutto sarà finito. Per questo gli articoli spesso sono un po’ buffi, come romanzi nani, come drammi lillipuziani, come bugie, che, si sa, hanno le gambe corte.

Ma le cose da fare non finiscono qui. Ci sono da scrivere i titoli, gli occhielli, i sommari – e quei vice-titoli che sono i « catenacci » -, ci sono da scrivere per la prima pagina le poche condensatissime righe di richiamo di un « pezzo » che è nell’interno ma che si vuole fare leggere a tutti i costi. Ci sono da scrivere le didascalie per le foto, dopo che se le sono scordate tutti. In un giornale si scrive sempre – io scrivevo sempre -, non si fa altro che scrivere. E, siccome si scrive mentre anche gli altri scrivono, anzi peggio, parlano, gridano, ridono, telefonano, domandano, avvertono, protestano, salutano, tornano a domandare, il problema è sempre quello di non perdere il filo di quello che si sta scrivendo, che è una fatica tremenda, un po’ come quelli che suonano in orchestra, che non ho mai capito come facciano a non finire dentro la melodia di un altro, un violino in un trombone, ad esempio, che è anche più grosso, povero ìno.

E poi, siccome non si inventa niente, ma si « riporta » sempre quello che è già stato detto, scritto etc., e quindi si è sempre pieni di appunti presi al momento scrivendo in piedi, in ginocchio, su una gamba sola, su foglietti minuscoli, sul bordo del giornale e anche sui pacchetti di sigarette, il problema è sempre quello di non dimenticarsi niente, di « riportare » tutto quello che va riportato, assemblandolo, incollandolo, in un ordine possibilmente logico, se no tutto l’impianto del discorso salta e non ci si capisce più niente.

Poi ci sono i nomi, che sono una vera tragedia, perché guai se li sbagli, se chiami Mario Rossi Paolo Rossi e Paolo Bianchi Mario Bianchi, perché poi Mario Rossi e Paolo Bianchi s’incazzano e telefonano e dicono: « Ma chi è quel fesso!? », come se fosse tutto dovuto e invece si sa benissimo che, se non c’era il giornale, i signori Bianchi Paolo e Rossi Mario non se li filava nessuno. E poi ci sono i titoli, che sono sempre o troppo stretti o troppo larghi. Bisogna contare le battute e se, per esempio, « evacuazione » non ci va, bisogna trovare un’altra parola più corta, ma con un’altra parola cambia tutto e allora magari lo spazio bianco da poco che era diventa troppo e per riempirlo bisogna ricorrere a qualche soluzione d’emergenza, a qualche « che », a qualche « il », che sono francamente di troppo e si vede e allora, mentre il tempo passa, ti prende la paura di non farcela, di non fare a tempo, a scrivere quelle due righe sceme, di cui però non si può fare a meno, e magari per il nervoso ti viene il mal di pancia e un gran bisogno di evacuare, maledetto titolo, maledetto giornale.

Perché, anche se il giornale è piccolo, non c’è tempo da perdere, non si può addormentarsi sul foglio, anzi si deve sempre essere vispi, come piazzisti, come violinisti, come vecchietti (vispi). Per tutte queste ragioni i giornali sono sempre pieni di errori, di toppe, di mende, di strappi, di macchie, come vestiti vecchi, come costumi da clown. Insomma, fare il giornalista sembra uno scherzo, ma è una vitaccia.

Eppure, a ripensarci dopo tanti anni, non era neanche brutto stare in quel giornale minuscolo dove facevo di tutto, scrivevo di tutto, di politica, di sport, di delitti, di cinema, di musica, di operai, di puttane. Perché io, che continuavo a stare ore e ore disteso sul letto, mezzo sveglio e mezzo addormentato, una cosa avevo continuato a pensarla: che volevo scrivere.

m914a perché volevo scrivere? Me lo chiedo anche ora – ore 6. 45, Montallippo (TA), vivace vento di non so dove, un cane abbaia, un gallo canta, un altro risponde, una vacca muggisce, le foglie, nel silenzio, tutte insieme stormiscono come se volessero dire qualcosa di molto importante – in quest’ora in cui scrivo sempre, prima che la giornata cominci, nell’interezza del risveglio, nella protezione della notte appena conclusa, prima di frantumarmi nelle mille azioni, gesti, parole del giorno. Scrivo come in uno specchio le notizie di me. Spero di non trovarmi brutto. Spero sempre di trovarmi, comunque.



« Volere scrivere » è un sentimento strano. Per esempio, i giornalisti, per quanto ne so io, non « vogliono scrivere »: scrivono e basta. « Volere scrivere » è come volere dormire. Che ti rigiri nel letto pensando: « Voglio dormire… voglio dormire… », ma il sonno non viene, non ci pensa nemmeno, perché il sonno è dispettoso e squisitamente involontario, ossia: viene quando vuole lui e quando viene non lo ferma nessuno. Dunque, quando dico che « volevo scrivere », e lo dico nel senso di « volevo dormire », è come se dicessi che soffrivo d’insonnia, cioè ero convinto di avere più di ogni altra cosa sonno, e che il sonno era la cosa che mi mancava di più.

Forse perché anche allora come stamani mi svegliavo sempre un po’ troppo presto, mentre gli altri dormono ancora tutti e l’unica compagnia sono le voci di qualche bestia lontana o il fruscìo della chioma di un albero, in un’ora in cui non c’è nessuno al mondo, e questo ovviamente è falso perché al mondo c’è sempre qualcuno se non altro quello che scrive e quello che legge anche se sono la stessa persona. Però essere svegli la mattina presto, prima che tutto cominci, fa venire strani pensieri, induce a « meditare », che non è un vero pensare ma qualcosa come un continuare a dormire da svegli, uno svegliarsi nel sonno, come un sognare di svegliarsi, come un sognare a occhi aperti. E forse scrivere è proprio questo, una specie di sognare, perché le parole somigliano più ai sogni che al mondo, ovvero stanno a metà strada fra i sogni e il mondo e non sono né sogni né mondo, ma solo una voce animale o un brusìo vegetale che forse significa qualcosa e forse no.

Se la cosa che volevo di più era dormire, ovvero scrivere, cioè dormire, però non mi riusciva quasi mai di farla. Il babbo, contento del mio ritorno, ogni mattina veniva a parlarmi accanto al letto dove tentavo di continuare a dormire e se io, fingendomi addormentato, non gli rispondevo, parlava con la mamma a voce sufficientemente alta per essere sicuro di essere sentito anche da me, oppure escogitava altri rumori infallibilmente molesti, spostando cose, chiudendo porte, facendo scorrere acqua, strappando carta, soffiandosi il naso, tossendo. Voleva che mi svegliassi, e aveva anche ragione, perché il fatto che fossi stanco non mi autorizzava a dormire oltre un certo limite, dato che ormai ero grandicello e avrei dovuto realizzare qualcosa. E poi: « stanco » in che senso? « dormire » in che senso? Io però a un certo punto ho cominciato a pensare che se voleva che mi svegliassi non era per mandarmi a lavorare etc. etc., ma perché, vedendomi abbandonato fra le lenzuola, con gli occhi chiusi, immobile, remoto da tutto e da tutti, aveva paura che fossi morto, come si vede anche in una foto che mi feci con l’autoscatto e che fece paura anche a me, povero babbo, come succede ai bambini che prendono sempre fischi per fiaschi e, se vedono due che fanno all’amore, credono che si stiano ammazzando di botte, e viceversa.

e788 al giornale poi era lo stesso. Il nanetto aveva sempre paura che facessi tardi oppure che scrivessi poco o troppo. E mi diceva: « Trenta righe!… Dieci righe!… Cinque righe! », ma io, senza perdere la mia calma di uomo che vuole dormire, gliele scrivevo, trenta, dieci o cinque che fossero. Pur non essendo un vero giornalista ero piuttosto bravo e, quando si trattava di scrivere, non sbagliavo mai. Perché a me interessava solo scrivere, sarò scemo, ma altro non mi importava, né se il giornale « vendeva », né se quel certo articolo aveva prodotto quel certo effetto, né quello che ne pensava l’editore. Mi piaceva scrivere tutto, anche le didascalie, anche i titoli. Vedere come basta un niente, una parola, una virgola, a fare cambiare tutto. È un po’ come il piccolo chimico: ci sono sostanze che unendole fumano, o mutano colore, o bollono e qualche volta, se non si sta attenti, scoppiano. Oppure non succede niente. Come adesso – ore 14, Villaggio Conca Specchiulla, Ostuni (BR), vivacissimo vento – « È Levante?» « No, è Maestrale» – che sfoglia con inutile insistenza le pagine del mio quaderno perché tanto si sa, il vento non sa leggere.

In quanto a leggere, non sono sicuro che quelli del giornale, anche se sapevano scrivere, sapessero leggere. Perché ogni tanto mi divertivo a scrivere qualcosa che, volendo, poteva avere anche un doppio senso, poteva anche essere letta come se volesse dire tutt’altra cosa da quella che sembrava significare, magari in un’intervista, o in una recensione, e qualcuno avrebbe anche potuto seccarsi, ma non se ne accorgeva mai nessuno. Erano scherzi innocenti e se li facevo era solo perché, come ho detto, mi piace giocare con le parole, come se fosse un gioco d’azzardo che però, da quando c’è il « gratta e vinci », è anche legale. Che le parole siano rischiose dimostrava di saperlo anche lui, il mio giornalista, che infatti le scriveva spesso fra virgolette come se quei modesti silenziosi segni fossero una specie di assicurazione contro il rischio di dire qualcosa che non si intendeva dire ma che le parole, una volta scritte, dicono, nella loro ostinatezza, un po’ misteriosa, un po’ dispettosa; come dire: « Stavo solo scherzando », oppure: « Qui lo dico e qui lo nego », ma allora tanto valeva che stesse zitto.

Era un po’ lo stile di quel giornale e forse, come ormai penso, di tutti i giornali. Dico spararle grosse, ma sono sempre cartucce a salve. Questo non mi piaceva tanto perché quello che penso è che il bello dello scrivere è che scrivere è sempre scrivere cose vere, vere nel senso dello scrivere, nel senso delle parole, come cucinare ad esempio, perché qualunque cosa fai bollire in pentola, comunque presenti la pietanza, anche se camuffata da qualcos’altro, da nave, da palazzo, da paesaggio, come facevano i grandi cuochi, che erano anche dei grandi burloni, alla fine deve essere sempre qualcosa da mangiare, qualcosa di buono, di saporito, che il palato riconosca ed apprezzi, anche se gli occhi si sono ingannati. E la stessa cosa è per lo scrivere, che in un certo senso non c’è mai niente da scherzare, oppure si può sempre scherzare, ma solo in quel certo senso.

D’altra parte la paura delle parole che il mio giornalista dimostrava di avere non era veramente paura delle parole ma di quelli che le avrebbero lette, e in un certo senso aveva anche ragione perché spesso si trattava di posti, di soldi, di lavoro, di donne, che sono tutte cose dove c’è poco da scherzare. Quello era il suo lavoro, un lavoro impegnativo, per quanto anche lui continuasse a dire quella frase « sempre meglio che lavorare » che tutti i giornalisti giudicano spiritosa. Mi faceva anche un po’ pena, con quella moglie, con i due figli, con le amanti, con tutto il carico della vita reale che anche io conoscevo anche se ero diventato uno che voleva soltanto dormire. Non so bene che cosa pensasse di me, probabilmente niente. Io d’altra parte non pensavo niente di lui, tutto preso com’ero nella mia intransitiva ricerca della scrittura. O del sonno, che è lo stesso.

i1936n quel periodo leggevo Calvino, e forse facevo male. Non perché faccia male leggere Calvino. Ma perché avrei dovuto leggerlo prima. Sui libri io arrivo sempre in ritardo perché non mi piacciono i libri nuovi e anzi ho una vera passione per i libri vecchi. Così finisce che leggo sempre i libri di dieci o vent’anni prima e, dopo dieci o vent’anni, i libri che sono usciti quando leggevo i libri di dieci o vent’anni prima. È un gap che non riesco mai a colmare perché, mentre leggo i libri vecchi, escono i libri nuovi e, prima che siano diventati vecchi e che io possa leggerli, ne escono tanti altri e io non leggo mai i libri giusti. L’unica cosa sarebbe smettere di leggerli, così quello che hai letto hai letto e amen. Oppure scrivere. Perché quando si scrive non si legge niente se non quello che si scrive e magari neppure quello, che è anche pieno di tutte le letture che hai fatto come Calvino appunto come stavo dicendo.

Leggere non è mai qualcosa di scontato. Per esempio, quando, cominciando un romanzo, leggo « un impacco di orina, di sangue e di sudore », sospetto subito che l’autore intenda applicarmi cioè farmi leggere « un impacco di orina, di sangue e di sudore » e allora mollo tutto perché mi fa un po’ schifo. Sbaglio, lo so bene, perché si dovrebbe avere la pazienza di leggere, e di capire, e di spiegare, anche perché comprendendo gli altri si riesce a capire meglio se stessi. Ma io, l’ho già detto, sono un cattivo lettore, impaziente, intollerante, se fosse per me di libri se ne stamperebbero pochi, e le case editrici dovrebbero chiudere, e si perderebbero migliaia di posti di lavoro e quindi, se non sto attento, rischio di fare la fine di Priebke cioè di un nemico dell’umanità.

La verità è che io forse non vorrei nemmeno leggere. E nemmeno scrivere, ossia vorrei restare sempre in quel punto in cui si sta per scrivere ma ancora non si scrive, e scartare una dopo l’altra le frasi che ti vengono in mente dà una grande soddisfazione perché, sì, c’è anche il piacere di non scrivere e di continuare a aspettare il momento in cui si scriverà davvero. Perché cominciare è come svegliarsi, bisogna cominciare bene perché non c’è niente di peggio di un brutto inizio o di un brutto risveglio. Per questo io, che pure mi sveglio presto, capisco e affettuosamente giustifico quelli che dormono fino a tardi, immagino che si stropiccino contro il cuscino continuando a chiedersi: « Mi alzo o non mi alzo? … Mi alzo o continuo a dormire? … Sarà il momento buono?… Non mi pentirò di essermi alzato?… », anche se forse farebbero meglio a tagliare corto, alzarsi e via, perché così va il mondo.

Ma succede anche di svegliarsi né bene né male, in un modo così incerto, così mediocre, che non sembra neanche un risveglio. Si tratta chiaramente di un falso risveglio che è quasi la stessa cosa di un risveglio falso, di una falsa partenza, un passo falso, e allora, veramente, conviene tornare a dormire, e infatti ora – ore 7. 30, Montallippo (TA), silenzio domenicale, cinguettìo imprecisato, lamento lontano di una motosega – ci torno.

Ma poi mi alzo perché ormai, bene o male, vero o falso, sono sveglio e allora penso che con le donne è come per lo scrivere: ci vuole un accordo di fondo, un’idea di dove si vuole andare a parare, come quel germanista che si è trovato la moglie tedesca che per un germanista è come dire la moglie ricca e magari lei non lo sa oppure lo sa e le fa anche piacere perché alle donne fa piacere sentirsi ricche ma soprattutto sentirsi importanti anzi indispensabili, tipo Romina e Al Bano, o la mamma e il babbo, che indubbiamente c’era un accordo, forse un « magico accordo » come in quel vecchio film americano che mi vorrei tanto ricordare di che cosa parlava, in questo risveglio bis che forse è già un po’ meglio del primo, anche se mi sento di scommettere che « magico accordo » lo diceva lei, l’attrice, perché nei film sono sempre le donne che parlano e gli uomini per lo più preferiscono stare zitti e fare finta di ascoltare.

Il babbo, ora che ci penso, non ha mai detto una parola, anche se parlare parlava e anche troppo, ma sempre di cose pratiche, tecniche, o stupide, buffe, ma mai di cose importanti, della vita, o dell’amore, per esempio, al massimo diceva: « la vita è sogno », che poi non c’è altro da dire, perché il sogno può essere bello o brutto ma, se è brutto, allora non si dice che « la vita è sogno », ma che è un disastro, una sofferenza, una jella oppure non si dice nemmeno quello. Il babbo era un uomo felice e forse è vero che è riuscito a non accorgersi nemmeno che stava morendo. Il babbo aveva un’idea di dove andare a parare. E soprattutto di dove non andare a parare. E la mamma era la sua « donna ricca », la sua straniera, la sua Romina, la sua Anitona, le sue gemelle Kessler, il fulcro del suo sogno, l’attrice del suo film.

Io invece, quando conobbi il mio giornalista, vedendo quanto era piccolo e brutto, mi ricordo proprio che pensai: « Che cosa ci fa nel mio sogno? », e invece ero io che, stando nel suo giornale, stavo nel suo, e il mio era sempre più confuso e sempre più vuoto.

E, a proposito di straniere, è vero anche che, in quei giorni in cui stavo ore e ore sul letto, una volta vidi anche dallo spiraglio fra la serranda e il davanzale una ragazza bionda che saliva su una Diane rossa, era un studentessa straniera della Casa dello studente, e il giorno dopo colsi una dalia gialla fra quelle che avevo piantato nel mio giardino e la infilai fra il vetro e il tergicristallo della Diane, e poi vidi che lei la prendeva, incuriosita e contenta, ma non successe altro perché io non avevo nessuna vera idea di dove andare a parare e forse tutto quello che volevo era soltanto scrivere la cronaca di quell’incontro, come infatti feci in una specie di romanzo-diario, o diario-romanzo, che intitolai, apoditticamente, L’Amore.

Non si fa così con le donne, ormai lo so bene. E soprattutto con le straniere. Che vengono in Italia per sentirsi ricche e soprattutto indispensabili. Perché effettivamente non si può vivere senza amore. E neanche scrivere.

Effettivamente io in quel piccolo giornale ero non voglio dire indispensabile ma sicuramente utile. Lo dico ora dopo tanti anni che non ci lavoro più, che non sono più giornalista, che quel giornale non esce più. Perché, veramente, ero bravino. E forse la cosa che mi riusciva meglio era « passare », come si dice, i « pezzi », leggere quello che gli altri avevano scritto, correggendo gli errori dovuti alla fretta dell’autore o all’indifferenza del lynotipista. Sì, ero un eccellente correttore di bozze, funzione umile ma preziosa se si vuole che quello che viene stampato corrisponda a quello che si voleva scrivere nonché alle regole della grammatica, della sintassi e dell’ortografia. Se c’ero io a correggere le bozze non sarebbe mai capitato di leggere quello che ho letto oggi, che i « pochi […] da dozzina »  della celeberrima poesia del Giusti sono « versetti » mentre invece, mi ci è voluto un minuto a ricordarmelo, sono « scherzucci », però è anche vero che, dato che non faccio più il correttore di bozze, piuttosto che correggere posso occuparmi di capire e quindi capisco che se quel giornalista ha scritto « versetti » invece di « scherzucci » non è perché non abbia studiato a scuola come tutti la poesia – celeberrima – di Giuseppe Giusti, ma perché forse pensava a Salman Rushdie e ai suoi Versetti satanici, quelli a causa dei quali dice che lo vogliono uccidere, ma non perché volesse fare l’indiano, ma perché forse si sentiva un po’ satanico o comunque pensa spesso che lo vogliano uccidere.

Perché, quando uno scrive, in un certo senso non sbaglia mai, anche se quello che dice non sa di dirlo, e nei giornali non c’è mai tempo per pensarci su e comunque ci vorrebbe altro che un correttore di bozze. Come il mio giornalista che, quando diceva « contrattare » invece di « contattare » non sbagliava affatto perché quello a cui pensava sempre era a « contrattare », fare contratti, fare buoni affari, e naturalmente non c’è niente di male. Oppure « di una facilità mostruosa » perché, effettivamente, la facilità è sempre un po’ mostruosa, meravigliosa, miracolosa, come se vinci un « gratta e vinci », come lo scrivere, che è talmente facile che infatti scrivono tutti, e semmai il difficile è, poi, leggere quello che si è scritto, anche perché nei giornali non c’è mai tempo. Come quello che ieri ha scritto « la corporazione che esercita la violenza di stato » e parlava dell’esercito ma io, sinceramente, ho pensato che poteva anche essere l’Ordine dei giornalisti.

Scrivere è facile anche perché si può scrivere senza sapere dove si va a parare e comunque sarebbe meglio saperlo ma forse non si può. Quello che è bene sapere, comunque, è che quello che si scrive non sono « versetti », satanici, coranici, biblici, ma soltanto « scherzucci », parole, frasi, come in una canzone di Al Bano o delle gemelle Kessler, come fotogrammi di un film, per esempio di Fellini. E che si scrive sempre un po’ in una lingua straniera, che può essere anche il tedesco, dove non si sa mai bene dove, quanto al senso, si va a parare. E comunque l’unica cosa è scrivere e leggere sempre quello che si è scritto, e riscrivere e rileggere perché, effettivamente, non c’è da fare altro, anche se non è un buon affare.

p1111erché smettere di scrivere è terribile. Io lo so perché almeno una volta credo di avere smesso. È stato tanto tempo fa ma mi sembra ieri. Si smette di scrivere come ci si sveglia. Si passa da un’altra parte, dove niente ha più il senso che aveva prima, e in un certo senso è come addormentarsi e cominciare a sognare. Perché quello che si vede è strano, incomprensibile, nuovo, come in un sogno. Ma ogni cosa somiglia a qualcosa che si conosce però non è più la stessa e che non è più la stessa si capisce da certi particolari, da certi dettagli e succede per caso, come se le cose volessero fare finta di niente, volessero passare per quello che non sono, volessero accreditare l’inganno, come se fosse uno scherzo, una presa in giro, una truffa, un bidone, e fossero tutti d’accordo, a fare finta, somigliando, imitando quello che assolutamente non sono, ed è uno spavento terribile. Così che si vorrebbe tornare indietro cioè tornare a dormire, cioè addormentarsi, cioè svegliarsi, cioè ricominciare a scrivere. Dove tutto è al posto giusto, è quello che è, ed è vero, in un certo senso.

Quando conobbi il mio giornalista avevo appena ricominciato a scrivere. Ricominciare a scrivere poi consisteva per lo più nel chiedersi perché avessi smesso e in che cosa era consistito questo « smettere ». Disteso sul letto della mia camera rimasta quanto agli oggetti pressoché identica a quella di dieci anni prima, io passavo le ore a ricordare. E quello che mi ricordai subito fu che io non avevo mai veramente scritto, che anzi avevo sempre preferito non-scrivere, cioè scrivere non-scrivendo, scrivere per non-scrivere, forse perché come vedevo scrivere gli altri non mi piaceva quasi mai. Quello che soprattutto non mi piaceva era che certe scritture sembrava che fossero state scritte per motivi terribilmente personali mentre io ero convinto che, anche se si parla di sé, nello scrivere non c’è mai niente di personale. Cioè che quando si scrive ci si lascia comunque, ci si allontana da se stessi, si prendono le distanze, mentre certe scritture che leggevo mi sembrava che sapessero sempre un po’ troppo di qualcosa di troppo personale come orina, sangue, sudore che non c’è niente di male ma possono fare anche un po’ schifo. Che volessero stare un po’ troppo addosso, un po’ troppo vicine, che volessero « contattare » piuttosto che « contrattare », perché, certo, anche scrivere è mettersi in contatto, ma solo in un certo senso.

Perché io pensavo che scrivere deve essere invece qualcosa che somiglia a uno scherzo, non nel senso di presa in giro, ma nel senso di fare ridere, non nel senso di sghignazzare, ma di sorridere, come quando passa un mal di testa, o ci si sveglia bene, o si incontra qualcuno a cui si vuole bene e che ci è anche simpatico. Perché sono le parole stesse che fanno sorridere, vedere come si combinano, come salgono o scendono, si stringono o si allargano, fuggono e poi ritornano, come ballano, da sole o in gruppo, come in un cartone animato, come in Fantasia di Walt Disney, come note musicali, come in uno « scherzo », nel senso di musica. Avrei voluto non scrivere altro che così, come in un a solo di jazz, ripetendo sempre lo stesso tema, di variazione in variazione, che alla fine si capisce che quello che conta non è tanto il tema quanto le variazioni, che il tema anzi non esiste fuori dalle sue variazioni ognuna delle quali in un certo senso è un errore, una deviazione, un’alterazione, un’imitazione, una contraffazione, uno scherzo. Che dopotutto vuole fare soltanto sorridere.

Forse dipende tutto dal fatto che, quando andavo a scuola, quando ci davano il tema io, ricevuto il tema, nemmeno so come partivo anzi schizzavo via con un tempo di reazione mostruosamente basso e a metà gara ero già in testa e non mi prendeva più nessuno. E mentre correvo-scrivevo me la godevo un mondo e alla fine mi dicevano « Bravo! » e sorridevano come se si fossero divertiti. Invece gli altri spesso li vedevo seri seri a succhiare il cannello della penna, mi sembrava che stessero male, che si sforzassero invano, mentre invece, io pensavo, si trattava soltanto di afferrare il tema, di saltargli in groppa e di galoppare, sia pure da fermi, come con un cavallo del luna park.

Non penso che gli altri fossero stupidi, non l’ho mai pensato, forse pensavano ad altro ma, quando si scrive, bisogna pensare soltanto a scrivere. Ed è per questo che a un certo punto ho smesso di scrivere, perché mi sono messo a pensare ad altro, e allora scrivere non mi riusciva più. Però qualcosa deve essere cambiato se ora – ore 16, Lido Macchia Mediterranea, Fasano (BA), mare calmissimo, vento insignificante – vedendo entrare in mare la bellissima praticamente nuda, lucida, morbida, nuova, cromata come una moto di Lucio Battisti, o una straniera, o una Venere e non esagero, la guardo finché non scompare alla vista, peccato, ma il tutto continuando a scrivere sul tema dello scrivere.

Anche perché penso che tornerà. Io non penso affatto a contattarla anche se non nego che, questa volta, mi piacerebbe essere contattato io. Fermo restando che io mi limito a regalare fiori che, lo so, è un po’ pochino ma io non so fare veramente altro. E magari alla Venere gli sembrerebbe uno scherzo e anche stupido. Perché io sono stupido, lo sono sempre stato e sempre lo sarò. Il mio giornalista lui sì che avrebbe saputo che fare, forse se la sarebbe fatta, se la farebbe, con « una facilità mostruosa » e anche a « un prezzo irriguo », senza neanche aspettare che esca dall’acqua. Perché bella era bella. E anche le altre. Ma per contattarle tutte non basterebbe una vita, e non ci sarebbe più tempo per scrivere, ma questo sarebbe il meno, o forse il più.

Molte cose non le so e non le saprò mai. Per esempio come « si fa » con le Veneri e anche con le straniere. Ma di certe altre sono piuttosto sicuro: per esempio che « mostruosa » non è la facilità ma fare facili le cose difficili, che un prezzo può anche essere « irriguo » ma è sempre penoso pagarlo, e comunque ci sono molte cose che non si comprano, che quelli di Giusti sono versi anzi « scherzucci » e non « versetti », che, anche se ho lavorato in un giornale non sono un giornalista, che non sono Salman Rushdie, che chi scrive non è detto che per il fatto che scrive sia uno scrittore. E anche che, se in un certo senso mi piace dormire, non per questo mi sento un dormiglione.

Questo penso ora – ore 16. 30, sempre Lido Macchia Mediterranea, Fasano (BA), mare più liscio che mai. vento ridotto a un carezzevole fiato caldo. « Hai visto? È tornata la Venere. » « Te lo dicevo che tornava » – mentre i giorni passano e la vacanza avanza e nessuno la ferma e uno di questi giorni finirà.

E penso anche che a me piacerebbe rendermi non dico indispensabile ma almeno utile alla bellissima creatura che io chiamo la Venere e che invece forse si chiama Anna o Cinzia o Valentina, se le va bene. Ma questo lo ammetto è un pensiero poco chiaro, lo capirebbe anche il mio giornalista, che aveva molti difetti ma non quello di non capire le cose, e la verità invece è forse che io con questa Anna o Cinzia o Valentina non so assolutamente che cosa farci se non la cosa più ovvia la solita cosa  « di una facilità mostruosa » e le cose ora – ore 19, Montallippo (TA), rumori di pentole in cucina, discorsi di cucina in cucina, mio – persistente – male di pancia – stanno a questo punto. E devo ancora decidere se andare a vedere L’ultimo giorno di Pompei di tale Pacini o restare a vedere la finale di volley dei ragazzi di tale Velasco che come alternativa è quello che è. E di conseguenza, alla fine, siamo alla disperazione pura.

p1112erò ora – ore 14, Lido Morelli (BR), furibondo vento di Maestrale (ormai l’ho capito), sontuoso scenario di spume e schiume e bianchi e verdi e monti e valli e foreste che hanno teatralmente deciso di camminare anzi di correre, a precipizio, a avantisavoia, a tavoletta, a tutta callara, tutte insieme, tutte contro di me, tutto contro di me, « terra mare cielo » come diceva, mi ricordo, una pubblicità FIAT, venti e spume e spot, addosso a me, solo, con una penna nera, « il partigiano ne ha una sola », che scrivo, che mi limito a scrivere, che altro potrei fare di fronte a questa incredibile scena – però ora.



Però ora mi metto a leggere il Journal di Renard e noto subito che il testo usato da Sartre per parlare male di Renard nel suo saggio su Renard (« I cespugli parevano ubriachi di sole… ») è solo il quarto dall’inizio e allora penso che non è da escludere che Sartre il Journal di Renard non l’abbia letto oltre o quasi perché Renard gli stava comunque antipatico perché così va il mondo anche là dove meno te lo aspetteresti. Perché la lettura è anche un fatto di gusti, di simpatie, di antipatie, e se uno non vuole leggere non c’è sconto o offerta speciale o consiglio per gli acquisti che possa costringerlo a leggere. E se uno vuole leggere non c’è vento schiuma scena spot che possa impedirglielo.

Ed è per questo che continuo a leggere il Journal di Renard e ho anche intenzione di finirlo e dopo che l’avrò finito di leggerlo ancora e ancora e ancora finché non mi sarò stancato. Viva le journal de Renard, che, in un certo senso,  è il journal di un renard. Ma non ne sono certo.

p1113erò poi penso che a lungo andare viene a noia anche il mare. Con tutti quei corpi nudi. E crudi. Che fanno venire soltanto fame. Ma neanche. Bisognerebbe essere fotografi. Ma neanche. Perché allora la fame passa del tutto, e non ti ricordi più nemmeno che cosa voglia dire mangiare, non ti ricordi più i sapori, gli odori, non ti ricordi niente, ma forse è perché io non sono un fotografo.







Forse quello che ho veramente fatto tanti anni fa è stato smettere di leggere. Si smette di leggere per tante ragioni, anche perché il libro che si stava leggendo è finito, perché si è letto la parola « fine » o si è creduto di leggerla. O perché si viene distolti dalla lettura, si viene interrotti, bruscamente o subdolamente, o perché ci si è stancati di leggere, perché leggere non ci basta più, ci sembra un non-vivere o un vivere poco, perché ci sembra di potere vivere solo a patto di non leggere, e magari si pensa di potere ricominciare e ci si affida a una striscia di carta, a un « segnalibro », come dire un « torno subito » perché si pensa di poter tornare. Oppure perché si comincia a leggere qualcos’altro che non ci sembra un vero leggere e che comunque è un non leggere più quello che si leggeva prima. Anche perché si leggono cose che non ci si aspetterebbe di leggere, che non si erano mai lette prima, che non si fanno leggere come le altre, che non sembrano cose da leggere.

Si legge « Vergogna! » e non si capisce bene di che. Ma intanto si legge « Vergogna! », un giorno dopo l’altro, e ci si vergogna anche un po’ a leggerlo sempre, una mattina dopo l’altra, perché è anche facile, anzi « di una facilità mostruosa », e intanto il « segnalibro » rimane lì a lanciare inutilmente segnali che è sempre più difficile che arrivino a destinazione ed è quello che  « Vergogna! » voleva, di essere letta lei, un’alba dopo l’altra, anche se sa di essere soltanto un’avventura, perché « Vergogna! » non è bella, ma è un « tipo », un tipino sexy, e il libro è bello ma spesso è anche un po’ noioso. Se poi ti vergogni sono fatti tuoi perché « Vergogna! » non si vergogna, è una scrittura, è una lettura come un’altra, un po’ corta di gambe, un po’ troppo truccata, anche un po’ buffa, in un certo senso, ma sa di piacere, con quel suo acuminato punto esclamativo al fianco dritto e rigido come il fuciletto di un soldatino, con quella sua aria un po’ retro, che fa tanto zia o nonna o signora maestra. con quel suo appeal ambiguo imperniato su quel « Verg » che sa di frusta ma anche di verghe. Come quell’ « ogna » finale, che è un culotto robusto, di campagna, di ragazzo, ma anche un’unghia, che graffia, che lacera in nome di quel « Ver », di una verità che non si capisce bene ma che, notte dopo notte, bruscamente cioè subdolamente, c’è.

Si smette di leggere con un certo entusiasmo, da pazzo, da suicida, da turista, no Alpitour, no, ma stagione in inferno, ma Africa, perché c’è un’Africa a ogni angolo di strada, e, tutti i giorni, in edicola. Oppure si smette di leggere perché si è letto lo smettere di leggere, perché ci sono i libri che parlano dello smettere di leggere e, in un certo senso, sono i più interessanti perché il non leggere per un libro è il massimo, è quello di cui parla sempre un libro, è quello che si legge sempre, e se no che altro si dovrebbe leggere?

Perché anche i libri, come i giornali, non leggono, ma si fanno leggere, e chi fa è chi legge, fa o non fa, legge o non legge, continua o smette, in un certo senso fa tutto lui. I libri come le parole sono là, che si dicono, con « una facilità mostruosa », e, anche quando non si attrezzano, non si armano di un punto esclamativo, sono sempre un po’ esclamazioni, esplosioni, sparano, anche quando non imbracciano un fucile, un fuciletto da soldatino, e leggere è sempre essere un po’ essere feriti, essere trafitti, essere colpiti, al cuore o di striscio, essere messi alla « gogna », e anche questo, sarà masochismo, ma piace.

t584utte queste cose il mio giornalista non le sapeva, che ne poteva sapere lui, lui scriveva mica leggeva. Quando si lavora in un giornale c’è poco tempo per leggere. È come il cuoco in cucina: mica mangia lui, anche se però resta da chiedersi perché visto che non mangiano i cuochi sono grassi. A meno che cucinare non sia anche un mangiare, in un certo senso, e anche scrivere, in un altro, sia un leggere. Così il problema dei giornalisti non è che non leggono ma che leggono solo i giornali, solo se stessi cioè e non c’è niente di male se non che, il giorno che leggessero un libro, gli sembrerebbe di non leggere più. Che poi quale sia la differenza fra un libro e un giornale ancora non si sa. Forse è soltanto che il giornale si sa sempre come va a finire e il libro no. Almeno dal mio punto di vista, che il giornale continuo a comprarlo, ma lo leggo come una zia brontolona, una vecchietta un po’ arteriosclerotica, che dice sempre le stesse cose e non si ricorda di averle già dette. Che fa anche piacere stare a sentire le vecchie storie che si sono ascoltate mille volte, che ormai sembra di averle vissute, che è un’abitudine come un’altra, una scrittura come un’altra, perché qualcosa bisogna leggere, perché qualcosa di legge sempre anche se non si vuole.

Perché il bello del giornale è che è come stare in famiglia, con la zia, con la nonna, che brontolano, che dicono: « Vergogna! », ma più che un rimprovero è un’abitudine, anzi una gag. Come quella – vecchissima – del cappello che vola via, che si può sempre rifare, come ora – ore 12. 30, Lido Macchia Mediterranea (BA), nervoso, litigioso vento di non so dove di non so che, che si è messo in testa di aggrovigliarmi le pagine ma non ci può riuscire – quando, alzando la testa per contemplare le prime tre grazie della spiaggia, veramente graziose, mi è volato lontano, che fa ridere sempre. Come al circo, che sono sempre le solite cose, il pennello enorme, la schiuma, il secchio in testa, i ceffoni che fanno volare, le scarpe che si capisce quanto sono buffe le scarpe. E tutti quei bravi animali che fanno sempre quello che ci si aspetta da loro e qualche volta fanno anche un po’ tristezza. E quelli che volano tutti vestiti come angeli finti. E anche il puzzo di merda perché gli animali cacano, anche se sono ammaestrati.

E, a proposito di gag, vedendo che ora sulla spiaggia tutte dico tutte si scoprono il seno, concludo che anche quella del topless ormai è una vecchia gag. Che si può sempre rifare perché a qualcuno per esempio a me piace. E penso anche che queste brave ragazze, queste beach girls, con i seni piccoli o grandi, pesanti, aerodinamici, svelti, succosi, infinitesimali, monumentali, esatti, malinconici, alteri, sportivi, spocchiosi, sognanti, archeologici, vispi, conditi, elastici, primordiali, laconici, squillanti, espliciti, ipocriti, dialettici, danzanti, stonati, celestiali, bagnati, sudati, asciutti, oleati, dorati, fragranti, caramellati, imbottiti, acerbi, canditi, ammiccanti, reticenti, eloquenti, stupefacenti, ovvi, queste meravigliose comiche, finché ci sarò io, ci sarà almeno uno che le guarda. E forse avrei diritto almeno a un grazie.

e789 così stamattina – ore 7, Montallippo (TA), bruma anzi – quasi – nebbia, più silenzio del solito, più attesa del solito, nella piena immobilità di tutto, nell’assenza assoluta di qualsiasi tipo di vento, c’è solo la mia mano – abbronzata, di villeggiante – che si muove guidando la penna – che è un pennarello -, nera sul foglio bianco, da sinistra a destra, lungo la diligente linea grigia – è un quaderno di scuola – mentre in gran numero quelle brave ragazze, quelle donne da spiaggia probabilmente dormono, in una nudità intransitiva, perfettamente innocente, al sicuro da ogni sguardo, curioso o fotografico, e anche il mio giornalista, come tutti i giornalisti, probabilmente dorme, io, non avendo niente di meglio da fare, non conoscendo niente di meglio da fare, scrivo, come meglio posso, perché voglio che il sole, che sta già dissipando quella grigia patina d’incertezza, che vince lentamente la timidezza caliginosa di questo nuovo giorno, mi trovi che scrivo, come sempre, al posto che mi è stato assegnato, perché, dopotutto, io sono un uomo ordinato.

Il sole sta al suo posto e io al mio. E come tutti i corpi solidi faccio una cosa « di una facilità mostruosa » e cioè: un’ombra. Produco un doppio esatto di me stesso, di colore scuro, che mi segue sempre, che replica ogni mio movimento, con una fedeltà imbarazzante, come un io di riserva, sfuggito alla luce. che sfugge alla luce, che, nero com’è, attesta di non essere sole, e più il sole divampa e più è nero, ostinatamente, esattamente. E questa cosa la fanno tutti, anche le donne della spiaggia, anche il mio giornalista. La fanno come sono, esattamente, che meglio non si può. La fanno anche quando non se l’aspettano, e non ci tengono, e ne farebbero a meno, perché vorrebbero essere soltanto sole, come se fossero sole e non modesti corpi solidi. Come se non fossero solo comiche, e comici, che finché fanno ridere, finché c’è luce, ma poi.

Io sono uno spettatore ordinato, che, se c’è da ridere, ride, ma, se non c’è da ridere, non ride. Che applaude e si fa applaudire, come ora si usa, perché sa di essere anche un po’ comico, che lo siamo tutti, che lo vogliamo o no. Che, finché siamo comici, finché facciamo ombra, ma poi. Che Totò va bene, anche se a me non mi faceva ridere sempre, e va bene anche Chaplin, o Buster Keaton, o Harold Lloyd, o Stan Laurel, o Oliver Hardy, o Danny Kaye, o Bob Hope, o Jerry Lewis, o Woody Allen, o Mel Brooks, o Eddie Murphy, o Danny De Vito, o Steve Martin, o Robin Williams, o Carlo Campanini, o Walter Chiari, o Nino Taranto, o Carlo Croccolo, o Macario, o Carlo Dapporto, o Renato Rascel, o Paolo Villaggio, o Massimo Boldi, o Lello Arena, o Massimo Troisi, o Francesco Nuti, o Roberto Benigni, vanno tutti bene e va bene, anche se io non ho sempre voglia di ridere. Ma poi.

l1799a mamma, a un certo punto, impazzì. E fino a qui non ci sarebbe niente di male perché le donne, si sa, sono tutte un po’ pazze e lei, comunque, forse un po’ pazza era sempre stata, o almeno un po’ troppo impulsiva, generosa, violenta. Ripeteva sempre le stesse cose, e mi accorsi che erano trent’anni che le ripeteva. Una novità invece era che raccontava le barzellette. Evidentemente voleva fare ridere. Ma il punto è che impazzì contro di me. Ce l’aveva con me così tanto che a un certo punto pensai che mi volesse morto. Perché ce l’avesse con me non è chiaro. Forse perché non ridevo abbastanza o chissà. Quello che è certo è che anche la voglia di fare ridere può diventare una manìa, cioè una malattia e avere a che fare con i malati è difficile. Oppure è tutto un problema di faccia, chi ti vuole con i baffi e chi senza baffi, e ti si attaccano alla faccia come se volessero strapparla via, come se sotto alla faccia ce ne fosse un’altra ed è quella che vogliono perché non possono credere che la tua faccia sia l’unica faccia che hai.

Ma io ho solo una faccia, questa, e questo forse è il problema. Perché una faccia sola in un certo senso è poco, una vera miseria, un prezzo troppo « irriguo », una « facilità mostruosa ». E invece i comici ne hanno almeno due o più di due e se le cambiano in un momento, con una « facilità mostruosa » e piacciono a tutti. Io ho solo una faccia e non è nemmeno bella perché una faccia sola non è mai bella, è troppo poco, è troppo ovvia, come un sasso, una pianta, una cacca. Come uno che dorme, che sembra morto, perché non dà segno di vita. Perché dare segni, fare segnali è importante, per fare capire che ci siamo, che siamo vivi, che non siamo soli.

Ma io con la faccia non ci riesco. E infatti ho cominciato a portare la mia faccia con la necessaria cautela, con una certa modestia, come se ritenessi opportuno scusarmi di avere solo una faccia, ma è molto faticoso e certe volte penso che sarebbe meglio portare il velo come le donne arabe ora non portano più, un velo pietoso, ecco. E comunque, anche se mi comporto con estrema prudenza, succede ancora che mi colpiscano in faccia, con estrema violenza, graffiandomi, lacerandomi, lasciandomi la faccia pesta e sanguinante come se avessi dormito male, come se avessi bevuto, come se mi avessero massacrato di botte. E poi, mai uno sguardo buono, mai uno sguardo, e invece di occhi tette, invece di parole risate. Invece di uomini comici. E tutti i giorni Totò.

i1937l fatto è che il mio giornalista era troppo basso, era troppo basso anche vent’anni fa, quando lo conobbi. Non c’è niente di male a essere bassi, per carità, e, pur essendo bassi si può essere anche carini. Fra l’altro i bassi hanno una certa fama che gli alti non hanno. Gli alti non hanno una certa fama e spesso non hanno niente, oltre l’altezza. Un po’ come tutti, a meno di non essere Ted Turner o Bill Gates o Berlusconi o l’avvocato Agnelli. Con l’altezza ci si fa poco. Si avvitano le lampadine, si colgono le mele se ci sono mele da cogliere, si va a canestro se si ha il tempo di giocare, si fa il granatiere se non si ha niente di meglio da fare, si svitano le lampadine. Altro non si fa, e la fama resta lontana. Per questo non si capisce perché i bassi, a quanto si dice, ci tengano tanto a sembrare più alti. Con i tacchi. Con i salti. Chissà che si immaginano, ma qualcosa si immaginano. Gli alti invece non si immaginano niente, se non una certa fama.

Il mio giornalista forse si immaginava che io fossi un grande scrittore e invece io avrei desiderato soltanto una certa fama. Oppure una certa tranquillità, come ora – ore 15. 05, Montallippo (TA), perfetto silenzio estivo, ora placida, ora magica, controra, ora contro ogni ora, ora contro il tempo, ora ferma, ora statica, ora estatica – un certo silenzio, un certo niente. Un certo sonno, da svegli, a occhi chiusi.

Eravamo buffi a vederci insieme, io e il mio giornalista, lui bassissimo, naniforme, io alto, inutilmente alto. Sembravamo diversi, come si vede bene in una foto che ci fecero, eppure, in un certo senso, eravamo piuttosto uguali. Perché scrivevamo tutti e due. E, quando si scrive, non c’è altezza o bassezza che valga, o faccia, o fama, o tette, o baffi, o vento, o mare. Quando si scrive si scrive e basta. Da sinistra verso destra – oppure da destra verso sinistra -, lungo una linea diligentemente grigia, con una penna che, anche se è verde rossa blu o viola, è sempre sostanzialmente nera. Come un’ombra. Circostanziata, inseparabile, esatta. In un’ora che è sempre contro tutte le altre, che hanno il difetto di trascorrere, un’ora ferma, perfettamente immobile, probabilmente magica. Come in un sogno fatto da svegli.

Un giornalista, dopotutto, è uno che scrive. Che cosa si crede di fare? Poco, quasi niente. Può scrivere « versetti », può scrivere « Vergogna! », ma sono sempre soltanto parole. Una volta la va, una volta la spacca, e comunque, se non c’è qualcuno che legge, non serve a niente.

Quando conobbi il mio giornalista era già tardi. Dico per scrivere. Senza fare ridere. Perché che sia tardi fa ridere. Fa ridere scrivere. Quando è tardi.

Molto meglio sognare una ragazza giovane che si lascia baciare i seni e che, dopo che ci hanno interrotto, dice, con aria allegra: « Ricominciamo ». E anche se mi sono svegliato non dimentico questo meraviglioso invito.

m915entre sul fornello il latte da molti minuscoli segni tradisce il proposito di pervenire allo stato cosiddetto di ebollizione, e anche la giornata ora – ore 7. 45, Montallippo (TA), cielo spudoratamente sereno, irritante assenza di non dico un vento di Maestrale, non dico un vento di Levante, ma almeno di un vento, un venticello, una brezzolina, un soffio qualsiasi – si annuncia da molti segni calda, anzi caldissima, anzi bollente, io penso che bisogna pensare di più alle mucche, senza le quali non avremmo a disposizione quella semplice, saporita, nutritiva bevanda bianca che, insieme al caffè e magari a un cornetto, accompagna l’inizio delle nostre giornate. Anche se qualche volta impazziscono, non bisogna dimenticare tutto il latte che ci hanno dato, che, se a loro veniva naturale darlo, a noi tornava comodo berlo. Perché così va il mondo. Finché va.

E forse bisognerebbe pensare anche a Mara Muraglia vedova Caroli che è morta « dopo una lunga e accettata sofferenza », a 36 anni, ed era già vedova, e la piangono tutti, il figlio, i genitori, gli amici, il marito no perché era morto prima, a 36 anni, che è un po’ presto, considerata l’età media, a pensarci bene. E io ci penso, ci penso, ci penso sempre. E scrivere forse è pensarci. E così alla fine faccio quello che voleva la mamma che all’improvviso mi disse: « Ma a noi non ci pensi? ». Ci penso, ci penso, più scrivo e più ci penso. Ma non penso di fare niente di più che scrivere, che pensarci. Perché se non scrivo, se smetto di scrivere, come ora – ore 11, Cantina sociale di Locorotondo (BA), una sola immensa navata, di Notre Dame, di Crystal Palace, di Grand Central Station, di Palasport, dove le voci hanno l’eco, e la gente sembra piccola nella distanza – che ho visto una faccia che somiglia a un’altra, che ho riconosciuto una faccia che non avevo mai visto, e il bello è che lei, che non mi aveva mai visto, mi ha riconosciuto, se accetto di « contattare » quello sguardo, e contattarlo è facile anzi « di una facilità mostruosa », allora comincia qualcosa che non è scrivere, comincia un altro genere di facilità, di felicità. E non solo non scrivo, ma non penso, non penso più a niente, e come niente non è niente male.

Però forse è tardi anche per questo, perché ormai scrivo e perché quella faccia somiglia soltanto a un’altra, e forse, se guardassi meglio, scoprirei molti dettagli, minuscoli segni, particolari rivelatori del fatto che quella faccia non è quella faccia ma solo una copia e forse, chissà, potrei anche accontentarmi. Perché forse una copia è meglio di niente, un’imitazione, un’illusione, uno scherzo. E lo scherzo è d’accordo, lo vedi da come ti guarda, è il tuo scherzo, lo scherzo per te, quello che ti conosce, che sa di poterti fare ridere, che sa come farti felice, che farti felice è facile, anzi « di una facilità mostruosa » e anche lo scherzo è felice così e, in un certo senso, siete fatti l’uno per l’altro.

Perché anche essere ingannati è piacevole, sembra incredibile ma è così. Dico dalle apparenze. E quando le apparenze non ingannano più è molto triste. La bellezza non c’entra niente. Sono i segni. Perché se uno scambia la Cantina sociale di Locorotondo per la cattedrale di Notre Dame – « Ma lei beve? » « Con estrema moderazione » – ci sarà una ragione. Sarà la luce, sarà l’eco, o gli omìni piccoli piccoli. Saranno sempre segni di qualche cosa – « Ma lei è semiologo? » « No, semiofilo » -. L’importante è che ci siano segni. Perché invece l’insignificanza è terribile. Meglio una cantina, peraltro sociale, di niente. Meglio un Locorotondo bianco di niente, se un Brunello, o un Chianti, o un Barbera, o un Dolcetto, o un Grignolino, o un Traminer, o un Cirò, o un Lambrusco, non ci sono, né rossi, nè altro – « Ma lei è enologo? » « No, filologo ».

Meglio bere vino che niente, se il latte non c’è. Se la mucca è impazzita, è morta, « dopo una lunga e accettata sofferenza ». Perché il vino, può sembrare incredibile, può anche somigliare al latte, e infatti dalle mie remote parti ho sentito dire che si diceva che « il fiasco è la poccia dei vecchi », come se i vecchi avessero comunque bisogno o comunque voglia di bere, qualcosa di saporito, di nutritivo, di donna, di madre, di mucca.

Che è quello che doveva pensare anche Verlaine di cui si parla nel diario di Renard che sto leggendo che è morto esattamente cento anni fa, che lui sì beveva, ma soprattutto scriveva. E anche piuttosto bene, dice. Che cosa credeva di fare? Una cattedrale? Un palazzo di cristallo? Una grande stazione? Un palazzo dello sport? Una cantina sociale? Al massimo, quello che poteva fare era una copia, una somiglianza, uno scherzo, un’eco.

c1328ome il mare, ora – ore 14. 30, il solito Lido in provincia di Brindisi o forse di Bari, non ci capisco più niente, vento inqualificabile, afa a tutti gli effetti – che piace perché somiglia a qualcosa, forse a quando eravamo pesci, chissà quando, più di un secolo fa. Che non annoia mai perché si muove sempre, come una cosa viva, e più vivo del mare non c’è niente, anche quando andiamo a dormire, e se ne vanno anche quelli dei cani, e quelli del beach volley, e le brave ragazze, e i milanesi, e quelli del windsurf, e quello del materassino verde, e quella incinta, e quello del telefonino, e quelli di Monopoli, e quella che sembra un ragazzo, e forse lo è, e tutto è come un secolo fa, quando eravamo pesci. Nel mare.


  Lo so, bisognerebbe non credere a quello che si vede. Bisognerebbe capire che se un liquido è rosso è vino e non è latte. Che se una ragazza ti mostra i seni non è perché voglia nutrirti ma perché è lei che forse ha fame. Che tutto quello che si vede anche se è colorato, agghindato, apparecchiato, non per questo è da mangiare perché anzi può essere velenoso. Che se uno è straordinariamente basso non per questo è un bambino, perché forse è un nano.

E stamani, non so perché, mi sono svegliato con una gran voglia di farmi ricrescere i baffi. Quando conobbi il mio giornalista io li avevo e lui no. Poi sono passati ampiamente di moda, qualunque cosa significassero. I giornalisti invece si sono moltiplicati. La mamma voleva che li tenessi e, finché è vissuta, li ho tenuti. Poi li ho tolti: era tanto tempo che avevo voglia di vedere la mia faccia. Quando l’ho rivista ho notato che somigliava abbastanza alla mia faccia di adolescente, quella che avevo quando vivevo in famiglia, prima che accadessero tutte le cose che sono accadute. Rivedere la mia faccia di adolescente mi ha fatto uno strano effetto: era come se il tempo non fosse mai trascorso e tornasse un presente invincibile, senza memoria né rimpianti. Come se tutto dovesse ancora cominciare, in un mattino innocente e perfetto.

Come per il fumare. Quando mi sono tolto i baffi ho rivisto la mia faccia di quando non fumavo e così ho pensato che, già che c’ero, potevo anche smettere di fumare. Ma non fumando mi succedevano strani fatti, mi sentivo troppo bene, troppo giovane, mi veniva la paura di quelli che non si sentono bene, che non sono giovani, che fumano, e sono tanti. Non ce l’ho fatta a smettere.

E stamani – ore 6. 32, su quel monte in provincia di Taranto che non è un monte, ma al massimo un montarozzo, un rigonfiamento, un dosso, una salitella, e l’aria è fresca perché stanotte è piovuto, e il silenzio è piuttosto scontato data l’ora ma sempre incantevole nella sua virginale assenza di suoni – penso che io non sarò mai abbastanza giornalista da non ricordarmi niente, da non avere qualche rimpianto, da essere inattaccabile a ogni genere di rimorso.

Il tempo c’è e continua a passare. Qualunque cosa sia il tempo. Forse è qualcosa come i baffi che, se non si tagliano, continuano a crescere, a crescere, a crescere. Fino a diventare ridicoli. Come le sigarette, che, se non si smette, si continua fumare, e una sigaretta tira l’altra, e i denti diventano gialli e tutti dicono: « Ma perché non smetti? », se non ti dicono peggio. Comunque stamani non ho voglia di tagliare niente, di smettere niente. Non ho voglia di tagliare né di smettere più. D’altronde posso permettermelo: non sono un giornalista, io.

e790 oggi – ore 15. 15, Lido Bosco Verde già Bibite Fresche, vento come minimo furioso mare sconvolto da scatenati lampi di bianco verde blu, ripenso a tutti i mari che ho visto che sono tanti ed erano tutti belli. Mentre qualcuno racconta la gag di quel vecchietto che « aveva un piede nella fossa » che quando erano al Père Lachaise cadde in una tomba e gridava : « Le chapeau! … Le chapeau! » e, come nei giornali, non c’è niente di inventato oppure quell’altra di quello che aveva appena comprato una MG celeste e si fermò a fare benzina e il benzinaio gli disse (in dialetto): « Che bella macchina… ma che colore di merda » oppure quella di quella che di nome si chiamava Domenica e di cognome Melalavo ed era sposata con un certo Piazza così che era Domenica Melalavo in Piazza. I mari che ho visto e quelli che non ho visto, del Sud, del Nord, tutti salati, pieni di vento, larghi, distesi, anche se non sono oceani, mossi, molto mossi, agitati, calmi, della calma speciale dell’acqua, profondi, segreti o trasparenti, freddi o caldi, abitualmente liquidi.

O quella del poeta leccese Bodini, che morì ubriaco tipo Verlaine, che prima lo commemorarono tutti con inappuntabili analisi critiche e poi arrivò Rafael Alberti che raccontò che la notte andavano insieme a vedere le pisciate di Roma e allora lui – il narratore – gli disse: « Sapevo che si dice “ picaresco “, ma questa volta bisognerebbe dire “ pisciaresco “ ».

Ne dicono tante, di tutti i generi, i giornalisti e non si stancano mai. E quasi sempre fanno ridere. E io, se c’è da ridere, rido. Ma, se non c’è da ridere, no. E in quanto a ridere bisogna raccontare anche quella di quella che dice che Benni è peggio di Celati e cita anche il suo ultimo libro: « La compagnia… la compagnia… » e dice « dei cappuccini », ma io che non leggo i libri ma mi ricordo bene i titoli, sarà perché ho fatto il giornalista, preciso che si tratta « dei celestini » e ci faccio anche la mia figura ma non faccio ridere neanche stavolta.

I mari, che francamente non c’è niente da ridere, e neanche da piangere, c’è acqua e basta, acqua, acqua, acqua, acqua, acqua, acqua e né fochino né focherello hai voglia a cercare. Il mare, che appena c’è, c’è, e non annoia mai.

E così stamani – ore 9. 08, su un’altura in provincia di Taranto, fra ulivi verdi e terra rossa e case bianche, il vento non saprei, cielo ancora indeciso se vestirsi di azzurro o di grigio – non leggo Renard perché mi sembra che voglia un po’ troppo spesso fare ridere e alla fine francamente annoia e invece forse mi andrebbe di leggere Verlaine o anche Mallarmé o anche Valery che poi se mi annoio è solo colpa mia. Perché molto dipende anche da chi legge. E se uno si annoia si annoia anche con Benni o con Benigni o con Baricco. Si annoia anche al cinema, o al mare. O leggendo il giornale.

Quando conobbi il mio giornalista io, per la verità, scrivevo poesie. Anzi prose. Anzi poesie in prosa. O forse prose poetiche. Ne avevo scritta una che diceva così: « Tènere le distanze », che faceva anche ridere per via di quel giochetto fra « Tènere » e « Tenére ». Che era incredibilmente breve, anche più corta di quella di Ungaretti che sanno tutti. Perché il bello della poesia è che ci sono poche parole, e tutte buone. Tutte necessarie, così tanto che, se ne salti una, non capisci più niente. O se la scambi con un’altra che sembra uguale ma non lo è. Come in un titolo, sarà per questo che mi piacciono i titoli. Perché la poesia è fatta di tanti minimi particolari, di dettagli essenziali, e dire una cosa in poesia non è la stessa cosa che dirla in prosa anche se, a un’occhiata superficiale, sembra del tutto simile. Non è che con la poesia si risparmi tempo considerato che le parole sono poche, perché anzi di tempo ce ne vuole anche di più e su una parola ci si può stare ore e ore. Fino al punto che il tempo sparisce, perché è passato tutto, o non è passato per niente, come se tutto si fosse fermato, on quella parola che più la leggi e più non ne sai niente perché non ne saprai mai veramente niente. Non che ti annoi, anzi, non ti annoi per niente, anche perché una parola tira l’altra, e ripensi a tutte le parole che hai letto, e sono tutte belle e, sostanzialmente, liquide. Nonché verdi, e blu, e bianche, e grigie, e rosa, e rosse, e gialle, e turchine, e cobalto, e ocra, e viola, e amaranto, e tutte, sostanzialmente, nere. Come piccole ombre. Fedeli, circostanziate, esatte. E, in un certo senso, fanno anche ridere perché dopotutto sono sempre soltanto parole ma chi le legge le prende per cose, come se le vedesse, come se fossero lì, ma non ci sono.

Perché io credo che, anche se non sono niente, delle parole ci sia bisogno. Soprattutto le cose che, se sono cose e basta, sono piuttosto insignificanti. Compreso il mare che, a chiamarlo « mare » o « mer » o « sea » o « see » « thalatta » è una cosa, e a non chiamarlo non è la stessa anzi non è niente. A meno di non essere pesci che, dice, non parlano, ma non è detto. E comunque nuotano, come pesci, come pesci nell’acqua, guizzano, brillano, volano come uccelli senza ali, senza penne, senza becco, senza zampe, senza vento, con « una facilità mostruosa ».

e791 ora – ore 14. 37, Lido Niente, cioè « alla sgroscia », cioè a un prezzo assolutamente « irriguo », cioè senza pagare niente, mare francamente caotico, sebbene un po’ meno di ieri, vento as usual – vedendo le ragazzine annaspare fra le preponderanti schiume, pensando che, se rischiassero di annegare, mi toccherebbe di tentare di salvarle, come quell’attore americano di cui non ricordo il nome, pur non essendo né attore né americano, penso che scrivere in un certo senso è come nuotare. Che il rischio di affogare c’è sempre, ma si può sempre imparare e quando si è imparato non si dimentica più.



Come le due ragazzette, che sono annegate, che non ho dovuto tentare di salvare, come un attore americano. Che nuotando-scrivendo si può scivolare sul niente, come se non ci fossero il peso e l’usuale forza di gravità, affidandosi all’acqua, che più è profonda e più sostiene, per pura gentilezza d’animo, « alla sgroscia », pesce più pesce meno, dal punto di vista dell’acqua che, si sa, è un elemento di larghe vedute.

Ancora oggi, tanto tempo dopo che ho conosciuto il mio primo giornalista, tanti anni dopo che ho lavorato in un giornale, arriva qualcuno che mi chiede: « Che cosa scrivi? ». E io non so che rispondere. Rispondo: « Scrivo ». E il discorso finisce lì.

Ma io continuo perché non ho voglia di smettere. E ogni mattina, come questa – ore 7. 18, dall’alto di un monte che non è un monte, dall’alto di un alto che non è un alto, da una distanza così tenera che in un certo senso non è una distanza, ma anzi una vicinanza, una prossimità, una fedeltà assoluta, come quella di un’ombra, che segue sempre, come un’ombra, come un cane, come un ricordo, da un ricordo che non è un ricordo, ma una felicità, una facilità, ma una fedeltà, possibilmente alta – ricomincio, come se ogni mattina fosse la prima che conosco e che scrivo.

Come il latte. Che può essere intero o parzialmente scremato, fresco, a lunga conservazione, o addirittura in polvere, di mucca, di capra, di pecora, di asina, di cagna, di gatta, di jena, di gallina, di mandorle ma sempre latte è. Finché ci saranno mucche, capre, pecore, asine, cagne, gatte, jene, galline, mandorle. Ed è sempre buono. Come se fosse il primo.

Volere scrivere è come volere dormire. Sembra facile, « di una facilità mostruosa », ma non lo è. È facile chiudere gli occhi, e appena chiusi gli occhi si comincia a vedere per esempio un grande corpo di donna, di ragazza, si vede la pelle morbida e liscia, la curva struggente dei seni, la dolcezza del ventre, si sente il calore del suo respiro, e l’odore aspro e dolce dei suoi capelli, si ascolta il battito del suo cuore invisibile. E, quasi dormendo, si pensa che si vorrebbe dormire dentro quella ragazza, dentro quella pelle così perfettamente liscia, dentro quei seni così inspiegabilmente rotondi, dentro quel ventre assolutamente calmo, in quel respiro carezzevole, fra quei misteriosi capelli, dentro quel cuore instancabile.

Perché forse così si verrebbe salvati, come ora – ore 11 in punto, pigramente là dove mi trovavo anche prima – leggo che è successo a quell’attore americano di cui ora mi ricordo il nome ma, francamente, continuo a non avere voglia di scriverlo, che è stato salvato da una ragazza lui che a quanto dicono le ragazze abitualmente le salva. Favola o realtà si sarebbe salvi se si avesse il coraggio di avvicinarsi così tanto da entrare dentro a quella visione del dormiveglia, se si avesse il coraggio di dormire sul serio.

Ma il coraggio mi manca e, proprio quando sono ormai vicinissimo, tanto che sento il profumo leggero della sua pelle, il peso tenero del suo seno, il vento dei suoi capelli, e il profondo appassionato battito del suo cuore, mi sveglio. E sono così sveglio che ormai invece di dormire posso solo scrivere.

Che è come dormire, ma solo come.

d1101ove sarà ora il mio giornalista? Sarà in vacanza anche lui? Sarà con la moglie? Sarà con l’amante? Sarà al mare? Sarà in montagna? Io, francamente, gli auguro ogni bene. E soprattutto di scrivere. Perché scrivere fa bene, è stare bene, è stare dentro. Dentro un grande corpo di donna, instancabile come un mare, appassionato come un vento, inspiegabilmente rotondo, aspro e dolce, perfettamente liscio. Io spero che se ne renda conto, dico di scrivere, perché finché scrive, ma poi.





Quando conobbi quel giornalista ero appena tornato a casa. Dove ero stato? Se me lo chiedevo non sapevo rispondere. La casa c’era ancora, c’erano ancora i miei genitori, c’erano i vecchi amici, c’era la mia città, che non si erano mossi. Perché ero andato via? C’era ancora una certa persona a cui sentivo di non avere mai detto la verità. O forse non gliela avevo mai chiesta. Ammesso che volesse – o potesse – rispondermi. Quando la vedevo, come tanti anni prima, non sapevo fare altro che arrossire. Forse avrei potuto scriverle, come facevo tanti anni prima, ma scrivere in quel modo in cui le avevo scritto sapevo che non serviva a niente. Scrivendole avevo istituito una distanza che non favoriva la tenerezza ma alimentava il distacco. Forse la colpa era mia, del mio modo di scrivere, delle parole che usavo, del modo in cui le mettevo insieme. Forse io non sapevo scrivere, perché non sapevo che cosa dire, né come dirlo. Ammesso che avessi veramente qualcosa da dirle.

Tutto questo succede perché poco fa mi sono svegliato come mi svegliavo in quel tempo, in una specie di silenzio radicale, che sconsiglia di cominciare a parlare troppo presto, prima che si sappia che cosa dire, come il silenzio pretende sempre che si sappia. E ora – ora di cena, collina, campagna, vento forte che, mi dicono, non è né Levante né Maestrale ma caldo turbolento minaccioso Scirocco – credo anch’io che sia venuto il momento di saperlo.

i1938n tutta semplicità vorrei dirle che io l’ho sempre amata e l’amo ancora. Che mi ricordo che indossava un vestito rosso e nero. Eravamo uno di fronte all’altra, poco più che ragazzi, e tutto mi sembrò perfettamente chiaro, come non mi è più sembrato Così chiaro e perfetto che non c’era bisogno di altro e io mi sarei anche fermato lì. E infatti mi sono fermato. Non è vero che sono andato via, che ho viaggiato, che ho cambiato casa e città: io non mi sono mai mosso.





Sono rimasto in quel punto esatto, concluso, incommensurabile, immenso, a chiedermi se di quel vestito mi piacesse più il rosso o più il nero, il rosso, che è anche un color carne, un color sangue, un color vino. Il rosso di cui anche lei, come me, arrossiva, il rosso di cui forse non si può arrossire in due, il rosso che a lei stava bene ma a me è sempre stato male, come se fosse sangue, come se fosse vino, anche se non era così, il rosso di una fiamma che può anche bruciare se non si sta alla dovuta distanza, il rosso di un fuoco che è sempre prematuro considerare spento; oppure il nero, così laconico, refrattario, chiuso com’è, tendenzialmente imperscrutabile, anche pauroso, anche ridicolmente buio, come una notte senza luna, come un bosco di notte, come un lupo, come un inchiostro, ma che pure sta tanto bene col rosso, come quel vestito dimostra.

Continuerò a non sapere che cosa mi piace di più, ricordandomi tutto, anche di un libro di Stendhal che ricevetti in prestito e che non ho mai letto né restituito e che si intitolava De l’Amour, che non è la stessa cosa che l’ « Amore », è l’ « Amore » in francese, in una lingua che a me piace tanto ma che non si usa più. E forse non si è mai usata, se non nei libri. Che a me piacciono, devo dire, più dei vestiti. Anzi nemmeno, perché i vestiti mi piacciono, ma solo i libri si scrivono, tendenzialmente più neri che rossi, ridicolmente neri e per di più a qualcuno fanno anche paura. Io, che non mi sono assolutamente mosso, forse l’amavo in francese, in una lingua ridicolmente straniera, come mi aveva insegnato la nonna, tanti anni prima, come se fosse la nonna, ma non era la nonna, forse era Cappuccetto rosso ma io non ero il lupo, questo no, forse un po’ nero, forse un po’ chiuso, un po’ ridicolo, ma lupo proprio no.

O forse sì, lupo, Lupo, Lupo per sempre, con Cappuccetto dentro, con la Nonna dentro. Oppure Lupo dentro la Nonna, dentro Cappuccetto. Che forse è la Nonna. E per questo piace tanto al Lupo. Perché gli ricorda qualcosa. E al Lupo i ricordi piacciono.

Favola o realtà? Favoloso rosso, favoloso nero, boschi, notti, fuochi. Tutto piuttosto che il grigio, l’esangue grigio della realtà. Che è sempre tendenzialmente incolore anche se i giornalisti ce la mettono tutta a dipingerla a tinte forti, con colori stravolti, pazzi, come in un film di Fassbinder. Non si può dargli torto se esagerano perché se non si dipinge niente, se non si scrive niente, il mondo « non sa di niente », come diceva il mio babbo quando stava per morire. Che è morto prorio oggi, sette anni fa, e non c’è niente di peggio della morte. In una giornata di agosto come questa – presto ma non troppo, in alto ma non troppo, forte vento di Scirocco che forse è Libeccio e forse è la stessa cosa – che non dimentico.

n1073eanche stamani, ora – ore 6. 25, in un punto da cui si gode una bella vista anzi ottima, anche se non c’è molto da vedere: un piano di terra rossa, qualche cubica casa bianca, una linea sfumata di grigio nebbia, alba, medusa, perla, oltre le macchie di molti diversi verde tutti assolutamente fermi, immobili nel loro consueto disegno, perché ogni vento finalmente è calato, ogni turbolenza dell’aria e questa che comincia forse, in un certo senso, sarà una giornata normale – quando penso che l’unica cosa brutta è avere fame. Quel vuoto allo stomaco o alla testa. Quella fretta, quella paura che sia tardi. Quella paura di non farcela. Ma a fare che? Stamani, scrivendo ancora una volta in una località imprecisata del Sud, che, salvo qualche eccezione, è una terra di uomini bassi, davvero non lo so.

Poco fa ho sognato che a me che dicevo: « Ma chi la decide la Moda? » il ragazzo rispondeva: « La Gazzetta ufficiale » e io mi tuffavo in piscina con un’agilità d’altri tempi. Del resto, penso ora che sono sveglio, anche la Gazzetta ufficiale in un certo senso è un giornale e questo è forse quello che volevo dire.

Oppure chissà che volevo dire, che voglio dire, ammesso che voglia dirlo, come ora – ore 13. 23, località Monticelli, Ostuni (BR), purtroppo, e non Lido Morelli, Ostuni (BR), e dico purtroppo perché Monticelli è scoglio mentre Lido Morelli è spiaggia e, e questo lo voglio dire, fra spiaggia e scoglio io scelgo sempre la spiaggia, sarà perché al pavé ho sempre preferito la plage, sarà per via delle love letters, o dei castelli di sabbia, o in aria, degli chateaux, o delle saisons, sarà perché la spiaggia è bionda e distesa, e cede sotto ogni peso, ma poi ritorna sempre la stessa, perché sta a contatto col mare, che sembra sempre se la debba mangiare ma si limita a « contattarla » ma non succede mai e comunque ci vogliono milioni di anni, perché è capace di essere dura come una pista, fresca come una pasta e di brillare come la seta. Perché è lunga e diritta, tendenzialmente interminabile, perché, escludendo i deserti, c’è solo al mare, sarà perché non sono un’ostrica, ma forse sono un bagnino, e, d’altra parte, ognuno ha i suoi gusti anche se la Gazzetta ufficiale non ne fa menzione – che, esitando ancora a tuffarmi, leggo Gozzano che parla della fortuna del cinema e conclude con i suoi stessi versi che graziosamente, gozzanianamente, suonano: « … più saggio quegli che si gode estatico / dell’Apparenza, senza batter ciglio, / come di cosa impressa nel cartiglio / fotogrammatico! », e mi pare che, dopotutto, potrei dichiararmi d’accordo con quel grazioso poeta, anche quando dice, perché lo dice: « Che cosa ci prepara, oggi, questa industria potente e prepotente come il denaro? Voglia il cielo che non sia un sintomo di decadenza che ci avvolge insensibilmente e che non avvertiamo, come non si avverte l’atmosfera viziata a poco a poco. Certo in quest’ora storica tutto è sintomatico ed enigmatico, anche il nastro che chiude il mondo in un intrico sempre più fitto di celluloide figurata. / Ma che cosa fare, che cosa pensare? Forse ciò che fanno e pensano i poeti. / Niente. »

Perché non c’è niente da fare, non c’è da fare niente, se non scrivere, come Guido Gozzano, come quei poeti. Perché io non ho fretta, ho sempre meno fretta, sempre meno fame. Sarà perché ho deciso di passare di Moda, di lasciare passare la Moda, guardandola mentre si allontana sulle sue lunghe, abbronzate, fotogeniche, fotogrammatiche gambe. Che è un bel passare, un bel vedere, un bel lasciare. Io resto qui, nel mio qui, insensibile ai venti, del Sud, del Nord, sintomatizzando, enigmatizzando, nella mia strana normalità di uomo piuttosto alto, piuttosto rosso (in faccia), piuttosto nero (dentro), resto e scrivo, che è l’unica cosa che forse so fare.

Anzi leggo nel diario di Renard: « 11 febbraio 1902 – So che la letteratura non dà da mangiare all’uomo che vi si dedica. Per fortuna io non ho mai molto appetito. ».

Anzi scrivo. Anche ora, anche qui – ore 12. 26, Torre Guaceto (BR), mare vivace, vento quello che basta, paesaggio mi dicono « greco », perché in Grecia non ci sono mai stato – e se scrivo non credo che il WWF se la prenda a male, perché è nella mia natura scrivere, come in quella di questo mare di essere verde, di questo vento di essere fresco, di questo posto di essere grecamente bello. E se l’elicottero della Capitaneria che sorveglia la costa guarderà dalla mia parte non vedrà niente di meglio che un uomo che scrive, che sembra non fare niente, che in un certo senso non fa niente e dunque potrà anche smettere di guardare perchè in un uomo che scrive non c’è francamente niente da vedere. Neanche per un elicottero.

Scrivo. Che scrivo? Scrivo una specie di giornale, probabilmente un diario. Che è quella cosa che può anche essere scritta per non essere letta, cioè come se non gliene importi niente di essere letta, cioè gliene importa anche ma non ci fa conto, perché quello che vuole è essere scritta, quello sì, a tutti i costi. A un prezzo « irriguo », o esagerato, o addirittura « alla sgroscia », con un certo fastidio, con una innegabile pena o « una facilità mostruosa ». Inutile piangere su tanto latte quotidianamente versato: giornalisti si nasce. E poi: « sempre meglio che  lavorare ».

c1329apera uno strano rapporto fra me e quel primo giornalista che ho conosciuto. Quello che posso dire è che fu lui a cercarmi. Forse perché i giornalisti cercano sempre, come se avessero sempre perso qualcosa, e fanno sempre domande come se ci fosse sempre qualcuno che può rispondere. O forse perché io, che veramente non cercavo nessuno, veramente volevo essere trovato. Perché comunque da soli non si può stare, a quanto dicono.






Però stamani, – ore 8. 10, su quel purgatoriale monte di cui ho già parlato, cielo insicuro, incerto, calma solo apparente, sarà perché ho dormito male, come se non fossi in vacanza, come se la vacanza fosse finita – penso che fra me e lui in un certo senso è finita male. È finita male per lui perché quello che fa secondo me non è scrivere, anche se gli somiglia. È finita male per me perché non scrivo nemmeno io se non questo diario, che sarà anche scrivere ma non ci credo.

Perché scrivere, credo, non è chiedere, ma casomai dare, offrire, fare un regalo, fare ridere, fare piangere, fare sorridere. E neanche però è stare da soli, come se si fosse soli, senza « contattare nessuno », come se non ci fosse nessuno. Forse la differenza fra me e lui è solo che a lui lo pagano per scrivere e a me no, e a qualcuno può sembrare anche una grande differenza. Molto dipende dall’appetito, o fame che dire si voglia. Che un poca ce l’abbiamo tutti, è inutile negarlo. A me scrivere mi fa passare la fame, sarà strano ma è così. E forse scrivo per questo e mi sento di consigliarlo a tutti. Se scrivo forse è perché devo rimettere qualche debito, devo pagare per qualche colpa che tuttavia non è stata mortale, un prezzo che tutto sommato mi sento di definire « irriguo », stando su un monte non troppo alto, in una condizione di attesa. In una specie di vacanza.

E ora – ore 12. 19, Monticelli (BR), moderato vento di Levante,  « che poi si calma », moderato affollamento ferragostano, moderato scoglio – forse è venuto il momento di parlare dell’arricciamento o « arrizzamento  » del polpo.

Dunque si dia un polipo o polpo – « Una piovra? » « Non esageriamo » -, si dia a patto che qualcuno l’abbia acciuffato, sui verdi, suggestivi fondali del mare, si dia lucente e stillante acqua, grigio e grassoccio, con quel testone bianco, con i tentacoli pieni di bocche, e boccucce, ciondoloni, inerti, di ex polipo, di bestia defunta. « Ma è buono da mangiare ». Sì, è buono e va mangiato. Ma prima va arricciato o « arrizzato », perché solo così diventa morbido, tenero, gradevolmente commestibile. Per arrizzarlo si sbatte, lui così invertebrato, così rilassato com’è, contro la dura, rugosa, bitorzoluta, oscura pietra dello scoglio. Si sbatte e si sbatte, e lui secerne una spumetta bianca come di schiuma da barba esaurita, come di frappè, come di scaracchio. E poi si sciacqua, e si sbatte ancora, e si sciacqua, e si sbatte, e si sfrega con un movimento regolare, rotatorio, come di cimosa sulla lavagna. Si sbatte, si sciacqua, si sfrega finché alla fine le troppe inerti braccia della bestiola si contraggono, si ritorcono come riccioli. E allora si mangia. E anche crudo. Ed è meravigliosamente buono. – « È come mangiare il mare » « Più o meno ».

Io vorrei tanto che per quello che scrivo fosse la stessa cosa. E per questo sbatto, sciacquo, sfrego e sbatto ancora, con un movimento tendenzialmente regolare, questa cosa molle ma ancora troppo dura, che era una bestia e deve diventare un testo, possibilmente buono, passabilmente commestibile, che sia da mangiare, che sia da leggere, non dico come il mare, ma quasi.

Non dico come un giornale. Come quello che poco fa – ore 7. 06, sempre quassù, a mezz’aria, a mezz’altezza, sotto un cielo che stamani propende al grigio, come se la vacanza fosse finita, con tutto che siamo solo a mezz’agosto, e in un certo senso forse lo è – ho sognato di scorgere in una Torino notturna e invernale ammucchiato in molte copie fresche di stampa sotto le luci di un’edicola: « “ Paese cielo / Giornale di solitudine umana “, anno 1, numero 0 », non dico come quello che forse è solo una barzelletta, uno scherzo escogitato dal sonno. Ma in qualche modo comunque sì.

Io lo scrivo per leggerlo. Lo scrivo e lo leggo. Lo scrivo mentre lo leggo. Lo leggo mentre lo scrivo. Al momento da solo. In una umana solitudine. Ma potrei anche leggerlo con qualcuno. Non dico scriverlo. Non dico essere in due. Come Paolo e Francesca, come Dante e Beatrice, come Francesco Petrarca e Laura de Sade, come Abelardo e Eloisa, come Tristano e Isotta, come Romeo e Giulietta, come George Sand e Alfred de Musset, come Verlaine e Rimbaud, come Bouvard e Pecuchet, come Liz Taylor e Richard Burton, come Federico Fellini e Giulietta Masina, come Fiorello e Anna Falchi, come Claudia Schiffer e David Copperfield – « Non stanno più insieme? » « Davvero? » -, come Al Bano e Romina, come Pippo e Katia, come Francesco Rutelli e Barbara Palombelli, come Thelma e Louise, come Carlo e Diana – « Hanno divorziato » « Peccato » -, come il duo Mazomba – « Mazomba? » « Sì, Mazomba: lei suona il pianoforte / e lui la tromba » « In che senso? » « In tutti ».

Non dico un libro: de chevet, d’ore, di preghiere, dei conti, mastro, mostro, nero, giallo, rosso o galeotto, ma qual è il libro che almeno un po’ non lo è?, un poco giornale, un poco polipo, un poco mare, un poco latte. Di mucca. Di capra, di serpe, di seppia, di sirena, di jena, di gatta, di cagna, di ragna, di nonna, di strega, di draga, di rospa, di agnella, di fringuella, di gazzella, di uccella, di pulzella, di pischella, di sorella, di suora, di nuora, di cozza, di porca, di panca. Amen.

e ora credo che sia venuto davvero il momento di smettere. Ora – ore 6. 13, decisamente troppo presto, inutilmente presto, come se dovessi guadagnare tempo, ma il tempo rimane perduto, è troppo perduto per essere riguadagnato, è perduto da troppo tempo, così tanto che nessuno si ricorda nemmeno come fosse fatto, come se avessi qualcosa di speciale da fare, qualcosa di urgente, che posso fare solo prima che tutti si sveglino, che il loro tempo si metta in moto, con la determinazione un po’ misteriosa, clandestina, cifrata dei sogni, che vivono una strana vita di bestie notturne e quando ci siamo noi non ci sono mai, come se avessero paura di tutti, come stranieri indesiderabili, come mostri impresentabili – ora comincio, lentamente, metodicamente a smettere di scrivere.

Come si fa a smettere lo so – l’ho già fatto una volta – perché è molto facile, anzi « di una facilità mostruosa ». Basta lasciarsi andare un poco, distrarsi un momento. È come addormentarsi solo che è il contrario. Basta aprire gli occhi e si smette subito. Di smettere ci sono mille ragioni. Per esempio una donna. E poi hanno già smesso in tanti. Per esempio Verlaine, che quando smise aveva la mia età. Dice: « Ma lui beveva ». Sì, ma non credo che sia questo il problema. Si smette perché si smette. Come questo diario o giornale che dire si voglia., che come diario, come giornale è un po’ falso, anzi falsetto, perché non ci sono vere notizie, reali novità. Perché, pur essendo fatto di inizi, è veramente piuttosto una fine, una conclusione, una « chiusa ». Anzi una serie. Perché lì dove sembra che si cominci, in realtà ogni volta si smette. Si smette continuamente, è tutto uno smettere.

Anche smettere però è meno facile di quello che sembra. Per smettere bene serve un ambiente adatto, un luogo dove smettere, in cui smettere, dentro cui smettere. Quello che sembrava facile qualche ora fa, quando era presto, oscuramente presto, silenziosamente presto, ora – ore 12. 54, nel fotogenico Lido Morelli, in una luce perfetta, di set, di teatro di posa, di cartolina, di depliant, di poster « visitate Lido Morelli » – sembra difficile, quasi impossibile. Saranno le luci così esattamente disposte, oppure i colori, puri come su una tavolozza, o in un campionario di vernici a smalto, o come nel quadro di un macchiaiolo, di un Fattori, ad esempio, soprattutto i bianchi, che sembrano appena spremuti fuori dal tubetto, gli abbaglianti bianchi, così optical, così ottici, così apodittici, così plastici, come un niente, anzi un tutto, un plenum dei colori, un ipercolore. ma forse è solo uno scherzo. Questi comici bianchi. Dove smettere sarebbe comico. Come in una comica finale. Come in un film.

No, non è uno « smettere » questo. Anzi somiglia a un cominciare. Qualcosa d’altro, qualcosa di ordinato, di esatto, di perfetto, in un certo senso.

Che non è il mio. E non lo sarà mai.

« Smettere » nel mio senso, smettere bene: questo è ciò che voglio fare. E per questo, forse, non è troppo tardi.

Che poi, essendo uno che ha già « smesso » una volta, so anche che « smettere » serve solo a fare cominciare un altro. Ma anche questo è inevitabile perché anche ora – ore 17. 43, in una specie di domenica in una specie di vacanza in una specie di agosto – « Sembra settembre » « Già » -, in una specie di Puglia – « Sembra Toscana » « Già » -, in una specie di fine secolo – « Sembra un inizio secolo » « Già » -, in una specie di vecchiaia – « Sembra un’infanzia » « Già » – così va il mondo.

Detto questo, anche stamani, anche ora – ore 8. 22, in casa, prudentemente, attendisticamente, ma forse è già il caso che esca fuori, dove il mattino è già in funzione, come di norma, bello e inconsapevole, come un ragazzo, un po’ brusco magari, un po’ distratto, un po’ goffo, come un adolescente – per smettere devo cominciare, devo cominciare a smettere, devo sobbarcarmi la fatica di un inizio, che è sempre uno spavento, un colpo di dadi, un « gratta e vinci », un tuffo al cuore, un tuffo del cuore, un tuffo nel cuore, nella luce del giorno.

È come imbucare una lettera che, dal punto di vista della lettera, dev’essere tremendo: sparire in quella fessura stretta, precipitare nel buio, cadere sui corpi delle altre lettere, cartoline, depliant, bollette, partecipazioni, inserti, volantini, biglietti, contestazioni, convocazioni, restare lì, sentirsi coprire da altra corrispondenza, che continua a cadere dall’alto, sentirsi spiegazzare, comprimere, schiacciare, come in una fossa comune della carta, povera lettera, con il suo bravo francobollo, il suo bravo indirizzo, il suo bravo mittente, il suo bravo codice postale, che voleva solo arrivare a destinazione, possibilmente alla svelta. Era meglio nascere fax, oppure telegramma, oppure telefonata, oppure in Internet, visto che c’è, pensa la sventurata. Ma è nata lettera, è nata fuori Moda, è nata troppo tardi o troppo presto. E pensare che voleva soltanto essere letta.

e792 infine una parola sull’estate. Se devo essere sincero io non amo tanto l’estate. Ossia la amo, perché è bellissima, ma mi fa anche stare male. Soprattutto la luce. Che stanca gli occhi con il costringerli a vedere tutto, tutti gli oggetti, tutti i corpi, tutti i colori. La donna con il saio arancione e la borsa verde pisello. I cavalli nero ebano sul campo di stoppie gialle. Le case bianche, gli ulivi d’argento campiti nel cielo di un minaccioso azzurro. Bisognerebbe essere fotografi. Guardare tutto dal punto di vista dell’estate. Che, essendo magnifica, ci tiene a essere vista, in tutte le pose, da tutte le angolature, e non si stanca mai. Che solo verso la fine diventa più dolce, sarà perché ormai si sa vista e rivista e non può più contare sul micidiale effetto sorpresa, sarà perché in lei tutto, ormai, sa, invece che di invenzione, di citazione, di repertorio, di trucco. Del mestiere. Di estate. Che è un lavoro come un altro e non è detto neanche che sia facile. Il tempo passa, si sa, anche per le belle stagioni. Come l’estate. Che per fortuna anche questa è quasi finita. Che non mi faccio illusioni: ce ne saranno altre.

Sì, bisogna essere sinceri. E questo è il modo giusto di smettere. Smettere di dire bugie. Che hanno le gambe corte. La verità, invece, ce le ha lunghe. E abbronzate. E guida il popolo. Che così sa dove andare a parare. E se no non lo sa. Appena sveglio. Spaventato. Stupito. Come se fosse solo. Ma solo, a quanto pare, non è.

No, scherzo. Faccio del sarcasmo, eccedo nel pleonasmo. Invece, quando dico che bisogna essere sinceri, sono sincero. Sono deciso a esserlo. Come non sono mai stato. Come quando conobbi il mio giornalista. Sono passati, giorno più giorno meno, vent’anni. Mi sono passati davanti con l’aria allegra e eccitata di chi va da qualche bella parte. A me che da vent’anni ho smesso di andare. Che non ho più le gambe, né corte né lunghe, né abbronzate, né magre, né storte, né coperte di peli, né depilate. Come i ciclisti. Sono tornato dove le gambe non servono. Servirebbero ali. O vele. O almeno ruote. Per andare lontano. Se un lontano ci fosse. Ma non c’è.

p1114puns. cioé post scriptum, cioè scrivendo dopo avere finito di scrivere perché ora – ore 7. 05, mentre un gallo canta ma, considerata l’ora, dev’essere almeno la terza volta che canta e a quest’ora chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato e il passato è meglio scordarselo anche se non si è residenti a Napoli – ho evidentemente già finito, ho già « smesso » di scrivere ma, pur avendo già smesso, o forse proprio perché ho già smesso, mi viene in mente la mamma che evidentemente era una « donna moderna », quando giocava a pallacanestro negli anni Trenta, quando andava in bicicletta negli anni Quaranta, quando giocava a canasta negli anni Cinquanta, quando prese la patente negli anni Sessanta, e più passa il tempo e più si capisce quanto fosse una « donna moderna ». Ma anche la nonna era una « donna moderna », mi sembra di vederla quando andava a insegnare, in quel paesetto architettonicamente incomparabile, in quegli anni a una sola cifra, nel favoloso inizio del secolo.

Questo è il problema, perché io che di « donne moderne » ne ho conosciute tante, non riesco assolutamente a capire come sia fatta una « donna antica ». Del resto non è l’unica cosa che non capisco delle donne.

Come la « donna d’altri ». Non si deve desiderarla, d’accordo. Ma allora perché lei fa in modo di essere sempre « desiderabile »? E se non si desidera, che si fa? E questo « Altri » chi è e che ci fa con la sua donna? Che è evidentemente una « donna moderna ». E il signor Altri è un grande lavoratore. E forse fa il marito della « donna moderna ». Che è uno dei mestieri più antichi del mondo. Perché così va il mondo.

Quanto a me, io non so se sono un uomo antico o un uomo moderno. O una pietra parlante. Continuo a non sapere se mi piace più il rosso o mi piace più il nero, se amo di più l’Adriatico o il Tirreno, o se, come penso ora – ore 13. 12, un po’ a Sud di Gallipoli (LE), di fronte all’isola che credo si chiami di Sant’Andrea, davanti a un mare chiaro come un Tirreno, verde come un Adriatico, oppure verde come un Tirreno, chiaro come un Adriatico – penso se non sia il caso di scegliere un trasversale Jonio, di puntare magari su un giallo o su un viola, che sono anche dei bei colori. Io, che non so ancora se sono uno scrittore o un giornalista, magari sono già un diarista. Che è un mestiere che non esiste. Ma ancora non è detto.

Settembre

q1095uando sono tornato a casa, vent’anni fa, capii di avere avuto tutto. E questo tutto non era niente. Buffo, no? Un buco nell’acqua, una ciambella senza buco, un castello in aria, una fatica di Sisifo, un vaso portato a Samo, un tanto rumore per niente. L’avevo avuto e l’avevo perduto. E non mi era restato niente. Come stamani, ora – ore 8. 48, al mio tavolo di lavoro – « È un desk? » « Non esageriamo » -, brusio meccanico del pc, visione di tetti – « Guarda quello come luccica » « Sì, lo rifanno ogni anno » -, rumore di carta sfogliata, rumore di porte sbattute, colpi di tosse, una risata, cioè, sostanzialmente: niente. E ora so anche che non c’è altro.



Come questo diario che scrivo: non è niente, anzi, meno di niente. È come farsi la barba, insaponarsi la faccia, sciacquarsi la faccia, asciugarsi, mettersi il dopobarba: che brucia la pelle. Come andare di corpo, come pulirsi, come lavarsi. Come vestirsi, come allacciarsi le scarpe, come pettinarsi, come lavarsi i denti, come bere il caffè, come fumare una sigaretta, come salire in macchina, come mettere in moto, come guidare, salendo, scendendo, come comprare il giornale, come mettere la freccia, come parcheggiare ed essere arrivato: anche oggi. E dopotutto potrebbe andare peggio. Dico che scrivere. Per esempio smettere. Di farsi la barba, di comprare il giornale, a parte il risparmio.

Di arrivare da qualche parte, anche se è sempre la solita, ma da qualche parte bisogna arrivare. In mancanza di meglio. Ma sarebbe meglio meglio, a patto di sapere in che senso. Meglio che lavorare? Meglio che scrivere? Sarà, ma non ci credo più.

Ho rivisto il mio giornalista, qualche giorno fa. L’ho trovato bene. Mi è sembrato anche più calmo di come lo ricordavo, ma forse lo è sempre stato. Come quelle attrici che se poi le vedi in casa sono delle donnine un po’ squallide, che hanno sempre freddo, che bevono delle tisane, che stanno raggomitolate in certi enormi maglioni grigi, oppure più semplicemente sono delle persone tranquille dall’aspetto e dalla vita particolarmente normali. E anche lui, a rivederlo insieme ai suoi due figli – sono cresciuti, sono due bei ragazzi allegri e robusti, e anche alti, non dico altissimi, ma sempre meno bassi del padre -,  – io non ho potuto fare a meno di chiedermi: « Chissà se ha ancora le amanti » -, mi è sembrato una persona piuttosto serena, di buon carattere, di ottimo umore e di felice senso pratico – e questo lo sapevo già. Ho visto anche che aveva delle scarpe nuove, francamente un po’ troppo nuove, e nell’insieme mi è sembrato anche vestito meglio di qualche anno fa. Lui è rimasto nella piccola città nella quale io invece non abito più. Non che me ne sia andato volentieri, stavolta, ma anche stavolta me ne sono andato. E il perché sono fatti miei.

Però me ne sono andato in un altro modo – « In un altro mondo? » « Modo, ho detto modo » -. Me ne sono andato a scrivere, per scrivere, continuando a scrivere, scrivendo, per scritto. Scrivendo, l’ho già detto, non si va da nessuna parte ed è per questo che dico che non me sono veramente andato. È per questo che so di vivere ancora in una città che è sempre sostanzialmente piccola, in un certo senso, ma in un altro non lo è. In un altro senso è una città veramente infinita, che non si può dire di conoscere mai del tutto, è sempre una città straniera, che si ha ancora voglia di visitare, una città che non c’è bisogno di guardare troppo per amarla sul serio, perché in un certo senso è sempre la mia città. Penso proprio che ci resterò.

Però bisognerebbe avere dei figli. Che fossero più alti di noi. Sotto un figlio, penso, ci si sente bene. Come una specie di soffitto – viola? rosso? nero? bianco? -, una specie di cielo. Azzurro. Illimitato. Come un desiderio. Come un futuro. Bisognerebbe essere bassi. Con i piedi per terra. Con la testa per terra. E i piedi nel futuro. E le scarpe nel cielo. Nuove. Splendide. Possibilmente gialle.

Roma, 8 settembre (sic) 1996


Sabato 24 ottobre 2015

N1075virgome in codice: i Faccioni. “ (Dalla presentazione della mostra fotografica Partigiani di un’altra Europa)












Poi c’è quella che ha scritto un libro che si intitola Gli sbafatori. È una che si occupa di cibo e dice che gli sbafatori sono i giornalisti enogastronomici che si imbucano per mangiare e bere etc. Io invece credo che intenda dire altro. Credo che lei sia di quelli che prima ti invitano a mangiare e poi te lo rinfacciano etc.

Poi sono andato a una festa, e, mentre andavo, ho pensato che forse ho capito perché quella mia amica diceva che Roma è dispersiva. Ho pensato che, come ci sono i dispersi in Russia, ci sono i dispersi a Roma. E questo è il caso mio. Comunque non vorrei dire, ma sono piuttosto sicuro che Nanni Moretti si tinge i capelli.


Domenica 25 ottobre 2015

p1115oi sono andato all’A(ppla)uditorium a sentire la Sesta del grande Ludwig van, cioè la Pastorale… – « La posturale? » Pastorale… ho detto Pastorale… -, e, mentre la sentivo, mi sono ricordato che, tanti, tanti anni fa, io le sinfonie del grande Ludwig van ce le avevo tutte, in una splendida confezione della Rca etc. Dove siano finite non saprei assolutamente dire, ma il punto non è questo. Il punto è: chi me le aveva comprate? Perché io, a quei tempi, non ero in grado di comprarmi assolutamente niente, perché ero un ragazzino, e quello che avevo ce l’avevo perché me lo avevano regalato etc. Il buffo è che non mi ricordo assolutamente come succedeva, cioè come mi davano i soldi per comprare, come li chiedevo, etc. Non mi ricordo assolutamente niente, dico dei soldi, come se non ci fossero, eppure c’erano, dovevano esserci, dico quelli che servivano, per comprare le cose, le sinfonie, ad esempio, del grande Ludwig van… Io ho vissuto così, per parecchio, distrattamente, diciamo così. Così le cose, come erano apparse, imperscrutabilmente, imperscrutabilmente sono sparite. E che ci siano state è un po’ difficile da dimostrare. Per esempio ‘ste sinfonie del grande Ludwig van, non fosse che le fischietto, ogni tanto, come se le sapessi, e infatti le so. Però quello che mi dispiace veramente è di non avere mai imparato a suonare almeno uno strumento. A sapere fare la musica, che è la cosa più bella che si possa fare.

Comunque / anche Pappano / un po’ nano / è.

Al Museion di Bolzano le addette alle pulizie hanno rimosso un’opera d’arte, pensando che le bottiglie, bicchiere e ghirlande sparse per terra fossero i resti di una festa. Si trattava invece dell’opera « Dove andiamo a ballare questa sera? » delle artiste Goldschmied & Chiari. “ (Dai giornali)


ARCHIVIO

“ 9 settembre 1995 – « Audi multa, loquere pauca » (Ludwig Van Beethoven, Carnets intimes, 1817) “.


ROSSORI

Sotto una foto del congresso dell’Associazione Nazionale Magistrati nel teatro Petruzzelli di Bari scriverò la seguente didascalia: “ Nessuno mi può giudicare “.

anm


Lunedì 26 ottobre 2015

1zzvirg1 marzo 1994 – Morire come il babbo? Zitto zitto. “. Proprio così. Anzi, di più. Sssst.












Non so come hanno fatto, ma l’hanno fatto. Come hanno fatto lo sanno solo loro, solo loro lo sanno. Me lo diranno? Dubito che lo faranno mai. Eppure saperlo è tutto quello che voglio – “ 24 febbraio 1984 – Mi dovete delle spiegazioni. “.

Siamo tutti terroni “ (Da un ddibbattito)

Bertolucci in sedia a rotelle. Il sospetto che non abbia mai voluto fare altro che stare seduto.


ARCHIVIO

“ Senza data [1983] – « La consuetudine del diario è decaduta da quando si cominciò a ritenere che quella pratica fosse divenuta l’artificiale coltivazione di teneri o umbratili sentimenti, buona tutt’al più per adolescenti. Il mondo contemporaneo sembra aver dimenticato che un Goethe considerava il diario un prezioso strumento di autodisciplina. Si determinano tuttavia nella nostra età condizioni che possono restituire al diario il suo valore drammatico e assoluto: quando cioè non esistono interlocutori, quando la vita non ha avvenire ma solo un atroce presente. È stato il caso, nel corso dell’ultima guerra, di alcuni testi diaristici di prigionieri e deportati: famoso in tutto il mondo quello dell’adolescente olandese Anna Frank (1942-1944) e quello – in parte dovuto a una équipe di collaboratori volontari, anch’essi scomparsi – che lo storico polacco E. Ringelblum tenne clandestinamente descrivendo con la propria la vita quotidiana nel ghetto di Varsavia. I manoscritti furono nascosti fra le rovine prima che l’autore venisse fucilato. Sono stati composti fra il 1940 e il 1943. Altro documento significativo del nostro tempo è il diario tenuto dal rivoluzionario Ernesto “ Che “ Guevara, dal 7 novembre 1966 al 7 ottobre 1967, vigilia della sua uccisione. » (Franco Fortini, Diario, in Ventiquattro voci, 1968) “.


Martedì 27 ottobre 2015

E713li: era di nuovo con me, ero di nuovo con lei. Camminavamo abbracciati. Ma poi l’ho perduta, nel caos della Grande Festa. (Un sogno)











« Ci vieni alla mia festa domani? » « Credo proprio di no… mi dispiace… lo sai, papà è in viaggio… » “. Ieri sera ho accettato l’invito a rivedere 2001 Odissea nello spazio. Questa volta, però, più che i biancori astronautici, mi è rimasto in mente l’occhio rosso di Hal 9000. “ È in grado di riprodurre, sarebbe meglio dire imitare, il pensiero e la voce umana… “. Sa anche leggere benissimo il labiale. Comunque non l’ho ri-visto tutto. Mi sono accorto di saperlo a memoria e di continuare a non capirlo, dopotutto. Ho anche scoperto che c’è chi non l’ha mai visto.

Quindici giorni or sono ho avuto qualche ora d’ozio torinese, e me ne sono stato su un panca, e poi lungo il fiume, al Valentino, a veder crescere l’erba come Obermann. [1940] “ (Arrigo Cajumi, Pensieri di un libertino, cit.)

Anche oggi, dagli “ zingari “ ho comprato un bel po’ di libri vecchi. Meravigliosi libri – tanto per fare qualche esempio: un Pirenne, Histoire de l’Europe des invasions au XVIe siècle, Paris, Alcan – Bruxelles, Nouvelle Societé d’Editions, 1936; oppure un Eliade, Trattato di storia delle religioni, Torino, Edizioni Scientifiche Einaudi, 1957; oppure un Renan, Vie de Jésus, Leipzig, Societé Bibliophile, 1863; oppure un Clouzet, Jacques Brel, Paris, Seghers, 1964 -, ma, ora che ci penso – ora che manca poco al momento in cui, come ogni sera, accenderò la televisione, e sarò chiamato ad assistere al solito ddibbattito, o, se gira bene, a un film, che tuttavia non è detto che non abbia già visto – quasi del tutto inutili. Dimenticavo: ho comprato anche, a gentile richiesta – ma ero sicuro di trovarlo, nei mercatini una copia c’è sempre – un Buzzati, Un amore, Milano, Mondadori, 1963. E questo, almeno per me, è un libro un po’ meno inutile degli altri. L’ho già spiegato in un diario: “ 15 giugno 1994 – Dire che ora ripenso a Buzzati è profondamente falso. A Buzzati ci ripenso sempre, anzi ripenso a un libro che, senza che fosse particolarmente memorabile, non ho più dimenticato. Un amore lo lessi quando uscì, nell’indimenticabile 1963. Il fatto che non fosse « bello », non vuol dire niente. Si leggono anche i libri brutti, che, per qualche misteriosa ragione, piacciono. È una storia vecchia. Talmente vecchia che, notai qualche anno fa, la sapevano anche i giornalisti, la sapevano anche i pubblicitari. Perché sono le storie vecchie quelle che riescono a farsi leggere sempre. “.


ARCHIVIO

“ 23 marzo 1995 Gadda l’ho incontrato tardi, all’inizio degli anni Settanta. Prima ricordo che lo leggeva un architetto a Firenze, verso il ‘65. Ma a quel tempo non mi interessavano gli scrittori, mi interessavano gli architetti. L’ho incontrato nel momento in cui, dopo una lunga pausa, ero tornato a decidere che la letteratura era la mia vocazione, se una mia vocazione c’era. Ricordo che pensai che scriveva come avevo sempre desiderato scrivere io, o, forse, come avevo sempre scritto. Non sarà mai dimostrato che sia vero, ma certi temi al tempo della scuola media, dei quali ricordo il vertiginoso godurioso piacere dell’aggettivazione, l’ardimento della costruzione sintattica, l’humour irresistibile delle trovate, mi sentivo di dire che erano ante litteram, « gaddiani ». Negli anni Cinquanta del resto sarebbe facile dimostrare che io ero il lillipuziano duplicato di un letterato degli anni Trenta. Gadda me lo portai con me sui treni desolati che attraversando la Spagna mi condussero in Marocco, in un viaggio che, vent’anni fa, volli, fra me e me, intitolare al cinquantenario del viaggio di Eluard. Me lo portai insieme alla mia Olivetti lettera 32 che alla dogana di Tangeri suscitò la sospettosa meraviglia dei doganieri. Gadda fu oggetto della mia fulminea tesi di laurea. Gadda me lo sono sognato spesso. Gadda è stato in questi vent’anni monumentalmente bibliografizzato. Gadda non mi interessa più, solo vorrei riuscire a scrivere qualcosa sul mito – romano – del Gran Lombardo, come paradigma del rapporto – furbo – fra letteratura e cinema nel tempo di quella che ora si chiama la Prima Repubblica. (Gadda è nato il 14 novembre, esattamente come me) “.


Mercoledì 28 ottobre 2015

D1102virge Luca come Berlusconi “, titola Repubblica.it tutta contenta [*] . Perché ieri sera ha detto che la Bindi è “ impresentabile “, impresentabile “ in tutti i sensi, dice che ha detto Repubblica.it. E io ripenso ai miei amici. Al fatto che davano del tu ai miei genitori, e che mi sembrava strano, perché io non avrei mai dato del tu ai loro. Poi ho capito perché lo facevano: perché volevano sentirsi “ coetanei “ di mio padre e mia madre, che invece, come si capisce, erano molto più vecchi. Questo semplice gesto aveva comunque delle conseguenze formidabili, la principale delle quali è che io mi trovavo improvvisamente rispetto a loro in una posizione improbabile, inaspettata e cioè in quella di figlio. Queste cose, naturalmente, le ho capite molto tempo dopo, e quando le ho capite mi sono spaventato. Come chi si accorge di essere capitato in qualcosa di molto strano, una specie di complotto, di macchinazione, di film. Soprattutto capisce che, in quella strana storia, il ruolo che gli è stato assegnato non è per niente bello, e comunque ha il difetto capitale di non essere stato scelto da lui, ma da altri. Che si tratta di un di un film strano, un film “ in costume “. Che tutti i film, in un certo senso, lo sono etc. Poi leggo che a Follonica si fa Novecento di Alessandro Baricco, e anche questo mi sembra strano, anche se ormai so che sembra strano solo a me. Poi ci sarebbe anche da dire che Federigo Tiezzi fa il Calderón di Pasolini, e che contemporaneamente lo fa anche un altro etc. Ma questa è un’altra storia, anzi, è la stessa, la storia del teatro etc. etc. [**] [*] “ 22 febbraio 1986 – « Torna il terrorismo », scrivono i giornali tutti contenti. “. [**] “ 12 novembre 1990 – « La vita è sogno », diceva sempre il babbo. Che non era un cretino. Che regalò alla mamma per il fidanzamento credo la Storia del teatro di Silvio D’Amico. (« La vida es sueño ») “.

Ma che film ve state a vedé?… Ma fate i reggisti voi? “ (Da un servizio sulla mafia di Ostia)

“ Il mio giornalista “, dice la bionda. “ I miei studenti “, dice il professorino. Proprietare, sempre meglio che lavorare.

Io sono mia. Ma io non sono tuo.

“ Mosca – « Putin numero uno in Europa per politica estera », la sua Russia ortodossa, « a differenza del debole Occidente, è un baluardo contro l’Islam », al quale in questo momento « vanno mostrati i muscoli »: Michele Placido, a Mosca per una serata su Dante con il collega Andrei Koncialovski, non esita a difendere ed elogiare il leader del Cremlino e la sua politica muscolare e a mettere all’inferno i politici italiani da Renzi a Berlusconi. Papa Francesco invece è come Ulisse « non ha paura di esplorare strade nuove ». « Sul piano interno – spiega alle agenzie italiane – posso capire le contraddizioni, le critiche soprattutto dell’opposizione perché probabilmente i metodi non sono stati propriamente democratici, ma in politica estera è il numero uno in Europa, ed è più genuino rispetto alla Merkel e ai francesi ». « Putin – prosegue – è il leader più capace, ha una statura internazionale straordinaria, può darsi che questo momento richieda persone con un po’ più di coraggio, di chiarezza, capaci di assumersi delle responsabilità di fronte alla storia ». « Capisco che gli americani non lo amino ma credo che uno come Putin sia più utile all’Europa di quanto possiamo pensare, starei attento a non farcelo troppo nemico », ammonisce. “ (Dai giornali)

Migliore, fra i peggiori. Il miracolo di San Gennaro.

Dice la televisione che la carne fa male. Io dico che fa male la televisione. Tot capita.


ROSSORI

Sotto una foto delle mani dell’onorevole Di Pietro scriverò la seguente didascalia: “ Mani pulite “.

mani


ROSSORI

Sotto una foto di Michele Placido con i baffi scriverò la seguente didascalia: “ Addavenì Baffone “.

placido1


ROSSORI

Sotto una foto di Casaleggio con un “ pass “ appeso al collo scriverò la seguente didascalia: “ Ha da passà ‘a nuttata “.

pass3


Giovedì 29 ottobre 2015

M916virgille euro al minuto a un comunista “, titola il Giornale. E io, che mille euro li prendo al mese, penso che comunisti si nasce, e io non lo nacqui. Penso anche che il truce-sbarazzino politico greco sarebbe piaciuto anche alla mamma. Questione di look, diciamo così. In culo ai greci. In culo ai telecomunisti. E in culo anche alla mamma. Povera mamma. Povero me.







Nella notizia che è crollato un solaio nella facoltà di Ingegneria di Aversa per me, che sono vecchio, la notizia non è che crollato un solaio nella facoltà di Ingegneria di Aversa, ma che a Aversa c’è una facoltà di ingegneria. Io ero rimasto a quando c’era il manicomio criminale.

Poi ripenso a quel mio Amico che insegna Estetica. Penso che se uno insegna Estetica lo fa solo per farsi bello, diciamo così.


ROSSORI

Sotto la foto di Fabio Fazio che stringe la mano a Yannis Varoufakis scriverò la seguente didascalia: “ Gentlemen’s agreement “.

gentle


ROSSORI

Sotto la foto della prima pagina di un giornale turco con un titolo assolutamente incomprensibile per chi non sa il turco scriverò questa didascalia: “ È la stampa, bellezza “.

stampa


Venerdì 30 ottobre 2015

a1462 proposito del caso Marino, stamani – o dovrei dire stanotte? – mi torna in mente un diario che mi sembra dica tutto quello che c’è da dire: “ Giovedì 13 gennaio 2000 – Poi vado a cena fuori e c’è Valentino Zeichen che ci dice di avere pubblicato un libro con settantacinque poesie « sulla romanità », e, mentre ci spiega che cosa intenda lui con « romanità », a me viene in mente una poesia che scrissi molti anni fa, poco dopo che ero arrivato a Roma e che dice: « Fatto romanus / di recente / mi tratta / da straniero / eppure sono / civis / o, almeno, / ero ». “.




La sfida disperata dell’indagato Marino “, dice Repubblica. Che, come è noto, ha sempre ragione.

Ma poiché la paranoia, oltre a essere ridicola, può avere conseguenze politiche atroci (il nazismo ne è la dimostrazione suprema), non resta che sperare che tra il tragico e il comico prevalga sempre, nella sua qualità di altissimo correttore della infamia umana, il comico. “ (Dice Michele Serra)

Varoufakis non è un politico, è una rockstar “ (Dice il dottor Freccero)

Le fotografie: non parlano. L’orribile delle foto.


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“ 4 dicembre 1994 – Vorrei raccontarti di quando mi siedo al computer. Mi siedo e la sedia fa un cigolio di benvenuto. È l’unico rumore perché appena seduto è calato il silenzio. Accendo la macchina e ascolto i fruscii, i ticchettii dell’hard-disk che comincia girare. Quando fa il bip bip vuol dire che tutto è pronto per digitare. Poi lo schermo, che era nero, diventa blu. È il coperchio della scatola magica. Alzandolo con i comandi appositi entro nel mondo meraviglioso dei file da me creati. Alt, F, A. Si comincia a leggere, si comincia a scrivere. “.


ROSSORI

La didascalia sotto a un’immagine postata su Twitter a commento delle non-dimissioni di Marino non può che essere un antico diario: “ 17 febbraio 1992 Roma (capitale): vedi Lella (sora). “.

lella


Sabato 31 ottobre 2015

m917i torna in mente un diario: “ 3 ottobre 1973 – Al poeta / si addice la vecchiaia? / Sì, / perché lavora sui ricordi. / Che sono anche / di ieri / o di un minuto fa. / Da una frase / o un volto / si aprono voragini di tempo / infinite distanze / prima che dica / la sua parola. / Il poeta è vecchio / come i nomi delle cose. “. Penso che le distanze, non riuscendo a essere “ tènere “, cioè ragionevoli, perspicue, abitabili, devono riproporsi come “ infinite “, cioè intangibili, assolute, inviolabili. Il faut être absolument loin.






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“ Lunedì 16 settembre 2002 – Negli appunti del ’73 – i primi, l’inizio del mio diario – ho trovato una nota sulla mia vita a Firenze, dieci anni prima, appena arrivato all’università. Risulta che ero tristissimo, che addirittura ci scrivevo sopra poesie. È strano che me ne fossi dimenticato. Ma, ora che ci ripenso, mi viene in mente che le cose stavano effettivamente così, che mi sentii immediatamente a disagio fra i nuovi compagni di corso, che c’era un’atmosfera antipatica, che questa antipatia si rappresentò benissimo nell’ironia aggressiva del giovane F. – il più grande dei due, quello che poi è morto. Se dovessi dare un nome a quest’aria mefitica che annusai subito, appena entrato nelle vecchie aule di piazza San Marco, e che, come ho detto, mi rese immediatamente malinconico e quel che è peggio anche lirico, direi che somigliava molto da vicino a quella, già sofferta negli anni precedenti, delle « festine ». È un’atmosfera che ho conosciuto anche in altri luoghi, al circolo del tennis, per fare un esempio, oppure a Castiglioncello, per farne un altro, soprattutto per farlo. È quel non so che – di « borghese », di « ricco », di « laico » – che mi ha sempre gettato, in un attimo, nella più nera disperazione. Quello che non ricordavo è che, in quei pochi anni fra la fine del liceo e l’inizio dell’università, io soffrii una vera e propria metamorfosi psicologica, divenni da beato fortunato fanciullo che ero, un giovane triste e impaurito: fu allora che, come ripeto sempre, smisi di studiare, cioè cominciai a fare di tutto pur di non guardare in faccia la mia nuova immensa misteriosa tristezza. Questo ero io all’inizio degli anni Sessanta, quando non avevo ancora vent’anni, quando ancora non avevo commesso nemmeno il primo dei miei infiniti errori: un ferito grave, un morto che cammina. Un bocciato, un fallito, un giovane uomo finito. “.


Domenica 1 novembre 2015

l1800apaltro giorno ho sentito in tv uno che diceva che Roma è “ la mamma di tutte le città “. Ma questo che significa, gli chiedeva l’intervistatore, è un bene o è un male? “ Eh – rispondeva quello -, è la mamma… “. Mah. Boh. Il fatto è che le mamme non sono tutte uguali. Per esempio, la mia. Non mi pare che fosse una mamma nel senso di Roma, ma poi chissà. Oppure quell’altra, la mamma del mio babbo, quella specie di ragazza-madre di un secolo fa. Il mio nonno, quello bello, quello che suonava, riuscì a sganciarsi, a togliersi dal pasticcio, a fuggire: al Nord. Io, invece, dopo quasi quarant’anni, sono ancora qua: impantanato, aggrinfiato, in una specie di abbraccio, di una specie di mamma. Mamma Roma… « Ma quello è un film… » Appunto.

Ogni volta, quando la prostituta si spogliava nuda dinanzi a lui, gli pareva un fatto quasi inverosimile, stupendo, paragonabile a una fiaba. “ (Dino Buzzati, Un amore, 1963) (“ Stupiva la presenza, sui muri, di due grandi riproduzioni di Brueghel il vecchio: le famose scene di contadini. Chissà come erano capitate lì, o erano state scelte. “ (Ibid.))

Il buffo è che nel film di Gianni Vernuccio (Un amore, 1965) la signorina Laide è interpretata da Agnès Spaak, che sarebbe la sorella di Catherine. Il buffissimo è che ‘sto Vernuccio ha filmato nel ’45 i cadaveri di Piazzale Loreto.

“ I suoi articoli al Corriere furono relativamente pochi, in quanto vi lavorò a lungo con l’importante qualifica di titolista (chi pensa ai titoli degli articoli). “ (Dino Buzzati in Wikipedia)

Poi mi giro perché parla l’onorevole Cesare Damiano e voglio vedere di che colore sono le righe della cravatta a righe che porta stasera. E, supremo stupore, immensa meraviglia, l’onorevole Cesare Damiano stasera non ha nessuna cravatta. Anche gli onorevoli, anche le cravatte non sono più quelle di un tempo.

Poi vedo Dacia Maraini che parla di Pasolini insieme a Gianni Morandi e a Fabio Fazio. E lei mi chiede: “ Era la moglie di Moravia? “. Già, appunto. Ma quello che mi accorgo di pensare è che quello che Dacia Maraini soprattutto ha fatto è stare a Roma. Che stare a Roma è un mestiere. Che se non è un mestiere non c’è nessuna ragione per stare a Roma. Per questo non si capisce perché continui a starci io. Che, se fossi uno che ha voglia di fare qualcosa, farei un movimento e lo chiamerei “ No Rom “. Altro che No Tav, No Tap etc. E ora, tanto per cominciare, vorrei spegnere la televisione, e non accenderla mai più.


ROSSORI

Sotto la foto del Commissario straordinario Tronca a colloquio con i giornalisti scriverò la seguente didascalia: “ L’ordine regna a Marino “.

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ROSSORI

Sotto la foto del candidato sindaco di Roma Alfio Marchini scriverò la seguente didascalia: “ Compare Alfio “.

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Lunedì 2 novembre 2015

h531o pensato che potrei anche far ridere se decidessi di dire che il mio è il Journal d’un anti-corps. Ma, tutto considerato, preferisco non dirlo. Anzi, preferisco non dire niente. Più niente.










La presenza degli attori Valerio Mastrandrea e Ascanio Celestini al Memorial Stefano Cucchi mi fa comprendere che il vittimismo è innanzitutto un formidabile canovaccio teatrale. Farsi menare: sempre meglio che lavorare. Autrement dit: Valle Giulia for ever. Anche a proposito di Pasolini.

Metticilafaccia “: è un hashtag. Vedi: “ Allarmisiamfaccisti “.

 Il piccolo principe. Otto milioni di piccoli principi.

Fior de cucuzza / ‘na donna pe’ ‘sti baffi / annava pazza / e mo’ che se l’è persi / ci va in puzza… “ (Mamma Roma, Pasolini, 1962)


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“ Senza data [1975] – sentirsi invulnerabile, savio / e terribile, piccolo ed incoercibile, / io e io, voluto e da dio, / uomo pensoso e femmina, / promesso e sposa, fermo e / Lucia, / ma, / Ostia Lido non era in Lombardia. (A P. P. P.) “.


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“ 29 marzo 1994 – « La terza Roma mi fa schifo. È degna del suo parlamento e della borghesia che l’abita. Io vorrei che, sulla borghesia immonda e scema, Dio facesse piovere le fiamme. La disprezzo perché è stupida e insulsa. Io, da qui innanzi, non amerò che i poveri, i santi e i briganti. I santi perché portano Dio dentro di sé, e i briganti perché vanno nella strada a levare i portafogli. Soltanto i poveri sono degni della mia profonda compassione e del mio rispetto. » (Ugo Carraresi alias Domenico Giuliotti in Gli egoisti di Federigo Tozzi, 1923) “.


Martedì 3 novembre 2015

r540ileggo gli Scritti corsari. Penso che Pasolini aveva capito tutto. Aveva capito tutto e non aveva capito niente. Per esempio: (“ Contro i capelli lunghi “. In Corriere della Sera, 7 gennaio 1973): “ Sia passando attraverso la gente ammassata nella hall, sia stando seduti nel loro angolo appartato, i due non hanno detto parola (forse – benché non lo ricordi – si sono bisbigliati qualcosa tra loro: ma, suppongo, qualcosa di strettamente pratico, inespressivo). Essi, infatti, in quella particolare situazione – che era del tutto pubblica, o sociale, e, starei per dire, ufficiale – non avevano affatto bisogno di parlare. Il loro silenzio era rigorosamente funzionale. E lo era semplicemente, perché la parola era superflua. I due, infatti, usavano per comunicare con gli astanti, con gli osservatori – coi loro fratelli di quel momento – un altro linguaggio che quello formato da parole. Ciò che sostituiva il tradizionale linguaggio verbale, rendendolo superfluo – e trovando del resto immediata collocazione nell’ampio « dominio dei segni », l’ambito ciò della semiologia – era il linguaggio dei loro capelli. “. Che cosa aveva capito Pasolini? Per esempio, aveva capito che si trattava di una “ provocazione “. Lui la intendeva in senso politico: “ Capii che il linguaggio dei capelli lunghi non esprimeva più « cose » di Sinistra, ma esprimeva qualcosa di equivoco, Destra-Sinistra, che rendeva possibile la presenza dei provocatori. Una decina d’anni fa, pensavo, tra noi della generazione precedente, un provocatore era quasi inconcepibile (se non a patto che fosse un grandissimo attore): infatti la sua sottocultura si sarebbe distinta, anche fisicamente, dalla nostra cultura. L’avremmo conosciuto dagli occhi, dal naso, dai capelli! L’avremmo subito smascherato, e gli avremmo dato subito la lezione che meritava. Ora questo non è più possibile. Nessuno mai al mondo potrebbe distinguere dalla presenza fisica un rivoluzionario da un provocatore. Destra e Sinistra si sono fisicamente fuse. “. Io sono d’accordo, ma penso che questa “ provocazione “ dovrebbe essere intesa in senso “ sessuale “. Per esempio, come quando si dice di una donna che è “ provocante “. Aveva anche capito che si trattava di una “ sotto-cultura “. Io, invece, penso che si tratti di una “ cultura-sotto “. Ma questa è un’altra storia. Anzi, è la storia.

Chi sono i cattivi oggi in Italia? “ Quelli che stanno lassù “, risponde la strega al Festival del fumetto di Lucca.

In questo luogo si risponde solo con il silenzio “, dice il Commissario Straordinario Francesco Paolo Tronca alle Fosse Ardeatine.

Poi accendo la tv e vedo un po’ di ddibbattito. Si parla, come al solito, di cose atrocemente serie, ma l’impressione, dopo un po’ che se ne parla, è che, dopotutto, non lo siano per niente. Dico le cose, ma anche, ma, soprattutto, quelli che ne parlano. A questo punto ripenso a un diario: “ 6 aprile 1994 – Appena accesa la tv sento che si mette in moto lo spasmo del riso. Vedo una donna che è assolutamente qualunque, io mi aspettavo di vedere un buffone. Anche la donna qualunque è « buffa » sul teleschermo. “. Questo, esattamente questo, è l’Irreparabile della televisione. Il suo essere un’arma di sterminio – di suicidio – di massa. Credo che pensassi questo quando scrissi un altro diario: “ 13 gennaio 1992 – Moriremo tutti. “. Dopo tutto questo tempo, continuo a pensarlo.

Non è quello che ha scritto Pasolini, è come lo ha scritto, a fare la differenza. “, scrive Michele Serra. Che invita a leggere Pasolini. Bisognerebbe però che qualcuno leggesse, che fosse capace di leggere, dico io. Che penso che, per quanto si scriva, nessuno, in un certo senso, legge più – è già molto se leggono Michele Serra.

“ Settimo Torinese (TO) – La via si interrompe in aperta campagna e, se non fosse appena stata intitolata  a Braille, verrebbe da chiamarla davvero un vicolo cieco. L’Apri, l’associazione Pro retinopatici e ipovedenti, che da tempo chiedono ai comuni di dedicare un angolo di toponomastica a Luis Braille, inventore dell’alfabeto per non vedenti, per fortuna, sono sportivi e ci ridono su, ma la situazione che si è venuta a creare a Settimo è al limite del cattivo gusto. « Almeno hanno intitolato la via, come avevamo chiesto, sono il primo comune che lo fa fuori Torino. In molti altri stiamo ancora aspettando risposte oppure, come a Venaria, ci siamo trovati di fronte a muri di carte bollate e errori », spiega Marco Bongi, presidente di Apri, senza scomporsi troppo. « Immagino non sia stato uno scherzo voluto dell’amministrazione ». “ (Dai giornali)

Si teneva la faccia fra le mani, il povero Corradino. Stare in mezzo ai faccisti stanca.

Via Crucis: è il titolo di quel libro sul cosiddetto “ Vatileaks2 “. Non so perché, ma mi suona strano. Dico di più: mi suona male, molto male.


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“ 20 aprile 1988 – « Si sapeva dell’esistenza di un numero indeterminato di collezionisti e di appassionati ai confini del fanatismo (anche fuori d’Italia, in Francia, soprattutto) e su questo si faceva molto affidamento […] si chiedeva, si implorava quasi la pubblicazione di tutti i fumetti degli anni Trenta » (Ranieri Carano, Da un Linus all’altro, in P78, 1978) (« Un nostro sogno mai confessato […] quello di contribuire a formare una nuova classe dirigente meno arrogante, meno gonfia di piccola retorica, più provvista di autoironia e di sfumature psicologiche. » ( Ibid.) “.


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“ 21 novembre 1991 – « Volendo passeggiare si potrebbe partire da via Malaparte, percorrere tutta via Marinetti, senza badare alle varie traverse (via Gogol, via Balzac, via Melville, via Kafka, via Lorca, via Baudelaire) ed arrivare a piazza Montale, con tanto di giardinetto centrale. Superata la piazza si continuerebbe per viale Carlo Levi fino ad incontrare piazza Piovene, e non svoltare a destra per viale Silone e ancora a destra per piazzale Elsa Morante. Ecco infine via Gadda, una strada senza uscita, che non si conclude mai, che si perde nel nulla… » (Dai giornali) “.


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“ 2 aprile 1995 – C’è poi anche la storia di Momino, il cane della nonna Ida. Scappava spesso di casa, e poi tornava, dopo giorni e giorni. Una volta lo prese l’accalappiacani. Quando lo ritrovarono al canile municipale, dietro una rete, in procinto di essere liquidato, fu tanta la gioia della povera bestia nel rivedere la padrona che addentò la polpetta avvelenata che fino ad allora non aveva voluto mangiare. “.


Mercoledì 4 novembre 2015

L1801virgucia ha un negozio di fiori “, dice lo spot e.box. Anche questa mi sembra di averla già sentita, dico io. Che ricordo di avere scritto un diario che dice: “ 22 dicembre 1984 – « Potete vedermi, ora? », chiede Charlot alla ex cieca. E il film finisce. (Chaplin, City lights, 1931) Il cinema è tutto qui? “. [*] [*] La cieca vende fiori.








Poi c’è Muccino che dice che Pasolini era tanto bravo ma faceva un cinema “ amatoriale “. E io, che penso che Muccino fa un cinema “ professionale “ ma non è per niente bravo, dico che, effettivamente, ha ragione. Dove si vede che avere ragione può non essere ragionevole.

Quello che non capisco è come faccia la gente ad avere tanta voglia di parlare.

Poi leggo il signor Wu Ming – che non so che si crede di fare a chiamarsi in questo modo buffo – che dice che Walter Siti è un “ illuminista di destra “. Mah. Boh. Comunque se lo è non è il solo. Parola di uno che ha appena spento la televisione. Che, ahimè, ancora una volta, non era riuscito a non accenderla, nel senso di illuminarla etc.


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” Senza data [1980] – Presa diretta / mente dalla strada / e tu affacciato / la bevi le / bevi tutte. “.


Giovedì 5 novembre 2015

h443o sognato che ero a Isfahan, cioè in Persia – per la verità non sono per niente sicuro che Isfahan sia in Persia -, ero in un sito archeologico, c’erano anche molti libri antichi, ma io avevo messo l’occhio su uno moderno, una traduzione di un libro di poesie, avevo anche pensato di fregarlo, ma poi ho capito che non era il caso, a causa dei sorveglianti etc. Ora che sono sveglio penso che prima mi piaceva viaggiare, ma da un certo momento non mi è piaciuto più. Mi è passata la “ fantasia “, diciamo così.





“ La realtà imita la letteratura “, dice quello. La realtà, cioè la giustizia. La letteratura, cioè il giornalismo. Il giornalismo, cioè Repubblica. Repubblica, cioè il cinema.

Si apre il maxiprocesso a Mafia-capitale. Maxiprocessare, sempre meglio che lavorare.

La presa per i fondelli nell’epoca della sua riproducibilità tecnica “, dice Michele Serra. Capita, dico io. « Di essere riprodotto tecnicamente? » No, di essere preso per i fondelli.

Quando, sui giornali, nei blog, leggo di qualcuno che ha studiato, o studia, o insegna a Siena – sono tanti, tantissimi, sono, praticamente, “ tutti “ -, penso che la vita è proprio buffa. Perché a Siena ci studiano, ci insegnano, dunque ci vivono, praticamente, “ tutti “, mentre io, che a Siena ci sono nato, e ci ho studiato, e ci ho anche, un pochino, insegnato, a Siena non ci sto. Perché? Credo che non lo saprò mai. Tutto quello che posso fare è ri-evocare un diario: “ 27 ottobre 1980 Toscana chiara / dove sarei un / professore perfetto / vetri licei e / lei / sempre bionda / e bruna sotto / la gonna. (Dopo una visita a Firenze, mattino, stazione, ore 10. 12) “.

« Tu n’aimes pas Dantès, hein? » « Je n’aime pas les arrogants » “ (Alexandre Dumas, Le comte de Monte-Cristo, 1844) (“ « Quand on pense, dit Caderousse en laissant tomber sa main sur le papier, qu’il a de là de quoi tuer un homme plus sûrement que si on l’attendait au coin d’un bois pour l’assassiner! J’ai toujours eu plus peur d’une plume, d’une bouteille d’encre et d’une feuille de papier que d’une épée ou d’un pistolet ». “ (Ibid.))


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“ 2 maggio 1990 Paese sera ha chiuso perché Repubblica è più paese di lui. “.


Venerdì 6 novembre 2015

C1330apera un gran mercato di roba vecchia, in Fortezza. Andavo di fretta, ma ho fatto a tempo a comprare quella brossure: Il cinema muto. Ho trovato anche lei, la collega che mi piaceva, e l’ho anche baciata, sebbene di fretta. Andavo di fretta perché dovevo andare a lavorare. Pensavo: come è possibile che a settant’anni debba ancora andare a lavorare? (Un sogno)








Carlo Freccero: un criminale televisivo, un video-criminale. Sa di essere brutto da fare paura, vuole fare paura. Dice scempiaggini, tanto quello che conta è farsi vedere. Un comico, après tout.

Dalla Repubblica… dalla Procura della repubblica… “ (Da un ddibbattito)

E intanto quello continua a vendere materassi. “ Per forza non si alza… “.

Oggi è proprio giornata nera “, dice il nero che vuole vendermi calzini, o almeno un elefantino, rosso.

Michele Serra commenta la “ disavventura “ di Muccino su Facebook a proposito di Pasolini regista dicendo, più o meno, le stesse cose che penso io. Ma il punto è un altro, il punto è la notizia che mi viene fornita che Muccino ha replicato ai suoi animosi critici accusandoli di essere “ entrati con le scarpe infangate in casa [sua] “. Benevolmente Michele Serra obietta al giovane regista che Facebook è un luogo “ dove non esiste casa, non esistono muri e porte “ etc. e che è meglio se se ne fa una ragione. Io, assolutamente, concordo, ma, nell’occasione, noto anche qualcos’altro, e cioè che il fortunato film-maker è convinto di avere una casa, che ci tiene ad averla, che parla come chi di una casa è proprietario etc. Il che, per un uomo di cinema, mi sembra tutt’altro che strano – “ Domenica 2 novembre 1997 – Nella « Giornata Pasolini » c’è anche Alfonso Berardinelli che – noto – nel taschino ha un portaocchiali di un acceso rosso. Vorrei tanto sapere se ne aveva contezza. (C’è anche Bernardo Bertolucci che racconta che, la prima volta che vide Pasolini gli chiuse la porta in faccia. « Credevo che fosse un ladro », dice. Dal che si capisce che Bernardo Bertolucci ha paura dei ladri) “.

La grande bellezza… A me basterebbe anche piccola, anche minima. Dico conoscerla, meglio ancora: produrla. Oppure trovarla, dove è, quando è. È esattamente per questo che continuo a scrivere questo diario. Che, anche se vedo che ha superato di parecchio il limite ragionevole – pubblicabile, commestibile – di un diario, è ancora un diario minimo. Perché io penso che, comunque sia, ogni diario lo è. Perché è la scrittura a livello minimo, che più minimo non si può. È la scrittura di chi vuole scrivere, ma non si azzarda a farlo “ alla grande “. Di chi ha capito che, comunque sia, nello scrivere c’è sempre qualcosa di piccolo, anzi, di “ puerile “. Che è una cosa che, nel mondo dei “ grandi “, non è sempre vista di buon occhio. Si rischia, a scrivere, si rischia di non essere capiti, si rischia di essere puniti.

Poi leggo che la giornalista Monica Maggioni, attuale presidente della Rai, è proprietaria di una casa del valore catastale di 1419 euro, e, nel 2014, di euri ne ha guadagnati 242,810. E penso che la cosa più spaventosa che è successa negli ultimi trent’anni sono i giornaliste. « Volevi dire le giornaliste… » No, volevo dire esattamente quello che ho detto.

A proposito di giornaliste, non dimenticherò mai quella piccola “ collega “ che, trent’anni fa, ogni volta che c’era un morto ammazzato – erano gli anni del terrorismo -, diceva: sono stati i cattolici. Chissà che intendeva dire. Si era già comprata la casa, anche questo lo ricordo benissimo.

A proposito di giornalist(e), ascoltando parlare alcuni giornalisti economici, riconoscendo che, per quanto ne so, parlano bene, penso che per fare il giornalismo bisogna ignorare la letteratura. Ovvero fare come se non ci fosse, non ci sia mai stata, sia destinata a non esserci mai più. Del resto, l’ho già scritto: “ 11 marzo 1986 – Hanno prevalso quelli che fin dall’inizio consideravano la letteratura un problema chiuso mentre invece è e deve restare un problema aperto. “. Va anche detto che, dopo trent’anni, comincio ad avere qualche dubbio…


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“ Domenica 24 marzo 2002 – Quando la mia nipotina si sveglia piangendo e poi, fra i singhiozzi, ci spiega che ha fatto un brutto sogno – ha sognato uno « stregone » -, io ripenso alla mamma che, negli ultimi anni, diceva di detestare il Papa. Io, che allora non capivo il perché di questa immensa senile, puerile avversione, così come ora non capisco bene che cosa abbia spaventato tanto la mia nipotina, io soffro comunque di tanta imperscrutabile sofferenza, e, anche se ormai ho imparato a non pensare che, in qualche modo, il fatto dipenda da me, anche di più soffro del non capire, perché quello, non posso fare finta di non saperlo, dipende da me. “.


Sabato 7 novembre 2015

n1076ella fila al supermarket, davanti a me c’erano due ragazzi che si scambiavano effusioni, cioè si davano i bacetti, si guardavano, si toccavano. Ho pensato che avrei voluto dirgli: è bello l’amore, eh… Gliel’avrei detto senza ironia, tantomeno sarcasmo, senza alcuna intenzione di dire altro che quello. Perché era bello vederli, non erano di quelli – ce ne sono – che si capisce lo fanno per essere guardati, per fare “ il cinema “. Gliel’avrei perché io sono uno che pensa che, quando c’è, l’amore è bello. Miracolosamente bello, avrei voglia dire. Perché io so che i miracoli succedono, anche se è raro, terribilmente raro. (Ora che ci ripenso non posso tuttavia fare a meno di notare che ho avuto l’impressione che fosse soprattutto lei che baciava lui… )


Non so di che avesse parlato. So solo che sono scrosciati gli applausi. Gli applausi: scrosciano.

“ Le donne non ci vogliono più bene / perché portiamo la camicia nera… “. Dunque, indossandone una rossa… O magari verde. O magari arancione…

Racconto storie “, dice il comico Giobbe Covatta. Che è sceso in campo anche lui.


Domenica 8 novembre 2015

a1463lla fine di questo brutto 2015, mi sembra di poter affermare che il tempo dello stupore è finito. Quello che è soprattutto finito è il tempo della guerra-contro-il-padre. Perché il padre è stato dovunque, in ogni senso, in ogni accezione, sconfitto, messo a tacere, abolito. Alla fine di questo brutto 2015, mi sembra tuttavia di poter dire che si è anche capito perché tutto questo è avvenuto, cioè a favore di chi. Si è capito che questo lungo, almeno cinquantennale, processo, questo “ movimento “, questa mutazione, questa abolizione voleva conseguire un solo, irrinunciabile scopo, quello dell’instaurazione di una nuova, implacabile autorità: l’autorità della madre. Anzi, della Grande Madre. Questa specie di dea, di suprema, spietata entità, degna di universale, infallibile, irriducibile culto. Ogne scarrafone è bell’a mamma soje. Scarrafoni di tutto il mondo etc. (Poi c’è anche il caso della povera Tullia Ciotola, la studentessa dell’Orientale di Napoli morta nel rogo della discoteca di Bucarest. Dice che faceva l’Erasmus. Più Erasmus di così… )

La verità è che io, di ‘sto padre che non c’è più, non ne so quasi niente, non ne ho mai saputo niente. Io sono sempre stato in mezzo alle donne

La commedia è più profonda e antica della tragedia “ (Stefania Mazzucco su Pulcinella ovvero Divertimento per li regazzi di Giorgio Agamben) (Io comunque continuo a pensare che “ Agamben “ significhi “ senza gambe “)


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“ 19 dicembre 1994 – « Domenica 16 giugno – È la festa del Padre, osservata – come la festa della Mamma – da tutte le famiglie francesi. Il manifesto d’occasione nelle librerie è l’immagine di un bambino che offre un libro al suo papà. Nel Quartiere Latino l’illustrazione subisce una lieve modifica: al posto del libro, viene disegnato un pavé. » (Ornella Volta, Diario di Parigi, 1968) “.


Lunedì 9 novembre 2015

d1103oveva passare tutto questo tempo, trent’anni, anzi quaranta, perché fossi messo nella condizione di capire che il “ Leoncavallo “ – il “ Leonka “, il più famoso dei Centri sociali – deve il suo nome al compositore Ruggero Leoncavallo, il celeberrimo autore del “ dramma in due attiPagliacci. A proposito di “ pagliacci “ non posso non rievocare un diario: “ 17 aprile 1984 – Le scarpe smisurate dei pagliacci: assolutamente non devono andare da nessuna parte. “. Quello che mi sembra di avere capito è che è tutta una questione di vestiti. ” Vesti la giubba “..




Oggi è il compleanno delle zia Olga. Che dicevano era matta, ma secondo me era solo zitella.

Non manca di stupirmi che anche Ginevra Bompiani abiti “ nei dintorni di Siena “.

Veterinario senese ucciso a Hammamet “. Voilà la globalisation.

Andando alla ricerca di una certa cassetta che contiene immagini di antiche vacanze, mi addentro nella mia videoteca, cioè frugo negli scaffali su cui riposano, da un tempo ormai non esiguo, le decine e decine di cassette VHS da me registrate o acquistate già fatte. Quante sono… assolutamente non ricordavo di averne così tante. Ma ora ricordo: c’è stato un tempo, negli anni Novanta, in cui io, scoperta la magia del videoregistratore, mi sono dato alla sistematica acquisizione di film etc. Mi ricordo di conseguenza che, ancora una ventina d’anni fa, io “ consumavo “ molto cinema, anche se, va detto, proprio grazie alle risorse tecniche del videoregistratore, il mio modo di consumarlo era alquanto mutato, dico rispetto ai tempi in cui andavo al cinema e basta etc. Il punto fondamentale è che, a differenza dello spettatore seduto nel buio della sala, io, in casa mia, potevo fare di un film ciò che volevo, cioè fermarlo, farlo scorrere avanti e indietro, isolare e riconsiderare senza fretta una scena, una battuta etc. Mi ricordo di avere pensato anche che questo cambiava parecchio nella mia capacità di “ leggere “ un film, nonché, nel caso, di farne una “ critica “. Già, la critica… Il fatto è che il cinema, fra le altre cose che fa, fa venire voglia di scrivere, di scriverci sopra. Scrivere sul cinema… Sembra facile, sembra una cosa alla portata di tutti. E infatti lo fanno in tanti, lo fanno tutti, praticamente. Innocuamente, direi. Perché, per quanto si scriva sul cinema, il cinema resta sotto. Detta così, sembra niente, ma invece, a mio modesto parere, è tutto. Forse è per questo che ormai vado al cinema il meno possibile. In quanto a scriverci sopra, me guardo bene. Scriverci sotto, questo mi piacerebbe imparare a fare, ma temo che non riuscirò mai a impararlo. (Poi ci sarebbe da dire qualcosa anche dei giornali, della televisione, della pubblicità, dei media, insomma. Ma non lo farò. Perché anche alla sottezza c’è un limite etc.)

Bellaciao a squarciagola “ (Da un tg)

Di Roma, alla fine, non c’è molto altro da dire se non che: vuole essere vista. Contenta lei…

Poi vedo un po’ di un documentario sul ’68. E c’è Capanna. Con quella faccia da prete. Con quelle mani da prete…

C’è anche da dire che il padre della fidanzatina ucciso dal fidanzatino era “ militare dell’aeronautica “.


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” 28 gennaio 1986 – Parlano parlano ma non dicono niente. Vogliono solo essere visti. “.


Martedì 10 novembre 2015

m918olto divertente Guido Vitiello sul libro del fotografo Armando Rotoletti Il volto dell’Io / Cinquanta ritratti della filosofia italiana  – Viva la faccia!, sul Foglio del 6 novembre u. s., poi sul blog di Claudio Giunta. Peccato solo che gli sfugga il particolare più “ rivelatore “, e cioè che il fotografo si chiama “ Rotoletti “, uno dei più spassosi “ nomi d’arte “ che abbia mai incontrato.







Non sono Pasolini “ (Da un ddibbattito)

A proposito della morte di André Glucksmann (78) non ho altro da dire che: si moricchia.

Nemmeno un libraio, e anche questo mostra l’intatta romanità della via. “ (Ugo Ojetti, Via Condotti, in Cose viste [1929])

La burocrazia colpisce ancora “, dice il superburocrate della Rai.


Mercoledì 11 novembre 2015

d1104virgimmi bugiardo “, diceva quel mio quasi amico di cinquant’anni fa. Era uno dei miei nuovi conoscenti, gli “ architetti “, come li chiamavo io. Infatti era iscritto a architettura, ma le differenze, rispetto a me, non finivano qui. Infatti era, si potrebbe dire, un “ ragazzo del popolo “, nel senso che veniva da una famiglia di artigiani, ma soprattutto abitava nel centro storico – quando abitarci era tutt’altro che un lusso -, e, abitandoci, condivideva gli usi e i costumi di quell’ambiente, per esempio la passione per il Palio, la consuetudine, attiva, “ militante “, con la vita della Contrada etc. Anche nell’aspetto era assolutamente diverso da me, aveva una di quelle facce non belle ma “ espressive “, dal look decisamente arcaico, come fra la gente del popolo capita spesso di vedere. Era simpatico, spiritoso, malizioso, come un vero senese doc. Sapeva tante cose che io non sapevo, diceva tante cose che io non dicevo, per esempio questo “ dimmi bugiardo “ che è soprattutto un modo di dire, una formula retorica, quasi un intercalare nel discorso comune. Comunque lui, nel suo accattivante, folcloristico, vernacolare modo, un po’ bugiardo lo era davvero, e il punto è che lo era con me. Intendiamoci, erano bugie innocue, senza conseguenze. Ma il punto è che io, in quel tempo, ero disposto a bermele tutte, in virtù di una, per me inedita, disposizione a credere negli altri, ad aprirmi al mondo, ad apprendere, entusiasticamente, tutto quello che, di volta in volta, scoprivo di non sapere. Di tutto questo ho già scritto molti anni fa: “ 3 febbraio 1994 – Solo un irriducibile « sognatore » poteva continuare a credere che quelle appese al soffitto della Sala della Maestà nel Palazzo Comunale di Siena fossero le « braccia dei ladri » invece che due comuni sostegni per l’illuminazione (di questa attitudine disperatamente irrealistica che mi ha segnato dai quindici anni in poi bisognerebbe saper dire di più). “. Sì, a quei tempi, io ero disposto a credere molte cose, soprattutto a credere al “ popolo “, cioè a quello che io ritenevo fosse il popolo. Ho detto che erano bugie innocue. Innocue sì, ma fino a un certo punto, perché qualcosa facevano, mi facevano. A ripensarci somigliavano molto a quelle buffe storie che mi raccontavano, quando ero bambino, i miei genitori, per esempio quella che, di là dai monti, vivesse un altro bambino, un fratellino, aveva anche un nome, che ora però non ricordo. Perché lo facevano? Forse solo per farmi uno scherzo – i miei genitori, a ripensarci, erano anche burloni -, cioè per mettermi alla prova, per costringermi a chiedermi se fosse vero o no. Oppure per il piacere di raccontare, di inventare storie, di dirle a qualcuno, che, per il fatto solo di ascoltarle, diviene un pubblico, cioè una “ vittima “ di quel dire etc. A ripensarci, quell’ascoltare le storie del mio quasi amico, mi metteva di nuovo, proprio ora che potevo illudermi di essere divenuto, irreversibilmente, “ grande “, in quella strana, difficile posizione di “ piccolo “, di “ figlio “, di figlio di narratori, di figlio di burloni. “ Dimmi bugiardo “. Stare di fronte a uno che ti racconta qualcosa è, a pensarci bene, piuttosto spaventoso. Che cosa vorrà, esattamente? Che va cercando, che cosa vuole da te? Forse nient’altro che metterti alla prova, costringerti a un confronto, sfidarti, ecco. En garde! E tu, che preferivi pensare che quello fosse un amico, che non ci fosse niente di strano, che preferivi non pensare niente, che, soprattutto, non pensavi di dover stare in guardia, improvvisamente sei costretto ad accettare il combattimento. Che è sempre “ all’ultimo sangue “: o tu o l’altro. O è vero o non è vero. O mente o dice la verità. O è un bugiardo o non lo è. Devi decidere, devi farlo subito. Hic Rodhus, hic salta. E così t’impari. Ad avere amici. Ad avere genitori. A crescere. A credere che sia facile etc. etc. Lo so: bisognerebbe non avere amici, non avere genitori, non farsi raccontare storie. Bisognerebbe non leggere i giornali, i libri. Bisognerebbe non andare al cinema, non guardare la tv. Ma come si fa? Perché il fatto è che ci piace: avere amici, avere genitori. Ci piace soprattutto ascoltare storie. Dubitare che siano vere, credere che lo siano, restare nell’incertezza. Restare piccoli. Ammirare i bugiardi. Etc. etc. A questo proposito, va detto che il fatto che il mio quasi amico abitasse in quella strada del centro storico dove, tanti anni prima, molto prima che io nascessi, avevano abitato i miei nonni, e anche la mamma – ne avevo ascoltate, di storie, su quella vecchia casa… – garantiva alle sue storie, diciamo così, preventivamente, un fascino speciale, una appetibilità, una favolosità che altrimenti non avrebbero avuto. Ma questa è un’altra storia. Anzi, è, esattamente, la stessa. C’è infine anche da dire che il mio quasi amico mi fece scoprire dei luoghi di cui non avrei mai sospettato l’esistenza, per esempio una specie di osteria, in una specie di cantina, da qualche parte, nel centro più oscuro del centro storico, dove si beveva vino, si mangiavano lumache, si faceva qualcosa che non avevo mai fatto e che, se ricordo bene, mi sembrò favolosamente strano… In vino veritas? Digli bugiardo…

Siamo tutti giornalisti “ (Da un ddibbattito)

Perché il papa è il papa… il papa va contro la Chiesa e dunque va bene “, dice la pischella allo stadio.

Hussonet, da poeta, rimpiangeva appunto gli stendardi. “ (Gustave Flaubert, L’educazione sentimentale, 1869)

Perché non ho fatto il giornalista? Perché giornalisti si nasce, e io non lo nacqui.

Poi vedo un film dove c’è uno che gli è morta la moglie e la moglie si chiamava Andrea. Contento lui… Ma io non sono tanto contento. (Il film è Blue Jasmine, Woody Allen, 2013)


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“ 4 dicembre 1994 – Non stava mai fermo. Come in un quadro cubista i vari elementi del volto – la bocca gli occhi i denti le labbra la fronte i capelli – si scambiavano continuamente di posto. O almeno così mi sembrava. Vedevo il bianco dei denti rifulgergli sulla fronte, un occhio aprirsi sotto lo zigomo, le sue labbra rosseggiare dentro un orecchio. Pezzi di faccia in una sarabanda incessante alteravano ogni possibile stabilità dell’immagine. Non ero sicuro che ridesse perché la bocca si spalancava al sommo della testa. Non ero sicuro che stesse piangendo perché gli occhi lacrimavano nel cavo delle narici. Si stropicciava la palpebra umida con un fazzoletto riuscendo nel medesimo tempo a nettarsi un po’ di muco sanguinolento. Sputava da sotto il pomo d’Adamo. Con incredibile precisione, va detto. Faccia di pezzi parlava anche, quando non canticchiava, da qualcuno dei suoi orifizi. L’avevo conosciuto da poco. Mi era simpatico, forse. “.


ROSSORI

Sotto la foto del ceo di Apple Tim Cook insieme al cuoco Carlo Cracco scriverò la seguente didascalia: ” Meglio cuoco che male accompagnato “.

cracco


Giovedì 12 novembre 2015

n1077on ricordo più dove, ma sono sicuro di avere letto nei giorni scorsi qualcuno che rievocava il Calvino che dice: “ Noi guardiamo il mondo precipitando nella tromba delle scale. “. Calvino l’ha detto nel ’57, io l’ho letto, e annotato, nell’87. Dopodiché mi chiedo che altro ho fatto, nei successivi trent’anni, se non continuare a precipitare. C’è da stupirsi che ancora non abbia toccato il fondo, ma tant’è, come direbbero quelli che non precipitano mai. Poi leggo che “ venerdì 13 novembre, alle 21.15, presso il Teatro Lauro Rossi di Macerata, la Bottega de le Ombre, con il patrocinio del Comune, porterà in scena Novecento di Alessandro Baricco. La serata, del tutto particolare, sarà dedicata al ricordo del grandissimo Ugo Giannangeli, uno dei più grandi attori e registi della storia del teatro maceratese, scomparso tre anni fa. “. Leggo e precipito, comme d’habitude, ormai. Ho anche pensato che, uno di questi giorni, dovrei andare a vedere Macerata. Dev’essere un bel posto, c’è tanta gente, c’è lo Sferisterio…

In occasione della visita a Malta del premier Matteo Renzi, mi prendo la libertà di rievocare un diario: “ La Valletta (Malta), 1983 [gennaio] – Saluti da Malta, la merla del Pediterraneo. Proprio al centro del grande lago piscioso, nell’occhio della pozzanghera di fango, sorge l’isola, ma sono tre. Dove non sono né inglesi né italiani né siciliani né turchi né greci né libici: sono maltesi, ma neanche questo è vero. Trecento sono le chiese e altrettanti i lotto offices. Dove tutto si scrive in due lingue, ma per strada dicono ciao. Dove pare che vivano del porto, ma forse invece vivono del turismo. Dove vestono le divise di sua maestà britannica, ma hanno le facce da levantini. Dove guidano la carrozzella con i pennacchi, ma alcuni sembrano veri lords. Dove leggono The Times, ma si stampa a Gozo. Dove fumano le Rothmans, ma si producono qui su licenza della casa madre. Dove guidano a sinistra, ma come napoletani. Dove hanno conquistato l’indipendenza dalla madrepatria, ma la madre-patria non è più indipendente. Dove c’è un Caravaggio, ma forse è apocrifo. Dove governa un prete socialista: Dom Mintoff. Saluti da Malta, la capitale della bastarderia. “.

Le frecce tricolore “, dice la comica. (Di sinistra)

Interessante anche Gionni Pruneti, “ proprietario di un frantoio in Toscana “.

Poi c’è Fabio Picchi, chef. (Di Firenze)

La televisione: “ sdogana “ la gente. L’“ ominità ”.

Dice che il papa vuole riportare la Chiesa ai suoi “ valori originali “. « Forse voleva dire “ originari “… » Forse voleva essere originale.

Dice che oggi, se fosse vivo, Roland Barthes avrebbe cent’anni. Ma è morto.

Poi c’è il figliolo di Maccanico, che è presidente di Warner Bros. Italia. Dove si dimostra che la cinematografia è l’arma più forte. E che la guerra continua.

Quale sarà il giornale “ con le pagine colorate come [quelle] di Topolino “? Mah. Boh. Chissà. Tutti i giornali sono “ con le pagine colorate come [quelle] di Topolino “…

“ 10 giugno 1986 – La capufficio non legge Linus ma Topolino sì. “ (Lo stupore, n. 46271)

Poi c’è l’onorevole Cuperlo che dice che a Roma il problema non è pulire le strade ma avere un progetto politico etc. Ne deduco che non puliranno le strade.

E così La sua signora, che era il titolo del libro-riassunto dell’Italia di Leo Longanesi, il lato debole del borghese in carriera, oggi diventa Il suo signore, la fragilità maschietta della donna realizzata, la dimensione parassita dell’ex macho ridotto a trafficare nel nome della moglie. Insomma, tutto è ormai sottosopra in Italia: oggi la moglie ingravida il marito, e il marito rovina la carriera della moglie. “ (Dai giornali)

Poi mi affaccio alla terrazza. Ohibò: quello che la ragazza porta al guinzaglio non è un cane, è un cavallo, è un vitello, un cammello. La donna con il cammello.

Lei non è un modernizzatore? “, domanda la regina. “ No di certo “, risponde il pittore che le sta facendo il ritratto. (The Queen, Frears, 2006) (“ Sotto sotto tutti i ministri laburisti vanno paz-zi per la regina “ (Ibid.))

La canea giornalistica. Nessuno mi toglierà mai dalla mente che canea fa rima con Vandea.


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“ Mercoledì 24 settembre 1997 – Oggi è un giorno piuttosto importante perché ho trovato una foto di Helmut Newton che conferma certe mie idee che risalgono ad almeno vent’anni fa. La foto, che si intitola Donna distesa – Beverly Hills, 1988 – mostra l’interno di una camera da letto in cui si vede un letto con sopra una donna supina a gambe assolutamente spalancate che mostra all’obbiettivo cioè a noi cioè a me il sesso nudo e aperto – la donna, di cui non si vede il volto perché la testa è sprofondata nella morbida superficie della trapunta – arabescata -, è completamente nuda, anzi lo sarebbe se non fosse per qualcosa di nero che probabilmente è la gonna arricciata intorno alla vita e le due scarpe newtonianamente nere e newtonianamente dotate di tacchi altissimi – e , mentre se ne sta così « distesa », abbandonata, « spalancata », con la mano sinistra accarezza un piccolo cane del tipo bulldog – che sia un « carlino » tipo Ripa di Meana? – che le sta accanto. In primo piano, a sinistra di chi guarda, marginalmente rispetto all’evidenza del corpo femminile protagonista della scena, c’è un accessorio domestico così scontato – o così imprevisto – che lo notiamo solo in un secondo momento – anche perché siamo tutti presi dalla visione della magnifica nudità: un televisore acceso – sullo schermo qualcosa che forse è una pubblicità, sicuramente una mano – di donna – che impugna qualcosa. Decidendo di riprodurre la foto per la mia serie Rossori / Didascalie 1997, ho anche deciso che la intitolerò La donna con il cane. Ma La donna con il cane è anche il titolo da me attribuito a una foto di Robert Capa che qualche giorno fa ho riprodotto, e, riproducendola, non ho potuto non pensare a una foto – mia, questa volta – che, appunto, ho sempre chiamato La donna con il cane. La scattai un po’ più di vent’anni fa – nel 1974, per l’esattezza – sugli scalini della fontana di Piazza Santa Maria in Trastevere. Era l’epoca in cui « ero fotografo » o, comunque, mi chiedevo se non fosse il caso di diventarlo. Inquadrati dall’alto, vi si vedono una ragazza vestita di nero – anche i capelli sono neri – che siede voltandomi le spalle sugli scalini che circondano la fontana, mentre, accanto a lei, un cagnetto senza pedigree, bianco e nero anche lui, mi guarda dal basso con quell’aria buffa e straziante – soprattutto buffa, soprattutto straziante – che hanno spesso i cani. Quello che si vede è dunque soprattutto lo sguardo di un cane, poiché la ragazza rimane rigorosamente voltata, e dunque ciò che ci guarda – me fotografo e ogni altro spettatore possibile – è un cane, sono gli occhi, languidi, « commoventi », di un animale domestico comunemente definito « il migliore amico dell’uomo ». Dunque, cercando di guardare, anzi di mettere « a fuoco » una giovane donna, avevo trovato nell’obbiettivo qualcosa di inaspettato, di imbarazzante, qualcosa come un « amico » o sedicente tale, un non previsto « terzo », che, in quanto non previsto, risultava inevitabilmente « incomodo ». Quello che da allora ho continuato a pensare è che, almeno fintanto che si tratta di fotografie, la vista di una donna è inseparabile dalla vista di un cane, cioè che, nelle foto, la donna è sempre con un cane. Che non cessa mai di guardarti. Almeno fintanto che tu guardi la donna. Perché questo accada non si sa. Forse è qualcosa come una « legge » della foto, del fotografare, del guardare. Per tutte queste ragioni, mi piacerebbe pensare che « Newton » sia uno pseudonimo cioè qualcosa come un nome d’arte. Infatti ciò di cui si tratta nelle sue foto – in tutte le foto? –  è qualcosa di « scientifico », qualcosa che ha a che fare con le « leggi », cioè con le regole di esistenza della realtà. Anzi, con una legge in particolare: la newtoniana legge di gravità, cioè della gravitazione universale – quella che spiega come funziona l’attrazione terrestre, cioè come la terra « attragga », attiri, persuada ad avvicinarsi sempre di più chi gli sta nei pressi, cioè, in un certo senso, sopra. Il ché, come è noto, è quello che spiega molte cose, fra cui le cadute. E, a maggior ragione, i crolli. (« Tutto qui? » A me sembra già molto) “.


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“ Lunedì 1 luglio 1996 – « C’è un sacco di gente che vive e lavora a Macerata », scriveva trent’anni fa Ennio Flaiano (e commentava: « L’essenza di Cechov »). Nel suo pensiero era una rilettura ironica del rapporto fra provincia e metropoli, il senno di poi del provinciale che è voluto andare nella grande città e, come sempre in Flaiano, una spiritosa e « intrigante » phrase courte. Stamani, nel dormiveglia, ho pensato a Mauro Civai, quel ragazzo che ha sempre vissuto e lavorato a Siena, dove, da ormai parecchi anni, fa anche il direttore del Museo Comunale e altre appropriate cose. Ma a Siena vive e lavora anche Omar Calabrese che di Siena non è, ma ci è arrivato, e ora fa l’assessore alla cultura, restaurando, fra le altre cose, i film degli anni Trenta. Chissà che ne direbbe Cechov. Io invece, che di Siena sono, a Siena non ci sto, anche se il fatto è socialmente irrilevante. D’altronde continuo a non sapere che potrei farci a Siena, dato che i musei e i film degli anni Trenta mi interessano solo fino a un certo punto. Allora il problema, trent’anni dopo Flaiano, non è Siena, Roma o Macerata, ma che cosa si fa. E le cose da fare sono tante e tutte, o quasi, rispettabili. Dirigere musei è rispettabile, e anche restaurare film degli anni Trenta, se non si esagera. Se a Siena Fortini insegnava e Calvino ci è morto, io, anche allora, ci scrivevo un diario. Che poi ho scritto e scrivo a Roma, e, se mi obbligassero, potrei scrivere anche a Macerata. Che è anche questo un mestiere rispettabilissimo. Se non si esagera. Chissà che ne direbbe Cechov. “.


ROSSORI

Sotto la foto di una pubblicità Vuitton scriverò la seguente didascalia: “ La ragazza con le valige “.

valige


Venerdì 13 novembre 2015

E793virgffimère “, diceva quella tizia passandomi accanto. Eravamo in una grande stazione. La tizia faceva, evidentemente, la pr. Era un donnone gigantesco, sgradevolmente gigantesco. (Un sogno)










Se è vero che la realtà offre troppe distrazioni è anche vero che non è pensabile che per scrivere si debba stare con gli occhi chiusi. La verità è che io, a una domanda come questa continuo a non sapere rispondere. Quello che so, quello che faccio è fare come i gatti: dormire, ma con un occhio aperto. Esattamente in questo consiste il mio scrivere il diario. Che è un dormire, avvolti nei sogni – questa è la sua beatitudine -, ma anche un vegliare, ricevendo le voci, i suoni, i segni del mondo: questa è la sua pena, il suo, quotidiano, tormento. Altro, per ora, non so.

Una notizia, divertente, è che l’ex sindaco di Siena Pierluigi Piccini – che non ho mai conosciuto – tiene un blog. Si chiama “ Ex umbris et imaginibus in veritatem “, e ha in copertina una foto di ombrelli. L’ho scoperto trovando un suo commento su Le parole e le cose. Detto questo, mi verrebbe voglia di non tenere più un blog, di non scrivere più commenti, di non non-abitare più a Siena – l’ex sindaco vive a Parigi.

Flemmaticamente, Paolo Mieli invita a tenere un diario. E anche questa, volendo, è una notizia.

Poi, mentre torno a casa, mi succede qualcosa di “ felliniano “: un enorme gabbiano, enormemente bianco, mi viene incontro. Cammina lentamente, contro senso, e non ha l’aria di volersi scansare. È una visione stupefacente, ma io non sono Fellini e non so che farmene. Mi stupisco e basta. Comunque poi ha svoltato.

Poi vengo a conoscenza dell’esistenza di Stefano Ercolino: “ Mi chiedo se si stia affacciando la generazione Telemaco anche sulla scena degli studi di teoria letteraria e nella pratica critica. Sembrerebbe di sì. La risposta positiva la suggerisce il caso di un giovane studioso, ventinovenne, che si chiama Stefano Ercolino e viene da San Giovanni Rotondo (Foggia). Specialista straordinariamente agguerrito di storia e teoria del romanzo, egli è stato allievo di Massimo Fusillo nell’Università dell’Aquila e di Franco Moretti in quella di Stanford: due padri-Ulisse, quindi, ma senza che ci fosse alcun bisogno di ribellarsi contro di loro, semmai, con il loro consenso, di superarli in prontezza di riflessi e qualche spavalderia. Nonostante il cognome, che sembra echeggiare in diminutivo il nome del mitico personaggio dalle tante fatiche, Ercolino si presenta senza diminutivi, avendo costruito il suo profilo di studioso del romanzo a tappe forzate e superando brillantemente molteplici prove: buoni studi classici e moderni, cinque lingue, amplissime letture, carriera veloce, da generazione Telemaco: laurea magistrale nel 2009, dottorato nel 2013, numerose scuole di specializzazione e borse di studio (la Fulbright a Stanford, la Humboldt alla Freie di Berlino); un primo libro ricavato dalla tesi di laurea sul romanzo « massimalista », uscito in inglese da Bloomsbury nel 2014 con il titolo The Maximalist Novel. From Thomas Pynchon’s Gravity’s Rainbow to Roberto Bolano’s 2666 (187 pagine, $ 110) di prossima uscita in italiano presso Bompiani; un secondo libro, ricavato dalla tesi di dottorato e appena uscito in inglese da Macmillan con il titolo The Novel-Essay, 1884-1947 (194 pagine, Ł 55). “ (Remo Ceserani) C’è poi da dire che “ dal 2014 è docente presso l’Underwood International College, Yonsei University, a Seoul, in Corea del Sud. “.

Generazione Telemaco loc. s.le f. L’insieme di persone che entra nella vita attiva, per motivi di anagrafe, in un’epoca di crisi ed incertezza politica, sociale, economica, cercando di recuperare dalla generazione precedente indicazioni di comportamento e di azione, così come, nell’Odissea, fece Telemaco nei confronti del padre Ulisse. “ (Treccani) (“ L’espressione fa riferimento alle tesi del filosofo Massimo Recalcati e al titolo del suo saggio Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre (Feltrinelli, 2013). “ (Ibid.)) [*] [*] Mi sentirei di dedurne che si tratti di un insieme di “ Figli di Nessuno “, non so se mi spiego.

Il professor Ceserani & co., ovvero: della letteratura non si butta via niente. L’” oggetto letterario “. Ma la letteratura è un oggetto?

Surreale “, dice il tg.


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“ 31 dicembre 1984 – « Non ho paura di nessuno », dice Craxi. Temerario! (Non conosce Nessuno) “.


ROSSORI

Sotto la foto della signora D’Addario in lacrime dopo avere appreso che non le sarà riconosciuto alcun risarcimento nel processo di Bari scriverò questa didascalia: “ Much Ado About Nothing “.

daddario


Sabato 14 novembre 2015

f372orse mi sbaglio, forse non c’entra niente, ma a me, nel day after è venuto in mente un diario: “ 17 febbraio 1992 – « C’è in tutti gli autori “ comici “ un desiderio di terrorizzare che può spingerli verso il film angoscioso. » (Giuseppe Turroni a proposito di Front page di Wilder) “) Mah. Boh. Chissà.









Bastardi islamici “ (Titolo di Libero)

Parigi… eh, Parigi… La verità è che Parigi, come tante altre cose, non è più quella di un tempo. Il che non vuole dire niente, se non per me. Che, anche io, non sono più quello di un tempo. Del tempo in cui ci andai per la prima volta, quando avevo vent’anni. E oggi, proprio oggi che ne ho settantuno, capisco che il tempo è passato che non tornerà mai più mai più. (C’è anche da dire che il signor P. si è scatenato. Giornalismo, che passione… )

Il Bataclan: non ci sono mai stato ma ho capito che posto è. È la vecchia Parigi, truce ed oscena, ovvero quello che resta di lei, dopo che, da tanto tempo, non esiste più. Questo carattere insolente, soggiogante, questa vecchiezza laida ed irriducibile si percepiva ancora chiaramente una cinquantina d’anni fa. Se hanno colpito lì è perché di Parigi sanno quello che sanno i turisti, dico quelli che vanno ancora oggi al Moulin Rouge etc. Non si riflette mai abbastanza sul concetto di ” ville lumière “. Peccato non avere sottomano Benjamin, Parigi capitale del XIX secolo

Attentato Isis: Poggibonsi abbraccia Parigi “ (Dai giornali di Siena)

Questa che è stata colpita non è la Parigi della politica, del potere (e delle decisioni che sono state prese di recente sui bombardamenti in Siria), delle imprese internazionali, della finanza, o anche solo delle grandi ricchezze. È la Parigi dove da una ventina d’anni chi può permetterselo, e nella maniera in cui può permetterselo (i prezzi sono alle stelle, e tagliano fuori di fatto una gran fetta della popolazione), fa la « fête », e in particolare appunto il venerdì e il sabato. “ (Da un blog)


Domenica 15 novembre 2015

i1939o non so niente. Io, da quarant’anni, scrivo un diario. Chi sa tutto è qualcun altro. Chi sa tutto sono – è – tutti.












Non si smonta l’irrazionale con il razionale. “, dice Belpoliti. Dio salvi le nostre anime, dico io. Che non ho mai saputo cosa pensare.

Prima o poi Roma verrà toccata “, dice lo scrittore. E tutti si toccano. Gli scrittori portano male? Dice anche: “ Noi dobbiamo difendere la perversione “. Gli scrittori sono perversi? Dice anche: “ Noi abbiamo avuto Woodstock “. Gli scrittori sono cretini?

Era una bella serata… sembrava la festa di San Nicola… “, dice la barese a Parigi. Se a Parigi ci fosse lu mere…

Il terrorismo. Una noia terrificante.

Poi mi torna in mente quel titolo: Un paese senza.

Uccide la moglie il cane la difende ma non può salvarla “ (Titolo di Repubblica)

Dal mio punto di vista il giornalismo è come il terrorismo: qualcosa di “ antropologico “, diciamo così. Come il calcio, il cinema, la cucina etc., tanto per capirsi.

Ci balocchiamo con Imagine di John Lennon mentre il Jihad ammazza “ (Titolo del Foglio)

Dicono i Fedelissimi che la Robur ha espugnato il campo del Pisa “ con una prestazione mostre “. « Forse volevano dire monstre… » Forse hanno visto troppe mostre…


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“ Senza data [1981] – Incontinenza nella vista. In Francia da ragazzo mi sedussero il rosso delle strade, quello dei ristoranti cinesi e dei capelli delle parigine. “.


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“ 2 maggio 1994 – Dice Longanesi 1943: « “ Credete che a Roma verranno a bombardarci? ” “ A Roma no, a Roma c’è il Papa e poi Roma è troppo bella… ” “ Credo anch’io. Meglio che bombardino Milano. ” L’unità d’Italia poggia su questi ideali. ». “.


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Sotto la foto dell’Opera House di Sidney illuminata con i colori della bandiera francese scriverò la seguente didascalia: “ Libertè Egalité Electricité “.

sidney


Lunedì 16 novembre 2015

v369edendo ieri sera il comico Panariello – che a me è simpatico – tutto contento di presentare il suo nuovo film, ho pensato che quello che importa ai comici è fare il loro mestiere. Sempre, qualunque cosa succeda, anche se quello che succede è la guerra. Anzi, si potrebbe dire che se c’è la guerra è meglio, nel senso che se c’è la guerra ci sono quelli che la fanno, cioè i militari. A questo proposito, mi è tornato in mente un vecchio diario: “ 9 giugno 1987 – « L’avanspettacolo di periferia per la truppa. Visto dall’intellettuale alla ricerca di episodi di costume, si carica di riferimenti ad una oscenità fescennina di cui lo sciagurato capocomico non ha mai avuto sentore; e tuttavia questi, coordinando in uno schema assai ricco alcune rozze intuizioni circa gusti e aspettative di un pubblico popolare, di fatto strutturava anche una serie di riferimenti a comportamenti archetipi che, in un modo o nell’altro, funzionano ancora e vengono consumati, e elaborati, d’istinto. » (Umberto Eco, Apocalittici e integrati, 1964) “. Dopodiché si tratta di scegliere: se essere comici o caporali. Ammesso che sia possibile scegliere.

Vade retro, Isis “ (Dai giornali)

In questi tempi di letteratura regredita a giornalismo “, scrive Roberto Gerace (Il calviniano invisibile, in Doppiozero). Roberto Gerace mi interessa. È un ’91 – come si dice dei calciatori -, “ è nato a Sant’Agata di Militello, studia Lingua e letteratura italiana all’Università di Pisa, dove ha conseguito una laurea triennale con una tesi su Antonio Moresco. Ha scritto di filologia machiavelliana su «Interpres» e suoi articoli (su Bacchini, Bianciardi, Pasolini fra gli altri) sono usciti sul blog della rivista «Il primo amore», di cui è redattore, e su poliscritture.it. “. Roberto Gerace mi stupisce, cioè mi diverte. In questi tempi di letteratura regredita a giornalismo…

Questa magnifica canzone “, dice la bionda, che ha appena fatto cantare la Marsigliese. Me ce canzoni, dico io. Che, non so perché, mi sento sempre un po’ canzonato.

È tutta invidia “, dice lo psichiatra.

Farsi esplodere è più facile che affrontare la realtà “ (Da un ddibbattito)

The Talking Class.

Rappellons que la France est toujours une lumière pour l’humanité “, dice Hollande.

Non rispondere alla violenza con la violenza “, dice il cardinal Bagnasco. Dice proprio così.

Il sospetto che, quelque part, ci sia qualcuno che pensa che, dopotutto, quelli dell’Isis sono “ compagni che sbagliano “.

Presempio “, dice l’onorevole Andrea Manciulli. Di Piombino.

L’Italia è in guerra? Subito dopo la pubblicità “. Farsi esplodere è più facile che affrontare la televisione.


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Sotto la foto della giornalista Adriana Bellini che, a Parigi, parla avendo alle spalle un semaforo sui compare la sagoma di un omino rosso scriverò questa didascalia: “ Arrière pensée “.

pensee


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“ Martedì 26 agosto 1997, Scalea (CS) – Tanto per restare in tema di carceri, oggi sul giornale c’è un curioso – per me assai importante – articolo di Adriano Sofri  – che è uno che sta dentro – (La Marianna di Wojtyla, in «La Repubblica», oggi) nel quale, prendendo spunto dal grande raduno dei giovani cattolici a Parigi, si parla in realtà di una foto, quella, piuttosto celebre, in cui si vede una manifestante del Maggio francese che, seduta sulle spalle di un invisibile compagno – mi chiedo se non sarebbe meglio dire « sostenitore » – sventola una bandiera vietnamita, nel pieno di una sessantottesca manif. Sofri ci fa sapere che, trent’anni dopo, il quotidiano Le Monde è riuscito a rintracciare la « militante ignota » e a farsi rilasciare un’intervista nel corso della quale la ex fanciulla sventolatrice – mi chiedo se non sarebbe più opportuno dire « ex sventola » – dichiara fra l’altro: « Fiutai il momento, facevo la modella… Ebbi come un riflesso professionale. Istintivamente mi raddrizzai il più possibile, il mio viso si fece più grave, il gesto più solenne. Volevo essere bella a tutti i costi, per dare al movimento una rappresentazione che fosse all’altezza. Sì, posso dire che mi misi in posa ». Sofri, dopo aver precisato che per molti il Sessantotto non consistette soltanto nel « mettersi in posa », conclude rapidamente affermando che questa volta il Sessantotto è da considerare veramente finito – « Non c’è più niente da sapere sul Sessantotto », dice – e dunque secondo lui si può anche smettere di parlarne. Ma esattamente su questo io non sono d’accordo, perché, al contrario, sono assolutamente convinto che si debba parlarne ancora moltissimo. « Nel senso della modella? » « Anche, ma soprattutto del fotografo ». (Tanto per cominciare, si vorrebbe sapere se è Sofri o Repubblica che ha avuto la brillante idea di corredare l’articolo, oltre che con la foto del maggio di trent’anni fa – « C’era un corteo, facce di giovani, qualche pugno chiuso, e, alta sulle spalle dei compagni, seria, altera quasi, la ragazza levava una bandiera vietnamita, su uno sfondo di alberi e palazzi di mansarde. Anche il seno di quella ragazza era fiero, come quello della Marianna francese », scrive Sofri, che ammette anche che « il Sessantotto chiuse in quell’immagine un suo mistero, un suo cuore segreto » -, con quella della manifestazione papista di ieri – a Sofri, che la descrive così: « [C’è] una ragazza sollevata su uno sventolio di bandiere striscioni e mani levate. La fotografia è a colori, le bandiere sono bianche, tranne una, che è il tricolore francese », la foto di ieri è sembrata una specie di citazione di quella di trent’anni fa. E su questo io sono assolutamente d’accordo – anche se mi chiedo se non sarebbe meglio dire « remake » -, tanto d’accordo che mi chiedo se non sarebbe il caso di intitolarle ambedue « (La) ragazza (con la) bandiera » -, e, ecco il punto, anche con quella del celeberrimo dipinto di Eugène Delacroix La liberté guidant le peuple – ma nell’articolo Sofri non ne parla -, a proposito del quale dipinto rimando senz’altro a numerosi altri passi di questo diario. Si vorrebbe saperlo perché a noi i misteri – ovvero le « bellissime coincidenze » – piacciono ma solo fino a un certo punto) (Probabilmente è vero che il Sessantotto non fu solo una modella e il suo fotografo, cioè, in una parola, una fotografia – in due parole: una fotografia. Ma il fotografo c’era, c’era già stato, ci sarà ancora. Non si può più non saperlo) “.


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“ Domenica 25 ottobre 1998 – « Le fonctionnarat attire le diariste à plus d’un titre. Il est un moyen de vivre et ce n’est pas négligeable. Mais il faut aller plus loin. L’attitude du diariste, dans son écriture elle-même, est celle du fonctionnaire. Il redige son journal, comme d’autres remplissent des écritures dans les P. et T. ou dans les perceptions. Le journal devient vite une sorte d’obligation quotidienne, tout à fait comparable aux horaires d’un employé de bureau. Ce qui est très rassurant pour l’intel-lectuel que sa grande liberté fascine et angoisse à la fois, qui s’y perd dans un vertige. L’ècriture quotidienne va calmer cette angoisse et donner au diariste le sentiment de son utilité. Le diariste est un  fonctionnaire de l’écriture. Rien d’étonnant donc, s’il l’est aussi, en dehors de l’écriture, dans la vie même. » (Béatrice Didier, Pour une sociologie du journal intime, in Le journal intime et ses formes littéraires. Actes du colloque… , cit.) “.


Martedì 17 novembre 2015

n1078on mi importa niente di quello che dice Cecilia Strada. Mi importa solo notare che è identica al padre. La stessa faccia accaldata, invasata: fanatica. Talis pater talis filia.











Mauro Berruto, allenatore di pallavolo ed ex commissario tecnico della nazionale maschile di volley diventerà nel 2016 amministratore delegato della Scuola Holden, fondata da Alessandro Baricco.  Alessandro Baricco, fondatore e direttore della scuola è soddisfatto della scelta: « Berruto  è una persona abituata a gestire altre persone, successi e sconfitte, a motivare, a capire gli altri, a essere duttile rispetto ai cambiamenti. Noi abbiamo avuto sempre un debole per questi tratti ». Per Mauro Berruto: « È una bella sfida. Ed è una partita che mi porta su un terreno diverso dai campi sui quali competo di solito ». ” (Dai giornali)

La guerra: farla o non farla? Mah. Boh. Io sono vecchio, e senza quattrini. Io sono out, diciamo così.

Poi c’è Proietti che recita, per gli spettatori di Ballarò, la Ninna nanna della guerra di Trilussa. Dove si dimostra che quello che vogliono non è non fare la guerra, quello che vogliono è recitare. E comunque la guerra era quella del ’14 (millenovecento).


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“ 22 febbraio 1986 – « Torna il terrorismo », scrivono i giornali tutti contenti. “.


Mercoledì 18 novembre 2015

C1331redo di avere sognato il papa (Wojtyla?). Lo vedevo mentre faceva non so quale gesto di affettuoso ossequio al suo predecessore. Era giovane ed era vestito da alpino, in tenuta, bianca, da alta quota. Non ricordo bene, ma mi sembrava di dovere apprendere quell’atteggiamento, per replicarlo, quando fosse stata la mia volta. Studiavo da papa?








Poiché ogni giorno, dico ogni giorno, Google Alerts mi allerta su qualcosa che riguarda Alessandro Baricco, stamani sono stato informato che ieri sera a Ballarò, insieme a Salvini, a Moni Ovadia etc., c’era anche Alessandro Baricco. Peccato perché io ho spento e sono andato a dormire. E così mi sono perso Baricco e burattini etc.

È partita da Shanghai la missione 2015 in Cina che il Sindaco di Montepulciano Andrea Rossi sta svolgendo anche in rappresentanza dell’Unioni dei Comuni Valdichiana Senese per promuovere nel grande paese asiatico l’offerta turistica del territorio. Nella capitale finanziaria della Cina Rossi, insieme ai rappresentanti della Strada del Vino Nobile di Montepulciano e dei Sapori del Cetona, ha incontrato un folto gruppo di tour operator specializzati nei viaggi verso l’Europa e di giornalisti del settore turismo e lifestyle. La formula degli incontri, che si ripeterà anche a Chengdu (capitale del Sichuan, 14 milioni di abitanti) e a Pechino, ultima tappa del viaggio, prevede un seminario allargato a tutti gli ospiti durante il quale vengono presentate le risorse turistiche del territorio e l’offerta per i visitatori cinesi e poi un focus riservato ad operatori e giornalisti maggiormente interessati. “ (Dai giornali di Siena)

L’amour vaincra “ (Scritta su cartello, Place de la Republique, Paris)

“ #jesuischien “ (Un hashtag)

Poi c’è Giulietto Chiesa che dice che la strage Hollande se l’è fatta da solo…

La presenza impopolare di Maria Antonietta – moglie di Luigi XVI – che, troppo legata alla sua patria austriaca, veniva chiamata con disprezzo dal popolo francese l’Autrichienne (letteralmente « l’Austriaca », che veniva però pronunciato marcando di proposito la seconda parte della parola in segno di spregio, in quanto « chienne » in francese significa « cagna ») “ (Dal web)


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“ 27 febbraio 1991 – « Saddam = Hitler »: questa è la vera Hiroshima della seconda metà del XX secolo. La presa di possesso americana sulla mente del mondo. “.


ROSSORI

Sotto la foto di un gruppo di poliziotti in armi davanti al negozio di alimentari “ Chez Papa “ scriverò la seguente didascalia: “ Chez Papa “.

chez


ROSSORI

Sotto la foto dei poliziotti che sfondano la porta di una chiesa a colpi d’ascia scriverò questo diario: “ 20 febbraio 1992 – « L’Histoire, avec sa grande hache. » (Georges Perec) “.

ascia


ROSSORI

Sotto la foto di un gruppo di ragazze che si fanno un selfie in una terrace scriverò la seguente didascalia: “ Liberté Egalité Selfieté “.

selfieté.jpg


ROSSORI

Sotto la foto di un poliziotto in preda al terrore scriverò la seguente didascalia: “ La Grande Peur “.

laterreur


Giovedì 19 novembre 2015

i1940eri sera ho visto un bel pezzo di un programma sul processo di Norimberga – l’ho visto per certe ragioni famigliari che non sto a spiegare. Ci sarebbero da dire molte cose, ma io voglio dirne una sola: che in un processo c’è qualcuno che giudica e qualcun altro che viene giudicato. Quello che voglio dire è che i processi non mi piacciono, nel senso che, per quanto mi riguarda, vorrei poter dire che “ francamente, me ne infischio “. Se dico così è perché quello che ho visto ieri sera era, nella mia opinione, soprattutto un film. Che è qualcosa che ha l’aria di voler essere giudicato, mentre poi si scopre che chi giudica è soprattutto lui. Quando ho smesso di vederlo si stava raccontando dei giornalisti che accorsero a Norimberga per vedere il processo. Si spiegava che l’aula del tribunale fu attrezzata come una sala cinematografica, per consentire la proiezione delle immagini girate dagli americani nei campi di sterminio appena scoperti. Dice che i giornalisti scrivevano come matti, perché vederle li aveva tremendamente impressionati. Tutto questo è perfettamente comprensibile, ma, sinceramente, non mi piace. Nel senso che non mi piace essere impressionato, che preferirei non esserlo, che, da tanti anni, invece, lo sono. Lo sono da così tanti anni, che, a questo punto, penso che c’è chi se ne approfitta. Che c’è chi lo fa per mestiere, che questo mestiere è esattamente il cinema, anzi, a questo punto, direi la televisione. Che impressionare, per tanta gente, è sempre meglio che lavorare etc. Naturalmente, in tutto questo il nazismo, gli ebrei, i campi di sterminio etc. non c’entrano veramente niente. Cioè c’entrano, ma solo nel senso di chi ce li fa entrare, cioè li racconta, li mostra, li dice etc.

Il giornalista Filippo Ceccarelli non ha dubbi: i terroristi odiano i giovani. Anche questo dei giovani è un bel mistero. Forever young.

Poi c’è Davico Bonino che ha scritto un libro sulle scrittrici. C’è anche Santa Caterina. Che, come è noto, non sapeva scrivere.

“ Entendez-vous dans nos campagnes mugir ces féroces soldats… “, canta la Marsigliese nella versione gattamortesca della tv. Quei furbi villici…

Poi c’è quello, nero, con i calzini in mano, che mi chiama zio e mi chiede i soldi. Ma io non sono zio, e di soldi ce ne ho troppo pochi per dargliene a lui. E comunque quello che fa non mi sembra per niente bello.

B. B. « Cioè? » Beato Bocelli « Che canta? » No, che non vede

Il “ foreign fighter “… « Nel senso di fighter? » No, nel senso di foreign.

Io prego. Prego per tutti, per tutti i vivi, ma anche per tutti i morti. Prego per le vittime, ma prego anche per i carnefici. Per chi viene ucciso, ma anche per chi uccide. Che, in un certo senso, è anche peggio. Invoco la misericordia di Dio per tutti quelli che ne hanno bisogno. Piango, con tutti quelli che soffrono. E così sia.


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“ 5 aprile 1994 – « Vergogna! » titolava l’Unità. Io arrossii. “.


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“ 21 luglio 1995 – « I pittori erano lì in piedi, a guardarsi senza parlare. » (Luciano Bianciardi, La vita agra, 1962) “.


Venerdì 20 novembre 2015

I1941magination macabre… “. Quando accendo la tv c’è il primo ministro francese Valls che parla del rischio che i terroristi usino armi chimiche e dice: “ Imagination macabre “. E io, che non sono primo ministro e che, diciamolo, non ho mai avuto “ immaginazione “, penso, tanto per pensare qualcosa, tanto per fare lo spiritoso: “ L’imagination macabre au pouvoir “. È evidente che sto alludendo al Sessantotto. Già, il Sessantotto… Io l’ho “ fatto “, ma a modo mio. Perché, come ho detto, io non ho mai avuto “ immaginazione “. Io, per dirla tutta, avevo la “ fantasia “, che non è assolutamente la stessa cosa. C’è anche da dire che con la “ fantasia “ si fa poco, non si fa il Sessantotto, non si fa quasi niente, come la mia storia dimostra.

“ Siena – Sono in viaggio verso l’Antartide i tre ricercatori dell’Università di Siena che partecipano alla trentunesima Spedizione italiana del Programma Nazionale Ricerche in Antartide. La spedizione di ricerca geologica, supportata per la logistica dall’Agenzia ENEA, e finanziata dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, punta a ricostruire eventi salienti della storia geologica di un’ampia regione dell’Antartide, da quelli più recenti legati all’azione erosiva e di trasporto e accumulo dei ghiacciai durante e dopo il sollevamento delle Montagne Transantartiche, ai principali processi paleoambientali che sono documentati nelle diverse formazioni geologiche della regione, dal Precambriano al Giurassico. Vivendo per due settimane in tende, in un campo remoto lontano oltre 200 km dalla base, i ricercatori Gianluca Cornamusini, Matteo Perotti e Sonia Sandroni potranno tornare nell’area di Allan Hills, dove lo scorso gennaio hanno scoperto i resti abbondanti e ben conservati di una foresta fossile. Il gruppo di spedizione raggiungerà le aree di ricerca utilizzando elicotteri strumentati con videocamere e tablet con tutta la cartografia disponibile, comprese immagini satellitari ad altissima risoluzione. “ (Dai giornali di Siena)

Ieri Michele Serra ha scritto: “ Io per la Marsigliese morirei. Per Cristo Re, no “. Potenza della musica…

Poi c’è Giuliano da Empoli da Parigi. « Da Empoli o da Parigi? » Da Parigi « Da Parigi? » Sì, da Empoli da Parigi « Da Empoli o da Parigi? »…

La banalità del Mali.


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“ 5 luglio 1984 – Diranno: era un sessantottino. Chi, io? “.


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“ 20 maggio 1985 – « La sua opera illustra la distinzione posta da Wordsworth fra Fantasia e Immaginazione, fra l’arte che inventa ciò che non è mai esistito e l’arte che scopre l’intimo significato di ciò che esiste. L’Immaginazione potrà anche non sembrarci superiore alla Fantasia; ma non si potrà mai sostenere che le è inferiore. Proust fu forse indifferente alla Fantasia, o non ne possedette abbastanza; ma la sua opera è certo uno dei capolavori dell’Immaginazione. » (George Painter, Proust, 1959) “.


Sabato 21 novembre 2015

h532o pensato che questo diario – questo mucchio di roba scritta, questa sfilza di frasi, questo ammasso di date – potrei anche prenderlo e buttarlo nel cesso. Sono quarantatré anni che lo scrivo, ma io so – ho sempre saputo – che era solo un modo di prendere tempo. Che, fra tutti i possibili, è il modo più stupido di avere a che fare col tempo.








Poi c’è Loretta Napoleoni. Ma io intendo restare umano.

Happy hour nonostante tutto “, scrive Anais Ginori. Anais… Anais…

I savants: sanno tutto ma non fanno niente. Otto milioni di “ consulenti “.


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“ 3 marzo 1987 – Il Forum des Halles esprime perfettamente la vocazione « sotterranea », « sommersa », « bunkeristica » della nuova borghesia (via! via!). Essere invisibili. Stare in un buco. Stare sotto. Il contrario dei grattacieli.


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“ Giovedì 20 marzo 1997 – « Tènere le distanze »: in questo breve motto di mia, non faccio per vantarmi, invenzione, che è soprattutto un calembour, cioè a dire un gioco di parole, cioè un gioco e come tutti i giochi è un po’ buffo, un po’ puerile, un po’ scemo – un po’ « tènero »: fa sorridere, fa « tenerezza » – si afferma che, a differenza di ciò che spesso si crede, le distanze sono « tènere ». « Tènere » significa in questo caso il contrario di odiose, dolorose, o addirittura strazianti; come in un film sentimentale, « tenerezza », è sinonimo di dolcezza, benevolenza, forse, chissà, amore. Che la « tenerezza » stia nella distanza non è oggi una cosa facile a capirsi. Per esempio, che in quel breve intervallo che separa la lettura della frase « tènere le distanze » dalla sua piena comprensione – capirla non è difficile, ma ho notato che non tutti ci riescono subito e, in un primo momento, dato che leggono « tenére le distanze », hanno l’aria di volersi adombrare come se avessero ascoltato un insulto e solo dopo un po’ capiscono il trucco cioè lo scherzo cioè che è tutta una questione di accento -, in quell’attimo di spaesamento che fa sentire chi legge un pochino stupido, un po’ troppo « distante » dall’oggetto della sua lettura, cioè dal senso delle parole che cerca di decifrare, come se non fossero sue ma solo di un altro – quello che le ha scritte – e tali fossero destinate a restare, negando così lo scopo stesso della lettura che è la comunicazione di un pensiero, la comprensione di quello che un altro ha in mente, la solidarietà fra due estranei, il contatto fra due perfetti sconosciuti – e allora, come farebbe un miope, chi legge non vede di meglio che cercare di ridurre questa distanza malevola e si avvicina, o, come minimo, inforca gli occhiali -, che in quel contenuto spavento che è connaturato comunque sempre, io credo, all’atto della lettura, alla decisione di leggere, ci sia qualcosa di « tènero », sembra effettivamente difficile da dimostrare. Eppure io penso che sia così. Quello che penso è che la « tenerezza », per non dire l’amore, è almeno altrettanto « tenersi » lontani che avvicinarsi, restare a una certa distanza, a quella certa distanza, dalla quale, come quando si scatta una foto, si distinguono bene i contorni della figura che si sta inquadrando, e ciò che, un po’ più vicino o un po’ più lontano, appare nebuloso, confuso, sgradevolmente vago, il volto, il corpo si precisa in tutta la sua confortante esattezza, si illumina di ciò che le è proprio e che, l’abbiamo sempre saputo, ci piace. Per quanto è doloroso sgranare gli occhi per cercare di riconoscere qualcosa che è troppo irrimediabilmente lontano, oppure doverli chiudere di fronte a qualcosa che, troppo vicino, ci appare innaturalmente, spaventosamente enorme, strano, quasi deforme, così è un immenso piacere guardare qualcosa che amiamo là dove è giusto che stia, come amiamo che sia, prossimo ma non assillante, nelle sue proporzioni reali, nella sua « tènera » estraneità. Tutto questo l’ho pensato sfogliando su un antico fascicolo di «Paragone letteratura» (n. 20, agosto 1951) un conosciutissimo racconto di Calvino: L’avventura di una bagnante, che anche io, come molti da allora hanno fatto, avevo già letto in quella raccolta dei suoi racconti che si chiama Gli amori difficili. Leggerlo così, su una carta francamente gialla, dentro un libretto dalla copertina austeramente verde – un cauto assennato verde degli anni Cinquanta -, leggere la data: « 1951 », pensare che allora, in quell’estate remota, io avevo sei anni, e, se leggevo, non leggevo di certo Calvino, tutto questo istituisce fra me e questa storia un distanza che non avevo previsto. Quello che sta accadendo, penso, è esattamente questo: un cinquantatrenne legge qualcosa scritto quarantasei anni fa da uno che aveva venticinque anni quando lui ne aveva sei. Quello che di seguito penso è che, capire veramente di che si tratta, in queste condizioni non può essere facile. Ma questo è solo un esempio, perché la verità è che, quando si legge, non si capisce mai davvero ciò che si legge. Anzi, io penso che il piacere del leggere è in una certa parte proprio nel non capire – oppure capire solo in parte, interpretare, divinare, fraintendere. Si legge per sentirsi un po’ fessi – fesso chi legge, come dice l’antico graffito -? No: chi legge non è così fesso, se legge avrà pure le sue ragioni, il suo tornaconto, ci troverà il suo gusto. Che sia la « tènerezza »? Bisognerebbe pensarci su. Per intanto, poiché la comprensione piena, l’intelligenza integrale, la celebrata chiarezza sono tutte almeno improbabili – di questo sono sicuro -, è bene che ci sia qualcos’altro a portata di mano – o di occhio, o di orecchio -: la « tènerezza », forse. “.


Domenica 22 novembre 2015

s1249ulla copertina del Venerdì di questa settimana c’è lo scrittore turco Orhan Pamuk che salta e ride. Ne deduco che non è da escludere che io della letteratura non abbia capito niente – oppure dei turchi, oppure delle copertine etc.










Così cerco qualcosa nel mio diario e trovo questo: “ Venerdì 13 ottobre 2006 Poi leggo Citati che parla del primo libro del premio Nobel Pamuk, Il mio nome è rosso – si parla dei miniaturisti persiani: « Ogni artista inseguiva il culmine delle cose: il color rosso, al quale tutti i colori tendono e nel quale si perdono. Il rosso proclamava: “ Non ho paura degli altri colori, delle ombre, della folla o della solitudine. Com’è bello riempire con il mio fuoco vittorioso una superficie che mi attende! Dove io mi espando, gli occhi brillano, le passioni si fortificano, le sopracciglia si alzano, i cuori battano forte. Guardatemi com’è bello vivere. Contemplatemi, com’è bello vedere. Io vedo dovunque. La vita comincia con me e torna a me, credetemi “. Il rosso era il colore di Allah: rossi erano gli abiti delle donne, l’inchiostro, il sangue, il matrimonio la morte, il fodero della spada, la sella dei cavalli, e la prodigiosa felicità, che risveglia i noi la pittura dei maestri. » “.

C’è da dire che ho trovato anche questo: “ Giovedì 12 gennaio 2012 – « Un tempo Orhan Pamuk scappava negli Usa perché minacciato di morte dai nazionalisti turchi. Ora il Nobel per la letteratura ha lasciato il suo Paese perché tormentato da un difficile rapporto con la sua nuova fiamma, una piacente artista turca, Karolin Fishekci. “ Orhan è andato via, in America Latina – ha detto lei ieri -. Ma tornerà. Non ho paura di perderlo “. Fino a pochi mesi fa lo scrittore era legato alla scrittrice Kiran Desai, vincitrice del Booker Prize. Ma i pettegolezzi in Turchia dopo la rottura e la nuova relazione lo hanno perseguitato. Si è parlato anche di un suo figlio illegittimo con una germanista tedesca. Pamuk ha così deciso di mollare tutto e di volare per una destinazione ignota in Sud America. » (Dai giornali) “. Ci credo che salta…

Dice il libanese che sì è fatto, olim, la guerra fra cristiani e musulmani in Libano, che la guerra non nasce nella testa ma nella pancia. Dice che il primo kamikaze è stato una donna, cristiana, a Beirut, nel ’79. Io dico che bisogna cominciare a chiedersi che cos’è l’odio – o è meglio dire la “ visceralità “?

Sempre la Marsigliese risuona in sottofondo, per così dire, nel famoso dipinto di Delacroix, La liberté guidant le peuple che celebra la rivoluzione del luglio 1830 che mise sul trono Luigi Filippo. “ (Dice il dottor Augias)

Poi accendo la tv e c’è la Rai, Quelli che… E capisco perché non ci sparano: perché siamo troppo brutti – indecenti, ignobili, repellenti, insomma: disarmanti – anche per un jihadista. Italiani, buffa gente.


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“ Domenica 26 dicembre 2010 – « Molte sequenze memorabili, tra cui la più famosa è quella dei prigionieri francesi, travestiti da donna, che cantano la Marsigliese. » (La grande illusione di Renoir (1937) nel Morandini / Dizionario dei film) “.


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“ 8 luglio 1994 – Non mi ricordo niente di Torino. Solo un senso di giallo. Anche lei aveva un vestito giallo, che d’estate diventava grigio sotto le ascelle, e puzzava. Non che l’odore non mi piacesse: era forte, spavaldo, violento e becero. Come il vestito. Come lei. Torino invece. Era un altro giallo. Ma sempre giallo era. I palazzi erano gialli. Le vie. Anche i capelli della donne mi sembravano di stoppa. Gialli. Anche l’aria. Anche le facce dei passanti. Dovunque giallo. Giallo minestra, pensavo. Gialli i semafori. E anche il cielo. Albe gialle sui corsi infiniti. Giù verso Nichelino, verso Orbassano. Nella landa degli operai, genti oscure, malinconiche, gialle. Come li vedevo io. Tutto era tinto di quel colore sgradevole, odioso. Giallo. Giallo vomito. Io stavo in albergo. Perché non avevo più casa. Non avevo più niente. Lei se n’era andata via col suo giallo vestito puzzolente. Io avevo mollato tutto. Ero partito. Poi ero tornato. Ora avevo solo lo stretto necessario. Per vivere in albergo. Per amore della chiarezza. Beata solitudo. Andavo a letto presto, la sera. Prima avevo cenato di sotto, nella piccola sala da pranzo. Ricordo la dolcezza e tristezza del tovagliolo nella custodia di panno, della vecchia serva zoppa, che mi guardava con una strana malizia, di vecchia donna vissuta. Mangiando – gli agnolotti erano superbi, il vino nero e pesante – sbirciavo gli altri clienti, spesso coppie, forse occasionali: era anche un albergo a ore. Mangiavo nella piccola sala calda e mi sentivo invadere da un languore infinito, un’immensa pietà di me stesso, della vecchia, delle coppiette di sconosciuti. Dalla cucina venivano le voci dei padroni, meridionali, e quelle della tv, pacate, lontane. Mi sentivo a casa. Poi salivo nella mia camera, mi stendevo sul letto. Da lì ascoltavo i rumori. Le voci soffocate. Le porte che cigolavano. Ed anche ansimi, gemiti, risate, scrosci d’acqua, bisbigli. La solitudine acuisce i sensi. Mi addormentavo felice. Sognavo. Lei aveva anche un vestito rosso. Un rosso scuro, rosso sangue, con dei disegni. Avevamo un cane. Al ritorno da un viaggio, la vidi in fondo alla strada, nella luce triste e ruffiana del tramonto, vestita di rosso, con il cane in braccio. Fu come sposarsi. Stavamo in tre nel letto, io lei e il cane, ci stavamo parecchio, del cane non c’era verso di liberarsi. Ma il guaio era che pisciava. Sempre, dovunque. Piangeva e pisciava, forse per l’emozione. Lo abbandonai e fu uno strazio. Anche la crema era gialla. Ricordo le cremerie, ce n’erano tante ed era bello fuggire dal freddo della strada, entrare e sedersi davanti a una cioccolata fumante, nella luce gialla della sala. È passato tanto tempo: vent’anni, ora mi accorgo. Scrivo su una carta che, mi accorgo soltanto ora, è gialla. Scrivo sul giallo. Che non c’è più. “.


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“ 3 settembre 1974 – eppure giurerei / che a strizzarti / la poppa / o furba LIBERTÉ / ti colerebbe / una lacrima / di MADONNA / a filo a piombo / sulla barricata. “.


Lunedì 23 novembre 2015

i1942virgo mi fermo qui “, dice il mezzobusto del telegiornale. Sottinteso: chi si muove, chi si deve muovere, siete voi, uomini che guardate, telespettatori, sfortunati mortali.











Sempre di più, ogni giorno che passa, avrei voglia di dire: “ Francamente me ne infischio “. Ma non lo dico. Non perché non pensi che, in un certo senso, è anche vero, nonché che, in un certo senso, è giusto pensarlo. No. Non lo dico perché questo è esattamente quello che vorrebbero che dicessi, che vorrebbero sentirsi dire. Perché io non voglio essere dentro un film. Perché mi sono tagliato i baffi da tanto tempo. Perché se ero “ bello e impossibile “ non lo sono più da tanto tempo. Perché sono vecchio e stanco. Ma anche un po’ meno fesso di prima. Io, una volta o l’altra, dirò qualcosa, ma a modo mio, nel mio modo. Quando sarò pronto per dirlo. Quando sarò sicuro di non essere detto da qualcun altro.

Leggo lo sport di Repubblica. Penso: sono solo una manica di interisti.


Martedì 24 novembre 2015

e794 intanto Bassolino, tomo tomo basso basso…












Credo di avere capito che la democrazia è tutto un problema di targhe. Ma dove vai se la targhetta non ce l’hai…


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“ Venerdì 19 dicembre 2003 – « Lettera al direttore [*] – Ho appena letto Adriano Sofri che, parlando della questione del velo islamico in Francia, dice che nel mondo c’è una guerra civile per l’abbigliamento delle donne. Ho capito perché sono diventato pacifista. (Non mi va di marciare agli ordini dei generali Valentino, Ferrè, Armani, Trussardi, Missoni etc. etc.. E poi non ho più l’età per marciare – nella mia meglio gioventù ho marciato tanto… ) / di Anteo Statici – 61 – Comacchio – paraplegico » “. [*] Avevo scritto “ diorettore “.


Mercoledì 25 novembre 2015

v1093edo Enrico Mentana che legge i titoli del tg. Penso che in un giornalista c’è sempre uno strillone.












Poi, vedendo un film di Woody Allen, ho il sospetto che l’Europa non esista. Cioè che l’unica Europa che c’è sia quella degli americani. Cioè sia quella dei film, del cinema americano. Un’Europa ridicola, un’Europa da ridere.


Giovedì 26 novembre 2015

n1079ell’arrivo di Mario Calabresi alla direzione di Repubblica mi sembra di scorgere la clamorosa conferma di qualcosa che penso da molto tempo, e cioè che il nostro è il tempo dei figli dei poliziotti. C’è da dire che io dei figli dei poliziotti credo di sapere qualcosa…









Il danno ai ponti è dovuto alla subsidenza provocata dalla geotermia? “ (Dai giornali di Siena)

Isis: non bastano le parole “, dice il titolo. E vai col ddibbattito.

Ci vuole tempo ” (Ibid.)

A proposito di poliziotti, ritrovo un diario di molti anni fa: “ Mercoledì 21 ottobre 1998 « A Valle Giulia c’era anche chi non c’era. C’era anche Pasolini. Come testimonia la sua poesia Il Pci e i giovani, pubblicata più tardi, sull’Espresso del 16 giugno, e che è basata tutta su un errore di lettura. Pasolini “ legge “ le facce di questi ventenni e le trova francamente insopportabili. “ Avete facce di figli di papà / Vi odio come odio i vostri papà / Buona razza non mente / Avete lo stesso occhio cattivo “. Fino alla  “ scandalosa “ conclusione: “ Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte / coi poliziotti / io simpatizzavo coi poliziotti “. Strano errore di lettura per un “ linguista “ come lui. Aveva letto un solo “ segno “, le facce. Bisognava leggere tutti i segni di quella giornata. I gesti, gli atteggiamenti, gli slogans. Come quello stampato su un enorme striscione per riportare l’affermazione – arcinota – di Paul Nizan: “ Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che è la più bella età della vita “. Da quella mattina a Valle Giulia a nessuno è più permesso, facce o non facce. » (Beniamino Placido, E venne l’anno degli studenti / Pasolini non seppe « leggere » il primo esempio di guerriglia urbana, in «La Repubblica», mercoledì 1 marzo 1978) “. Solo ora, rileggendo, noto questo Nizan e, francamente, mi sembra strano. Cioè, conoscendo un po’ i miei coetanei di allora, soprattutto gli “ architetti “, decisamente “ improbabile “. Suona falso, ecco. Cioè inverosimile, ma intenzionale, allusivo, aggressivo. Come succede sempre quando qualcuno si avventura dentro un linguaggio che non è il suo. Come, per esempio, le conversazioni nei film porno: perché parlano, quando tutti sanno che si tratta solo di scopare? Comunque è evidente che il povero P.P.P. si era accorto, sensibile com’era, di essere finito in un gioco più grande di lui. Parlo del Sessantotto, proprio di quello di Valle Giulia, quello “ romano “, quello del mio Amico, non so se mi spiego. Parlo del cinema, probabilmente, che quando si tratta di usare la letteratura è di una disinvoltura stupefacente. Comunque io sono sicuro che quello che c’era a Valle Giulia erano facce, libri non credo proprio.

Dice che in Francia i “ fabriquants de drapeaux “ festeggiano il formidabile incremento delle vendite. Contenti loro.

Poi mi ricordo che l’altra sera ho visto uno con un cencio in testa. La didascalia diceva: “ Mauro Corona – scrittore “. Io ho pensato: se quello è uno scrittore, io cosa sono? Ai posteri l’ardua sentenza. Comunque il cencio non me lo metto.

Isis… E Osiris?

Io avevo un Amico. Ma poi ho scoperto che era un Comico.

È come vietare i centurioni a Roma “, dice, a proposito dell’ordinanza del sindaco di non so dove che vieta alle immigrate di portare il velo integrale, il giornalista Marco Travaglio. Che, secondo me, come tutti i giornalisti, non capisce, sostanzialmente, un cazzo.


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“ 27 febbraio 1994 – In principio, guardando dal basso, si vede un casamento alto, di mattoni e pietra grigia – di pietra sono i davanzali e gli archi delle finestre, la scala in cima alla quale si apre il grande portone di legno chiaro ma annerito dal tempo. La scala comincia dove finisce un piccolo viale che attraversa una zona di verde. Il casamento infatti è circondato da tanti piccoli giardini, tanti quanti sono gli appartamenti. Dove finisce il vialetto e la cinta dei giardini comincia la strada, che è larga, lievemente in discesa, o lievemente in salita. Su questa strada principale, ne cade perpendicolarmente un’altra, delimitando così il lato sinistro del palazzo – ci sono beninteso giardini anche da quella parte. Sul lato destro, dove finiscono i giardini, ne comincia un altro: è quello che circonda una villotta di due piani, costruita, come si vede, in un’epoca successiva. Lo stesso avviene sul dietro, e tutt’intorno: il quartiere è un quartiere di ville, cioè palazzine con giardino, tutte costruite una settantina d’anni fa secondo i criteri della città-giardino. Sul davanti, invece, al di qua della strada da cui guardiamo, dunque alle nostre spalle, c’è una scarpata, il terreno scende di parecchi metri formando come una piccola valle. Nella valle ci sono molte costruzioni, tutte recenti, anonime anzi brutte: sono le case dei poliziotti. “.


ROSSORI

Sotto la foto di un gruppo di africani che mostra, sorridendo, un ritratto di papa Francesco scriverò la seguente didascalia: “ Come sono buoni i bianchi “.

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“ Sabato 21 giugno 1997, Lido Macarro (Maratea) (PZ) – « Io sono di sinistra », tiene a farmi sapere il dolcissimo poliziotto della Stradale che mi ha fermato dopo che avevo fatto un sorpasso vietato sia pure avendo l’attenuante dell’esagerata lentezza dell’auto che mi precedeva. Si era subito capito che avrebbe « chiuso un occhio », quel tenerissimo tutore dell’ordine, fin da quando, sorridendo, mi aveva detto: « Sessantottino,  eh? » (si riferiva alla tenebrosa capellosa barbosa faccia che continuo a esibire nella fototessera della patente), aggiungendo a chiarire il concetto: « C’è chi li guarda male… ma io no ». E io, intanto, a giustificarmi: « Sono passati tanti anni… eh, sì, gli anni passano… », perché sapevo di avere sbagliato e temevo le inevitabili sanzioni di legge. E anche perché di quella foto, esagitata, esagerata, esasperata, come un brutto film italiano degli anni Settanta, tutto sommato mi vergogno, anche se, vent’anni dopo, si scopre che può anche tornare utile (a non prendere multe). E ora che ho dismesso la mia livrea di conducente per indossare la consueta più adatta più intima veste di diarista dilettante, penso che vorrei dirgli, a quell’affettuoso servitore dello Stato: « Sarai anche di sinistra, ma sempre poliziotto resti. Sulla strada, al freddo e al gelo, e se sparano, sparano a te. E, se come hai dimostrato di pensare – anche tu, come l’impiegata della posta, come il controllore sul treno, come il cassiere alla banca, come il portiere d’albergo -, il Sessantotto è stato, dopotutto, solo una barba, un capello lungo, un occhio spiritato, come in un brutto film italiano degli anni Settanta, allora io ti dico che avresti dovuto farmela la multa, sì, e bella grossa, farmela pagare, cara, tutta, subito. Per tutti gli errori che ho fatto, per tutti i sorpassi – vietati – che ho fatto. Perché i sorpassi, se non si devono fare, non si devono fare ». Ma poi ci penso meglio e concludo che ha avuto ragione lui, ce l’ha sempre avuta, ha sempre capito tutto, il Sessantotto, le barbe, le multe, lui, sì, proprio lui, quel saggio, cinefilo, indimenticabile proletario in divisa. (Se erano carabinieri non andava così liscia) “.


Venerdì 27 novembre 2015

a1464 proposito di poliziotti, ieri sera, mentre andavo a dormire, mi è tornato in mente un diario: “ 11 aprile 1989 – Una faccia da poliziotto una prosa da scolaretto (il giornalista). “. Quello che mi chiedo stamani è se mi ha danneggiato di più non avere una faccia da poliziotto o non avere una prosa da scolaretto. In ogni caso, per me l’instaurazione del giornalismo come modello culturale globale, l’avvento, all over the world, dell’homo mediaticus, è stato una catastrofe. Non che prima le cose, per me, andassero tanto bene, io, anzi, in un certo senso, avevo già perso quasi tutto, ma mi era sempre rimasta una zona in cui nessuno poteva sperare di mettere le zampe, un luogo che era solo mio, di cui io ero l’indiscusso signore e padrone: quello della scrittura. Da un certo momento in poi, diciamo dagli anni Settanta, dal tempo della mia esperienza in quel piccolo giornale di provincia – per la prima volta ho sperimentato lo scrivere con altri, in mezzo ad altri, essendo letto e giudicato da altri, altri come me, non professori o maestri, intendo dire – non è stato più vero. Quello che ho scoperto allora è stato l’esistenza del pubblico, della necessità di scrivere per un pubblico, di essere giudicato da un pubblico etc. Si trattava, insomma, di diventare “ scrittore “, ma io, che avevo sempre scritto, ho capito subito che non avevo mai veramente pensato di volerlo diventare…

Il giornalismo vuole farci aprire gli occhi. Io invece vorrei sturarci gli orecchi. Voilà la petite difference. Parola di uno che non ha fatto il giornalista, ha non fatto il giornalista.

“ Oportet ut scandala eveniant “, dice quello. Che fa il giornalista.

Sarà che fa un gran freddo, sarà che è un ottimo modo per cercare di nascondere il mio, ahimè, doppiomento, fatto sta che stasera, per la prima volta forse da cinquant’anni, ho indossato un maglione con il collo alto, quello che viene comunemente chiamato “ dolcevita “. Indossandolo mi preparavo a vedere l’effetto che avrebbe fatto. A me faceva un effetto strano, anche languidamente gradevole, come il ricordo di un tempo che fu. Del resto, tutto stasera era un poco “ fané “: il teatro, gli attori, il pubblico. Nel pubblico c’era anche una tizia che sono sicuro di conoscere, anche se, per quanto mi sforzassi, non sono riuscito a ricordarmi dove l’ho conosciuta. Ora che ci penso, era piuttosto strano che, con tutto che devono essere passati molti anni, lei non era per niente cambiata, dico da come la ricordavo, cioè da come non la ricordavo. Perché, ecco, proprio non riesco a ricordarmi chi sia. Non mi ricordo neanche se mi piaceva. Può darsi di sì, ma non ne sono sicuro.


ROSSORI

Sotto la foto della cerimonia in onore delle vittime del 13 novembre a Parigi a Les Invalides scriverò la seguente didascalia: “ Les Invalides “.

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“ Senza titolo [1981] – Il regista Nanni Moretti porta i maglioncini girocollo  come si usava nel ‘65. “.


Sabato 28 novembre 2015

h444virgic et nunc “, disse il mio Amico. Alla fine ho capito benissimo che cosa intendeva dire. Che non aveva nessuna intenzione di muoversi da dove era arrivato a stare: in quel luogo magico e imperscrutabile dove non succede mai niente, dove non manca mai niente, dove si può non fare assolutamente mai niente, un giorno dopo l’altro, per saecula saeculorum… In quel paradiso ritrovato, in quel leggiadro rifugio per le canaglie… Nell’università, en somme. Nell’occasione, mi chiedo, ancora una volta, che cosa è, esattamente, l’università. La prima risposta che mi viene alle labbra è che l’università è un luogo. Cioè uno spazio: da abitare, da occupare. University is a place, potrei dire echeggiando il titolo di quel raduno di poeti, a Venezia, quasi quarant’anni fa: “ Poetry is a place “… Quando, quarant’anni fa, mi laureai, quello che mi stupì di più non fu che lo facessi in così vergognoso ritardo, né che lo facessi a Siena, dove non avevo studiato, perché l’università io l’avevo fatta a Firenze, ma che la facoltà in cui stavo per concludere il mio disonorevole percorso accademico, era in una stradicciuola che conoscevo benissimo, anche perché, un po’ di anni prima, era stata teatro del mio derelitto grande-amore-di-gioventù, nonché location della scuola in cui, in un tempo ancora più lontano, la mamma aveva insegnato etc. Quello che voglio dire è che mi sentivo turbato dallo scoprire che quello che per tutti era un luogo assolutamente remoto, eccentrico, quasi invisibile della città e che per me era uno spazio favoloso e immateriale ma assolutamente privato era ormai divenuto qualcosa di pubblico, di presumibilmente affollato, di destinato comunque ad attirare gente etc. Il fatto è che io, allora, ero appena tornato a casa, dopo essere stato lontano per una decina d’anni. Chi torna si trova sempre in una posizione un po’ strana, perché, quasi sempre, è convinto di ritrovare quello che aveva lasciato così come lo aveva lasciato, anzi, è esattamente questo che lo fa essere euforico, come chi, miracolosamente, sia riuscito a prevalere sul crudele dominio del tempo che, nel suo spietato trascorrere, uccide, cambia, sconvolge le persone e le cose. Comunque, per farla breve, io ho capito presto che, anche se somigliava, niente era più come prima. Né la mia città, né quella strada, né la letteratura che avevo creduto di ritrovare. E neanche il mio Amico, che non era più il mio Amico, ma un professore, con tanto di barba etc. Tutto era divenuto un’altra cosa. Si era trasformato – transustanziato, mi verrebbe di dire – in una foto. Cioè in qualcosa di estremamente chiaro, di terribilmente verosimile, di assolutamente non-vero. Qualcosa di difficile da trattare, qualcosa di pericoloso, di dolcemente micidiale. Qualcosa di radicalmente immobile, di deciso a non muoversi assolutamente mai. “ La stasi insolente delle foto “, direbbe Susan Sontag. La stasi irridente, dico io. Che dalle foto mi sento sempre un po’ preso per il culo, anche quando le foto le faccio io. (Poi vado al bar a prendere il caffè e alle pareti del bar ci sono le foto. C’è quella di Totò e Peppino che prendono il caffè, c’è quella dei due tizi che bevono in due immensi bicchieri di birra e uno di loro ha una faccia comicamente disperata. E così penso che una foto è soprattutto buffa. Come una barzelletta. Come un mistero. Ma più buffo di tutti è chi le guarda senza capire che non c’è niente da vedere etc. Né hic né nunc)

Corriamo insieme per uscire dall’ombra “. Dice che è una manifestazione per l’autismo. Dice così, ma io non ci credo. Comunque ormai ho capito perché non corro più.

Da domani a Parigi la conferenza sul clima “, dice il titolo del tg. È l’unico modo che avete di parlare del tempo, dico io. Che, se fossi il tempo, mi sentirei preso in giro.

Perché io so’ io e voi nun siete un cazzo “. Passano gli anni, passano i decenni, ma il Marchese del Grillo è sempre qui. Nella testa di tutti. Nella testa di cazzo di tutti. Addavenì: qualsiasi cosa purché venga, ammesso che venga.

“ A Pariggi “, dice la televisione. Che sta a Roma. Bocca romana.


ROSSORI

Sotto la foto di tre reggiseni, uno rosso, uno bianco e uno blu, scriverò la seguente didascalia: “ Liberté Egalité Poitrinité “.

poitrine


Domenica 29 novembre 2015

i1943virgl complesso del fuoruscito “… Mi sveglio, orribilmente presto, pensando che la malattia di cui sono ammalato non può che chiamarsi “ il complesso del fuoruscito “. Qualunque cosa sia, è un fatto che io sono stato “ fatto fuori “. Oppure, se si preferisce, che gli altri si sono messi “ dentro “. Perché, in ogni caso, non c’è altro che questo: il fuori e il dentro. E chi è dentro lo sa benissimo.







È stato progettato e realizzato dalla Scientific Production Association of Special Materials di San Pietroburgo. È un giubbotto antiproiettile per cani che li protegge da colpi di pistola, pugnalate e frammenti esplosivi. Ideato dopo il clamore suscitato dalla morte di Diesel, la femmina di pastore belga di 7 anni, rimasta uccisa nel blitz di Saint-Denis contro l’appartamento dei terroristi collegati agli attentati terroristici di Parigi. “ (Dai giornali)

Il gioco di squadra: non mi si adatta. Mai stato squadrista.

La “ neutralità “ dell’Italia. Sono sempre i soliti: fanno i quattrini, non fanno la guerra. Però mi domando anche: si fa la guerra quando non si sanno fare i quattrini?

« Il ricco emigrato? » Emirato… ha detto emirato…

Poi penso che, se ho tradito la letteratura – perché l’ho tradita -, è perché non l’ho mai amata abbastanza. Del resto, era un amore impossibile. Era troppo vecchia, era quasi morta. Parlava con flebile voce, e se parlava più forte mi piaceva di meno. Era una voce stanca, piena di sonno. Parlava da lontano, da chissà dove, da chissà quando. Era una specie di sogno, che quando ti svegli svanisce. Era solo un’ipotesi, qualcosa di possibile, di probabile, forse. Era una specie di segreto, ma lo sapevo solo io.

« Che fate, guatate? » « Perché, ‘nse po’ guatà? » “ (L’armata Brancaleone, Monicelli, 1966)


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“ Venerdì 2 luglio 1999 – « Le fotografie di disastri, personaggi politici, donne for­mose che vediamo nei rotocalchi, si suppone che abbiano la funzione di “ portare il mondo fino a noi “. Ma ciò che quelle im­magini effettivamente compiono è una funzione assai inumana: trasformano persone ed eventi reali in oggetti di puro sguardo, avulsi da ogni contesto vivo e da ogni significato men che ele­mentare grazie alla chirurgia dell’obbiettivo. Sicché possiamo guardare senza vedere, afferrare senza capire, essere eccitati senza provare in realtà alcun sentimento particolare. L’immagine fotografica abolisce decisamente la densità e l’ambiguità degli eventi reali, isolandoli dalle paure, aspettative, desideri, idee e conflitti d’idee che ad essi ci legano e che ne costituiscono il senso. Ridotte a immagini nette, le cose diventano infinita­mente più evidenti e, al tempo stesso, infinitamente più insignifi­canti che non possano mai essere in realtà. Quel che alla fine abbiamo è davvero la “ pellicola “ della vita. Piuttosto che portato fino a noi, il mondo è stato efficacemente “ fatto fuori “. » (Nicola Chiaromonte, La realtà fatta fuori/ Considerazioni sul cinema, in «Tempo presente», 4, n. 2, 1959) “.


ROSSORI

Sotto una foto degli scontri a Parigi a Place de la Republique scriverò come didascalia un verso di Jacques Prevert: “ Aujourd’hui c’est dimanche les cinémas sont pleins “.

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Lunedì 30 novembre 2015

q1096uello che mi dispiace di più del nostro tempo globalizzato, microsoftizzato, americanofono è la manomissione del tempo. Cioè la trasformazione del calendario. Per esempio, quando poco fa ho acceso, come ogni mattina, il computer, mi sono sentito dire che oggi è il 141esimo anniversario della nascita di Lucy Maud Montgomery. Lucy Maud Montgomery: chi era costei? Era, mi dicono, “ una scrittrice canadese, autrice di numerosi libri per l’infanzia, ambientati spesso nell’Isola del Principe Edoardo, presso la costa meridionale del golfo di San Lorenzo. “. Di questi libri, mi spiegano, i più famosi sono quelli della saga di “ Anna dai capelli rossi “ etc. D’accordo, ma ora che lo so, con tutto il rispetto, continuo a pensare che la circostanza mi interessi pochino. Io, che più che cattolico, sono pigro, e anche vecchio, un vecchio pigro, diciamo così, preferisco continuare a pensare che oggi è Sant’Andrea. Fra Lucy Maud Montgomery e Sant’Andrea, secondo me, non c’è partita. Sarà perché Sant’Andrea è anche il mio onomastico. Perché io mi chiamo Andrea e sono contento di chiamarmi così. Con un nome che, forse, dalle parti di Lucy Maud Montgomery è un nome da donna, ma dalle parti mie ancora, in linea di massima, non lo è. È il mio nome, il nome che, tanti anni fa, i miei dolci parenti mi hanno dato, un nome da vecchio, un nome da pigro, forse, ma, forse anche per questo, qualunque cosa dicano, non ho la minima intenzione di cambiarlo. Auguri.

“ Una storia vera “, dice il cinema. Che mente, spudoratamente.

Al corrispondente tedesco non gli piace che gli “ antagonisti “ si vestano di nero. “ Come l’Isis “, dice.

Sfoglio il magazine. Vedo una pubblicità con la foto di una tizia. Capisco che la tizia mi piace. Penso che quello che mi piace è quel non so che di “ maschile “ che c’è nel suo volto. Penso che gli uomini amano le donne in quanto maschi. Nel senso di maschi. Nel senso che i maschi amano i maschi etc.

Comunque, io sono vecchio e, in quanto vecchio, non conto più un cazzo. Trovo bellissimo non contare un cazzo.

Leggo l’intervista alla vedova di Tabucchi. Penso che se per scrivere bisogna andare a vivere in Portogallo – che sarebbe il meno -, sposare una portoghese – che sarebbe il meno -, e morire relativamente giovane – che sarebbe il meno -, allora… Comunque la letteratura è una vedova. (Ho pensato che per scrivere anche nascere a Vecchiano non guasta)

Furibonde proteste del sindacato per l’invito di Poletti ai giovani a laurearsi alla svelta etc. Anche l’operaio vuole il figlio professore / dico per dire, contessa.

Leggo il giornale e ripenso a un diario: “ 4 aprile 1989 – « Perché, perché, allora, si scrive? Mio dio, pur di non leggere. » (Umberto Eco, in «Il cavallo di Troia», n. 5)

Credo proprio che il mondo mi abbia reso fatal. È buffo ma è così.


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” 23 maggio 1984 – Lo scherzo del nonno: « Andrea è un nome da donna ». Il mio rapporto con il nonno. “.


Martedì 1 dicembre 2015

Q1097virgual è il suo libro preferito? « Oceano mare di Alessandro Baricco. Un capolavoro. Geniale. Baricco riesce nell’impresa di catapultare il lettore in una dimensione surreale, poetica, indefinita. Ognuno dei personaggi ha tanto da raccontare ed insegnare. Il pittore Plasson, che cerca di dipingere il mare usando acqua marina, è a mio avviso uno dei personaggi più riusciti della letteratura contemporanea. Capisco che un libro mi piace quando mi fa letteralmente venire i brividi… Oceano mare mi ha fatto venire i brividi dalla prima pagina all’ultima ». “, dice Nicola Marrano, 29 anni, di Palo del Colle (BA). È ricercatore presso il Policlinico di Bari. Ha scritto il suo primo romanzo: Finché amore non ci separi.


Poi vedo una foto buffa di Yoko Ono per il Calendario Pirelli e mi rendo conto che io odio Yoko Ono. Anzi, diciamo meglio, io odio le vedove – le donne che sopravvivono.

Lo dico sempre ai miei figli: il tempo è importante “, dice la bionda. Che è una che va veloce. (Lo fa per i figli)

“ Volemose bene “, dice la televisione. Nella sua ributtante lingua romana. È stato così che non ho più voluto bene a nessuno. Oppure che ho capito che nessuno mi voleva bene.


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” 14 marzo 1985 – In Argentina Pertini incontra le donne dei desaparecidos. Sempre vedove sono. “.


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” 14 marzo 1994 – Quella con il bel culo (e la brutta faccia) cerca notizie su Alessandro Baricco. Vadi in sala linguistica vadi. “.


Mercoledì 2 dicembre 2015

H533o sognato che, non so come, ero a casa di Scalfari, anzi proprio nella camera da letto di Scalfari. C’era Scalfari nel letto che dormiva, io facevo non so cosa, e lui, intanto continuava a dormire. Fatto sta che poi sono andato a Repubblica perché, non so come, si capiva che avrei lavorato per Repubblica. Era un grande palazzo – la casa di Scalfari? -, c’era una grande sala, come di un ristorante, con tanti tavoli tutti pieni di gente. C’era un gran casino, una pazzesca allegria. Io ho chiesto: “ Ma quanti siete? “. “ Circa 800 “, mi ha risposto la donna severa, probabilmente una caporedattrice. Che poi ha detto anche: “ Prima voglio tutte le analisi “. Intendeva le analisi mediche, perché, insomma, era chiaro che avrei lavorato lì. Io gli ho anche detto che ero grande amico di Luciana S. I giornalisti mi sembravano i soliti: un po’ burloni, tutto sommato simpatici. Volevo anche chiedere che fine aveva fatto Gianni Rocca, ma sono uscito, insieme a tutti quanti. Nell’atrio c’era lei che mi aspettava perché voleva andare al mare. Io le ho detto che il tempo non mi sembrava un granché, e lei, come al solito, si è incazzata… (Mi chiedo perché faccio questi sogni. Innanzitutto perché mi divertono, e “ divertirmi “ è l’unica cosa che voglio veramente. In generale, si può dire che io sono diventato, a pieno titolo, un Sognatore. Cioè uno che sogna, che, tutto sommato, non fa niente di meglio che sognare, che sogna “ per mestiere “, che cerca di sognare sempre meglio e sempre di più, raffinando la sua tecnica, inducendola a divenire un’arte etc. Si potrebbe nondimeno affermare che io sono, tecnicamente, pazzo. Infatti lo sono, non ho alcuna intenzione di negarlo)

Quando leggo che Mark Zuckerberg ha deciso di donare 45 miliardi di dollari delle sue azioni in beneficenza penso che il faccismo è soprattutto un affare.

Lontano dagli occhi / Romanzo.


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“ 4 ottobre 1987 – Ho deciso: eleggo Roma città più brutta d’Europa. E più cattiva. (Sorride con la bocca. Ma con gli occhi…) “.


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“ 9 gennaio 1994 – Mi succede questo: la mattina non sono più sicuro di volermi alzare. Non è pigrizia. Non sono sicuro di volerlo fare, ecco. Così spesso capita che, dopo che mi sono levato in piedi, ho preso il caffè, mi sono lavato e fatto la barba, torni sui miei passi e mi rimetta a letto. Rimango qualche minuto perplesso fra le coperte ancora calde della notte, almanaccando variamente, riepilogando i sogni, ascoltando se una voce mi consigli che cosa fare. Tutto tace, ma le cifre rosse della sveglia elettrica spietatamente progredendo mi ammoniscono che il tempo passa comunque. Rischio di fare tardi in ufficio. Allora mi decido a svegliarmi davvero e, abbandonando la traccia dei miei assonnati pensieri, mi vesto, scendo le scale, sono in strada. A quell’ora non c’è nessuno se non qualche auto che sfreccia con i fari accesi, segno che è partita quando ancora faceva buio. Parto anch’io, entro nel traffico moderato ma già intenso di quell’ora antelucana. Guido e penso. Mentre macchinalmente giro lo sterzo, cambio le marce, freno e accelero, sempre nei soliti punti, sempre nello stesso modo, i fantasmi della notte tornano ad animare la mia coscienza intorpidita. Questo mi piace. Se ho sognato una donna, la ritrovo profumata e calda accanto a me. Così reale che potrei toccarla. Ma non la posso toccare perchè non c’è. Allora, mi chiedo, non era meglio continuare a dormire? “.


Giovedi 3 dicembre 2015

G480virgiovanna Marmo “. Dice che è una poetessa. Io dico che è un nome d’arte.












Ho sognato l’Amica del mio Amico. Era con la sua mamma, che aveva 92 anni e sembrava una ragazzina.

“ Le piace leggere? “, mi ha detto lo “ scrittore di strada “ mettendomi sotto il naso una copia del suo nuovo libro. “ Scusi, ma vado di fretta “, ho risposto senza fermarmi. Ed era vero: che avevo fretta, perché ero in ritardo etc. È vero anche che mi piace leggere, ma non mi piace tanto essere fermato per strada. Succede sempre, da queste parti, ogni cinquanta metri, e se non è per un libro è per i calzini etc. Per di più ero appena fuggito dalla libreria dell’A(ppla)uditorium, dove mi ero affacciato in cerca di una persona. La verità è che io fuggo spesso: dalle librerie, dai calzini etc. Soprattutto dai presentatori. Et libros ferentes.

Che cosa deve fare?… Un ciclo di narrazioni?… Va bene… Occhei… “ (Allo studio medico, qualche minuto fa) (Avrò sentito male?)

Farla meno lunga. Io sono soltanto un non-giornalista. Uno che sa come si fa ma non lo fa perché ha paura di farlo. Soprattutto ha paura di quelli che invece lo fanno.

Poi mi affaccio e vedo quello dell’Espresso che cammina con una lattina d’olio in mano. Lo sapevo già: che i giornalisti non temono i greci, tantomeno se portano doni

Poi leggo Guido Vitiello su La nave di Teseo di Eco & c. E capisco che c’è la guerra fra i giornalisti. E che Repubblica & c. sono destinati a perdere. Del resto che i giornalisti sono di destra già si sapeva etc. Si avvia così al suo compimento questa buffa Weimar de’ noantri. Io ci ho guadagnato pochissimo, ma io, si sa, non so guadagnare mai.

È quella famosa… la Stuzzicker “. Ben toppato, vecchio lapsus.

Poi c’è quello dei Pink Floyd che, dice, è pacifista. Dice che il suo nonno morì nella Prima guerra mondiale e il suo babbo nella Seconda. Sfido che è pacifista…

L’Occidente è pacifico, anzi: pacifista. Ma che cos’è, esattamente, la pace? Quasi nessuno, in Occidente, lo sa.


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” Sabato 9 giugno 2002 – Nei confronti della professione giornalistica io ho lo stesso atteggiamento che ebbero alcuni scienziati, per esempio Oppenheimer, verso la bomba atomica: dio mio, che cosa ho inventato! Ma le cose non stanno realmente così. Innanzitutto perché il giornalismo è peggio della bomba atomica. E poi non l’ho assolutamente inventato io. “.


ROSSORI

Sotto la celebre foto del terrorista sul balcone a Monaco 1972 scriverò la seguente didascalia: “ Le balcon “.

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Venerdì 4 dicembre 2015

S1250virgiena, Facoltà di Lettere dell’Università, Centro interdipartimentale di studi Fabrizio De André. Un archivio che custodisce un tesoro, perché qui confluisce  –  con periodici nuovi arrivi  –  tutto il materiale dell’artista scomparso l’11 gennaio 1999. E poi l’agenda. Ci sono fogli sparsi, minute di lettere scritte da Dori Ghezzi, sua moglie, dopo la morte di Fabrizio. La prima pagina si apre con il nome e i riferimenti di uno pneumologo. Dietro, la simbolica fotografia di tre uomini che tirano a forza una corda, con molta fatica. Poi conti, appunti, recapiti telefonici. E ancora: disegni, annotazioni di carattere gastronomico e agricolo. Le sue passioni. Quindi citazioni di sue nuove composizioni, alle quali Fabrizio stava lavorando. Titoli di libri che potevano servire come spunti. Continuo a sfogliare. Ci sono le medicine da prendere, annotate una per una. Frasi sparse. « Ecco – fa notare Vera Vecchiarelli, l’archivista che fa da guida nel Centro studi senese -, qui la scrittura a un certo punto diventa più incerta ». […] Su uno scaffale si intravede un altro quaderno. Ha un colore verde chiaro, un nome  –  Outport Land  –  in stile marinaro. È di qualche anno precedente. Dentro c’è una poesia, bellissima e terribile. Il titolo è Il testamento. Accomuna la morte del padre Giuseppe, per anni amministratore delegato di Eridania, e del fratello maggiore di Fabrizio, Mauro, notissimo avvocato a Genova. Vera Vecchiarelli mostra nel dettaglio come De André operava nella stesura delle sue canzoni: « Fabrizio aveva la mania di annotare tutto quello che faceva, anche nelle cose quotidiane: da come prepararsi per i concerti ai concetti da esprimere fra una canzone all’altra, dagli alimenti da assumere quando voleva fare dieta alle formazioni della squadra del Genoa la domenica. A volte ho l’impressione che scrivesse tutto come per farsi leggere, un giorno, da chi avrebbe aperto i suoi quaderni. E tutto ciò che faceva, lo faceva molto seriamente, in maniera meticolosa, strutturata ». Il Centro studi di Siena custodisce in realtà il metodo di De André. Lo stesso che la studiosa Marianna Marrucci, che ha collaborato all’archivio, definisce come una « poetica del “ saccheggio “ ». E cioè, « un riuso originalissimo delle proprie letture: idee, temi, immagini, versi, sintagmi migrano dalla pagina alla voce in un impasto tanto più eterogeneo quanto più coerente e originale ». Una visita qui permette di capire come Fabrizio studiasse i testi e li annotasse per poi riutilizzarli nelle bozze di lavoro. E la mole di volumi consultati per scrivere un brano di pochi minuti poteva essere impressionante. Segnati ovunque: sul frontespizio, nelle pagine bianche, in cima, in fondo, ai lati come se fossero glosse, su fogli che prendeva e accludeva. Il « saccheggio » consisteva poi nell’individuazione di un termine, una frase, un concetto, che venivano cerchiati, prelevati e incastonati nel nuovo lavoro, quindi rielaborati in modo magari molto diverso rispetto alla fonte originaria. “ (Dai giornali)

Guardo le statistiche del mio blog. Oggi fra i miei lettori – che sono sempre molto meno di venticinque – c’è una new entry. È un uomo – o una donna, o un bambino – del profondissimo Nord. Un abitante del paese delle renne, dei mille laghi, di Paavo Nurmi, di Alvar Aalto, dei fratelli Kaurismaki, della Finlandia, insomma. Mi ricordo che, quando da bambino facevo la collezione di francobolli, leggendo “ Suomi Finland “, credevo che si trattasse di due parole, per esempio di un aggettivo e di un sostantivo, mentre ora scopro che sono la stessa, in due lingue diverse. Comunque, benvenuto/a, chiunque tu sia, qualunque sia la ragione che ti ha spinto a leggere le mie stupidaggini.

“ Reddito di Dignità “, acronimo: “ RED “. Acronimare, sempre meglio che lavorare…

Il film sul papa dimostra che il cinema è sempre “ di papà “. Dice uno che c’è una scena in una terrazza con i panni stesi che gli ha ricordato l’Audace colpo dei soliti ignoti – veramente era I soliti ignoti. Comunque sono i soliti.

A forza di sentire i discorsi sugli statali, cioè sul “ pubblico impiego “, credo di avere capito che c’è un sacco di gente che confonde “ pubblico “ con “ pubblico “. Sono quelli che, in quanto “ privati “ di un certo tipo, sono convinti che il “ pubblico “ debba essere sempre quello che guarda, che applaude, che compra, che paga etc.

In un ricordo d’infanzia, dunque infinitamente lontano, ci sono le mamme degli altri bambini che dicono ai figli: “ Fatti vedere “. Mi sembra anche di avere riflettuto fino da allora su quella che si potrebbe chiamare la “ questione dell’esibizionismo “. È una patologia, ma potrebbe anche essere diventata una “ cultura “.

Io ho sempre amato la letteratura, ma ho sempre disprezzato gli scrittori. Nel senso di quelli che scrivono, che scrivevano. Anche per questo ho sempre preferito leggerli quando erano morti, quando non c’erano più. Non ho mai desiderato conoscere uno scrittore, non ho mai voluto che una faccia, un corpo, una voce si sovrapponessero alle loro parole, alla loro scrittura. Quando ho conosciuto qualche scrittore – pochissimi -, ho voluto dimenticarli, fare come se non li avessi mai conosciuti. Va detto che prima gli scrittori erano pochi e per conoscerli bisognava andarli a cercare. C’era chi lo faceva, io no, mai. Fra gli scrittori “ disprezzabili “ c’ero anche io, quando scrivevo, se scrivevo. Per questo ho sempre preferito non scrivere. Se penso che, invece, un po’, ho scritto, ogni volta mi dico: non l’avessi mai fatto. Averlo fatto continua a sembrarmi imperdonabile. Voglio non scrivere più.


ROSSORI

Sotto la foto di Marine e Marion Le Pen scriverò la seguente didascalia: “ Liberté Egalité Lepenité

lepen


Sabato 5 dicembre 2015

C1332virgapè un processo di deresponsabilizzazione “, diceva l’esperto in questioni internazionali. S’è fatta una certa, ho pensato io. Che avevo sonno, e, ormai, l’esperienza che dovevo fare l’ho fatta. Quello che ho capito è che il pacifismo consiste nel far fare la guerra agli altri. Come sia possibile, poi, è un mistero. Buffo, buffissimo, come tutti i misteri.








Quando, trentasei anni fa, arrivai a Roma, capii subito che Roma era una trappola. Non diversamente, va detto, dalle altre città in cui avevo vissuto, dopo che, alla fine dell’adolescenza, me n’ero andato di casa. La differenza era che, questa volta, non volevo assolutamente cascarci. Per questo cercavo di fare il meno possibile, di guardare il meno possibile – in ogni caso, non con gli occhi appassionati sgranati del giovane, del turista -, di tenermi, in generale, sulle mie, di uscire di casa il meno possibile etc. Avvolto nella diffidenza, mi aspettavo sempre il peggio da tutto, e il peggio, puntualmente, ogni volta, arrivava. Cercavo, nella città bellissima, più bella di tutte le altre che conoscevo – non che fosse quella che mi piaceva di più, ma questa è un’altra storia -, di apprendere la bruttezza. Insomma, stavo molto male. Quello che soprattutto facevo, che si addiceva perfettamente a questa mia condizione poco meno che paranoica, era scrivere il mio diario. Che, a pensarci bene, consisteva nell’annotazione di una lunga serie di spaventi, non di rado retrospettivi, perché quello che facevo era anche ripensare a quello che mi era successo prima di arrivare lì. In trentasei anni, a Roma, non sono stato felice nemmeno un giorno, nemmeno un’ora. No, non volevo dire “ felice “, la felicità, lo sapevo anche prima di venire qui, non esiste – e se esiste è solo una micidiale illusione. Forse volevo dire soltanto “ sereno “, cioè libero dalla paura. Perché, ecco, io, in questo posto – in questo posto? – da tanto tempo respiro solo paura, mangio solo paura, sento solo paura. E per andarsene è un po’ tardi. E poi: andarsene dove?

L’università: mistero senza fine bello.

« Tomber, continuait Louis XVIII, qui du premier coup d’oeil avait sondé le précipice où penchait la monarchie, tomber et apprendre sa chute par le télégraphe! Oh! j’aimerais mieux monter sur l’échafaud de mon frère Louis XVI que de descender ainsi l’escalier des Tuileries, chassé par le ridicule… Le ridicule, monsieur, vous ne savez pas ce qu’est en France, et cependant vous devrier le savoir. » “ (Alexandre Dumas, Le comte de Monte-Cristo, cit.)


ARCHIVIO

“ Mercoledì 1 agosto 2012 Quando leggo che il padre della « primavera araba », anzi della « Arab Spring », sarebbe un americano che, olim, è stato un po’ ar gabbio perché protestava contro la guerra di Corea, e che, se ho capito bene, ha vissuto tutta la vita facendo di mestiere quello che, olim, è stato un po’ ar gabbio perché protestava contro la guerra di Corea – basta fare due conti: al tempo della guerra di Corea, lui, che ora ne ha 84, aveva 22 anni -, penso che, tutto considerato, la primavera non mi è mai piaciuta. A pensarci bene, non mi è piaciuta né la « primavera di Praga », né quella di Parigi, nel senso di « maggio francese ». Non mi sarebbe piaciuta nemmeno la « primavera di bellezza », perché, a volerla dire tutta, insieme alla « primavera », non mi piace nemmeno la « bellezza ». Sarà, probabilmente, perché di primavera io ci sono morto, cioè di bellezza. O qualcosa del genere. Comunque è andata così. Sono morto, e ormai è successo da parecchio tempo, quasi da una vita. Tanto che, alla fine, si potrà dire che io sono quello che ha vissuto tutta la vita da morto. Io, che sono uno di quelli che continuano a pensare che aprile è il mese più crudele – ma anche maggio non scherza -, non potevo che finire così. “.


Domenica 6 dicembre 2015

A1465 differenza del mio interlocutore, io quel film l’avevo capito benissimo. Quello che il regista aveva voluto esprimere lo si poteva dire in una parola: “ Levigatezza “. Il regista, che era presente, confermava. (Un sogno)










Quando i fanatici vogliono spegnere ogni luce, bisogna accenderle tutte “, dice Valeria Palermi, nuova direttrice di “D”.

Papa coraggio “ (Ibid.)

I “ banchetti “.

Un “ analista “. Si occupa di ani.

Io, poi, sono solo uno che andava bene a scuola negli anni Cinquanta. Sapevo le poesie a memoria, le sapevo ridire, con il ritmo giusto, con l’enfasi necessaria. Sapevo anche il resto, sapevo rispondere, se interrogato. Sapevo, soprattutto, ascoltare. Ci pigliavo un gran gusto. Erano, soprattutto, voci di donne. Alcune le conoscevo bene, le amavo, teneramente. Ero, in generale, un tipo “ autoritario “. Nel senso che sapevo che c’erano gli “ autori “, quelli che si studiavano a scuola, che c’erano in casa, fra i vecchi libri di casa. Andava tutto molto bene così come andava. Fosse stato per me non sarebbe mai cambiato niente.

Qui in città “, scrive Marco Lodoli. Che, che io sappia, non si è mai mosso da Roma.

Il babbo era di Roma, nel senso che era nato a Roma. Ma poi, quando io ho conosciuto Roma, di questa sua “ romanità “ ho un po’ dubitato. Quello che mi sento di dire, che si vedeva, che era addirittura evidente, è che il babbo non era di Siena. Questa circostanza non gli ha poi impedito di viverci anche bene, di farci anche un po’ di carriera etc. Però era un po’ strano, diciamo così. E questo, a me, che volevo essere come tutti, un po’ dispiaceva. Il buffo è che a me, vivendo, invece che a Siena, a Roma, è successa la stessa cosa: di non essere di Roma, cioè di essere un po’ strano. A Roma si nota meno, perché a Roma c’è tanta gente e soprattutto tanta gente che non è di Roma, ma il fatto resta. Strani – stranieri? – si nasce? (A questo punto ho il fondato dubbio di non essere mai stato nemmeno di Siena)

Poi leggo il professor Claudio Giunta che ci parla di Furore – libro e film -, e non riesco a pensare di meglio che a un vecchio diario: “ Senza data [1981] – Placido / Beniamino / americanista / ma soprattutto / fordista / una questione / meridionale. “.

Quando vado a fumare in terrazza vedo, sul balcone a fianco, la vicina di casa che fuma anche lei. Sono portato a dedurne che anche fumare è una cosa da donne. Dico anche perché molte delle cose che faccio sono cose da donne. Come non essere di qui, come la vicina. Oppure chiamarsi Andrea – come si chiami la vicina lo ignoro, è chiederselo che è una cosa da donne. Ma la cosa più da donne che faccio è scrivere questo diario. Anzi nemmeno, è una cosa stupida, come fumare. Andrebbe proibita, la proibiranno, uno di questi giorni.

Il desiderio di essere come tutti… Ma come saranno ‘sti tutti? Solo Tutti lo sa.

Poi, come suggerito dal professor Claudio Giunta, guardo il trailer di Furore (John Ford, 1940) e, francamente, quei titoloni di giornale, quei faccioni, di Henry Fonda etc., oggi come oggi mi provocano una leggera nausea. Sarà che sono passati tanti anni, quasi una vita, sarà che vivere nel faccismo, come ho già detto più di una volta, mi pesa. Sarà che sono vecchio e, soprattutto, non sono professore…

“ Furore non è un documento del cinema, è un documento generale di storia. Con questo film Ford vinse l’Oscar e si pose come uno dei massimi autori assoluti. Quando una certa critica ha tacciato, durante la sua lunga e articolata attività, il regista di faziosità, manicheismo, persino fascismo, sarebbe bastato ricordare Furore, grandissimo manifesto populista. Ford non era fascista e non era comunista, stava dalla parte di quella che riteneva la giustizia, si fidava del proprio buon senso e giudizio. La sua apparente semplicità era ricchezza. Anche adesso il suo mondo è condivisibile e non è mai lontano. Quanto manca Ford. “ (Da Mymovies) (“ Il ballo di Fonda con la madre “ (Ibid.))

Ho capito che se, ogni tanto, il 47% delle volte, per l’esattezza, vinco al giochino denominato “ Hearts “, è per il loro buon cuore, cioè perché mi fanno vincere. Se lo volessero non vincerei mai.

« L’Arabbia saudita » « La rabbia saudita? » « Sì, l’Arabbia saudita… l’Arabbia saudita… » « D’accordo… la rabbia saudita… ma non t’arrabbiare… ».

Poi c’è Adele. Che, come tutti gli inglesi, canta. Canta Londra… Perfidissima Albione.


ROSSORI

Sotto una foto dell’attentato nel quale sono rimasti uccisi il governatore di Aden e sei guardie del corpo scriverò la seguente didascalia: “ Aden Arabie “.

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ROSSORI

Sotto la foto della famiglia italo-americana che fa gli auguri di Natale armata fino ai denti scriverò la seguente didascalia: “ Natale con chi vuoi “.

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ROSSORI

Sotto la foto del governatore della Regione Sicilia Crocetta in costume da bagno in polemica con Roberto Vecchioni scriverò questa didascalia: “ La Grande Isolezza “.

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ROSSORI

Sotto la foto della presidente della Camera Laura Boldrini che balla con un ragazzo affetto da sindrome di Down scriverò la seguente didascalia: “ Up and down “.

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ROSSORI

Sotto la foto di Marine Le Pen che si scambia un bacio con la scrutatrice bionda prima di votare scriverò la seguente didascalia: “ Le bionde con le bionde possono “. [*]

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[*] Non ho fatto a tempo a fare la foto giusta.


Lunedì 7 dicembre 2015

l1802a televisione ci fa vedere che si somigliano tutti: stesse barbe, stesse facce, anzi, faccette. Michele Serra come Fabio Fazio. “ Personaggetti “, direbbe il De Luca di Crozza. Io dico: “ Untermenschen “. Nel senso di uomini che per nessuna ragione al mondo rinuncerebbero al privilegio di stare sotto, sempre sotto, irriducibilmente sotto. (Dedicato al professor Eco & c. Scritto nel giorno in cui, quarantanove anni fa, io ho avuto la pazzesca idea di diventare padre)






Il caso Chaouqui. Otto milioni di Chaouqui.

L’Italia guida la caccia alla materia oscura “ (Titolo di Repubblica)

Mi trovo a passeggiare, del tutto casualmente, dalle parti di piazza Euclide. Mi guardo intorno e, per la miliardesima volta da quando abito a Roma, mi chiedo: “ Che ci faccio qui? “. Poi mi ricordo che ho appena letto che è morto Tonino Milite, che era il poeta-e-pittore che aveva sposato le vedova del commissario Calabresi. Io non lo conoscevo, ma mi viene fatto di pensare che così s’impara, dico a militare. Lo so che penso delle cose strane, ma dipende dal fatto che non so più niente, né di me, né di questa città. La quale, tutto sommato, non sa di niente. Come disse il babbo, che poco dopo morì.


ROSSORI

Sotto la foto del premier Renzi nel palco della Scala scriverò questa didascalia: “ In un vecchio palco della Scala / nel gennaio del ‘93… “.

scala


Martedì 8 dicembre 2015

s1251ento Minoli che parla di Romero, l’arcivescovo-martire. Può darsi che mi sbagli, ma ha l’aria di divertirsi. Effettivamente, penso, i martiri sono buffi. Il buffo è che di un martire si può sempre dire che “ se l’è cercata “. Perché un martire è uno che ha un’intenzione, cioè un’idea in testa, uno scopo da perseguire. Una vocazione. Oppure ha soltanto una certa faccia. Oppure un certo culo, un certo corpo etc. Poi ci sono quelli che hanno capito che fare il martire può essere anche un mestiere. Ma questa è un’altra storia etc.





Io so tutto di Tutti. Di Tutti io so tutto. Può anche darsi che Tutti sappia tutto di me. Ma non credo.

Vedo il titolo del ddibbattito: “ Tutti contro le pensioni d’oro “. Penso: a forza di parlare contro le pensioni d’oro si sono fatti una pensione d’oro. Sono sempre i soliti di tutti i ddibbattiti.

Non bisogna avere paura “, dice il giornalista Bartoletti. Ma allora perché non ti togli i baffi?, dico io. Che, olim, coraggiosamente – temerariamente? -, me li sono tolti.

Il papa… il papa… il papa… Diciamo la verità: è un altro “ uomo solo al comando “.

Una notizia è anche che, alla fine, Maurizio Ferraris è arrivato in tv – Lo stato dell’arte, Rai5, ore 23.

Lourdes (Jessica Hausner, 2009) Dove si dimostra che le donne – le donne? – vogliono soprattutto ballare, per ballare sono disposte ad andare anche a Lourdes. “ Torno subito “, dice l’uomo in divisa, ma è evidente che non tornerà. Tutto quello che vogliono le donne – le donne? – è fare andare via un uomo in divisa?

C’è stata una truffa gigantesca “, dice la bionda. Diciamo “ colossale “, dico io. Che lo dico da quarant’anni.

Poi scopro che c’è l’università a Macerata – c’ha insegnato Ferraris.


Mercoledì 9 dicembre 2015

l1803apex direttore di quel grande giornale, quello tanto educato – « Il giornale? » No, l’ex direttore -, dice “ Front Populaire “, ma tutti capiscono che voleva dire “ Front National “. Si parla di “ populismi “ e quell’ex direttore è tanto educato, ma il popolo non gli piace in nessuna forma. (Poi, quando, intervistato da Podemos, appare Toni Negri, la giornalista quarantenne ha l’aria di cadere dalle nuvole. Dove si vede che la Storia non fa i salti, ma si compiace di fare i totem – e i tabù) (Si evoca anche Tronti, ma io di Tronti so solo dire che è molto basso)





Cile, il miliardario ecologista Tompkins muore in un incidente in kayak “. So’ proprio contento. (Si fa per dire)

Poi c’è il presidente della Commissione Cravatte della Camera…

Leggo che l’ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli “ mangi[a] solo verdure bollite e pasta scondita ” e mi torna in mente un diario: “ Mercoledì 18 maggio 1999 – « Perché non hai fatto il terrorista? » « Perché non sparavano a quelli giusti ». “. Ma non è vero niente: io non ho mai pensato di sparare né ho sparato a nessuno, io sono stato sparato, bucherellato, ridotto a un colabrodo. Anche da quelli come Ferruccio De Bortoli. Cioè dai giornalisti. Che, a differenza dei terroristi, non si sa come, non sbagliano mai il bersaglio – comunque, se sbagliano non se ne accorge nessuno.

Belli e disoccupati: gli uomini sexy non fanno carriera “ (Dai giornali)


ROSSORI

Sotto una foto dello “ show ecologista “ sulla facciata di San Pietro scriverò la seguente didascalia: “ Hic sunt leones “.

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ROSSORI

Sotto la foto di uno studente che ha montato una tenda in un’aula del liceo Virgilio di Roma scriverò la seguente didascalia: “ La piena occupazione “.

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ROSSORI

Sotto la foto di una suorina perquisita da un carabiniere scriverò la seguente didascalia: “ Noli me tangere “.

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ROSSORI

Sotto una foto di Ferruccio De Bortoli, se ce l’avessi, scriverei la seguente didascalia: ” L’anemia è una bella idea “.


ARCHIVIO

“ 19 febbraio 1994 – Forse sono stupido. Anzi è proprio così: sono stupido. Tempo fa sono sembrato intelligente ma anche allora ero stupido, io lo sapevo. Il fatto è che feci un sogno: alte pareti di roccia, di un bellissimo ocra, franavano nel mare sottostante. Mi ricordo ancora quello spettacolo grandioso. Ricordo che non ne fui spaventato, come di un incubo, ma piuttosto stupìto. E lo stupore è anche un sentimento piacevole. Sì, mi ricordo uno strano piacere, in quella lontanissima notte. Avevo appena sedicianni. Da allora è cominciata la mia rovina. “.


Giovedì 10 dicembre 2015

a1466lla notizia del pensionato di Civitavecchia che si è suicidato perché aveva perduto 100mila euro nel pasticcio delle banche lei replica facendo notare che la notizia è che 100mila euro ce li aveva. È quello che avevo pensato anche io. Che ce ne ho molti meno di 100mila e non ho alcuna intenzione di suicidarmi. Anche perché sono già morto, abbondantemente morto, insalvabilmente morto.







Darei qualsiasi cosa per sapere qualcosa della dottoressa Federica Tozzi che, stando al quotidiano senese Il Cittadino online, domani venerdì 11 dicembre, alle ore 17,30, nel salone degli Arazzi del Palazzo del Governo, alla presenza delle Istituzioni statali e territoriali della provincia, riceverà l’onorificenza dell’” Ordine al Merito della Repubblica Italiana ”.

L’altro giorno, quella che, con ogni evidenza, è la mia compagna, se non “ di vita “, di una metà, la seconda, della mia vita, è tornata a casa con un libro. Non sto a dire dove l’aveva trovato, fatto sta che me l’ha regalato. Il libro era De l’Amour, di Stendhal (Garnier-Flammarion, 1965 – con una specie di curioso ex libris: “ Libreria internazionale L. Cappelli – Trieste – 12-4-65 – nf 3, 95 “). Io l’ho ringraziata, ma non le ho detto – mi sono astenuto da dirle – che ce l’avevo già. È una storia un po’ strana, piuttosto “ stendhaliana “, diciamo così, e ho voglia di raccontarla. Dunque, una quarantina d’anni fa, io ero tornato a casa. A casa avevo ritrovato tutto – quasi tutto – quello che, andandomene, avevo lasciato. Fra quello che avevo ritrovato c’era anche Lei, il mio grande, grandissimo amore di gioventù. Un giorno mi ha anche invitato a cena a casa sua. Ci sono andato, ero, non lo nascondo, emozionatissimo. A casa sua, per farla breve, c’erano un gatto, un cane, due figli e un marito. Perché il tempo era passato, quello che doveva accadere era accaduto, era evidente, era . Vedendolo, io, non voglio negarlo, sono stato sul punto di cadere, come corpo morto cade, sul pavimento dell’accogliente salle à manger. Perché la verità è che, dopo tutto quel tempo, io ero ancora, grandemente, innamorato. Comunque, anche per fare qualcosa, per darmi un contegno, mi sono messo a guardare fra i libri della sua libreria. E non è stata poca la sorpresa quando ho letto quel titolo, De l’Amour, che sembrava fosse stato scritto, proprio allora, per me. Imbarazzato, emozionato più che mai, l’ho tolto dallo scaffale, ho visto che era un’edizione Garnier, quelle un po’ gialle e un po’ grigie, il grigio era quello della foto della scultura di due amanti – ora mi viene in mente che doveva essere un Amore e Psiche, ora che controllo vedo che è effettivamente l’Amore e Psiche di Canova etc. -, mi è sembrato un bel libro – mi è sembrato anche strano che ce l’avesse lei etc. Per farla anche più breve, lei, vedendo che mi piaceva, me l’ha regalato – lei, ora che ci ripenso, era una a cui piaceva regalare libri, dico regalarli a me… Mah. Boh. Dopodiché, che io sappia, non è successo più niente. Io sono andato via un’altra volta, il tempo è passato, come passa nei romanzi, a grandi sorsi, diciamo così. E ora, ora che sono vecchio, che “ tutto è compiuto “, che “ s’è fatta ‘na certa “, come dicono qui, penso che non mi rimane che leggerlo, questo amoroso Dell’Amore. Magari è la volta che capisco che l’Amore, più che un sentimento, è un Argomento. E non è nemmeno detto che sia peggio così.

Le banche fanno il primo morto “ (Dai giornali)


Venerdì 11 dicembre 2015

f373virgra il dire e il fare c’è di mezzo il recitare “. Mi sono svegliato con questa strana “ massima “ in testa. Credo di averla sognata poco prima di svegliarmi. Che cosa intendevo dire o intendeva dire quel misterioso personaggio che allestisce i miei sogni? Ora che sono sveglio mi torna in mente il pensionato suicida di Civitavecchia. Se ricordo bene, ha scritto: “ Non è per i soldi, è per lo smacco “. Cerco “ smacco “ nel vocabolario, trovo questa definizione: “ Insuccesso umiliante; clamorosa menomazione del prestigio o dell’amor proprio. “. Insomma, è una figuraccia etc. Ora si dice anche: è stata tradita la fiducia. Dunque la fiducia c’era. Cerco “ fiducia “ nel vocabolario. Trovo: “ Attribuzione di potenzialità conformi ai propri desideri, sostanzialmente motivata da una vera o presunta affinità elettiva o da uno sperimentato margine di garanzia. “… Mah. Boh. Comunque sia, penso, è tutta una storia di quattrini, anzi di “ quattrinacci “, come direbbe la mamma. Una storia di operai e di banche. La storia sono loro e io, francamente, non c’entro niente. (Poi sento dire che il comico Teo Teocoli si è detto a favore della corrida suscitando un coro di proteste. Ma anche con la corrida io non c’entro niente. Io sono stato già “ matato “, è successo tanto tempo fa… )

Siamo a 240mila copie… sono abbastanza soddisfatto… “, dice Cazzullo. Digli Cazzullo…

« Et maintenant – dit l‘homme inconnu -, adieu bontè, humanité, reconnaissance… Adieu à tous les sentiments qui épanouissent le coeur!.. Je me suis substitué à la Providence pour recompense le bons… que le Dieu vengeur me cede sa place pour punir les méchants! » “ (Alexandre Dumas, Le comte de Monte-Cristo, cit.)

È una terra ricca di tradizioni… soprattutto culinarie “ (L’Eredità, Raiuno, ore 18. 57)


Sabato 12 dicembre 2015

l1804eggo il titolo della notizia: “ Dal 19 dicembre su Rai5 « Alessandro Baricco. Miti ed eroi » “. Penso: “ Miti ed eroi “: sembra il titolo di un’antologia per le scuole medie, una di quelle che arrivavano “ in omaggio “ alla mamma, sessant’anni fa, quando io andavo alle medie. Negli anni Cinquanta, nel ’55, nel ’56, nel ’57: nel ’58, quando è nato Baricco. Già, il ’58…







Chi ha letto le pagine di Walser – un’esperienza unica e indimenticabile – sa che il suo ideale è quello di « vincere la gravitazione », quella che ci tiene a terra, fermi, fissi, immobili. Basta leggere I temi di Friz Kocher per capire che a scrivere è proprio quello scolaro, che non ferma il suo lapis se non quando ha terminato il giro delle frasi: di getto, in un unico movimento di mano e fiato. “ (Belpoliti su Walser, in Doppiozero)

Fino a ieri, chiunque provasse a sollevare dubbi sull’operato di Renzi diventava automaticamente « un gufo ». Da ieri, è stato promosso a « sciacallo ». Domani, con i tempi che corrono, finirà direttamente in galera. Così infatti nascono i regimi: con il graduale alzarsi della voce degli squadristi, e il graduale abbassarsi della voce dei non inquadrati. “, scrive il professor Odifreddi – Con Saviano contro il regime, nel suo blog su Rep -, che parla anche di “ battaglie di civiltà combattute durante il ventennio berlusconiano “.

Dice che il maschio dominante, se il gruppo delle femmine dominanti non lo supporta, non domina un bel niente. Lo dice la dipendente del Bioparco, ex Giardino Zoologico, presentando il pasto dei Macachi del Giappone, alle ore 12, come ogni giorno. Il maschio dominante poi l’ho visto: era un ciccione, stava seduto a prendere il sole, senza fare un beato cazzo. Ho pensato: contento lui, contente loro…

I sensali che stazionavano in ogni ora del giorno all’angolo di via di Beccheria con via di Città e, se pioveva, nel caffeuccio all’angolo della Costarella – divenuto oggi un ritrovo, per forestieri e senesi, simile a tanti altri – mi intimorivano con le loro voci rudi e spesso volgari come se la mia vita invece che nel dopoguerra si svolgesse ancora in un tempo che si era arrestato ai primi anni del secolo scorso ”. Succede anche questo, di scoprire che un mio antico conoscente ha scritto un libro su Siena. Cioè di venire a sapere che c’è chi a Siena è riuscito, in qualche modo, a restarci – facendo il bibliotecario, scrivendo libri, etc. (Io me lo ricordo un po’ scemo, un po’ ricco e un po’ scemo. Quasi come me. Che ero un po’ meno ricco e, forse, un po’ meno scemo. Oppure no. Chissà. Quello che vorrei sarebbe parlare, anche con lui, di quelle voci, anzi, di voci e basta)

Io non ho mai amato molto la cultura e, prima di morire, vorrei capire perché. Credo dipenda dalla faccia.

Poi c’è Amanda Lear, e io ripenso a un diario: “ 7 marzo 1979 – Al babbo piace tanto Amanda Lear (l’ho visto ridere). “. A me, invece no. Sarà per questo che io non ho fatto carriera.


Domenica 13 dicembre 2015

C1333on quel tunnel, ma non era un tunnel, era un tubo, un grosso tubo, un tubone, i soldati israeliani sarebbero potuti arrivare dove volevano, chissà dove. Il problema era che ci faceva molto caldo, ma avevano inventato anche un sistema di raffreddamento. Che poi ai gatti piacciano da mangiare anche le mosche e gli insetti in genere non lo sapevo, ma avrei dovuto tenerne conto… Però stamani non ho proprio voglia di scrivere i sogni, non ho voglia di scrivere e basta. Non ce l’ho più. Ho voglia di smettere, ecco.





“ Siena – Si è messo a suonare i campanelli delle case di via Beccafumi, nella zona di Porta Ovile, in piena notte, spaventando gli abitanti che stavano dormendo, alcuni dei quali hanno chiamato la Polizia. Gli agenti delle Volanti della Questura di Siena sono intervenuti sul posto, intorno alle 2.30 della nottata appena trascorsa, ed hanno subito rintracciato l’uomo, peraltro già noto alle forze di polizia. Immediatamente lo hanno identificato per un senese di 24 anni. Il giovane, che ha riferito di abitare nella vicina via dell’Oliviera, provando a giustificarsi, ha risposto ai poliziotti di essere rimasto chiuso fuori casa e di aver, perciò, suonato ad un campanello dove abitava la fidanzata, nel tentativo di farsi aprire il portone d’ingresso. Il ragazzo, peraltro in evidente stato di ubriachezza, è stato sanzionato per ubriachezza molesta, dato che ha mostrato anche un atteggiamento contrariato e indisponente. Al termine degli accertamenti il giovane si è allontanato dirigendosi verso la propria abitazione di via dell’Oliviera. “ (Dai giornali di Siena)

C’è una grossa parte orale “, dice la mora. “ Verba volant scripta manent “ (Id., ibid.))

8 milioni di attrici: voilà le cinèma.

Che cos’è un “ Vatican insider “? È quell’ometto lì, si chiama Gianni, è di Roma e, a occhio e croce, è cresciuto a pane-e-Rai.

Tutti contenti perché quello è uscito da Guantanamo e ora chiederà un risarcimento “ milionario “. Antiamericanismo e fordismo. E per di più Sorrentino ha vinto l’Oscar, “ europeo “…


Lunedì 14 dicembre 2015

E795h… eh… – dicevo -, la paghetta… Il fatto è che la paghetta, invece di darla noi a loro, la paghetta la danno loro a noi… E ridevo, ridevo… (Un sogno)











La truffa siamo noi (cioè loro).

Sento che parlano di “ onorabilità “. Mi chiedo se non era più onorevole morire quarant’anni fa – quando ho scoperto la truffa.

Quaranta e più anni fa, cominciando quello che poi è divenuto il mio diario, scrissi: “ Torino, settembre 1973 – Tempo, tempo, tempo, ho bisogno di tempo… tutto quello che mi serve. Qui si tratta di una truffa colossale. “. Il tempo l’ho avuto, ma non mi è servito a niente. Non c’è niente di più inutile del tempo quando non si sa cosa farne – quando non si sa che cosa è il tempo. Anche scoprire le truffe serve a pochissimo – quando non si sa che cosa è una truffa.

“ Italo Lupi “: dice che è un designer. Io dico che è un nome d’arte.

La televisione è come la politica: ti invita a partecipare a qualcosa da cui sei comunque escluso.

Uno fa le fotografie, ma poi si accorge che sono le fotografie che fanno lui. Arroseur arrosé. (Sulla fotografia, 77933)

Helas! il n’en avait rien été: les charmantes comtesses génoises, florentines et napolitaines s’en étaient tenues, non pas à leurs maris, mais à leurs amants, et Albert avait acquis cette cruelle conviction, quel les Italiennes ont du moins sur les Françaises l’avantage d’être fidèles à leur infidelité. “ (Alexandre Dumas, Le comte de Monte-Cristo, cit.)

Leggo Il conte di Montecristo – che non è affatto quello che credevo che fosse – e mi torna in mente un diario: “ 30 marzo 1984 Immergersi in un libro. Tutto qui. “. Lo so, è, come tutte le immersioni, anche pericoloso. Ma “ il naufragar m’è dolce in questo mare “…

Se loro non vengono vengo io “ (Irina Palm, Garbarski, 2007) “ « Irina Palm… » « È un nome d’arte… ce l’hanno tutte… » “ (Ibid.)


ROSSORI

Sotto una foto di Marine Le Pen fotografata di spalle scriverò la seguente didascalia: “ Exit poll “.

marine3


Martedì 15 dicembre 2015

E796virgtruscante “, ha detto l’uomo che aveva appena comprato il piccolo lume con la capannina di vetro opaco attraversata da un fregio nero, tipo greco, tipo etrusco. “ Carino “, avevo detto io, che aspettavo il resto, tanto per dire qualcosa. E lui, di rimando, ha detto: “ etruscante “. Fatto sta che mi sono messo a pensare all’Etruria, cioè alla Toscana, cioè a quella che, dopotutto, è la mia patria. E mentre ci pensavo ho visto un grosso libro, dal titolo “ Giovani “. Ho visto che era stato stampato da Laterza per la Bnl, che era fatto soprattutto di fotografie, ma conteneva anche scritti, di Valerio Castronovo e di Omar Calabrese. Però, nonostante costasse pochissimo, non l’ho comprato. Perché mi turbava un po’. Comunque ho capito che cos’è che mi turba nella mia patria – tanto che non riesco più a tornarci, nemmeno per qualche ora: che ormai so che la Toscana, cioè l’Etruria, più che etrusca, è “ etruscante “. Cioè ci fa, senza esserci, perché non c’è, assolutamente no. Poi ho visto un altro libro, molto bello, sulla Toscana, del 1927. Ne ho dedotto che la Toscana non c’è da parecchio tempo. Ammesso che ci sia mai stata. Comunque non ho comprato nemmeno quello.

« En face de l’échafaud? » « L’échafaud fait partie de la fête » “ (Alexandre Dumas, Le comte de Monte-Cristo, cit.)


Mercoledì 16 dicembre 2015

C1334hi ripara le biciclette? (c’era una bicicletta da riparare) È stato risposto: “ Il Fanciullini “. Ma come è possibile, dopo tutto questo tempo, ma quanti anni può mai avere… Più di novanta, ma è vivo. “ D’altronde campa con poco… una pensione sociale… 500 euro, all’incirca… “. Poi c’era anche Lei. Ma, ancora una volta, era impossibile. Ma io non mi rassegnavo, ero deciso a sapere perché. Perché? Perché? Perché? (Un sogno)






È morto Licio Gelli – a 96 anni. Io ripenso a un diario: “ 11 luglio 1988 – Il babbo dice: « Il venerabile », io dico: « Leggi troppi giornali ». “.

Il mio diario si intitola La visione del mondo. La “ visione del mondo “: non sarà un po’ troppo? Lo sarebbe, se non fosse un diario. E non c’è niente di meno di un diario… Less than zero.

Poi c’è tale Bernardo Accolti Gil, che ha un’azienda agricola a Conversano (BA) e si lamenta delle tasse che deve pagare per il suo palazzo di Conversano (BA) etc. Ma il punto non è questo, il punto è che sono sicuro di avere sentito nel suo parlare qualcosa di toscano, una nuance, un’inezia, un vago sentore, ma inconfondibile. Così penso che potrebbe essere parente – un nipote? – di quella collega della mamma che, sessant’anni fa, insegnava storia dell’arte nella sua scuola. Dico un po’ per dire, per esercitare la memoria, diciamo così.

Il giornale fa notare che la strage di Sesto San Giovanni (MI) – il figlio che ha ucciso i genitori dicendo che “ avevano Satana in corpo “ – è accaduta in viale Edison, 666.

Dice Andrea Aguilar che Elena Ferrante gli ha detto che “ la letteratura non è più un club per soli uomini “. Il problema è che Andrea Aguilar è una donna – Elena Ferrante non si sa.

Chi va a Roma perde la poltrona. E chi sta a Roma?

A proposito di Gelli io mi ricordo benissimo che, quando si cominciò a parlarne, io rimasi assolutamente stupito. Che quell’ometto, quell’omuncolo – un look da ragioniere, da sensale, da notabile di paese, da anni Cinquanta, da anni Quaranta: “ Villa Wanda “ – … A quei tempi ero al giornale, ma i miei colleghi non si stupivano – i giornalisti non si stupiscono mai.

In Anelante tutti questi residui sono bruciati, e si esce dal teatro con l’impressione di aver partecipato a qualcosa di più simile a una festa che a uno spettacolo teatrale, una festa piena d’intelligenza, spirito, divertimento (e solo con qualche lungaggine, specie nelle scene di gruppo, che forse si potrà asciugare), ma durante la quale nessuno ha cercato d’insegnarci niente, di convincerci di niente; anzi, durante la quale non si è parlato, a pensarci bene, di niente. Splendido no? “, dice Claudio Giunta.

“ Il borghese illuminato “. Oggi, all’improvviso, mi sono ricordato che qualcuno, un tempo, mi ha chiamato così. Era quella specie di amico, quel tipo pazzo e geniale, che poi si rivelò più pazzo che geniale, almeno stando ai casi disastrosi della sua vita, che non usciva più di casa, che stava al buio, fra libri e medicine, non so come sia andato a finire, ma credo malissimo, sarà, come minimo, morto. Lo frequentavo un po’, lo ascoltavo parlare, senza capire quasi niente, mi affascinava, ma mi faceva anche paura. Erano i tempi in cui io mi affacciavo nel mondo, ero un giovane di belle speranze, ero propenso a prendere posizione, ad aprirmi a tutto ciò che aveva l’aria di essere nuovo, di essere giusto, di essere “ illuminato “, per esempio nella politica etc. Ora che, dopo tanti anni, quasi una vita, ci ripenso, mi sembra di cogliere tuttavia un senso completamente diverso. Mi accorgo cioè di avere cominciato allora ad essere “ illuminato “, nel senso di messo “ sotto i riflettori “, investito di luce etc. Mi rendo conto che c’era fino da allora chi, illuminando me, restava nell’ombra, cioè conseguiva lo scopo di non essere visto. Mi viene addirittura di pensare che “ illuminare i borghesi “ può essere un lavoro, addirittura un mestiere. Che essere illuminati, a lungo andare, stanca. Che forse quel mio antico amico era stato illuminato prima di me, che era impazzito a causa della luce, che questo era forse quello che cercava di dirmi, da cui cercava di mettermi in guardia. Mah. Boh. Chissà. Quello di cui, dopo tutto questo tempo, sono assolutamente sicuro, è che le cose sono più complicate di quello che si pensa, che nella luce c’è qualcosa di misterioso, che l’Illuminismo, in un certo senso, è “ un tenebroso affare “, etc. etc.


ROSSORI

Sotto la foto di un operaio al lavoro sotto una statua di Sant’Andrea scriverò la seguente didascalia: “ A ognuno la sua croce “.

croce


Giovedì 17 dicembre 2015

q1098uando ieri sera ho ri-visto Scoop di Woody Allen, con la storia del “ rampante aristocratico di belle speranze “ (Wikipedia) che ha ucciso la prostituta che lo ricattava, ho pensato che il “ grande partito che vive di piccoli ricatti “ – “ 4 giugno 1984 – Era un grande partito che viveva di piccoli ricatti. “ – è esattamente quello del cinema. Il quale si serve delle “ prostitute “ per liquidare le speranze degli altri, aristocratici o meno che siano. Perché il cinema è nemico di tutte le speranze, anzi, della speranza. La speranza in un certo senso, naturalmente. Quello che non è quello del cinema. Ma esiste un “ altro “ senso, un senso diverso da quello del cinema? O credere che ci sia è solo una vana speranza? E d’altra parte, perché dovrebbe esserci? Il cinema ha vinto, su tutta la linea, all over the world. Il cinema parla a tutti, e tutti, ovunque, lo ascoltano. Il cinema è bello: piace a tutti, non c’è nessuno che possa dire che non gli piace. Forse la verità è che, più che di una speranza, si tratta di una riserva mentale, anzi, di una nostalgia. Cioè del sentimento doloroso dell’assenza di qualcosa che c’era e che non c’è più. Può darsi che questa nostalgia abbia un nome, si chiami “ letteratura “… (Che poi che quello sia un lord non è neanche sicuro. Quello che si vede è che è alto, parecchio alto – a me sembrava anche un po’ buffo, con quelle spalle esagerate, la testa piccola e quella faccia un po’ così. Oppure è Woody Allen che è molto basso. E anche Scarlet Johansson. Comunque lo trattavano sempre dal basso in alto. E poi erano in due, e lui era solo. Con le sue “ belle speranze “. Sarà anche stato un assassino, a me è sembrato soprattutto un povero bischero)

“ Siena – Sono aperte le iscrizioni all’ottava edizione del Master professionalizzante in « Informatica del testo-edizione elettronica » dell’Università di Siena.  Il corso prepara laureati triennali o magistrali alla progettazione e realizzazione di edizioni digitali di libri e riviste, alla codifica informatica di archivi, alla creazione di biblioteche digitali, alla digitalizzazione di stampe antiche e manoscritti, al design di siti web per enti culturali e alla collaborazione nelle redazioni digitali di quotidiani e case editrici. I moduli didattici – su informatica di base, database, web-design, codifica testuale, editoria elettronica, e-book, archivistica informatica, digitale scolastico – si terranno ad Arezzo e a Siena da fine febbraio a metà settembre in cicli di una o due settimane, mentre da ottobre a  gennaio si svolgerà lo stage presso uno dei quasi cinquanta enti o aziende  convenzionati con il Master in Italia o all’estero, i cui tecnici partecipano alla didattica: fra questi il King’s College di Londra, la Fondazione Franceschini di Firenze, Giunti editore,  Mondadori Education, Loescher, Pearsons, Zanichelli, Casalini, Go-Ware Firenze, Repubblica.it, Biblioteca Apostolica Vaticana, Regesta.exe, Quest.it, Accademia della Crusca. “ (Dai giornali di Siena)

Pappano suona Brahms a Fiumicino “ (Titolo di Repubblica)

Repubblica ha fatto un video per dimostrare che a Roma se una bella ragazza cammina per strada i poliziotti le fanno i complimenti. I commenti delle intervistate: “ Mi mette a disagio… mi fanno sentire un oggetto “, “ In Germania nessuno si comporta così “, “ In America nessuno ti si avvicinerebbe in questo modo “, “ Non possiamo essere costrette a coprirci solo perché gli uomini ci guardano “. “ Te farei ‘na foto, te farei “, aveva detto il poliziotto. Io decido di intitolare il Rep-video: “ I poliziotti si voltano “. E so quello che titolo.

Dopo la fine, caro professor Ferroni, c’è il cinema. Magari a lei va anche bene. A me, no.


Venerdì 18 dicembre 2015

q1099uando, molto più di mezzo secolo fa, ancora adolescente, fui indotto, dai tempi, dall’aria che cominciava a tirare – erano i giorni radiosi della nascita del centrosinistra, era il debutto dei formidabili anni Sessanta -, a esercitarmi nelle pratiche, per me, allora, inedite, dell’impegno politico, ricordo che io, stando che di politica non capivo quasi niente, interpellato, dissi di sentirmi, casomai, “ socialista “. Lo ricordo perché i socialisti di allora erano quelli che diffondevano un giornale che si chiamava “Avanti!” e su questo giornale era apparso in quei giorni un gran titolo che diceva: “ Da oggi ognuno è più libero “. Credo che sia stato per questo che allora ho pensato di dover essere “ socialista “: perché a me, come a tutti gli adolescenti, piaceva la libertà, mi attraeva la prospettiva di potere finalmente fare un po’ a modo mio, sfuggendo alle maglie strette del combinato disposto – sì, stamani voglio dire anche io “ combinato disposto “ – “ famiglia-scuola “, andando ai concerti, visitando i musei, andando in bicicletta, uscendo la sera etc. etc. Poi, come si sa, sono successe tante cose, e anche la mia “ storia politica “ ha seguito strade piuttosto diverse da quelle che si poteva immaginare all’inizio. Però, se devo dire, quest’abitudine, sarei tentato di dire vizio, di andare “ avanti “, non sono riuscito a togliermelo di dosso. Dico così perché ormai ho capito che a andare “ avanti “, qualsiasi cosa significhi, si rischia sempre parecchio. Per esempio che ci sia qualcuno che, qualunque cosa significhi, rimane dietro. Sarebbe un lungo discorso. Per ora mi limito a dire che questo sospetto, che negli anni è cresciuto enormemente, fino a divenire qualcosa di simile a una certezza, mi ha persino indotto a pensare di voler istituire una nuova scienza, e di chiamarla “ dietrologia “. Potrebbe essere una scienza, passabilmente esatta, dei modi in cui si sta, più o meno scientemente, dietro: a qualcuno o qualcosa che si trova a essere avanti, in una posizione che, come ho già detto, può essere anche esaltante, ma ha il difetto di impedire la vista di tutto ciò che non è “ (d)avanti “, per esempio è dietro. Comunque, ormai è tardi. Chi è andato è andato è andato / chi è stato è stato è stato / scurdammoce ‘o passato etc. etc. Simme ‘e Napule, non possiamo non dirci napoletani, facciamocene una ragione. (Va anche detto che poi ho deciso di diventare comunista. Ma questa è un’altra storia etc.)

Sono la prima nella famiglia Boschi a essersi laureata “, dice la ministra Boschi.

Come dice il poeta Paul Valery “, dice quello con la faccia da serial killer.

Nella storia di Edith Piaf, di cui ricorre il centenario della nascita, mi colpisce che il primo marito, il pugile Marcel Cerdan, sia morto in un incidente aereo. Dove si dimostra che i pugili possono anche sposare le cantanti, ma è meglio se restano con i piedi per terra.

Può interessare che Proust è nato al 96 di rue de La Fontaine a Auteil (a casa dello zio Weil) nel 1871, mentre nel 1838 al 28 era andato a abitare il conte di Montecristo? Può interessare che io dica che non ho mai letto niente di più “ romanzesco “ del romanzo di Dumas? C’è da diventare matti…

Tristo, come un giornalisto.


ROSSORI

Sotto una foto di Kim Novak che taglia la porchetta a Cinecittà negli anni Sessanta scriverò la seguente didascalia: “ La porchetta “.

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Sotto una foto della ministra Maria Elena Boschi in Parlamento nel giorno del voto sulla richiesta di dimissioni scriverò la seguente didascalia: “ La laureata “.

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ROSSORI

Sotto la foto della direttrice del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde, appena rinviata a giudizio per il ” Lodo Adidas “, scriverò la seguente didascalia: “ Lagarde-à-vue

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Sabato 19 dicembre 2015

H534o sognato che ero insieme a Nanni Moretti. Il quale tentava di comunicare con qualcuno, forse M. C., che era su nel cielo – su una navicella spaziale? -, e si diceva convinto di poterlo fare facendosi semplicemente leggere il “ labiale “, e, a quanto pareva, ci riusciva anche. (Ora che sono sveglio, penso alla Toscana. Penso che da troppo tempo è “ sulla scena “, sotto i riflettori, in prima pagina. Da Licio Gelli a Maria Elena Boschi. Da almeno trent’anni. Dai tempi del mostro di Firenze. Poveretti toscani – “ Lunedì 15 settembre 1997 – Nel Muggello / è arrivato anche Quello // Che macello / nel Muggello // (Poveretti toscani). “)


Leggo Michele Serra che, rispondendo a un lettore che lo interroga sulla “ sfida “ del nuovo direttore di Repubblica Mario Calabresi, mi fa sapere di abitare in campagna. Eccone un altro, penso, che, ridendo e scherzando, si è tolto dalle guazze. Dice di essere un “ collaboratore esterno “. Più esterno di così…

“ Roma – La fondazione di Repubblica, il 14 gennaio di quasi quarant’anni fa, sarà ricordata con un francobollo. Lo ha deciso il ministero dello Sviluppo economico inserendo l’anniversario del nostro giornale tra le quarantasei emissioni speciali del 2016 nella sezione « Eccellenze del sistema produttivo ed economico ». “ (Da Repubblica)

E stasera mi rivedo Il sorpasso. Tanto per restare in argomento.

Un giorno o l’altro mi imbarco “ (Il sorpasso, Risi, 1962) (“ Non habemus crick “ (Ibid.)) (“ Vattene via, pallidona! “ (Ibid.)) (“ Diritto spaziale… ma figurati… “ (Ibid.)) (“ Rosa Maltini… Maltini, eh… no Maltoni “ (Ibid.)) (“ « Bruno ufficiale dei marines? » « Ma no, gli piaceva la divisa e se l’è messa » “ (Ibid.)) (“ « Le piace? » « Ma chi? » « La ragazza con il cane… piace a tutti… » “ (Ibid.)


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“ Senza data [1978] 4 giugno 1978: proclamata la Repubblica di Scalfari. “. [*] [*] Non mi ricordo che cosa è successo il 4 giugno 1978 [nota 2015]


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“ Martedì 29 luglio 1997 Ieri opponevo la fotografia al respiro. Oggi penso che il respiro è esattamente ciò che manca a tutto quello che faccio, per esempio scrivere. Per esempio questo diario, sempre così rauco, spezzato, lamentoso, nervoso, come una tosse, sempre un poco affannoso, come una corsa, una fuga, un inseguimento. Un attacco d’ansia, una tremenda paura. Di finire. Di morire. Ma vent’anni fa, quando ho ri-cominciato a scrivere, presi una specie d’impegno con me stesso quando scrissi: « Morire con metodo ». Non voglio tradire le mie promesse. “.


ROSSORI

Sotto il particolare di una foto dei Bronzi di Riace scriverò la seguente didascalia: “ Anni di bronzo “.

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Domenica 20 dicembre 2015

d1105iceva ieri sera quel tizio – un antiberlusconiano integrale, e, tout de suite, un antirenziano in progress – che i giornalisti sono i “ cani da guardia della democrazia “. Pur notando che, detta così, suona meglio, io non ho potuto fare a meno di constatare, ancora una volta, che i giornalisti si sentono cani. Il ché andrebbe anche bene, non fosse che, a me, i cani fanno un tantino paura. Cioè mi piacciono anche, sono delle bellissime bestie intelligenti, affettuose, generose, però hanno un difetto: possono mordere. Anche l’abbaiare, va detto, non è che sia il massimo, per un udito esigente, ma almeno non fa male, se non agli orecchi. I morsi, invece…



A vedere tutti quelli che sono stati ospiti da Fabio Fazio si capisce chi sono tutti quelli.


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“ 8 aprile 1983 – weimar in tutte / le salse / da vent’anni / bau haus / cani per casa / abbaiano e mordono. “.


Lunedì 21 dicembre 2015

l1805a “ buona scuola “… Mah. Parliamo piuttosto di “ cattivi maestri “, anzi, di “ maestri cattivi “… Sì, stamani mi sono svegliato, anche stamani dolorosamente presto, pensando all’educazione, anzi no: alla cattiveria. La quale esiste, anche se, va detto, non è ancora del tutto chiaro che cosa sia. C’è nella cattiveria, io penso, qualcosa di grande, di notevole, persino di esagerato. Qualcosa che suscita ammirazione, infinito stupore. Qualcosa che intimidisce, che atterrisce. Qualcosa di più che umano, qualcosa di “ angelico “. Del resto, si sa: è la solita storia di Lucifero… Poi leggo, in un ddibbattito sulla poesia: “ Alle medie ricordo che avevamo studiato la focalizzazione di Genette “, e mi sembra di diventare matto. Genette ai bambini delle medie? Bisogna essere più che cattivi, bisogna essere matti per insegnare questa roba. Meglio la marmellata di pesche. Meglio impiastricciati che matti…

Un intoccabile, detto senza nessuna connotazione negativa, come Roberto Saviano “, dice quel giornalista che dice quasi sempre bene.

Ti ricordi quando Berlusconi disse: “ Il teatrino della politica “? Come s’incazzò… « La politica? » No, il teatrino.

Quelli che salutano a pugno chiuso – per esempio, Manisco ai funerali di Cossutta. Io non ho mai salutato a pugno chiuso – l’avrò fatto una volta, massimo due.

La verità è che tutto quello che penso e che dico si spiega solo con il fatto che a me piace la scuola, mi piacerebbe andarci ancora, mi piacerebbe ascoltare, studiare etc. Forever school.

Di Trevìri “, dice il neo-comunista. Anche il comunismo non è più quello di un tempo, dico io. “ Trèviri,… Trèviri… “.

A chi che non piacciono i soldi? “, dice Rondolino. Che gli piacciono, evidentemente. Dico così perché a me è sempre piaciuta di più la fica, qualunque cosa significhi – io continuo a non saperlo.

“ Erano tutti miei figli “: non è l’autobiografia del padre dei Fratelli Cervi, è Myrta Merlino, conduttrice tv.

Poi sono andato alla libreria, quella piccola, perché volevo sapere se avevano un Conte di Montecristo in una traduzione recente, possibilmente con un po’ di apparato critico etc., ma c’era più gente che alla Posta il giorno che pagano le pensioni. C’era uno che diceva: “ Sono il cugino di Mario… “. C’era il commesso che diceva a una signora: “ È meglio questo… è più romantico… “. C’era un bailamme pazzesco, non so se mi spiego. Io, come sempre, mi chiedevo: ma tutti questi libri chi li legge? Comunque li stampano, e li comprano, eccome se li comprano. Diciamo così: piovono libri. Diciamo meglio: ci vorrebbe un ombrello. Il mio regno per un ombrello…

Poi si viene a sapere che anche Pierferdinando Casini insegna all’università. La Prima Repubblica, ovvero: prima mangiamo, poi ce ne andiamo (Dino Risi, Una vita difficile, 1961).

Io, ormai s’è capito, sono uno che ha avuto l’immensa sfortuna di vivere nel tempo del piccolo grande uomo, nel dominio, pieno e incontrastato, dello Sfigato. (Vedendo un film con Dustin Hoffman)


ROSSORI

Sotto la foto di una sostenitrice di Podemos che innalza un cartello su cui è scritto “ Sì se puede “ scriverò la seguente didascalia: “ Sise puede “.

sise


Martedì 22 dicembre 2015

H535o sognato che, quando il babbo morì, avrei potuto restare con la mamma. Ma non come sostituto del babbo, come vice marito, ma come figlio. Avrei potuto, forse, credere nella mamma. E comunque è quello che hanno fatto in tanti, quasi tutti, direi.









I figli devono ammazzare i padri. O l’Europa collassa oppure finisce nelle mani dei figli. “, dice Baricco.

Per leggere bene Proust bisogna essere malati. Come si è malati da bambini, con il febbrone, con le coperte tirate fino agli occhi, con la luce sui vetri, con i suoni che arrivano dalle altre stanze. Bisogna dormire, e poi svegliarsi, e poi addormentarsi di nuovo. Bisogna fare i sogni strani che la febbre fa fare. Bisogna non sapere che ora è, che giorno è. Bisogna stare al caldo, bisogna sudare, bisogna essere deboli. Bisogna perdere i sensi. Bisogna ritrovarli, piano piano. Bisogna alzarsi, vacillando un po’, scoprendo che si è cresciuti un po’. Bisogna guarire, alla fine. Bisogna sapere che, intanto, gli altri… Bisogna tornare a scuola, dove ci sono tutti.

L’aria (fritta) che tira.

acabarra59: grazie sia del consiglio di « influenzarmi » (che mi sembra un buon consiglio, almeno da ammalata un po’ di tempo lo guadagno), sia per la condivisione della tua esperienza di lettura. Vedremo che cosa accadrà a me… “ (Da quel blog)

Poi sfoglio Repubblica e vedo che c’è la classifica dei “ libri dell’anno “. E decido che è venuto il momento di fondare un movimento. Lo chiamerò: “ No Rep “. Venceremos. (In realtà, basterebbe non comprarla)

A scuola, tanti anni fa – una vita fa -, c’erano quelli tonti. Venivano dalla campagna, e, a quei tempi, si vedeva. Erano goffi, spaesati, stralunati, come se la scuola, per loro, fosse un paese straniero. Andavano male, per quanto studiassero, venivano spesso bocciati. Quando li interrogavano, erano sofferenze indicibili, un vero calvario. Ma quello che mi ricordo di più erano certi professori, certi insegnanti cattivi, che, evidentemente, a vederli soffrire, ci prendevano gusto. Se no, non gli avrebbero fatto certe domande, domande-trappola, a cui era chiaro che non avrebbero saputo rispondere. Io vedevo tutto, la domanda, l’agguato, la rovinosa, spassosa – sì, c’era anche chi rideva, fra i banchi -, caduta. Io atterrivo, di fronte allo scempio. Si dirà che esagero, ed effettivamente è così. Erano solo piccoli drammi, tragedie dell’infanzia, senza sangue né morti. Ero solo io, lo spettatore indocile, il giustiziere in nuce, il paranoico à venir. Quello che, dei piccoli e grandi mali del mondo, non riesce mai a farsene una ragione.

Fu bombardato dall’VIII squadra aerea [l’orfanotrofio]… non che dia la colpa a voi americani… “ (Irma la dolce, Wilder, 1963) (“ Non vecchio guercio… vecchia quercia… “ (Ibid.)) (“ D’or’innanzi saremo soltanto noi tre: io tu e il lord “ (Ibid.))


ROSSORI

Sotto la foto di Matteo Renzi in divisa mimetica durante la visita al contingente italiano in Libano scriverò la seguente didascalia: “ Mimetica “.

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Mercoledì 23 dicembre 2015

r541virgma – Come durante la guerra, ma senza la guerra. Come se vivessimo sotto i bombardamenti. Uno studio interroga e preoccupa esperti in mezza Italia: nel 2015 il numero di morti nel nostro Paese è salito dell’11,3%. In un anno significherebbe 67mila decessi in più rispetto al 2014 (ad agosto sono già 45mila), per un incremento che davvero non si vedeva da decenni. I dati del bilancio demografico mensile dell’Istat raccontano qualcosa di abnorme, che già impegna i demografi e presto, quando saranno note le fasce di età e le cause, darà molto da lavorare anche agli esperti della sanità. Le schede appena pubblicate sul sito dell’Istituto di statistica arrivano fino all’agosto scorso e dicono che nei primi otto mesi sono stati registrati 445mila decessi, contro i 399mila nello stesso periodo dell’anno precedente. Si è passati cioè da una media di meno di 50mila al mese a una di oltre 55mila. « Il numero è impressionante. Ma ciò che lo rende del tutto anomalo è il fatto che per trovare un’analoga impennata della mortalità, con ordini di grandezza comparabili, si deve tornare indietro sino al 1943 e, prima ancora, occorre risalire agli anni tra il 1915 e il 1918 », scrive sul sito di demografia Neodemos il professor Gian Carlo Blangiardo. “ (Dai giornali)

E candidamente egli disse: « Da grande il mio sogno è di fare l’aviatore! ». Ella rise, divertita come da Stenterello o Ridolini. « Che idea buffa! – disse – Un aviatore in via del Corno! ». Il ragazzo rimase intimorito dalla sua risata, e un poco offeso. E non sapendo cosa dire: « Ti piace la gomma da masticare? », le chiese. « È una novità! Tieni! È un po’ polverosa perché mi si era appiccicata nel fondo della tasca, ma se te ne giovi! ». E pensò di avere commesso un gesto di bambino. “ (Vasco Pratolini, Cronache di poveri amanti, 1947)

Giovane funzionario Rai “. Comincia così la biografia di Corrado Augias in Wikipedia. Quello che fa impressione è che, a giorni, compie ottantuno anni.

Quando lo finisci questo libro? “ (Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni, Woody Allen, 2010)


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Sotto la foto di una donna vestita di nero che porta in braccio un bambino coperto da un panno rosso scriverò la seguente didascalia: “ Le rouge et le noir “.

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“ Martedì 5 novembre 1996 Oggi ho voglia di parlare di Corrado Augias. Sia ben chiaro che non lo conosco se non per averlo visto, qualche volta, in tv. Mi pare anche di ricordare che, prima di diventare famoso, scrivesse « gialli », ovvero appartenesse alla categoria derelitta e pressoché inesistente dei giallisti italiani. Quello che di più personale so di lui è che di recente si è comprato la casa di Todi di Memè Perlini e so anche per quanto: ottocento milioni. Con questo non voglio dire niente, perché la casa ormai ce l’hanno tutti salvo pochissimi eccentrici come me. Qualcuno parlando di lui lo chiama « il Pivot italiano », e non c’è niente da ridere perché anche Bernard Pivot è un giornalista. Penso che Augias giallista fosse e giallista sia rimasto. Quello che negli ultimi quindici anni è cambiato è che prima chi amava i « gialli » poteva solo scegliere fra quelli all’inglese e quelli all’americana – a parte Simenon -, fra Agatha Christie e Mike Spillane, tanto per semplificare, perché quelli all’italiana non li leggeva nessuno anche perché non li scriveva nessuno se non qualche misterioso scrittore marginale come Giorgio Scerbanenco o giornalisti senz’altro sconosciuti come appunto Corrado Augias, mentre ora può senz’altro leggere i giornali e soprattutto guardare la tv dove, per divertirsi, non mancano mai i delitti, i processi, i misteri, e l’assassino non si è ancora scoperto. Ed è esattamente così che Corrado Augias si è comprato la casa. (Certo, c’è il Pasticciaccio, ma come « giallo » è un po’ anomalo. Casomai invece bisognerebbe ricordare i libri di un dimenticato autore degli anni Trenta, Alessandro Varaldo, e particolarmente quello che si intitola La gatta persiana, che io ho sempre pensato che, per l’ambientazione romanesca e non solo, potrebbe essere un antecedente di Gadda – ma non l’ho mai trovato scritto da nessuna parte e forse è per questo che non mi sono comprato la casa) “.


Giovedì 24 dicembre 2015

G481virglie so’ rimaste solo le parole “ (Dal barbiere – fra gli over eighty, io facevo la figura del pischello)












Arriva l’equipollenza alla laurea per le scuole di cinema e audiovisivo, teatro, musica, danza e letteratura « di rilevanza nazionale », un metro di giudizio quest’ultimo evidentemente riservato ai funzionari politicamente orientati dei ministeri. Il riconoscimento è arrivato con la firma del decreto attuativo da parte dei ministri della Cultura e dell’Istruzione, nella sede del Centro sperimentale di cinematografia, a Roma, che godrà dell’equipollenza. « Si colma un ritardo abbastanza paradossale per l’Italia – ha detto la Giannini – perché il nostro è un Paese noto e amato nel mondo per la sua identità culturale. Questi istituti di eccellenza, come il Centro sperimentale di cinematografia, sono casi in cui la forma non corrispondeva alla sostanza. I ragazzi arrivavano alla fine di un percorso di studi qualitativamente alti senza avere la possibilità di vedere riconosciuto in Italia un titolo che invece gli era riconosciuto all’’estero. Questo è un atto formale che di solito si fa nelle stanze dei ministeri, ma con il ministro Franceschini abbiamo deciso di dargli il giusto risalto perché è anche il segnale chiaro di una sintonia tra i nostri due ministeri che vede istruzione e cultura come due facce del rilancio importante del Paese ». Insieme al Centro sperimentale di cinematografia di Roma e Milano, tra gli istituti riconosciuti equipollenti rispetto alla laurea, alla laurea magistrale e al diploma di specializzazione, anche la scuola di danza dell’Accademia Teatro alla Scala di Milano, l’Accademia pianistica di Imola e la scuola di scrittura Holden di Alessandro Baricco, scrittore particolarmente caro alla sinistra. “ (Dai giornali)

Lo Stato: non è amato. È non-amato.

Roma: non si può dubitare neanche per un momento che è una città italiana. Perché ho acconsentito a restarci? Per sentirmi straniero? Straniero for ever.


Venerdì 25 dicembre 2015

q1100uello che mi sento di dire il questo giorno di Natale 2015 è che alla famiglia non si sfugge, a nessuna delle famiglie che esistono, la famiglia naturale, la famiglia sociale, la famiglia politica, la famiglia culturale, cioè linguistica, diciamo così. La famiglia cioè il destino, il modo in cui si è. Quello che mi sento di concludere è che è meglio volerlo, è meglio non opporsi, tentando di dimenticare, fingendo di non saperlo. Volere se stessi, la propria vita, anche quando la propria vita è la propria morte. Volere morire, quando è necessario, quando è venuto il momento. Quando il tempo è finito, quando il tempo è arrivato. Amen.



Il punto è che, direi, Fabio Volo potrebbe stare dentro Marcel Proust – essere un personaggio della Recherche, essere al centro di qualche indimenticabile interminabile pagina sui « nomi d’arte », per esempio -, mentre riesce difficile pensare che Marcel Proust possa stare dentro Fabio Volo – in qualcuno dei suoi libri, uno di quelli che non ho letto. Anche se, in generale, non è mai veramente detta l’ultima parola. Estote parati. “ (Mandato a Vibrisse)

“ Brescia Ruba da un supermercato 27 euro di caramelle per regalarle ai nipoti per il Natale, ma alle casse viene scoperta e i carabinieri saldano il conto per lei. È la storia che arriva da Manerba, nel Bresciano, e che vede protagonista una signora di 75 anni alle prese con una pensione da 400 al mese finita troppo presto. « Non sono una ladra volevo solo fare un regalo ai miei nipotini ma ho finito i soldi », si è giustificata la donna, sorpresa con la borsa piena di dolci. Due carabinieri intervenuti su segnalazione della direzione del supermercato hanno però deciso di non punire per il gesto l’anziana, ma, al contrario, di saldare il conto con il supermercato dopo aver effettivamente verificato le condizioni economiche dell’anziana signora. “ (Dai giornali)

E stasera mi ri-vedo Via col vento. Tanto si sa che il cinema ha sempre ragione.

Alle dodici quercie “. N’ho beccata un’altra – cfr.: “ 26 ottobre 1994 – Commuove nella didascalia d’apertura di Via col vento (Gone with the wind, Fleming, 1939) leggere scritto: « cavalleres-ca ». Nell’inimitabile inconfondibile incidente ortografico c’è tutta la goffa stralunata grandezza del cinema, la sua affamata generosità, la sua sgangherata irresistibile vocazione cavalleres-ca. (Tè capì?) “.

È troppo irreale perché possa durare per sempre “, dice Ashley. Che dell’irrealtà non sa praticamente niente.


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Le stavo addosso mentre dormiva credendo di dormire anch’io ma presto mi accorgevo che, se una metà di me era effettivamente coinvolta nel sonno e fluttuava negli abissi dell’incoscienza con quella vita ridotta dei dormienti fatta di sensazioni sporadiche e confuse, l’altra era in un certo senso perfettamente sveglia e si rendeva conto di essere in un letto anzi in quel letto con una donna, con quella donna, e considerava il fatto cercando di essere lucida magari per rallegrarsi della circostanza o per dolersene, se questo era il caso, e comandare al corpo di sottrarsi urgentemente al disagio balzando fuori dalle coperte, rivestendosi, uscendo nel giorno di fuori. Fra le due metà di me, quale era quella che dormiva? Quale era quella che vegliava? Si svolgeva un confronto serrato e incerto come nella rissa fra due ubriachi finché alla fine io mi sentivo del tutto male. Il sonno era comunque finito, il letto era diventato una gabbia. Così mi alzavo e affrontavo la nuova giornata sentendomi stanco indolenzito stordito come uno che non abbia dormito a sufficienza.


ROSSORI

Sotto la foto di una risparmiatrice truffata che agita una campanella scriverò la seguente didascalia: “ Per chi suona la campanella “.

campanella1


Sabato 26 dicembre 2015

i1945eri sera, però, ho notato che Scarlett / Rossella, prima della celeberrima frase “ Dopotutto domani è un altro giorno “, dice: “ Troverò il modo di riconquistarlo “. E così sono andato a dormire pensando al “ desiderio “. E mi è tornato in mente un diario: “ Martedì 28 luglio 1998 – Stamattina ricordo che in uno dei miei primi diari – 1974: era un’agendina rossiccia, io non avevo ancora trent’anni – scrissi questa frase: « Intanto mi bersagliano di desideri: i loro. ». Penso che da allora non è cambiato niente: c’è chi desidera, ma quello non sono io. (Non dico che desiderano me, però io continuo a sentirmi bersaglio) (E pensare che ero nato bersagliere) “. Io, comunque, sono stato “ riconquistato “ tanto tempo fa.


Curiosità: sulla parete della stanza della piccola figlia di Rhett c’è un dipinto che è, evidentemente, una rielaborazione del Guidoriccio di Simone Martini nel Palazzo Pubblico di Siena.

Bisognerebbe cambiare la prospettiva. P. e., il fascismo, in un certo senso, non è mai finito. Perché, p. e., non è mai finito il cinema, che del fascismo, come è noto, fu considerato “ l’arma più forte “.

Il buffo è che Olivia De Havilland (1916), che nel film muore giovane, vive ancora, mentre sia Vivien Leigh (1913) che Leslie Howard (1893) sono morti piuttosto giovani, lei nel ’67, di tubercolosi, lui nel ’43, mentre volava sul Golfo di Biscaglia – pare che i caccia tedeschi che lo abbatterono fossero convinti che sull’aereo c’era Winston Churchill.

C’era, nella fila dietro alla mia, uno che rideva. Ma il punto era che rideva sempre, anche quando non rideva nessuno. Rideva di tutto, rideva quando il film diceva di ridere. Era, per così dire, lo spettatore ideale. Io, che avevo anche voglia di dargli un cazzotto sul naso, ho però pensato che dovevo pensarci, che comunque non era il caso di buttarla sul ridere. Ho pensato che il teatro è una cosa serissima, che è fondato sulla voglia di ridere, diciamo meglio: di commuoversi, di chi lo guarda. Che c’è un feeling, fra gli attori e il pubblico, che se c’è può succedere di tutto, veramente di tutto, ma se non c’è crolla tutto. Comunque, devo ammettere che il film era molto grazioso, anche se io non ero per nulla disposto a “ commuovermi “. Perché, in generale, fra me e il cinema è successo qualcosa, ed è successo già da parecchio tempo. Non lo amo più, ecco, non sono più disposto ad amarlo. La cosa buffa è che quella che fa la puttana era la stessa che faceva la puttana anche nel film di Woody Allen dell’altra sera. (Tutto può accadere a Broadway / She’s Funny That Way, Bogdanovich, 2014) (È un’attrice o una puttana? Una puttana che vuole diventare attrice, o un’attrice che interpreta il ruolo di una puttana, di una puttana che vuole fare l’attrice, di un’attrice che fa la puttana per “ mantenersi agli studi “ etc. etc… )


Domenica 27 dicembre 2015

U527virgn vecchio giudice arrapato “ (Da una recensione a (Tutto può accadere a Broadway / She’s Funny That Way, Bogdanovich, 2014)











Il trionfo della luce. “ (Titolo di Repubblica)


ROSSORI

Sotto una foto della faccia di Roberto Saviano scriverò la seguente didascalia: “ L’immaginazione al potere “.

saviano


Lunedì 28 dicembre 2015

s1253tamani, chissà perché, mi sono svegliato pensando alla “ Gita a Chiasso “. Forse dipende dal fatto che ieri sera ho visto un film di Hitchcock. Nel film di Hitchcock c’era una bionda, e c’era uno che voleva ucciderla. Ma non ci riesce. È tutta una storia di gente che entra e che esce, di chiavi di casa scambiate etc. Alla fine, il colpevole, smascherato, dice all’amico: “ Avevi ragione tu, Mark, nei romanzi va tutto bene. Ma… “, e intende dire: ma nei film è un’altra cosa. Per tornare alla “ Gita a Chiasso “, si è trattato, per farla breve, di un invito ad uscire, ad andare fuori. Dopo più di mezzo secolo, per farla breve, si ha la più che fondata impressione che fosse un trucco per restare dentro. In ogni caso è andata così, che c’è chi è uscito fuori e chi è restato dentro. E ancora ci sta, deciso più che mai a non uscire. Parola di uno che sta fuori, sempre più fuori, e, per quanto si sforzi, a tornare dentro non ci riesce.

Che la luce sia arte e religione è una banalità, la luce del Vangelo e quella di Caravaggio hanno rifatto il nostro mondo. È però sorprendente che in una famosa chiesa luterana [*] di Berlino, domenica scorsa due preti abbiano celebrato la messa impugnando le spade di luce dei guerrieri di Star Wars mentre i fedeli pregavano indossando gli abiti e le maschere del film. “ (Francesco Merlo, Il trionfo della luce, in “La Repubblica”, ieri) (“ Forse l’ombra è il contrario della luce che uccide, della luce malata del nostro tempo. Si racconta che, mentre moriva, Goethe disse di vedere più luce: « Mehr Licht ». Anche se qualcuno giurò di avere sentito: « Mehr Nicht ». Più luce o più niente? “ (Ibid.) [*] Avevo scritto “ lueterana “.

La rimozione del cielo “ (Titolo di Repubblica)

Poi accendo la tv, e ci sono i professori De Masi, Pasquino e Vacca, più una giornalista a piacere. La tv: piace alla gente che piace.

Repubblica: una risata la seppellirà?

Inutile chiedersi perché il killer di Delitto perfetto si chiami Charles Swann. Credo che Hitch non lo sapesse nemmeno lui.

Poi penso che sta per finire l’anno e questo diario 2015 non ha ancora un titolo. A proposito di titoli, penso che il titolo generale del mio diario: La visione del mondo, potrebbe anche significare che io sono uno a cui piace vedere, o che comunque lo sono stato, per molto, molto tempo. Poi è finito tutto. È finito il piacere di vedere, che è come dire che è finito ogni piacere.

“ Milano – La Grecia prova a giocare la carta del Colosso di Rodi per esorcizzare la crisi economica. Un gruppo internazionale di architetti e ingegneri ha lanciato un progetto per ricostruire l’enorme statua del dio Helios che accoglieva le navi all’ingresso del porto dell’isola nel 280 avanti Cristo. L’originale, un gigante alto trenta metri in ferro e bronzo, ha resistito con i piedi ben piantati sui moli solo 50 anni, crollando durante il disastroso terremoto del 226. Una vita breve ma sufficiente per garantirgli un posto nell’Olimpo delle sette meraviglie del mondo. Tolomeo terzo si era candidato dall’Egitto a finanziarne la ricostruzione. Ma gli abitanti di Rodi avevano declinato la generosa offerta, spaventati dalla profezia dell’Oracolo di Delfi secondo cui il sisma era un segno dell’ira degli Dei insoddisfatti dell’opera. Oggi però la Grecia è pronta a voltar pagina. Sei anni di crisi hanno polverizzato il 25% del Pil nazionale. Molto peggio – con buona pace di Cassandre e oracoli – non può andare. E un team guidato dall’architetto Ari Palla ha messo così nero su bianco il piano per rifare il colosso, costruendo un nuovo monumento al dio Helios alto 150 metri destinato a ospitare un museo archeologico in cui raccogliere le migliaia di reperti dispersi ora sull’isola. “ (Dai giornali)

Interessante anche il caso dell’attrice Audrey Tautou – quella di Amelie. Ci si chiede se si chiama Audrey perché somiglia a Audrey Hepburn. Ma, d’altronde, come sarebbe possibile, visto che quando l’hanno chiamata così non poteva già somigliare a Audrey Hepburn? Forse somiglia a Audrey Hepburn perché si chiama Amelie… C’è da diventare matti – che è esattamente quello che il cinema vuole.


ROSSORI

Sotto la foto delle ragazze della squadra di calcio femminile del Locri scriverò la seguente didascalia: “ A qualcuno piace calcio “.

locri


ROSSORI

Sotto la foto dell’etologa Jane Goodall a tu per tu con uno scimpanzé scriverò la seguente didascalia: “ A qualcuno piace scimmia “.

scimpa


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“ 13 marzo 1994 La visione del mondo: avrebbe dovuto chiamarsi così il romanzo che non ho mai scritto e che non scriverò mai più; a meno che non sia questo diario. Dicevo « visione del mondo » nel senso di formale immagine della realtà, pre-visione, « veduta », disegno, intuizione, diciamola tutta: Weltanschauung: le idee che uno si fa prima, le aspettative/expectations, il sogno del futuro, le idee che uno si fa. Pensavo nondimeno « visione del mondo », come « vista », empirico « prendere visione », constatare, intoppare, sbattere il muso anzi gli occhi. In questo doppio senso pensavo di raccontare qualcosa di me, di quello che mi era successo, della mia « storia », ora che la « visione » era sempre più debole, e la « visione » sempre più impressionante. E il doppio senso sta per diventare unico. E allora sarà finita. “.


Martedì 29 dicembre 2015

i1946l clima, l’effetto serra, il riscaldamento globale, lo smog, le polveri sottili, lo smog… Tutte le favolose balle del Terzo Millennio. Io, per me, avevo già “ sistemato “ tutto una ventina d’anni fa: “ 7 gennaio 1992 – « Se la domenica a piedi diventa una festa ». Ecco in an­ticipo la verità sulla campagna antismog. “. E tuttavia una “ questione-respiro “ rimane aperta: chi impedisce di respirare a chi?







Il dipendente dell’azienda agricola ValleSanta di Rieti che mi porta a casa un po’ di buona roba da mangiare è un omone più alto e più grosso di me. Di lui non so niente, se non che è gentile e, assolutamente, non è di Rieti. A occhio e croce dev’essere rumeno, oppure bulgaro, o ucraino, o giù di lì. In ogni caso, viene da fuori, è straniero, insomma. Così, mentre ricevo dalle sue grandi, cortesi mani gli 8 hamburger di carne di annutolo – che sarebbe il bufalino, il vitello della bufala, poverino anche lui -, la decina di petti di pollo, il chilo, abbondante, di macinato scelto etc., rifletto sul perché si va via. Si va per lo più per bisogno, è evidente, o addirittura per paura, per salvare la buccia, anche questo si sa. E tuttavia io penso che, un po’, si vada via anche per “ spirito di avventura “. Lo che questa è una parola difficile, pericolosa, quasi una parola-tabù, ma io la voglio usare lo stesso. Perché io, qualunque cosa significhi, un po’ “ avventuroso “ sono stato e sono. E, tutto sommato, sono contento così. E, anche se non vado più da nessuna parte, allo “ spirito di avventura “ io non rinuncio. Piaccia o non piaccia, come sento in questo momento che dice il nostro avventuroso presidente del Consiglio. (Poi, quando ripongo la roba in frigorifero, mi accorgo che hanno fatto un casino, al posto della treccia di bufala che avevo ordinato mi hanno mandato un formaggio “ Pianarolo “ che non conosco e non voglio conoscere. Ne deduco che l’avventura non è sempre un pranzo di gala etc. etc.) (Poi Lei dice che secondo lei Renzi si sta facendo crescere i baffi. Se fosse vero, ma spero di no, sarebbe una vera dis-avventura)

Luce è vita, come dicono gli inglesi “ (Matteo Renzi, conferenza stampa di fine anno) (Poi parla la bellissima giornalista turca. Chissà come dicono le turche… )

Poi, mentre vedo la conferenza stampa di Renzi, capisco perché non ho fatto il giornalista. Perché i giornalisti, possono anche abbaiare, ma quello che fanno più spesso, che preferiscono fare, è scodinzolare. Io li capisco anche, scodinzolare è bello. Innanzitutto, però, bisogna avere una coda etc.

Forse tutto quello che c’è da dire sui giornalisti è che sono una rude razza pagata. Tant’è, come direbbe un giornalista.

L’Ordine dei giornalisti / Romanzo.

Ogni tanto do un’occhiata alle statistiche del mio blog. I visitatori, va detto, sono sempre scarsissimi. Io, d’altra parte, non me ne faccio un problema. Lo scrivo per scriverlo, senza l’obbiettivo di essere letto. Sono tanti anni che scrivo così, come si va a correre la mattina, come ci si mette le dita nel naso, come ci si prepara il caffè, come ci si veste, come ci spoglia, come si va a dormire, come ci alza, come ci si fa la barba etc. Insomma: sono abituato a stare da solo. Quando guardo le statistiche, vedo che qualcuno, ogni tanto, si affaccia a leggermi. Oggi è comparso un tizio che, dice la mappa, sta in Polonia. Chi sarà, che vorrà, come sarà giunto alle soglie del mio diario? Lo/la immagino seduto/a di fronte al suo computer, nella sua stanza, immagino al caldo, perché fuori, immagino, dev’essere un clima terribile. Altro non so e non saprò mai, di questo lettore/lettrice venuto/venuta dal freddo. Lo/la ringrazio di avermi letto, gli auguro buon anno, gli consiglio di coprirsi bene…

Ha detto quella del sondaggio telefonico che, a giudicare dalla voce, avrebbe giurato che ero giovane. Lei dice che dicono sempre così – lei sa che sono vecchio. D’altronde, è vecchia anche lei. E questo lo so io.

Dice l’Espresso che Nanni Moretti ha detto che si sente confuso e “ preferisce tacere “. Come se avesse mai detto qualcosa, dico io. Al massimo ha detto di dire…

La visione del mondo. Ma il mondo voleva solo essere visto.

E stasera mi vedo The Artist (Hazanavicius, 2011). Che è un film muto. « Come se tutti i film non fossero muti… » Già.


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“ Martedì 30 novembre 1999 – « Per uno appena sbarcato di treno, si sa, la città è tutta una stazione: gira gira e si ritrova in vie sempre più squallide, tra rimesse, magazzini di spedizionieri, caffè col banco di zinco, camion che gli soffiano in faccia getti puzzolenti, e cambia continuamente di mano la valigia, si sente le mani gonfie, sudicie, la biancheria appiccicata addosso, il nervoso, e tutto quello che vede è nervoso, frantumato. » (Italo Calvino, La nuvola di smog, in «Nuovi Argomenti», 34, 1958) “.


Mercoledì 30 dicembre 2015

d1106virgal basso “. Sembra facile, ma non lo è. Si può non riuscirci mai, a fare le cose “ dal basso “. A pensare, a guardare, a scrivere, a mostrare “ dal basso “. Io, per quanto mi sforzi, per quanto sia caduto in basso, credo che non ci riuscirò mai. “ Dal basso “ si riesce a fare un sacco di cose. Per esempio la tv. Per esempio Baricco. Del quale ricorderò questo diario – è il primo in cui si parla di lui: “ 14 marzo 1994 – Quella con il bel culo (e la brutta faccia) cerca notizie su Alessandro Baricco. Vadi in sala linguistica vadi. “. Sì, forse è tutto un problema di lingua. (Dall’alto non si fa niente, dall’alto si può solo cadere, continuare a cadere… )



Dovessi dire qual è la cosa che, in questi trent’anni di continui stupori, mi ha stupito di più, direi, dopo le Torri Gemelle, Roberto Saviano. Anzi, forse, le Torri Gemelle vanno messe al secondo posto. (Ho cominciato a dirlo già alcuni anni fa: “ Sabato 15 luglio 2006 – Poi esco e accendo la radio. C’è un giovane, anzi, giovanissimo scrittore di Napoli che parla di Napoli (Roberto Saviano, Gomorra). E, a un certo punto, dice che la camorra « ha rialzato la china ». Io ne deduco che la camorra c’è, anche là dove potrebbe sembrare che non ci sia. Poi dice anche che il porto di Napoli è « l’ano sfondato d’Europa ». Io ne deduco che la camorra ama le immagini forti ma non sa scriver(l)e. « Perché partire dal porto? », gli aveva chiesto il giornalista. Ma quelli, si sa, non sanno mai quello che dicono. “) (Intendiamoci: è possibile che io su Saviano sbagli tutto. Ma non intendo correggermi. Io sono uno che pensa che uno stupore sia sempre più importante di un errore)

« Come va? » « Male » « Perché? » « È difficile a dirsi…  È tutto un amplesso di cose, diciamo così » – “ 1 marzo 1994 – Forse avendola ascoltata doveva essere riferita, partecipata, smerciata, faceva ridere, la frase dell’ignaro subalterno che dice: « dalle piccolezze nasce tutto un amplesso di cose », e così, con tutto che stamani ho sonno e vorrei solo un letto, e dormire dormire dormire, abbracciato ai miei sogni, per un tempo infinito, mi sono fatto forza e l’ho riferita, partecipata, smerciata, ho fatto ridere. Anche stamani. E ora mi sembra di non avere mai lavorato tanto. “.

“ Aprile – Il deejay Malik Maluk / che è scontento del suo look / navigando con l’iPad / si è arruolato nel Jihad “ (Michele Serra, Duemilasedici, in “La Repubblica”, oggi) [*] [*] Tu come te lo immagini ‘sto Malik Maluk? Io me lo immagino nero, nero come la pece, nero come il carbone, nero come neanche se l’immagina Michele Serra. Il fatto è che Michele Serra, io lo so, è molto bravo, ma anche parecchio razzista. Razzista “ d’epoca “, diciamo così. Razzista Anni Trenta, razzista Corrierino dei Piccoli, razzista Menelikke, razzista bellabissina. Razzista come lo zio di quel mio amico, che aveva fatto la guerra di Spagna, che raccontava barzellette, che in trattoria puliva sempre il bicchiere con il tovagliolo. Che non aveva mai fatto un cazzo in vita sua. Che era invariabilmente contento del suo look Anni Trenta. Anni Trenta for ever.

Dal basso. Come sotto la Croce. Che ci fa quel tizio lassù? Sarà matto… Mah. Boh. Chissà.

Lavorare “. “ Lavora “, “ Ha lavorato “, “ Sta lavorando “. Nell’ambiente del cinema si usa spesso il verbo “ lavorare “. Vietato meravigliarsi.

« Perché un uomo dovrebbe voler sposare un altro uomo? » « Per sistemarsi » “ (A qualcuno piace caldo, Wilder, 1959)


Giovedì 31 dicembre 2015

l1806a notizia che trovo stamani è che è morto Sabino Acquaviva. Nel mio diario trovo questo: “ 4 gennaio 1990 – « Non sono stati i giudici né il Pci né i carabinieri a sconfiggere il terrorismo, sono state le cose. », dice lo sbarazzino sociologo Sabino. “ (Poi sono tornato a dormire e ho sognato Eli. Era venuta da noi insieme al fidanzato, che lavorava alla Zanichelli. Poi, al momento di lasciarci, ci abbracciavamo e lei voleva baciarmi, sulla bocca, con uno strano bacio che era una specie di morso, dolce, che mi prendeva quasi tutta la faccia. Io le ho detto: ti ho sempre amato, non ho smesso un secondo di amarti, ti amerò finché vivo. D’altronde, penso ora che sono sveglio, io, si sa, sono stupido. E sempre lo sarò. Già, l’amore… )

Una dura battaglia legale potrebbe scatenarsi presto attorno al Diario di Anna Frank. Un professore e una parlamentare francesi, infatti, hanno confermato la loro intenzione di pubblicare online il celebre Diario venerdì primo gennaio, malgrado la contrarietà della fondazione Anne Frank Fonds, che ha minacciato azioni legali. I paladini della pubblicazione online – scrive il Guardian – sono Olivier Ertzscheid, professore all’Università di Nantes, e la parlamentare francese Isabelle Attard. Entrambi hanno promesso che il primo gennaio pubblicheranno su internet la versione originale in lingua olandese del Diario, sostenendo che con l’inizio del 2016 l’opera rientrerà nelle regole del pubblico dominio. Secondo le leggi europee sul copyright, infatti, un libro diventa di dominio pubblico il primo giorno di gennaio di settant’anni dopo la morte dell’autore. Anna Frank morì all’età di 15 anni nel campo di concentramento di Bergen-Belsen nel 1945. Scrisse il suo Diario tra il 12 giugno del 1942 e il primo agosto 1944, mentre si nascondeva insieme alla sua famiglia in un’area non utilizzata della ditta paterna, ad Amsterdam. L’alloggio segreto fu scoperto il 4 agosto dai nazisti. “ (Dai giornali)

C’è anche da dire che il 2015 finisce con Renzo Arbore che a Matera Capitale europea della Cultura canta “ Bongo Bongo Bongo / stare bene solo al Congo “.




2016




Venerdì 1 gennaio 2016

i1947nizio questo nuovo anno con un sospetto che è molto probabile sia anche una certezza: mi sembra di poter dire che le donne non mi piacciono più. In quanto a sapere che cosa intendo dire, cioè in che senso, esattamente, non mi piacciono più, diciamo che ho tutto l’anno, diovolendo, per scoprirlo.









Giorno un grande esplorator / là nell’equator / intorno radunate le tribù / e poi gli disse così / soli soli che ci fate qua / molto meglio è la città / seguitemi su / ma il vecchio negro disse allor: / Oh bongo bongo bongo / stare bene solo al Congo / non mi muovo no no / bingo bango bengo / molte scuse ma non vengo / io rimango qui / no bono scarpe strette saponette / treni e tassì / ma con questa sveglia al collo / star bene qui “ (Bongo Bongo Bongo / Civilization, Hilliard-Sigman, 1947)

Poi, quando accendo la tv, la prima cosa che mi viene incontro in questo 2016 è il film Casa Ricordi (Carmine Gallone, 1954). Che, a occhio e croce, non è solo un film, ma anche un formidabile nome d’arte.

C’è da dire che, alle ore 9. 10, il silenzio è totale. Il 2016 sarà l’anno del silenzio?

“ Siena – Il Consiglio Comunale, nella seduta di ieri, 30 dicembre, ha respinto la mozione presentata da Marco Falorni (Impegno per Siena) e sottoscritta anche da Andrea Corsi e Massimo Bianchini (L’Alternativa) e Pietro Staderini (Moderati di Centrodestra) che chiedeva al sindaco e alla giunta « di attivare le procedure per l’intitolazione di una via o di un luogo cittadino alla grande giornalista e scrittrice Oriana Fallaci ». “ (Dai giornali di Siena)

La “ sveglia al collo “. Quel certo senso del tempo. Non so se mi spiego.

Dice: la gente non va più al cinema. Io dico: da quando il cinema è andato da lei.

C’era Pecora… / « E Pecorino… », / dice Valentino.


Sabato 2 gennaio 2016

a1467 ripensarci, quella famiglia – i “ fascisti “ – aveva la disgrazia di stare più in alto di tutti. Anche noi, anche la mia famiglia, stavamo in alto, ma un pochino meno. C’era poi il mio Amico, con il suo babbo che era addirittura aviatore, e fu forse per questo che se ne andarono, o forse si dovrebbe dire che dovettero andare via. Quando dico “ alto “, lo dico proprio in senso fisico, come lo direbbe un geometra, o un architetto. Perché sto parlando di una casa, di un edificio con più di un piano, sto parlando di quello che si chiama, comunemente, un “ palazzo “. Era quello dove vivevo io, dove viveva il mio Amico, dove vivevamo tutti, “ fascisti “ o no. Era un bel palazzo, costruito prima della guerra, prima che io nascessi, negli anni Venti, durante il fascismo. Era edilizia popolare, ma di quella bella, quella che ora molti vorrebbero avere, solida, funzionale, e, soprattutto, per niente brutta. Comunque, io non volevo parlare di case. Volevo parlare dell’” alto “, e anche del “ basso “, soprattutto del “ basso “.


Domenica 3 gennaio 2016

E797virg allora, se donna deve essere, meglio la Andreatta “. Leggo, in piena notte, il giornale – che parla delle manovre per la successione di Leone alla direzione di Raiuno – e penso che è intollerabilmente ignobile. Ma che cosa è “ intollerabilmente ignobile “: il giornale? oppure la televisione? oppure Roma? oppure le “ donne “? Comunque fa schifo, ma per quanto lo faccia non succede niente. Il giornale, la televisione, Roma, le “ donne “, di fare schifo non si vergognano, anzi. Il giornale, la televisione, Roma, le “ donne “: sono tutti “ mestieri più vecchi del mondo “. E il mondo è vecchio, si sa, e non ha alcuna intenzione di finire. Tantomeno di smettere di essere “ intollerabilmente ignobile “. La domanda è un’altra: quando smetterò io di essere stupido, “ intollerabilmente stupido “?

La rottamazione / Romanzo.

A rivederlo per la millesima volta, La finestra sul cortile mi appare ancor più chiaro che nelle precedenti novecentonovantanove. Lui, il fotografo che-non-può-muoversi, vede tutto senza sentire niente. Vede, nelle finestre del cortile, come su tanti piccoli schermi, tante storie, tanti film. Deduce tutto da quello che vede. Quello che vede è soprattutto un delitto, un assassino, un uxoricida. Che quell’omone dai capelli bianchi fosse il colpevole lo si è capito subito, perché lui l’ha capito subito, l’ha visto subito. È una specie di saggio sul cinema, che, come già sapevamo, è un’arte senza parole.

E comunque, visto all’opera, Fabio Volo è un bravo comico.


ROSSORI

Sotto la foto di un pedone che scivola e cade sul guano del Lungotevere scriverò la seguente didascalia: “ La Grande Guanezza “.

guano


ROSSORI

Sotto la foto del nuovo boia dell’Isis scriverò la seguente didascalia: “ Anno nuovo boia nuovo “.

nuovoboia


Lunedì 4 gennaio 2016

s1254i sta aprendo un grande ddibbattito sul “ caso Zalone “. Stamani ne discutono su La7. Già ieri Nicola Lagioia ne aveva scritto su Repubblica con indiscutibile, barese competenza. Non è da escludere che ci sia chi prepara una “ fenomenologia di Checco Zalone “. Io, per me, penso che non ci sia niente di più comico di un ddibbattito su un comico. C’è riuscito, cinquant’anni fa, Umberto Eco, ma erano altri tempi. Almeno sapessero che “ Checco Zalone “, si può anche leggere “ Che cozzalone “. Vanno “ in Salento “, ma non imparano niente. E comunque nello scritto di Lagioia non si capiva una mazza.




Piazza Affari si tinge di rosso “, titolava poco fa Repubblica.it – si riferiva all’ingresso in Borsa di Ferrari. Poi Piazza Affari si è tinta effettivamente di rosso: -2,02 %, alle 9. 55.

Tiralo fuori e fagli il servizietto “ (L’aereo più pazzo del mondo, Zucker-Abrahams-Zucker, 1980)

Connecting people “. Era meglio di no.

Ha vinto il Fai. Ovverosia il partito di quelli che non fanno mai niente perché fanno fare tutto agli altri.


Mercoledì 6 gennaio 2016

n1080virgonno, perché stai a Roma? “, mi ha chiesto la mia nipotina. E io non ho saputo rispondere. Perché, dopo quasi quarant’anni, ancora non lo so. Diciamo che è andata così. Diciamo che è una storia lunga. Ma anche breve…










Con gli occhi chiusi: la letteratura, dopotutto.

Stanotte ho sognato Valentino. Succedeva qualcosa, ma non me lo ricordo. Me ne dispiace molto perché ormai “ credo “ solo nei sogni.

La letteratura: qualcosa di “ irriducibile “.

Anche stamani, sotto la pioggia, tanti uomini e donne, in fila davanti all’edicola: i devoti dell’attualità.

Le bambine non devono lavorare, dice lo spot. Dei bambini non dice niente.

“ Io sono post ironico… sono il dopo Umberto Eco “, dice Fabio Volo.

Pure “, scrive Repubblica. Che è un giornale di Roma, ma non lo sa.

Il quid di Fabio Volo è la sua faccia: faccetta tosta.

È morto i’ babbo di Antonella Fantò. Dice che è stato un “ protagonista della Resistenza “. Effettivamente…, dico io – è morto a 99 anni.

Decidendo di chiamarsi Fabio Volo, il signor Fabio Bonetti è andato dritto al bersaglio. Il bersaglio sono quelli che odiano il volo, quelli per cui il volo – il volare – è un bersaglio. Chi sono questi odiatori? Difficile dirlo. Io comunque ne conosco parecchi. So anche che sono vecchi. Che più che di un odio, ormai, si tratta di un tic. In ogni caso, sono convinto che su Fabio Volo non ci sia da dire molto di più.


Giovedì 7 gennaio 2016

v370olo… « Di notte? » No, di sotto.













Una nuova classe dirigente: politici, giornalisti e professori universitari “, dice il giornalista.

Non ho ancora finito di stupirmi che esista un liceo scientifico “Vittorio Gassman”, che scopro che esiste un liceo scientifico “Ilaria Alpi”. Lo stupore continua.

Una signora rivoluzione “, dice l’onorevole Cicchitto.

“ Tenete le distanze “« Tènere le distanze? » Tenéte, ha detto tenéte…

“ I freni inibitori “, dice l’avvocato che si occupa di stalking. Io, che so che in questo caso “ inibitori “ è il plurale di “ inibitorio “, dico che doveva dire: “ inibitòri “. Lo dico, a costo di passare per stalker.

Oggi, sul mio blog – ma non credo sia un blog – c’è un solo visitatore, piccino picciò. La zelante WordPress mi informa che sta in Israele, così io mi diverto a immaginarlo con qualcosa in testa, una kippah, come minimo. Mi piacerebbe conoscerlo, se non altro per farmi spiegare bene ‘sta storia del cappello, che ancora, per quanto ci pensi, non posso dire di averla capita. In ogni caso, shalom, se si dice così. (P. s. Se lo sconosciuto lettore di là dal mare continua a leggermi, capirà presto che il mio non è un blog, ma un diario, Anzi, un ” diario del pianto “. Proprio come il ” muro “. Qualcosa di fronte a cui si sta, scuotendo la testa, ma vanamente, come per liberarsi da un oscuro, irredimibile peso, un dolore inguaribile, un destino implacabile)


ROSSORI

Sotto la foto del dittatore nord-coreano Kim Jong-un che ride scriverò la seguente didascalia: “ Forever Jong “.

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ROSSORI

Sotto una foto del presidente Obama che piange scriverò la seguente didascalia: “ Una lacrima sul viso “.

lacrim


ROSSORI

Sotto una foto di Francesco De Gregori con in testa il suo proverbiale cappello scriverò la seguente didascalia: “ Chapeau! “.

chapeau


ROSSORI

Sotto le foto di Silvana Pampanini e di Pierre Boulez morti a 90 anni nello stesso giorno scriverò la seguente didascalia: “ Nuova musica, vecchia musica “.

pampboul


Venerdì 8 gennaio 2016

i1948o, quando sento i giornalisti che si accalorano parlando dei “ fatti di Colonia “, non so perché ma non riesco a non ripensare a un diario: “ 15 marzo 1990 – « Ultimo giorno di svolgimento del Convegno Per l’inviolabilità del corpo femminile che si tiene presso il Palaffari, piazza Adua 1 » (Dai giornali) “. Sarà perché non sono un giornalista, sarà perché non sono portato per gli affari







Virgilio Sieni fa uno spettacolo all’Argentina. Si intitola Le sacre. « Nel senso di Stravinskij (Igor)? » No, nel senso di Colonia (fatti di), direi.

Esultavo, perché con quel gol la Juve batteva il Real e vinceva la Coppa dei Campioni. (Un sogno)

Leggendo l’onorevole Curzio Maltese che scrive sul film La scommessa / The Big Short (McKay, 2016), mi confermo nell’idea che i giornalisti sono quelli che scrivono sul cinema senza capirne veramente un cazzo. Però, se mi si chiede di spiegare perché lo dico, non lo faccio. Il fatto è che, dopo che ho speso 1 euro e cinquanta per leggere l’onorevole Curzio Maltese, non ho voglia di fare altri sforzi inutili. (Quando poi vengo a sapere che “ the big short “ vuol dire “ il grande scoperto “, mi compiaccio vivamente di ricordare un diario:  “ 26 aprile 1991 – La bancaria bellissima mi spiega tutto del « massimo scoperto ». “) (L’altra cosa che non ho intenzione di fare è andare a vedere il film, perché 7-8 euri per non capire un cazzo mi sembrano francamente un po’ troppi)

Stasera vedrò lo “ sceneggiato “ – non sono sicuro che si dica così – su Mani Pulite. Io, di Mani Pulite, di Tangentopoli etc., non so niente. Quello che so l’ho scritto una volta nel mio diario: “ 3 maggio 1993 – C’è una relazione fra Dash e Mani pulite? C’è… c’é… “. Mi rendo conto che non è molto, ma è tutto quello che so. Quello che credo di sapere è anche che i creatori dello “ sceneggiato “ – non sono sicuro che si dica così – non ne sanno molto, non più di me, comunque. La differenza è che loro hanno un’” idea “. Per questo sono, diversamente da me, dei creatori, dei “ creativi “ etc.

Un culo, tanto per cominciare. (1992, Giuseppe Gagliardi, 2016) A seguire un altro culo. E fanno due. Mani pulite o culi puliti?


ARCHIVIO

” 21 luglio 1995 – Un diario è una non-letteratura. È una letteratura che non ce la fa a essere, una letteratura incatenata al pavimento, una letteratura guardata a vista, una letteratura e giù botte, una letteratura ci vuole la par condicio, una letteratura chi l’ha visto, una letteratura liberamente tratto da, una letteratura lottiamo la mafia, una letteratura no nuke, una letteratura proibito il fumo nei locali pubblici, una letteratura vietate le molestie sessuali. Un diario preferirebbe non essere. Preferirebbe svegliarsi letteratura. Un diario è sempre un incubo interminabile. “.


ROSSORI

Sotto la foto di due tizi che, in Libia, stanno accanto a una macchina sfasciata scriverò la seguente didascalia: “ La rottamazione “.

rottamazion


ROSSORI

Sotto la foto di una gentile sconosciuta che sta alla Posta indossando un paio di pantaloni rossi scriverò la seguente didascalia: “ L’appostamento “.

appostamento


Sabato 9 gennaio 2016

s1255tamani mi chiedo quando è veramente cominciata Mani Pulite. Molto prima del ’92, direi. Per quanto ne so, può essere cominciata nel ’78, ai tempi dell’affaire Moro, tanto per intendersi, oppure del Male. Ma potrebbe anche essere cominciata quindici anni prima, verso il ’63, ai tempi del mio sfortunatissimo, misteriosissimo amore. Quello che si capiva vedendo il ddibbattito di ieri sera è che Mani Pulite è stata una “ rivoluzione “, mi verrebbe di dire “ antropologica “, non fosse che non so bene che cosa significhi “ antropologico “. Quello che so è che allora si cominciato a capire che il mondo era pieno di giudici. E anche di giornalisti. Che, sia gli uni che gli altri, volevano soprattutto una cosa: fare pulizia. Che, addirittura, c’era una specie di gara, a chi la faceva di più. Che per i poco puliti cominciava un’epoca strana, e pericolosa. E anche per quelli che non capiscono di che cosa si parla quando si parla di pulizia etc.

Da quarant’anni io mi sforzo di non-scrivere. Cioè di scrivere un diario. Che è uno scrivere che non è uno scrivere etc.

A ripensarci, fra le cose stupefacenti di quei primi anni Novanta, c’è stato anche Alessandro Baricco. Anzi, forse c’è stato soprattutto lui. Ricordo che quando apparve, io, fra le altre cose, pensai che, tutto sommato, faceva una letteratura che avrei potuto fare anche io. Quello che pensavo è che, comunque, era una letteratura. Più o meno quella di cui, dopo tanti anni, si sentiva – io sentivo – il bisogno. Non è facile spiegare quello che intendo dire. Però ricordo benissimo questa impressione: che c’era qualcuno che, dopo tanti anni, tentava di sollevarsi da terra, di attingere i piani da troppo tempo infrequentati della “ fantasia “. Di questo, oscuramente, lo invidiavo, ma sentivo anche di dovergli essere, in qualche misura, grato. Era come se tornasse qualcosa da molto lontano, troppo per riuscire veramente a ricordarselo, per credere che mi riguardasse davvero, che potesse, estremamente, salvarmi. Un altro sentimento, non meno forte, mi pervadeva. Era un sentimento di vivo stupore, se non addirittura di spavento. Perché quello che tornava non poteva essere ciò che, tanti anni prima, avevo crudelmente perso di vista. Era evidente che si trattava soltanto di una copia, di una riproduzione. In questo, nel suo essere qualcosa di integralmente falso, di spudoratamente artefatto, c’era qualcosa di terribile, di spaventoso. A ripensarci, in quei primi anni Novanta, io ero soprattutto spaventato. A ripensarci, questo spavento, il mio spavento, deve essere cominciato molto tempo prima, diciamo quando è nato Alessandro Baricco, diciamo nel ’58, o giù di lì…

Il povero Amicone… Alle prese con l’attivista gay… Lui è Amicone, quella, a trent’anni, è nel Cda dell’Anas… Così s’impara… « L’amicizia? » No, i Cda…


ROSSORI

Sotto una foto dell’artista svizzera che a Colonia ha manifestato nuda chiedendo rispetto scriverò la seguente didascalia: “ La Colonizzazione “.

respekt


ROSSORI

Sotto un’altra foto dell’artista nuda di Colonia scriverò la seguente didascalia: “ Eine kleine Nacktmusik “.

nackt


Domenica 10 gennaio 2016

i1949l “ giovane Holden “… Togliendo l’” h “, cambiando la “ n “ in “ r “, potrebbe suonare come il “ giovane older “, il “ giovane (più) vecchio “… Chissà…











Poi mi ricordo che il 1992 è stato una specie di inizio. Sull’inizio, sull’iniziare io ho le idee confuse. Ne diffido, e anche parecchio, ma, insieme, mi sembra qualcosa di irrinunciabile, cioè non potrei farne a meno. Quando dico “ 1992 “ intendo dire che allora capii che stava iniziando qualcosa. Lo scrissi anche: “ 2 gennaio 1992 Scrivono « iniziare » perché « cominciare » non sa abbastanza di inizio. ”. Per me, invece, allora, non iniziava niente. Anzi, finiva, finiva di finire. Però c’era un fatto: io sapevo di essere uno che degli inizi sapeva qualcosa, che “ si intendeva “ di inizi. Perché aveva iniziato tante volte. Che cosa è un inizio? Perché si inizia? Potrebbe darsi che si inizi sempre perché è finito qualcosa, che si inizi sempre dopo una fine. Io credo di avere “ iniziato “ la prima volta più di mezzo secolo fa, anche se, a pensarci meglio, la verità è forse che, mezzo secolo fa, io ero già finito. Perché anche allora, insomma, chi ,” iniziava ‘ veramente non ero io, ma qualcun altro. Io, più che iniziare, reagivo a una fine, la mia, quella di ciò che ero, del mio mondo etc. Da allora io ho continuato a finire, sono finito sempre di più, reiterando, moltiplicando gli inizi, come tentando di scongiurare l’evidenza, l’assoluta prevalenza della Fine. Da un certo momento in poi, gli inizi sono divenuti quelli del mio scrivere quotidiano, del mio diario. Da un altro momento in poi, non contento, ho cominciato a produrre gli inizi degli inizi. Questi sono le mie “ iniziali “, i miei capolettera, con cui, ogni giorno, illustro l’inizio del mio diario, la prima lettera della prima parola della prima frase del mio diario. Da quando, quasi dieci anni fa, ho iniziato, ne ho composti esattamente 18.469. Forse sarebbe l’ora di farla finita.

Quelli che dicono di leggere. Quelli che dicono di fare. Quelli che non leggono. Quelli che non fanno. Quelli.

Oggi Michele Serra scrive a proposito del ddibbattito sul film di Checco Zalone giudicandolo sostanzialmente insensato. È esattamente quello che penso io, che però mi permetto di aggiungere che è sempre così, dico per i film, anche se non sono quelli di Checco Zalone. Perché io penso che, se non sei un giornalista, o un critico cinematografico, o un prete, una volta che l’hai visto, dico nel senso che hai pagato il biglietto per vederlo, che ha dato un po’ dei tuoi soldi, pochi o molti che siano, a Checco Zalone o a chi per lui, non c’è altro da fare, non c’è altro da dire. Lo stesso, a pensarci bene, potrebbe valere per Michele Serra: una volta che sei andato all’edicola, che hai cacciato l’euro e cinquanta – già, è rincarato… – del prezzo del giornale, non c’è da fare niente di più: rien ne va plus, tutto è compiuto, chi ha avuto ha avuto ha avuto etc. E Michele Serra, non diversamente dal suo collega Checco Zalone, lo sa benissimo. Infatti consiglia a Checco Zalone di fare un film sul ddibbattito sul film di Checco Zalone etc.

Leggo che Baricco ha detto: “ C’è tanta gente che sta in bilico, ai limiti della lettura: basta una spinta per farli precipitare nei libri “. È buffo: io non avevo mai pensato a un libro come a un precipizio. Comunque Baricco è uno che vuole fare precipitare. Vedi: “ Vermicinizzazione – teoria e pratica “. « Sarebbero i buchi neri? » Direi piuttosto rossi…

È morto Gianni Rondolino. Che era i’ babbo di Rondolino. Che faceva il critico cinematografico. Per così dire.

Era ossessionato dall’essere comprensibile: « Non so se è chiaro » ripeteva fino allo sfinimento, fino a che anche l’ultimo studente nell’ultima fila dell’aula 36 di Palazzo Nuovo non faceva segno di sì con la testa. “ (Dai giornali)

Da bambino mi portavano all’avanspettacolo. Ma non era colpa mia.

Il dialetto: è, in sé, satirico. È la presa per il culo della lingua. Beato chi ha un dialetto. Un dialetto, il mio regno per un dialetto…


ROSSORI

Sotto la foto della sindaca di Quarto Rosa Capuozzo scriverò la seguente didascalia: “ Quarto Stato “.

quarto


ROSSORI

Sotto la foto dell’incontro fra l’attore Sean Penn e il boss del narcotraffico El Chapo scriverò la seguente didascalia: “ Narcotraffico “.

penn


ROSSORI

Sotto la foto insieme al suo cane della giovane americana uccisa a Firenze scriverò la seguente didascalia: “ Ameri-canismo “.

americanismo


Lunedì 11 gennaio 2016

S1256elvaggi, appassioni baci con la collega – quella antipatica. Ma poi, nel labirinto della biblioteca, nel caos dell’ultimo giorno dell’anno, la perdevo di vista e non la ritrovavo più. (Un sogno)











Chi è senza peccato scagli la prima banca “ (Da un ddibbattito)

Poi c’è Ida Dominjanni che dice che è stata l’ultimo anno in America in un college. E io, magari mi sbaglio, ripenso a un diario: : “ Senza data [1981] – Placido / Beniamino / americanista / ma soprattutto / fordista / una questione / meridionale. “.

Dalla festa dei lavoratori alla festa delle passeggiatrici “. Sì, la giornata di oggi meriterà di essere ricordata come quella in cui il professor Valerio Magrelli andò fuori di testa. Infatti, il suo editoriale sui fatti di Colonia (Come ribaltare quell’orrore, in “La Repubblica”, oggi) è francamente orribile. Stabilendo che si tratta di qualcosa di “ grave quanto la strage nel Bataclan “, si afferma che “ tale orrore è forse paragonabile alla « Notte dei cristalli » del novembre 1938, quando la feccia di Hitler distrusse migliaia di negozi ebraici, incendiando sinagoghe, massacrando centinaia di persone e stuprando a man bassa “. Si dice poi che “ l’analogia fra nazismo e Is è cosa nota “ e si sostiene che i colpevoli devono essere, non già rimpatriati, ma condannati, “ senza vendetta, certo, ma accantonando ogni senso di colpa “. Insomma, “ basta con quel malinteso senso di clemenza che regna ormai in Italia ed in Europa “. A questo scopo, bisogna che “ rilanciamo l’edilizia “, carceraria, s’intende: “ Costruiamo istituti di pena umani e degni della nostra tradizione libertaria, dopo di che riempiamoli, tanto per cominciare, con chiunque osi ancora oltraggiare una donna “. “ Facciamo di Colonia la bandiera delle nostre conquiste “, dice il poeta. Che vuole anche “ ricalcolare “ il tempo: “ Avremo sempre un a. C. e un d. C., però intendendo con ciò “ avanti Colonia “ e “ dopo Colonia “. L’appassionata perorazione non poteva non concludersi con un grido, uno slogan, una parola d’ordine: “ Ich bin eine Kölnerin “. “ Sono una donna di Colonia “. E il resto è silenzio.

Non manca di stupirmi anche il venire a sapere che Scorsese ha fatto un documentario sulla NYRB (New York Review of Books).

Cerco “ Bowie “ nel mio diario, trovo questo: “ 31 ottobre 1990 Fra Cino Tortorella e David Bowie la differenza è più piccola di quello che credi. “.

Ashley “: come quello di Via col vento.

Poi vedo che sul Venerdì c’è Lorenza Foschini che scrive su Proust e, non sapendo fare di meglio, ripenso a un diario: “ 29 maggio 1988 – A notte inoltrata / Lorenza Foschini / ride con tutti / i dentini (radi) / leggendo (come / estasiata) le / stupide ultime / della giornata. “.

È la prima volta, Silvana, che mi capita di essere in grave disaccordo con Lei e mi dispiace. Perché un giudizio così duro su Cino Tortorella? “ (Da Doppiozero)

Poi vedo una foto di De Gregori. Quell’imbecille con il cappello.


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” Lunedì 28 febbraio 2000 – « Berlino – L’industria dei profilattici in Germania ha chiesto di rivedere le misure standard dei preservativi a norma comunitaria “ En 600 “, rivelatisi troppo larghi per i giovani tedeschi fra i 18 e i 19 anni. Come riferisce nel suo ultimo numero il settimanale Focus in edicola oggi, un’inchiesta finanziata dalla ditta di profilattici Condomi di Colonia ha rivelato infatti che i preservativi comunitari non sono aderenti e tendono a scivolare via. È stato calcolato che la misura media dei giovani tedeschi è 3,5-4 millimetri più stretta dei profilattici standard della UE. » (Dai giornali) “.


Martedì 12 gennaio 2016

s1257arà espulsa o non sarà espulsa la sindaca di Quarto (NA) Rosa Capuozzo? That’s the problem, nell’anno Domini 2016.












” 15 giugno 1985 Ora che guarda sempre la tv la mamma dice: « Tarda serata » invece che « La sera tardi » “. (La cognizione del rossore, 66682)

Io gliel’ho detto: “ Ma voi lo sapete che questo è il negozio più bello di Roma? “. E lo pensavo, lo penso davvero. È una merceria, ma dire merceria è dire niente, perché, a entrarci, sembra di penetrare in un palazzo delle Mille e una notte, o nella grotta di Sinbad/Montecristo, o nel tunnel dei misteri del Luna Park, in una festa, in una chiesa, piena di luci. Insomma è un posto che dire favoloso è dire poco, e comunque a me, trovarmi in mezzo a tutte quelle stoffe, quelle lane, quei bottoni, quei nastri, fra quelle pareti multicolori, di fronte a quel patchwork monumentale, in quell’interno inimmaginabile, fa sempre l’effetto di essere capitato in una fiaba. Per questo, quando devo accompagnarla a comprare qualcosa, non mi tiro mai indietro. Inoltre c’è il fatto dei libri. Perché, non si capisce perché, ‘sti merciaioli, ‘sti mercivendoli, hanno messo all’entrata un banchetto con sopra dei libri, che uno, se vuole, li può prendere etc. Insomma, sarebbe il “ book-sharing “, ammesso che si dica così. Una volta ho preso La cosa buffa di Giuseppe Berto, ma poi l’ho riportato senza averlo letto. Stasera non c’era molto da scegliere, c’era solo Novecento di Baricco. Così io, con tutto che Baricco…, francamente…, ho pensato: quando esco lo prendo. Però quando, dopo un po’, siamo usciti, non c’era più. So anche chi l’ha preso: l’ha preso quella con il marito, che la commessa gli ha detto: “ Ma lei non si stanca di aspettare? “. E lui: “ No, ci sono abituato “. Comunque, per farla breve, stasera non leggerò Baricco. E, a parte tutto, non me ne importa niente. Perché ho appena cominciato a leggere Simenon, anzi, dovrei forse dire rileggere, perché questi Pitard credo di averli già letti. Mi piace come scrive Simenon, mi è sempre piaciuto. Mi piace ascoltarlo, seguirlo, là dove mi vuole portare… Mi piace così tanto che ora smetto di scrivere e torno a leggerlo. Lo so che chi legge è sempre un po’ fesso, che leggere, in un certo senso, è tutto tempo perso. Ma chi ha detto che la cosa migliore da fare col tempo non sia proprio perderlo…


Mercoledì 13 gennaio 2016

s1258tanotte ho fatto il sogno dei buoni-pasto. Mi rendo conto che sognare buoni-pasto è un po’ ridicolo, ma nel tempo in cui la cronaca è dominata, dopo la strage di Istanbul, dalla polemica fra Carlo Verdone e Checco Zalone, può anche succedere. Comunque si trattava del fatto che avevo scoperto di avere, dimenticati nella tasca interna di una giacca, un quantità esaltante di buoni-pasto. Poi, andando in biblioteca per accertare se ce ne fossero altri da prendere, facevo la sciocchezza di tentare di superare con un balzo una tizia che mi si parava davanti, e i buoni-pasto schizzavano da tutte le parti, spargendosi sul prato. Poi, mentre cercavo, affannosamente, di raccoglierli, c’erano i tre extracomunitari che volevano prenderli loro, ma io gli facevo la faccia feroce etc. Lo so, come sogno non è un granché… Il fatto è che ieri, dopo che mi ero interrotto, non sono più riuscito a riprendere la lettura di Simenon. Quella lettura. Che non era assolutamente una lettura come le altre. Quello che voglio dire è che, per la prima volta dopo tanto tempo, stavo riuscendo, veramente, a leggere. Leggere, penso ora, è innanzitutto un problema di “ posizione ”: dove bisogna collocarsi per leggere un testo? Davanti? Sopra? Sotto? Dietro? Dentro? Io dico “ dentro “, e intendo dire che bisogna fare in modo di credere che quello che ha scritto, quello che scrive, quello che parla nella scrittura, sei tu, proprio tu che stai leggendo. Cerco di spiegarmi meglio: per leggere bisogna lasciare tutto, e innanzitutto se stessi, bisogna perdersi in ciò che si legge, immergersi, sprofondare, annegare. Bisogna morire, scoprire che non si muore, che, in quell’acqua profonda, si può, inaspettatamente, vivere. Bisogna dimenticarsi di tutto, essere indifferenti a tutto, imparare a farne a meno, a essere senza. Non deve esserci più niente, se non quella voce, quelle frasi, quelle parole. Quel ritmo, quella musica. Bisogna voler ascoltare, ascoltare e basta. Bisogna scrivere, lasciarsi scrivere, sentire che la tua mano è guidata da un’altra mano, che sei “ posseduto “, che, finalmente, non ti appartieni più. Che approvi interamente, frase per frase, parola per parola, che non avresti saputo fare meglio, che quello che stai leggendo è il meglio che si può fare, che si può scrivere. Che leggendo, è come se fosse anche merito tuo. Che leggere è ben-meritare. Etc. Etc.

Un giornalista può essere anche informato, ma è sempre un po’ disgustoso. Altrimenti detto, un giornalista fa sempre un po’ schifo, ma questo non toglie che abbia anche delle informazioni.

Dice che nel trailer di 1992 c’è una che accavalla le gambe come Sharon Stone. Accavallare, sempre meglio che lavorare…

Tra presenza e assenza / ho scelto l’assenza / e a chi non piace / pazienza.

La realtà è la nostra passione “, dice Corrado Formigli. Che, ormai, anche lui, fa solo film.

Esemplare il caso della nomina del nuovo direttore del Santa Maria della Scala, ossia dell’edi-ficio più grande e antico di Siena (più grande e antico del Palazzo comunale e del Duomo) e dei tesori che contiene e di quelli ulteriori che conterrà. Come avrà fatto il nostro ieratico sindaco è scovarlo questo Antonio Calpi in quel di Tricarico  (Matera)? E cosa l’avrà affascinato, tanto da preferirlo ad uno qualsiasi degli studiosi d’arte senesi, in questo sinora ignoto esperto di teatro? “ (Dai giornali di Siena)

Ho capito che gli italiani credono in Dio. Dio sarebbe quello che li sta a guardare mentre fanno tutti i casini che fanno. Penso che se non ci fosse Dio che li guarda non li farebbero.

Poi mi chiedo che cos’è l’amour du cinema. Perché tanta gente ama incondizionatamente il cinema. Che cosa c’è di così assolutamente amabile nel cinema. È un mistero buffo.

Dice che il film di Checco Zalone è il più visto di tutti i tempi in Italia. Vedi sopra.


Giovedì 14 gennaio 2016

l1807eggo su “D”, di Repubblica: “ « Rinuncio. Se devo scegliere fra camminare e dipingere, preferisco dipingere ». Si era rimesso a sedere e non si era rialzato mai più. “ (Pierre-Auguste Renoir nelle memorie del figlio Jean) Penso che, dopotutto, anche io, come il mio amico pittore, potrei scrivere un libro intitolato: Sul dipingere. Anzi, poiché chi dipinge non sono io, ma è lui, il titolo giusto sarebbe: Sul guardare dipingere. In ogni caso, nell’uno e nell’altro caso, si tratta di stare fermi. Un altro titolo possibile sarebbe: La fermezza.





Kippah o non kippah? “ (Dai giornali)

Certe parole: il “ maxiprocesso “ (Leggendo un articolo su Sciascia e i “ professionisti dell’antimafia “)

Interessantissima anche Dalila Pasquariello, “ new entry della serie Don Matteo “)

Il Talmud si limita a prescrivere: « Copriti la testa per mostrare che hai timore del Cielo ». “ (Dai giornali)

Poi, da Repubblica.it vengo a sapere che è morto Franco Citti. Non dico che sia colpa di Repubblica.it, però anche. Del resto l’ho sempre pensato: “ 30 novembre 1985 – I giornali sono necro-logici. “.

Se leggo i giornali, se guardo la tv, soprattutto se guardo la tv, sento la voglia impellente di dimettermi dal genere umano. Che fare? Ammesso che si possa fare qualcosa.


ROSSORI

Sotto un dettaglio della foto di Scalfari, Mauro e il presidente Mattarella con in mano la copia del primo numero di Repubblica scriverò questa didascalia: “ È vuoto il palazzo del potere “.

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ROSSORI

Sotto la foto della mia gatta Titì che ride sopra la prima pagina del primo numero di Repubblica scriverò la seguente didascalia: “ È vuoto il palazzo del potere “.

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ARCHIVIO

” 10 marzo 1988 – La televisione vuole dimostrare che la faccia è tutto. Faccia di bronzo, di culo, di gomma, di merda. “.


Venerdì 15 gennaio 2016

r543virgepubblica oggi è più forte che mai. “ (Dal comunicato dell’editore di Repubblica Carlo De Benedetti)












Mi ha trattato come un cane “ (Dall’interrogatorio del senegalese accusato dell’omicidio della giovane americana)

Chapeau! “, scrive Baricco rievocando la fondazione di Repubblica. Dice bene, anzi, benissimo – nemmeno lui sa quanto…

Perché investire sul futuro se puoi fare rendere il presente? “ (1992) (Da ricordare, nella seconda puntata, il “ cameo “ di Tatti Sanguineti. Il cinema logora solo chi non lo fa)


ROSSORI

Sotto la foto del presidente Hollande seduto al posto di guida di una Renault scriverò la seguente didascalia: “ Drive the change “.

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ROSSORI

Sotto la sagoma del cadavere di uno dei terroristi kamikaze di Giakarta scriverò la seguente didascalia: “ Se questo è un uomo “.

giaka


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“ 11 marzo 1995 – Vent’anni fa, esattamente vent’anni fa, un Capodanno a Lugano. Scrissi qualcosa contro la « realtà » – « la vecchia idea sanguinosa / epos di macellai » -. Volevo farla finita con la « realtà », avendo accertato che non era così tanto reale come i suoi propagandisti vogliono far credere, come io avevo creduto, negli anni dello spavento, della fuga. Avevo cominciato a meditare sul cinema, su quella terra che continua, mille anni dopo Visconti, a tremare, su quella illusione, su quella finzione. Povero spettatore, tentavo una modesta rivolta, avanzavo l’ipotesi del rimborso. Non mi sentivo soddisfatto, io. Dopo quindici anni di neo-neo-realismo – so quel che dico – mi trovavo a rimpiangere i bei film americani della mia infanzia, così lontani, così inaccessibili, così innocui. Non c’è niente di peggio, invece, che entrare in un film. Io, vent’anni fa, decisi di uscirne. Vent’anni dopo ci sono ancora dentro. Il film si è allargato, diffuso, ha realizzato quell’onnipresenza assillante e concitata che si chiama televisione. Otto milioni di macellai imperversano, più realisti del re. Che cosa c’è, al mondo, di « diverso » dal cinema? “.


Sabato 16 gennaio 2016

c1335apè da dire che il “ cattivo “ di 1992, fra le tante nefandezze del suo curriculum, oltre a quella, suprema, “ originaria “, dell’avere ucciso una donna, ha anche l’altra, non da poco, di essere stato extraparlamentare, poco meno che brigatista. Il “ cervello “ del cinema, il suo Immaginario: un mistero buffissimo.








Roma, si riapre il caso del Circeo: sarà riesumata la salma di Andrea Ghira “ (Dai giornali – a proposito di misteri buffissimi)

Davide Marchetta “: è un giornalista della Gazzetta del Sud. (Nomi d’arte, 77392)

Messico: in un covo del Chapo anche il libro di Saviano “ (Dai giornali)

In questa situazione, ho deciso di tenere un diario. Come sempre, la scelta del genere non è indifferente. Mi sembra che un diario mi dia la possibilità di costruire dei ponti tra il grande mondo là fuori e la mia piccola vita qui dentro, anche se non c’è nessun dentro e fuori, non ci sono pluralità di mondi, ma c’è un unico mondo in cui siamo brutalmente situati in un stesso tempo, che però non si conosce, che è inconsapevole di sé, dal momento che ciò che ognuno veramente conosce è il proprio tempo, individuale o collettivo, ossia il tempo della propria memoria, della propria biografia intellettuale o collettiva, tempo lacunoso, tempo lentissimo e a volte immobile, tempo di tutti i ritardi e le intempestività. Non so, in realtà, come funzionerà questo diario, né se sarò sufficientemente motivato a prolungarlo, a fornirgli un minimo di continuità o coerenza. Mi sembra però l’unica forma di scrittura, in questo momento, che mi tenga lontano dall’ambizione dell’opera, quale essa sia (un racconto, una poesia, una prosa) e dall’ambizione del giudizio, ossia dell’intervento teorico, che pretende oltrepassare il proprio oggetto, giudicandolo. Accetterò questa duplice deficienza di forma e di concetto, per salvaguardare una sorta di equanime apertura al mondo, in cui i piccoli fatti e i fatti tremendi si possano intrecciare oscenamente, come in questo appunto tratto dai Diari di Kafka e che mi ha sempre affascinato: « 2 agosto [1914]. La Germania ha dichiarato la guerra alla Russia. – Nel pomeriggio scuola di nuoto. ». “ (Andrea Inglese, Diario parigino / 1, in Nazione Indiana, ieri) (“ La litania araba è bella e ipnotica. Non c’è che dire. Con la voce ci sanno fare. “ (Ibid.))

Sento, senza vederlo – perché sono girato di spalle -, il programma di Fabio Fazio. Rimango colpito da un’evidenza, da un’assoluta preponderanza: quella degli applausi. È un tripudio, un baccanale, un sabba, un’orgia. Applausi e risate, risate e applausi: è una valanga, una catastrofe, uno tsunami. È la fine del mondo. Va bene, ma il punto è un altro: che ci faccio io in mezzo agli applausi, in mezzo alle risate? D’accordo, io sto voltato, cioè non li vedo. Ma li sento: sono sempre più forti, più clamorosi, più minacciosi… La foresta – dei comici? – cammina…


ROSSORI

Sotto una foto di Andrea Camilleri che ha alle spalle una libreria piena di libri scriverò la seguente didascalia: “ Un grande avvenire dietro le spalle “.

camiller


Domenica 17 gennaio 2016

r544ipenso a quella specie di diario che ho letto ieri. Mi torna in mente una frase: “ Mi è sempre piaciuto poi, da ateo quale sono, dialogare con credenti di ogni genere. C’è sempre un momento in cui vorrei strangolarli, ovviamente. “. Ripenso anche a un mio diario: “ 31 luglio 1993 – […] Questo diario è nato come esercizio di ascolto ed ha mantenuto questa caratteristica essenziale “. Quello che penso ora è che ad ascoltare si sente di tutto, anche quello che non si vorrebbe mai sentire. In generale, penso che ascoltare stanca. E io mi sento un po’ stanco etc.




Dice Gigi Proietti – che è l’unico “ comico “ che mi piace veramente, di cui ho stima, e anche una specie di affetto, o forse qualcosa di più – che, sotto una di quelle scritte “ Dio c’è “, qualcuno, a Roma, ha scritto: “ O ci fa “. Mi sembra molto bello. Soprattutto l’idea che Dio sia un gran comico, un super-comico. Un capocomico?


Lunedì 18 gennaio 2016

m919eravigliosi nomi d’arte: Francesco Guardi. (Courtesy Philippe Daverio, Passepartout).













Martedì 19 gennaio 2016

i1950eri sera ho rivisto un po’ di un film di Checco Zalone che avevo già visto – Sole a catinelle, 2013 – e, francamente, l’ho trovato brutto. Brutto come sono quasi sempre i film italiani, brutto nel senso che gli italiani sono – siamo? – brutti, poveri e brutti, nel senso di meschini, di malnutriti, di disgraziati, di meridionali, di pugliesi, soprattutto, nel senso di comici, che sono quasi sempre brutti, anche perché sanno che la bruttezza fa ridere, con la bruttezza ci lavorano etc. Dico che ne ho visto un po’ perché dopo un po’ ho spento la tv e sono andato a dormire. Ma il punto non è questo, il punto è che per vederlo ho dovuto aspettare, e, aspettando, ho avuto modo di assistere a un programma che non vedo mai. Il programma, che comunque conoscevo benissimo, è Striscia la notizia, ed è la cosa più orribile che abbia mai visto. Lo è da moltissimi anni, poiché essendo un programma di immenso successo, si replica da un tempo che ormai si avvia a diventare infinito. Che Striscia la notizia è assolutamente “ orribile “ io lo penso fino da quando, quasi trent’anni fa, è cominciata. A inconfutabile riprova di quanto dico produco un diario: “ 23 giugno 1993 – Il Gabibbo, quella mostruosa entità vestita di rosso. “. Per tornare al film di Zalone, ribadisco che mi è sembrato brutto, cioè peggio che mostruoso, brutto e basta. D’altra parte, si sa, i film “ belli “ sono sempre stati quelli americani… (Dico queste cose credendo solo a metà in quello che dico, anzi di meno. Dico per dire. Per vincere la paura. Di morire. Di essere già morto. Di non poter ri-vivere mai… Di non poter essere-come-tutti, di non riuscire a esserlo mai)

Vedo la pubblicità con il figlio di Tognazzi che ci vuole vendere le “ banconote della lira “. Ripenso a un diario: “ Martedì 18 febbraio 1997 – « Amarezza e sgomento per falliti ideali – di noi che per via se non altro del nostro atto di nascita credemmo in certe cose che si credettero subito dopo l’ultima guerra – sono il nostro pane quotidiano; e voglia libidine e frenesia di avvilimento sono il nostro modo di avere quarant’anni, e di dimostrarli. Siamo dunque pronti ad accettare ogni immagine che, la più abbietta, ci dia la misura della nostra degradazione. Ci siamo perfino riconosciuti nella faccia e nella verruca di Giovanni Corsini nello Scialo pratoliniano; la quale, se è faccia portata in anni diversi dai nostri, è pur sempre chiara metafora della nostra di questi anni. E tuttavia, giunti alla faccia di Ugo Tognazzi, troviamo, dobbiamo trovarla, la forza di dire, stavolta, di no: ossia, nel momento in cui la nostra automortificazione stava per toccare il fondo, sulla faccia di Tognazzi, quarantenne deluso e assorbito dall’industria, dopo un attimo di smarrimento, bisogna puntare il tallone e non dico ritrovare l’aria ma almeno tornare a nuotare a mezz’acqua. Se non altro a questo può servire questa Vita agra di Lizzani: a vedere di che sostanza è fatta, comodità e pigrizia, la nostra voglia di mortificarci. Mancheremo di coerenza e di coraggio morale, ma che una faccia così balorda e ammiccante, dove l’ottusità lotta ad armi pari con la furbizia, piagnucolosa e accattona, pretenda di dare la definizione dei nostri fallimenti, del quarantenne, per di più intellettuale, intontito e avvilito dal boom… questo non possiamo consentirlo. » (Fulvio Longobardi, La faccia di Tognazzi, in «Tempo presente», giugno 1964) “. Penso che bisognerebbe scrivere un saggio sulla faccia del figlio di Tognazzi, ammesso che qualcuno lo sappia fare etc.

(quand’ero piccolo in casa mia non c’erano nulla che fosse libro, giornale o carta stampata se non la carta di giornali che mamma comprava a chilo per farne fogli per appendere accanto al cesso, però non voleva essere offesa per i giornalisti, per cui non avevo nessun tipo di impegno con la scrittura e la lettura, sicché praticavo la scuola come isola da cui scappare con il sogno di una bici ma nel frattempo a gambe levate) “ (Da un blog)

“ Siena Oltre 27 eventi in 35 circoli Arci di tutta la provincia, con presentazioni di libri, dibattiti, aperitivi e cene sociali, musica, proiezioni di video e iniziative di socializzazione e di solidarietà. Sono quelli in programma su tutto il territorio senese in occasione della Notte Rossa, organizzata per il secondo anno dall’Arci Toscana e fissata per sabato 23 gennaio con oltre 270 eventi nelle Case del popolo, nelle associazioni e nei circoli Arci della regione. A unire i numerosi appuntamenti saranno, ancora una volta, i valori di socialità, solidarietà e uguaglianza che animano l’associazione fin dalla sua nascita e che troveranno un’ulteriore conferma nell’iniziativa tutta senese dedicata alla legalità democratica: per l’intera giornata di sabato 23 gennaio, nei circoli senesi aderenti alla Notte Rossa sarà possibile contribuire alla raccolta fondi « 1 euro contro la mafia » in favore della Cooperativa « Lavoro e non solo » di Corleone, che opera in beni e terreni confiscati alla mafia, consumando il caffè o un  bicchiere di vino al costo di 1 euro. “ (Dai giornali di Siena)

Non voglio essere allarmista, ma stasera penso che la “ truffa colossale “ potrebbe anche concludersi con una truffa colossale.


Mercoledì 20 gennaio 2016

l1808eggo un titolo di Repubblica: “ Etruria, l’ultimo trucco: « Lauree finte ai clienti per vendere i bond » “. Mi chiedo se c’è una relazione fra l’università e le banche. Credo proprio di sì.











Poi c’è il professor De Masi che dice che la laurea non serve a trovare un lavoro ma a capire il telegiornale. Io dico: almeno servisse a capire il professor De Masi. Ma quello c’è poco da capire: è un sociologo, diciamo così.

Poi c’è il professor Crepet che dice che bisogna “ mettere da parte la letteratura italiana e parlare di vita “. E io penso che, se il professor Crepet ha forse le idee un po’ confuse sulla vita, ce le ha chiarissime sulla letteratura (italiana?).

Dice che ieri è andata a vedere Checco Zalone e oggi va a vedere un documentario sul processo di Norimberga. Ne deduco che il cinema è il cinema è il cinema…

Diceva Scola che Pietrangeli (Antonio) era un profondo conoscitore di Joyce. Mah. Boh. Sarà.

A forza de canta’ m’è annata via la voce “ (Una giornata particolare, Scola, 1977)


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“ 26 maggio 1988 – In Pubblico 1981 Ettore Scola racconta i suoi inizi come sceneggiatore (Qualche parentesi sul disporre in scene): fece dire a Totò: « Io Tarzan, lei Cheeta, tu bona ». “.


Giovedì 21 gennaio 2016

q1101uando ho letto il titolo dell’articolo di Scalfari: “ Io, Scola, e lo scontro tra l’amore e il potere “, ho ripensato a un diario: “ 12 luglio 1985 – Mio padre è molto antiautoritario con me. “. Non so bene quello che voglio dire. Quello che so è che sono tutti più furbi di me, il babbo, Scalfari, Scola etc. E che io sono stupido, “ autoritario “ è stupido. “ Autoritario “, cioè stupido.








C’è anche da dire che ci sono voci che non sono voci. La voce: qualcosa da definire.

Il resto (è) Mancio.

Dopo che abbiamo saputo ad abundantiam che Scalfari era l’amico di Calvino ora veniamo a sapere che era anche l’amico di Scola. Concetto di amicizia.

“ Siena – Le contrade non sfileranno davanti alla Regina Elisabetta per la festa di compleanno. Non è il contesto adatto per rappresentare il Palio, è stata la considerazione degli organizzatori dell’evento reale che, se in un primo tempo avevano ipotizzato di inserire tra le esibizioni anche alfieri e tamburini senesi, una volta capito l’essenza del Palio hanno cambiato idea. Massimo rispetto per la festa, hanno detto nella lettera inviata al magistrato, ma non ci sono le condizioni per inserire le contrade nella parata. Il magistrato delle contrade ha chiuso la vicenda con il comunicato stampa diramato ieri. « Si chiude così un argomento che ha tenuto alta l’attenzione del mondo contradaiolo. Un dibattito che ha avuto poco senso – ha detto Roberto Barzanti ai microfoni di Antenna Radio Esse -, perché nato da una mancata conoscenza della festa senese. Il discorso è partito malissimo, perché già parlare di Palio era errato. Evidentemente l’unica ipotesi possibile era avere una rappresentanza di comparse delle contrade del Palio di Siena. Giustamente sono state poste delle condizioni serie: primo, la partecipazione doveva comprendere tutte e 17 le contrade; secondo, ognuna doveva avere una rappresentanza identica, quindi minimo tre elementi due alfieri e un tamburino; tre, ogni contrada ha un’autonomia decisionale, ma se la cosa doveva essere fatta non poteva non essere fatta con la presenza di tutte le contrade, cosa che avrebbe creato problemi logistici facilmente immaginabili; quattro le contrade che eventualmente avessero partecipato a questo evento, non potevano ubbidire come marionette ad una sceneggiatura fatta da altri, ma avrebbero dovuto fare la loro sbandierata, nei tempi e nei modi tradizionali. Se sommate tutte queste variabili doveva essere chiaro fin dall’inizio agli organizzatori che la cosa era estremamente macchinosa e praticamente di difficile realizzazione. Verificato che le condizioni richieste non ci potevano essere, secondo il mio giudizio, si è presa la strada giusta ». “ (Dai giornali)


Sotto la foto del bambino iracheno con la maglia di Messi scriverò la seguente didascalia: “ Messi-anesimo “.

messianesimo


Venerdì 22 gennaio 2016

S1259trano questo sogno del ragazzo altissimo in tenuta da basket. Lui diceva di essere alto “ solo “ 1, 96, ma io, con tutto che mi ero messo il bambino sulle spalle, non riuscivo ad essere alto quanto lui. Comunque non era per niente contento. Era venuto da non so dove per affermarsi e doveva giocare in una squadretta delle serie minori…









Notabile che fra i libri nella casa del post-professore ci sia, insieme a Primo Levi, Solgenitzin, Cioran, anche il Diario di Samuel Pepys. (Le invasioni barbariche, Arcand, 2003) (Da ricordare anche Sophie Lorain) (Il figlio “ miliardario “ – sembra il figlio di Amici miei – vola via, ma lei, prima di lasciarlo andare, gli ammolla un bacio “ indimenticabile “)


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“ 4 aprile 1989 – « Perché, perché, allora, si scrive? Mio dio, pur di non leggere. » (Umberto Eco, in «Il cavallo di Troia», n. 5) “.


ROSSORI

Sotto la foto del segnale di divieto di palpeggiamento introdotto in Germania scriverò la seguente didascalia: “ Palp fiction “.

palp


ROSSORI

Sotto la foto del Papa che incontra Tim Cooks, ceo di Apple, scriverò la seguente didascalia: “ Cogli la prima mela ah “.

apple2


Sabato 23 gennaio 2016

r545virgoma – La Colombia accoglie Alessandro Baricco, che sarà nel paese latino americano dal 28 gennaio al 6 febbraio. Dal suo arrivo fino al 31 dello stesso mese, lo scrittore parteciperà all’Hay Festival a Cartagena e a conclusione è prevista una conferenza con Marcel Ventura presso il Teatro Adolfo Mejia. L’evento, giunto alla sua decima edizione è uno dei più importanti appuntamenti del mondo ispanico per quanto riguarda la letteratura. Quest’anno, oltre a Baricco, è prevista la partecipazione del premio Nobel all’Economia, Joseph Stiglitz, e di numerosi scrittori come Hanif Kureishi, Lionel Shriver, Goncalo Tavares, Peter Stamm, Johann Hari, Julian Herbert, Piedad Bonnett, Mario Mendoza e Takashi Hiraide. Concluso il festival, Baricco dal 1 al 5 febbraio terrà un laboratorio della Scuola di Scrittura Holden, in collaborazione con l’Università Jorge Tadeo Lozano (sede di Cartagena) e con l’Università Tecnologica di Bolivar. Durante i lavori sarà assistito dai suoi due colleghi della Scuola Holden: Silvia Schiavo e Alessandro Mari. La presenza di Baricco in Colombia è stata organizzata dall’Istituto italiano di cultura (Iic) di Bogotà, in collaborazione con il festival e con i due atenei coinvolti nel Laboratorio. “ (Dal web)

Fate le rate non fate la guerra “ (Sul cartellone pubblicitario davanti a casa)

La letteratura è l’avventura? Non so perché torno a farmi questa domanda, proprio ora che, nella mia vita, nella mia testa, non c’è più niente di “ avventuroso “. Forse mi sono solo ricordato di quando lo pensavo, quando credevo ancora di sapere che lo era, in che senso lo era, o, almeno, lo era per me. Quando scrivevo: “ 18 ottobre 1973 – M’è parso di capire / che anche / ora / che non c’è / niente / da scoprire / si può essere / avventurosi. (Intuizione) “. Oppure quando, vent’anni dopo, tornavo a dire: “ 19 ottobre 1993 – Comunque la si metta un’avventura è sempre un’avventura. Stare al mondo « nello spirito » dell’avventura. Anche alzarsi la mattina è un’avventura. Avventura è concepire il mondo come qualcosa che non è già stato ma che deve esserci ancora. Qualcosa che ti viene incontro o verso cui vai. L’avventura presuppone la distanza. Il moto a luogo. La tensione verso. Avventura è anche accettazione di ciò che accade. Ottimismo? Avventura è una condizione interiore. Si può essere avventurosi con pochissimo addirittura con niente. “. Mah. Boh. Chissà.


ROSSORI

Sotto la foto del leader di Podemos che incontra il re indossando un paio di jeans scriverò la seguente didascalia: “ Podemos vestirse como ce pare “.

podemos


Domenica 24 gennaio 2016

f374orse non è un caso che stanotte abbia sognato il collega Gennaro, in un sogno alla fine del quale dovevo di nuovo andare via da quella città, la mia città. Ed ero pieno di rabbia, e pieno di rabbia mi sono svegliato, pensando che voglio smettere di scrivere, perché scrivere è solo un modo per andare via, per stare fuori dalla città, per restare fuori. Dentro ci sono tutti, c’è il “ collega Gennaro “, ci sono quelli che ieri sera, in tv, ridendo e scherzando, discutevano della ri-pubblicazione del Mein Kampf. Che, ho pensato, è un modo per dare del nazi a chi scrive, e dunque anche a me. Che, non soltanto scrivo, ma faccio anche sogni. Che proprio ieri sera, prima di andare a dormire, avevo ritrovato un diario: “ Lunedì 21 aprile 2008 – Poi comincio a leggere l’Éducation sentimentale e mi viene quasi subito sonno. Allora penso che, se potessi andare a dormire, scriverei un gran romanzo, dico dormendo, con il solo dormire. Penso che quello, per me, è l’unico modo di scriverlo. Penso anche alla mamma che diceva che, aspettando di addormentarsi, faceva i « romanzi ». È evidente che non si fanno così, ma non è ancora detto. “. A proposito poi del “ collega Gennaro “ c’è da ricordare che è quello di un famoso diario: “ Mercoledì 10 gennaio 1996 – Perché il piranha che vive nell’acquario del collega Gennaro « secca », « stroppia », ammazza tutti i pesci rossi che incontra? Dice: « È territoriale ». Bella roba. (Gliene hanno messo un altro. « Vediamo quanto dura », dicono) “.

La notte porta consiglio. E se non lo porta? E se porta scompiglio?

I giornalisti portano la cravatta. Portandola accreditano tutte le peggiori leggende sulla cravatta.

Nella scrittura c’è qualcosa di “ cattivo “. Per questo la scrittura non è amata. È temuta, ma non è amata.

Poi sento quelli che parlano dell’” ascensore sociale “ etc. E capisco che, una cosa è volere l’uguaglianza, e un’altra è volere diventare uguali – l’uguaglianza non la vuole nessuno.

I distillati “… “ Secondo me vogliono darcela a bere “, pensò Alberto Magneti Marelli. Che ormai, a forza di non bere, era diventato quasi astemio.

Bidon-ville / Romanzo – cfr.: “ 16 agosto 1985 Qui, nella bidon-ville. “.

Che voce di cazzo aveva Pasolini…

1992: culi. Credo che alla fine ce ne avranno fatti vedere non meno di 1992.

Il culo magro di lui andava su e giù “ (Ibid.)


Lunedì 25 gennaio 2016

i1951l buffo (?) è che, quando dicono “ comunismo “, pensano “ Berlinguer “.












Ieri, dagli “ zingari “, ho trovato un libro molto importante. Il libro è questo: Vilfredo Pareto, Les systèmes socialistes, Paris, V. Giard & E. Brière, 1903. C’è anche da dire che il timbro violaceo riproducente la firma “ Enrico Barone “ che si legge sul risguardo rende molto plausibile l’ipotesi che il volume facesse parte della biblioteca privata di Enrico Barone (1859-1924), illustre economista napoletano etc. Ma il punto non è questo. Perché io, parlando di questo libro, non voglio parlare né di bibliofilia, né di economia, ma d’amore, proprio così: di amore. È una storia lunga, ma anche brevissima, nel senso che, ahimè, è durata poco. È tutto spiegato in un vecchio diario: “ Sabato 12 aprile 2003 Ripenso – in questo giorno triste – alla mia fidanzata. Quarant’anni fa mi regalò un libretto – di Pareto, sul socialismo, se ricordo bene [*] – ma quello che conta è la dedica. Diceva, all’incirca: « E medita bene sul significato di queste parole » [**]. Lei, ne sono certo, non sapeva bene che cosa ci fosse da meditare – io avevo diciott’anni, lei ne aveva quindici -, diceva, ci giurerei, soltanto per dire. E tuttavia, quarant’anni dopo, non posso non riconoscere che del socialismo lei ne sapeva più di me. Il socialismo, dopotutto, è una cosa semplice. Almeno in un certo senso. [*] Vilfredo Pareto, I sistemi socialisti, vol. I, Istituto Editoriale Italiano, s. l., s. d. [**] « E studia con un po’ di serietà il vero significato di queste parole ». “. Quello che posso dire, mezzo secolo dopo, a giochi fatti, a tempo scaduto, è che ormai so che, quando me lo diede, lei aveva già deciso di mettersi con quell’altro, che, in generale, è tutto piuttosto inutile, che studiare non serve a niente, che “ socialisti “ si nasce, e io non lo nacqui etc. Però è anche un po’ buffo: che un libro vecchio, di economia, di “ socialismo “, riesca a essere, ancora una volta, un po’ “ galeotto “. E comunque, anche stavolta, è andata a finire male…

Il giornale è una macchina che oggi prepara il domani “, dice zio Mauro. Che è un giornalista. Io, invece, no.

La caratteristica dei giornalisti è la bassezza. « Ma Scalfari è alto… » Appunto, è l’eccezione che nasconde la regola.

Forse tutto si spiega semplicemente col fatto che il cinema italiano non è mai veramente piaciuto. Forse non mi piace l’Italia.

Il robot non era un ladro, correva a portare l’inalatore alla donna asmatica. Il robofobico agente Spooner sta sbagliando tutto? (Io robot, Proyas, 2004)

Anche se non sanno di esserlo io so che lo sono: xenofobi – i nuovi italiani.


Martedì 26 gennaio 2016

i1952o non volevo assolutamente venire a Roma. Questo penso stamani appena sveglio. Sono così sicuro di quello che penso che non vorrei nemmeno scriverlo. Scriverlo, penso, “ porta male “, nel senso che autorizza a dimenticarlo. Non volevo venire a Roma, e tantomeno volevo venirci a fare il giornalista. Perché non volevo fare nemmeno quello, il giornalista, anche questo è sicuro. D’altra parte, si sa, lo sanno tutti, lo sapevano tutti: chi va a Roma perde la poltrona, chi va a Roma e chi resta dov’è, chi va a Roma tanto peggio per lui, chi non ci va tanto meglio. (Nel sogno di poco fa indossavo una magnifica divisa bianca da comandante di marina. Ma non c’era nessuna nave [*] da comandare. Anche perché a lei quella divisa non piaceva, soprattutto il cappello)  [*] Avevo scritto “ barca “, anzi “ banca “ – avevo scritto “ barca “ per scrivere “ banca “?

Apple punta su Napoli “ (Da un TG)


Mercoledì 27 gennaio 2016

Q1102uel liceo, era evidente, era pieno di terroristi. Io, che l’avevo capito, mi premuravo di far sapere che non ero della polizia. E comunque, io non dovevo andare al liceo, ma alla scuola media. Però prendevo il bus sbagliato, quello che andava a Sud, quando me ne sono accorto ero quasi arrivato in Calabria… (Un sogno)









Statue buoni se potete “ (Titolo del tg3)

Dice che l’articolo di Gramellini si intitola Sottomissione come il romanzo di Houellebecq. (Si sta configurando un “ partito delle statue “?)

La giornalista Myrta Merlino si sente offesa, “ in quanto donna “, dal fatto che gli ayatollah si offendono se vedono la statua di una donna nuda. Ma il fatto è che lei, come gli ayatollah, si sbaglia: quella di cui ci si offende o non ci si offende, non è una donna, è una statua. Che, in quanto statua, non ha alcuna intenzione di offendere alcuno. O no?

Dice che Gegia è entrata in politica. Dice che, comunque, c’ha du’ lauree.

Dice Sgarbi che “ non si può confondere la Venere Capitolina con Cicciolina “. Bravo (in francese).

Dice Severgnini che “ Roma è piena di statue mozzafiato “. Ma quello, si sa , apre bocca e je da fiato.


ROSSORI

Sotto la foto della Venere Capitolina e del contenitore apprestato per coprirla scriverò la seguente didascalia: “ La Grande Statuezza “.

statuezza


ROSSORI

Sotto la foto del Papa e di Rohani che sfogliano un libro scriverò la seguente didascalia: “ Galeotto fu il libro “.

libro


ROSSORI

Sotto la foto di un tizio che fotografa la Venere Capitolina scriverò la seguente didascalia: “ Statualità “.

venere


Giovedì 28 gennaio 2016

i1954 giornalisti, poveracci, si arrangiano. A dire qualcosa, a cose fatte, sempre quando sono già fatte, fatte da qualcun altro. I giornalisti dicono, tanto per dire, per non sapere che fare, come farlo. I giornalisti non sanno mai niente, se non che c’è sempre chi sa, e chi sa non sono mai loro. I giornalisti non stanno mai zitti, ma il silenzio non rinuncia a tacere.









Poi ripenso a quando mi davano del “ trombone “. E mi viene in mente Benigni. Che può “ trombonare “ quanto gli pare. Perché c’ha la faccia da povero. E invece ha fatto un sacco di soldi etc. (Il caso Benigni dimostra che l’unico modo possibile di essere toscani è essere buff(on)i)

Un eccesso di seriosità “, dice il giovane Rondolino. E io ripenso a un diario: “ 10 gennaio 1993 – Dato che si usa comunemente il peggiorativo « serioso » in luogo di « serio », quando capita di voler dire seriamente « serio » non si può che dire « serioso ». Il concetto di « serio » risulta comunque abolito. “. Comunque il giovane Rondolino mi sembra poco serio. Del resto anche i’ ssu’ babbo…

La mia giornalista “, dice la bionda. Chissà che ne pensa la sua giornalista.

Madri… Non vorrei essere i figli…

D’accordo che Beppe Severgnini, come dice lui stesso, è “ il primo giornalista professionista a diventare anche attore “, ma a me continua a sembrare un fesso. Sarò fesso io, ma non ci posso fare niente, come Beppe Severgnini.

A questo punto qualche testa deve cadere “, dice il professor Carandini.

Anche il patriarca siro-cattolico stigmatizza. PAICAR (Per Andare In Culo A Renzi)

Rimarchevole anche l’entrata in scena del sindaco di Pietrasanta.


ROSSORI

Sotto la foto del ministro della giustizia francese dimissionario Christiane Taubira, scriverò la seguente didascalia: “ Liberté Égalité Vélo-cité “.

bikité


Venerdì 29 gennaio 2016

s1261e c’è una cosa che mi secca è morire a Roma. Perché io non sono di Roma, assolutamente non lo sono. Civis romanus non sum. (Se io non sono di Roma è perché sono di Siena. Siena, a differenza di Roma, è molto piccola. Ma il punto non è questo. Il punto è che essere di Siena come sono io non significa niente. Perché, in un certo senso, io non sono nemmeno di Siena. Perché la verità è che io non sono di nessun posto. Del resto non credo di essere nemmeno il solo. Per esempio, i morti. (Di) dove sono i morti? Tu dici: nei cimiteri. D’accordo: nei cimiteri ci sono i cadaveri, le ossa, le ceneri. Ma tutto il resto? Tu dici: ma quale resto? Magari hai ragione tu… )



Poi c’è Walter Veltroni “ politico e scrittore “. (“ È un libro in cui si piange e si ride “. Praticamente è un film… ) (“ Un paese dove non si urla “) Veltroni: limbecillità del male. La verità è che Veltroni, per me è come Roma – o come la televisione -: è “ oltre “.

Cinema, 400 milioni di contributi / salta la « censura » e aiuti ai giovani “ (Titolo di Repubblica)

Perché ha ucciso “ er vocetta “? Comunque ha ucciso.

« Dash? » Daesh… ho detto Daesh…


ROSSORI

Sotto la foto del premier Renzi che riceve Roberto Benigni insieme ai registi Bertolucci, Tornatore e Sorrentino scriverò questa didascalia: “ La cinematografia è l’arma più forte “.

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EX LIBRI

musee1928


Sabato 30 gennaio 2016

N1081virgella monotonia, felice e disperata, del medesimo gesto “ [*] [*] (Cosimo Scatacchio, Il diario: una scrittura in diretta, in “Abamelek”, n.s. 14, n. 5/6, 1995)











Ho capito che non mi interessa più sapere “ come va a finire “ Repubblica, ammesso poi che mi sia mai interessato, se non per ironico modo di dire [*]. Quello che è certo è che  non vedo più alcuna ragione per continuare a comprarla. È, ogni volta, ovvia, risaputa, grottescamente prevedibile. Come oggi, che ci viene a dire che hanno scoperto che correre fa male etc. [**] Invece, secondo loro, andare al cinema fa bene, andare al cinema è quello che fa meglio di tutto. Dopotutto, dopo quarant’anni, dopo cinquant’anni che li leggo, tutto quello che mi sento di dire è che è gente strana. Strana e instancabile, strana e insaziabile. E comunque, da quando è arrivato quel bischero, non pubblicano più nemmeno qualche bella foto… E comunque, bisogna smettere di correre, bisogna fermarsi e combattere, diciamo così. [*] “ 13 marzo 1994 – « Leggi sempre Repubblica? » « Sì, voglio vedere come va a finire. » “. [**] “ 23 luglio 1984 Beniamino Placido scrive sulla morte dell’inventore del jogging: « Non sanno che rischi corrono, correndo ». “.

L’Inno a Lagioia.

L’entusiastica foga con cui il professoretto di Scienze Politiche “ boccia “ la candidatura olimpica di Roma fa comprendere che fare il professore, più che un mestiere, è una “ missione “. Bocciare, sempre assolutamente meglio che lavorare.


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” 10 maggio 1994 – Guardando il macellaio di Ponte Milvio affettare con gesto sicuro il grosso pezzo di carne rossa, tagliando via le bianche strisce di grasso, a ognuna delle quali resta tuttavia attaccato almeno un pezzo di tessuto sanguigno, leccandomi i baffi, ponendomi dal punto di vista di uno dei tanti gatti che stazionano fra il ponte e il mercato, considerando che ho una vera passione per gli avanzi, ciò che-viene-scartato, ciò-che-si-butta, ciò-che-non-serve-più: i prelibati resti della civiltà. Come la zia Olga che conservava i pezzi di pane, le mezze mele, i bocconi di pollo, e se li mangiava da sola, alla sera.


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Domenica 31 gennaio 2016

A1468gorafobia / Romanzo.













Anche quando c’era Mussolini le piazze erano piene “, dice il professor Galimberti. Anche quando c’era Cofferati, dico io. Che, come si sa, sono un po’ agorafobico.

Io, diplomatica dello spazio [*] “ (Titolo di “D”) [*] Simonetta Di Pippo, “ direttore affari extra atmosferici all’Onu “.

L’uomo non è più il soggetto della storia “, dice Galimberti. Che pensa che invece lo sia la tecnica. Che, penso io, è soprattutto una desinenza in a.


Lunedì 1 febbraio 2016

l1809virgosanna – Lo chef franco-svizzero Benoit Violier si è ucciso con un’arma da fuoco nella sua casa di Crisser, nel distretto di Losanna, in Svizzera. Tra i migliori cuochi del mondo a soli 44 anni, era chef di quello che di recente era stato classificato come il miglior ristorante del mondo quello dell’Hotel de Ville di Crissier, nel distretto di Losanna. Aveva sostituito nella cucina del famoso ristorante Philippe Rochat, venuto a mancare lo scorso anno. “ (Dai giornali)






Paolo Crepet: ha i baffi. (Ultimamente si è buttato a sinistra – tele-buttato)

Più passa il tempo e più capisco perché il nonno non diceva mai niente. Io gli volevo bene così: silencieusement.

Non c’è mai stato nessuno che abbia sbagliato tutto come ho sbagliato tutto io. L’ultimo degli sbagli: fare il giornalista. Il giornalista, io…

“ Je t’attendre “, mi ha scritto quella lì. Voglia di tenerezza? Uhm.


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“ Martedì 9 aprile 1996 – Farei bene a non approfondire troppo questo tema del diario, della scrittura diaristica, del diario come genere letterario etc. Se vado troppo avanti, rischio di entrare nel regno, inospitale come tutti i regni, di Diariolandia. Dove potrei finire a corte, alla stressante presenza del regnante di turno, si chiami Girard o Lejeune o Didier o Pizzorusso o Tutino, nella intrigante considerazione dei dignitari, dei cortigiani, dei servitori: tanti, tantissimi, almeno a giudicare dal fatto che a ogni istante ne scopro uno nuovo o nuovo per me. Stasera, new entry è Anna Dolfi, che, mi assicurano, ha curato un libro sui diari, negli anni Ottanta, chez Bulzoni, complimenti anche a lei. Io, che dopotutto volevo e in fondo voglio ancora, scrivere solo un diario, non so perché, mi deprimo. Per un granello di letteratura, annoto amaramente, ci sono sempre tonnellate di critici. “.


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Martedì 2 febbraio 2016

B380virgella, una vita perfetta, perché ho voluto baciare quel chirurgo bruttino? “ (Lettera al giornale)












Molto divertente notare che ne L’impiegato (Gianni Puccini, 1960 – con Nino Manfredi etc.) l’utente incazzato ha in mano una copia dell’Espresso. Il cinema – e il Gruppo Espresso – uniti nella lotta.

Proprio non ce l’ha fatta, il Michele Serra, a non scrivere – bene, of course – un Divano sul gesto del Salvini quando l’Inter ha sbagliato il rigore. C’avrà anche provato, forse, ma non c’è riuscito. Al cuore – nerazzurro – non si comanda.


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“ Senza data [1983] – « La consuetudine del diario è decaduta da quando si cominciò a ritenere che quella pratica fosse divenuta l’artificiale coltivazione di teneri o umbratili sentimenti, buona tutt’al più per adolescenti. Il mondo contemporaneo sembra aver dimenticato che un Goethe considerava il diario un prezioso strumento di autodisciplina. Si determinano tuttavia nella nostra età condizioni che possono restituire al diario il suo valore drammatico e assoluto: quando cioè non esistono interlocutori, quando la vita non ha avvenire ma solo un atroce presente. É stato il caso, nel corso dell’ultima guerra, di alcuni testi diaristici di prigionieri e deportati: famoso in tutto il mondo quello dell’adolescente olandese Anna Frank (1942-1944) e quello – in parte dovuto a una équipe di collaboratori volontari, anch’essi scomparsi – che lo storico polacco E. Ringelblum tenne clandestinamente descrivendo con la propria la vita quotidiana nel ghetto di Varsavia. I manoscritti furono nascosti fra le rovine prima che l’autore venisse fucilato. Sono stati composti fra il 1940 e il 1943. Altro documento significativo del nostro tempo è il diario tenuto dal rivoluzionario Ernesto “ Che “ Guevara, dal 7 novembre 1966 al 7 ottobre 1967, vigilia della sua uccisione. » (Franco Fortini, Diario, in Ventiquattro voci, 1968) “.


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ROSSORI

Sotto la foto dei senatori Monica Cirinnà e Ivan Scalfarotto alle prese con un cellulare scriverò la seguente didascalia: “ Un tocco di classe “.

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Mercoledì 3 febbraio 2016

H445o sognato che c’era un po’ di gente di cinema – avevo voglia di scrivere ” cinematografari “ – che faceva non so che cosa. C’era anche Gassman che però, a un certo punto se ne andava. Il punto è che, secondo me, se n’era andato dicendogli una specie di vaffa, ma quelli sostenevano di no. Io, però, ne ero assolutamente sicuro: era salito in macchina, facendo il gesto di chi vuole mandare tutti a quel paese. (Ora che sono sveglio ripenso per l’ennesima volta al famoso PAICAP  del mio Amico. Mi accorgo di non avere mai pensato che il “ prossimo “ a cui si tratta di andare in culo può essere inteso anche in senso temporale: come quello che viene dopo, come ciò che viene poi, come l’avvenire, come il futuro, insomma. Si tratta dunque di andare in culo al tempo, alla sua spietata disposizione a passare, a superare il presente, a trasformarlo, incessantemente, in passato etc. È una strana faccenda, un’oscura passione, una tenebrosa storia, una storia di gelosia, diciamo così)

“ Siena I soliti ignoti (1958), Un maledetto imbroglio (1959), Rocco e i suoi fratelli (1960), 8 ½ (1963), Il Gattopardo (1963), La pantera rosa (1963), C’era una volta il West (1968), e L’udienza (1972) sono solamente alcuni tra gli « immortali » capolavori che l’immensa stella del cinema Claudia Cardinale ha « firmato » con il suo straordinario assemblaggio di bellezza divina e talento innato. Una carriera a dir poco invidiabile iniziata alla fine degli anni 50 lavorando con artisti e maestri italiani del cinema – e non solo – del calibro di Mario Monicelli, Pietro Germi, Federico Fellini, Luchino Visconti, Sergio Leone, Marco Ferreri e proseguita fino al cinema contemporaneo – o cinema postmoderno tecnicamente parlando – con camei e lavori talentuosi come Ultima fermata di Gianbattista Assanti del 2105. Per questo lungometraggio – vincitore del Sanese d’oro quale miglior film al «Terra di Siena Film Festival» del 2015 – che vede come protagonista  Claudia Cardinale, la diva riceverà dalle mani del sindaco di Siena Bruno Valentini un prestigioso omaggio per la straordinaria carriera che la settantottenne nata a Tunisi, ma di origine italiana, ha saputo dimostrare con risultati eccelsi, eufemisticamente parlando, dall’epoca d’oro del cinema italiano fino ai giorni nostri. L’incontro con la diva che si terrà sabato 6 febbraio alle ore 16.30 presso la Sala delle Lupe di Palazzo Pubblico con ingresso libero, si integra con una grande serie di eventi che Maria Pia Corbelli – presidente del «Terre di Siena Film Festival» – ha organizzato per celebrare magistralmente i venti anni della nascita del festival senese: « Abbiamo compiuto un grandissimo lavoro affinché Claudia Cardinale – la quale vive a Parigi ma sarà in Italia nei prossimi giorni per presentare il film di Gianbattista Assanti – potesse venire a Siena. Oltre a questo l’8 di febbraio presso l’Aula Magna dell’Università per Stranieri di Siena alle ore 15.00 – in occasione del « capodanno cinese » – sarà presentato e mostrato ai presenti in prima assoluta mondiale il film cinese fantasy in 3d Monster Hunt del 2015 di Raman Hui come testimonianza del lavoro che da due anni a questa parte il mio festival sta facendo con importanti organizzazioni cinesi e come segno catalizzante verso importanti paesi del medio oriente, i quali stanno proponendo al pubblico internazionale nuove idee di cinema ». “ (Dai giornali di Siena) [*] [*] Quando leggo queste stupefacenti, mostruose righe penso che a me forse è successo qualcosa di molto simile a quello che successe al povero Calvino. Quando scoprì che la sua città era diventata quella del Festival di Sanremo. Si sarà stupito, come minimo.

“ È la figuraccia, appunto – termine-chiave dell’intersoggettività italiana – ovvero perdere la faccia, la propria maschera sociale (utilizzando una vecchia dicotomia, possiamo dire che quella italiana non è una guilt culture, è una shame culture; e qui l’inglese non è abusivo, perché questi concetti sono stati elaborati dall’antropologia anglofona). “ (Sergio Benvenuto, Quo vado. Il terrone globalizzato, in Doppiozero)

Quando sono venuto a sapere che la donna di cui si innamora Checco Zalone si chiama Valeria Nobili ho pensato che la Miseria si aspetta molto dalla Nobiltà, anche perché pensa che la Nobiltà è femmina – c’è anche da dire che la Miseria si fa delle strane idee sulla Nobiltà. Dev’essere la miseria. Oppure la cattiveria.

Quando, quarant’anni fa, tornai nella mia città, capii subito che della mia città non sapevo niente. Per esempio non sapevo di non avere amici. Quelli che, forse, potevano esserlo, che, in un tempo molto lontano, lo erano stati, li avevo persi tutti di vista. Se n’erano andati anche loro e non erano nemmeno tornati. Avevo un certo numero di “ compagni “, ma era evidente c