diario romano / 4

” Senza data – Stupido come un diario “.




Domenica 16 ottobre 2016

h447o pensato che, se essere “ di sinistra “ significa amare Dario Fo, portare il cappello etc., allora dev’essere proprio vero che io sono di destra. Dopodiché non c’è molto da rallegrarsi: essere di destra, qualunque cosa significhi, ammesso che significhi qualcosa, è una condizione tristissima, una vera jattura, un modo infallibile di essere infelici. Ma soprattutto soli, atrocemente, pazzescamente soli. Perché di destra, che si sappia, non è nessuno, perché di sinistra, a quanto dicono, sono tutti. Perché tutti lo dicono, perché tutti dicono di essere tutti. A essere di destra non si fa niente, non si va da nessuna parte, tantomeno a trovare Obama. A proposito, insieme a Renzi, oltre a Benigni e alle quattro donne “ eccellenti “, ci va anche Sorrentino. Simme ‘e Napule, paisà.

Tutti i giorni, grazie a Google Alert – “ rilevamento di contenuti nuovi e interessanti sul web “ – vengo a sapere qualche notizia di Alessandro Baricco. Tutti i giorni, proprio tutti. C’è, in questa inesausta presenza, qualcosa di esagerato, di fenomenale, di spasmodico, di ossessivo. Che si crederà di fare? Baricco e burattini.

Poi c’è la storia dell’arte spiegata da Disney.

Ieri sera ho visto la trasmissione di Veltroni. C’era la campionessa paralimpica. Ho pensato: “ Non c’erano, le braccia “, non so se mi spiego – “ Venerdì 2 luglio 1999 – […] « Non c’erano, le gambe » (Italo Calvino, La speculazione edilizia, 1957). “.

“ Palermo – La sigaretta in mano, fuma da sempre Marlboro rosse. L’orologio d’oro ben in mostra, ha una passione per i Rolex. Gli immancabili occhiali Ray-Ban a goccia. Eccolo, Matteo Messina Denaro, il padrino che sembra diventato imprendibile ormai dal 1993, come mai l’abbiamo visto. In doppiopetto, le scarpe dello stesso colore dell’abito, grigio. E l’aria spavalda di chi vuole mettersi sempre in posa. Per la prima volta, una fotografia lo ritrae a figura intera. E il fantasma di Castelvetrano sembra prendere forma. Sarà alto un metro e 75, corporatura esile, non a caso lo chiamano u siccu. “ (Dai giornali) (Nell’occasione mi chiedo: “ Messina Denaro “: sarà un nome d’arte?)

Leggendo del concetto di “ saggio “, mi è venuto in mente, per assonanza, che i francesi dicono “ sois sage  ”. Lo dicono ai bambini, per esempio, per dirgli di stare buoni, di non fare le bizze etc. Lo dicono come lo diceva la nonna a me – lei, che pure sapeva il francese, diceva, in senese antico: “ Stai boncitto “. Perché, a quanto si dice, da piccolo non ero tanto buono. E nemmeno ora, se devo dirla tutta. Scrivo queste sciocchezze al Borghetto Flaminio, dove ho appena buttato via un po’ di soldi, a due passi da dove abitava Valentino Zeichen. Che non credo che fosse un grande poeta, ma aveva capito che per scrivere – per pubblicare? per non leggere? – serve – servirebbe – qualcosa di un po’ diverso dalla “ saggezza “ etc.

Quando io ho smesso di studiare loro hanno cominciato. Elementare, Watson.

Poi c’è quel calciatore – Icardi, dell’Inter – che ha scritto la sua autobiografia – ha 23 anni.

La caduta ci sta. “ (Tutti convocati, Radio24, ore 17. 47)


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“ 6 settembre 1988 – « La gloria come risultato di processi oggettivi nella società di mercato, che era soggetta al caso e spesso anche alla manipolazione, ma conservava un estremo riflesso di giustizia e di libera scelta, e, oggi, definitivamente liquidata. La gloria è assunta in tutto e per tutto a funzione di uffici di propaganda, debitamente remunerati, e si commisura all’entità dell’investimento effettuato dal detentore dei nomi o dal gruppo di interessi che gli sta dietro. Il claquer, ancora un’anomalia agli occhi di Daumier, è diventato nel frattempo, come incaricato ufficiale del sistema culturale, una persona rispettabile. » (Theodor Wiesengrund Adorno, Minima moralia, 1954) “.


Lunedì 17 ottobre 2016

d1118a un prete che scrive nel web – con tanto di foto – vengo a sapere che Mario Luzi, quando seppe del Nobel a Fo, disse: “ Non sapevo che Dario Fo scrivesse “, e a leggerlo mi sembra, inaspettatamente, spiritoso. Il giovanotto in clergyman – Mauro Leonardi, “ prete e scrittore “ – dice di non avere niente contro il premio a Bob Dylan: “ Dylan non ha scritto pagine di carta ma ha lasciato parole che hanno fatto da colonna sonora a chi tifava contro la guerra, per la pace e per l’amore: una musica entrava dalla finestra o dalla stanza accanto e ci faceva fermare; da quel momento quando tornavano quelle note tornava a noi quell’istante della nostra vita, con la sua gioia e il suo dolore: se questa non è arte, che cos’è l’arte? Quando la cucina non è solo « mangiare » si parla di « arte culinaria ». Perché è arte tutto ciò che dice all’uomo che non si vive di solo pane: e questo vale perfino per il cibo. Con il Nobel a Dylan non c’è stato uno sbaglio e tantomeno un oltraggio alla letteratura. Perché quelle di Dylan non sono solo canzonette. “. Francamente non trovo quasi niente da obiettare. Nel senso che qualcosa ce l’ho, ma non da obiettare, da chiedere. Per esempio, mi piacerebbe sapere che cosa si ricordano, quelli del Sì a Dylan, delle parole delle sue canzoni, quando l’hanno ascoltate, perché gli sono piaciute. Vorrei anche sapere se suonano la chitarra, o se cantano, o che altro fanno. Quello che di sicuro fanno è scrivere, dovunque gli riesca, quello che di sicuro fanno è applaudire, o fischiare quelli che non la pensano come loro. Non credo che in questo modo riusciranno mai a farsi dare il Nobel, ma, tutto sommato, non è nemmeno detto. Hanno fatto bene quelli che hanno preso i soldi e sono scappati, anzi, non sono nemmeno scappati, sono rimasti dov’erano, senza fare niente, senza dire niente, muti come pesci, furbi come pesci. Più di ogni altro, comunque, mi stupisce chi non si stupisce per niente. Come se non fosse successo niente.

È l’improvvisazione al potere “ (Da un ddibbattito)

Che palle. “ (Dal web)

Ha ragione Majd Ibrahim: sono le idee che determinano il destino dei singoli e dei popoli. Noi occidentali, dopo averne fatto largo uso fino all’altro ieri, ora le minimizziamo nel nostro pragmatismo, mentre altre culture, forti della fede religiosa, le accentuano così da condizionare la nostra stessa esistenza. “ (Dice Belpoliti)

Ma che cos’è un’idea, esattamente? Per esempio, che cosa intendevo dire io quando scrissi: “ Lunedì 25 gennaio 1974 – [L]idea ci sopravvive nei recessi gastrico intestinali come un sasso e si fa viva per coliche. “?

L’ho chiamata per nome. Ma quando si è voltata ho fatto finta di niente. Rivedersi… Dopo cinquant’anni… Alla Festa del Cinema… Comunque è vero: è stato tutto un film, solo un film, nient’altro che un film… (A proposito di Festa del Cinema, quando alla scolaresca vociante che sciama dentro l’A(ppla)uditorium, dico: “ Ma andate a scuola… “, un pischello, per nulla intimorito, mi risponde: “ Ma andate in ufficio… “)

Da segnalare anche Daisy Provano, sindaca di Misano di Gera d’Adda (BG).

“ Lei è dell’Organizzazione? “, ho chiesto a uno con un cartellino al collo. “ No – mi ha risposto, con sospettoso sembiante -, sono un giornalista “. Ho pensato: quando c’è da non andare a scuola, da non andare in ufficio, quando c’è da applaudire, i giornalisti non mancano mai. Sempre meglio che lavorare…

« Abbiamo messo i soldi nelle scuole per l’italiano all’estero, ma serve una gigantesca scommessa culturale sul made in Italy. Se vogliamo che l’italiano sia studiato non possiamo fermarci alla letteratura. » Così il presidente del consiglio Matteo Renzi ha aperto Gli Stati Generali della Lingua Italiana, due giorni di incontri e studi a Firenze. “ (Dai giornali)

Ma i fotografi, naturalmente, sono stati più veloci. “ (Da quel giornale)

Leggo un articolo sui “ grandi “ del Novecento che se vanno. Penso che non è da escludere che il Duemila sia il secolo dei “ piccoli “. Quelli che sono tutti contenti di scrivere gli articoli sui “ grandi “ che se ne vanno etc. 

Il terribile del cinema è che è “ premeditato “.

Sul “ caso Dylan “, alla fine, non ho altro da dire se non che mi sento “ dylaniato “.


ARCHIVIO

“ 16 luglio 1979 – qualche rossore / qualche rossastra / idea / qualche / arrossata / epidermide / era lo stato / lai(d)o. “.


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Sotto una foto degli Stati Generali della Lingua Italiana a Firenze in cui si vedono l’arcivescovo Giuseppe Betori, l’ attore Pierfrancesco Favino e il giornalista Beppe Severgnini scriverò questa didascalia: “ Lo stato della lingua “.

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Martedì 18 ottobre 2016

n1093on c’è peggior sordo di chi non vuole sentire / Saggio sul cinema.













Anche il diario intimo diviene per lo scrittore francese un registro oggettivo delle sue giornate: l’ora della sveglia, gli spostamenti, il pasto consumato, i dischi ascoltati, i film visti. Un diario intimo senza alcuna intimità« Detesto ciò che chiamano psicologia »: come per Palomar, anche per Perec ci si può spingere a cercare quello che c’è sotto una volta esaurita la superficie. E anche per Perec la superficie è inesauribile. I ricordi non sono fedeli né individuali, non vanno interpretati. E non è l’inconscio che si deve andare cercando nei sogni. Non vi è verità. “ (Anna Stefi, sul Tentatif, in Doppiozero)

Ora ha sette lauree e una biblioteca personale di 1.500 volumi. Si fermerà con le lauree? « Sì, ora basta. Ho deciso di fermarmi. L’ho promesso anche a mia moglie. Poi, se c’è una cosa che non è mai calata nonostante la lunga esperienza, è l’ansia. Non riesco a non avere ansia prima di ogni esame o mentre mi preparo per discutere una tesi… ». “ (Dai giornali)

“ E che ci fa, a Roma? “, mi chiede padre Giuseppe. Di Assisi. Da Assisi. A cui ho appena spiegato come deve fare per arrivare a piazza Euclide. “ È una bella camminata… “. Già, ma intanto alla domanda non ho risposto. Che ci faccio a Roma? Mah. Boh. Chissà.

Pagare tutti pagare meno “ (La vita in diretta, Raiuno, ore 18. 16)

« L’autore di Ossi di seppia… » « Manzoni » “ (L’Eredità, Raiuno, ore 19. 39)


ARCHIVIO

“ Venerdì 18 marzo 2005 – L’épuiser épuisé: potrebbe intitolarsi così il mio diario. Se io fossi uno che vuole « esaurire » qualcosa, che crede di potere essere esaustivo, definitivo. Ma io cerco soltanto di continuare, di tirare avanti, cerco di vivere, cerco di scrivere: alla giornata. Le cose, penso, sono tante – le micidiali, crudeli cose. Ma anche le parole, le dolci, insicure parole possono essere quante basta. È solo questione di tempo.


ROSSORI

Sotto la foto del partigiano “ Arturo “ che trasportò i corpi di Mussolini e Claretta Petacci a Piazzale Loreto scriverò la seguente didascalia: “ Prima o poi l’amore arriva “.

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ROSSORI

Sotto la foto della madre e della figlia che si sono laureate nello stesso giorno scriverò la seguente didascalia: “ Talis mater “.

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Mercoledì 19 ottobre 2016

n1094ella fiction I Medici, in onda su Raiuno, si vede che la fare la pace è un modo di andare in culo ai militari, cioè a quelli che fanno la guerra per mestiere. La pace, cioè i lavori pubblici. Cioè la cupola del Brunelleschi. Fate la cupola non fate la guerra. Le cupole cioè le fiction. Fate le fiction etc.









Devo resistere: alla voglia di scrivere anche io. Ora che scrivono tutti. Che scrivono sempre di più. Che non hanno intenzione di smettere. Non sono io che devo scrivere. E poi sarebbe troppo lunga…

Come tutti gli appassionati di lingue straniere sanno, ogni traduzione è un tradimento. Per quanto l’interprete sia preparato, abile, creativo, ogni qual volta si passa da una lingua all’altra si perde qualcosa… Lost in translation non è solo un (bel) film di Sofia Coppola di qualche anno fa, è un concetto che chiunque abbia fatto esperienza della traduzione conosce. Se poi il passaggio è quello dal linguaggio delle parole a quello delle immagini il tradimento è inevitabile. “ (Dai giornali)

Dice che è la materia oscura che ha fatto sparire i dinosauri. Chiaro, chiarissimo, più chiaro di così…

La pubblicità, ovvero: chi non vende è perduto.

La tradizione del No.


ROSSORI

Sotto una foto della cena alla Casa Bianca in cui i nota il cospicuo didietro di Michelle Obama scriverò la seguente didascalia: “ Arrière pensée “.

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ROSSORI

Sotto una foto di Giorgio Armani alla cena alla Casa Bianca scriverò la seguente didascalia: “ Armani come Armani “.

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Giovedì 20 ottobre 2016

v1100edo una foto del regista Ken Loach quando a Cannes ha vinto la Palma d’oro. Ma il punto non è questo. Il punto è che accanto a lui c’è un tizio che, sorridendo, saluta con il pugno chiuso. La didascalia mi spiega che si tratta dello sceneggiatore Paul Laverty, abituale collaboratore di Loach. Così io mi chiedo: che cosa ho fatto, per cosa ho speso tante delle mie giovanili forze, per cosa si continua a chiedermi di spenderle, anche ora che sono vecchio e di forze ne ho ormai pochissime? Per la giustizia sociale, la fratellanza universale etc. o per il cinema? Perché non sono la stessa cosa, perché c’è una bella differenza. In ogni caso a me non piace essere preso per il culo, anche se dirlo oggi è perfettamente inutile, perché ormai è tardi etc. Poi vedo la recensione a un libro che ho visto l’altro giorno nella vetrina della libreria dell’A(ppla)uditorium: il diario di Nannerl, la sorellina di Mozart. “ Il geniale Mozart? Un petomane burlone “, dice il titolo dell’articolo firmato da Giovanni Gavazzeni, “ noto critico musicale e nipote d’arte “. Ma anche questo lo sapevo già, da quando ho visto il film di Forman, più di trent’anni fa. Nihil novi sub soli, cioè nel cinema. Il “ ballo in maschera di mattina “ continua, e saperlo – e scriverlo -, mezzo secolo dopo la morte del povero Tomasi di Lampedusa, non serve a niente.

Sì, la debolezza è intrinseca all’umanesimo. Proprio per questo oggi l’umanesimo non se lo fila più nessuno: tra sbornie narcisistiche, autoerotismo voyeuristico-umbilicale, trip tecnico-totalitari, espansione infinita dell’universo economico virtualizzato in finanza, ci siamo completamente dimenticati di essere deboli, fragili, finiti, povericristi, insipienti, figli della Natura matrigna, che sanno solo ciò che non sono e ciò che non vogliono. Saluto sia Franco Fortini che Pier Paolo Pasolini. Avercene. “ (Da un blog)

Lina Alvarez, 62 anni, di professione medico, spagnola di Lugo, ha partorito il suo terzo figlio, una bambina che ha chiamato Lina, come lei. « Solo la natura può mettere dei limiti, non i ginecologi » ha detto la donna ai giornalisti, che è ricorsa alla fecondazione in vitro con embrioni congelati. La donna era in menopausa da 20 anni. “ (Dai giornali)

Vedendo in una foto che Pontecorvo era più basso di Dustin Hoffman, che pure è basso, e in un’altra che era più alto di Picasso, ne deduco che Picasso era bassissimo. Per una storia della bassezza.

Dice il giornale che “ il graphic novel, non solo è entrato di diritto tra gli stand di Francoforte, ma conquista spazio, proponendo libri che parlano del nostro mondo più di quanto a volte facciano romanzi classici. “. Io mi limito a ricordarmi che lo sapevo già: “ 13 novembre 1982 – All’università di Siena un corso speciale sui fumetti. “.

Poi penso che la cosa veramente terribile della tv sono gli applausi. E la spengo.

Uno che gioca a biliardo con la sigaretta in bocca che altro è se non uno Spaccone? Perché non dirlo? E infatti lo dico. (The Young Pope, Sorrentino, 2016) (Non sono un critico cinematografico, sono uno spettatore)

La cultura: che inculata…

Poi sento C’era un ragazzo che come me, che probabilmente è la più brutta canzone mai concepita da mente umana. E pensare che l’ha scritta uno di Siena. Dove si vede che la Grande Bruttezza l’ho sempre avuta a portata di mano.

Il cinema: è il malocchio della letteratura. (Tesi sul cinema, 53882) 

“ Non più parole, un gesto “, disse lo scrittore toccandosi le palle.

“ Piccolo Matteo “, dice quella con gli occhi a matta. Piccolo lo dici a tua sorella, gli direi io se fossi Matteo. Se fossi matto.


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23 ottobre 1985 – « Il giornale diventa per lo scrittore qualche cosa come il teatro, ove le due necessità dell’incarnare e del non divagare, sono altrettanto visibili e imperiose. Anzi nel giornale quest’obbligo è ancora più ferreo che alla ribalta. » (Massimo Bontempelli, L’avventura novecentesca, 1932) “.


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“ Mercoledì 19 giugno 1996 – Quello che mi ha « rovinato » non è stata certo la critica letteraria, ma la critica della letteratura. La critica della letteratura è qualcosa che, nel mio ricordo, è cominciato una trentina d’anni fa, facciamo trentacinque. (È cominciato presto) (Per la verità io sono convinto che la critica della letteratura, in un certo senso, ci sia sempre stata, anche quando ero molto piccolo. Mi ricordo certi ricchi, certe signore, certe risate, certe automobili, certi culi… Soprattutto d’estate. La letteratura per me era sempre d’inverno, i banchi di legno nero con i graffi chiari come ferite, i grembiulini neri e il fiocco di squillante blu, i cappelli di paglia nera lucida della nonna, le sue velette – nere -, l’inchiostro, nero, blu, che macchiava le dita – di viola. Le notti, nere, piene di incredibili meravigliosi sogni. A colori). Critica della letteratura erano i miei nuovi amici, tutti iscritti ad architettura – ma, va detto, anche parecchi di quelli vecchi, che poi hanno fatto ingegneria o farmacia o fisica o testamento, ma lettere no, se non erano donne. Critica della letteratura furono certe facce, che fin dall’inizio mi sembrarono troppo – troppo facce. Critica della letteratura fu una tizia che mi fece sapere di avere bruciato tutte le mie lettere e che poi vende quadri. Critica della letteratura è andare troppo al cinema, dove i romanzi sono solo nei titoli. Critica della letteratura è arrossire se l’Unità scriveva « Vergogna! ». Critica della letteratura è arrivare al punto di pensare di voler fare il fotografo. Critica della letteratura è fare viaggi – pochi. Critica della letteratura è cambiare casa – quattordici. Critica della letteratura è sentirsi addosso il malocchio cioè la critica della letteratura. Critica della letteratura è frequentare la poesia « visiva ». Critica della letteratura è mettersi i baffi. Critica della letteratura è togliersi i baffi. Critica della letteratura è leggere La montagna incantata lasciando che ti chiamino « beniamino della vita » come se fossero Claudia Chauchat invece che, al massimo, Patti Pravo   -, come se tu fossi Hans Castorp invece che, al massimo, uno studente fuori sede e fuori corso. Critica della letteratura è leggere Herzog, in the peak of the summer, a Maratea, a Tropea, a Scalea, con quel caldo, alla fine degli anni Sessanta. Critica della letteratura è uno – di Bologna – che suona la chitarra sulla spiaggia con i capelli lunghi e ricci ed è del tutto più giovane di te: per questo a lei piace e tu passi una notte nera di gelosia come non ti accadeva dal ‘51 massimo ‘52. Critica della letteratura è scoprire che a lei non piaceva nemmeno quello con i capelli lunghi e ricci. Critica della letteratura è Cofferati che cita da un’autorevole barba Tex Willer, o Nicolini che alcuni anni fa disse, e io presi nota, che: « Un tempo in Campidoglio si incoronavano i poeti (ma) noi affermiamo  l’appartenenza del comic alla cultura contemporanea. » « È finita – disse anche – l’epoca dei professori che rimproveravano gli alunni perché leggevano i fumetti. » Critica della lettera-tura è perdere tempo insegnando letteratura ciociara all’università di Ladispoli o di Sperlonga o di Sezze guadagnando peraltro benino. Critica della letteratura è perdere il tempo (degli altri) (della letteratura). Critica della letteratura è sentirsi ganzo a rispondere a Fortini che quello di « alluminar è chiamato in Parisi » è Oderisi (d’Agobbio), come se fosse Lascia o raddoppia, come se fosse il ‘58. Critica della letteratura è sentirsi « felice come una Pasqua »: con Franco Lattes. Se la letteratura non sa più che cos’è, la critica della letteratura continua a saperlo benissimo. Lo sa sempre. L’ha sempre saputo. Di Pietro invece no. (Critica della critica della letteratura è arrestare Gigi Sabani? Francamente non credo) (Al peggio non c’è mai fine cioè: c’è qualcosa di peggio della critica della letteratura) “.


Venerdì 21 ottobre 2016

a1484 un certo punto, credo non meno di una trentina d’anni fa, il mio Amico disse che lui era un “ uomo medio “. Nella sua affermazione io avvertii qualcosa di strano, e anche di minaccioso, considerato che era rivolta a me. Che cos’era mai questa “ medietà “ di cui quello che a quei tempi era ancora, almeno nella mia azzardata opinione, “ il mio Amico “, proclamava di essere fornito, anzi, forse sarebbe meglio dire “ dotato “, anzi, forse sarebbe meglio dire “ investito “, come dal soffio di un’entità superiore, onnipotente, salvifica? Dopo tanti anni io non sono ancora in grado di rispondere alla domanda, però so con certezza, avendolo imparato a mie gravosissime spese, che si trattava di qualcosa di risolutivo, di definitivo, di perfettamente micidiale, come un’arma totale, come un virus sterminatore. La “ medietà “ del mio Amico consiste, è consistita lungo tutti questi anni, quasi una vita, nel non-dire e non-fare assolutamente niente. In un modo che, a questo punto, sarebbe anche legittimo giudicare esagerato. Perché se moltissimi sono quelli che in tutto questo tempo hanno fatto e detto pochissimo, praticamente niente, così pochissimo, così niente come ha fatto lui non c’è che io sappia nessuno. In questo senso, io ormai posso dirlo, il mio Amico è tutt’altro che un “ uomo medio “, perché anzi è, praticamente, un superuomo, un genio, forse un “ mostro “, chissà. (Ieri sera, dopo tanto tempo, ho rivisto un film di 007 – Casino Royale, del 2006. Vedendo la prima lunga, strepitosa sequenza di “ azione “, mi sono, a un certo punto, ascoltato dire: è meglio del Lago dei cigni. Insomma, mi sono accorto che mi piaceva, cioè riscuoteva la mia incondizionata ammirazione. Così, un tempo, era sempre per me, quando andavo al cinema: mi piaceva e basta. Mi sono anche ricordato di quando, ormai mezzo secolo fa, a Firenze, io andavo a vedere i primi film della saga di James Bond. Non ci andavo da solo, ma con i miei colleghi di università, che erano anche i miei compagni di partito, perché, a quei tempi, io ero comunista etc. Il punto è che non eravamo assolutamente d’accordo. Io quei film li trovavo stupendi, divertentissimi, nuovissimi, a cominciare dai titoli di testa, quelli in cui, fra le immagini della grafica “ nuova “ dei Sessanta, appariva sempre il misterioso, favoloso e un po’ buffo nome di Albert Broccoli. I miei colleghi-compagni, invece, no. Avevano da ridire, non so che cosa, ma ce l’avevano. E forse avevano ragione loro. A non fidarsi, ad aggrapparsi a quelle specie di certezze, a non “ divertirsi “. A non lasciarsi sedurre da quella specie di uomo, da quell’” agente segreto “. Perché, chiunque fosse, lui, qualcosa, in qualche modo, faceva, misteriosamente, segretamente. Come una cosa che non si vede, ma c’è, come l’elettricità, tanto per fare un esempio. Oppure come un bacillo, che è talmente piccolo che nessuno è mai riuscito, a occhio nudo, a vederlo, ma fa ammalare, ma fa morire) (A pensarci bene, il mio Amico, ma a pensarci bene forse sarebbe meglio dire il mio Nemico, non è vero che non ha fatto mai niente. Una cosa l’ha sempre fatta, una cosa che sembra niente ma è tutto: ha guardato. Perché non c’è niente di più apparentemente passivo del guardare, niente di più inattivo dell’occhio, ma poi invece si capisce che le cose non stanno affatto così. Di questa attività possibile dell’occhio c’è traccia nel termine “ malocchio “, che significa “ guardare male “, con l’intenzione di nuocere, di gettare sull’oggetto dello sguardo una luce negativa, distruttiva. È la cosiddetta “ jattura “: “ danno, disastro, rovina, sfiga, sfortuna, sventura, calamità, catastrofe, disgrazia, sciagura, sfacelo “. (Treccani) Forse esagero. Forse nell’occhio non può esserci niente di tutto questo. Forse l’occhio si limita a vedere. E vede quello che vede, senza averlo deciso lui. E poi, forse, non sto parlando del mio Amico, ma di come sono andate le cose. Sono andate come sono andate. Non è il malocchio, è la – cattiva – sorte)

Fino al Rinascimento l’artista si predisponeva frontalmente rispetto ai valori, con il Manierismo diventa una figura laterale. È come se guardasse la scena del mondo senza la necessità di intervenire. Traditore è chi non accetta il mondo che osserva, vorrebbe modificarlo. Ma alla fine non fa niente, non agisce. Resta nella sua riserva mentale. “, dice Bonito Oliva. “ Tu non sarai un voyeur, ma esibizionista sì. « Mi mostro, lo trovo istruttivo » “ (Ibid.)

Il professor Cardini protesta. Ha visto i Medici in tv e dice che quella che ha visto è “ storia ignorata, storia profanata, storia falsata “. E poi n’i’ Quattrocento non portavano la barba. Che barba, i professori… (Il professor Cardini ha seguito bene la storia, ha visto il “ duello tra i nobili orgogliosi egoisti e crudeli da una parte e una famiglia una po’ malavitosa ma che « sta col popolo » e vuole la pace dall’altra “. Ma, visto che l’ha visto, perché fa delle obiezioni secondarie, invece di commentare il “ senso “ vero dell’operazione?)

Sei un uomo della frase breve. « Sono un brevilineo. Del resto, oggi si producono più telegrammi che testi » “ (Achille Bonito Oliva, intervista cit.)

Quello che non ho ancora capito è che non si tratta di capire, si tratta di guadagnare etc. Si capisce solo quando non se ne può fare a meno, quando si è perduto tutto.

Le aule universitarie sono deserte, ma il Belpaese rigurgita di sagre e di festival nei quali si celebra il Medioevo immaginario, l’Altrove collettivamente recitato in maschera. “ Eh, professore, se sapesse… Per esempio che c’è chi sta peggio di lei. Io, per esempio, stasera mi vedrò un altro 007, quello che si vede anche Siena… pensi come sono ridotto io…

Semplicemente bellissima Miriam Leone non solo per le sue scene di « nudo », ma anche per il suo profilo veramente « rinascimentale ». “, disse i’ Cardini.

E poi vengono coi barconi e gli danno pure i soldi. “ (Per strada, un’ora fa)


ROSSORI

Sotto una foto delle attrici del film di Michele Placido 7 minuti presentato alla Festa del Cinema di Roma scriverò la seguente didascalia: “ Ordine nuovo “.

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Sabato 22 ottobre 2016

i1986o, poi, non sono più neanche sicuro di scrivere bene, di saper scrivere. La verità è che io non so fare niente, perché io non sono niente. Io, da un sacco di tempo, vivo in un mondo pieno di brutti ceffi, che per di più si associano, cioè valorizzano la loro bruttoceffaggine, stando insieme, agendo in gruppo, in banda, in band. Una mano lava l’altra, il più pulito c’ha la rogna etc. Io sono solo un uomo – un uomo? – assolutamente solo. Solo da fare paura. Solo da morire. Solo come un cane. Solo come un morto. Perché la verità è che da soli non si fa niente. Si viene fatti, continuamente. Dai brutti ceffi. Che sono la maggioranza. Che bruttoceffano. Che non li ferma nessuno. Tantomeno a parole.


« Maleducato e arrogante »: così un membro autorevole dell’Accademia di Svezia, che assegna i premi Nobel per la letteratura, ha definito il vincitore di quest’anno, ovvero Bob Dylan, il quale ancora non si è fatto sentire dopo l’annuncio della scorsa settimana. Lo ha detto lo scrittore svedese Per Wastberg, in un commento alla televisione pubblica SVT, ripreso dal Guardian. L’Accademia non sa nemmeno se il cantautore sarà presente alla cerimonia di premiazione del prossimo 10 dicembre. “ (Dai giornali)

“ Sovicille (SI) – Due donne di 60 e 90 anni, madre e figlia, si sono perse nel bosco in località Cennina mentre erano alla ricerca di funghi. Intorno alle 18,30 hanno telefonato al 113 per dire che non riuscivano a ritrovare la strada per tornare. Subito sono scattati i soccorsi nei quali sono stati impegnati Carabinieri, Polizia, Corpo Forestale, Polizia Provinciale, Vigili del Fuoco. I poliziotti della Mobile e delle Volanti si sono avvicinati con l’auto di servizio fino ad un podere in una zona ancora transitabile in macchina e lì hanno preso contatti con il proprietario, del casolare e di alcuni terreni limitrofi, esperto conoscitore dell’area. Insieme all’uomo, subito resosi disponibile, si sono addentrati a piedi nella fitta boscaglia, passando dai sentieri, e dopo qualche chilometro hanno cercato di attirare l’attenzione delle due donne, non contattabili via telefono dato che non c’era più segnale, urlando e illuminando il bosco con le torce. Dopo pochi minuti, infatti, la risposta è arrivata: le signore si sono fatte sentire gridando a loro volta dalla parte più bassa e impervia del bosco che portava al fiume. Subito gli agenti le hanno tranquillizzate raccomandandosi di non muoversi da lì e, contemporaneamente, si sono messi in contatto con i colleghi della Forestale e della Polizia Provinciale che meglio conoscevano la zona, che le hanno raggiunte, constatando che stavano bene. Le due donne, soprattutto la 90enne, erano molto stanche e avevano fatto tanta strada quindi c’è voluta oltre un’ora per portarle fuori dal bosco, dato che era impossibile arrivare con la camionetta. “ (Dai giornali di Siena)

Poi vedo Ottoemezzo e ci sono Magrelli, Vecchioni e un giornalista che discutono del caso Dylan. Loro non sono per niente d’accordo ma io, dopo un po’, penso che, qualunque cosa dicano, in un certo senso dicono tutti la stessa cosa. Perché loro sono dentro la televisione e io che li guardo sono fuori. E finché sarà così sarà tutto inutile etc. E comunque, riuscire a sfangarla con i Vecchioni è pura utopia. (Che poi, io questi Vecchioni li conosco benissimo, hanno cominciato prestissimo a fare i Vecchioni, hanno cominciato da giovani, e da allora non hanno più smesso. E, dopo tanti anni, ancora non sono contenti, ancora non gli basta… )

« Pisa ludibrio delle genti… » « Vituperio » “ (Ottoemezzo, cit.)


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Domenica 23 ottobre 2016

a1485 proposito del caso Dylan, a proposito di poesia (e non poesia), mi torna in mente un diario: “ 10 luglio 1984 Saranno anche poeti ma c’hanno certe facce da delinquenti. “. Tutto questo per dire che, anche trent’anni fa, io pensavo che il problema non era la poesia, ma l’antropologia.









Il padre Aldo, di San Giorgio a Cremano, è commerciante. La madre Eva Picardi, napoletana del Vomero, è casalinga. “ (Dalla biografia di Roberto Vecchioni)

A proposito di poesia mi torna in mente anche quel film famigerato, L’attimo fuggente. Tutto questo per dire che io penso che, più che la poesia, il problema è il cinema.

Quando sento quello che dice, come dice sempre: “ I miei studenti “, penso che fare il professore è il modo migliore per decidere che chi deve studiare sono gli altri. E non studiare più.

Omne animal post coitum triste. Ecco perché sono sempre allegri. Perché non scopano mai. Elementare, Watson.

Le compere “, dice il professor Odifreddi. In collegamento da Cuneo.

Il sexy. Sa di sesso. Sa di seghe.

Bello, di schiena, come mamma l’ha fatto “ (Da una recensione a The Young Pope) Di schiena?(“ Questo papa che fuma – fumano tutti, in questo Vaticano “ (Ibid.)

“ Perché non hai fatto il giornalista? “ “ Perché ho scelto la libertà di non scrivere cazzate. “.

Il Nobel ha fatto più danni della dinamite “, dice Magrelli. Bravo. Audace.

“ Meno male “, dice il barbone che ha appena comprato un Tavernello doc. Impossibile non ripensare a un diario: “ 10 febbraio 1994 – Il barbone alto, compìtissimo, in baffi e loden verde, all’uscita del supermarket, si china a raccogliere il pacco di carta igienica caduto dal carrello strapieno della signora accompagnata dalla colf filippina. « Meno male no è ova », dice. “.

Un ottimo Michele Serra contesta a Raniero La Valle l’affermazione che con Renzi l’economia ha finito per prevalere.  L’obiezione, giusta, è che, in realtà, aveva già prevalso prima. Resta da sapere che fare. Se non si è, come Michele Serra, economicamente, in una “ botte di ferro “.

Farsi leccare dal cane è pericoloso? Più germi se si bacia il partner “ (Titolo di Repubblica.it)

« [L]a prima volta in cui ho messo piede in uno studio televisivo. » Quando è successo? « A Ieri, oggi, domani, nell’autunno del 1987, mi propongono di fare coppia fissa con Loretta Goggi, una gran diva televisiva. Dovevo fare la parte di me stesso, cioè dell’intellettuale che si tuffa in mezzo a cantanti, comici, ballerine. Non c’entravo nulla con loro, ma mi affascinava moltissimo e ho imparato moltissimo. » “ (Intervista a Giampiero Mughini) (“ « L’epoca in cui mi chiamava al telefono Indro Montanelli è finita. » “ (Ibid.))

Dice che è guarita, ma al turbante non ci rinuncia. Stasera era rosso.

Tanti anni fa, ma veramente tanti, facciamo, come minimo, sessanta, c’era un bambino, come me, che appena mi vedeva si metteva a ridere. Un giorno non ci ho visto più, l’ho caricato di botte. È stato terribile, mi sembrava di essere pazzo, mentre lo picchiavo, con tutta forza di cui, nel mio corpo infantile, ero capace. Comunque poi non ha riso più. E io sono tornato alla mia normale, infantile, tranquillità. Perché io ho sempre voluto soltanto stare tranquillo.


ROSSORI

Sotto una foto di Roberto Benigni tutto allegro sul red carpet dell’A(ppla)uditorium scriverò la seguente didascalia: “ Festa del cinema “.

benin


ROSSORI

Sotto la foto di D’Alema aggredito da un piatto di agnolotti scriverò la seguente didascalia: “ Piatti chiari amicizia lunga “.

agnolotti


Lunedì 24 ottobre 2016

l1840virgapattrice americana Scarlett Johansson ha partecipato all’inaugurazione del negozio di popcorn gourmet « Yummy Pop », nel quartiere Marais. L’attività nasce da una collaborazione dell’attrice e del marito, il giornalista francese Romain Dauriac. Insieme hanno inventato un menù di gusti creativi, come il « Real Vermont Cheddar », e sperano di poter aprire presto altre filiali in giro per il mondo. “ (Dai giornali)






Spendersi, anzi buttarsi via. Sbagliare, sempre, tutto. Era meglio. La bruttezza, la fatica, vana. Il sudore, il dolore. Era meglio.

Quando ieri ho visto D’Alema aggredito con gli agnolotti ho ripensato a un diario: “ 23 marzo 1992 – Quando ho visto il babbo che per me era sempre stato il simbolo della imbelle disarmata gentilezza trattato dal basso in alto ho capito che era proprio finita. “. Non che D’Alema mi sembri gentile, o tantomeno imbelle o disarmato, ma per fare da bersaglio a chi guarda dal basso basta poco. E poi c’è una cosa che D’Alema e il mio babbo hanno in comune: i baffi. Io me li sono tagliati, ma questo non basterà a salvarmi. A proposito del babbo, ho ripensato anche a un altro diario: “ 11 marzo 1994 – Morire come il babbo? Zitto zitto. “. Ho pensato che anche per me è lo stesso, perché io parlo parlo, ma, poiché non mi sente nessuno, è come se non dicessi niente.

Io sono più di cinquant’anni che non leggo il giornale. Cioè lo compro, ma poi mi limito a leggere i titoli, a guardare le foto, al massimo leggo qualche notiziola buffa, qualche intervista curiosa, oppure Michele Serra, quando non la fa troppo lunga. E pensare tutta quella gente che scrive, riporta, documenta, rivela, confronta, cartelle e cartelle, parole e parole. Per me potrebbero anche andare a fare un giro oppure restare a dormire. O andare al cinema, che è la cosa che gli piace di più. Detto questo, non si capisce bene perché lo compri. È la forza dell’abitudine, e io sono troppo debole per sfidarla.

È giusto che sia Walt Disney a raccontarci la storia dell’arte? Sì, lo è. Rassegnati: l’arte è qualcosa di americano. L’America, quel grande paese pieno di uomini piccolissimi.

Quello ha scritto Il dizionario della stupidità, quell’altro L’imbecillità è una cosa seria. Troppagraziasantantonio, dico io. Che sono stupido davvero, che sono sempre stato stupido.

« Ma basta, andiamo! È chiaro che se ne intende più di te » “ (Flaubert, L’educazione sentimentale) Perché lo scrivo? Perché lo leggeva una tizia, poco fa, sul tram n. 2. A Flaubert donato… (“ Stava mordicchiando una melagrana, col gomito appoggiato sulla tavola; le fiamme del candelabro vacillavano alla brezza davanti a lei e la loro luce bianca metteva dei riflessi perlacei sulla sua pelle, le accendeva di rosa le palpebre, le faceva brillare le pupille; il rosso del frutto si confondeva con la porpora della sua bocca, le narici sottili palpitavano; e tutto in lei aveva qualcosa d’insolente, d’ebbro, di perduto che esasperava Federico e insieme gli gettava nel cuore dei desideri pazzi. “)

Nuovi modi dire: fumare come un papa.

Nuovi modi di dire: ignorante come un pittore.

Poi c’è il giornalista di non so quale giornaletto veneto, che a 56 anni è in pensione, che ha tre figlie etc. È antipatico, è vero, ma a 56 anni è in pensione, ha tre figlie etc.

“ Ma intanto io mi tengo la bicicletta “: così pensò Staino quando nel ‘48, quando aveva otto anni, i comunisti, che avevano minacciato di levargliela, persero le elezioni. Dove si vede che fra i comunisti e i ciclisti c’è una certa tensione. Dice anche che le donne prima amavano i leader politici, ora invece vogliono i quattrini. E tutti ridono.


ROSSORI

Sotto la foto dell’attrice americana Scarlett Johansson nel suo negozio di popcorn a Parigi scriverò la seguente didascalia: “ Pop(corn)ulismo “.

pop


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“ Mercoledì 7 gennaio 1998 – « Il titolo Tutti dentro sta a indicare che si tratta di un’Italia formata paradossalmente, ma non troppo, da cittadini tutti colpevoli. Visti attraverso le lenti della giustizia gli italiani mi sono sembrati tutti, in misura maggiore o minore, dei cittadini in attesa di giudizio. Dal grande faccendiere che ha giocato con i miliardi al povero pensionato che si è costruito una casetta abusiva mi apparivano tutti accomunati da un unico senso di colpa. » (Alberto Sordi intervistato da «Giustizia e società», 1984) “.


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“ Senza data [1974] – Dunque lui stava su questo treno Torino-Roma (per Firenze si cambia, a Pisa), molto meticolosamente installato nel posto accanto al finestrino, faccia alla direzione di marcia, era dicembre, il primo, aveva un suo giubbotto di finta pelliccia, tipo Ivan il Terribile, calzini lunghi di lana tirati su bene fino alle propaggini della rotula, camicia pantaloni e golf di tono quieto autunnale, mutande calzanti, forse una mezza misura di troppo, due giornali un libro, un’agenda-diario di rapida consultazione, varie specie di documenti di identità che lo facevano ora studente, ora impiegato, ora nubile, ora ammogliato, e residente domiciliato notato in una mezza dozzina di località centro-settentrionali, guanti, una sciarpa rossa, una borsa cecoslovacca di provenienza ambigua caro ricordo, perfettamente razionalmente ripiena dei suoi averi (dono di natura questo del fare i bagagli, non avendo Colui fatto il servizio militare che dice questa cosa l’insegni). Trattavasi di una fuga o, per benevolenza, trasloco. “.


Martedì 25 ottobre 2016

e816virgac successo sul palco del Madison Square Garden di New York, quando la star, che ha 58 anni, presentava il concerto di Amy Schumer. « Prima di parlarvi della sua genialità, vorrei accennare a un’altra cosa: se votate per Hillary vi faccio un pompino, ok? », ha detto Madonna, senza troppi scrupoli nel linguaggio, agli spettatori increduli e divertiti. Quasi a corroborare la sua proposta, la material girl ha aggiunto: « Sì, è vero, lo giuro su Dio. E tenete presente che non faccio sesso orale come se fosse una lavanda, o in modo meccanico: ma con calma, guardando negli occhi il partner e poi… ingoio ». “ (Dai giornali)



Fabio Fazio. Un po’ difficile scrivere una Fenomenologia di Fabio Fazio.

L’io di Io, Daniel Blake rende oggettiva la soggettività del personaggio nella convinzione che l’affermazione dell’io dell’individuo metta in crisi l’io dei narcisisti, e che l’io del cittadino che ha fatto la sua parte nel quadro di una società debba tornare a essere il centro dell’attenzione dei governi, se vi fossero ancora governi democratici rispettosi del valore dell’individuo lavoratore. “, scrive quell’imbecille di Goffredo Fofi.

Il processo politico a Bettino Craxi finisce come quello giudiziario. L’ex segretario del Psi è stato condannato a un anno di lavori di pubblica utilità. Questo il verdetto pronunciato al teatro Carcano di Milano da una giuria particolare, presieduta dal magistrato milanese Fabio Roia. Lo spettacolo, a cura di Elisa Greco, ha avuto tra gli interpreti Bobo Craxi, Claudio Martelli e Andrea Romano. “ (Dai giornali)

Mai in platea “ (Titolo di Repubblica)

In un anno ho visitato Spagna, Marocco, Francia, Italia, Grecia, Andorra e nessuno mi ha mai fatto niente di male. Appena sono arrivata a Roma in meno di 24 ore mi sono ritrovata seduta sul marciapiede senza un euro in tasca. “, dice la ragazza argentina a cui hanno rubato il camper.

“ Toronto – Per una notte, la letteratura ha occupato la strada per toglierla al traffico e restituire spazio e pensiero alle persone. Il collettivo spagnolo di artisti e designer Luzinterruptus ha realizzato questa suggestiva installazione in una delle strade del centro di Toronto, in occasione della notte bianca a inizio ottobre. Dove normalmente dominano le auto, il frastuono di clacson e motori e lo smog dei tubi di scarico, le pagine bianche hanno riportato il silenzio e la rilassatezza della parola scritta. I libri, oltre 10mila, sono stati donati dall’Esercito della salvezza ed erano disponibili per chiunque volesse prenderli. All’alba ne rimanevano solo pochi volumi. La stessa installazione era stata realizzata da Luzinterruptus, illegalmente, a New York e Madrid, e a Melbourne con un permesso autorizzato. “ (Dai giornali)

Provo l’atroce sensazione di essere sul punto di non ricordare più niente. Per intanto, colgo l’occasione per notare che il ricordare, il ricordo, non è la stessa cosa della memoria. Nel ricordo c’è sempre qualcosa di affettuoso, nella memoria, no. Il ricordo è quello delle Ricordanze di Giacomo Leopardi, la memoria può essere quella del computer, o delle medaglie, alla. Nel ricordo c’è qualcosa che riguarda il cuore. Nella memoria è chiamata in causa soltanto la testa. Io, comunque, da più di quarant’anni, non faccio altro che tentare di ricordare: “ Gennaio [1974] – Mi sveglio sempre / sovraeccitato / la notte / il dormiveglia / i primi passi / della coscienza / hanno stratificato / una Babele / di immagini // Ora si tratta / di Ricordare / con ordine // Itinerare / l’anima / verso il suo Dio. (Scheda del risvegliarsi) “.

A proposito del leggere, va anche detto che può anche capitare di cambiare modo di leggere. Di cambiarlo così tanto che non sembra più un leggere, ma un’altra cosa. Per esempio, a me è successo che da un po’ di tempo leggo “ con un occhio solo “, per così dire. Perché ho deciso di stare comunque “ in campana “, non so se mi spiego. Il ché dimostra solo che non sto tanto bene. Ça suffit.

“ Firenze – Sono diciannove gli ex consiglieri regionali toscani che hanno deciso di difendere il loro vitalizio. Diciannove su ventisei ex consiglieri, praticamente quasi tutti e – va detto – grazie al ricorso al Tar e incidentale anche alla Corte Costituzionale per « violazione dei principi quesiti », cioè dei diritti già maturati, anche i sette restanti consiglieri stanno continuando a riscuotere il loro vitalizio. Fra i 19 « irriducibili » ci sono esponenti di tutte le forze politiche: da Paolo Bartolozzi a Roberto Barzanti, da Ivo Butini a Lelio Lagorio, Passando per Francesco Bosi, Vannino Chiti e Claudio Martini, da Riccardo Migliori a Stefano Passigli, da Marco Taradash a Michele Ventura. E la polemica si annuncia rovente. “ (Dai giornali)


ARCHIVIO

“ Venerdì 24 aprile 2009 Staino è comunista. Ma soprattutto è vignettista. A meno che non siano la stessa cosa. “.


Mercoledì 26 ottobre 2016

s1291virgiena – Giovedì 27 ottobre, alle 11,30, presso l’Aula Magna del Rettorato dell’Università di Siena, si svolgerà la Cerimonia del Tocco, durante la quale il rettore Angelo Riccaboni e la comunità universitaria daranno il benvenuto ai nuovi ricercatori, professori associati e ordinari. A sottolineare il senso di appartenenza e la soddisfazione dell’Ateneo per i nuovi ingressi, il Rettore consegnerà a ciascuno di questi docenti il tocco, il copricapo simbolo dell’accademia. “ (Dai giornali di Siena)






Evos – Parrucchieri “.

Francesco Feola, cilentano di Ascea, da anni è emigrato a Pisa (per studio, per amore, raramente per soldi), dove si è laureato in Lingua e Letteratura Italiana, e dove ora è Dottorando di Ricerca in Studi Italianistici. Legge tanto e talvolta scrive qualcosa che lo soddisfa, strimpella una vecchia chitarra classica e come mentore di Pisa CoderDojo cerca di insegnare ai bambini a programmare. “ (Dal web)

Al segretario del Pd lo spettacolo è piaciuto « molto », ha detto lasciando il teatro. Forse non a caso fra le tre Lectures di Baricco il presidente del Consiglio ha scelto quella sulla « narrazione » – protagonista Alessandro Magno – concetto introdotto dall’autore torinese con lo storytelling, un caposaldo della dialettica renziana. Il premier e lo scrittore si sono scambiati un rapido saluto alla fine dello spettacolo. Non è dato sapere se sia stato un arrivederci alla prossima Leopolda, che si terrà a Firenze dal 4 al 6 novembre, e da cui Baricco manca da più di un’edizione. “ (Dai giornali)

Dice la bionda che non è vero che fare il giornalista è sempre meglio che lavorare. E comunque essere bionde è meglio che essere brune, dico io. Che so sempre quello che dico.

Certo, alla fine, l’unico vero giudice per la letteratura, l’unico vero teorico e l’unico vero critico resta il tempo. È il tempo il vero lettore della letteratura. E torna alla mente quell’esilarante pezzo intitolato Frammenti del Diario Minimo di Umberto Eco in cui, in un futuro a noi distantissimo, nel contesto di un convegno archeologico sull’antichità del pianeta Terra, vengono studiati un poema elegiaco « dal sapore alessandrino » che ha i versi di Grazie dei fior o il primo verso di un poema presumibilmente lunghissimo dal titolo M’illumino d’immenso. Al di là del paradosso, le forme letterarie e la loro percezione cambiano nel tempo e nelle epoche. Alcune tendenze rimangono invariate, ma vi possono essere degli slittamenti, delle novità. Non è un male registrarle. “ (Da un intervento sul “ caso Dylan “)

La grande fermezza / Romanzo.

Letteratura è un’arte che si fa con le parole, anzi potremmo dire che è l’arte della parola: non importa se si scrive, si recita, si canta. Questo da parte di chi la fa; da parte di chi la riceve si può leggere o ascoltare, è lo stesso. Sento il bisogno di distinguere l’arte della parola non tanto dalla musica, quanto dall’immagine che tutto divora: vorrei dire che non è letteratura il cinema, la fotografia, la pittura. Ciò che può essere muto, senza parole, non può essere letteratura. Dove la parola c’è ma è secondaria all’immagine, come nel cinema parlato o nel fumetto, ci penserei su. Il Nobel a Dylan è una bellissima notizia per tutti noi amanti dell’America e dei beat, ma una pessima notizia per tutti noi amanti dei libri. Nessuno mai leggerà le canzoni di Dylan in un libro. Non serviva un altro brutto colpo a questo nostro amore in estinzione. “ (Un altro intervento sul “ caso Dylan “)

Il fumetto come linguaggio suggestivo capace di raccontare la quotidianità e la cronaca internazionale. Lo spazio bianco tra le vignette. Tutti i fumetti letti, l’esempio di Dragon Ball e gli inediti ritrovati. Zerocalcare arriva alle Rep@Conference per condividere con gli studenti la sua esperienza. Michele Rech, questo il suo vero nome, si racconta, insieme all’artista Bambi Kramer, due degli autori presenti nell’antologia La rabbia edita da Einaudi, agli studenti del Liceo Montale di Roma, per la prima tappa degli incontri dei protagonisti della cultura nelle scuole organizzati da Repubblica per l’edizione 2016/2017. “ (Da quel giornale)

Gombloddismo “, dice Renzi. Io dico: statte accuorto. Perché chi di gombloddo ferisce etc.

Regola n. 1: Non salire in scena se non conosci bene il copione. (Educazione Teatrale)


ROSSORI

Sotto una foto di Pierluigi Bersani con in mano la mazzetta dei giornali fra i quali si distingue una copia di Le Monde scriverò la seguente didascalia: “ Uomo di monde “.

monde


Giovedì 27 ottobre 2016

l1845a terra trema… « Ma quello è un film… » Diciamo che è un remake « Che è meglio? » No, è solo un altro film.












“ Lei mi sembra una persona intelligente “, mi disse il professor Eugenio Garin. Ma poi mi diede un ventisette. Perché era evidente che, invece, io ero un cretino. Cioè non capivo niente. Avevo smesso di capire, ero diventato stupido. C’era qualcosa, intorno a me, stava succedendo qualcosa, nel mondo, ma io non sapevo che cosa fosse. O forse la verità è che quello che succedeva era che non succedeva un bel niente. Per esempio, l’università. È mai successo qualcosa nell’università? Si trattava di capirlo, di farsi furbi. Si trattava di passare agli esami, sapendo tuttavia che gli esami non finiscono mai. Che università fa rima con eternità etc. etc.

Leggo qua e là, gente che scrive della letteratura. Mi diverto anche: è gente che scrive bene e dà anche l’impressione di sapere quello che scrive. In generale, ne deduco che la letteratura non è assolutamente finita, che non lo è mai stata, che averlo creduto è stato soltanto un abbaglio. Una questione assolutamente privata.

Non passa lo straniero! “ (Uno, con il megafono, ieri, a Gorino)

Poi vado a comprare il giornale e mentre lo compro penso che, se c’è una categoria alla quale si attaglia perfettamente il concetto gramsciano di “ intellettuale organico “, è quella dei giornalisti. Naturalmente sto pensando ai “ nuovi “ giornalisti, intendo dire quelli, enormemente cresciuti in numero e influenza, degli ultimi trenta-quaranta anni, da-quando-c’è-Repubblica, diciamo così. Naturalmente, poi, si tratterebbe di sapere bene che cosa intendeva Antonio Gramsci per “ intellettuale organico “, che genere di intellettuale aveva davanti agli occhi mentre lo definiva, che funzione gli attribuiva, che cosa temeva potesse derivare dal lasciargliela esercitare etc. Io, che, ormai si sa, so pochissimo – Gramsci, olim, l’ho letto, ma evidentemente non abbastanza -, so solo di non essere “ organico “ io, cioè di essere assolutamente “ disorganico “. E posso garantire che non è bello.

Era diventato il simbolo del terremoto che ha sconvolto l’Italia lo scorso 24 agosto. Un palazzo rosso di quattro piani rimasto in piedi nel centro di Amatrice. Nelle immagini aeree trasmesse dai Vigili del Fuoco la mattina dopo il sisma, il palazzo rosso svettava tra montagne di macerie. In seguito alle due forti scosse che hanno colpito le province di Macerata e Perugia il 26 ottobre il palazzo della banca, così lo chiamavano i residenti, è venuto giù. La costruzione, risalente agli inizi degli anni ‘50, era stata realizzata con accorgimenti moderni ma senza seguire regole di edilizia antisismica, pur raccogliendo le critiche della popolazione per l’altezza eccessiva e il colore e lo stile poco armonico con il resto del paese. Sono rimaste in piedi invece le due torri cittadine. “ (Dai giornali)

Perdona se sono così naïf, ma dieci anni fa, quando è nato il mio primo nipotino, ho fatto un’incredibile scoperta dell’acqua calda: addormentarsi è una cosa che si impara. Il poveretto starnazzava come un antifurto, e dovevo cullarlo per ore al suono di Bob Marley, l’unica cosa in grado di narcotizzarlo. Ecco, tu probabilmente hai disimparato ad addormentarti o, fuor di metafora, ad abbandonarti alla letteratura d’invenzione. “, dice il valente Vitiello (Guido).

Sul caso Gorino Michele Serra invoca l’intervento di un prete. Addavenì Don Camillo. Naturalmente dice per dire. Per prendere per il culo Don Camillo.

Una risata vi seppellirà. Il fatto è che c’è chi è ridicolo e chi no. Chi è ridicolo è ridicolo a prescindere, è ridicolo qualunque cosa faccia, qualunque cosa dica. Ma chi è ridicolo? Azzardiamo una risposta: è quello che non ride, quello che viene riso.

Dice zio Mauro che il caso Gorino dipende dal fatto che a Gorino non c’hanno niente. Lui invece una cosa ce l’ha: è basso. Bassezza mezza ricchezza.

Del suo incarico di ministro resta noto il sequestro dell’antologia Americana, avente per tema appunto la letteratura di quel continente e diretta da Elio Vittorini; il libro aveva superato il vaglio del precedente ministro Pavolini e già qualche copia cominciava a circolarne quando, mentre già era considerato una sorta di « testo sacro dell’antifascismo », ne fu ordinato il sequestro da Polverelli. “ (Dalla biografia di Gaetano Polverelli, da Visso, giornalista e fascista)

Nuovi modi di dire: basso come un giornalista. « E Scalfari? » L’apparenza inganna (vecchio modo di dire)


Venerdì 28 ottobre 2016

a1486 proposito di “ complotti “, mi sembra di avere già scritto tutto parecchi anni fa: “ Senza data [1981] – Dice: « Ti ricordi al Pantheon la notte tutte quelle fighe? Sembrava un complotto ». È un complotto. “.










Dice l’onorevole Cesare Damiano che lui è un “ cantore del ceto medio “. Soprattutto nel senso delle cravatte, dico io. Che penso che il ceto medio non c’è più. (C’ha anche il distintivo… ) (Il ceto medio: cioè i giornalisti – il ceto medio “ copiativo “… )

“ Più veloce della luce “, dice ridendo la giornalaia che si è impadronita della moneta da due euro quasi prima che avessi il tempo di consegnargliela. “ Ma che, non le conosce le donne? “, commenta il marito della famelica pusher di carta stampata.

E se invece che pre-umano, il freak anticipasse l’uomo del futuro, il post-umano? Un’umanità – pardon, una post-umanità – composta esclusivamente da uomini-gallina o da nani? Forse è questa l’ipotesi che ci spaventa davvero. “ (Gimmelli su Doppiozero)

Patente ritirata al premio Oscar Roberto Benigni. È accaduto ieri a Roma in piazza Thorvaldsen, davanti alla Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea. Secondo quanto si è appreso, a conferma di quanto anticipato dal quotidiano Il Tempo, Benigni avrebbe effettuato un sorpasso di una serie di auto incolonnate invadendo la corsia opposta. A sorprenderlo una pattuglia della polizia municipale del Gruppo Parioli. “ (Dai giornali)

Stamani, mentre attraversavo il mercato rionale, dribblando i fantasmagorici cumuli di frutta e di verdura, ho ripensato a un diario: “ Senza data [1981] – Compri la treccia dei bei peperoncini rossi, e non sai resistere a quel sedanone verde bandiera. Com’è rotondo e giallo il melone! E la pasta di segale è di un bruno pastoso e accattivante. Compri compri compri. E i vasetti e le confezioni speciali. E poi ti fa male la pancia. Impara. A educare la vista. “. Ho pensato che è proprio così che mi sono rovinato: con i colori, per i colori.

Mi passò – subito – la voglia di fare il giornalista quando capii – subito –  che si trattava di lavorare – parecchio – per consentire a quelli che non facevano un cazzo di continuare a non farlo. Dopodiché non è successo niente: io non ho fatto il giornalista e quelli hanno continuato a non fare il solito lauto laureato cazzo. Ma la verità è che giornalisti si nasce, e io non lo nacqui etc.

« Cosa succede? » « Sono su un treno » « Hanno preso un treno? » « No, sono sopra un treno » “ (Skyfall, Mendes, 2012)


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“ 11 giugno 1984 Più allegre che mai le donne per strada anche stasera. “.


Sabato 29 ottobre 2016

m929i ha colpito, ieri sera, ascoltare il vecchio De Mita dire al giovane Renzi che la riduzione del costo della politica è “ antiestetica “. Mi ha anche colpito sentire Renzi che, mentre io pensavo che quel demitiano – o demitesco? o demitico? – pensiero era il minimo che ci si potesse attendere da un “ intellettuale della Magna Grecia “, rispondeva che, invece, la sua riforma, casomai, è “ etica “. Estetica vs etica: è una vecchia partita, anche se non è quella che vorrei giocare io. Io, tanto per cominciare, dell’etica non so niente, e, francamente, non voglio nemmeno saperlo. Invece so che c’è chi crede di saperlo, ma soprattutto crede di saperlo dell’estetica. E, va anche detto, non abita necessariamente nella Magna Grecia. Quello che soprattutto sa questo fautore dell’estetica è che di ciò che, dal suo punto di vista, è antiestetico, non vuole saperne. Non vuole saperne così tanto che, per fare prima, è disposto a lasciare che qualcuno lo chiami “ etica “, anche se, evidentemente, dice soltanto per fare prima. Perché questo uomo “ estetico “ è, soprattutto, un uomo “ estatico “, cioè è chiuso in un suo sogno intransitivo, in una specie di “ delirio di immobilità “. E comunque Renzi ha la moglie non-bella

Mi accorgo di non ricordare niente di preciso degli anni del mio matrimonio. Per esempio, le case. All’inizio del ’66 io ero ancora uno studente che viveva insieme ad altri studenti in una piccola casa in affitto nel centro storico di Firenze, in via Taddea. Poi, a maggio, la rivoluzione: mi sono sposato e sono andato a vivere in periferia, a via delle Lame. Lì mi ha raggiunto, a novembre, l’alluvione. A dicembre è nato mio figlio. Poi, ma non ricordo quando, esattamente, mi sono spostato nella casa di via Traversari. Poi c’è stata l’avventura del trasferimento in campagna, a San Casciano. Poi il ritorno in città, nella casa di via Romana. Poi, nell’estate del ’70, ho mollato tutto. Poi, Torino, alla fine del ’71, via della Rocca. Poi, da solo, nell’albergo “ Antico Trasporto “, in via San Massimo? Poi il ritorno a casa: 1974. Era tutto finito, era successo tutto. Ma tutto che?

A me piaceva 007. Mi piaceva da spettatore. A loro non piaceva. Non piaceva da cinematografari. Volevano fare un altro film. Anzi, lo stavano facendo – bastava guardarli.

Di fronte alla facciata di palazzo D’Azeglio c’è una casa piuttosto popolare, con a pianterreno una birreria denominata « Old Transport ». All’origine era uno stallaggio per i carri che attraversavano il Po e che qui venivano scaricati su carretti a mano per raggiungere i mercati. Quello del vino era appunto in Piazza Carlina. Ai primi dell’Ottocento fu costruita la casa, che nei locali dell’attuale pizzeria ospitava un « casino » piuttosto rinomato tra gli artisti della vicina Accademia, e che conservò il nome dell’« Antico Trasporto ». D’altra parte la zona, frequentata dagli universitari e dagli allievi ufficiali, era piuttosto ricca di stabilimenti del genere, che, per ovvie ragioni di discrezione, non avevano mai l’ingresso diretto su via Po. E ci voleva un’accorta politica tariffaria e tutta l’abilità diplomatica delle maitresses per evitare imbarazzanti incontri tra gli studenti e i loro docenti… “ (Dal web)

Poi penso che potrei mettermi a leggere quel bel libro che sto leggendo, con calma, va detto, perché ne leggo qualche pagina ogni sera, prima di addormentarmi, e in questo modo non finisce praticamente mai etc., ma, prima di cominciare, rifletto sul fatto che per leggere ci vuole tempo, e forse questa è la ragione per la quale tutti leggono pochissimo, perché nessuno ha mai il tempo che ci vorrebbe per leggere etc., e anzi, se prova a leggere, dopo un po’ gli sembra di stare perdendo tempo, perché mentre legge il tempo passa, cioè si consuma, così che ne ha sempre meno, e comunque sempre infinitamente meno di quanto gli servirebbe etc.

Un economista capace di descrivere con plastica evidenza tutto questo, prima l’inflazione in Austria e poi quella in Germania, credo supererebbe quanto a interesse ogni romanzo, giacché quel caos assunse forme sempre più fantastiche. ” (Stefan Zweig, Il mondo di ieri, cit.)

“ [L]ostilità antifrancese, ben sintetizzata dal detto « libertè, egalitè, fraternitè: i franseis an carosa e nuiautri a pè » “ (Dal web)


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“ 4 febbraio 1992 – Dice che De Mita dice che siamo agli albori del ‘22. Invece siamo nel ‘92 e l’antifascismo-nenia ha rotto il cazzo. “.


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Domenica 30 ottobre 2016

s1292virge no, tanto vale scendere alla bettola e starsene in un angolo tendendo le orecchie. “, scrive uno discutendo di libri, di editoria, di letteratura. Dello “ stato dell’arte letteraria “, diciamo così. A me, leggendola, è sembrata una perfetta descrizione di quello che, ormai da più di trent’anni, io vado facendo, anzi, sarebbe meglio dire “ riesco a fare “, perché io, da più di trent’anni, avrei voluto fare di più. È questa la ragione per cui, tante volte, torno a ripetermi quello che ho letto in un diario di André Gide, che ho scrupolosamente trascritto sembrandomi una perfetta definizione del mio lavoro di diarista: “ Senza data [1980] – « 8 febbraio 1924 Poiché m’impediscono di leggere e di meditare annoterò via via i discorsi della grossa signora e di suo marito che siedono nello scompartimento. » (André Gide, Diario dei Falsari, 1926) “. Insomma, da più di trent’anni – quasi una vita -, io non faccio niente di più – niente di meglio – che ascoltare. È una grande fatica, un’immensa tristezza, ma, dal punto di vista di ciò che ne risulta, è poco meno che niente. E, a questo punto, mi sento, francamente, un po’ stanchino. Come diceva quello che, più che lamentarsi, voleva, come sempre, far ridere. E comunque, non c’è nessuna bettola a cui “ scendere “, dico almeno per me che sono sceso da tanto tempo. Che nella “ bettola “ ci ho lavorato, che continuo a viverci, perché la “ bettola “ è ovunque, è tutto quello che c’è, è, a quanto pare, il mondo. C’è anche da dire che una bettola è peggio, molto peggio, di un treno. Il treno, almeno, si muove…

Anche Siena trema “ (Dai giornali di Siena)

Ho pensato che potrebbe anche succedere che la letteratura “ ritorni “. Anzi, forse è già successo. Dev’essere per questo che mi sento malissimo.

La terra? Trema.

« Mi nutro di notizie – dice -, compro quattro, cinque giornali al giorno, non solo italiani, tra cui l’Unità – precisa -, e passo a leggerli tre ore al giorno che non sono rubate a nulla, ma sono un’attività di sollecitazione e di motivazione ». “. Apprendo da Sebaste che Benedetto Marzullo, che è appena morto, era un grande grecista, ma, soprattutto, che aveva fondato il Dams di Bologna. Non si finisce mai di imparare.

Poi c’è la Callas che canta Casta Diva. E io penso che ho sempre avuto ragione a pensare che il cinema è la continuazione dell’opera lirica con altri mezzi.

C’è rimasta solo la facciata “ (Da un tg)

“ [G]li enormi affreschi zoliani in cui Storia e individuo sembrano ormai attaccati a forza con lo scotch, o i libri in cui si giustifica il romanzo mascherandolo da reportage e si giustifica l’inattendibilità del reportage chiamandolo romanzo. Per non parlare di chi continua a scrivere « La marchesa uscì alle cinque » – magari nella variante sensazionalista « Il narcotrafficante uscì alle cinque » – riproponendo in chiave televisiva una versione stereotipata del naturalismo ottocentesco. Che è poi il genere editoriale giustamente condannato da Berardinelli. “ (Dice Matteo (Marchesini))


ROSSORI

Sotto la foto di un grosso masso caduto per la scossa del terremoto scriverò la seguente didascalia: “ Rolling stone “.

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Lunedì 31 ottobre 2016

i1987eri sera ho visto I miserabili, film di Tom Hooper – quello del Discorso del re – del 2012. Se lo scrivo non è perché stia per intraprendere una recensione cinematografica, non ci penso nemmeno, ma perché ho voglia di dire qualcosa di quello che ho visto. Per esempio, ho visto subito che, in uno scenario da graphic novel, c’erano, giù, i forzati che tiravano delle funi e cantavano: “ Look Down! Look Down! “ a un tizio che stava su, in alto, anzi altissimo. Poi si è saputo che quel tizio era Javert, il poliziotto, e che in quella, scomodissima, posizione sarebbe sempre rimasto, finché, alla fine, non avrebbe deciso di buttarsi. Non è una recensione e quindi non è il caso che stia a dire che il film mi è sembrato molto bello, e soprattutto sorprendente. La sorpresa consiste nel fatto di scoprire che ormai l’Inghilterra è il regno del “ bel canto “, che il Regno Unito è una nazione melodrammatica, che è capace di fare film come questo che “ non è un musical, ma una vera e propria opera lirica cinematografica “, come ha scritto qualcuno. C’è anche da dire che io dormo sempre meno. Nel senso che mi sveglio sempre più presto, C’è anche da dire che non sono il solo. Per esempio, poco fa, erano le 6 e mezzo, affacciandomi dalla terrazza, ho visto almeno un paio di tizi che correvano, più o meno come facevo io cinquant’anni fa, quando non lo faceva assolutamente nessuno. Svegliandosi così presto se ne vedono di tutti i colori. Per esempio, dopo avere visto i corridori, ho visto il mio vicino di casa, quel ragazzo bassino che vive da solo e che ha un’aria un po’ strana, che usciva dal portone tenendo fra le braccia il suo grosso cane, non so se stesse male, o fosse addirittura morto, io ho pensato addirittura che andasse a buttarlo in un cassonetto… Mah. Boh. Il fatto è che a guardare da una terrazza, nel senso di guardare dall’alto, si vedono le cose in un certo modo, forse nel modo peggiore per capirle.

“ [Q]ualche eccesso di pruderie, come quando il rumoraccio di Malacoda [*] alla fine di Inferno XXI è parafrasato « egli rispose con una pernacchia ». No no, è una « scorreggia », non c’è ragione di non dirlo, dato anche che sono soprattutto queste le cose che i bambini (e molti adulti) poi si ricordano, e non c’è niente di male. “ (Claudio Giunta commenta una edizione parafrasata e illustrata della Divina CommediaDante per gli impuberi, nel Domenicale del Sole24ore, ieri) [*] È Barbariccia (courtesy Wikipedia)

I treni che vanno su Roma… mi sembra leggermente angosciante… “ (Parla Daverio) “ « Vota No? » « È ovvio » “ (Ibid.)

Il cuore del cioccolato italiano “, dice lo spot Perugina. Ma vediamo meglio che cosa si vede. Si vede una ragazza, di spalle, in piedi davanti a una tela, bianca. Per noi, visto questo, si può dire che è visto tutto. La tela sarà anche bianca, ma la ragazza, la schiena, per così dire, della ragazza, no. Ben dipinto, vecchia talpa. Poi arriva lo slogan, ma ormai sappiamo di che “ cuore “ si tratta.

La tradizione del NO: mi sembra di non avere mai conosciuto altro. Ammesso che si possa conoscerlo. C’è qualcosa di infinito, di imperscrutabile, nel NO.

I “ miserabili “: sono pieni di soldi.

Da Mauro a Luperini incoronati i giganti della letteratura “ (Titolo del Tirreno)


ROSSORI

Sotto una foto dell’attore Gerard Depardieu alla guida di un trattore a Trequanda (SI) scriverò la seguente didascalia: “ La terra ai contadini “.

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Martedì 1 novembre 2016

t590virgempo… tempo… tempo… “. Scrissi, tanto tempo fa, che avevo bisogno di tempo, ma quello che ho avuto – che ho lasciato passare, che ho accettato di perdere – quasi una vita – non era il tempo di cui avevo bisogno, non era il tempo nel senso in cui ne avevo bisogno. Non era niente, non “ sapeva di niente “. Come un diario: non c’è niente di più insipido, di più stupido di un diario: può durare infinitamente a lungo, può non finire mai, ma non serve a niente, è come se non fosse mai cominciato.





Io sono un uomo morto. Dead man writing, diciamo così.

Il cuore medievale dell’Europa “, dice la bionda. In studio c’è Franco Cardini. Che il cuore medievale dell’Europa è la morte sua.

Diffidate di chi indossa una divisa “, dice il maresciallo dei cc che spiega agli anziani come difendersi dalle truffe.

Se ne può concludere che oggi « il romanzo è più un “ genere editoriale “ che un genere letterario, è un oggetto dotato di un forte magnetismo perché si presenta come un parallelepipedo di pagine stampate che si suppongono unite da un filo mentale ». D’altro canto, questo parallelepipedo è lo stampo entro cui meglio si accomoda e si coagula una materia prima aerea, imprendibile, spesso evocata come « narrazione ». Tutto è, o vuol essere, narrazione. Anche qui, sembrerebbe, c’è un necrologio da rettificare: nell’epoca che piange la fine dei grands récits, delle storie che davano senso a tutto, la forma-narrazione si è fatta regola di ogni discorso. Dal teatro civile alla cronaca fatta noir, da Signorini a Vendola, dal corporate storytelling al subcomandante Marcos – la marea delle narrazioni rischia, romanzando tutto, di annegare il romanzo. “ (Vitiello su Berardinelli, Non incoraggiate il romanzo, 2011)

Poi penso che senza un po’ di risentimento, di “ rancura “, direbbe quello, non si combina niente. Il fatto è che la rancura, il risentimento, è come il coraggio: se uno non ce l’ha non se può dare. Così può succedere di avere perduto tutto, di stare malissimo, di essere “ più di là che di qua “, e, ciononostante, non riuscire a provare risentimento, non riuscire a sentire niente..

E della morte del principe Filippo Corsini, di anni ventuno, ucciso da un camion a Londra mentre andava in bicicletta che cosa mi dici? Non sanno che rischi corrono pedalando?

Stasera penso che l’epigrafe giusta per il mio diario – per quello che è stato questo diario – non potrebbe che essere questa. “ 9 luglio 1994 – « 8 gennaio 1938 – Non è affatto ridicolo o assurdo chi, pensando d’uccidersi, si secchi e spaventi di cadere sotto un’automobile o di buscarsi un malanno. A parte la questione del maggiore o minor dolore, resta sempre che volere uccidersi è desiderare che la propria morte abbia un significato, sia una suprema scelta, un atto inconfondibile. È perciò naturale che il suicida non tolleri il pensiero di cadere per caso sotto un veicolo o crepare di polmonite o qualcosa d’altrettanto insensato (meaningless). E dunque, occhio ai crocicchi e ai colpi d’aria. » (Cesare Pavese, Il mestiere di vivere. Diario 1935-1950) “.

Compunti, sussiegosi i commentatori di calcio. Sentire per credere. Per capire a che punto, esattamente, è la notte – ammesso che sia notte.


ROSSORI

Sotto la foto di Andrea Marcolongo, che ha scritto un libro sulla lingua greca, scriverò la seguente didascalia: “ La chiameremo Andrea “.

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Mercoledì 2 novembre 2016

i1988eri è morto Remo Ceserani. Di cui, va anche detto, io ho sempre pensato che fosse un po’ coglione. Di sicuro era post qualcosa, dopo la letteratura, per esempio. Trenta e più anni fa, sono stato persino sul punto di lavorare con lui. Nel senso che, se ricordo bene, incontrai la De Federicis, ma non ricordo più né quando né dove. Voglio comunque ricordarlo con un diario: “ Giovedì 23 aprile 1998 – « Dall’ampia fenomenologia testuale offerta dai diari sei e settecenteschi. a cominciare dai modelli inglesi di Pepys e Boswell, risulta spesso esserci, nei diari, una nascosta tendenza a farsi narrazione: c’è il diarista che sceglie, al di fuori di sé, negli avvenimenti, una linea di svolgimento oggettiva, e funge da testimone di una vicenda storica significativa, nelle cose e negli uomini; c’è il diarista che sceglie dentro di sé, nella propria vita, spesso intuitivamente e felicemente, l’attuarsi di una trama segreta, di un destino; c’è il diarista che, sentendosi in possesso di una chiave interpretativa del mondo, seleziona, commenta, usa il filtro della memoria, riapplica giorno dopo giorno lo stesso schema narrativo, giunge ad adattare alle esigenze narrative del diario le sue stesse azioni nella vita. » (Remo Ceserani, I diari nel racconto fantastico e realistico dell’Ottocento, in Le forme del diario, «Quaderni di retorica e poetica», 2, 1985) “. Va anche detto che, trent’anni fa, io ero già abbondantemente post, ero il più post di tutti. (Va anche detto che, forse, Remo Ceserani non era un coglione, ma soltanto un professore. A meno che non sia la stessa cosa. Che non si debba dire: coglione come un professore… A proposito di professori trovo anche un altro diario: “ Martedì 18 febbraio 2003 Divertente, per così dire, è anche scoprire – cercando notizie su Maurizio Boldrini – che nel settembre 2001 – prima dell’11 – hanno fatto un convegno dal titolo: « Conspiracy, plot  ». Fra i partecipanti: Djelal Kadir, The Conspiracy of Culture and the Culture of Conspiracy, Maurizio Boldrini, Tutti contro uno. Sono veramente complotti le maldicenze della comunicazione di massa?, Remo Ceserani, L’immaginazione cospiratoria. E poi uno sul Giulio Cesare di Shakespeare, un altro su Giuda, un altro sul melodramma. C’era anche Franco La Polla. E via complottando. “) (Poi sono tornato a dormire e ho sognato che dicevo a un po’ di gente riunita in una stanza che quella che mi piaceva di più era Anna Finocchiaro, l’onorevole del Pci-Pd. Proprio quella dei primi tempi, di quando stava in Sicilia, la “ bella dai piedi sporchi “, dicevo proprio così. E poi mi affannavo a spiegare, con scarso successo, va detto, perché, più che ascoltarmi, i miei interlocutori parlavano fra loro, che avevo capito perché l’avevo detto: perché pensavo a Claudia Cardinale, all’Angelica del Gattopardo di Visconti… )

L’opera era gigantesca – dieci volumi, migliaia di pagine – e si presentava come un laboratorio e, insieme, come un labirinto, ma un labirinto ordinato e strutturato, una sorta di immenso catalogo e di grande enciclopedia dell’immaginario. Dell’enciclopedia illuministica ha l’ottimismo, la carica innovativa e riformatrice, che rivela ancora una speranza e una fiducia nella scuola. L’ideologia della complessità, con il suo carattere intricato, aperto, pluridisciplinare e pluriprospettico, la percorre dall’inizio alla fine. Era il momento d’oro del postmodernismo ideologico, e il manuale ne condivide  le illusioni e gli entusiasmi. Una nuova epoca stava nascendo, si credeva, priva della pesantezza, della unilateralità, dell’unidirezionalismo che avevano caratterizzato lo storicismo e lo strutturalismo (anche se poi le tecniche semiotiche e retoriche dell’analisi del testo, messe in circolo dallo strutturalismo, sono qui ampiamente presenti). “ (Luperini parla de Il materiale e l’immaginarioCeserani e la scuola, in La letteratura e noi) ( “ Lo stesso concetto di letteratura è sostituito da quello, più vasto e generico, di immaginario. “ (Ibid.))

Il materiale e l’immaginario: che brutto titolo

Michele Serra: “ Tina Anselmi, una madre della nostra repubblica “. Commento: la mamma dei comici è sempre incinta.

Il calcio: parlato.

« Lei voterà No… » « , Sì » “ (Da un ddibbattito)

Dice Gianluca Nicoletti che suo padre morì pensando che lui non avesse un mestiere, che fosse uno che vende fumo. Il fatto che il buonanima avesse ragione non lo redime comunque dalla colpa di essere stato il padre di Gianluca Nicoletti, cioè di averlo messo al mondo etc.

Mentre si è ricordata in tutti i coccodrilli la sua vita accademica e di studioso con una ripetizione da fotocopia, niente, nemmeno una parola (neppure nei cosiddetti giornali « di sinistra ») della sua militanza politica degli anni ’60 e ’70 in un gruppo, come allora si diceva, della sinistra rivoluzionaria. Questo solo per « colmare » una lacuna, o forse un non-detto (che oggi non fa « figo »). “ (Dice uno)

Come diavolo “, dice la professoressa Signorelli.

La bella faccia veneta della democristiana Tina Anselmi campeggiò per quasi due anni accanto alla testata rossa di Cuore, giornale di satira e altre cose, covo di comunisti, di mangiapreti e di anarchici dei quali ero il maldestro domatore. “, dice Michele Serra.

Questa è la città delle lesbiche e dei gay “. Avevo appena pensato che il Pasolini di Abel Ferrara è “ ben fatto “, che ho dovuto cambiare idea. No, mi sento assolutamente di escludere che qualcuno, a Roma, nel 1975, potesse dire di un omosessuale, di un frocio, che era un “ gay “. Capisco che bisogna farsi sentire da chi ha quel certo tipo di orecchie, ma un anacronismo è un anacronismo etc.


ROSSORI

Sotto una foto di Hillary Clinton che ride scriverò la seguente didascalia: “ Hillarytà “.

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Giovedì 3 novembre 2016

s1293tamani mi sono svegliato con la pazzesca voglia di scrivere sotto una foto qualsiasi del terremoto questa didascalia: “ Chi di terra ferisce… “. Mi trattengo dal farlo davvero, perché non voglio essere preso per un pazzo. E tuttavia continuo a credere che in quell’affermazione qualcosa di vero ci sia. Che sia vero che “ di terra “ si può ferire, che la terra, qualunque cosa significhi, possa anche essere un’arma, persino omicida, per esempio di ciò che terra non è. Il fatto è che della terra, io, nonostante tutto, nonostante ci pensi da tanto tempo, quasi una vita, non so ancora abbastanza per poterne scrivere. Quello che so è che non è solo quello che si crede che sia. Per esempio, la “ terra di Siena “: è una terra, certo, la terra della campagna intorno alla mia città, ma è anche un colore, anzi, è soprattutto un colore, come sanno benissimo quelli che con i colori ci lavorano. È un colore intenso, molto simile al rosso, che non si può non vedere, su cui l’occhio non può non “ cadere “, su cui è tuttavia molto improbabile che possa riposarsi. A me, comunque, mi stanca, mi ha, mortalmente, stancato. Perché io, soprattutto, sono stanco. Stanco di vedere, stanco di pensarci su. Stanco di scrivere: “ Chi di rosso ferisce “… 

Poi leggo un articolo del dottor Marino Sinibaldi, “ direttore di Rai Radio3 “, sull’alluvione di Firenze e penso che quando si tratta di fare danni anche l’acqua non scherza.

Poi mi ricordo che ieri sul giornale c’era un’intervista a Antonello Venditti che andò a Firenze a fare l’angelo del fango.

Poi leggo una notizia su Valerio Magrelli: “ Il nuovo ospite della rassegna di appuntamenti dedicati ai 40 anni de « Il Casanova di Federico Fellini » sarà il poeta Valerio Magrelli, venerdì 4 novembre, alle 17,30, protagonista dell’incontro « Insieme allo sciamano », nelle sale antiche della Biblioteca Gambalunga. La conversazione è promossa in collaborazione con l’ottava edizione della rassegna « Biblioterapia », quest’anno consacrata al tema del desiderio. La conversazione con Magrelli sarà l’occasione per ascoltare non solo i ricordi di un poeta tra i maggiori di questi ultimi decenni, ma anche per ritrovare, tra cronache dal set, dissertazioni sull’omeopatia e teorie musicali sul tritono, percorsi alternativi e poco praticati per comprendere le radici dell’immaginario e della creatività felliniana. Prendendo spunto dal suo libro Lo sciamano di famiglia, Magrelli rievocherà gli incontri avuti con il regista nel corso di un decennio: dall’esperienza diciannovenne come « assistente elettricista raccomandato » (e ignorato) sul set del Casanova, alla « chiamata » del Maestro all’indomani del suo esordio con Ora serrata retinae, al ritrovamento di un brano inedito della celebre intervista di Giovanni Grazzini a Fellini in cui il genio riminese dichiarava la sua ammirazione per l’allora (1983) giovane poeta romano. All’incontro interverrà l’assessore alle arti del Comune di Rimini Massimo Pulini. “.

Poi mi torna in mente un diario: “ 22 settembre 1990 – Un titolo: Bocca romana. Il cinema italiano degli anni Sessanta. “.

Lei mi domanda perché rido mentre parla quel toscano. Io dico: perché mi fanno ridere i toscani in gita. « Nel senso di toscani? » No, nel senso di gita.

Si chiama Frati il nuovo rettore dell’università di Siena. Ma anche il rettore dell’università di Roma si chiamava Frati. Ne deduco che Frati è un nome da rettore. Nome d’arte?

Devo riconoscerlo: il terrorismo delle immagini spaventose – denti guasti, polmoni bucati – sui pacchetti di sigarette funziona. Dico per me, che ho smesso di fumare, ma, se non l’avessi fatto, sarei costretto a farlo ora. Rimane solo un dubbio: tutto questo rappresenta più una sconfitta della “ cultura “ del fumo o un ulteriore trionfo della civiltà dell’immagine?


ROSSORI

Sotto una foto del governatore della Bce Mario Draghi scriverò la seguente didascalia: “ Senza lilleri non si lallera “.

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Venerdì 4 novembre 2016

c1350apè anche da dire che una delle cose che in tutti questi anni mi hanno trattenuto dallo scrivere, cioè dal tentare seriamente di portare a termine qualcosa di scritto, è stata la convinzione che per me, per quello che sarei, eventualmente, riuscito a scrivere, non c’era un pubblico. Anzi, peggio: forse c’era, ma mi faceva schifo. Cioè mi sembrava spaventoso consegnare al suo sguardo stolido il frutto della mia fantasia e della mia fatica. La gente non mi piaceva e non mi piace, persino, francamente, un po’ troppo. Perché se è vero che non è bella, nel senso di umanamente rimarchevole, è anche vero che non è peggio di quanto, in generale, sia sempre stata. Certo, la gente di oggi fa molte cose assai discutibili. Per esempio, si premia: con una frequenza, un’intensità, una freneticità tali da indurre il sospetto che lo faccia perché teme qualcosa, per esempio di non meritarlo etc. Detto questo, non è spiegato niente. Perché non ho scritto? Forse la risposta è più semplice di quello che ho creduto: non ho scritto perché non ce la facevo, perché non ne ero capace, perché come scrittore ero morto, oppure, forse, mai nato. Anzi peggio: io, da molti anni – quasi una vita? -, sono morto in tutti i sensi, sono morto e basta. E per uno così – per i suoi pensieri atrocemente neri, atrocemente spaventati – lo spavento terribile di non esserci più -, dire che non c’è un pubblico è il minimo, perché se ci fosse non potrebbe fare altro che spaventarsi, perché non c’è niente di più spaventoso dello spavento degli altri etc. E comunque, se sono morto, mi merito di esserlo. Perché ho sbagliato. Perché morire è un errore, un gesto inappropriato, un pensiero fallace. Basta poco. (Poi c’è Scalfari che dice “ Citati “ invece di “ Civati “, che è completamente rincoglionito, ma non lo sa – però aveva un bel maglione rosso)

Notizia: la rude razza pagana è pagana, ma delicatissima.

Notizia: anche il dottor Guariniello è “ ex magistrato e scrittore .

Con grande circospezione il mio vicino di casa mi informa che fra i condomini si sta facendo largo l’opinione che l’amministratore del condominio sia da cacciare. Ho visto una strana luce brillargli negli occhi: morte al tiranno

Repubblica esulta: approvati i soldi per il cinema. E io, per miliardesima volta, mi chiedo: che ci faccio qui? Ma ormai so che non so la risposta.

Poi c’è Mimmo De Masi che, a un certo punto, gioca la carta dei “ dollari “. Perché nel teatro il repertorio è tutto.

Pornoattore a Miami durante un periodo di congedo retribuito dal servizio nel Corpo forestale dello Stato per « gravi motivi familiari ». È l’accusa per cui ieri pomeriggio un agente dei berretti verdi, S.V., è stato sospeso dal servizio dal gip di Potenza Amerigo Palma. L’aitante lucano 43enne è indagato per truffa aggravata per aver essersi allontanato dalla Basilicata per 36 giorni dei 268 che gli erano stati concessi per assistere un parente malato. Inclusi quelli « dal 23 luglio al 10 agosto 2015 », quando « si recava negli Stati Uniti per girare un film porno ». Il caso era emerso agli inizi dell’anno quando sotto gli occhi dei suoi superiori era apparso il trailer del film, ancora in vendita sul sito di una procace pornostar di base a Las Vegas. Agli agenti della polizia postale il forestale aveva spiegato di essere un habitué della capitale della Florida da diversi anni, e di essere stato realmente « adescato » da due signore nella piscina di un albergo, come si vede nel video. Ma aveva aggiunto di non essersi reso conto, data anche la scarsa conoscenza della lingua inglese, di aver appena superato il casting per una produzione hardcore. Il gip ha bocciato la tesi dell’attore involontario, del tutto inconsapevole della fiction in atto. Piuttosto, per il magistrato, il fatto che il forestale si sia allontanato dal parente, che avrebbe dovuto accudire, verrebbe aggravato dall’« evidente violazione dell’espresso divieto di svolgere, in concomitanza del congedo, qualsiasi altra attività lavorativa ». Anche per i suoi superiori quel video « stante le modalità di ripresa, non è da considerarsi ad uso personale, né effettuato senza la sua conoscenza ». Tutt’altro che una trappola vietata ai minori. “ (Dai giornali) [*] [*] Titolo della notizia: “ Miami Vice “.

Se potessi ricominciare da capo, cercherei di godere, assommandoli, questi due stati felici, il successo letterario e l’anonimato personale, pubblicherei cioè le mie opere sotto un altro nome inventato: se la vita è già in sé piena di atttrattive e di sorprese, quanto più lo sarebbe una doppia esistenza! “ (Stefan Zweig, Il mondo di ieri, cit.)

“ Non sono io che devo scrivere “. Ma non sono nemmeno quello che può impedire che scrivano loro, o almeno sperare che smettano.

Londra è costosa, meglio Napoli “ (Titolo di Repubblica.it)


ROSSORI

Sotto la foto del presidente della Repubblica Mattarella con in testa un elmetto da pompiere scriverò la seguente didascalia: “ À la guerre comme à la guerre “.

matta


ROSSORI

Sotto la foto di un geologo vestito di rosso scriverò la seguente didascalia: “ Geo-logia “.

geologia


Sabato 5 novembre 2016

m930i giunge notizia che a Siena, all’Università per Stranieri, la prossima settimana, si terrà un convegno dal titolo: “ La pratica del commento “. Ne deduco che, alla fine, l’Università per Stranieri, che ai miei tempi era poco più che un’appendice dell’Ente del Turismo, della Pro Loco etc. è divenuta l’Università par exellence: l’Università / gli Stranieri.








Convegno per convegno, voglio ripubblicare gli atti di quello su Adriano Barra: “ Un uomo, un diario. Atti del convegno di studio su Adriano Barra / Avezzano, Palazzo dei Lancieri, 23-24 novembre 1994 / 1a giornata / Saluto dell’assessore alla cultura del comune di Avezzano Alfonso Impallomeni / Introduzione del professor Giovampaolo Cardi, preside della Facoltà di Lingue e Letterature moderne dell’Università di Chieti. / Relazioni / * Cosimo Scatacchio, Barra fra confessione e denuncia. Le due anime della MDZ. * Mariolina Frullini Donner, La recherche impossibile di Adriano Barra: temi e suggestioni nella MDZ. * Frank Lo Giudice, Barra’s Meditation: how to write without writing. * Annabelle Druot Vigevani, Le zéro di Adriano Barra ou l’inépuisable proliferation du « je ». * Fedele Mazza, Barra com’era. Una testimonianza. * Gisello Pistoni, « Perché mi chiedi il voto? »: Adriano Barra e la « porta stretta » della politica. * Wolfgang Klingshoffer, Die Meditation von die Null: Adriano Barra als Tontechniker. * Zoroastro Fedelmann, La passione del copiare. Barra e l’ultimo Flaubert. * Walter Zani, Barra e i giornali: una relazione pericolosa. * Edmonda Palombelli, L’infra-ordinario di Adriano Barra. / 2a giornata / * Giuseppa Curcio Pajetta, Diario falso e falso diario. Barra e la verità scomoda. * Cinzia Borromini, L’« udire sottile » di Adriano Barra: la MDZ come perlustrazione del Rumore. * Alba Quiroga Beccacci, « Tènere le distanze ». L’« universo orrendo » di Adriano Barra. * Odoardo Fiaschi, Les mots di Adriano Barra. Memoria e diffidenza nella MDZ. * Benedetto Bollati, Barra e il cinema. L’ossessione del bidone. * Filiberto Manzi, Adriano Barra e Porta Portese: la contemplazione dell’usato. * Samantha Bauer Ciocci, « Copio diari »: il narratore azzerato della MDZ. * Ludovica Barra, Adriano com’era. Un ricordo. * Peppino Refoli, Barra ad Avezzano. Storia di un equivoco. “.

Nella sesta puntata di The Young Pope, la serie evento diretta da Paolo Sorrentino in onda stasera su Sky Atlantic il papa-Jude Law riceverà in Vaticano il presidente del Consiglio italiano. Che è giovane, indossa una giacchetta stretta, ha la battuta facile e non sembra affatto in soggezione. Un « Young Pop », come ha di recente titolato Rolling Stone a proposito di Matteo Renzi. « Accorsi interpreta un giovane presidente del Consiglio italiano – ha dichiarato Paolo Sorrentino – e in una lunga scena si scontra con il papa su molti temi. Ne nasce un duello diplomatico simile a una scena western. Accorsi e Law sono stati straordinari. È una delle scene delle quali vado più orgoglioso. Se Accorsi sia ispirato a Renzi non lo so, ma una cosa voglio precisare: il lungo dialogo nasce da un’idea di Paolo Sorrentino e non di Stefano Accorsi ». “ (Da Repubblica.it)

Ben venga lo straniero “ (Titolo di un articolo di Tullio De Mauro su Internazionale)

Un “ classico “ sull’argomento: “ 21 maggio 1984 – « Scusi… dov’è via… ma lei è straniero… scusi… ». La donnetta che mi ha fermato in via Bissolati. “.

L’Università per Stranieri / Romanzo.

Poi mi rendo conto di scrivere cose che ho già scritto almeno una volta: ” Giovedì 20 novembre 1997 Quando, come succede abbastanza spesso, mi trovo a pensare all’università, penso sempre a quel mio amico – si fa per dire – che nella mia città dirige l’università per stranieri. Un tempo l’università per stranieri era considerata una cosa poco seria, qualcosa fra la pro loco e il ristorante tipico, ma ormai non è più così, anzi, come vorrei dimostrare, non lo è mai stato. Io credo infatti che, in un certo senso – nel senso che conta -, l’università è sempre « per stranieri », cioè quelli che ci vanno, dal punto di vista di quelli che ci stanno, sono sempre « stranieri », gente venuta da fuori, e che, nella maggior parte dei casi, « fuori » è destinata a restare. Può sembrare strano, ma è così, e chiunque abbia avuto a che fare con l’università lo sa bene. La ragione è che l’università si fonda su qualcosa di piuttosto segreto, come un dialetto, una password, un mistero. E chi il mistero lo sa, ci sta, e chi non lo sa, non ci starà mai. Come fare a saperlo poi è un altro mistero – il mistero di sapere il Sapere – mistero profondo ma, essenzialmente, buffo. Questa natura misteriosa dell’università spiega anche come sia stato possibile che il mio amico – si fa per dire -, con tutto che era « straniero », cioè veniva da fuori – nel senso della città e anche nel senso della famiglia: era figlio, credo, di un tabaccaio -, sia potuto diventare direttore dell’università per stranieri. Che fra l’altro ormai, anche dal punto di vista legale – e dello stipendio – è un’università assolutamente come le altre. “.

A me, più che un “ castigo divino “, sembra un “ castigo tellurico “. Un po’ di sano politeismo non guasta.

Nel mezzo del cammin di nostra vita, la mia vita finì… (Un inizio)

Alcuni dei medici che si sono prodigati per Remo Ceserani, all’ospedale di Viareggio, lo hanno fatto anche per difendere un pezzo della loro adolescenza liceale: come un’intera generazione, si sono formati sul Materiale e l’immaginario, che non era solo un’antologia di letteratura radicalmente innovativa (poi scopiazzata e banalizzata da quasi tutti i testi oggi in adozione), o un’enciclopedia delle scienze umane (dall’antropologia alla linguistica, dall’economia all’estetica: discipline ancora confinate, nell’Italia dei primi anni Ottanta, nello specialismo universitario); era soprattutto una sfida alla curiosità e all’intelligenza di insegnanti e studenti, un serbatoio inesauribile di suggerimenti di lettura, un’immagine della cultura finalmente lontana da ogni provincialismo autoritario, da ogni pigra certezza manualistica – per molti di noi, l’unico libro scolastico di cui mai ci saremmo serviti, dopo la maturità, per far cassa sulle bancarelle dell’usato. “ (Da un articolo su Remo Ceserani) ( “ (se c’era una cosa a lui totalmente estranea, era la laudatio temporis acti) “ (Ibid.))

Non mi piace il mio nome vero “ (Taxi driver, Scorsese, 1976)


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“ 7 maggio 1994 – Quando venivo a Roma dal mio amico, non di rado assistevo sul terrazzo della sua casa a un rito buffo e misterioso: la preparazione della maionese. Era il padre ex aviatore e pittore a tempo perso che l’officiava, nella tesa attenzione degli altri componenti della famiglia. Mentre l’olio calava in un sottile quasi impercettibile filo giallo – un’impercettibilità che non doveva assolutamente variare pena la cattiva riuscita dell’operazione – gli altri restavano con il fiato sospeso, anche perché un’osservazione o un commento potevano provocare una risposta, e una risposta alla risposta, fino a degenerare nella rissa verbale, nel putiferio casalingo. Io non sapevo bene che cosa pensare di tutto quel pathos per me immotivato, anche perché da moltissimi anni in casa mia si consumava maionese industriale, in quei tubetti strizza e fuggi che, se spremuti, cacciano fuori un serpentello rigato, che è gradevole lasciarsi calare lentamente sulla lingua, e ancora più entusiasmante succhiare direttamente dal buco, in segreto, fuori dai pasti. Richiesto, io convenivo sulla nobiltà di quell’arte di sbattere uova, per cortesia, e perché, dopotutto, io ero l’ospite. Ma avevo sempre il timore di non dimostrarmi abbastanza partecipe, poiché sentivo di essere il destinatario di qualcosa di più di una salsa: intorno a quella materia giallastra, che, come per uno strabiliante gioco di prestigio, veniva crescendo e acquistando consistenza, facendosi, da uovo che era stata, meravigliosa succulenta crema, – quasi un colore, un dorato sontuoso giallo da consegnare alla tela – io indovinavo l’alone di un messaggio, l’eco di un « discorso », un’idea, insomma. Allora non capivo, e sogguardavo divertito e curioso. Non sapevo di essere già l’infedele, il barbaro, lo straniero in un mondo diverso dal mio che, mentre lo osservavo, non aveva mai smesso di guardarmi con un occhio severo e lungimirante. “.


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“ 31 marzo 1995 Passare la vita a difendersi, a decifrare, a tradurre. Essere completamente straniero in patria. “.


ROSSORI

Sotto uno striscione della protesta di Firenze su cui sta scritto “ Terre in moto “ scriverò la seguente didascalia: “Movimento terra “.

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Domenica 6 novembre 2016

b381virgvirgasta con il cognome del padre ». La Consulta decide sull’ultimo tabù “ (Titolo di Repubblica)












Amo Siena con tutto il cuore. Ci vivo da cinque anni. Studio all’università lettere classiche e sogno di fare la giornalista. Però, oggi sono solo una ragazza dispiaciuta… Vengo dalla Calabria, una terra non facile da vivere. Prima di Siena ho cambiato università due volte perché per garantire dei servizi mi chiedevano le « mazzette »; ma io non sono una donna che si lascia comprare. Ho denunciato e sono fuggita nel mio paradiso ovvero Siena. Siena mi ha dato la libertà, la possibilità, il rispetto, la dignità… sarà sempre la mia isola felice. Ma… Da qualche mese  sono in Calabria: mio padre a 54 anni si ammala di cancro, pochi mesi, settimane di vita… lascio tutto, lascio anche la mia carrozzina fuori casa – come faccio abitualmente da cinque anni – la lascio adiacente a casa perché non è per interni. Non dà fastidio a nessuno e il Comune ne è a conoscenza. Non dà fastidio a nessuno, siamo sicuri? Ecco, qualche vicino diceva che vedere una carrozzina deturpava il paesaggio. Lascio a voi la conclusione. di quanto sia meschino, ignobile questo pensiero. Sta di fatto che sono stata avvertita da una vicina (c’è tanta brava gente), che la carrozzina è sparita. Capite, sparita! E io devo tornare la settimana prossima. Ma devo stare chiusa in casa… “ (Dai giornali di Siena)

Tutti sperano che sia femmina “ (Titolo di un articolo di Vittorio Zucconi)

Poi scopro che a Bologna esiste un’Università Primo Levi per l’educazione permanente degli adulti e la promozione sociale e culturale (presidente Paola De Donato).

Poi penso che quando picchiai quel bambino che rideva di me la mia cara nonnina che amavo tanto stava dalla parte di quel bambino.

Un wrestler in andropausa “, dice Michele Serra. E si capisce che era tutto quello che aveva da dire.

Ho pensato che dovrei cominciare a raccogliere “ il meglio “ della mia Visione del mondo. Potrebbero essere un centinaio, non di più, di testi di diario, selezionati perché particolarmente significativi, riusciti, divertenti, efficaci. Magari, chissà, questo florilegio, che decido di intitolare: Il meglio della Visione, potrebbe essere persino pubblicabile. Comincio con questo: “ 18 gennaio 1986 – E così è stato tutto un equivoco e siamo tornati agli anni Cinquanta. Giornalini figurine il babbo cattivo e tante seghe. Contenti voi. “.

Poi, dopo il burlesque e i processi burlesque al burlesque, è arrivato Renzi. Con la sua stravagante retorica toscanocentrica della bellezza operosa e civilizzatrice, sospesa tra i ricordi di scuola dell’età comunale e del Rinascimento, culminante in un punto indefinito tra gli agriturismi e il design di Steve Jobs. “ (Dice il dottor Vitiello)

“ [L]’Italia si giustifica solo come fenomeno estetico, le battaglie ideologiche sono spesso battaglie estetiche sotto falso nome “ (Guido Vitiello, Il corpo delle nonne, in Il Foglio, oggi)

Diciamo che, al di là dei dati sulla circolazione delle opere letterarie (che sono peraltro sempre forniti in modo piuttosto vago: che una persona legga dodici libri l’anno a me non dice niente), la mia impressione è che la lettura in ogni senso, e soprattutto la lettura per studio, abbiano perso importanza e stima. Oggi siamo quasi al paradosso. Chi ha studiato è sospetto. L’incompetenza è un requisito positivo. Avere un passato significa essere compromessi. “ (Dice i’ Mozzi)

La Chiesa che fa? Denigra, sputtana il mondo. Mundus immundus.

Le voci straniere, diciamo meglio: “ straniate “, dei cuochi di Masterchef. Come in un film, porno.


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Lunedì 7 novembre 2016

i1989o, assolutamente, non sono uno scrittore. Io, sono stato, un po’, malamente, un attore. È in quanto attore che sono fallito, che sono stato “ bocciato “, condannato, messo a morte. E non perché non sapessi la parte, ma perché, essendo dato il copione, la mia era esattamente la parte di uno che viene bocciato, condannato, messo a morte etc. Potrei dire: “ Salsi così colà dove si puote… “, ma non lo dico. Perché non voglio peggiorare la mia situazione. Ma soprattutto perché non sono Benigni, io.





La “ ditta “. In principio era la “ ditta “?

Renzi è un “ ballista “?

Prima, la repubblica era fondata sulla televisione. « La prima repubblica? » No, la repubblica prima.

Io sono un professore. Ma, ecco il punto, lo sono diventato troppo presto. Essere professore è bello, ma anche terribile. (Un inizio)


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“ Martedì 16 maggio 2006 – Finalmente ho capito perché quei miei amici davano del tu ai miei genitori: volevano sentirsi coetanei ai miei genitori. A giudicare da quello che vedo ci sono perfettamente riusciti. “.


Martedì 8 novembre 2016

e817virg adesso il futuro “, dice Renzi. Contento te, pensa il futuro. E ride.












Chi ci mette la faccia e chi ci mette il culo. E chi ci mette la faccia come il culo.

Vedendo Hillary Clinton scendere dall’aereo tutta vestita di rosso – anche la sciarpa -, capisco che è arrivata l’ora delle decisioni irrevocabili, qualunque cosa questo significhi.

Gli antifascistelli. Otto milioni di.

Credo fosse il 1990 (perché avevo ancora figli adolescenti) durante una vacanza a Cape Cod siamo arrivati a Provincetown e abbiamo potuto vedere la copia della senese Torre del Mangia che, ho letto successivamente, è stata eretta in quel luogo in memoria dell’arrivo dei Padri Pellegrini. “, dice quella.

Divertentissimo è scoprire che Hillary, nel ’64 era una Goldwatergirl.

La prima donna, l’ultimo uomo “ (Titolo di un articolo di Ida Dominijanni su Internazionale)

Mambooo i-ta-li-ano… “. I nani, la ballerina.

Bisognerebbe fare qualcosa e intitolarlo Il sorpasso. Ma questa volta non sarebbe un film.

La grande paura “ (Titolo di Repubblica)

Anche Gesù era forte, ha cacciato i mercanti dal Tempio. C’è scritto nel vangelo di Giovanni: vendi i vestiti e compra le armi. Ho deciso di seguire questo suggerimento. Perché certe volte la penna non basta. “, dice che dice il poeta curdo. Mamma li curdi.

Lo Stato non può avere nulla a pretendere sui soldi incassati da Vallanzasca e dalla moglie per il film realizzato da Michele Placido e per i libri pubblicati dal « bel René ». Il ministero dell’Interno ha infatti intentato (e perso) una causa contro Renato Vallanzasca in relazione al risarcimento da oltre 400mila euro da lui mai versato per l’omicidio di un poliziotto nel ‘76 e ai presunti compensi che avrebbe ottenuto per due libri e un film sulla sua vita. Il tribunale civile di Roma, però, ha dato ragione all’ex capo della mala milanese e anche a sua moglie, Antonella D’Agostino. “ (Dai giornali)

Il popolo è populista? Peut-être. Può succedere. Di non fidarsi più di quella donna, carina, mezza spogliata, che vuole dirgli dove deve andare. Di sospettare che ci sia qualcosa sotto, che ci sia un trucco, che sia una specie di truffa. Di non crederci più, di non credere più, a quella specie di film.

Quest’America maschia “, dice Cazzullo. Da New York.


Mercoledì 9 novembre 2016

s1295virgtrano paradosso della poesia: puntare alla permanenza e farlo con i mezzi più poveri e antichi e indifesi: fuori dall’attualità, fuori dal commercio, fuori dall’economia, fuori da tutto, a volte anche fuori da se stessi, se noi scriviamo con una parte di noi che non conosciamo interamente, che è nostra e non è nostra, che scaturisce da una zona oscura e segreta anche per noi. Segreta e a volte sconvolgente. Ma così deve essere in poesia: per cambiare la vita di chi lo legge, un libro deve sconvolgere quella di chi l’ha scritto. “ (Milo De Angelis, L’avventura della permanenza / Cosa è la poesia, in Doppiozero)




Una bella nottata “, dice Enrico Mentana. E io, che lo ascolto, che sono costretto a ascoltarlo, anche se non mi importa niente di quello che dice, di quello che dicono, perché non riesco a dormire, penso che no, non è una bella nottata, per me non lo è, perché non sono un giornalista, perché sono un uomo che vorrebbe soltanto dormire etc.

Dice che Hillary in Virginia può recuperare. Mi sembra il minimo.

Dice che è anche l’anniversario della caduta del Muro. Veramente sarebbe anche l’anniversario della nascita della zia Olga: se fosse viva avrebbe 133 anni.

Dice Obama che domani è un altro giorno. « Ma quello è un film… » Era.

Beati i giornalisti. Che si divertono comunque. Sempre meglio che lavorare.

È lì la festa? “ (Dalla “ maratona “ tv)

Cravatta rossa… il rosso è il colore del partito repubblicano “ (Ibid.)

È morto Gianni Scalia. Lo ricordo con un diario: “ 9 gennaio 1992 – Assolutamente « emblematica » la storia di «Rendiconti». Comincia nella primavera 1961 con uno Scalia: Per un’estetica marxista d’opposizione, finisce di fatto nel gennaio 1974 (in realtà due fascicoli dopo, nel ‘77) con un numero speciale – in caratteri inopinatamente rossi – dal titolo monografico:  Teatro come comunicazione. “.

L’America muta ha trovato voce in Trump. È un voto dei forconi, un’insurrezione. Quella che ha scelto il magnate è l’America non vegana, quella che vediamo quando usciamo dalle città e scopriamo che tutto è diverso da come lo immaginiamo. “, dice Vittorio Zucconi. A nome dell’Europa chiacchierona?

Poi, quando esco dal medico, davanti al portone, c’è una con un cane. Ma il punto è che aveva anche un ottimo culo. Che è una cosa che mi lascia sempre senza parole, sarà che io sono uno che rimane facilmente senza.

Poi sono andato da Vertecchi e c’era Vanzina, quello secco. Era insieme a una pischella altissima, con dei tacchi fantascientifici. Je suis partout: è il cinema.

L’apocalisse dell’Informazione “, dice Grillo, l’apocalittico.


Giovedì 10 novembre 2016

d1119ice che il professor Veronesi voleva tanto bene alle donne. Chissà come faceva.












Sarà una deformazione professionale, ma vedo paralleli con la storia del passato: come si fa a non avere paura dell’appello fatto da Newt Gingrich, uno degli uomini più vicini a Donald Trump, a creare un nuovo comitato che indaghi sulle attività antiamericane? Con l’isteria provocata da Trump qui si rischia di cominciare una nuova caccia alle streghe ”, dice la femminista americana. A nome delle streghe americane?

“ Populista “ = volgare? Mi tornano in mente certe ragazze dei miei tempi che dicevano: “ È così materiale… “. Dirlo mi sembrava, francamente, una volgarità. Comunque, significava che era uno che metteva le mani addosso. Invece bisogna farsele mettere. Clinton (Bill) docet.

“ Great again “. “ Di nuovo grande “, dice il titolo dell’articolo di Ida Dominijanni. Ma che cosa, esattamente, è/sarà/deve essere/c’è il rischio che sia “ grande di nuovo “?

Sindrome detta di Vermicino: vedere buchi dappertutto.

Sono donne, soprattutto donne, decine di donne di ogni età. “ (La camera ardente di Veronesi)

Un paesetto del cazzo “, dice Vauro. Che non è di Cascina, è di Pistoia.

Le buche di Roma / Romanzo.

Manuel Fantasia, amministratore unico Atac. Pane, Atac e Fantasia.

Devo imparare a temere la bulimia informativa. Leggo troppo, avrebbe detto la mamma.

Il cartoonist l’ha capito subito: il punctum di Trump sono i capelli. Quelli, invece, che non ce li hanno, gli uomini-senza-i-capelli, gli uomini senza. Da Veronesi a Saviano.

« Sembrano le macchine della Lega Nord », è il commento più sobrio che circola in queste ore tra i forestali arrabbiati per una riforma che faticano a digerire. Le foto si riferiscono a un prototipo: il mezzo (un’Alfa Romeo attualmente in uso alla Forestale ridipinta in un’officina dei Carabinieri a Roma) porta ancora il numero di telefono 1515 per l’emergenza ambientale e la targa con la sigla Cfs, Corpo forestale dello Stato. Un paio di settimane fa i bozzetti della nuova livrea delle macchine e la nuove divise sono stati presentati ufficialmente in una cerimonia nella quale è stato ribadito che a dirigere il Comando tutela ambientale sarà il generale di Corpo d’armata Antonio Ricciardi. “ (Dai giornali)

La vittoria di Trump non può stupire. “, dice Romano Luperini.

“ Ogni volta sono tornato con la memoria al trauma originale, la scena primaria della mia disillusione politica. Era l’autunno del 1980 e, dopo un tentativo fallito quattro anni prima, Ronald Reagan aveva vinto le elezioni presidenziali statunitensi. L’immagine che me ne era arrivata era quella di una sorta di pazzo guerrafondaio, alternata a quella di un’idiota e buffone manovrato da oscurissime forze del tutto contrarie a tutto ciò che io potessi sperare per il mondo. Nella cornice, i toni cupi della Guerra Fredda, la valigetta dei codici nucleari, gli ostaggi dell’ambasciata americana a Teheran. Avevo già visto Il dottor Stranamore di Stanley Kubrick (avevo addirittura anche letto il libro) e adesso fra quel film e Tutti gli uomini del Presidente quello fantascientifico mi pareva il secondo. “, dice Stefano Bartezzaghi.

La politica, bisogna metterselo in testa, ha a che fare con i fantasmi. “, dice Ida Dominijanni.

Sono diventato “ webete “? Preferivo essere stupido.

Frantz (Ozon, 2016), ovvero: La donna che acchiappò due volte. (“ Lei non è di qui? “)

Per illustrare la sua posizione Gianni Cuperlo cita il film di Ken Loach. Ma questo dimostra soltanto che a Cuperlo piace il cinema. Anche se non ci capisce niente.

A Roma i vecchi vanno al cinema. Contenti loro.


Venerdì 11 novembre 2016

i1990 comunisti? Sono quelli che gli piace il cinema. E che non ci capiscono niente. Più o meno come i giornalisti.












A piazza Quadrata vedo il manifesto del No. Dice: “ 4 novembre 1918 l’Italia vince lo straniero  / 4 dicembre 2016 vinci di nuovo. “. Poi vedo il bangla che vende ombrelli. Ma non sono per niente sicuro che dicessero  a lui.

Che rapporto c’è fra Susanna Ceccardi, la sindaca leghista che vuole cacciare gli immigrati, e Giovanni Bacciardi professore universitario ex parlamentare di Rifondazione comunista? Che sono di Cascina tutti e due.

Poi vedo la copertina del Venerdì: c’è Tom Wolfe. E ripenso a un diario: “ 24 aprile 1982 From Bauhaus to our house. Libro di Tom Wolfe, ex alternativo ex hippie ex new journalist. Per un’autarchia architettonica americana. “.

“ Devi capì quanto m’è costata la recinzione… te l’ha fatte vedé le foto?… 2600 euri… “ (On the road)

Quando arrivo alla fine della lettura del bel Divano di Michele Serra, mi viene voglia di consigliargli di occuparsi non solo dell’” America muta “, come dice il suo amico Zucconi, ma anche dell’Italia sorda. « Nel senso che non ci sente? » No, nel senso di sordi « Nel senso di sòrdi? » No, nel senso di Sordi (Alberto – Roma, 1920-2003).

Interessante anche venire a sapere che Vecchioni è docente di “ Forme di poesia in musica “ all’università di Pavia.

La Sinistra vuole sostituire la popolazione italiana con gli immigrati? Peut-être. Americanismo e furbismo.

Perché io sono io e voi non siete un gatto “ (Pubblicità murale, metro A)

La Bonino: un turbante al giorno leva il medico di torno? Dio mio, perché sono tanto antipatici? Almeno in un certo senso…

Poi c’è Floris. Che ha scritto, dice, il suo terzo romanzo.


Sabato 12 novembre 2016

i1991l guaio di quelli che scrivono è che vogliono farsi leggere. Anzi, in generale, vogliono fare leggere quello che vogliono loro. Ma io ho sempre letto quello che volevo io – i libri di scuola, o quelli che c’erano in casa, per esempio. In generale vogliono, come dicono, istituire un canone. Ma io, che so che con i cani bisogna stare un campana, specialmente se sono grossi, del loro canone me ne sbatto, perché ci ho già, da tanto tempo, “ da sempre “, il mio.






Non riproducendo l’immagine, ma traducendola in parole, si innesca un dispositivo che è l’esatto contrario di quanto usualmente, oggi, avviene. Tradurre in parole le immagini, descriverle « per verba », vale come esercizio critico e acquisizione di consapevolezza. “, dice il mio Amico. Mah. Boh. Io, invece, vorrei raccontargli quello che ho visto ieri sbucando a San Giovanni dalla metro. Ho visto, per così dire, un sacco di fica. Nel senso di uno schermo luminoso su cui si vedeva una miriade di ragazze molto carine, molto spogliate, che andavano su e giù, tutte allegre, era una “ sfilata “, una sfilata di moda, a quanto sembrava, ma a me, francamente, è sembrato, come sempre, troppo. Troppo per provare a tradurlo in parole, a descriverlo « per verba ». Troppo, ma soprattutto troppo poco. Perché quelle immagini, quelle ragazze sono inesplicabilmente, irriducibilmente, irrimediabilmente un’altra cosa rispetto alla mia voglia di “ dirle “. Che poi, più che di dirle, la mia voglia sarebbe un’altra. Ma poi, quale, esattamente? San Giovanni: non vuole né scherzi né inganni, si dice. Ma io non sono per niente sicuro che le cose stiano così. E Comunque Giovanni Floris ha scritto il suo terzo romanzo.

I libri: dietro alle spalle (à la lettre).

Populista “: è sinonimo di “ reazionario “. Ma anche di “ perdente “, ” sfigato “, ” povero “.

È bello il paragone calcistico “ (Dalla radio)

Difendendo le “ vecchie élites “  dall’ostilità dei web-denigratori, oggi Michele Serra scrive che, per quanto lo riguarda, lui non chiede di meglio che poter leggere qualcuno che scriva meglio di lui. Si dichiara anche, in questa aspirazione, associato ad Alessandro Baricco. Io, per quanto mi riguarda, dico che, ormai che c’era, poteva associarsi anche qualcun altro, per esempio, che so?, Roberto Saviano. Dico poi che se uno vuole leggere qualcosa di veramente buono, se lo vuole veramente, con un po’ di sforzo può riuscirci. Basta andare in biblioteca, tanto per dirne una, oppure frugare fra i libri che possediamo ma non abbiamo mai letto – ce ne sono anche in casa di Michele Serra – o di Alessandro Baricco, o di Roberto Saviano -, ne sono sicuro. E comunque, il punto è un altro. Il punto è che cosa si scrive, perché lo si scrive, come lo si scrive. Per esempio, Michele Serra. Che cosa fa? che cosa intende fare? che genere di scrittura è la sua? Io lo so che non è proprio così, però, a un’occhiata un po’ frettolosa, poco avvertita, potrebbe anche sembrare che scriva per andare nel culo a qualcuno, nel senso di metterlo in cattiva luce, ridicolizzarlo, sputtanarlo etc. Insomma per investirlo di una passione tutt’altro che benevola, per odio, o giù di lì. Io lo so che non è proprio così, ma il lettore qualsiasi, il lettore “ della strada “? Perché non dovrebbe pensare che la scrittura sia una specie di surrogato dei cazzotti, che si scrive come si mena, che si scrive perché non si può menare etc.? E, di conseguenza, concludere che: se lo fa Michele Serra, posso farlo anche io. Che sono incazzato come lui, più di lui, che ho anche io una macchina da scrivere o qualcosa di simile etc. La satira, io lo so, è un’arte difficile, e comunque è l’arte di andare nel culo a qualcuno. Io dico: chi di satira – di giornalismo, di “ realismo “, nel senso di uno scrivere dell’hic et nunc – ferisce, di satira può morire. Oppure fate dei corsi, insegnatela a scuola, “ normalizzatela “. Se siete ancora in tempo. E comunque, ormai è tardi. Chi ha scritto, ha scritto. Chi ha letto, ha letto. Simme ‘e Napule, paisà.

“ Roma – Il Comune di Roma è interessato a candidarsi come sede di un Gran premio di Formula E – la versione elettrica della Formula 1 – nel 2017-2018. In sintesi, è questo il contenuto di una comunicazione che la sindaca Virginia Raggi ha indirizzato nei giorni scorsi agli organizzatori. “ (Dai giornali)

Poi ho l’audacia di affacciarmi su I peccati di Madame Bovary (Hans Schott-Schobinger, 1969), con Edwige Fenech etc. Perché bisogna sapere tutto.


Domenica 13 novembre 2016

r553ipenso a Michele Serra etc. Penso che io non ho mai scritto contro qualcosa o qualcuno. Che, se ho qualcosa contro qualcosa o qualcuno, io preferisco, nel caso, tirargli un cazzotto, oppure portare pazienza. Penso che per me scrivere è sempre stato qualcosa d’altro, un gioco, un passatempo, una specie di stretching, di ginnastica dolce. Qualcosa di gradevole, comunque, di benefico, di balsamico. In quanto poi a scrivere per “ mettere insieme il pranzo con la cena “, ho sempre pensato, salvo un breve, sgradevolissimo, periodo di tempo, che si potevano fare molte cose diverse dallo scrivere, e infatti qualcuna di queste l’ho fatta. Da un po’ di tempo, anzi da parecchio tempo, ormai, io scrivo per farmi compagnia. Diciamo meglio: per “ consolarmi “ delle molte cose che nella mia vita non vanno bene. Scrivo per ricordare, soprattutto: quelli che non ci sono più, che sono scomparsi, inspiegabilmente, come succede sempre con lo scomparire, non esserci più, allontanarsi, svanire, mancare, irreversibilmente, all’appello. Scrivo per “ farmene una ragione “, anche se so che una ragione non potrò mai veramente farmela. Scrivo, soprattutto, per leggere. Qualcosa che mi piaccia, che suoni bene al mio orecchio, che calmi la mia inquietudine. Che mi accompagni, blandamente, verso uno stato di quiete. Come una ninnananna. Il canto sussurrato di una voce cara, il canto buono, il canto-carezza che ci fa smettere di piangere, che ci fa chiudere gli occhi, che ci accompagna verso la beatitudine del sonno. (Ieri sera, prima di coricarmi, ho fatto un pensiero. Ho pensato che non dovrei dire, come dico sempre, che “ loro “ hanno cominciato a studiare quando ho smesso io, ma che hanno cominciato perché ho smesso io. E comunque io ho smesso. È stato un sacco di tempo fa, fra poco, secondo la periodizzazione da me istituita, saranno sessant’anni. Nel 2018, se sarò ancora vivo, potrò festeggiare il sessantesimo anniversario della “ fine della scuola “, intendendo con questo l’abbandono, impercettibile, ma effettivo, da parte mia dello “ studio “, nel senso di voglia, nel senso di “ postura “ studiosa “. Perché lo studio, nella mia opinione, se non l’avevo detto lo dico ora, è soprattutto una “ postura “, un atteggiamento mentale, ma anche fisico, anche, à la lettre, una posizione del corpo, forse qualcosa di simile a quello che Brecht chiamava lo “ stare seduto “. Che cosa è successo, esattamente, sessanta – quasi – anni fa? È quello che, ormai da quarant’anni, mi vado chiedendo. Mi vado scrivendo, in questo che è diventato un diario – ma all’inizio non lo era, non intendeva esserlo -, è il suo contenuto, il suo “ argomento “, la sua “ storia “. C’è un anno, nel calendario della mia vita, che ho cerchiato di rosso: è il 1958. È stato allora che è finito tutto, che è cominciato tutto. Che è cambiato tutto. Che sono cambiato io. Perché? A causa di che? E, soprattutto, in che senso? Ora poi mi tornano in mente i romanzi di Floris. Quello che non ho detto è che Giovanni Floris somiglia a un mio amico, un compagno di scuola di sessant’anni fa. Uno di quelli che non sapevano scrivere, quello che sapeva scrivere ero io. Uno di quelli che sapevano fare certe cose che a me non riuscivano tanto bene. Uno di quelli che avevano una mamma che era del tutto diversa dalla mia, ma che, forse proprio per questo, mi piaceva. Già, le mamme. Nel senso di donne. Già, le donne. Ecco, una cosa che di sicuro è successa nel ’58 sono state le donne. Nel senso di ragazze, anzi di ragazzine. Nel ’58 sono andato al ginnasio e al ginnasio c’erano le ragazze, perché le classi, a differenza delle scuole medie, a differenza delle elementari, erano miste. Quello che voglio subito dire è che alcune erano bionde. Perché il punto, il punctum, è che erano bionde. E ora mi viene in mente che un’altra cosa che è successa nel ’58 è stata la televisione. Non voglio dire che ho smesso di studiare per colpa della televisione, fra l’altro nel’58 la televisione era pochissima,) poco meno che niente, ma un po’, se devo essere sincero, un pochino lo penso) [à suivre

L’ondata iconoclastica “, dice quella dai capelli pazzescamente rossi.

Io non sono “ di destra “ – mai stato. Io sono uno che vuole capire perché c’è stato chi gli ha detto che era “ di destra “. Voglio capire che cosa ci ha in testa lui.

A un certo punto mi ero convinto che tutto quello che volevo fare nella vita era viaggiare. Poi ci ho pensato meglio.

I social network sono l’infrazione sistematica del principio secondo cui il silenzio è d’oro. Quante volte abbiamo visto qualcuno silente e gli abbiamo attribuito meditazioni profonde e giuste, tranne che poi ha incominciato a parlare, o peggio ancora a scrivere (scripta manent), e l’incanto si è rotto. (Ovviamente sono consapevole del fatto che questo vale anche per me in questo momento). “, dice Maurizio Ferraris intervistato su Trump in quanto imbecillologo. (“ Direi che l’imbecillità (e anzitutto il sospetto di essere imbecilli) è un grande stimolo per l’intelligenza. Anzi, credo che l’intelligenza, in senso proprio, non sia che la fuga senza fine che ognuno di noi compie nei confronti della propria e altrui imbecillità. Una fuga non sempre coronata da successo. “ (Ibid.))

Non ci sono parole per commentare l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti: proprio per questo, Yoko Ono ha deciso di esprimersi con un urlo, o meglio, con un lamento. La celebre compagna di John Lennon ha pubblicato su Twitter un video che contiene un breve audio di 19 secondi: « Cari amici – scrive l’artista – vorrei condividere con voi questo messaggio come risposta a Donald Trump ». “ (Dal web)

Sono ancora molti i « radicali » che continuano a dirigere la loro indignata protesta contro la famiglia autoritaria, la morale sessuale repressiva, la censura in campo letterario, l’etica del lavoro e altre istituzioni fondamentali […] che in realtà sono state indebolite o abbattute dallo stesso capitalismo avanzato. Costoro non si rendono conto che la « personalità autoritaria » non rappresenta più il prototipo dell’uomo economico. L’uomo economico è stato a sua volta sostituito dall’uomo psicologico dei giorni nostri – il prodotto finale dell’individualismo borghese “ (Christopher Lasch, La cultura del narcisismo Courtesy Claudio Giunta, in Le parole e le cose)

Nel sottosuolo, come direbbe Dostojevskji “ (Giovanni Minoli, Faccia a faccia, La7, ore 20. 38)

Dimenticavo di annotare che Cacciari è diventato accademico dei Lincei.

Poi vedo Minoli che parla di Giancarlo Siani. E penso che fare il giornalista è pericoloso, ma non farlo, nel senso, per esempio, di ascoltare Minoli che parla di Giancarlo Siani, può esserlo anche di più.

Io guardo il culo, prima di tutto ” (Luciana Littizzetto, Che tempo che fa)


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“ 17 aprile 1986 – « Les êtres les plus bêtes, par leurs gestes, leurs propos, leurs sentiments involontairement exprimés, manifestent des lois qu’ils ne perçoivent pas, mais que l’artiste surprend en eux. A cause de ce genre d’observations, le vulgaire croit l’écrivain méchant et il le croit à tort, car dans un ridicule l’artiste voit une belle généralité, il ne l’impute pas à grief à la personne observée, que le chirurgien ne la mesistimerait d’être affectée d’un trouble assez frequent de la circulation; aussi se moquet-il moins que personne des ridicules. » (Marcel Proust, Tempo ritrovato, 211, cit. in Maurizio Ferraris, Bal dê tetes. Bête, bêtise e identità nella Recherche, in «Aut Aut», 206-207, maggio-giugno 1985) “.


Lunedì 14 novembre 2016

c1351apera una foto, ieri sul giornale. Si vedeva una ragazza in mezzo a una manifestazione anti-Trump che sollevava un cartello su cui era scritto: “ Love Always Wins “. Ho pensato che è quello che ho sempre pensato anche io, finché sono riuscito a pensarlo, finché non ho perso tutto e anche, e soprattutto, l’Amore. Lo scrivo con la maiuscola perché l’ho sempre scritto così, nel senso che, quarant’anni fa, L’Amore l’ho anche scritto. Era una specie di romanzo, cioè avrebbe voluto esserlo, ma non ci riusciva, era solo un diario, il primo dei miei tanti. Ho scritto tanto, in questi quarant’anni, e non ho scritto niente. Niente che mi piaccia veramente, niente che mi convinca, niente di quello che volevo veramente scrivere. Ammesso poi che volessi scrivere. Perché io continuo a pensare che, soprattutto, io volessi leggere. E oggi, come dice anche Google, è il mio compleanno. Ma, francamente, non c’è niente da festeggiare.

Antiautoritario “: cioè comico? Vedi: “ 16 maggio 1984 – Dove va la Repubblica fondata su Totò? “.

Il Papa dice che c’è “ la bancarotta dell’umanità “, che c’è “ il dio denaro “. Dice, all’incirca, quello che diceva la mamma, che diceva: “ i quattrinacci “. Dice bene, ma non la dice tutta. Dice anche che c’è “ la terza guerra mondiale “. Ma non dice contro chi è.

Poi guardo l’Espresso che anche ieri mi hanno costretto a comprare e penso che l’Espresso è la cosa più orribile che abbia mai visto. Per esempio, questa settimana hanno fatto il titolo “ Lezioni americane “ e dicono anche che c’era una profezia di Calvino, cioè che Calvino aveva previsto Trump, però poi si scopre che non è vero, è solo che Calvino è morto prima di poterle fare, ‘ste Lezioni etc. Comunque loro, nel senso di Gruppo L’Espresso-Repubblica, continuano: a sparare cazzate etc.

Renzi si sforza di fare il giornalista, di “ stare sulla notizia “. Ma i giornalisti non stanno sulle notizie, ci stanno sotto, sempre sotto.

I “ dimenticati “. “ Dimenticati “ di tutto il mondo…

Poi c’è Vissani tutto vestito di rosso. Rosso cuoco, direi.

A proposito di Calvino, ho pensato che il problema non è “ il mondo non scritto “, ma il mondo scritto male, cioè quelli che insistono a scrivere orrende cazzate etc.

« Come ti senti? » « Spiaggiato… mi sento spiaggiato… ».

Il “ clima “: non è un’opinione, è una fede. Ho appena sentito parlare di ” negazionismo del problema climatico “.


ARCHIVIO

“ 2 luglio 1984 – Illustrando la teoria della bi-logica, Matte Blanco racconta di una sua paziente che identificava « alto » con « ricco », a causa della presenza di « molto » in entrambe gli attributi. È un pensiero delirante quello che produce questa eguaglianza? Il professore dottamente sottilizza, senza entrare nel merito: c’è un sacco di gente che identifica « alto » con « ricco ». “.


Martedì 15 novembre 2016

p1127oi vedo lo spot della carta igienica xy: ci sono i culi, una famiglia di culi, che cantano e ballano tutti contenti. Siamo arrivati a questo punto.











È buffo, ma, un anno dopo, sul Bataclan si è stesa una vaga patina di antipatia. Mi sbaglierò, ma non credo.

Dire Daesh fa figo. Quelli che dicono Daesh.

Credo di avere capito che cosa sono: sono un cattolico a mia insaputa – ho detto cattolico, non ho detto cristiano.

Certe volte uno si chiede: come si faceva a vivere quando non c’era tutta questa Informazione? La risposta è: si faceva benissimo. Dico almeno per quanto riguarda me.


ROSSORI

Sotto la foto di alcuni leghisti che alzano cartelli su cui è scritto “ Salvini premier “ scriverò la seguente didascalia: “ Premier League “.

premier


Mercoledì 16 novembre 2016

c1352virgoncludiamo eseguendo “, scrissero le Brigate Rosse. E io penso che bisognerebbe dire: rosso come una brigata. Io sono anche quello che pensa: poca brigata vita beata… E comunque non era un romanzo, casomai era un film.










È vero: ho capito tutto. Ma è tardi. Il fattore T. (tempo).

Non me ne intendo “, dice il professor De Masi – di esercito, di poliziotti, di sicurezza etc. A buon non-intenditor

Non c’è niente di peggio che essere un giornalista pentito. Vedere che, trent’anni dopo, non si pente nessuno. Né i giornalisti, né il loro pubblico.

“ Ciao, Gennaro “, dice all’omone l’edicolante. Infatti mi pareva, dico io. Parlavano di calcio, lui aveva detto: “ È come il Napoli, vince con le grandi e perde con le piccole… “.

“ Sfidare il ridicolo “. Sfidano il ridicolo. Il ridicolo c’est moi?

La nuova edizione delle Opere complete di Primo Levi è in libreria. Sono due volumi per un totale di oltre 3000 pagine. Sovraccoperta bianca, molto einaudiana, formato grande, rilegatura cartonata; costano 160 euro e vengono venduti insieme. Un’impresa editoriale che Einaudi ha dedicato al suo autore oggi più conosciuto, non solo in Italia, ma nel mondo. I due volumi contengono varie novità, oltre a un apparato di Note ai testi curato da Marco Belpoliti, studioso di Levi, che ha curato anche l’edizione precedente delle Opere, uscita nel 1997. “ (Da Doppiozero)

Stasera ho capito che sono vecchio. Ecco come è andata. È andata che sono andato in libreria a sentire  Paolo Di Paolo e Michela Monferrini che presentavano il volume Cercando Tabucchi e, come prima cosa, mi sono caduti gli occhi sul diario di Virginia Woolf e, apertolo a caso, ho letto qualcosa che conoscevo benissimo, questo: “ 1 luglio 1994 – « Domenica 30 dicembre 1934 – Siccome ho dimenticato di portare il quaderno, devo scrivere qui, su fogli sciolti. Finisce l’anno; quei maledetti cani abbaiano e io sono seduta nella mia casa nuova e sono nientemeno che le 3.10, e piove; e la mucca ha la sciatica e la portiamo a Lewes dove prenderemo il treno per Londra; dopo di che andremo a Charleston per il tè, reciteremo la commedia e pranzeremo lì. È stato il Natale più piovoso (dico azzardando) che si ricordi. Soltanto ieri sono riuscita a fare la mia passeggiata alla fattoria fantasma; ma voglia Iddio che passato il Natale la pioggia smetta di cadere e i cani di Miss Emery smettano di abbaiare. » (Virginia Woolf, Diario di una scrittrice). “. A parte la coincidenza, stavo anche per comperarlo, considerato che costava 9, 90, ma poi, come sempre, non ne ho fatto di niente. Poi, mentre aspettavo che cominciassero, mi è tornata in mente la serva: “ 8 maggio 1984 – Anche la serva qui accanto non legge più. « Non ho più  tempo », dice. “. A ripensarci, era il perfetto annuncio dei nuovi tempi. Nel senso dell’inaugurazione della civiltà della bugia. La povera donna mentiva, volenterosamente. Non leggo più…: come se fosse immaginabile che avesse mai letto… Una bugia, e una verità: che, anche volendo, non c’era più tempo per leggere. Si poteva solo dirlo. Era cominciato il tempo del dire, a tutti i costi, anche a costo di mentire. Non leggo più: era cominciato il tempo del dopo, il tempo-dopo, il post-tempo. Non c’era solo Virginia Woolf, in libreria, c’era anche Carlo Ancelotti: Il leader calmo. Ma sì, ho pensato, è inutile agitarsi, di questi tempi, tempi dopo, post-tempi. Poi è arrivato il giovane critico. Beato lui. Che è giovane. Che ha scritto anche un romanzo, una storia d’amore: “ Lei è più adulta, lui è più giovane “. Che scritto anche un saggio: Tempo senza scelte. Mi sa che parla del referendum… Il giovane Paolo ci parla di Tabucchi e, a un certo punto, rievoca il titolo del Corriere quando Tabucchi morì: “ Un antiberlusconiano che scelse l’« esilio » “, per dire che leggendolo si stupì. Io, invece, che conosco i giornali, che non sono uno scrittore, che sono andato via ma non troppo, non mi stupisco per niente. Comunque, come dicevo, stasera ho capito che sono vecchio. Anche più vecchio di Tabucchi, in un certo senso. Più vecchio di tutti i vecchi che c’erano lì, ad ascoltare il pischello, il giovanissimo scrittore. Sono vecchio come uno che scrive un diario, diciamo così. Come Virginia Woolf, che era una donna, e che è morta, assolutamente, esageratamente morta. (Dopodiché, francamente, preferirei parlare di Tabucchi. Per dire che penso quello che ho sempre pensato, e cioè che, soprattutto, era strano. Che su questa stranezza, sul fatto che se n’era andato, e che poi è tornato etc., si è basata la sua fortuna. Una fortuna soprattutto “ mediatica “, direi. Come, io dico, ho la temerarietà di dire, tutta la letteratura da almeno trent’anni a questa parte. La neo-letteratura – in senso orwelliano -, la letteratura-dopo, la post letteratura. La letteratura risorta dopo essere stata abbondantemente fatta fuori. La pseudo letteratura, la letteratura falsa che vive e scrive intorno a noi. Tabucchi: uno scrittore “ a sua insaputa “, uno scrittore per caso, per grazia di dio, ma soprattutto per volontà della nazione. Anzi della repubblica, anzi di Repubblica, e non parliamone più) (Raccontava il giovane Paolo che, a Lisbona, sulla tomba in cui Tabucchi riposa insieme ad altri due morti, sta scritto: “ Scrittori portoghesi “. Più strano di così… )

Poi c’è il ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda. Che, come tutti sanno, è figlio della regista Comencini. Sarà un caso


Giovedì 17 novembre 2016

i1992eri sera, a un certo punto, ho avuto voglia di dire qualcosa. Volevo dire che, per quanto ne so, Tabucchi era soprattutto uno che se n’era andato, e che poi è tornato, ma fino a un certo punto, perché poi se n’è andato di nuovo. Poi però non ho detto niente, ho preferito, come sempre, non dire. Anche perché quelli che erano insieme a me nella piccola sala della conferenza, anche se erano tutti vecchi, mi sembravano tutti più giovani di me. E comunque erano tutti sconosciuti, terribilmente, irriducibilmente, sconosciuti. Stamani – stanotte -, in compenso, mi è tornato in mente un diario: “ 29 novembre 1985 – « Ah! Ah! Ah! », ride Claude, il protagonista di Se non torni, scrivi (Si tu ne revient pas, écris), il nuovo best seller giallo-rosa di Juliette Levy-Fabre che a poche settimane dalla sua uscita è già in testa alla hit-parade dei libri più letti nella Svizzera francese. “. In generale, credo che non ci sia niente di peggio che essere frainteso. Anche quando, come nel caso di Tabucchi, si viene applauditi. Se avessi parlato, quasi sicuramente le mie parole sarebbero state accolte bene, eppure sono certo che a me non sarebbe sfuggita quella strana ombra, maliziosa, stupita, divertita che si legge negli occhi di chi non capisce. Stamani mi ricordo anche di avere scritto, tanti anni fa, in un panorama esageratamente raccourci della letteratura italiana contemporanea [*] che Tabucchi era un fascista. Mah. Boh. Stamani, alla fine, penso che magari mi sbaglio. Magari la letteratura è proprio questo. Questa infinita stupidità, questa irrinunciata cecità. Magari è proprio “ fascista “, chissà. E comunque è il contrario del giornalismo, è la vittima del giornalismo, il suo idolo e il suo zimbello. E comunque, la letteratura, a differenza del cinema, del rosso cinema, è qualcosa di nero. [*] “ 4 aprile 1989 – Dal questionario Il lavoro di scrittore («Il cavallo di Troia», n. 6) risulta inoppugnabilmente che ciascuno dei rispondenti è quello che è: Eco uno spiritoso alle soglie dell’arroganza, Arbasino un parvenu, Bernari un irrilevante, Bertolucci un fanciullino con conoscenze, Bufalino un onesto siciliano, Cerami uno sceneggiatore, D’Agata un funzionario RAI, Fratini un coglione, Gramigna un complicato, Insana un’insana, Malerba uno sceneggiatore, Orengo un languido con conoscenze, Pontiggia uno serio, Porta un mascalzone, Sanguineti un Sanguineti, Scialoja un pittore, Tabucchi un fascista, Zeichen un fallito. “.

I “ quattrinacci “, ovvero: il capitalismo finanziario. Soldi a mezzo soldi.

A ripensarci, provo un sentimento di tenerezza, di familiarità, e anche, un po’, di imbarazzo, quando mi rendo conto che tutto l’andarsene di Tabucchi non è andato più lontano del Portogallo, quando oggi l’ultimo scemarello minorenne se ne va tutti i giorni all’altro capo del mondo e per di più low cost. I miei viaggi degli anni Sessanta-Settanta: roba da vergognarsi.

UDVS: Un Dibbattito Vi Seppellirà.

Poi passo davanti alla cartoleria e vedo il Diario di una schiappa. Penso che a scrivere un diario sono buoni tutti ma per venderlo bisogna essere una schiappa. Che sono fortune che non capitano a tutti.

“ Era meglio morire leone “, pensa la pecora. “ Che “ un giorno dopo l’altro la vita se ne va “.

“ Mentre lo sbruffone arancione sparava nuove stronzate sul suo essere presidente, io venivo cavalcando il bel cazzone del mio ragazzo. È stato il modo perfetto per dire: « Si fotta Trump, e fottiamo noi due ». “ (Dal web)

Hollywood! “ (Titolo di Repubblica)

“ Se io guardo l’Europa “, dice Staino. Che è cieco come una talpa.

Quando poi sua eccellenza Davigo, “ per fare un esempio “, racconta il caso del professore universitario che otteneva favori sessuali da una studentessa, capisco che Mani Pulite non è mai finita, ma anzi giudica e condanna insieme a noi etc.

Prima di addormentarmi annoterò che il regista Michael Moore porta un cappellino da regista. E, come se non bastasse, di colore rosso. Rosso cinema, diciamo così.


ROSSORI

Sotto una foto di Bob Dylan che ha detto che non ritirerà il Nobel perché ha altri impegni scriverò la seguente didascalia: “ Chapeau! “.

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ROSSORI

Sotto la foto del cantante Ricky Martin che annuncia il suo matrimonio con l’artista siriano Iwan Josef scriverò la seguente didascalia: “ Ecco si avvera il sogno “.

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ROSSORI

Sotto la pubblicità della ditta Paoloni scriverò la seguente didascalia: “ Paoloni “.

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Venerdì 18 novembre 2016

p1128virgerché leggi Repubblica? » « Perché, tutto sommato, la trovo stupefacente ».












“ Bergamo – La Parola di Dio non va semplicemente letta, va proclamata, annunciata. Per questo è necessario che chi ha l’incarico di leggere le letture domenicali durante le Messe e ancora di più i sacerdoti siano appositamente formati, affinché il loro annuncio sia efficace e autorevole. Alcuni ragazzi del seminario vescovile di Bergamo hanno seguito un interessante percorso di lettura espressiva grazie al progetto Laiv (Laboratorio delle arti interpretative dal vivo, promosso dalla Fondazione Cariplo). Hanno quindi lavorato intensamente sulla dizione, sulla pronuncia, sulla lettura, sul portamento, sul linguaggio non verbale e sull’espressione che deve assumere colui che legge un testo davanti a un pubblico, con l’obiettivo di essere pronti, un domani, a proclamare degnamente la Parola sacra. Questi giovani seminaristi daranno prova del lavoro condotto il 19 novembre al Teatro Litta, cimentandosi con una lettura dell’Odissea, in particolare dell’episodio dell’incontro fra Ulisse e Polifemo. Ad introdurre la prova sarà Alessandro Baricco, uno scrittore che, con la Scuola Holden, in passato ha già lavorato con i sacerdoti, mettendo le arti della retorica e della lettura espressiva al servizio della loro missione. La performance sarà curata dalla regista e attrice Lisa Ferrari di Pandemonium Teatro. “ (Da Famiglia Cristiana)

Ospite di Bruno Vespa a Porta a Porta, in onda su RaiUno, per un confronto sul referendum costituzionale, Stefano Fassina, deputato di Sinistra Italiana, ha sbagliato il congiuntivo « Se si sarebbe voluto » “ (Da Repubblica.it)

E così anche il mio Amico scrive. Anche lui. In questi casi io non so fare di meglio che ripensare a un diario: “ 4 aprile 1989 – « Perché, perché, allora, si scrive? Mio dio, pur di non leggere. » (Umberto Eco, in «Il cavallo di Troia», n. 5)) Quello che voglio dire è che a leggere si finisce male. Come sono finito io. Il mio Amico, invece.

Il mio Amico scrive. Sancta simplicitas – Sabato 4 maggio 1996 – Passano gli anni, passano i decenni, passano i millenni e i comunisti sono « seri ». La gente gratta senza vincere, i giornalisti fanno i ministri, i comici fanno morire dal ridere. E i comunisti sono « seri ». Ma de che? Sancta simplicitas. [1] [1] Credo che siano le parole pronunciato da non so quale celebre eretico (Huss?) quando, già bruciando sul rogo, vide avvicinarsi una devota vecchietta con uno sterpo in mano. “.

Poi c’è Cofferati. Che si dichiara contro la “ violenza verbale “. Con quella faccia di bonzo. « Volevi dire bronzo… » No, ho detto bonzo e so quello che dico.

Ho capito che, avendo cominciato a scrivere senza mai averlo veramente fatto prima, il mio furbissimo Amico è divenuto un “ giovane scrittore “. Cioè si è iscritto al Grande Partito Mondiale dei Giovani (GPMG). Quelli che, male che vada, hanno, a differenza dei vecchi, tutta la vita davanti etc.

Ho pensato che c’è solo una cosa peggiore di un falso amico, è un amico falso.

Particolare è l’insistenza sulla vetta della classifica e sui primi due tre piazzamenti: come nel Palio di Siena, il secondo « arrivato », pur se, a rigore, si trova in ottima posizione, ne esce « purgato ». È l’altra scuola che ha vinto. “ (Dal web)

A ripensarci, quello che è successo è che mi sono lasciato distrarre. Invece di continuare a fare quello che stavo facendo. I compiti, i miei compiti.


ROSSORI

Sotto la foto di Obama a cena con Angela Merkel scriverò la seguente didascalia: “ Ultima cena “.

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Sabato 19 novembre 2016

m936virgercoledì 18 giugno 1997 – Quando mi laureai con Fortini, mi sembrò che Fortini volesse laurearsi lui. Mi sembrò strano. “. Mi sono svegliato ripensando a questo diario. A metà degli anni Settanta io avevo trent’anni, Fortini ne aveva sessanta, e, diciamo così, dovevamo ancora laurearci tutti e due, perché, tutto sommato, non l’avevamo ancora fatto. È tutto molto buffo: questa storia delle lauree. Sembra proprio che il problema sia, da quarant’anni, soltanto questo. Dico, almeno a stare ai giornali. Io, comunque, a laurearmi ci tenevo pochissimo. Quello a cui tenevo era qualcosa d’altro. Che cosa era? Ancora, francamente, non lo so. Io, comunque, sono più le cose che non voglio di quelle che voglio. A pensarci bene, io non volevo nemmeno scrivere. E infatti non ho scritto. A meno che non si voglia dire che scrivere un diario è scrivere. Ma non lo si vuole.

In fondo a Caracalla, sotto quella che fu e sarà sempre la villa di Alberto Sordi, c’è sempre un derelitto che chiede la carità. Il derelitto non è ogni volta lo stesso, cambia, seguendo un’imperscrutabile regola, un misterioso calendario, deciso da chissàchi. Quello che c’era oggi mi ha colpito perché, insieme alla barba incolta, al cappotto sdrucito, all’aria inconfondibilmente derelitta, aveva qualcosa che non avevo mai visto: non aveva le scarpe, cioè stava a piedi nudi sul lurido gelido asfalto. Dopo tanti anni che ci vivo, Roma riesce sempre a spaventarmi. Cioè a stupirmi, ma spaventosamente. Perché i suoi spettacoli sono clamorosi, ma, soprattutto, strani. Cioè esagerati, inspiegabili, buffi, fino all’orrore. Perché, che bisogno c’era, a quale scopo tanta spudoratezza, spietatezza, efferatezza?  Non bastava la miseria nerissima, la strepitosa indigenza, da terzo, da quarto, da quinto mondo. No, ci voleva il tocco di classe, la firma d’artista, il colpo di teatro, l’effetto speciale. Perché Roma è un film, un film da paura

Oggi ho comprato un libro di Tabucchi. Il libro è Si sta facendo sempre più tardi, l’ho comprato dagli zingari e l’ho pagato un euro. E comunque, se era tardi per Tabucchi, figuriamoci per me.

Quando lei, la scrittrice ebrea, torna dal lager, ben due donne si suicidano. Più “ revenir “ di così… (Partir, revenir, Lelouch, 1985)


Domenica 20 novembre 2016

q1125uando, al termine della matinée del cinema Nuovo Sacher dedicata alla proiezione del film di Mara Chiaretti Essere Rossana Rossanda, esco sulla piazza – anzi è un “ largo “, Largo Ascianghi, se non mi sbaglio -, e mi trovo di fronte, avvolta nella radiosa luce della domenica, l’alta, luminosa geometria della Casa della G.I.L. – Gioventù Italiana del Littorio -, capisco che tutto quello che è successo, che è successo a me, perlomeno, è stato qualcosa di estetico. Nel senso che, effettivamente, è stato qualcosa di bello, ma, va detto, anche di brutto, dipende, tutto sommato, dai gusti. Quando poi, parlando del film, Lei mi dice: “ Dire come dici che ti è piaciuta soprattutto la bandiera rossa di Charlot nel finale, è riduttivo “, io dico: “ È il cinema che è riduttivo, bellezza “. E, per quello che conta, credo di dire giusto.

La vita è fatta di fotogrammi “, dice Freccero. Che, a suo modo, è un uomo d’onore.

Non ho deciso, e mi chiedo se mi deciderò mai. “, dice Maurizio Ferraris, filosofo.


Lunedì 21 novembre 2016

f376virgino a una decina d’anni fa, quando non c’erano i voli low cost e internet non era l’internet di adesso, andare in Islanda richiedeva un certo impegno, bisognava essere motivati, aver passato minuti se non ore, da piccoli, a cerchiarne il perimetro col pennarello sull’atlante, fantasticando“, scrive Claudio Giunta – Islanda in autunno, sul suo sito, oppure Alcune buone ragioni per amare l’Islanda, in Internazionale. Leggo anche altre parole che suscitano la mia attenzione e che appartengono tutte alla stessa famiglia di senso: “ destinazione “, “ avventura “, “ andare “. Il tema, come si vede, è quello del “ viaggio “. Ma che cosa è un viaggio, e, soprattutto, è qualcosa che ha a che fare soprattutto con lo spazio o soprattutto con il tempo? Il testo di Giunta si conclude con una strofa di una poesia di Swinburne: “ Dal troppo amore per la vita, / da speranza e paura infine liberi, / con un breve grazie ringraziamo / gli dei, se ce ne sono, / perché nessuna vita vive per sempre; / perché i morti non risorgeranno; / perché anche il più esausto dei fiumi / trova infine la sua via verso il mare. “. E, poiché leggendolo mi sono ricordato di avere, molti anni fa, scritto qualcosa che, volendo, si può pensare che gli somigli, lo cerco, lo trovo e lo riproduco: “ La foce / Non ricordo bene. Era quel film o ero io? Comunque sì: il fiume in quel punto incontra l’altro. Là nella confluenza c’è un gran casino d’acque una battaglia. Fra spume onde spruzzi i due si affrontano. E pensare che prima sembravano grandi grossi e pacifici. Filavano via lisci e solenni. Dalla riva era bello vederli scivolare in silenzio così placidi che le acque sembravano ferme non fosse stato per qualche pezzo d’albero ogni tanto che fuggendo veloce dava improvvisa la notizia del moto. Erano due signori fiumi. Soprattutto il primo il Danubio ma quando c’è confluenza non si fanno distinzioni c’è solo un con non è come per gli affluenti dei quali si dice appunto che affluiscono si aggregano danno il loro contributo si affiliano sempre al maggiore il beneficiario il depositario del corso che solo prevede l’esito l’adempimento il gran finale quando le acque fluviali si arrendono alle massime definitive innominate dei mari. È allora che il fiume ad onta dell’essere stato importante un signor fiume ingrassato dalle rendite dei meno illustri fratelli la fa finita a pro dell’illustrissimo e salatissimo. Si getta. Anche in quel punto c’è un certo caos. Dai campi arriva il sudicione trafelato al termine della gita con il fardello dei detriti raccolti cammin facendo e dunque giallo e impataccato di robe d’ogni tipo si affaccia di botto nel largo e l’aria è cambiata il cielo si è aperto smisuratamente e gli odori non sono gli stessi della campagna e della città. La sorpresa è vivissima è anche una grande felicità perché: il mare è bellissimo. È un pensiero breve questo del signor fiume. Non l’ha ancora pensato che già si è gettato. E allora non pensa più. (Novembre 1983) “.

Comunque, io, almeno fino all’arrivo di Trump, ho sempre pensato che la cosa più orribile che avessi mai visto erano i giornalisti. E lo penso ancora. Perché non capiscono, anzi peggio: capiscono male, capiscono quello che vogliono capire loro. Per esempio, il caso De Luca. Che è un imbecille, d’accordo, ma io rimango sconvolto lo stesso quando sento come i giornalisti riescono a non capire quello che dice, perché lo dice, come lo dice, che cosa vorrebbe dire etc. Con i giornalisti, in generale, è meglio non fare gli spiritosi. Perché gli spiritosi li vogliono fare loro, soltanto loro. Ma loro hanno la penna, il microfono, la telecamera dalla parte del manico etc.

Io vorrei solo sapere chi l’ha inventata, l’Italia.

Dice quello che se vince Grillo lui entra in clandestinità. Dice che spera che l’arrestino i carabinieri. Io, che sono in clandestinità da almeno trent’anni, dico che il 25 luglio è lontano e che, comunque, la situazione è drammatica, ma, comme d’habitude, non è seria.

Nel magnifico studio nuovo del fisioterapista penso che, se lo vedo, gli voglio dire: “ Vi siete allargati, eh… “. Non che me ne importi niente, del magnifico studio nuovo del fisioterapista, è solo che mi piace citarmi, dimostrare che, per quanto mi riguarda, non c’è niente di nuovo: “ 6 gennaio 1992 – Chiedo al mozzarellaro di Sperlonga se è lo stesso di vent’anni fa. Lo è. Commento: « Vi siete allargati ». Si offende, praticamente. “.  

Nota il filosofo che il termine “ depressione” si usa sia in psicologia che in economia. Secondo lui ha a che fare con la fiducia nel futuro: quando manca c’è la depressione. Resta da capire che cos’è ‘sto futuro in cui si deve credere. E se fosse solo la percezione, necessaria, “ vitale “ del tempo? C’è chi senza tempo non può vivere. Lebenszeit.

Shirley Temple? Ebbene sì, fu più importante di Virginia Woolf “ (Fruttero & Lucentini, Heil Shirley!, in La prevalenza del cretino, 1985) 


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Martedì 22 novembre 2016

m939i guardo il culo nello specchio. Francamente non è un granché. È vecchio, è moscio. Ma anche prima… Diciamo la verità: non è mai stato un gran culo. Cerco di farmene una ragione. Ci riuscirò?










Contro la burocrazia il tributarista – romano – cita Nanni Moretti. La nuova Tradizione del Nuovo – “ 24 dicembre 1992 – Diceva « Rosenberg ».  Ma pensava « Totò ». “.

Ovvìa “, dice il sottosegretario toscano. E in studio tutti risero.

Vedendo quanti sono i giornalisti, notando che sono sempre di più, chiedendomi se non sia il caso di dire ormai che tutti sono giornalisti etc., mi rendo conto che io, essendo giornalista ma avendo deciso di non esserlo, sono davvero strano. E questo, nella desolata confusione in cui vivo, almeno, è qualcosa. Se poi dici che sono matto, per me va benissimo. Anche essere matto è meglio di niente.

Poi, su Ponte Milvio, incrocio la ragazzina con la maglietta su cui è scritto: “ Wait / What? “, mi sento touché. Perché io, effettivamente, sono uno che aspetta. Ma aspetta che? Forse soltanto di essere “ toccato “. Credo che sia successo almeno una volta… Ma forse è proprio vero che sono matto…

Poi mi viene in mente che a Roma si dice “ dare buca “, per dire di dare un appuntamento e poi non andarci. Le buche di Roma…

Poi, quando sento D’Alema che si complimenta con Severgnini perché, ogni tanto, scrive sul NYT, capisco che il comunismo è morto ma il carrierismo è vivissimo e lotta insieme a noi etc.

Facciamo così, diamoci un taglio. Diciamolo, una volta per tutte: non è vero niente. Tutto quello che hanno detto, in questi trent’anni. Che continuano a dirci, gli storytellers, gli affabulatori de noantri, i giornalisti, en somme. Affanculo affanculo tutti…


ROSSORI

Sotto la foto dello scienziato giapponese Hiroshi Ishiguro che ha realizzato una copia perfetta di se stesso scriverò la seguente didascalia: “ Du’ facc s megl che uàn “.

doppio


Mercoledì 23 novembre 2016

c1362virgome un bambino… “, diceva lei a cui avevo appena detto che scrivevo un diario. Io le spiegavo che nell’Ottocento… che i più grandi scrittori… Ma era tutto inutile. “ Come un bambino… “.











Il diario è infra-ordinario? Fa anche rima…

Come gatti fra le rovine.

Il surrealismo. « Facciamo sub… » Che è meglio? « No, è sub » Il subrealismo.

Poi vedo l’abbacchio e non resisto. E lo compro. Perché l’abbacchio mi piace. Perché io non sono l’abbacchio, l’abbacchio n’est pas moi. O no?

Poi anche oggi passa l‘uomo in bicicletta con il gatto sulle spalle. L’uomo è vecchio e il gatto è rosso. Vanno come schegge.

Non so più neanche come mi chiamo, ma voto NO… è l’unica certezza “, dice Civati. Pippo.

Perché si danno tutti del tu? Sono amici? Ma amici de che? Comunque, se lo dicono, lo saranno. Quello che mi sembra difficile è che siano amici miei. D’altronde, io non ho amici.

E i frati che fanno pubblicità al Grana Padano? Potenza della grana…

In questo tardo 2016 si vede la spottistica televisiva evolvere irresistibilmente verso la pornografia. Sia anche chiaro che io non mi meraviglio.

I medici: fanno ammalare? « Medici nel senso di film? » Anche.

Poi leggo Tabucchi: Si sta facendo sempre più tardi (2001). Penso: non ho mai conosciuto Tabucchi. Però lo leggo. Ça suffit?

Si scrivono lettere perché si è lontani o si va lontano per scrivere lettere? (Astenersi ironici)

Questa storia delle lettere è piuttosto strana. Perché si scrivono? A chi si scrivono? Appena ho cominciato a leggere il libro di Tabucchi, ho capito che quelle lettere erano state scritte per scrivere, per il piacere di scrivere, il piacere di scrivere lettere. Che è un piacere diverso dagli altri, per esempio dal piacere di raccontare. Quello che è sicuro è che per scrivere lettere bisogna volerle scrivere. Io, per esempio, non l’ho mai voluto veramente, non l’ho mai voluto abbastanza. Per esempio, quelle che scrissi alla mia piccola fidanzata di tanti anni fa. Non sapevo bene che dirle, avevo persino il dubbio di non avere da dirle niente. Credo che si capisse, credo che lei l’abbia capito. Per questo, forse, ha fatto bene a bruciarle, ammesso che sia stato per questo. In ogni caso è meglio sapere sempre perché si scrive, a chi si scrive, cioè non c’è niente di peggio che non saperlo. C’è poi da dire che per scrivere lettere bisogna non essere né troppo vicini né troppo lontani. Bisogna essere alla distanza giusta. Ma quale sarà la distanza giusta? Io comunque ho ragione di credere che la mia piccola fidanzata non le avrebbe comunque lette. Perché non era tipo da leggere lettere. E anche perché già allora non era più tempo da leggere lettere, tantomeno da scriverle. Ammesso poi che lo sia mai, almeno per quanto riguarda le fidanzate etc.


ARCHIVIO

“ 17 gennaio 1994 A scuola stavo bene. Mi piaceva ascoltare. Ascoltando imparavo, senza fare fatica. Io stavo fermo, zitto, e le voci mi entravano dentro. Entravano e lasciavano le parole, in una folla ordinata, tranquilla, variopinta. Ero bravissimo a stare fermo. Immobile, disincarnato, strano. Come un fachiro. Non sarei uscito mai da quella trance uditiva. Non ero di quelli che aspettavano solo la campanella. Ora non ricordo quasi niente di quelle voci, scomparse nel fondo di lontanissimi inverni. Ricordo solo la beatitudine. Dell’ascoltare. “.


Giovedì 24 novembre 2016

d1120ice che hanno fatto un romanzo a fumetti senza i fumetti. Io non mi meraviglio. Penso: avranno smesso di fumare… – “ 13 novembre 1982 Nel fumetto la parola è fumetto. “.











Stanotte, nel corso del mio canonico risveglio, mi è tornata in mente quella canzone: “ Senza fine, / tu trascini la nostra vita, / senza un attimo di respiro / per sognare, / per potere ricordare / ciò che abbiamo già vissuto // Senza fine, / tu sei un attimo senza fine, / non hai ieri, non hai domani / tutto è ormai nelle tue mani, /  mani grandi, mani senza fine “. Canticchiandola mi sono reso conto per la prima volta che parla di mani.

 A proposito di fumetti ricordo che tanti anni fa, ero appena arrivato a Roma, che scrissi nel mio diario: “ 13 novembre 1982 All’università di Siena un corso speciale sui fumetti. “. Io, a Roma, a aprì bocca e daje fiato, loro a Siena, senza parlare…

Poi vengo a sapere che è morto Vittorio Sermonti. Il padre dell’attore.

Fino a una decina d’anni fa, quando non c’erano i voli low cost e internet non era l’internet di adesso, andare in Islanda richiedeva un certo impegno, bisognava essere motivati, aver passato minuti se non ore, da piccoli, a cerchiarne il perimetro col pennarello sull’atlante, fantasticando. “. Più lo rileggo e più mi sembra un ottimo inizio, un longtempsjemesuiscouchédebonneheure.

Poi vedo che su LPLC c’è un articolo di Stefano Brugnolo, Davide Colussi, Sergio Zatti e Emanuele Zinato dal titolo “ La scrittura e il mondo. Teorie letterarie del Novecento “ e penso che la ragione per cui non riesco a tornare a Siena è che Siena è piena di professori.

Le loro urla anticipavano ciò che abbiamo tutti oggi davanti agli occhi. “ (Nanni Moretti parla della riedizione di Palombella rossa

Vivere in mezzo a quelli che voglio tanto bene alla mamma. Cioè che vogliono tanto male al babbo.

Continua a sembrarmi inquietante che il museo d’arte moderna di Napoli si chiami MADRE.

L’invidia del fiato.

“ Il gondoliere è un latin lover? “, domanda la bionda. “ “ Noi abbiamo una divisa “, dice il gondoliere.

Questa volta ho proprio deciso: da domani non compro più il giornale. Il giornale è Repubblica, lo è stato per quarant’anni, anche troppi, direi. L’ho sempre letto a malincuore, piuttosto spiandolo che leggendolo, volendo capire che cosa avevano in testa, di che cosa erano capaci, diciamo. Ho sempre detto che volevo vedere come andava a finire, ma, a ripensarci, era solo un modo di dire… (L’ultima cosa che avrò letto sarà un articolo di Belpoliti sulla scrittura a mano – “ Martedì 9 novembre 2004 Trovo nel diario ‘75: « La scrittura a mano: una tecnica della liberazione alla portata di tutte le borse. Dato che abbiamo tutti qualche rospo in gola, tanto vale incominciare a sputarlo. Da un bel po’ abbiamo cessato di portare maglioni dolce-vita per nascondere questo psicosomatico gozzo… ». “)

@sulromanzo ha twittato: I 10 film più importanti della storia del cinema “ (Dalla mia posta elettronica)

Siccome io sono uno che legge loro pensano che io debba leggere loro. Loro sono quelli del fesso chi legge. Ma io non ci penso nemmeno. Non sono così fesso da leggerli.

Poi sono sceso a buttare i giornali vecchi e c’era uno su un’Harley Davidson con il motore acceso, BROOM BROOM, stava lì e guardava il telefonino. Il cassonetto della carta era più che strapieno e così i giornali ho dovuto lasciarli su un mucchio di altre carte. Quando sono ripassato quello era ancora lì con il motore acceso, BROOM BROOM. Io l’ho guardato, come dire che cazzo fai, spegni il motore. Lui m’ha guardato, come dire che cazzo guardi, io faccio quello che cazzo che mi pare. Poi la notte ci ha messo una buona parola. Quando ero già lontano ho sentito che il BROOM BROOM era sparito. Meglio così.

Poi vedo l’onorevole Luigi Di Maio e penso che qualcuno, non so chi, non so come, non so quando, dovrà “ liberarci dalla politica “.

Poi dice che l’Economist dice di votare NO.

Poi dice che in Nicaragua fa un bruttissimo tempo.

Quando è in Italia vive a Roma “ (Da una biografia di Franco Moretti)

A volte ritornano “ (I giocatori in prestito) (Dalla telecronaca di Atletico Bilbao-Sassuolo)


Venerdì 25 novembre 2016

s1315e io sessant’anni fa – dico sessant’anni per fare cifra tonda – ho smesso di studiare, avrò pure avuto le mie buone ragioni per farlo. Che io sappia quali erano non ha dopotutto molta importanza. L’importante è che c’erano, l’importante è che ho smesso. In generale, quello che penso stamani, dopo una notte più orribile del solito, è che il diritto di smettere esiste, che ce l’hanno tutti, e anche io. Smettere, cioè finire, può essere altrettanto attraente che cominciare. E comunque è meglio che continuare qualcosa che non ci piace, che, come avrebbe detto il babbo, non sa di niente. (Soprattutto, direi, questa volta sono stufo di leggere. Quello che scrivono gli altri. Che, mi sembra, più leggo e più scrivono, come se scrivessero per essere letti da me. Più scrivono. e meno leggono, come se scrivessero per non leggere, ma questo si sapeva già. E comunque sono tanti, sono troppi. E io sono uno solo etc. Hai voglia a fare il distant reading… )

Dice che Astrosamantha ascoltava Sermonti dallo spazio. Dice anche questa. (Balle spaziali, n. 77234)

Dice che Giovanni Floris ha trovato il tempo per scrivere un altro romanzo. Dice anche questa. (Balle spaziali, n. 81119)

Tutto questo, comunque, finirà. Verrà il giorno in cui questi titoli, queste frasi fatte, queste sigle, questi slogan, questi nomi ci sembreranno soprattutto buffi. Ci chiederemo: come è stato possibile? E non sapremo rispondere. Chi vivrà non saprà.

Non so se è perché forse sono malato, perché forse sto per morire, ma mi sembra tutto francamente un po’ troppo strano. Strani sono innanzitutto i giornali, lo sono ogni giorno di più. Sembra che lo facciano apposta, anzi lo fanno senz’altro. Io non ho niente contro la stranezza, un tempo anzi mi piaceva parecchio. Ma c’è stranezza e stranezza, e quella dei giornali non mi piace per niente. Solo la letteratura non mi sembra mai strana. Lo strano è che, per quanto il guardo io giri, di letteratura non ne vedo neanche un po’.

Solo ora che cala la sera, che passo in mezzo alla folla che imbruna, capisco che cos’è ‘sto black friday di cui sento parlare da stamattina. È roba da bottegai, per farla corta.

Ruggisce il fango sotto i ponti rossi in Valle Tanaro, il cielo è caduto ed è un cielo d’acqua. “. E bravo il Crosetti. Ma da domani basta. Basta trippa, basta gatti.

« Il mestiere di Mangiafuoco » « Buttafuori » “ (L’Eredità, Raiuno, ore 19. 01)

Poi c’è il direttore di Repubblica che presenta il nuovo inserto e dice che sono andati a casa della Szymborska e hanno trovato le cartoline d’amore. Ma io non mi meraviglio, anche perché ho già deciso che Repubblica non la compro più etc.


Sabato 26 novembre 2016

m941i chiedo se è più notizia che è morto Fidel Castro a 90 anni, che il fotografo David Hamilton si è suicidato a 83, o che Piero Ottone, a 92, ha sospeso la sua rubrica sul Venerdì. Mah. Boh. Chissà. (Dice Ottone che c’è il tramonto dell’Occidente. D’altronde, dico io, se non tramonta, l’Occidente che Occidente è?)








Leggo, solo ora, un vecchio pezzo di Guido Vitiello – L’algoritmo di Michele Serra, ne Il Foglio del 23 novembre 2013 – nel quale si dimostra in modo piuttosto inoppugnabile che Michele Serra è un pezzo di merda. Io, che in linea di massima la penso allo stesso modo, mi sento tuttavia di affermare che il punto non è questo. Il punto è che, a differenza di molti suoi colleghi, Michele Serra lo sa. Lo sa, vorrei dire, in maniera quintessenziale, lo sa “ tecnicamente “, lo sa come sa scrivere, perché lo è in quanto uomo che scrive. In quanto satirico, in quanto comico. In questo senso è persino innocente di quello che fa. Che, come direbbe lui stesso, ha “ il culo “ di fare. Ho detto culo, non ho detto Cuore. A questo punto – al punto in cui siamo – io mi sentirei solo di aggiungere che chi di “ cuore “ ferisce etc.

Penso ancora a Michele Serra – io penso spesso a Michele Serra – e mi chiedo: perché si diventa – si diventava – comunisti? Dico se non si era un operaio, un contadino, un cinematografaro, o uno scemo, come me? La risposta è: per pura cattiveria. C’è da dire che il satirico conosce sempre la sua vittima, ma non si può dire altrettanto. Cattiveria sta per lungimiranza, furbizia, opportunismo, intelligenza: tutte le qualità che la vittima del “ cattivo “ non possiede. (Stasera dicono tutti che è finita un’epoca. Ma io penso che l’importante sarebbe dire che epoca, esattamente, è finita. La7, per esempio, per non sapere né leggere né scrivere, stasera ci fa vedere il film Havana con Robert Redford, e, presentandolo, ci fa vedere qualche bel pezzo di culo. Se vogliono dire che è quella l’epoca che è finita sbagliano, anzi mentono)

Omero… Saffo “, dice la Bonsanti presentando il suo nuovo libro dedicato alla libertà. La Bonsanti, dice il sottopanza, è una giornalista. Io, che a questo non ci avevo ancora pensato, ripenso a un diario: “ 21 ottobre 1987 Sandrina Bonsanti si rivende anche un taccuino di Gadda rimasto in tasca a i’ ssu’ babbo morto. Luxe, calme, avidité. “. Il buffo della Bonsanti, che io, non so perché, credevo più giovane di me, è che è del ’37, esattamente come la Letteratura d’i’ ssu’ babbo. Alla fine Crepet era turbato.

« Perché fai tutto questo? » « Mi piaceva la Garbo » “ (Havana, Pollack, 1990) “ « Credi che un’attrice disoccupata sia così indispensabile? » « Sì » “ (Ibid.))

“ La cinematografia è l’arma più forte “. Altrimenti detto: il cinema è un’arma. E comunque la guerra c’è.


Domenica 27 novembre 2016

q1126uando la mamma lesse – gli feci leggere – La cognizione del dolore, ci restò male. Non che la mamma non fosse in grado di comprendere che si trattava di un romanzo, che quella storia confusa e terribile non la riguardava, che quella mamma non era lei, che quel figlio non ero io, che quel dolore non si trattava di provarlo, ma solo di leggerlo, fatto sta che ci rimase male. Erano gli anni Ottanta ed era già molto tardi. Tardi per leggere Gadda, tardi per fargli il verso, tardi anche per farci una tesi di laurea, tardi per non capire che studiare Gadda era il massimo che si potesse fare, tardi per non capire che l’avevano già capito tutti. Era tardi soprattutto per scrivere, per farsi venire la pazza idea di volerlo fare etc. Erano gli anni in cui morivano tutti, in un modo o nell’altro. Fra i tanti, morì anche i’ babbo della Bonsanti. E ora, leggendo di lui in Wikipedia, quando leggo che, eletto sindaco di Firenze nel 1983, non portò a termine il suo incarico “ per la prematura scomparsa l’anno successivo “, mi meraviglio, perché nel 1984, Alessandro Bonsanti aveva ottant’anni. Ma si vede che per qualcuno non è mai tardi e per qualcun altro invece lo è sempre. Mah. Boh. Chissà.

Ero troppo solo per non amare, pazzescamente, la compagnia. (Memorie di un figlio unico)

Zucca, sbrisolona e Grana Padano battono canederli e speck: è Mantova la nuova regina della qualità della vita in Italia. Quella che è anche la Capitale della cultura 2016 scalza Trento, che dominava la classifica ininterrottamente dal 2011. È questo il risultato principale che emerge dalla ricerca di ItaliaOggi-Università La Sapienza di Roma, che disegna per altro molti cambiamenti ai piani nobili della graduatoria: nuovo ingresso sui gradini più alti del podio è Belluno, terza, in salita dall’ottava posizione. Scivolano, invece, Pordenone (da terza a quarta) e Bolzano (da seconda a ottava). “ (Dai giornali)

Ancora sulla Bonsanti. La sua apparizione sul piccolo schermo ha funzionato per me come una madeleinette, una madeleinette mediatica, dal gusto amaro, strano, un po’ disgustoso. Mi sono ricordato di quando ero giornalista, in quei terribili primi anni Ottanta. C’è un diario in cui è espresso meravigliosamente bene il mio sentimento di allora: “ 11 luglio 1988 – Il babbo dice: « Il venerabile », io dico: « Leggi troppi giornali ». “. Dove si vede che io avevo capito quello che stava succedendo, stava succedendo il giornalismo, stava succedendo Repubblica. A proposito, vengo proprio ora a sapere che la vispa Sandrina sarebbe la commare di De Benedetti – se sono così poco informato è perché negli ultimi trent’anni io non ho fatto il giornalista, ho non-fatto il giornalista… Poi penso anche che forse facevo meglio a lasciare che il babbo credesse ai suoi “ Venerabili “, che se glielo lasciavo fare magari a quest’ora sarebbe ancora vivo. “ Amicus Swann,  magis amica veritas “? [*] Mah. Boh. Chissà. [*] “ Giovedì 9 luglio 1998 – « Amicus Swann, magis amica veritas » (Marcel Proust, Lettera, in Correspondance genérale, in Gianfranco Contini, Introduzione alle « paperoles », in «Letteratura», a. 9, n. 36, 1947) “.


Lunedì 28 novembre 2016

t599utte queste cazzate… che la pittura è la “ laicorum litteratura “, la letteratura dei laici… no, la pittura è la pittura e la letteratura è la letteratura… tutte queste cazzate… Semmai si tratta di capire chi è davanti e chi è dietro, chi avanza e chi segue, chi guarda chi. Si tratta di capire che Il sorpasso è un film, e il cinema ha sempre ragione







Lazzaretti “: è una marca di biciclette. (Villaggio Olimpico, ore 11. 58)

Frasi da non dire, scrivere assolutamente più: “ buen retiro “. Peccato che l’ho inventata io, praticamente – “ Sabato 3 aprile 2009 « Buen retiro ». Se uno dice « buen retiro » è un giornalista. Non dire mai più « buen retiro ». Lo ammetto: posso avere detto anche io « buen retiro ». Quando credevo di avere diritto a un « buen retiro ». Ma ora so che, comunque, un « buen retiro » non c’è.  E comunque non c’è dicendolo. “.

Giobbe Covatta: da ucciderlo [*].[*] È una citazione, solo una citazione.

La democrazia rappresentativa non-populista si sforza di tenere insieme due elementi diversi e potenzialmente contraddittori: intercetta i desideri delle masse e li governa, rispecchia gli elettori e li trascende, sia tecnicamente (chi governa deve conoscere la logica dei processi e dei sistemi) sia eticamente (chi governa deve garantire il rispetto di valori che le masse potrebbero non rispettare). Per chi si riconosce in questa idea, accettare la mediazione significa essere qualified per governare, (qualified è un termine ricorrente nel dibattito politico americano: Hillary Clinton era qualified, Trump era unqualified), non accettarla significa essere populista. Una variante di qualified è l’unfit di due celebri titoli dell’«Economist» su Berlusconi: unfit to lead Italy (2001) e unfit to lead Europe (2003). Nel 2013 sempre l’«Economist» avrebbe appaiato Berlusconi e Grillo sotto un unico titolo riassuntivo: Send in the clowns, fate entrare i pagliacci. Da qualche tempo una parte dell’opinione pubblica preferisce i pagliacci alle mediazioni. “ (Guido Mazzoni, Il salto nel buio. Una riflessione sulla politica contemporanea, in LPLC) (“ Negli Stati Uniti lo straniero, il non-cittadino si chiama alien – una voce che riporta in vita uno dei significati di alienus “ (Ibid.)) (Il senso comune cui la destra populista si richiama nasce dall’arcaico: è l’ethos dei primi occupanti, che separa i legittimi dagli illegittimi, i normali dagli anormali, gli autoctoni dai barbari. Il gruppo dei primi occupanti trasforma la propria identità nel corso del tempo, includendo gruppi di secondi occupanti radicati, o mostrandosi più tollerante verso identità di genere e comportamenti che fino a qualche anno fa avrebbero portato all’esclusione, ma non viene mai meno l’asimmetria fra chi viene-prima e chi viene-dopo. “ (Ibid.))

“ Il titolo, programmatico, è « Io sono autarchico ». “, dice Paolo di Paolo, quello di Robinson. Continuiamo così, facciamoci del male, dico io. Che, per non sapere né leggere né scrivere, ho smesso di comprare Repubblica. (P.s. Effettivamente era solo un refuso. Ma figlio di Nanni Moretti ci sarà lui)

Nulla di più impressionante di quando nella vita ci si vede venire incontro d’un tratto nella stessa forma ed aspetto, quasi un fantasma, ciò che si era creduto da un pezzo morto e seppellito. “ (Stefan Zweig, Il mondo di ieri, cit.)

Potrei anche dire che chi di “ rancura “ ferisce… Ma che lo dico a fa’?

Poi vedo Renzi che “ duetta “ con Del Debbio. E penso che ci sono i toscani furbi e anche i toscani scemi. Come me, tanto per capirsi.


Martedì 29 novembre 2016

t600rentatré anni fa – ma fra poco sono trentaquattro – io feci un viaggio, l’ultimo che ho fatto. Non viaggiavo “ per diporto “, viaggiavo per andare, per non stare fermo. Viaggiavo per tirare a indovinare, per vedere se avevo fortuna, se gli dei mi erano propizi. Viaggiavo per incontrare, viaggiavo per riconoscere, viaggiavo per sorprendermi. Viaggiavo per avere paura, un po’, la paura di allontanarmi troppo, di non riuscire più a tornare, di non sapere più dove ero. Viaggiavo per seguire una traccia, una specie di voce, fra me e me. Viaggiavo per farmi cullare, dai treni, dalle navi, viaggiavo per essere portato, per sentirmi abbracciato. Viaggiavo per dormire, viaggiavo per sognare, ad occhi perfettamente aperti. Viaggiavo per leggere, insomma. Viaggiavo per fare qualcosa di strano, per essere strano, perché mi sentivo strano. Viaggiavo per sapere qualcosa della stranezza, qualcosa di più di quello che sapevo. Viaggiavo per provare nostalgia, viaggiavo per provare qualcosa. Viaggiavo per mancare, a qualcuno, a qualcosa, viaggiavo per essere rimpianto, per essere desiderato. Viaggiavo per stupirmi, viaggiavo per stupire, per fare qualcosa come una performance, un record. Viaggiavo per vincere, per non ammettere che avevo perso tutto. Viaggiavo per divertirmi, per essere contento, come ero prima, quando non viaggiavo, quando stavo bene dov’ero. Viaggiavo per consolarmi, per festeggiarmi, nella mia solitudine. Tutto questo per dire che un giorno di gennaio del 1983 ho preso un treno e, per l’ennesima volta, sono sceso a Sud… Ieri ho letto un articolo di un giovane brillante in cui il giovane brillante parlava malissimo di Celati. Io, che di Celati non ho mai pensato bene, leggendolo mi sono tuttavia sentito un po’ triste. Sarà perché sono vecchio, e, come un vecchio penso: come passa la gloria del mondo… Uno come Celati, appena meridianato e già rottamato… Le Dams, i cavalier, l’arme, gli amori… Poi trovo un diario che c’entra con Celati e c’entra anche con il viaggiare: “ Venerdì 8 aprile 2011 Ripenso a Celati. Penso che si viaggia per tornare. Quando non si viaggia più è perché non si spera più di tornare. “. Amèn. (Viaggiavo perché da un po’ di tempo facevo il giornalista, ma farlo non mi piaceva. Mi sembrava di essere caduto, dalla padella di prima, in una brace rovente e disgustosa. Non mi piacevano soprattutto i colleghi, cioè i giornalisti come me – come me? -, quelli che non si capiva da dove venissero, che sgomitavano per scrivere, che avevano tutti il mutuo, che sapevano tutto di tutto, ma secondo me non sapevano niente. Che si sarebbero venduti la mamma, che viaggiavano ma per andare a puttane, che soprattutto gli piaceva sbafare, che prima facevano il vigile urbano, che, soprattutto, copiavano, dove ci fosse da copiare, e anche dove non c’era. Viaggiavo perché ero spaventato a morte, perché non capivo dove fossi finito, quando fossi finito. Viaggiavo perché non ero arrivato da nessuna parte, perché quell’orribile luogo era una specie di terra di nessuno, perché avere a che fare con nessuno non era per niente bello. Per non parlare di questa città… )

Sguardo angelico, aria addolcita anche dall’ottavo mese di gravidanza (sarà femmina), risposta pronta e letale, Falcone in realtà è una specie di panzer. Nove pagine di curriculum, tra dottorati in bioetica e diritti a Lecce e soggiorni studio a Madrid e collaborazioni con RomaTre, si occupa da vent’anni di referendum e riforme costituzionali, dal Titolo V in poi: ora coordina il gruppo degli avvocati anti-Italicum, ma ha contribuito a scrivere anche i ricorsi che hanno fatto a pezzi il Porcellum, c’era anche lei quando si trattò di affossare la riforma della Carta targata Berlusconi. Una delle sue prime esperienze post universitarie fu una consulenza a Marco Taradash sulla procreazione assistita. Tutt’altro che nuova alla politica, complessivamente. “ (Dai giornali)

A proposito di Celati: “ Lunedì 23 dicembre 1996 Celati ci parla del narrare (Le posizioni narrative rispetto all’altro, in «Nuova corrente», n. 117, 1996) e dice che narrare è sempre narrare a un altro. Ci parla della voce, dell’orecchio, della « mobilità affettiva infinita » da cui può nascere l’immaginazione del narratore. Si intravedono luoghi, persone, stagioni: il suo mondo. Un mondo dove, a quanto pare, si dice ancora « di buzzo buono », un mondo all’antica, un mondo contadino, direi che è la Bassa, quella di Guccini, o di Guareschi, o di Zavattini, o di Verdi, o di Fellini, o di Mussolini, o di Callisto Tanzi. Forse per questo Celati, anche se sono d’accordo con lui, non mi piace tanto. “.

Ho pensato che prima di parlare di letteratura bisogna sciacquarsi la bocca. Anzi, bisogna sciacquarsi la bocca senz’altro.

A proposito di Celati: “ Giovedì 7 aprile 2011 Celati ha letto Proust a cinquant’anni. Io, che l’ho letto a trenta, penso che non è mai troppo tardi, anzi, che lo è sempre. Oppure troppo presto. Come Ferraris, che, dice, l’ha letto a quindicianni. Mah. Boh. “.


Mercoledì 30 novembre 2016

c1354virgrozza “: sarà un nome d’arte? “ Vitti na crozza sopra nu cannuni “…












Leggo il Venerdì di Repubblica: “ E pure “. Il Gruppo Repubblica-L’Espresso parla romano ma non lo sa. Bocca romana.

“ Gli attoroni “, diceva il babbo. Che era di Roma.

Io non credo nei complotti “, dice Salvatore Settis, complottattore. « Volevi dire complottatore… » No, volevo dire che è un film.

Si riproduce l’antica contesa fra apocalittici e integrati “, dice Bertinotti, cavaliere antiquo.

Laddove ti aspetteresti di leggere, in alto, sul muro, una lapide, ora è stato deciso di scrivere i nomi dei deportati romani della Shoah su certe mattonelline di bronzo dorato sul marciapiede davanti alle case dove abitavano. Le vittime: in basso.

Ci fanno vedere i poveri. E così si arricchiscono. Neorealismo for ever.

La cosa buffa è che oggi, fra i miei venticinque lettori – sono sempre molto meno -, c’è un islandese. (Dedicato a Claudio Giunta)


ROSSORI

Sotto una foto della lunghissima fila dei cubani che vanno a rendere omaggio alla salma di Fidel Castro scriverò la seguente didascalia: “ Liberté Egalité Fidelité “.

fila.jpg


Giovedì 1 dicembre 2016

p1129virgerché nelle prime foto d’epoca nessuno mai rideva? Dalla scarsa igiene orale ai lunghi tempi di posa, ecco perché negli scatti della seconda metà dell’800 troviamo volti quasi sempre imbronciati e seri. “ (Da Repubblica.it) [*] [*] Al Gruppo Repubblica-L’Espresso sono completamente pazzi. Cfr. il diario che dice: “ Senza data [1980] quando è iniziata questa radiosa america dei volti spalancati pieni d’occhi e di denti bianchi. sorriso totale e danza. luci di scena. immenso cinema. Uffa. “.





Vola Colombia “ (Titolo di “D”)

Siamo tutti e tre di Napoli “ (Da un ddibbattito)

Dice che il presidente del tribunale di Bologna ha detto che chi vota SI è un repubblichino. « Nel senso che legge Repubblica? » Peut-être.

Il referendum 2016 ovvero il “ primato della politica “. Vedi: Guinness dei primati. Il primato della politica: io sono arrivato ultimo (mi sono ritirato a metà gara).

Simme ‘e Napule, paisà / Romanzo.

L’audience: da turarsi gli orecchi.

Poi esco e vado alla stazione. E chi ti vedo? Enrico Rossi, governatore della Toscana. Il buffo è che, prima di uscire, l’avevo lasciato in tv. Mi è sembrato strano, dico vederlo in carne e ossa, dico la carne, dico le ossa.

NDSL – Nulla Dies Sine Linea.

Dice che l’ultimo libro di Carofiglio sta “ spopolando “. Dice proprio così.

Diventando come è diventato regista, Michele Santoro dimostra di pensare anche lui che la cinematografia è l’arma più forte.

La guerra asimmetrica: è quella che le donne hanno dichiarato agli uomini. Altro che Isis…

Io non dovrei mai dimenticarmi che io non c’entro niente, io sono assolutamente trapassato, io scrivo da un assoluto oltretomba.


Venerdì 2 dicembre 2016

q1127uando è morto il babbo, quando sono rimasto solo con mia madre, ho capito che non potevo restarci. Anzi, diciamo meglio: non potevo stare con nessuna donna. Casomai erano le donne che volevano stare con me: per accusarmi, per tormentarmi, per chiedermi qualcosa che non capivo che cosa fosse. Era andata così, in questo strano, spaventoso modo. Tutto quello che volevo era capire perché. Sono passati molti anni, ma non posso dire di esserci veramente riuscito.






Sceicchi, spie… quel che conta è il servizio “ (Titolo di un articolo sugli alberghi, nel Venerdì)

La violenza verbale del premier “, dice la post-sindacalista fascista.

“ Addavenì Archita [*] “, dice il presidente dell’Associazione genitori tarantini. [*] Archita di Taranto, 428 a.C. – 360 a.C.

Dice che D’Alema ha detto: “ La Madonna è con noi “. Mit uns?

“ Secondo me, c’è qualcosa sotto “, pensò il Basso. Che aveva avvistato l’Infimo.

Vedo dalla terrazza la ragazza che corre – un bel corpicino, una falcata elegante. Poi arriva anche lui, il ragazzo barbuto, che però si ferma, ansando. Penso: è buffo, c’è ancora chi corre dietro alle donne. Ma poi si ferma, per la stanchezza, per la buffezza.

Ho seguìto con mente aperta, credo, i primi passi del Movimento 5 Stelle, e ne ho scritto su Internazionale. Ma nei tre anni successivi a quell’articolo ciò che i membri del Movimento hanno detto, scritto e fatto mi ha prima sorpreso, poi irritato, e ora francamente mi spaventa (un sentimento che non credevo di poter provare, nella mia vita di italiano: paura della seconda forza politica del mio Paese). Ora penso che il Movimento 5 Stelle – nel suo complesso, cioè prescindendo dalla buona fede e dal disinteresse di molti suoi militanti – sia stato e sia una sciagura non solo per la vita politica italiana ma per la vita italiana tout court. “, dice l’ottimo Claudio Giunta.

Scena clou che viene girata oggi, viene spiegato dagli addetti ai lavori, è quella del cappio che il deputato della Lega Luca Leoni Orsenigo sventolò in aula alla Camera il 16 marzo 1993, durante gli scandali di Tangentopoli, alludendo alle forche per i politici corrotti. Anche il cappio sarà una riproduzione. Quello originale, si trova invece in casa del capo dei commessi della Camera, il sig. Ferretti, come aveva svelato lui stesso di recente in un’intervista a un settimanale. “ (Dai giornali)

Devo ammettere che mi ha molto colpito la notizia che il giornalista Francesco Merlo si è dimesso dal cda della Rai – dove percepiva un appannaggio di euro 240mila. Escludendo ragioni strane come la nobiltà d’animo o simili, per spiegarsi questa decisione si può solo pensare a qualche oscura manovra che io non sono in grado nemmeno di immaginare oppure alla circostanza difficilmente dimostrabile che la Rai è troppo anche per un giornalista. Oppure niente: tenersi lo stupore e basta, del resto io ci sono abituato etc.

La rumba cubana è stata dichiarata dall’Unesco « Patrimonio culturale immateriale dell’Umanità ». La decisione è stata assunta dal Comitato intergovernativo nel corso della riunione tenuta ad Addis Abeba. La motivazione è che la rumba cubana è « una manifestazione di autostima e resistenza » che contribuisce alla formazione della identità nazionale. “ (Dai giornali)


ARCHIVIO

“ 21 aprile 1978 – Che perdo il pelo ma non il vizio / che anno è l’anno che sale / il vizio di salire lo scatto che / ti perde ma ora è dolce questa / montagna distesa in falsopiano. “.


ROSSORI

Sotto una foto di Francois Hollande che  ha l’aria di andarsene scriverò la seguente didascalia: “ Frexit “.

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Sabato 3 dicembre 2016

a1488 scuola c’erano quelli che scrivevano troppo e quelli che scrivevano troppo poco. Quelli che scrivevano troppo riempivano pagine e pagine, e, ciononostante, prendevano brutti voti. Quelli che scrivevano troppo poco restavano imbambolati davanti al foglio bianco senza riuscire a scrivere quasi niente, poi, alla fine, consegnavano, rassegnati al loro triste destino. Io, non so come, riuscivo a scrivere sempre quello che andava scritto, né troppo né poco, e, soprattutto, a scriverlo bene. Infatti, poi, venivo immancabilmente premiato. Io, chissà perché, ero quello che sapeva scrivere.



Quando scopro che Magrelli ha scoperto, a partire dalla notizia di una mostra al Goethe Institut dei “ ritrovamenti “ di un collezionista di vecchie carte, i mercatini di libri vecchi – “ Il cacciatore di tesori nascosti al mercatino “, in La Repubblica, oggi -, io, fra i moltissimi a cui potrei ripensare, ripenso a un diario: “ 8 febbraio 1988 Il Bibliofilo, rivista per vendere libri usati a prezzi carissimi è di Berlusca. “. (Intendiamoci bene: la notizia non è tanto che c’è un commercio dei libri vecchi etc., quanto, e soprattutto, che c’è un commercio delle notizie sul commercio dei libri vecchi etc.).

Il caso del medico killer di Saronno getta un’ombra di dubbio sulla professione medica. Io, comunque, ripenso a un diario: “ Senza data [1975] – se questo guarire somiglia / a un cadere ammalati / non c’è ragione di preoccuparsi / dei medici che non ci sono. “.


ARCHIVIO

“ Un diario che non è un diario – Blanchot (1959) è acido e liquidatorio: « C’è, nel diario, la felice compensazione reciproca di una duplice nullità. Chi non fa niente della sua vita, scrive che non fa niente, e così si trova di fronte ugualmente a qualcosa di fatto. Chi non scrive perché si lascia sviare dalle futilità della giornata, si volge a questi niente per raccontarli, denunciarli o compiacervisi, e la giornata è riempita. È la “ meditazione dello zero su se stesso “ di cui spavaldamente parla Amiel »; al contrario, Musil (1904) è possibilista e depresso: « Diari? Un segno del tempo. Diari se ne pubblicano tanti. È la forma più comoda, più indisciplinata. Bene. Forse si finirà con lo scrivere soltanto diari, perché si trova insopportabile tutto il resto. Ma poi a che scopo generalizzare? È l’analisi stessa; – né più né meno. Non è arte. Non deve esserlo. A che serve parlarne tanto? ». E oggi? Ha ancora senso parlarne, c’è, aperta da qualche parte, una « questione-diario »? Si direbbe proprio di no. Chi scrive più diari? Non diciamo i monumentali celeberrimi Journal di Gide, di Du Bos o di Green, che cinquant’anni fa ebbero la stessa « fortuna » delle opere letterarie più famose, ma anche « diari politici », come quello di Ciano o quello del « Che », oppure « notturni », come quello di Flaiano, « romani », come quello di Brancati. Pavese è morto mezzo secolo fa, e sfidiamo chiunque a trovare ancora una fanciulla più o meno bennata che abbia un quadernetto segreto su cui tracciare le linee incerte della cronaca intima. A maggior ragione lascia sinceramente stupefatti l’uscita di un libro come questo La visione del mondo / Diario 1973-1983, per l’editrice Colibrì di Avezzano, voluminoso, imbarazzante, quasi maniacale esempio del ritorno di una maniera che credevamo morta e sepolta. L’autore, Adriano Barra, è sconosciuto. Anzi, era. Dalla breve nota di introduzione risulta infatti scomparso nel 1983, non si dice però a quale età. Nemmeno ci vengono forniti lumi su quale fosse l’attività del Barra, personaggio eccentrico quant’altri mai se si sta a questa Visione, destinato sicurissimamente a restare sconosciuto, o conosciuto esclusivamente per quest’opera, della quale già sappiamo che sarà la sola della sua misteriosa carriera. Un diario? I diari sono molti più d’uno, anzi moltissimi. La verità è che le quattrocento e passa pagine del libro consistono di una strepitosa mole di brani di diario, testi buffi o curiosi, lacerti, brandelli, lampi di diario. Si va dal diario della dama di corte giapponese del decimo secolo a quello del bambino della campagna toscana del secondo dopoguerra, dalle note eleganti del londinese James Boswell, agli appunti « azzurri » del milanese Carlo Dossi, agli scritti in trincea, in prigione, in campo di concentramento, in clinica. Diari in campagna e in città, in segreto e in pubblico, in giovinezza e in vecchiaia; di donne, di uomini, di bambini, di oggetti (c’è anche il Diario di un diario). Diari « americani », « pisani », « africani ». Dai diari « falsi », che sono in realtà romanzi, ai testi strappati in mattine che supponiamo livide alla carta ruvida dei quotidiani. Dal diario di Cavour al giornale (ino) di Gian Burrasca. Dal diario di Trotskij esiliato in Messico a quello di Giovanni Pibiri, carabiniere in Africa. E poi ci sono i parenti: le figlie di Hugo e di D’Annunzio, la sorella di Wordsworth e la sorella di James, il fratello di Svevo e quello di Malaparte. Ci sono i diari di tutti: da Hawthorne a Rilke, da Burroughs a Thovez, a Gavazzeni, a Dalì, Dos Passos, Kierkegaard, Sterne, Stuparich, Larbaud, Landolfi, Michelet, Hegel, Hebbel, Linati, Constant, Von Hofmannstahl, Morselli, Morante, Apollinaire, Benny Lai, Nenni, Nin (Anaïs)… Fino al diario, sempre evocato ma forse mai veramente letto, dell’adolescente ebrea olandese Anna Frank. E’ una sorta di assemblea plenaria degli scrittori del giorno-per-giorno, un giudizio universale dei diaristi, un coro di voci minime (o massime in tono minimo), un’adunata di gente che, nelle maggior parte dei casi, se c’era, ormai non c’è più. A cominciare dall’autore di questo libro che chiamare « strano » è poco, questo ipotetico Adriano Barra, che fra mezzo a una tale pletora di spunti, note, schizzi, frammenti, giorno-per-giorno trova il tempo di scrivere anche lui il suo diario, le sue note, i suoi frammenti. La sua voce è un misto di ironia e di amarezza. « Scrivo nei ritagli di tempo. – dice Barra – Ormai il tempo per me è sempre a ritagli. » Malinconico ma anche loquace, sia pure per interposta persona, l’autore tenta di trascinarci lungo quattrocento pagine di scrittura fitta e assolutamente priva di contenuto, ma raramente, va detto, noiosa. L’euforia e la solitudine: sono questi i due numi tutelari dell’opera di Barra che, pare, per nulla al mondo rinuncerebbe alla divina facoltà dell’ascoltare. C’è un testo che può essere illuminante. Scrive Barra alla data 9 aprile 1974: « A scuola stavo bene. Mi piaceva ascoltare. Ascoltando imparavo, senza fare fatica. Io stavo fermo, zitto, e le voci mi entravano dentro. Entravano e lasciavano le parole, in una folla ordinata, tranquilla, variopinta. Ero bravissimo a stare fermo. Immobile, disincarnato, strano. Come un fachiro. Non sarei uscito mai da quella trance uditiva. Non ero di quelli che aspettavano solo la campanella. Ora non ricordo quasi niente di quelle voci, scomparse nel fondo di lontanissimi inverni. Ricordo solo la beatitudine. Dell’ascoltare. ». Dunque la Visione può essere letta anche come uno stralunato Temps retrouvé; e, proseguendo nella traiettoria proustiana, non dobbiamo chiederci se siamo di fronte a un intrattenimento favoloso e necessario, qualcosa come I mille e un diario? Dunque Barra è soprattutto un ascoltatore, un « auditore » indomito che non arretra di fronte all’enormità dell’universo del Rumore. Il suo diario vuole esserne la registrazione fedele, la « santificazione », forse, se è vero che l’esercizio dell’ascolto – che si realizza nella trascrizione – emancipa i testi dalla loro finitezza e occasionalità componendoli in una « forma » che è mosaico, affresco, collage, patchwork. (Un « ascolto » che ogni volta si organizza intorno a un centro di gravità, un occhio magnetico, un punto di attrazione: una parola, una sola, che Barra scrive in neretto, e che in una nota viene, con discutibile audacia, assimilata al punctum del Barthes osservatore di fotografie). Quando non copia i diari degli altri – « amanuense elettronico », così si presenta – Barra, l’abbiamo detto, scrive il suo. « Scrive »? sarebbe meglio dire: « copia ». C’è, sembra, da qualche parte una voce, irriconoscibile come sua, che, emergendo da un silenzio abissale – il silenzio di un taciturno, ma anche il silenzio di un dormiente (di un morto?) – parla, anzi emette proposizioni fatte anche di una sola parola, o che di una sola parola vogliono essere l’irradiazione, l’alone. Barra l’ascolta e la trascrive fedelmente, sempre perplesso, sempre fra invisibili virgolette. Forse a Adriano Barra è capitata una metamorfosi inedita: un giorno si è svegliato e non aveva più la voce. Così, per parlare – perché lui voleva parlare – ha deciso di farlo con la voce di un altro, anzi di molti altri. Si è fatto ventriloquo, insomma. Che cosa spinge questo insolito grafomane – insolito per lo meno nei modi – in questa  affannosa, ossessiva raccolta di brani di diario? Perché dopotutto siamo di fronte a un collezionista, a una di quelle figure, stravaganti e comuni, di posseduti da un daimon, di soggiogati da una idée fixe, inchiodati alla ripetizione-accumulazione. Scrive Barra: « La visione del mondo può essere letta come una serie di inizi, un elenco di risvegli. ». È vero: ognuno dei frammenti di diario rappresenta un inizio possibile per una storia che non è stata narrata ma potrebbe ancora esserlo. Uno spunto, un avvio, la cui prosecuzione è per intanto affidata al lettore. Il diario è sempre il diario di uno scrittore, anzi di un narratore, anche quando questo non sa di esserlo? Facile a questo punto mettere il naso nell’imponente magazzino della teoria letteraria, al comparto « narrabilità », evocare il Calvino di Se una notte d’inverno un viaggiatore o il Perec de La vie mode d’emploi. Ma evitiamo di far dire al Barra quello che certamente non poteva dire. Lasciamolo lì, in mezzo ai suoi diari, elucubrante, meditabondo, attento e stupefatto, laconico e ciarliero. Fotografiamolo un’ultima volta mentre « spavaldo », come un ipnotizzato o un sonnambulo, procede fra queste macerie nate macerie, marcia in questo illimitato animatissimo niente, naviga in questo « mar dei Sargassi » (cfr. Gadda, Giornale di guerra e di prigionia, citato a pag. 156) della letteratura diaristica, fisso a una allucinata, paradossale visione del vivere come scrivere, e dello scrivere come scrivere giorno-per-giorno. Ne risulta un’impressione di colossale liberatorio silenzio: comico. Che forse è esattamente quello che l’autore voleva. // Ndr. La visione del mondo non esiste. Tantomeno l’editore Colibrì di Avezzano. Così come non è mai esistito Adriano Barra. Fino a prova contraria. (1994) “.


Domenica 4 dicembre 2016

c1355virgolpiscono la dispersione e incuria di tesori reali e splendori e segni di civiltà e cultura: in quasi tutti i casi riguardano oggetti anche di alto valore monetario sul mercato, cosa che rende ancora più fantastico e assurdo il loro recupero in mercatini o magazzini di scarico. “ (Dalla presentazione della mostra “ Costellazioni 1 “ alla Casa di Goethe in Roma)








Il culo della moglie di Trump. Vedi: il culo della moglie di Obama. La continuità, en somme.

Poi sono uscito e uscendo mi sono messo il cappello. È una specie di borsalino, in versione un po’ country, diciamo così. Mi sta anche bene, ma, a dirla tutta, quando ce l’ho io mi sento un po’ strano. A parte che poi a Roma non fa mai freddo e comunque, io, che sono alto, con il cappello in testa lo divento anche troppo. Ci sono stati periodi in cui il cappello l’ho portato volentieri, altri in cui l’ho portato anche troppo. Ho portato anche un grande basco, tipo brigate internazionali, oppure brigate nere, certe volte mi chiedo anche questo. Ho portato cappelli che erano come elmetti, come se ci fosse la guerra, e forse la guerra c’era, anzi, c’è. Da un po’ di anni lo porto d’estate, per non diventare troppo rosso. In generale, però, io, ormai, sto bene soprattutto senza, a testa scoperta, come se fossi convinto di non rischiare niente. Preferisco guardare i cappelli degli altri, diciamo così. Poi mi ricordo che ho visto in tv il giovane Diego Fusaro. Ho pensato che l’ideologia è come il cappello, nel senso che ci sono ideologie a forma di cappello. Nel senso che servono a coprirsi. Nel senso che c’è chi si sente bene solo se ce l’hanno in testa etc.

Quelli che tengono i soldi nella pinzetta. Che così si vedono.

Per via del nome dal suono esotico, una parte del pubblico italiano ha a lungo creduto che Gorni Kramer fosse straniero, o che quello fosse solo uno pseudonimo di fantasia. In realtà il maestro si chiamava proprio così all’anagrafe: Gorni era il cognome, e Francesco Kramer erano i nomi, quest’ultimo scelto dal padre in omaggio al ciclista Frank Kramer, campione del mondo su pista nel 1912. Semplicemente invertendo nome e cognome, Kramer Gorni diventò Gorni Kramer. “ (Da Wikipedia)

Quando vedo qualcuno che corre, se ne vedono tanti, ormai, io ripenso a un diario: “ 23 luglio 1984 – Beniamino Placido scrive sulla morte dell’inventore del jogging: « Non sanno che rischi corrono, correndo. » “.  Penso che ora so qual è il rischio che corrono quei corridori: è quello di non accorgersi che, mentre loro corrono, c’è chi sta fermo. E si organizza, ben bene, per andargli, con rispetto parlando, nel culo.

Sono sicuro che c’è chi è già pronto a scriverlo: “ Renxit “. E si frega le mani della trovata.

Il cool, come direbbero gli inglesi. “ (Dalla radio)

Abbiamo un problema coi media. Diciamolo. “ (Dal web)

Sartre, Garcia Marquez, Bolaño, Tolstoj, l’intera Recherche di Marcel Proust: al boss piacciono i classici. “ (Dai giornali)

“ Helsinki – Torna il terrore dei killer a sorpresa nel Grande Nord, l’area del mondo a più basso tasso di criminalità. E torna con una strage di donne. Tre signore, la presidente cinquantenne del consiglio comunale di Imatra, Tiina Wilén-Jappinen, socialdemocratica, e due giornaliste, una trentenne l’altra sui cinquanta, sono state assassinate da un uomo solo, un pregiudicato 23enne, identificato da diversi media finlandesi come Jori Lasonen, all’entrata di un ristorante nel quartiere della vita notturna della cittadina meridionale di 28mila abitanti a circa 230 chilometri dalla capitale Helsinki e non lontano dal confine russo. “ (Dai giornali)

Ore 23. 02: l’hanno detto: “ È la Renxit “. L’ha detto Marcello Sorgi, giornalista della Stampa – è la stampa, bellezza.

Il popolo è populista? Mi sa tanto di sì.

Accozzaglia 1 – Renzi 0 “ (Da un ddibbattito)

Il quattrodicembre… altro che ottosettembre.


ROSSORI

Sotto la foto del professor Zagrebelsky che suona insieme con il violoncellista Brunello scriverò la seguente didascalia: “ Concertino [*] / al chiar di luna sotto il balconcino “.

concertino

[*] Quartetto Cetra, 1959.


Lunedì 5 dicembre 2016

n1096virgvirgon credevo mi odiassero così tanto » “ (Dai giornali)













Il NO trionfa, la Costituzione è salva “ (Titolo del Fatto)

Notava ieri sera il dottor Cazzullo che Renzi ha anche “ citato “ Padre Cristoforo: “ Verrà il giorno… “. Il fatto lo faceva molto ridere. Effettivamente…

Poi è arrivata una del 5Stelle: “ Il Dna politico… “. Ma io avevo, per così dire, già scopato abbastanza [*], e sono andato, per così dire, a dormire[*] “ Domenica 23 febbraio 1997 – [S]e dico « scopare », mi viene in mente la barzelletta di quel gattino che insiste ad andare con i gatti più grandi che gli hanno detto che vanno a scopare e arrivano sotto una casa e si mettono tutti, gattino compreso, a miagolare: « Vogliamo scopare… vogliamo scopare… » e allora si apre una finestra e tirano di sotto  una pentola che casca in testa al gattino che sviene ma poi si rialza e ricominciano tutti, in prima fila il gattino: « Vogliamo scopare… vogliamo scopare… » e la finestra si apre di nuovo e tirano di sotto una sedia e anche stavolta se la prende in testa il povero micio e però riattaccano – anche il gattino – come se niente fosse: « Vogliamo scopare… vogliamo scopare… » e dalla solita finestra scagliano giù un frigorifero che spiaccica il gattino sull’asfalto che però non muore ma esce da sotto come in un cartone animato e dice, con la sua vocina di gattino: « Sentite, io vado a casa, per stasera ho scopato abbastanza », il che dimostra che quando si parla di scopare bisogna sapere esattamente di che si parla) ”.

Bello ciao “ (Titolo del Manifesto)

Il sinedrio “ (Da un ddibbattito)

Poi, tanto per “ manzoniare “ ancora un po’, penso che la rancura è come il coraggio: se uno non ce l’ha, non se lo può dare… (Dedicato a Romano Luperini)

Dicevo a Renzi che ce l’aveva quasi fatta, che c’era mancato pochissimo a farcela, che avrebbe dovuto studiare un po’ di più da socialista (Un sogno)

È meraviglioso che per pochi centesimi ogni americano possa entrare in un cinema e vedere il sorriso di una bimba che gli ridarà la forza di andare avanti. “ (Franklin Delano Roosevelt a proposito di Shirley Temple)

Dice che Renzi odiava la democrazia. Io ripenso a un diario: “ 13 luglio 1988 – L’odio per la democrazia. Povero scemo, la democrazia odiava te. “.

La Costituzione non può essere alla mercé della maggioranza del momento “, dice Baffino. Arricciandosi i baffi.

Stava lì, con una pancia così “ (Anna Falcone, presidente del comitato per il NO)

Quasi quarant’anni a Roma. Che è successo? Niente, niente di bello. Dentisti, ospedali, supermarket, giornali. E la tv: tutti i giorni. E poi, tutti i giorni, il diario, fra me e me. Chiamala vita.

“ Tenere la bocca chiusa “… Ripenso a quel primo diario di tanti anni fa. Perché oggi tengo la bocca chiusa, perché mi hanno estratto due denti, perché sanguino, perché, al massimo, potrò mangiare un gelato. A me, comunque, stare con la bocca chiusa non costa nessuna fatica. È anche per questo che non ho fatto il giornalista – “ 29 giugno 1994 « La stampa giornalistica è una bocca costretta ad essere sempre aperta e a parlare sempre. Quindi accade che essa dica mille volte più di quanto abbia a dire, e che sovente essa divaghi e straparli. Ugualmente accadrebbe di un oratore, fosse Demostene, costretto a parlare senza interruzione tutto l’anno. » (Alfred De Vigny, Diario di un poeta, 1834) “.

Dice che che i consiglieri del Cnel hanno fatto un trenino è falso. Ma Pancho Pardi che brindava con lo champagne l’ho visto io coi miei occhi.

“ Giù le mani dalla Costituzione “.  In che senso? « In che senso mani? » No, in che senso Costituzione.

E buona mostra “ (Da un ddibbattito)

Poi vedo lo “ speciale “ di Enrico Mentana sulla crisi di governo e penso che avevo assolutamente ragione quando scrissi: “ 4 maggio 1988 – Parlando delle Mille e una notte, Beniamino Placido spiega come l’arte fabulatoria sia quella del guadagnare tempo. Si potrebbe anche dire: del farne perdere. (La Sherezade del nostro tempo sono i media: Beniamino Placido, tanto per fare un esempio) “.

Poi penso che non c’è niente di peggio che saper fare qualcosa, perché bisogna non saper fare niente, cioè saper fare la politica, oppure il giornalismo, che è quasi la stessa cosa.

Dice che alla libreria piccola ci sono stati i ladri. Dice che hanno rotto una vetrina e hanno preso un po’ di soldi. Dice che i libri non li hanno nemmeno toccati.

La voce, orribile, di Vittorio Zucconi. “ È la recherche del Renzi perduto “, dice.

La verità è che, da quasi trent’anni , l’Italia non è più una repubblica ma una monarchia. Nel senso che è fondata sul regicidio. Nel senso della voglia matta di uccidere un re.


Martedì 6 dicembre 2016

i1995o me ne sono andato. E poi sono tornato. E poi sono andato via un’altra volta. Ho sbagliato? Forse. Ma forse no. Ieri sera hanno fatto vedere Renzi a Scalea che invitava gli scaleani ad “ alzarsi “. Ma quelli non hanno nessuna intenzione di alzarsi, di cambiare posizione, di muoversi, di fare alcunché. Come tutti, del resto. Come me, dopotutto. Quando stavo bene dov’ero. Quando non mi ero ancora mosso… “ Mosso “: come si dice di una fotografia venuta male. “ Fermo “: come una fotografia venuta bene, come una fotografia…




Sarebbe bastato portare le telecamere una sola volta in uno dei mille dibattiti sul territorio che hanno animato la vera campagna referendaria per capire che quest’ultima stava funzionando come un romanzo di formazione politica per migliaia di giovani, che giovani e meno giovani considerano la carta del 1948 un argine minimo contro la devastazione neoliberale e non un cane morto, che attorno alla critica della riforma si stava ritrovando a sinistra il filo di una cultura politica persa per strada. “, dice Ida.

Mentre portavo i voti validi agli uffici competenti – che NON possono modificarli perché i risultati sono già stati messi a verbale – ho incontrato qualcuno che festeggiava rammaricandosi dell’assenza della pena di morte, una giusta punizione da subire dopo aver rovinato l’Italia. E non lo stava dicendo da dietro uno schermo e lo stava dicendo con una divisa indosso. “ (Dalla giornata di uno scrutatore di Bari)

“ Piazzale Loreto! Piazzale Loreto! “. Pappagalli di tutto il mondo…

” Sono molto di buon umore “, dice il professor Pasquino. Con un maglione giallo. (Dice: “ Fino al 1918 “ – un altro che sembra lucido ma è completamente riconcoglionito)

Quando il popolo si vibella “, dice Marcello Sorgi, giornalista blasé.

Dice che Renzi è Thelma & Louise: vede il burrone e accelera…

Renxit “ (Titolo del Fatto)

D’Alema dimostra che un comunista che si rispetti è uno che odia i democristiani. Vi ricordate quel diciottoaprile

È desolante che qualcuno creda ancora che al cinema accade quello che si vede “, dice Bertolucci. Ma se nessuno ci credesse, nessuno andrebbe al cinema, dico io. Che al cinema ormai ci vado pochino.

Dice Bersani che la gente non ne può più dell’insostenibile leggerezza. Io, invece, non ne posso più dei titoli. Ma io non sono la gente etc.

Perché hanno votato NO? Ne dicono tante, ma secondo me sono tutte sbagliate. Io penso che hanno votato NO perché, per mesi, per anni, quelli che ora si chiedono perché hanno votato NO non hanno fatto altro che dire di votare NO. I “ noiosi “ sono loro.


ROSSORI

Sotto una cartina d’Italia in cui si vede il SI circondato dal NO scriverò la seguente didascalia: “ L’accerchiamento “.

voto


Mercoledì 7 dicembre 2016

l1849a prevalenza del cretiNO / Saggio sulla Terza Repubblica.













Su Doppiozero trovo un interessante Belpoliti su Lea Vergine: “ Lea Vergine. Gambe, fumo e bellezza “. Ho cercato “ gambe “ sul mio diario e ho trovato questo: “ 20 aprile 1984 – Trent’anni dopo, La finestra sul cortile (Rear window, Hitchcock, 1954) mi appare finalmente chiaro. Dopo che in una delle prime inquadrature lo stesso Hitch ha rimesso – indietro? – le lancette del-lorologio del pianista disperato perché abbandonato, tutto diventa felicemente inevitabile. Innanzitutto la questione delle gambe: allinizio il fotografo investito dallauto da corsa ha una gamba ingessata – « Il dannato bozzolo », dice -, alla fine ne ha due. Nelle inquadrature finali la macchina scivola lentamente dalle gambe – fasciate – di James Stewart a quelle – nude – di Grace Kelly, morbidamente distesa come un’Olympia di Manet. Nel finale tutto ritorna al suo posto: la ballerina – che ballava tristemente da sola – ritrova il soldato, la zitella – che allestiva cenette romantiche senza un partner – si accoppia, il cane che era stato strangolato non era stato strangolato: resterà ad allietare la vita di coppia dei protagonisti. (Il buffo è che il « cattivo » Raymond Burr su una sedia a rotelle ci è poi finito non metaforicamente) “. Naturalmente ci sarebbero molte altre cose da dire, per esempio che “ Vergine “, anche se non lo è, non può che essere un nome d’arte etc. [*] [*] Lo è: Lea Buoncristiano – “ Vergine “ è il cognome del primo marito.

Nel 1971 sottoscrive la lettera aperta a L’Espresso contro il commissario Luigi Calabresi. “ (Lea Vergine in Wikipedia)

A 23 aveva già organizzato una mostra di Lucio Fontana, per cui scrisse un testo a catalogo che scatenò l’indignazione di Luigi Compagnone: il suo parlare di buchi, scrisse, rivela una perversione sessuale. Lea reagì con un’azione legale. “ (Lea Vergine in Catalogo dei viventi)

Grasso che cola “ (Titolo di Libero)

I giovani… i giovani… I giovani abboccano, anche. Come quello che ricorda, stigmatizzando, che Padoan non sapeva il prezzo del latte

Mio padre non sapeva fare nulla. Sopravviveva. Mia madre stagionalmente faceva la mondina. “ (Da un’intervista a Enzo Mari)

Imperturbabile, l’uomo del meteo ci parla di perturbazioni

Dice che a Londra c’è la banda larga. Mi pareva, infatti.

“ Viva l’Italia “, dice Renzi. L’Italia che resiste, dico io. Che resisto.

Milena Gabanelli presidente del Consiglio? Pourquoi pas?

Era dai tempi di Paolo Stoppa e Rina Morelli che non si vedeva qualcosa di simile “, dice Enrico Mentana. Che in vita sua ha visto soprattutto la tv.

Aggiornamento: l’Informazione è interminabile, la Letteratura si fa quel che si può – “ 16 luglio 1994 – La cultura è interminabile. La letteratura si fa quel che si può. “.

Prima del 1943, e quindi prima della realizzazione del film Ossessione, Luchino Visconti, con Gianni Puccini, Giuseppe De Santis e Mario Alicata, aveva tentato di varare un film tratto da un racconto di Verga imperniato sulla vicenda di un contadino che alla fine del secolo scorso diventa bandito L’amante di Gramigna. Ma purtroppo, a sceneggiatura ultimata, il Ministero della Cultura popolare nella persona di Pavolini non gli diede il permesso di farlo, anzi Pavolini di suo pugno scrisse sulla copertina della sceneggiatura: « Basta con i banditi! ». “ (Da Wikipedia)


ROSSORI

Sotto la foto di Matteo Renzi che fa capolino da una finestra di Palazzo Chigi scriverò la seguente didascalia: “ Capolineo “.

capolino


Giovedì 8 dicembre 2016

i1996virgl testo, Mein Kampf, non avrebbe potuto essere votato, poiché non italiano e pubblicato prima del Duemila (nel 1925, esattamente). Provocazione? Goliardia? Una sincera ammirazione per il testo? Il Miur ancora non lo sa. Il capo di gabinetto Alessandro Fusacchia, denunciando il fatto, ha detto: « Stiamo facendo approfondimenti, ma siamo convinti che non sia una cattiva interpretazione della richiesta, piuttosto una libera scelta ». “ (Dai giornali)






Dice che non si è dimesso abbastanza. Dice così.

Basta vedere come cammina “. L’ha detto De Mita. L’ho sentito io.

Ormai non bisogna più chiedersi se i 5Stelle vinceranno, bisogna solo chiedersi come hanno vinto.

Poi c’è Zap Mangusta, “ scrittore “. Con ricca dentiera.

Il fattore fondamentale di questa crisi è il tempo “ (Da un ddibbattito)

Ho pensato che devo smettere di pensare che la gente ama il cinema senza capirlo, e che invece devo cominciare a capire perché, cioè come lo ama.

Il signor Gennaro… conosciuto da tutti come Genny “.

Tutto doveva fare meno che parlare… e lui non ha parlato “, dice quel chiacchierone.

« Il 201 arriva adesso? » « Adesso… » “.

Protagonisti: Cazzullo (Aldo).

I topi? Ballano.


ARCHIVIO

Il giornalista

Diario d’agosto


Agosto


i1997l primo giornalista che ho conosciuto era bassissimo, poco meno – o poco più – che un nano. Scriveva anche piuttosto bene, va detto, a parte certi dettagli, minime imperfezioni, più che altro sospetti, spaventi puntiformi di cui forse mi accorgevo solo io. Stava sempre al telefono, andava qua e là entrando e uscendo dai vari palazzi, uffici, istituti, centri, sezioni, delegazioni, camere, direzioni, sedi e civili abitazioni, dove confabulava, intervistava, riceveva, offriva, procurandosi le notizie che, puntualmente, riportava al giornale. Aveva sempre un’aria di cane festoso ma che, se gli gira male, può anche mordere. Era anche buffo: diceva « contrattare » invece di « contattare » e « di una facilità mostruosa ». Una volta disse anche « a un prezzo irriguo », ma forse era solo stanco.

Mi sembrava quel personaggio della Speculazione edilizia di Calvino di cui ora – ore 12, spiaggia di Lido Morelli, Cisternino (BR), cielo senza nubi, vivace vento di Levante – non mi ricordo il nome, quell’ex manovale che fa l’imprenditore edile e che induce il protagonista della storia – di cui ora non ricordo il nome – « Ormea? … Usnelli? … Linguetta? … » No, non credo – mentre il vento – « È Maestrale? » « No, è Levante » – continua a tentare di girare la pagina su cui scrivo prima che abbia finito di scriverla – a tentare appunto una speculazione, edilizia. Mi trattava con brutalità e sussiego, soprattutto brutalità – o soprattutto sussiego? – come se io fossi un grande scrittore e invece, dopotutto, io non avevo mai veramente scritto, ma ero disposto a provare.

Lui aveva famiglia, cioè una moglie, due figli, ma anche un’amante, o più d’una. Io ero appena tornato nella mia città dopo dieci anni di spostamenti, traslochi, avventure e disavventure. Tornare a casa dopo tanto tempo, rivedere invece che città e persone sconosciute, le facce di chi conosci bene, i luoghi dove hai vissuto i giorni più belli della tua vita, dove sei cresciuto, sei andato a scuola, hai incontrato amici, ti sei innamorato la prima volta, fa uno strano effetto. E, innanzitutto, ti costringe a chiederti: « Ma perché me ne sono andato? ».

Queste cose e anche altre le pensavo mentre stavo sul letto della mia camera – ci stavo ore e ore – guardando il triangolo di luce che si disegnava fra la serranda abbassata e il davanzale, piccolo schermo colorato del verde degli alberi, del rosso dei mattoni, del celeste del cielo, nel nero quasi assoluto della stanza. Perché me n’ero andato se lì dove ora ero tornato tutto mi piaceva, mi parlava, con la voce calda, suadente, del ricordo? Era così semplice, così « naturale » restare che non si capiva perché non l’avessi fatto. Se fossi restato, ora avrei avuto anch’io una famiglia, dei figli, e forse, chissà, anche qualche amante.

Stavo sul letto, al buio, come se fossi malato, o lo fossi stato, come se potessi guarire, ma non sapevo di che. Guardavo una striscia di luce, era il massimo che potessi guardare, perché avevo gli occhi stanchi.

Mi sembrava di avere visto tutto. Come se vedere fosse qualcosa che si fa niente, poco, molto o addirittura tutto. E dopo che si è visto tutto, che si fa? Lì dove ero tornato in un certo senso non c’era niente da vedere, fra le persone e le cose che non guardi perché le conosci, perché le ami. Nella tranquilla disattenzione della vita che scorre sempre uguale, come una specie di sonno.

Lui invece era sveglio, perfettamente sveglio. Come se si fosse appena svegliato, o arrivato da chissà dove. Era sveglio come uno che si è svegliato benissimo, come se fosse l’ultimo giorno di scuola, come se dovesse partire per le vacanze, come se ogni giorno fosse « il gran giorno », come una zitella che alla fine oggi si sposa, come un americano in un film di Frank Capra, come un Citizen Kane, come un Mike Bongiorno, come una persona che non dimenticherò mai. Come se avesse appena cominciato qualcosa che prima aveva solo aspettato di cominciare, chissà dove, chissà quanto.

Quando mi propose di scrivere per il suo giornale, dissi, dopo una breve esitazione, di sì. Non avevo mai pensato di fare il giornalista, ma scrivere mi era sempre piaciuto, come qualcosa per cui avevo una « naturale » inclinazione, che non mi era mai sembrato difficile o penoso, fino dai tempi – già lontanissimi – della scuola elementare. Un bel gioco, insomma, che diverte sempre  e  non  annoia  mai.

C’è inoltre da dire che, ora che ero tornato, non avevo quasi niente con cui riempire le mie giornate.

Il giornalismo si capisce bene in provincia. Dove le notizie somigliano sempre a pettegolezzi. Dove, qualunque cosa succeda, non succede veramente mai niente. In una piccola città, alla gente che ci abita piace sapere tutto di tutti e, anche quando lo sa, piace sentirlo ripetere, vederlo scritto, perché scritto sembra più vero, e in provincia, dove ci si sente in provincia, c’è sempre bisogno di conferme. Così un giornale, quattro, otto, sedici, venti fogli di carta stampata, che arrivano nelle edicole con una cadenza regolare, dove si possa leggere tutto quello che è capitato – nomine, lauree, spettacoli, morti, importanti o accidentali -, serve alla comunità come uno specchio in cui guardarsi, nella speranza ogni volta di trovarsi almeno carina.

Io, che ero stato lontano, queste cose era come se le capissi per la prima volta. Dato che, in un certo senso, ero all’oscuro di tutto, mi stupivo sempre, per esempio del fatto che, presentandomi come inviato dal giornale, fossi sempre accolto favorevolmente da tutti, personaggi eminenti o gente comune, che sembravano tutti non avere altro desiderio che confidarsi con me. In quella piccola città, che era quella in cui ero nato e dove avevo vissuto fino alle soglie della giovinezza, c’era un reticolo fitto di parole che correva da un palazzo all’altro, una chiacchiera sommessa ma continua che avvolgeva uomini e cose come io, che ero sempre stato un tipo distratto, non avevo mai sospettato.

Dal punto di vista della piccola città e del suo piccolo giornale il mondo non era così grande come mi era piaciuto pensarlo, dico a me che, tanti anni prima, me n’ero andato. Non che lo avessi trovato grandissimo, dico il mondo, ma di gente ne avevo conosciuta tanta, che spesso mi era sembrata strana o comunque molto diversa da me. O forse era solo autosuggestione, perché forse quello che avevo visto ogni volta era solo una piccola città come la mia, ma, ecco il punto, con gli occhi di chi non ci vive, di chi è di passaggio, di chi è in viaggio, non da « dentro », insomma, ma sempre da « fuori ».

Scrivere in un giornale, anche se è piccolo, non è come scrivere un romanzo, almeno credo, perché un romanzo non l’ho mai scritto. In un giornale si fa tutto a pezzetti. Ci sono gli articoli, che infatti si chiamano « pezzi », sugli argomenti più disparati – di articoli io ne scrivevo più d’uno – che vanno combinati, « impaginati », secondo un minimo di logica: una notizia di pallavolo con una di bocce, un premio letterario con un concerto di musica sinfonica, ma sarebbe strano, anche se succede, affiancare un premio letterario con il calendario venatorio, un concerto di Mozart con l’elenco delle farmacie di turno; l’effetto è comunque un effetto patchwork, cioè si vede che non si tratta di qualcosa di intero, di compatto, ma che c’è stato un lavoro di cucitura, di adattamento, di assemblaggio che, se non è riuscito benissimo, produce un effetto – deteriore – di appiccicaticcio. Comunque, quello che è interessante è che, in una pagina di giornale, si vede a occhio nudo quello che in un romanzo è bene che rimanga nascosto, e cioè il « lavoro », la mano del produttore di giornali, cioè il giornalista, dato che è anche un lavoro « manuale », perché non di rado si tratta, con le forbici e con la colla, di tagliare e di incollare.

Gli articoli, cioè i « pezzi », prima di impaginarli, di incollarli, di cucirli, naturalmente bisogna scriverli. E ogni articolo è una storia a sé, così piccola che si potrebbe chiamarla una « microstoria ». Come nei romanzi, ma soprattutto direi come nei temi di scuola, c’è un « cappello », cioè un inizio, uno « svolgimento », una « chiusa », cioè una conclusione, un finale. Scrivendo, ogni volta si deve ricominciare, con tutto quello che costa un avvio, una partenza, un inizio, senza sapere bene dove si andrà a parare, ma, una volta che si è cominciato, non ci si può più fermare. Ogni volta si deve far finta che cominci qualcosa, con la necessaria pompa – come in un’inaugurazione -, con l’opportuna euforia – come in una scoperta -, anche se si sa bene che, poche righe più avanti, tutto sarà finito. Per questo gli articoli spesso sono un po’ buffi, come romanzi nani, come drammi lillipuziani, come bugie, che, si sa, hanno le gambe corte.

Ma le cose da fare non finiscono qui. Ci sono da scrivere i titoli, gli occhielli, i sommari – e quei vice-titoli che sono i « catenacci » -, ci sono da scrivere per la prima pagina le poche condensatissime righe di richiamo di un « pezzo » che è nell’interno ma che si vuole fare leggere a tutti i costi. Ci sono da scrivere le didascalie per le foto, dopo che se le sono scordate tutti. In un giornale si scrive sempre – io scrivevo sempre -, non si fa altro che scrivere. E, siccome si scrive mentre anche gli altri scrivono, anzi peggio, parlano, gridano, ridono, telefonano, domandano, avvertono, protestano, salutano, tornano a domandare, il problema è sempre quello di non perdere il filo di quello che si sta scrivendo, che è una fatica tremenda, un po’ come quelli che suonano in orchestra, che non ho mai capito come facciano a non finire dentro la melodia di un altro, un violino in un trombone, ad esempio, che è anche più grosso, povero ìno.

E poi, siccome non si inventa niente, ma si « riporta » sempre quello che è già stato detto, scritto etc., e quindi si è sempre pieni di appunti presi al momento scrivendo in piedi, in ginocchio, su una gamba sola, su foglietti minuscoli, sul bordo del giornale e anche sui pacchetti di sigarette, il problema è sempre quello di non dimenticarsi niente, di « riportare » tutto quello che va riportato, assemblandolo, incollandolo, in un ordine possibilmente logico, se no tutto l’impianto del discorso salta e non ci si capisce più niente.

Poi ci sono i nomi, che sono una vera tragedia, perché guai se li sbagli, se chiami Mario Rossi Paolo Rossi e Paolo Bianchi Mario Bianchi, perché poi Mario Rossi e Paolo Bianchi s’incazzano e telefonano e dicono: « Ma chi è quel fesso!? », come se fosse tutto dovuto e invece si sa benissimo che, se non c’era il giornale, i signori Bianchi Paolo e Rossi Mario non se li filava nessuno. E poi ci sono i titoli, che sono sempre o troppo stretti o troppo larghi. Bisogna contare le battute e se, per esempio, « evacuazione » non ci va, bisogna trovare un’altra parola più corta, ma con un’altra parola cambia tutto e allora magari lo spazio bianco da poco che era diventa troppo e per riempirlo bisogna ricorrere a qualche soluzione d’emergenza, a qualche « che », a qualche « il », che sono francamente di troppo e si vede e allora, mentre il tempo passa, ti prende la paura di non farcela, di non fare a tempo, a scrivere quelle due righe sceme, di cui però non si può fare a meno, e magari per il nervoso ti viene il mal di pancia e un gran bisogno di evacuare, maledetto titolo, maledetto giornale. 

Perché, anche se il giornale è piccolo, non c’è tempo da perdere, non si può addormentarsi sul foglio, anzi si deve sempre essere vispi, come piazzisti, come violinisti, come vecchietti (vispi). Per tutte queste ragioni i giornali sono sempre pieni di errori, di toppe, di mende, di strappi, di macchie, come vestiti vecchi, come costumi da clown. Insomma, fare il giornalista sembra uno scherzo, ma è una vitaccia.

Eppure, a ripensarci dopo tanti anni, non era neanche brutto stare in quel giornale minuscolo dove facevo di tutto, scrivevo di tutto, di politica, di sport, di delitti, di cinema, di musica, di operai, di puttane. Perché io, che continuavo a stare ore e ore disteso sul letto, mezzo sveglio e mezzo addormentato, una cosa avevo continuato a pensarla: che volevo scrivere.

Ma perché volevo scrivere? Me lo chiedo anche ora – ore 6. 45, Montallippo (TA), vivace vento di non so dove, un cane abbaia, un gallo canta, un altro risponde, una vacca muggisce, le foglie, nel silenzio, tutte insieme stormiscono come se volessero dire qualcosa di molto importante – in quest’ora in cui scrivo sempre, prima che la giornata cominci, nell’interezza del risveglio, nella protezione della notte appena conclusa, prima di frantumarmi nelle mille azioni, gesti, parole del giorno. Scrivo come in uno specchio le notizie di me. Spero di non trovarmi brutto. Spero sempre di trovarmi, comunque.

« Volere scrivere » è un sentimento strano. Per esempio, i giornalisti, per quanto ne so io, non « vogliono scrivere »: scrivono e basta. « Volere scrivere » è come volere dormire. Che ti rigiri nel letto pensando: « Voglio dormire… voglio dormire… », ma il sonno non viene, non ci pensa nemmeno, perché il sonno è dispettoso e squisitamente involontario, ossia: viene quando vuole lui e quando viene non lo ferma nessuno. Dunque, quando dico che « volevo scrivere », e lo dico nel senso di « volevo dormire », è come se dicessi che soffrivo d’insonnia, cioè ero convinto di avere più di ogni altra cosa sonno, e che il sonno era la cosa che mi mancava di più.

Forse perché anche allora come stamani mi svegliavo sempre un po’ troppo presto, mentre gli altri dormono ancora tutti e l’unica compagnia sono le voci di qualche bestia lontana o il fruscìo della chioma di un albero, in un’ora in cui non c’è nessuno al mondo, e questo ovviamente è falso perché al mondo c’è sempre qualcuno se non altro quello che scrive e quello che legge anche se sono la stessa persona. Però essere svegli la mattina presto, prima che tutto cominci, fa venire strani pensieri, induce a « meditare », che non è un vero pensare ma qualcosa come un continuare a dormire da svegli, uno svegliarsi nel sonno, come un sognare di svegliarsi, come un sognare a occhi aperti. E forse scrivere è proprio questo, una specie di sognare, perché le parole somigliano più ai sogni che al mondo, ovvero stanno a metà strada fra i sogni e il mondo e non sono né sogni né mondo, ma solo una voce animale o un brusìo vegetale che forse significa qualcosa e forse no.

Se la cosa che volevo di più era dormire, ovvero scrivere, cioè dormire, però non mi riusciva quasi mai di farla. Il babbo, contento del mio ritorno, ogni mattina veniva a parlarmi accanto al letto dove tentavo di continuare a dormire e se io, fingendomi addormentato, non gli rispondevo, parlava con la mamma a voce sufficientemente alta per essere sicuro di essere sentito anche da me, oppure escogitava altri rumori infallibilmente molesti, spostando cose, chiudendo porte, facendo scorrere acqua, strappando carta, soffiandosi il naso, tossendo. Voleva che mi svegliassi, e aveva anche ragione, perché il fatto che fossi stanco non mi autorizzava a dormire oltre un certo limite, dato che ormai ero grandicello e avrei dovuto realizzare qualcosa. E poi: « stanco » in che senso? « dormire » in che senso? Io però a un certo punto ho cominciato a pensare che se voleva che mi svegliassi non era per mandarmi a lavorare etc. etc., ma perché, vedendomi abbandonato fra le lenzuola, con gli occhi chiusi, immobile, remoto da tutto e da tutti, aveva paura che fossi morto, come si vede anche in una foto che mi feci con l’autoscatto e che fece paura anche a me, povero babbo, come succede ai bambini che prendono sempre fischi per fiaschi e, se vedono due che fanno all’amore, credono che si stiano ammazzando di botte, e viceversa.

E al giornale poi era lo stesso. Il nanetto aveva sempre paura che facessi tardi oppure che scrivessi poco o troppo. E mi diceva: « Trenta righe!… Dieci righe!… Cinque righe! », ma io, senza perdere la mia calma di uomo che vuole dormire, gliele scrivevo, trenta, dieci o cinque che fossero. Pur non essendo un vero giornalista ero piuttosto bravo e, quando si trattava di scrivere, non sbagliavo mai. Perché a me interessava solo scrivere, sarò scemo, ma altro non mi importava, né se il giornale « vendeva », né se quel certo articolo aveva prodotto quel certo effetto, né quello che ne pensava l’editore. Mi piaceva scrivere tutto, anche le didascalie, anche i titoli. Vedere come basta un niente, una parola, una virgola, a fare cambiare tutto. È un po’ come il piccolo chimico: ci sono sostanze che unendole fumano, o mutano colore, o bollono e qualche volta, se non si sta attenti, scoppiano. Oppure non succede niente. Come adesso – ore 14, Villaggio Conca Specchiulla, Ostuni (BR), vivacissimo vento – « È Levante?» « No, è Maestrale» – che sfoglia con inutile insistenza le pagine del mio quaderno perché tanto si sa, il vento non sa leggere.

In quanto a leggere, non sono sicuro che quelli del giornale, anche se sapevano scrivere, sapessero leggere. Perché ogni tanto mi divertivo a scrivere qualcosa che, volendo, poteva avere anche un doppio senso, poteva anche essere letta come se volesse dire tutt’altra cosa da quella che sembrava significare, magari in un’intervista, o in una recensione, e qualcuno avrebbe anche potuto seccarsi, ma non se ne accorgeva mai nessuno. Erano scherzi innocenti e se li facevo era solo perché, come ho detto, mi piace giocare con le parole, come se fosse un gioco d’azzardo che però, da quando c’è il « gratta e vinci », è anche legale. Che le parole siano rischiose dimostrava di saperlo anche lui, il mio giornalista, che infatti le scriveva spesso fra virgolette come se quei modesti silenziosi segni fossero una specie di assicurazione contro il rischio di dire qualcosa che non si intendeva dire ma che le parole, una volta scritte, dicono, nella loro ostinatezza, un po’ misteriosa, un po’ dispettosa; come dire: « Stavo solo scherzando », oppure: « Qui lo dico e qui lo nego », ma allora tanto valeva che stesse zitto.

Era un po’ lo stile di quel giornale e forse, come ormai penso, di tutti i giornali. Dico spararle grosse, ma sono sempre cartucce a salve. Questo non mi piaceva tanto perché quello che penso è che il bello dello scrivere è che scrivere è sempre scrivere cose vere, vere nel senso dello scrivere, nel senso delle parole, come cucinare ad esempio, perché qualunque cosa fai bollire in pentola, comunque presenti la pietanza, anche se camuffata da qualcos’altro, da nave, da palazzo, da paesaggio, come facevano i grandi cuochi, che erano anche dei grandi burloni, alla fine deve essere sempre qualcosa da mangiare, qualcosa di buono, di saporito, che il palato riconosca ed apprezzi, anche se gli occhi si sono ingannati. E la stessa cosa è per lo scrivere, che in un certo senso non c’è mai niente da scherzare, oppure si può sempre scherzare, ma solo in quel certo senso.

D’altra parte la paura delle parole che il mio giornalista dimostrava di avere non era veramente paura delle parole ma di quelli che le avrebbero lette, e in un certo senso aveva anche ragione perché spesso si trattava di posti, di soldi, di lavoro, di donne, che sono tutte cose dove c’è poco da scherzare. Quello era il suo lavoro, un lavoro impegnativo, per quanto anche lui continuasse a dire quella frase « sempre meglio che lavorare » che tutti i giornalisti giudicano spiritosa. Mi faceva anche un po’ pena, con quella moglie, con i due figli, con le amanti, con tutto il carico della vita reale che anche io conoscevo anche se ero diventato uno che voleva soltanto dormire. Non so bene che cosa pensasse di me, probabilmente niente. Io d’altra parte non pensavo niente di lui, tutto preso com’ero nella mia intransitiva ricerca della scrittura. O del sonno, che è lo stesso.

In quel periodo leggevo Calvino, e forse facevo male. Non perché faccia male leggere Calvino. Ma perché avrei dovuto leggerlo prima. Sui libri io arrivo sempre in ritardo perché non mi piacciono i libri nuovi e anzi ho una vera passione per i libri vecchi. Così finisce che leggo sempre i libri di dieci o vent’anni prima e, dopo dieci o vent’anni, i libri che sono usciti quando leggevo i libri di dieci o vent’anni prima. È un gap che non riesco mai a colmare perché, mentre leggo i libri vecchi, escono i libri nuovi e, prima che siano diventati vecchi e che io possa leggerli, ne escono tanti altri e io non leggo mai i libri giusti. L’unica cosa sarebbe smettere di leggerli, così quello che hai letto hai letto e amen. Oppure scrivere. Perché quando si scrive non si legge niente se non quello che si scrive e magari neppure quello, che è anche pieno di tutte le letture che hai fatto come Calvino appunto come stavo dicendo.

Leggere non è mai qualcosa di scontato. Per esempio, quando, cominciando un romanzo, leggo « un impacco di orina, di sangue e di sudore », sospetto subito che l’autore intenda applicarmi cioè farmi leggere « un impacco di orina, di sangue e di sudore » e allora mollo tutto perché mi fa un po’ schifo. Sbaglio, lo so bene, perché si dovrebbe avere la pazienza di leggere, e di capire, e di spiegare, anche perché comprendendo gli altri si riesce a capire meglio se stessi. Ma io, l’ho già detto, sono un cattivo lettore, impaziente, intollerante, se fosse per me di libri se ne stamperebbero pochi, e le case editrici dovrebbero chiudere, e si perderebbero migliaia di posti di lavoro e quindi, se non sto attento, rischio di fare la fine di Priebke cioè di un nemico dell’umanità. 

La verità è che io forse non vorrei nemmeno leggere. E nemmeno scrivere, ossia vorrei restare sempre in quel punto in cui si sta per scrivere ma ancora non si scrive, e scartare una dopo l’altra le frasi che ti vengono in mente dà una grande soddisfazione perché, sì, c’è anche il piacere di non scrivere e di continuare a aspettare il momento in cui si scriverà davvero. Perché cominciare è come svegliarsi, bisogna cominciare bene perché non c’è niente di peggio di un brutto inizio o di un brutto risveglio. Per questo io, che pure mi sveglio presto, capisco e affettuosamente giustifico quelli che dormono fino a tardi, immagino che si stropiccino contro il cuscino continuando a chiedersi: « Mi alzo o non mi alzo? … Mi alzo o continuo a dormire? … Sarà il momento buono?… Non mi pentirò di essermi alzato?… », anche se forse farebbero meglio a tagliare corto, alzarsi e via, perché così va il mondo.

Ma succede anche di svegliarsi né bene né male, in un modo così incerto, così mediocre, che non sembra neanche un risveglio. Si tratta chiaramente di un falso risveglio che è quasi la stessa cosa di un risveglio falso, di una falsa partenza, un passo falso, e allora, veramente, conviene tornare a dormire, e infatti ora – ore 7. 30, Montallippo (TA), silenzio domenicale, cinguettìo imprecisato, lamento lontano di una motosega – ci torno.

Ma poi mi alzo perché ormai, bene o male, vero o falso, sono sveglio e allora penso che con le donne è come per lo scrivere: ci vuole un accordo di fondo, un’idea di dove si vuole andare a parare, come quel germanista che si è trovato la moglie tedesca che per un germanista è come dire la moglie ricca e magari lei non lo sa oppure lo sa e le fa anche piacere perché alle donne fa piacere sentirsi ricche ma soprattutto sentirsi importanti anzi indispensabili, tipo Romina e Al Bano, o la mamma e il babbo, che indubbiamente c’era un accordo, forse un « magico accordo » come in quel vecchio film americano che mi vorrei tanto ricordare di che cosa parlava, in questo risveglio bis che forse è già un po’ meglio del primo, anche se mi sento di scommettere che « magico accordo » lo diceva lei, l’attrice, perché nei film sono sempre le donne che parlano e gli uomini per lo più preferiscono stare zitti e fare finta di ascoltare.

Il babbo, ora che ci penso, non ha mai detto una parola, anche se parlare parlava e anche troppo, ma sempre di cose pratiche, tecniche, o stupide, buffe, ma mai di cose importanti, della vita, o dell’amore, per esempio, al massimo diceva: « la vita è sogno », che poi non c’è altro da dire, perché il sogno può essere bello o brutto ma, se è brutto, allora non si dice che « la vita è sogno », ma che è un disastro, una sofferenza, una jella oppure non si dice nemmeno quello. Il babbo era un uomo felice e forse è vero che è riuscito a non accorgersi nemmeno che stava morendo. Il babbo aveva un’idea di dove andare a parare. E soprattutto di dove non andare a parare. E la mamma era la sua « donna ricca », la sua straniera, la sua Romina, la sua Anitona, le sue gemelle Kessler, il fulcro del suo sogno, l’attrice del suo film.

Io invece, quando conobbi il mio giornalista, vedendo quanto era piccolo e brutto, mi ricordo proprio che pensai: « Che cosa ci fa nel mio sogno? », e invece ero io che, stando nel suo giornale, stavo nel suo, e il mio era sempre più confuso e sempre più vuoto.

E, a proposito di straniere, è vero anche che, in quei giorni in cui stavo ore e ore sul letto, una volta vidi anche dallo spiraglio fra la serranda e il davanzale una ragazza bionda che saliva su una Diane rossa, era un studentessa straniera della Casa dello studente, e il giorno dopo colsi una dalia gialla fra quelle che avevo piantato nel mio giardino e la infilai fra il vetro e il tergicristallo della Diane, e poi vidi che lei la prendeva, incuriosita e contenta, ma non successe altro perché io non avevo nessuna vera idea di dove andare a parare e forse tutto quello che volevo era soltanto scrivere la cronaca di quell’incontro, come infatti feci in una specie di romanzo-diario, o diario-romanzo, che intitolai, apoditticamente, L’Amore.

Non si fa così con le donne, ormai lo so bene. E soprattutto con le straniere. Che vengono in Italia per sentirsi ricche e soprattutto indispensabili. Perché effettivamente non si può vivere senza amore. E neanche scrivere.

Effettivamente io in quel piccolo giornale ero non voglio dire indispensabile ma sicuramente utile. Lo dico ora dopo tanti anni che non ci lavoro più, che non sono più giornalista, che quel giornale non esce più. Perché, veramente, ero bravino. E forse la cosa che mi riusciva meglio era « passare », come si dice, i « pezzi », leggere quello che gli altri avevano scritto, correggendo gli errori dovuti alla fretta dell’autore o all’indifferenza del lynotipista. Sì, ero un eccellente correttore di bozze, funzione umile ma preziosa se si vuole che quello che viene stampato corrisponda a quello che si voleva scrivere nonché alle regole della grammatica, della sintassi e dell’ortografia. Se c’ero io a correggere le bozze non sarebbe mai capitato di leggere quello che ho letto oggi, che i « pochi […] da dozzina »  della celeberrima poesia del Giusti sono « versetti » mentre invece, mi ci è voluto un minuto a ricordarmelo, sono « scherzucci », però è anche vero che, dato che non faccio più il correttore di bozze, piuttosto che correggere posso occuparmi di capire e quindi capisco che se quel giornalista ha scritto « versetti » invece di « scherzucci » non è perché non abbia studiato a scuola come tutti la poesia – celeberrima – di Giuseppe Giusti, ma perché forse pensava a Salman Rushdie e ai suoi Versetti satanici, quelli a causa dei quali dice che lo vogliono uccidere, ma non perché volesse fare l’indiano, ma perché forse si sentiva un po’ satanico o comunque pensa spesso che lo vogliano uccidere.

Perché, quando uno scrive, in un certo senso non sbaglia mai, anche se quello che dice non sa di dirlo, e nei giornali non c’è mai tempo per pensarci su e comunque ci vorrebbe altro che un correttore di bozze. Come il mio giornalista che, quando diceva « contrattare » invece di « contattare » non sbagliava affatto perché quello a cui pensava sempre era a « contrattare », fare contratti, fare buoni affari, e naturalmente non c’è niente di male. Oppure « di una facilità mostruosa » perché, effettivamente, la facilità è sempre un po’ mostruosa, meravigliosa, miracolosa, come se vinci un « gratta e vinci », come lo scrivere, che è talmente facile che infatti scrivono tutti, e semmai il difficile è, poi, leggere quello che si è scritto, anche perché nei giornali non c’è mai tempo. Come quello che ieri ha scritto « la corporazione che esercita la violenza di stato » e parlava dell’esercito ma io, sinceramente, ho pensato che poteva anche essere l’Ordine dei giornalisti.

Scrivere è facile anche perché si può scrivere senza sapere dove si va a parare e comunque sarebbe meglio saperlo ma forse non si può. Quello che è bene sapere, comunque, è che quello che si scrive non sono « versetti », satanici, coranici, biblici, ma soltanto « scherzucci », parole, frasi, come in una canzone di Al Bano o delle gemelle Kessler, come fotogrammi di un film, per esempio di Fellini. E che si scrive sempre un po’ in una lingua straniera, che può essere anche il tedesco, dove non si sa mai bene dove, quanto al senso, si va a parare. E comunque l’unica cosa è scrivere e leggere sempre quello che si è scritto, e riscrivere e rileggere perché, effettivamente, non c’è da fare altro, anche se non è un buon affare.

Perché smettere di scrivere è terribile. Io lo so perché almeno una volta credo di avere smesso. È stato tanto tempo fa ma mi sembra ieri. Si smette di scrivere come ci si sveglia. Si passa da un’altra parte, dove niente ha più il senso che aveva prima, e in un certo senso è come addormentarsi e cominciare a sognare. Perché quello che si vede è strano, incomprensibile, nuovo, come in un sogno. Ma ogni cosa somiglia a qualcosa che si conosce però non è più la stessa e che non è più la stessa si capisce da certi particolari, da certi dettagli e succede per caso, come se le cose volessero fare finta di niente, volessero passare per quello che non sono, volessero accreditare l’inganno, come se fosse uno scherzo, una presa in giro, una truffa, un bidone, e fossero tutti d’accordo, a fare finta, somigliando, imitando quello che assolutamente non sono, ed è uno spavento terribile.                             

Così che si vorrebbe tornare indietro cioè tornare a dormire, cioè addormentarsi, cioè svegliarsi, cioè ricominciare a scrivere. Dove tutto è al posto giusto, è quello che è, ed è vero, in un certo senso.

Quando conobbi il mio giornalista avevo appena ricominciato a scrivere. Ricominciare a scrivere poi consisteva per lo più nel chiedersi perché avessi smesso e in che cosa era consistito questo « smettere ». Disteso sul letto della mia camera rimasta quanto agli oggetti pressoché identica a quella di dieci anni prima, io passavo le ore a ricordare. E quello che mi ricordai subito fu che io non avevo mai veramente scritto, che anzi avevo sempre preferito non-scrivere, cioè scrivere non-scrivendo, scrivere per non-scrivere, forse perché come vedevo scrivere gli altri non mi piaceva quasi mai. Quello che soprattutto non mi piaceva era che certe scritture sembrava che fossero state scritte per motivi terribilmente personali mentre io ero convinto che, anche se si parla di sé, nello scrivere non c’è mai niente di personale. Cioè che quando si scrive ci si lascia comunque, ci si allontana da se stessi, si prendono le distanze, mentre certe scritture che leggevo mi sembrava che sapessero sempre un po’ troppo di qualcosa di troppo personale come orina, sangue, sudore che non c’è niente di male ma possono fare anche un po’ schifo. Che volessero stare un po’ troppo addosso, un po’ troppo vicine, che volessero « contattare » piuttosto che « contrattare », perché, certo, anche scrivere è mettersi in contatto, ma solo in un certo senso.

Perché io pensavo che scrivere deve essere invece qualcosa che somiglia a uno scherzo, non nel senso di presa in giro, ma nel senso di fare ridere, non nel senso di sghignazzare, ma di sorridere, come quando passa un mal di testa, o ci si sveglia bene, o si incontra qualcuno a cui si vuole bene e che ci è anche simpatico. Perché sono le parole stesse che fanno sorridere, vedere come si combinano, come salgono o scendono, si stringono o si allargano, fuggono e poi ritornano, come ballano, da sole o in gruppo, come in un cartone animato, come in Fantasia di Walt Disney, come note musicali, come in uno « scherzo », nel senso di musica. Avrei voluto non scrivere altro che così, come in un a solo di jazz, ripetendo sempre lo stesso tema, di variazione in variazione, che alla fine si capisce che quello che conta non è tanto il tema quanto le variazioni, che il tema anzi non esiste fuori dalle sue variazioni ognuna delle quali in un certo senso è un errore, una deviazione, un’alterazione, un’imitazione, una contraffazione, uno scherzo. Che dopotutto vuole fare soltanto sorridere.

Forse dipende tutto dal fatto che, quando andavo a scuola, quando ci davano il tema io, ricevuto il tema, nemmeno so come partivo anzi schizzavo via con un tempo di reazione mostruosamente basso e a metà gara ero già in testa e non mi prendeva più nessuno. E mentre correvo-scrivevo me la godevo un mondo e alla fine mi dicevano « Bravo! » e sorridevano come se si fossero divertiti. Invece gli altri spesso li vedevo seri seri a succhiare il cannello della penna, mi sembrava che stessero male, che si sforzassero invano, mentre invece, io pensavo, si trattava soltanto di afferrare il tema, di saltargli in groppa e di galoppare, sia pure da fermi, come con un cavallo del luna park.

Non penso che gli altri fossero stupidi, non l’ho mai pensato, forse pensavano ad altro ma, quando si scrive, bisogna pensare soltanto a scrivere. Ed è per questo che a un certo punto ho smesso di scrivere, perché mi sono messo a pensare ad altro, e allora scrivere non mi riusciva più. Però qualcosa deve essere cambiato se ora – ore 16, Lido Macchia Mediterranea, Fasano (BA), mare calmissimo, vento insignificante – vedendo entrare in mare la bellissima praticamente nuda, lucida, morbida, nuova, cromata come una moto di Lucio Battisti, o una straniera, o una Venere e non esagero, la guardo finché non scompare alla vista, peccato, ma il tutto continuando a scrivere sul tema dello scrivere.                                           

Anche perché penso che tornerà. Io non penso affatto a contattarla anche se non nego che, questa volta, mi piacerebbe essere contattato io. Fermo restando che io mi limito a regalare fiori che, lo so, è un po’ pochino ma io non so fare veramente altro. E magari alla Venere gli sembrerebbe uno scherzo e anche stupido. Perché io sono stupido, lo sono sempre stato e sempre lo sarò. Il mio giornalista lui sì che avrebbe saputo che fare, forse se la sarebbe fatta, se la farebbe, con « una facilità mostruosa » e anche a « un prezzo irriguo », senza neanche aspettare che esca dall’acqua. Perché bella era bella. E anche le altre. Ma per contattarle tutte non basterebbe una vita, e non ci sarebbe più tempo per scrivere, ma questo sarebbe il meno, o forse il più.

Molte cose non le so e non le saprò mai. Per esempio come « si fa » con le Veneri e anche con le straniere. Ma di certe altre sono piuttosto sicuro: per esempio che « mostruosa » non è la facilità ma fare facili le cose difficili, che un prezzo può anche essere « irriguo » ma è sempre penoso pagarlo, e comunque ci sono molte cose che non si comprano, che quelli di Giusti sono versi anzi « scherzucci » e non « versetti », che, anche se ho lavorato in un giornale non sono un giornalista, che non sono Salman Rushdie, che chi scrive non è detto che per il fatto che scrive sia uno scrittore. E anche che, se in un certo senso mi piace dormire, non per questo mi sento un dormiglione.

Questo penso ora – ore 16. 30, sempre Lido Macchia Mediterranea, Fasano (BA), mare più liscio che mai. vento ridotto a un carezzevole fiato caldo. « Hai visto? È tornata la Venere. » « Te lo dicevo che tornava » – mentre i giorni passano e la vacanza avanza e nessuno la ferma e uno di questi giorni finirà.

E penso anche che a me piacerebbe rendermi non dico indispensabile ma almeno utile alla bellissima creatura che io chiamo la Venere e che invece forse si chiama Anna o Cinzia o Valentina, se le va bene. Ma questo lo ammetto è un pensiero poco chiaro, lo capirebbe anche il mio giornalista, che aveva molti difetti ma non quello di non capire le cose, e la verità invece è forse che io con questa Anna o Cinzia o Valentina non so assolutamente che cosa farci se non la cosa più ovvia la solita cosa  « di una facilità mostruosa » e le cose ora – ore 19, Montallippo (TA), rumori di pentole in cucina, discorsi di cucina in cucina, mio – persistente – male di pancia – stanno a questo punto. E devo ancora decidere se andare a vedere L’ultimo giorno di Pompei di tale Pacini o restare a vedere la finale di volley dei ragazzi di tale Velasco che come alternativa è quello che è. E di conseguenza, alla fine, siamo alla disperazione pura.

Però ora – ore 14, Lido Morelli (BR), furibondo vento di Maestrale (ormai l’ho capito), sontuoso scenario di spume e schiume e bianchi e verdi e monti e valli e foreste che hanno teatralmente deciso di camminare anzi di correre, a precipizio, a avantisavoia, a tavoletta, a tutta callara, tutte insieme, tutte contro di me, tutto contro di me, « terra mare cielo » come diceva, mi ricordo, una pubblicità FIAT, venti e spume e spot, addosso a me, solo, con una penna nera, « il partigiano ne ha una sola », che scrivo, che mi limito a scrivere, che altro potrei fare di fronte a questa incredibile scena – però ora.

Però ora mi metto a leggere il Journal di Renard e noto subito che il testo usato da Sartre per parlare male di Renard nel suo saggio su Renard (« I cespugli parevano ubriachi di sole… ») è solo il quarto dall’inizio e allora penso che non è da escludere che Sartre il Journal di Renard non l’abbia letto oltre o quasi perché Renard gli stava comunque antipatico perché così va il mondo anche là dove meno te lo aspetteresti. Perché la lettura è anche un fatto di gusti, di simpatie, di antipatie, e se uno non vuole leggere non c’è sconto o offerta speciale o consiglio per gli acquisti che possa costringerlo a leggere. E se uno vuole leggere non c’è vento schiuma scena spot che possa impedirglielo.

Ed è per questo che continuo a leggere il Journal di Renard e ho anche intenzione di finirlo e dopo che l’avrò finito di leggerlo ancora e ancora e ancora finché non mi sarò stancato. Viva le journal de Renard, che, in un certo senso,  è il journal di un renard. Ma non ne sono certo.

Però poi penso che a lungo andare viene a noia anche il mare. Con tutti quei corpi nudi. E crudi. Che fanno venire soltanto fame. Ma neanche. Bisognerebbe essere fotografi. Ma neanche. Perché allora la fame passa del tutto, e non ti ricordi più nemmeno che cosa voglia dire mangiare, non ti ricordi più i sapori, gli odori, non ti ricordi niente, ma forse è perché io non sono un fotografo.

Forse quello che ho veramente fatto tanti anni fa è stato smettere di leggere. Si smette di leggere per tante ragioni, anche perché il libro che si stava leggendo è finito, perché si è letto la parola « fine » o si è creduto di leggerla. O perché si viene distolti dalla lettura, si viene interrotti, bruscamente o subdolamente, o perché ci si è stancati di leggere, perché leggere non ci basta più, ci sembra un non-vivere o un vivere poco, perché ci sembra di potere vivere solo a patto di non leggere, e magari si pensa di potere ricominciare e ci si affida a una striscia di carta, a un « segnalibro », come dire un « torno subito » perché si pensa di poter tornare. Oppure perché si comincia a leggere qualcos’altro che non ci sembra un vero leggere e che comunque è un non leggere più quello che si leggeva prima. Anche perché si leggono cose che non ci si aspetterebbe di leggere, che non si erano mai lette prima, che non si fanno leggere come le altre, che non sembrano cose da leggere.

Si legge « Vergogna! » e non si capisce bene di che. Ma intanto si legge « Vergogna! », un giorno dopo l’altro, e ci si vergogna anche un po’ a leggerlo sempre, una mattina dopo l’altra, perché è anche facile, anzi « di una facilità mostruosa », e intanto il « segnalibro » rimane lì a lanciare inutilmente segnali che è sempre più difficile che arrivino a destinazione ed è quello che  « Vergogna! » voleva, di essere letta lei, un’alba dopo l’altra, anche se sa di essere soltanto un’avventura, perché « Vergogna! » non è bella, ma è un « tipo », un tipino sexy, e il libro è bello ma spesso è anche un po’ noioso. Se poi ti vergogni sono fatti tuoi perché « Vergogna! » non si vergogna, è una scrittura, è una lettura come un’altra, un po’ corta di gambe, un po’ troppo truccata, anche un po’ buffa, in un certo senso, ma sa di piacere, con quel suo acuminato punto esclamativo al fianco dritto e rigido come il fuciletto di un soldatino, con quella sua aria un po’ retro, che fa tanto zia o nonna o signora maestra. con quel suo appeal ambiguo imperniato su quel « Verg » che sa di frusta ma anche di verghe. Come quell’ « ogna » finale, che è un culotto robusto, di campagna, di ragazzo, ma anche un’unghia, che graffia, che lacera in nome di quel « Ver », di una verità che non si capisce bene ma che, notte dopo notte, bruscamente cioè subdolamente, c’è.

Si smette di leggere con un certo entusiasmo, da pazzo, da suicida, da turista, no Alpitour, no, ma stagione in inferno, ma Africa, perché c’è un’Africa a ogni angolo di strada, e, tutti i giorni, in edicola. Oppure si smette di leggere perché si è letto lo smettere di leggere, perché ci sono i libri che parlano dello smettere di leggere e, in un certo senso, sono i più interessanti perché il non leggere per un libro è il massimo, è quello di cui parla sempre un libro, è quello che si legge sempre, e se no che altro si dovrebbe leggere?

Perché anche i libri, come i giornali, non leggono, ma si fanno leggere, e chi fa è chi legge, fa o non fa, legge o non legge, continua o smette, in un certo senso fa tutto lui. I libri come le parole sono là, che si dicono, con « una facilità mostruosa », e, anche quando non si attrezzano, non si armano di un punto esclamativo, sono sempre un po’ esclamazioni, esplosioni, sparano, anche quando non imbracciano un fucile, un fuciletto da soldatino, e leggere è sempre essere un po’ essere feriti, essere trafitti, essere colpiti, al cuore o di striscio, essere messi alla « gogna », e anche questo, sarà masochismo, ma piace.

Tutte queste cose il mio giornalista non le sapeva, che ne poteva sapere lui, lui scriveva mica leggeva. Quando si lavora in un giornale c’è poco tempo per leggere. È come il cuoco in cucina: mica mangia lui, anche se però resta da chiedersi perché visto che non mangiano i cuochi sono grassi. A meno che cucinare non sia anche un mangiare, in un certo senso, e anche scrivere, in un altro, sia un leggere. Così il problema dei giornalisti non è che non leggono ma che leggono solo i giornali, solo se stessi cioè e non c’è niente di male se non che, il giorno che leggessero un libro, gli sembrerebbe di non leggere più. Che poi quale sia la differenza fra un libro e un giornale ancora non si sa. Forse è soltanto che il giornale si sa sempre come va a finire e il libro no. Almeno dal mio punto di vista, che il giornale continuo a comprarlo, ma lo leggo come una zia brontolona, una vecchietta un po’ arteriosclerotica, che dice sempre le stesse cose e non si ricorda di averle già dette. Che fa anche piacere stare a sentire le vecchie storie che si sono ascoltate mille volte, che ormai sembra di averle vissute, che è un’abitudine come un’altra, una scrittura come un’altra, perché qualcosa bisogna leggere, perché qualcosa di legge sempre anche se non si vuole.

Perché il bello del giornale è che è come stare in famiglia, con la zia, con la nonna, che brontolano, che dicono: « Vergogna! », ma più che un rimprovero è un’abitudine, anzi una gag. Come quella – vecchissima – del cappello che vola via, che si può sempre rifare, come ora – ore 12. 30, Lido Macchia Mediterranea (BA), nervoso, litigioso vento di non so dove di non so che, che si è messo in testa di aggrovigliarmi le pagine ma non ci può riuscire – quando, alzando la testa per contemplare le prime tre grazie della spiaggia, veramente graziose, mi è volato lontano, che fa ridere sempre. Come al circo, che sono sempre le solite cose, il pennello enorme, la schiuma, il secchio in testa, i ceffoni che fanno volare, le scarpe che si capisce quanto sono buffe le scarpe. E tutti quei bravi animali che fanno sempre quello che ci si aspetta da loro e qualche volta fanno anche un po’ tristezza. E quelli che volano tutti vestiti come angeli finti. E anche il puzzo di merda perché gli animali cacano, anche se sono ammaestrati.

E, a proposito di gag, vedendo che ora sulla spiaggia tutte dico tutte si scoprono il seno, concludo che anche quella del topless ormai è una vecchia gag. Che si può sempre rifare perché a qualcuno per esempio a me piace. E penso anche che queste brave ragazze, queste beach girls, con i seni piccoli o grandi, pesanti, aerodinamici, svelti, succosi, infinitesimali, monumentali, esatti, malinconici, alteri, sportivi, spocchiosi, sognanti, archeologici, vispi, conditi, elastici, primordiali, laconici, squillanti, espliciti, ipocriti, dialettici, danzanti, stonati, celestiali, bagnati, sudati, asciutti, oleati, dorati, fragranti, caramellati, imbottiti, acerbi, canditi, ammiccanti, reticenti, eloquenti, stupefacenti, ovvi, queste meravigliose comiche, finché ci sarò io, ci sarà almeno uno che le guarda. E forse avrei diritto almeno a un grazie.

E così stamattina – ore 7, Montallippo (TA), bruma anzi – quasi – nebbia, più silenzio del solito, più attesa del solito, nella piena immobilità di tutto, nell’assenza assoluta di qualsiasi tipo di vento, c’è solo la mia mano – abbronzata, di villeggiante – che si muove guidando la penna – che è un pennarello -, nera sul foglio bianco, da sinistra a destra, lungo la diligente linea grigia – è un quaderno di scuola – mentre in gran numero quelle brave ragazze, quelle donne da spiaggia probabilmente dormono, in una nudità intransitiva, perfettamente innocente, al sicuro da ogni sguardo, curioso o fotografico, e anche il mio giornalista, come tutti i giornalisti, probabilmente dorme, io, non avendo niente di meglio da fare, non conoscendo niente di meglio da fare, scrivo, come meglio posso, perché voglio che il sole, che sta già dissipando quella grigia patina d’incertezza, che vince lentamente la timidezza caliginosa di questo nuovo giorno, mi trovi che scrivo, come sempre, al posto che mi è stato assegnato, perché, dopotutto, io sono un uomo ordinato.

Il sole sta al suo posto e io al mio. E come tutti i corpi solidi faccio una cosa « di una facilità mostruosa » e cioè: un’ombra. Produco un doppio esatto di me stesso, di colore scuro, che mi segue sempre, che replica ogni mio movimento, con una fedeltà imbarazzante, come un io di riserva, sfuggito alla luce. che sfugge alla luce, che, nero com’è, attesta di non essere sole, e più il sole divampa e più è nero, ostinatamente, esattamente. E questa cosa la fanno tutti, anche le donne della spiaggia, anche il mio giornalista. La fanno come sono, esattamente, che meglio non si può. La fanno anche quando non se l’aspettano, e non ci tengono, e ne farebbero a meno, perché vorrebbero essere soltanto sole, come se fossero sole e non modesti corpi solidi. Come se non fossero solo comiche, e comici, che finché fanno ridere, finché c’è luce, ma poi.

Io sono uno spettatore ordinato, che, se c’è da ridere, ride, ma, se non c’è da ridere, non ride. Che applaude e si fa applaudire, come ora si usa, perché sa di essere anche un po’ comico, che lo siamo tutti, che lo vogliamo o no. Che, finché siamo comici, finché facciamo ombra, ma poi. Che Totò va bene, anche se a me non mi faceva ridere sempre, e va bene anche Chaplin, o Buster Keaton, o Harold Lloyd, o Stan Laurel, o Oliver Hardy, o Danny Kaye, o Bob Hope, o Jerry Lewis, o Woody Allen, o Mel Brooks, o Eddie Murphy, o Danny De Vito, o Steve Martin, o Robin Williams, o Carlo Campanini, o Walter Chiari, o Nino Taranto, o Carlo Croccolo, o Macario, o Carlo Dapporto, o Renato Rascel, o Paolo Villaggio, o Massimo Boldi, o Lello Arena, o Massimo Troisi, o Francesco Nuti, o Roberto Benigni, vanno tutti bene e va bene, anche se io non ho sempre voglia di ridere. Ma poi.

La mamma, a un certo punto, impazzì. E fino a qui non ci sarebbe niente di male perché le donne, si sa, sono tutte un po’ pazze e lei, comunque, forse un po’ pazza era sempre stata, o almeno un po’ troppo impulsiva, generosa, violenta. Ripeteva sempre le stesse cose, e mi accorsi che erano trent’anni che le ripeteva. Una novità invece era che raccontava le barzellette. Evidentemente voleva fare ridere. Ma il punto è che impazzì contro di me. Ce l’aveva con me così tanto che a un certo punto pensai che mi volesse morto. Perché ce l’avesse con me non è chiaro. Forse perché non ridevo abbastanza o chissà. Quello che è certo è che anche la voglia di fare ridere può diventare una manìa, cioè una malattia e avere a che fare con i malati è difficile. Oppure è tutto un problema di faccia, chi ti vuole con i baffi e chi senza baffi, e ti si attaccano alla faccia come se volessero strapparla via, come se sotto alla faccia ce ne fosse un’altra ed è quella che vogliono perché non possono credere che la tua faccia sia l’unica faccia che hai.

Ma io ho solo una faccia, questa, e questo forse è il problema. Perché una faccia sola in un certo senso è poco, una vera miseria, un prezzo troppo « irriguo », una « facilità mostruosa ». E invece i comici ne hanno almeno due o più di due e se le cambiano in un momento, con una « facilità mostruosa » e piacciono a tutti. Io ho solo una faccia e non è nemmeno bella perché una faccia sola non è mai bella, è troppo poco, è troppo ovvia, come un sasso, una pianta, una cacca. Come uno che dorme, che sembra morto, perché non dà segno di vita. Perché dare segni, fare segnali è importante, per fare capire che ci siamo, che siamo vivi, che non siamo soli.

Ma io con la faccia non ci riesco. E infatti ho cominciato a portare la mia faccia con la necessaria cautela, con una certa modestia, come se ritenessi opportuno scusarmi di avere solo una faccia, ma è molto faticoso e certe volte penso che sarebbe meglio portare il velo come le donne arabe ora non portano più, un velo pietoso, ecco. E comunque, anche se mi comporto con estrema prudenza, succede ancora che mi colpiscano in faccia, con estrema violenza, graffiandomi, lacerandomi, lasciandomi la faccia pesta e sanguinante come se avessi dormito male, come se avessi bevuto, come se mi avessero massacrato di botte. E poi, mai uno sguardo buono, mai uno sguardo, e invece di occhi tette, invece di parole risate. Invece di uomini comici. E tutti i giorni Totò.

Il fatto è che il mio giornalista era troppo basso, era troppo basso anche vent’anni fa, quando lo conobbi. Non c’è niente di male a essere bassi, per carità, e, pur essendo bassi si può essere anche carini. Fra l’altro i bassi hanno una certa fama che gli alti non hanno. Gli alti non hanno una certa fama e spesso non hanno niente, oltre l’altezza. Un po’ come tutti, a meno di non essere Ted Turner o Bill Gates o Berlusconi o l’avvocato Agnelli. Con l’altezza ci si fa poco. Si avvitano le lampadine, si colgono le mele se ci sono mele da cogliere, si va a canestro se si ha il tempo di giocare, si fa il granatiere se non si ha niente di meglio da fare, si svitano le lampadine. Altro non si fa, e la fama resta lontana. Per questo non si capisce perché i bassi, a quanto si dice, ci tengano tanto a sembrare più alti. Con i tacchi. Con i salti. Chissà che si immaginano, ma qualcosa si immaginano. Gli alti invece non si immaginano niente, se non una certa fama.

Il mio giornalista forse si immaginava che io fossi un grande scrittore e invece io avrei desiderato soltanto una certa fama. Oppure una certa tranquillità, come ora – ore 15. 05, Montallippo (TA), perfetto silenzio estivo, ora placida, ora magica, controra, ora contro ogni ora, ora contro il tempo, ora ferma, ora statica, ora estatica – un certo silenzio, un certo niente. Un certo sonno, da svegli, a occhi chiusi.

Eravamo buffi a vederci insieme, io e il mio giornalista, lui bassissimo, naniforme, io alto, inutilmente alto. Sembravamo diversi, come si vede bene in una foto che ci fecero, eppure, in un certo senso, eravamo piuttosto uguali. Perché scrivevamo tutti e due. E, quando si scrive, non c’è altezza o bassezza che valga, o faccia, o fama, o tette, o baffi, o vento, o mare. Quando si scrive si scrive e basta. Da sinistra verso destra – oppure da destra verso sinistra -, lungo una linea diligentemente grigia, con una penna che, anche se è verde rossa blu o viola, è sempre sostanzialmente nera. Come un’ombra. Circostanziata, inseparabile, esatta. In un’ora che è sempre contro tutte le altre, che hanno il difetto di trascorrere, un’ora ferma, perfettamente immobile, probabilmente magica. Come in un sogno fatto da svegli.

Un giornalista, dopotutto, è uno che scrive. Che cosa si crede di fare? Poco, quasi niente. Può scrivere « versetti », può scrivere « Vergogna! », ma sono sempre soltanto parole. Una volta la va, una volta la spacca, e comunque, se non c’è qualcuno che legge, non serve a niente.

Quando conobbi il mio giornalista era già tardi. Dico per scrivere. Senza fare ridere. Perché che sia tardi fa ridere. Fa ridere scrivere. Quando è tardi.

Molto meglio sognare una ragazza giovane che si lascia baciare i seni e che, dopo che ci hanno interrotto, dice, con aria allegra: « Ricominciamo ». E anche se mi sono svegliato non dimentico questo meraviglioso invito.

Mentre sul fornello il latte da molti minuscoli segni tradisce il proposito di pervenire allo stato cosiddetto di ebollizione, e anche la giornata ora – ore 7. 45, Montallippo (TA), cielo spudoratamente sereno, irritante assenza di non dico un vento di Maestrale, non dico un vento di Levante, ma almeno di un vento, un venticello, una brezzolina, un soffio qualsiasi – si annuncia da molti segni calda, anzi caldissima, anzi bollente, io penso che bisogna pensare di più alle mucche, senza le quali non avremmo a disposizione quella semplice, saporita, nutritiva bevanda bianca che, insieme al caffè e magari a un cornetto, accompagna l’inizio delle nostre giornate. Anche se qualche volta impazziscono, non bisogna dimenticare tutto il latte che ci hanno dato, che, se a loro veniva naturale darlo, a noi tornava comodo berlo. Perché così va il mondo. Finché va.

E forse bisognerebbe pensare anche a Mara Muraglia vedova Caroli che è morta « dopo una lunga e accettata sofferenza », a 36 anni, ed era già vedova, e la piangono tutti, il figlio, i genitori, gli amici, il marito no perché era morto prima, a 36 anni, che è un po’ presto, considerata l’età media, a pensarci bene. E io ci penso, ci penso, ci penso sempre. E scrivere forse è pensarci. E così alla fine faccio quello che voleva la mamma che all’improvviso mi disse: « Ma a noi non ci pensi? ». Ci penso, ci penso, più scrivo e più ci penso. Ma non penso di fare niente di più che scrivere, che pensarci. Perché se non scrivo, se smetto di scrivere, come ora – ore 11, Cantina sociale di Locorotondo (BA), una sola immensa navata, di Notre Dame, di Crystal Palace, di Grand Central Station, di Palasport, dove le voci hanno l’eco, e la gente sembra piccola nella distanza – che ho visto una faccia che somiglia a un’altra, che ho riconosciuto una faccia che non avevo mai visto, e il bello è che lei, che non mi aveva mai visto, mi ha riconosciuto, se accetto di « contattare » quello sguardo, e contattarlo è facile anzi « di una facilità mostruosa », allora comincia qualcosa che non è scrivere, comincia un altro genere di facilità, di felicità. E non solo non scrivo, ma non penso, non penso più a niente, e come niente non è niente male.

Però forse è tardi anche per questo, perché ormai scrivo e perché quella faccia somiglia soltanto a un’altra, e forse, se guardassi meglio, scoprirei molti dettagli, minuscoli segni, particolari rivelatori del fatto che quella faccia non è quella faccia ma solo una copia e forse, chissà, potrei anche accontentarmi. Perché forse una copia è meglio di niente, un’imitazione, un’illusione, uno scherzo. E lo scherzo è d’accordo, lo vedi da come ti guarda, è il tuo scherzo, lo scherzo per te, quello che ti conosce, che sa di poterti fare ridere, che sa come farti felice, che farti felice è facile, anzi « di una facilità mostruosa » e anche lo scherzo è felice così e, in un certo senso, siete fatti l’uno per l’altro.

Perché anche essere ingannati è piacevole, sembra incredibile ma è così. Dico dalle apparenze. E quando le apparenze non ingannano più è molto triste. La bellezza non c’entra niente. Sono i segni. Perché se uno scambia la Cantina sociale di Locorotondo per la cattedrale di Notre Dame – « Ma lei beve? » « Con estrema moderazione » – ci sarà una ragione. Sarà la luce, sarà l’eco, o gli omìni piccoli piccoli. Saranno sempre segni di qualche cosa – « Ma lei è semiologo? » « No, semiofilo » -. L’importante è che ci siano segni. Perché invece l’insignificanza è terribile. Meglio una cantina, peraltro sociale, di niente. Meglio un Locorotondo bianco di niente, se un Brunello, o un Chianti, o un Barbera, o un Dolcetto, o un Grignolino, o un Traminer, o un Cirò, o un Lambrusco, non ci sono, né rossi, nè altro – « Ma lei è enologo? » « No, filologo ».

Meglio bere vino che niente, se il latte non c’è. Se la mucca è impazzita, è morta, « dopo una lunga e accettata sofferenza ». Perché il vino, può sembrare incredibile, può anche somigliare al latte, e infatti dalle mie remote parti ho sentito dire che si diceva che « il fiasco è la poccia dei vecchi », come se i vecchi avessero comunque bisogno o comunque voglia di bere, qualcosa di saporito, di nutritivo, di donna, di madre, di mucca.

Che è quello che doveva pensare anche Verlaine di cui si parla nel diario di Renard che sto leggendo che è morto esattamente cento anni fa, che lui sì beveva, ma soprattutto scriveva. E anche piuttosto bene, dice. Che cosa credeva di fare? Una cattedrale? Un palazzo di cristallo? Una grande stazione? Un palazzo dello sport? Una cantina sociale? Al massimo, quello che poteva fare era una copia, una somiglianza, uno scherzo, un’eco.

Come il mare, ora – ore 14. 30, il solito Lido in provincia di Brindisi o forse di Bari, non ci capisco più niente, vento inqualificabile, afa a tutti gli effetti – che piace perché somiglia a qualcosa, forse a quando eravamo pesci, chissà quando, più di un secolo fa. Che non annoia mai perché si muove sempre, come una cosa viva, e più vivo del mare non c’è niente, anche quando andiamo a dormire, e se ne vanno anche quelli dei cani, e quelli del beach volley, e le brave ragazze, e i milanesi, e quelli del windsurf, e quello del materassino verde, e quella incinta, e quello del telefonino, e quelli di Monopoli, e quella che sembra un ragazzo, e forse lo è, e tutto è come un secolo fa, quando eravamo pesci. Nel mare.

Lo so, bisognerebbe non credere a quello che si vede. Bisognerebbe capire che se un liquido è rosso è vino e non è latte. Che se una ragazza ti mostra i seni non è perché voglia nutrirti ma perché è lei che forse ha fame. Che tutto quello che si vede anche se è colorato, agghindato, apparecchiato, non per questo è da mangiare perché anzi può essere velenoso. Che se uno è straordinariamente basso non per questo è un bambino, perché forse è un nano.

E stamani, non so perché, mi sono svegliato con una gran voglia di farmi ricrescere i baffi. Quando conobbi il mio giornalista io li avevo e lui no. Poi sono passati ampiamente di moda, qualunque cosa significassero. I giornalisti invece si sono moltiplicati. La mamma voleva che li tenessi e, finché è vissuta, li ho tenuti. Poi li ho tolti: era tanto tempo che avevo voglia di vedere la mia faccia. Quando l’ho rivista ho notato che somigliava abbastanza alla mia faccia di adolescente, quella che avevo quando vivevo in famiglia, prima che accadessero tutte le cose che sono accadute. Rivedere la mia faccia di adolescente mi ha fatto uno strano effetto: era come se il tempo non fosse mai trascorso e tornasse un presente invincibile, senza memoria né rimpianti. Come se tutto dovesse ancora cominciare, in un mattino innocente e perfetto.

Come per il fumare. Quando mi sono tolto i baffi ho rivisto la mia faccia di quando non fumavo e così ho pensato che, già che c’ero, potevo anche smettere di fumare. Ma non fumando mi succedevano strani fatti, mi sentivo troppo bene, troppo giovane, mi veniva la paura di quelli che non si sentono bene, che non sono giovani, che fumano, e sono tanti. Non ce l’ho fatta a smettere.

E stamani – ore 6. 32, su quel monte in provincia di Taranto che non è un monte, ma al massimo un montarozzo, un rigonfiamento, un dosso, una salitella, e l’aria è fresca perché stanotte è piovuto, e il silenzio è piuttosto scontato data l’ora ma sempre incantevole nella sua virginale assenza di suoni – penso che io non sarò mai abbastanza giornalista da non ricordarmi niente, da non avere qualche rimpianto, da essere inattaccabile a ogni genere di rimorso.

Il tempo c’è e continua a passare. Qualunque cosa sia il tempo. Forse è qualcosa come i baffi che, se non si tagliano, continuano a crescere, a crescere, a crescere. Fino a diventare ridicoli. Come le sigarette, che, se non si smette, si continua fumare, e una sigaretta tira l’altra, e i denti diventano gialli e tutti dicono: « Ma perché non smetti? », se non ti dicono peggio. Comunque stamani non ho voglia di tagliare niente, di smettere niente. Non ho voglia di tagliare né di smettere più. D’altronde posso permettermelo: non sono un giornalista, io.

E oggi – ore 15. 15, Lido Bosco Verde già Bibite Fresche, vento come minimo furioso mare sconvolto da scatenati lampi di bianco verde blu, ripenso a tutti i mari che ho visto che sono tanti ed erano tutti belli. Mentre qualcuno racconta la gag di quel vecchietto che « aveva un piede nella fossa » che quando erano al Père Lachaise cadde in una tomba e gridava : « Le chapeau! … Le chapeau! » e, come nei giornali, non c’è niente di inventato oppure quell’altra di quello che aveva appena comprato una MG celeste e si fermò a fare benzina e il benzinaio gli disse (in dialetto): « Che bella macchina… ma che colore di merda » oppure quella di quella che di nome si chiamava Domenica e di cognome Melalavo ed era sposata con un certo Piazza così che era Domenica Melalavo in Piazza. I mari che ho visto e quelli che non ho visto, del Sud, del Nord, tutti salati, pieni di vento, larghi, distesi, anche se non sono oceani, mossi, molto mossi, agitati, calmi, della calma speciale dell’acqua, profondi, segreti o trasparenti, freddi o caldi, abitualmente liquidi.

O quella del poeta leccese Bodini, che morì ubriaco tipo Verlaine, che prima lo commemorarono tutti con inappuntabili analisi critiche e poi arrivò Rafael Alberti che raccontò che la notte andavano insieme a vedere le pisciate di Roma e allora lui – il narratore – gli disse: « Sapevo che si dice “ picaresco “, ma questa volta bisognerebbe dire “ pisciaresco “ ».

Ne dicono tante, di tutti i generi, i giornalisti e non si stancano mai. E quasi sempre fanno ridere. E io, se c’è da ridere, rido. Ma, se non c’è da ridere, no. E in quanto a ridere bisogna raccontare anche quella di quella che dice che Benni è peggio di Celati e cita anche il suo ultimo libro: « La compagnia… la compagnia… » e dice « dei cappuccini », ma io che non leggo i libri ma mi ricordo bene i titoli, sarà perché ho fatto il giornalista, preciso che si tratta « dei celestini » e ci faccio anche la mia figura ma non faccio ridere neanche stavolta.

I mari, che francamente non c’è niente da ridere, e neanche da piangere, c’è acqua e basta, acqua, acqua, acqua, acqua, acqua, acqua e né fochino né focherello hai voglia a cercare. Il mare, che appena c’è, c’è, e non annoia mai.

E così stamani – ore 9. 08, su un’altura in provincia di Taranto, fra ulivi verdi e terra rossa e case bianche, il vento non saprei, cielo ancora indeciso se vestirsi di azzurro o di grigio – non leggo Renard perché mi sembra che voglia un po’ troppo spesso fare ridere e alla fine francamente annoia e invece forse mi andrebbe di leggere Verlaine o anche Mallarmé o anche Valery che poi se mi annoio è solo colpa mia. Perché molto dipende anche da chi legge. E se uno si annoia si annoia anche con Benni o con Benigni o con Baricco. Si annoia anche al cinema, o al mare. O leggendo il giornale.

Quando conobbi il mio giornalista io, per la verità, scrivevo poesie. Anzi prose. Anzi poesie in prosa. O forse prose poetiche. Ne avevo scritta una che diceva così: « Tènere le distanze », che faceva anche ridere per via di quel giochetto fra « Tènere » e « Tenére ». Che era incredibilmente breve, anche più corta di quella di Ungaretti che sanno tutti. Perché il bello della poesia è che ci sono poche parole, e tutte buone. Tutte necessarie, così tanto che, se ne salti una, non capisci più niente. O se la scambi con un’altra che sembra uguale ma non lo è. Come in un titolo, sarà per questo che mi piacciono i titoli. Perché la poesia è fatta di tanti minimi particolari, di dettagli essenziali, e dire una cosa in poesia non è la stessa cosa che dirla in prosa anche se, a un’occhiata superficiale, sembra del tutto simile. Non è che con la poesia si risparmi tempo considerato che le parole sono poche, perché anzi di tempo ce ne vuole anche di più e su una parola ci si può stare ore e ore. Fino al punto che il tempo sparisce, perché è passato tutto, o non è passato per niente, come se tutto si fosse fermato, on quella parola che più la leggi e più non ne sai niente perché non ne saprai mai veramente niente. Non che ti annoi, anzi, non ti annoi per niente, anche perché una parola tira l’altra, e ripensi a tutte le parole che hai letto, e sono tutte belle e, sostanzialmente, liquide. Nonché verdi, e blu, e bianche, e grigie, e rosa, e rosse, e gialle, e turchine, e cobalto, e ocra, e viola, e amaranto, e tutte, sostanzialmente, nere. Come piccole ombre. Fedeli, circostanziate, esatte. E, in un certo senso, fanno anche ridere perché dopotutto sono sempre soltanto parole ma chi le legge le prende per cose, come se le vedesse, come se fossero lì, ma non ci sono.

Perché io credo che, anche se non sono niente, delle parole ci sia bisogno. Soprattutto le cose che, se sono cose e basta, sono piuttosto insignificanti. Compreso il mare che, a chiamarlo « mare » o « mer » o « sea » o « see » « thalatta » è una cosa, e a non chiamarlo non è la stessa anzi non è niente. A meno di non essere pesci che, dice, non parlano, ma non è detto. E comunque nuotano, come pesci, come pesci nell’acqua, guizzano, brillano, volano come uccelli senza ali, senza penne, senza becco, senza zampe, senza vento, con « una facilità mostruosa ».

E ora – ore 14. 37, Lido Niente, cioè « alla sgroscia », cioè a un prezzo assolutamente « irriguo », cioè senza pagare niente, mare francamente caotico, sebbene un po’ meno di ieri, vento as usual – vedendo le ragazzine annaspare fra le preponderanti schiume, pensando che, se rischiassero di annegare, mi toccherebbe di tentare di salvarle, come quell’attore americano di cui non ricordo il nome, pur non essendo né attore né americano, penso che scrivere in un certo senso è come nuotare. Che il rischio di affogare c’è sempre, ma si può sempre imparare e quando si è imparato non si dimentica più.

Come le due ragazzette, che sono annegate, che non ho dovuto tentare di salvare, come un attore americano. Che nuotando-scrivendo si può scivolare sul niente, come se non ci fossero il peso e l’usuale forza di gravità, affidandosi all’acqua, che più è profonda e più sostiene, per pura gentilezza d’animo, « alla sgroscia », pesce più pesce meno, dal punto di vista dell’acqua che, si sa, è un elemento di larghe vedute.

Ancora oggi, tanto tempo dopo che ho conosciuto il mio primo giornalista, tanti anni dopo che ho lavorato in un giornale, arriva qualcuno che mi chiede: « Che cosa scrivi? ». E io non so che rispondere. Rispondo: « Scrivo ». E il discorso finisce lì.

Ma io continuo perché non ho voglia di smettere. E ogni mattina, come questa – ore 7. 18, dall’alto di un monte che non è un monte, dall’alto di un alto che non è un alto, da una distanza così tenera che in un certo senso non è una distanza, ma anzi una vicinanza, una prossimità, una fedeltà assoluta, come quella di un’ombra, che segue sempre, come un’ombra, come un cane, come un ricordo, da un ricordo che non è un ricordo, ma una felicità, una facilità, ma una fedeltà, possibilmente alta – ricomincio, come se ogni mattina fosse la prima che conosco e che scrivo.

Come il latte. Che può essere intero o parzialmente scremato, fresco, a lunga conservazione, o addirittura in polvere, di mucca, di capra, di pecora, di asina, di cagna, di gatta, di jena, di gallina, di mandorle ma sempre latte è. Finché ci saranno mucche, capre, pecore, asine, cagne, gatte, jene, galline, mandorle. Ed è sempre buono. Come se fosse il primo.

Volere scrivere è come volere dormire. Sembra facile, « di una facilità mostruosa », ma non lo è. È facile chiudere gli occhi, e appena chiusi gli occhi si comincia a vedere per esempio un grande corpo di donna, di ragazza, si vede la pelle morbida e liscia, la curva struggente dei seni, la dolcezza del ventre, si sente il calore del suo respiro, e l’odore aspro e dolce dei suoi capelli, si ascolta il battito del suo cuore invisibile. E, quasi dormendo, si pensa che si vorrebbe dormire dentro quella ragazza, dentro quella pelle così perfettamente liscia, dentro quei seni così inspiegabilmente rotondi, dentro quel ventre assolutamente calmo, in quel respiro carezzevole, fra quei misteriosi capelli, dentro quel cuore instancabile.

Perché forse così si verrebbe salvati, come ora – ore 11 in punto, pigramente là dove mi trovavo anche prima – leggo che è successo a quell’attore americano di cui ora mi ricordo il nome ma, francamente, continuo a non avere voglia di scriverlo, che è stato salvato da una ragazza lui che a quanto dicono le ragazze abitualmente le salva. Favola o realtà si sarebbe salvi se si avesse il coraggio di avvicinarsi così tanto da entrare dentro a quella visione del dormiveglia, se si avesse il coraggio di dormire sul serio.

Ma il coraggio mi manca e, proprio quando sono ormai vicinissimo, tanto che sento il profumo leggero della sua pelle, il peso tenero del suo seno, il vento dei suoi capelli, e il profondo appassionato battito del suo cuore, mi sveglio. E sono così sveglio che ormai invece di dormire posso solo scrivere.

Che è come dormire, ma solo come.

Dove sarà ora il mio giornalista? Sarà in vacanza anche lui? Sarà con la moglie? Sarà con l’amante? Sarà al mare? Sarà in montagna? Io, francamente, gli auguro ogni bene. E soprattutto di scrivere. Perché scrivere fa bene, è stare bene, è stare dentro. Dentro un grande corpo di donna, instancabile come un mare, appassionato come un vento, inspiegabilmente rotondo, aspro e dolce, perfettamente liscio. Io spero che se ne renda conto, dico di scrivere, perché finché scrive, ma poi.

Quando conobbi quel giornalista ero appena tornato a casa. Dove ero stato? Se me lo chiedevo non sapevo rispondere. La casa c’era ancora, c’erano ancora i miei genitori, c’erano i vecchi amici, c’era la mia città, che non si erano mossi. Perché ero andato via? C’era ancora una certa persona a cui sentivo di non avere mai detto la verità. O forse non gliela avevo mai chiesta. Ammesso che volesse – o potesse – rispondermi. Quando la vedevo, come tanti anni prima, non sapevo fare altro che arrossire. Forse avrei potuto scriverle, come facevo tanti anni prima, ma scrivere in quel modo in cui le avevo scritto sapevo che non serviva a niente. Scrivendole avevo istituito una distanza che non favoriva la tenerezza ma alimentava il distacco. Forse la colpa era mia, del mio modo di scrivere, delle parole che usavo, del modo in cui le mettevo insieme. Forse io non sapevo scrivere, perché non sapevo che cosa dire, né come dirlo. Ammesso che avessi veramente qualcosa da dirle.

Tutto questo succede perché poco fa mi sono svegliato come mi svegliavo in quel tempo, in una specie di silenzio radicale, che sconsiglia di cominciare a parlare troppo presto, prima che si sappia che cosa dire, come il silenzio pretende sempre che si sappia. E ora – ora di cena, collina, campagna, vento forte che, mi dicono, non è né Levante né Maestrale ma caldo turbolento minaccioso Scirocco – credo anch’io che sia venuto il momento di saperlo.

In tutta semplicità vorrei dirle che io l’ho sempre amata e l’amo ancora. Che mi ricordo che indossava un vestito rosso e nero. Eravamo uno di fronte all’altra, poco più che ragazzi, e tutto mi sembrò perfettamente chiaro, come non mi è più sembrato. Così chiaro e perfetto che non c’era bisogno di altro e io mi sarei anche fermato lì. E infatti mi sono fermato. Non è vero che sono andato via, che ho viaggiato, che ho cambiato casa e città: io non mi sono mai mosso.

Sono rimasto in quel punto esatto, concluso, incommensurabile, immenso, a chiedermi se di quel vestito mi piacesse più il rosso o più il nero, il rosso, che è anche un color carne, un color sangue, un color vino. Il rosso di cui anche lei, come me, arrossiva, il rosso di cui forse non si può arrossire in due, il rosso che a lei stava bene ma a me è sempre stato male, come se fosse sangue, come se fosse vino, anche se non era così, il rosso di una fiamma che può anche bruciare se non si sta alla dovuta distanza, il rosso di un fuoco che è sempre prematuro considerare spento; oppure il nero, così laconico, refrattario, chiuso com’è, tendenzialmente imperscrutabile, anche pauroso, anche ridicolmente buio, come una notte senza luna, come un bosco di notte, come un lupo, come un inchiostro, ma che pure sta tanto bene col rosso, come quel vestito dimostra.

Continuerò a non sapere che cosa mi piace di più, ricordandomi tutto, anche di un libro di Stendhal che ricevetti in prestito e che non ho mai letto né restituito e che si intitolava De l’Amour, che non è la stessa cosa che l’ « Amore », è l’ « Amore » in francese, in una lingua che a me piace tanto ma che non si usa più. E forse non si è mai usata, se non nei libri. Che a me piacciono, devo dire, più dei vestiti. Anzi nemmeno, perché i vestiti mi piacciono, ma solo i libri si scrivono, tendenzialmente più neri che rossi, ridicolmente neri e per di più a qualcuno fanno anche paura. Io, che non mi sono assolutamente mosso, forse l’amavo in francese, in una lingua ridicolmente straniera, come mi aveva insegnato la nonna, tanti anni prima, come se fosse la nonna, ma non era la nonna, forse era Cappuccetto rosso ma io non ero il lupo, questo no, forse un po’ nero, forse un po’ chiuso, un po’ ridicolo, ma lupo proprio no.

O forse sì, lupo, Lupo, Lupo per sempre, con Cappuccetto dentro, con la Nonna dentro. Oppure Lupo dentro la Nonna, dentro Cappuccetto. Che forse è la Nonna. E per questo piace tanto al Lupo. Perché gli ricorda qualcosa. E al Lupo i ricordi piacciono.

Favola o realtà? Favoloso rosso, favoloso nero, boschi, notti, fuochi. Tutto piuttosto che il grigio, l’esangue grigio della realtà. Che è sempre tendenzialmente incolore anche se i giornalisti ce la mettono tutta a dipingerla a tinte forti, con colori stravolti, pazzi, come in un film di Fassbinder. Non si può dargli torto se esagerano perché se non si dipinge niente, se non si scrive niente, il mondo « non sa di niente », come diceva il mio babbo quando stava per morire. Che è morto prorio oggi, sette anni fa, e non c’è niente di peggio della morte. In una giornata di agosto come questa – presto ma non troppo, in alto ma non troppo, forte vento di Scirocco che forse è Libeccio e forse è la stessa cosa – che non dimentico.

Neanche stamani, ora – ore 6. 25, in un punto da cui si gode una bella vista anzi ottima, anche se non c’è molto da vedere: un piano di terra rossa, qualche cubica casa bianca, una linea sfumata di grigio nebbia, alba, medusa, perla, oltre le macchie di molti diversi verde tutti assolutamente fermi, immobili nel loro consueto disegno, perché ogni vento finalmente è calato, ogni turbolenza dell’aria e questa che comincia forse, in un certo senso, sarà una giornata normale – quando penso che l’unica cosa brutta è avere fame. Quel vuoto allo stomaco o alla testa. Quella fretta, quella paura che sia tardi. Quella paura di non farcela. Ma a fare che? Stamani, scrivendo ancora una volta in una località imprecisata del Sud, che, salvo qualche eccezione, è una terra di uomini bassi, davvero non lo so.

Poco fa ho sognato che a me che dicevo: « Ma chi la decide la Moda? » il ragazzo rispondeva: « La Gazzetta ufficiale » e io mi tuffavo in piscina con un’agilità d’altri tempi. Del resto, penso ora che sono sveglio, anche la Gazzetta ufficiale in un certo senso è un giornale e questo è forse quello che volevo dire.

Oppure chissà che volevo dire, che voglio dire, ammesso che voglia dirlo, come ora – ore 13. 23, località Monticelli, Ostuni (BR), purtroppo, e non Lido Morelli, Ostuni (BR), e dico purtroppo perché Monticelli è scoglio mentre Lido Morelli è spiaggia e, e questo lo voglio dire, fra spiaggia e scoglio io scelgo sempre la spiaggia, sarà perché al pavé ho sempre preferito la plage, sarà per via delle love letters, o dei castelli di sabbia, o in aria, degli chateaux, o delle saisons, sarà perché la spiaggia è bionda e distesa, e cede sotto ogni peso, ma poi ritorna sempre la stessa, perché sta a contatto col mare, che sembra sempre se la debba mangiare ma si limita a « contattarla » ma non succede mai e comunque ci vogliono milioni di anni, perché è capace di essere dura come una pista, fresca come una pasta e di brillare come la seta. Perché è lunga e diritta, tendenzialmente interminabile, perché, escludendo i deserti, c’è solo al mare, sarà perché non sono un’ostrica, ma forse sono un bagnino, e, d’altra parte, ognuno ha i suoi gusti anche se la Gazzetta ufficiale non ne fa menzione – che, esitando ancora a tuffarmi, leggo Gozzano che parla della fortuna del cinema e conclude con i suoi stessi versi che graziosamente, gozzanianamente, suonano: « … più saggio quegli che si gode estatico / dell’Apparenza, senza batter ciglio, / come di cosa impressa nel cartiglio / fotogrammatico! », e mi pare che, dopotutto, potrei dichiararmi d’accordo con quel grazioso poeta, anche quando dice, perché lo dice: « Che cosa ci prepara, oggi, questa industria potente e prepotente come il denaro? Voglia il cielo che non sia un sintomo di decadenza che ci avvolge insensibilmente e che non avvertiamo, come non si avverte l’atmosfera viziata a poco a poco. Certo in quest’ora storica tutto è sintomatico ed enigmatico, anche il nastro che chiude il mondo in un intrico sempre più fitto di celluloide figurata. / Ma che cosa fare, che cosa pensare? Forse ciò che fanno e pensano i poeti. / Niente. »

Perché non c’è niente da fare, non c’è da fare niente, se non scrivere, come Guido Gozzano, come quei poeti. Perché io non ho fretta, ho sempre meno fretta, sempre meno fame. Sarà perché ho deciso di passare di Moda, di lasciare passare la Moda, guardandola mentre si allontana sulle sue lunghe, abbronzate, fotogeniche, fotogrammatiche gambe. Che è un bel passare, un bel vedere, un bel lasciare. Io resto qui, nel mio qui, insensibile ai venti, del Sud, del Nord, sintomatizzando, enigmatizzando, nella mia strana normalità di uomo piuttosto alto, piuttosto rosso (in faccia), piuttosto nero (dentro), resto e scrivo, che è l’unica cosa che forse so fare.

Anzi leggo nel diario di Renard: « 11 febbraio 1902 – So che la letteratura non dà da mangiare all’uomo che vi si dedica. Per fortuna io non ho mai molto appetito. ».

Anzi scrivo. Anche ora, anche qui – ore 12. 26, Torre Guaceto (BR), mare vivace, vento quello che basta, paesaggio mi dicono « greco », perché in Grecia non ci sono mai stato – e se scrivo non credo che il WWF se la prenda a male, perché è nella mia natura scrivere, come in quella di questo mare di essere verde, di questo vento di essere fresco, di questo posto di essere grecamente bello. E se l’elicottero della Capitaneria che sorveglia la costa guarderà dalla mia parte non vedrà niente di meglio che un uomo che scrive, che sembra non fare niente, che in un certo senso non fa niente e dunque potrà anche smettere di guardare perchè in un uomo che scrive non c’è francamente niente da vedere. Neanche per un elicottero.

Scrivo. Che scrivo? Scrivo una specie di giornale, probabilmente un diario. Che è quella cosa che può anche essere scritta per non essere letta, cioè come se non gliene importi niente di essere letta, cioè gliene importa anche ma non ci fa conto, perché quello che vuole è essere scritta, quello sì, a tutti i costi. A un prezzo « irriguo », o esagerato, o addirittura « alla sgroscia », con un certo fastidio, con una innegabile pena o « una facilità mostruosa ». Inutile piangere su tanto latte quotidianamente versato: giornalisti si nasce. E poi: « sempre meglio che  lavorare ».

C’era uno strano rapporto fra me e quel primo giornalista che ho conosciuto. Quello che posso dire è che fu lui a cercarmi. Forse perché i giornalisti cercano sempre, come se avessero sempre perso qualcosa, e fanno sempre domande come se ci fosse sempre qualcuno che può rispondere. O forse perché io, che veramente non cercavo nessuno, veramente volevo essere trovato. Perché comunque da soli non si può stare, a quanto dicono.

Però stamani, – ore 8. 10, su quel purgatoriale monte di cui ho già parlato, cielo insicuro, incerto, calma solo apparente, sarà perché ho dormito male, come se non fossi in vacanza, come se la vacanza fosse finita – penso che fra me e lui in un certo senso è finita male. È finita male per lui perché quello che fa secondo me non è scrivere, anche se gli somiglia. È finita male per me perché non scrivo nemmeno io se non questo diario, che sarà anche scrivere ma non ci credo.

Perché scrivere, credo, non è chiedere, ma casomai dare, offrire, fare un regalo, fare ridere, fare piangere, fare sorridere. E neanche però è stare da soli, come se si fosse soli, senza « contattare nessuno », come se non ci fosse nessuno. Forse la differenza fra me e lui è solo che a lui lo pagano per scrivere e a me no, e a qualcuno può sembrare anche una grande differenza. Molto dipende dall’appetito, o fame che dire si voglia. Che un poca ce l’abbiamo tutti, è inutile negarlo. A me scrivere mi fa passare la fame, sarà strano ma è così. E forse scrivo per questo e mi sento di consigliarlo a tutti. Se scrivo forse è perché devo rimettere qualche debito, devo pagare per qualche colpa che tuttavia non è stata mortale, un prezzo che tutto sommato mi sento di definire « irriguo », stando su un monte non troppo alto, in una condizione di attesa. In una specie di vacanza.

E ora – ore 12. 19, Monticelli (BR), moderato vento di Levante,  « che poi si calma », moderato affollamento ferragostano, moderato scoglio – forse è venuto il momento di parlare dell’arricciamento o « arrizzamento  » del polpo.

Dunque si dia un polipo o polpo – « Una piovra? » « Non esageriamo » -, si dia a patto che qualcuno l’abbia acciuffato, sui verdi, suggestivi fondali del mare, si dia lucente e stillante acqua, grigio e grassoccio, con quel testone bianco, con i tentacoli pieni di bocche, e boccucce, ciondoloni, inerti, di ex polipo, di bestia defunta. « Ma è buono da mangiare ». Sì, è buono e va mangiato. Ma prima va arricciato o « arrizzato », perché solo così diventa morbido, tenero, gradevolmente commestibile. Per arrizzarlo si sbatte, lui così invertebrato, così rilassato com’è, contro la dura, rugosa, bitorzoluta, oscura pietra dello scoglio. Si sbatte e si sbatte, e lui secerne una spumetta bianca come di schiuma da barba esaurita, come di frappè, come di scaracchio. E poi si sciacqua, e si sbatte ancora, e si sciacqua, e si sbatte, e si sfrega con un movimento regolare, rotatorio, come di cimosa sulla lavagna. Si sbatte, si sciacqua, si sfrega finché alla fine le troppe inerti braccia della bestiola si contraggono, si ritorcono come riccioli. E allora si mangia. E anche crudo. Ed è meravigliosamente buono. – « È come mangiare il mare » « Più o meno ».

Io vorrei tanto che per quello che scrivo fosse la stessa cosa. E per questo sbatto, sciacquo, sfrego e sbatto ancora, con un movimento tendenzialmente regolare, questa cosa molle ma ancora troppo dura, che era una bestia e deve diventare un testo, possibilmente buono, passabilmente commestibile, che sia da mangiare, che sia da leggere, non dico come il mare, ma quasi.

Non dico come un giornale. Come quello che poco fa – ore 7. 06, sempre quassù, a mezz’aria, a mezz’altezza, sotto un cielo che stamani propende al grigio, come se la vacanza fosse finita, con tutto che siamo solo a mezz’agosto, e in un certo senso forse lo è – ho sognato di scorgere in una Torino notturna e invernale ammucchiato in molte copie fresche di stampa sotto le luci di un’edicola: « “ Paese cielo / Giornale di solitudine umana “, anno 1, numero 0 », non dico come quello che forse è solo una barzelletta, uno scherzo escogitato dal sonno. Ma in qualche modo comunque sì.

Io lo scrivo per leggerlo. Lo scrivo e lo leggo. Lo scrivo mentre lo leggo. Lo leggo mentre lo scrivo. Al momento da solo. In una umana solitudine. Ma potrei anche leggerlo con qualcuno. Non dico scriverlo. Non dico essere in due. Come Paolo e Francesca, come Dante e Beatrice, come Francesco Petrarca e Laura de Sade, come Abelardo e Eloisa, come Tristano e Isotta, come Romeo e Giulietta, come George Sand e Alfred de Musset, come Verlaine e Rimbaud, come Bouvard e Pecuchet, come Liz Taylor e Richard Burton, come Federico Fellini e Giulietta Masina, come Fiorello e Anna Falchi, come Claudia Schiffer e David Copperfield – « Non stanno più insieme? » « Davvero? » -, come Al Bano e Romina, come Pippo e Katia, come Francesco Rutelli e Barbara Palombelli, come Thelma e Louise, come Carlo e Diana – « Hanno divorziato » « Peccato » -, come il duo Mazomba – « Mazomba? » « Sì, Mazomba: lei suona il pianoforte / e lui la tromba » « In che senso? » « In tutti ».

Non dico un libro: de chevet, d’ore, di preghiere, dei conti, mastro, mostro, nero, giallo, rosso o galeotto, ma qual è il libro che almeno un po’ non lo è?, un poco giornale, un poco polipo, un poco mare, un poco latte. Di mucca. Di capra, di serpe, di seppia, di sirena, di jena, di gatta, di cagna, di ragna, di nonna, di strega, di draga, di rospa, di agnella, di fringuella, di gazzella, di uccella, di pulzella, di pischella, di sorella, di suora, di nuora, di cozza, di porca, di panca. Amen.

E ora credo che sia venuto davvero il momento di smettere. Ora – ore 6. 13, decisamente troppo presto, inutilmente presto, come se dovessi guadagnare tempo, ma il tempo rimane perduto, è troppo perduto per essere riguadagnato, è perduto da troppo tempo, così tanto che nessuno si ricorda nemmeno come fosse fatto, come se avessi qualcosa di speciale da fare, qualcosa di urgente, che posso fare solo prima che tutti si sveglino, che il loro tempo si metta in moto, con la determinazione un po’ misteriosa, clandestina, cifrata dei sogni, che vivono una strana vita di bestie notturne e quando ci siamo noi non ci sono mai, come se avessero paura di tutti, come stranieri indesiderabili, come mostri impresentabili – ora comincio, lentamente, metodicamente a smettere di scrivere.

Come si fa a smettere lo so – l’ho già fatto una volta – perché è molto facile, anzi « di una facilità mostruosa ». Basta lasciarsi andare un poco, distrarsi un momento. È come addormentarsi solo che è il contrario. Basta aprire gli occhi e si smette subito. Di smettere ci sono mille ragioni. Per esempio una donna. E poi hanno già smesso in tanti. Per esempio Verlaine, che quando smise aveva la mia età. Dice: « Ma lui beveva ». Sì, ma non credo che sia questo il problema. Si smette perché si smette. Come questo diario o giornale che dire si voglia., che come diario, come giornale è un po’ falso, anzi falsetto, perché non ci sono vere notizie, reali novità. Perché, pur essendo fatto di inizi, è veramente piuttosto una fine, una conclusione, una « chiusa ». Anzi una serie. Perché lì dove sembra che si cominci, in realtà ogni volta si smette. Si smette continuamente, è tutto uno smettere.

Anche smettere però è meno facile di quello che sembra. Per smettere bene serve un ambiente adatto, un luogo dove smettere, in cui smettere, dentro cui smettere. Quello che sembrava facile qualche ora fa, quando era presto, oscuramente presto, silenziosamente presto, ora – ore 12. 54, nel fotogenico Lido Morelli, in una luce perfetta, di set, di teatro di posa, di cartolina, di depliant, di poster « visitate Lido Morelli » – sembra difficile, quasi impossibile. Saranno le luci così esattamente disposte, oppure i colori, puri come su una tavolozza, o in un campionario di vernici a smalto, o come nel quadro di un macchiaiolo, di un Fattori, ad esempio, soprattutto i bianchi, che sembrano appena spremuti fuori dal tubetto, gli abbaglianti bianchi, così optical, così ottici, così apodittici, così plastici, come un niente, anzi un tutto, un plenum dei colori, un ipercolore. ma forse è solo uno scherzo. Questi comici bianchi. Dove smettere sarebbe comico. Come in una comica finale. Come in un film.

No, non è uno « smettere » questo. Anzi somiglia a un cominciare. Qualcosa d’altro, qualcosa di ordinato, di esatto, di perfetto, in un certo senso.

Che non è il mio. E non lo sarà mai.

« Smettere » nel mio senso, smettere bene: questo è ciò che voglio fare. E per questo, forse, non è troppo tardi. 

Che poi, essendo uno che ha già « smesso » una volta, so anche che « smettere » serve solo a fare cominciare un altro. Ma anche questo è inevitabile perché anche ora – ore 17. 43, in una specie di domenica in una specie di vacanza in una specie di agosto – « Sembra settembre » « Già » -, in una specie di Puglia – « Sembra Toscana » « Già » -, in una specie di fine secolo – « Sembra un inizio secolo » « Già » -, in una specie di vecchiaia – « Sembra un’infanzia » « Già » – così va il mondo.

Detto questo, anche stamani, anche ora – ore 8. 22, in casa, prudentemente, attendisticamente, ma forse è già il caso che esca fuori, dove il mattino è già in funzione, come di norma, bello e inconsapevole, come un ragazzo, un po’ brusco magari, un po’ distratto, un po’ goffo, come un adolescente – per smettere devo cominciare, devo cominciare a smettere, devo sobbarcarmi la fatica di un inizio, che è sempre uno spavento, un colpo di dadi, un « gratta e vinci », un tuffo al cuore, un tuffo del cuore, un tuffo nel cuore, nella luce del giorno.

È come imbucare una lettera che, dal punto di vista della lettera, dev’essere tremendo: sparire in quella fessura stretta, precipitare nel buio, cadere sui corpi delle altre lettere, cartoline, depliant, bollette, partecipazioni, inserti, volantini, biglietti, contestazioni, convocazioni, restare lì, sentirsi coprire da altra corrispondenza, che continua a cadere dall’alto, sentirsi spiegazzare, comprimere, schiacciare, come in una fossa comune della carta, povera lettera, con il suo bravo francobollo, il suo bravo indirizzo, il suo bravo mittente, il suo bravo codice postale, che voleva solo arrivare a destinazione, possibilmente alla svelta. Era meglio nascere fax, oppure telegramma, oppure telefonata, oppure in Internet, visto che c’è, pensa la sventurata. Ma è nata lettera, è nata fuori Moda, è nata troppo tardi o troppo presto. E pensare che voleva soltanto essere letta.

E infine una parola sull’estate. Se devo essere sincero io non amo tanto l’estate. Ossia la amo, perché è bellissima, ma mi fa anche stare male. Soprattutto la luce. Che stanca gli occhi con il costringerli a vedere tutto, tutti gli oggetti, tutti i corpi, tutti i colori. La donna con il saio arancione e la borsa verde pisello. I cavalli nero ebano sul campo di stoppie gialle. Le case bianche, gli ulivi d’argento campiti nel cielo di un minaccioso azzurro. Bisognerebbe essere fotografi. Guardare tutto dal punto di vista dell’estate. Che, essendo magnifica, ci tiene a essere vista, in tutte le pose, da tutte le angolature, e non si stanca mai. Che solo verso la fine diventa più dolce, sarà perché ormai si sa vista e rivista e non può più contare sul micidiale effetto sorpresa, sarà perché in lei tutto, ormai, sa, invece che di invenzione, di citazione, di repertorio, di trucco. Del mestiere. Di estate. Che è un lavoro come un altro e non è detto neanche che sia facile. Il tempo passa, si sa, anche per le belle stagioni. Come l’estate. Che per fortuna anche questa è quasi finita. Che non mi faccio illusioni: ce ne saranno altre.    

Sì, bisogna essere sinceri. E questo è il modo giusto di smettere. Smettere di dire bugie. Che hanno le gambe corte. La verità, invece, ce le ha lunghe. E abbronzate. E guida il popolo. Che così sa dove andare a parare. E se no non lo sa. Appena sveglio. Spaventato. Stupito. Come se fosse solo. Ma solo, a quanto pare, non è.

No, scherzo. Faccio del sarcasmo, eccedo nel pleonasmo. Invece, quando dico che bisogna essere sinceri, sono sincero. Sono deciso a esserlo. Come non sono mai stato. Come quando conobbi il mio giornalista. Sono passati, giorno più giorno meno, vent’anni. Mi sono passati davanti con l’aria allegra e eccitata di chi va da qualche bella parte. A me che da vent’anni ho smesso di andare. Che non ho più le gambe, né corte né lunghe, né abbronzate, né magre, né storte, né coperte di peli, né depilate. Come i ciclisti. Sono tornato dove le gambe non servono. Servirebbero ali. O vele. O almeno ruote. Per andare lontano. Se un lontano ci fosse. Ma non c’è.

P. S. cioé post scriptum, cioè scrivendo dopo avere finito di scrivere perché ora – ore 7. 05, mentre un gallo canta ma, considerata l’ora, dev’essere almeno la terza volta che canta e a quest’ora chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato e il passato è meglio scordarselo anche se non si è residenti a Napoli – ho evidentemente già finito, ho già « smesso » di scrivere ma, pur avendo già smesso, o forse proprio perché ho già smesso, mi viene in mente la mamma che evidentemente era una « donna moderna », quando giocava a pallacanestro negli anni Trenta, quando andava in bicicletta negli anni Quaranta, quando giocava a canasta negli anni Cinquanta, quando prese la patente negli anni Sessanta, e più passa il tempo e più si capisce quanto fosse una « donna moderna ». Ma anche la nonna era una « donna moderna », mi sembra di vederla quando andava a insegnare, in quel paesetto architettonicamente incomparabile, in quegli anni a una sola cifra, nel favoloso inizio del secolo.

Questo è il problema, perché io che di « donne moderne » ne ho conosciute tante, non riesco assolutamente a capire come sia fatta una « donna antica ». Del resto non è l’unica cosa che non capisco delle donne.

Come la « donna d’altri ». Non si deve desiderarla, d’accordo. Ma allora perché lei fa in modo di essere sempre « desiderabile »? E se non si desidera, che si fa? E questo « Altri » chi è e che ci fa con la sua donna? Che è evidentemente una « donna moderna ». E il signor Altri è un grande lavoratore. E forse fa il marito della « donna moderna ». Che è uno dei mestieri più antichi del mondo. Perché così va il mondo.

Quanto a me, io non so se sono un uomo antico o un uomo moderno. O una pietra parlante. Continuo a non sapere se mi piace più il rosso o mi piace più il nero, se amo di più l’Adriatico o il Tirreno, o se, come penso ora – ore 13. 12, un po’ a Sud di Gallipoli (LE), di fronte all’isola che credo si chiami di Sant’Andrea, davanti a un mare chiaro come un Tirreno, verde come un Adriatico, oppure verde come un Tirreno, chiaro come un Adriatico – penso se non sia il caso di scegliere un trasversale Jonio, di puntare magari su un giallo o su un viola, che sono anche dei bei colori. Io, che non so ancora se sono uno scrittore o un giornalista, magari sono già un diarista. Che è un mestiere che non esiste. Ma ancora non è detto.


Settembre


Quando sono tornato a casa, vent’anni fa, capii di avere avuto tutto. E questo tutto non era niente. Buffo, no? Un buco nell’acqua, una ciambella senza buco, un castello in aria, una fatica di Sisifo, un vaso portato a Samo, un tanto rumore per niente. L’avevo avuto e l’avevo perduto. E non mi era restato niente. Come stamani, ora – ore 8. 48, al mio tavolo di lavoro – « È un desk? » « Non esageriamo » -, brusio meccanico del pc, visione di tetti – « Guarda quello come luccica » « Sì, lo rifanno ogni anno » -, rumore di carta sfogliata, rumore di porte sbattute, colpi di tosse, una risata, cioè, sostanzialmente: niente. E ora so anche che non c’è altro.

Come questo diario che scrivo: non è niente, anzi, meno di niente. È come farsi la barba, insaponarsi la faccia, sciacquarsi la faccia, asciugarsi, mettersi il dopobarba: che brucia la pelle. Come andare di corpo, come pulirsi, come lavarsi. Come vestirsi, come allacciarsi le scarpe, come pettinarsi, come lavarsi i denti, come bere il caffè, come fumare una sigaretta, come salire in macchina, come mettere in moto, come guidare, salendo, scendendo, come comprare il giornale, come mettere la freccia, come parcheggiare ed essere arrivato: anche oggi. E dopotutto potrebbe andare peggio. Dico che scrivere. Per esempio smettere. Di farsi la barba, di comprare il giornale, a parte il risparmio.

Di arrivare da qualche parte, anche se è sempre la solita, ma da qualche parte bisogna arrivare. In mancanza di meglio. Ma sarebbe meglio meglio, a patto di sapere in che senso. Meglio che lavorare? Meglio che scrivere? Sarà, ma non ci credo più.

Ho rivisto il mio giornalista, qualche giorno fa. L’ho trovato bene. Mi è sembrato anche più calmo di come lo ricordavo, ma forse lo è sempre stato. Come quelle attrici che se poi le vedi in casa sono delle donnine un po’ squallide, che hanno sempre freddo, che bevono delle tisane, che stanno raggomitolate in certi enormi maglioni grigi, oppure più semplicemente sono delle persone tranquille dall’aspetto e dalla vita particolarmente normali. E anche lui, a rivederlo insieme ai suoi due figli – sono cresciuti, sono due bei ragazzi allegri e robusti, e anche alti, non dico altissimi, ma sempre meno bassi del padre -,  – io non ho potuto fare a meno di chiedermi: « Chissà se ha ancora le amanti » -, mi è sembrato una persona piuttosto serena, di buon carattere, di ottimo umore e di felice senso pratico – e questo lo sapevo già. Ho visto anche che aveva delle scarpe nuove, francamente un po’ troppo nuove, e nell’insieme mi è sembrato anche vestito meglio di qualche anno fa. Lui è rimasto nella piccola città nella quale io invece non abito più. Non che me ne sia andato volentieri, stavolta, ma anche stavolta me ne sono andato. E il perché sono fatti miei.

Però me ne sono andato in un altro modo – « In un altro mondo? » « Modo, ho detto modo » -. Me ne sono andato a scrivere, per scrivere, continuando a scrivere, scrivendo, per scritto. Scrivendo, l’ho già detto, non si va da nessuna parte ed è per questo che dico che non me sono veramente andato. È per questo che so di vivere ancora in una città che è sempre sostanzialmente piccola, in un certo senso, ma in un altro non lo è. In un altro senso è una città veramente infinita, che non si può dire di conoscere mai del tutto, è sempre una città straniera, che si ha ancora voglia di visitare, una città che non c’è bisogno di guardare troppo per amarla sul serio, perché in un certo senso è sempre la mia città. Penso proprio che ci resterò.    

Però bisognerebbe avere dei figli. Che fossero più alti di noi. Sotto un figlio, penso, ci si sente bene. Come una specie di soffitto – viola? rosso? nero? bianco? -, una specie di cielo. Azzurro. Illimitato. Come un desiderio. Come un futuro. Bisognerebbe essere bassi. Con i piedi per terra. Con la testa per terra. E i piedi nel futuro. E le scarpe nel cielo. Nuove. Splendide. Possibilmente gialle.

Roma, 8 settembre (sic) 1996


ROSSORI

Sotto la foto del questore di Milano alla prima della Scala insieme alla moglie scriverò la seguente didascalia: “ Il questore a quest’ora in questura non c’è “.

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Venerdì 9 dicembre 2016

i1998virgl premierino “ (Dai giornali) Le petit premier.













Non ho paura di niente e di nessuno “, dice Renzi. Questa l’ho già sentita, dico io – “ 31 dicembre 1984 – « Non ho paura di nessuno », dice Craxi. Temerario! (Non conosce Nessuno) “.

Una donna… una donna a dirigere… “, dice Trefiletti. Che tre filetti gli sembran pochi…

Gli italiani non lo vogliono più vedere “ (Da un ddibbattito)

Dice che Mieli aveva previsto il risultato perché fa lo storico. « Perché storia si ripete? » Come minimo…

Evidentemente non è un caso che la democrazia sia nata qui “ (Da un servizio sulla Grecia)

“ Roma – La Corte d’appello sportiva ha accolto il ricorso della Roma per Strootman, al quale sono state tolte le due giornate di squalifica per i fatti del derby. Secondo la corte non si è trattato di simulazione. Come scrive nel dispositivo, « non può escludersi che sulla caduta a terra del calciatore Strootman abbia inciso la condotta del calciatore Cataldi consistita nella trattenuta della maglia del primo. Questa Corte non può entrare nel merito della sussistenza del rapporto tra causa ed effetto in un determinato episodio simulatorio. Nel merito, questa Corte, esaminati gli atti, intende precisare che, in linea di principio, in tutti i casi di condotta simulatoria l’arbitro vede il fatto ma non percepisce, invece, la simulazione. In altre parole, quando l’art. 35.1.3. parla di “ fatti non visti dall’arbitro che, di conseguenza, non ha potuto prendere decisioni al riguardo ” si riferisce, con riferimento alle condotte simulatorie, alla simulazione stessa e non all’evento. Pertanto, in linea astratta, il mezzo della Prova Televisiva è sempre ammissibile laddove l’arbitro abbia visto un determinato fatto ma non abbia percepito la simulazione. Tuttavia, la norma federale in questione pretende che la simulazione abbia il carattere dell’evidenza, nel senso che la condotta simulatoria del calciatore non sia stata, in alcun modo, determinata dal comportamento di un avversario. Nel caso che ci occupa, non può, invece, escludersi che sulla caduta a terra del calciatore Strootman abbia inciso la condotta del calciatore Cataldi consistita nella trattenuta della maglia del primo, comportamento, quest’ultimo, valutato come uno dei presupposti comunque incidenti che hanno portato l’arbitro ad adottare il provvedimento di espulsione del Cataldi. Peraltro, come correttamente evidenziato dalla Società ricorrente, questa Corte non può entrare nel merito della sussistenza del rapporto tra causa ed effetto in un determinato episodio simulatorio ». “ (Dai giornali)

“ Ch’alluminar chiamata è in Parisi “. Ricordo tutto benissimo. Ricordo il ritorno. Il mio letto. Nella mia stanza. La finestra. Il giardino. Dormire, svegliarsi. Ricordare tutto. Ricordo il ricordare. Tornare a casa. Tornare a scuola. I banchi, la cattedra. La risposta giusta. Ricordo il rispondere. “ Ch’alluminar chiamata è in Parisi “… “ E tutta la frase deve avere, nell’intenzione di Dante, un significato allusivo: compiaciuto ricordo di lontane conversazioni, fra artisti, sui segreti del mestiere, che l’accenno a una precisa terminologia tecnica basta a rievocare per un istante. Certo è che tutto l’episodio vive in questo clima di reminiscenze fra uomini, in cui il vincolo dell’amicizia si genera dalla comune passione per l’arte e fa tutt’uno con essa. “, dice Sapegno.

Molto probabilmente, se il veterinario darà il via libera alla Contrada, sabato 17 alle ore 18.00 – nel Cortile del Podestà – alla presenza della cavalla sarà consegnato al Priore della Lupa Gabriele Gragnoli un ritratto dello straordinario animale, creato appositamente dall’artista francese Clet Abraham, e una scultura – sempre per Penelope – creata dallo scultore Alessandro Grazi. “ (Dai giornali di Siena)

I più deboli sono di più “, dice er Più di Bari.


Venerdì 10 dicembre 2016

v376virgenerdì 11 novembre 2005 – Poi ritrovo una poesia che, a quanto sta scritto sul foglio, risalirebbe al 1966 – proprio l’anno in cui divenni padre: « Lungo la strada / sono ferme auto / in riposo. / La domenica / corsero / con dentro / uomini e donne / e vecchi / pieni di meraviglia; / i figli / in grembo / stavano alle madri / pieni di voglie. / Molte / le auto / tornarono / in lunghe file, / annoiate / e stanche / del breve godere. / Altre / nere / per il fuoco improvviso / sull’asfalto / restarono / o grigie / in fondo / a fiumi freddi. / Le donne / tacquero. / Tu cavalcavi le ginocchia / del nonno, / Piero, / quando volaste nel fiume. / L’odore ricordi / di quel vecchio / che fu l’unico / di voi / che morisse senza / dibattersi. / Gli altri no, / sul sedile davanti, / quando l’auto / cominciò ad affondare, urlavano / con urla nuove / ai tuoi orecchi. / Battevano l’acqua / gelida / con le braccia, / e i vetri / senza romperli. / Il vecchio / ti strinse / da dietro / accostando / la faccia / alla tua. / Ti tenne fermo / quando / anche tu / senza che lo volessi / cominciasti / a dibatterti. / Era forte, / e l’odore / di lui, / ancora, / ti piacque. / Convinto, / dormisti / senza sentire paura. ». “.

URVS. Una risata vi soffocherà.

Omicidio piazzale Loreto, preso a Siena presunto autore del delitto “ (Titolo di Repubblica.it)

Molto interessante lo spettacolo “ Andrea Bocelli. Il mio cinema “. Tutto da vedere, diciamo così.

Nasca un governo “, dice quello di Sinistra Italiana. Che a nascere non ci pensa per niente.

Quando sento parlare di Paolo Gentiloni come possibile nuovo premier io ripenso a un diario: “ 23 marzo 1992 – Quando ho visto il babbo che per me era sempre stato il simbolo della imbelle disarmata gentilezza trattato dal basso in alto ho capito che era proprio finita. “. Parola di uno che, anche senza volerlo, non di rado è gentile.

I “ Quattro + quattro di Nora Orlandi “: cita anche quelli, il Mentana. Che anno è? che giorno è?… Bisognerebbe decidersi a scriverla una “ fenomenologia di Enrico Mentana “, cioè, dopotutto, una fenomenologia del giornalista, cioè, dopotutto, dell’uomo medio, dell’uomo-media. Il padrone del nostro tempo, della “ narrazione “ del nostro tempo. Quell’apparente presente che in realtà è la persistenza, surreale, di un tempo trascorso, degli indimenticabili Anni Sessanta. Sta già tutto quanto scritto: “ 15 ottobre 1987 Il socialismo reale: un romanzo sugli anni Sessanta in cui si parlerà di Topo Gigio, Loretta Goggi, Rintintin, L’Intrepido, L’Espresso, il festival di Sanremo, Rimini, le feste dell’Unità, l’ARCI, il Concilio Vaticano Secondo, la minigonna, la commedia all’italiana, Fellini, Sophia Loren, Umberto Eco, i tarocchi, i gruppi omogenei, la contestazione, i Pooh, Gigliola Cinquetti, Gianni Morandi, Orietta Berti, Claudio Villa, Adriano Celentano, la scala mobile, lo statuto dei lavoratori, i figli dei fiori, l’amore, la guerra del Vietnam, la rivoluzione culturale, la casa editrice Einaudi, Feltrinelli, il « Che », Cent’anni di solitudine, Borges, Franco Maria Ricci, i Kennedy, etc. etc. “.

Poi penso che qualcuno, un giorno o l’altro, dovrebbe dirgli che non sono così simpatici come credono di essere. Cfr.: “ 12 maggio 1994 – « Simpatico que dice? Simpatico, como estas? Simpatico! dicono a ogni istante. “ Simpatico “ è la parola d’ordine di Cuba e con questa si va avanti, si sta, si convive fra le persone più antipatiche del mondo. » (Corrado Pizzinelli, Cuba. Taccuino di viaggio, 1960) “.


Domenica 11 dicembre 2016

q1128uando sento parlare di Chatwin, quando vedo qualche foto di lui, io ripenso sempre a quello che una volta mi disse uno, uno che aveva una barca: che sulle barche, sulle navi, c’è il “ biondo da culo “, ovverosia un marinaio che, per la sua avvenenza, per la delicatezza femminea dei suoi tratti etc., viene adibito dai componenti dell’equipaggio alla soddisfazione di certi bisogni che, durante i lunghi tediosi viaggi, talvolta si fanno impellenti e, in assenza di donne, irrisolvibili. È quello che ho pensato anche stamani leggendo un articolo su Chatwin, che prendendo spunto dalla pubblicazione di un nuovo libro di Chatwin – L’alternativa nomade / Lettere 1948-1989 -, parlava del camminare, del viaggiare etc. Io, comunque, a scanso di equivoci, da parecchio tempo non viaggio più. Però continuo a pensarci, anzi si può dire che dopotutto non faccio altro. (Il buffo è che l’autore dell’articolo – Camminare il tempo, in Doppiozero, si chiama Sentieri (Maurizio)) (Poi, quando vedo che Al Bano ha avuto un infarto, mi torna in mente un diario: “ 2 novembre 1984 – « Ha una gran voce… dovevo ucciderlo » (Woody Allen, Amore e guerra, 1975) “. E comunque: infartuati di tutto il mondo… )

Alto, distinto “ (Da un tg)

Buona conoscenza dell’inglese, del francese e del tedesco, un look all’antica (loden verdi, mocassini, completi grigi) e un’idiosincrasia per i mezzi motorizzati (in città si muove sempre a piedi) “ (Dal Catalogo dei viventi)

Il buffo dell’Olbia – che ha vinto a Siena 1-0 – è che fra i suoi giocatori ci sono un “ Senesi “ e un “ Montaperto “.

«  La cometa di Betlemme? Una congiunzione planetaria », la stella di Natale secondo gli scienziati “ (Titolo di Repubblica.it)

Mi volevano portare a vedere Pif. Ma io gliel’ho detto: “ E al cine vacci tu “, e non ci sono andato. Però poi, quando mi sono trovato in mezzo al brain storming gentilonesco, mi sono sentito talmente male che ho pensato che forse era meglio se ci andavo etc.

Almeno Renzi faceva ridere “ (Dalla tv)


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Lunedì 12 dicembre 2016

i1999eri sera, vedendo l’intervista di Minoli a Di Battista, ho capito perché quel programma si chiama Faccia a faccia. Perché, vedendo la faccia del vecchio “ arnese “ televisivo, insediato da tempo immemorabile nel piccolo schermo a onta dei mutamenti di regime etc. di fronte a quella, inutilmente barbuta, involontariamente comica, visibilmente spaventata del giovane dirigente del movimento 5S, si capiva benissimo che l’intervista era già finita prima di cominciare, perché tutto quello che c’era da dire, da domandare, da rispondere, era già contenuto nell’evidenza di quelle facce, del rapporto fra di loro, della assoluta differenza dell’una dall’altra. Una delle due facce, quella glabra, quella vecchia, quella un po’ così, faceva le domande, l’altra, la giovane, la buffa, la “ sconvolta “, doveva rispondere. Ho pensato che non c’è niente di peggio che dovere rispondere, che le interviste si fanno proprio per quello, per non dovere rispondere mai. È esattamente per questo che non ho fatto il giornalista, perché non avevo voglia di chiedere niente a nessuno, anche perché ero convinto in partenza che quello che avrei potuto chiedere non me lo avrebbero detto/dato mai.

Siamo tutti intellettuali “ (Da un ddibbattito)

Un conte a palazzo Chigi… “ (Da un altro ddibbattito)

Dice che siamo in un pantano. Facciamo Pantaneto, dico io. Che parlo per me – “ 8 aprile 1994 – La nonna Ada stava a via Appia Nuova, pochi isolati fuori da Porta San Giovanni, in un palazzone alto e grigio – quando cerco di rivederlo penso sempre a Sironi, ma allora non sapevo nemmeno chi fosse Sironi, notavo soltanto l’altezza, inusitata per le mie abitudini di provinciale -. Di lei ricordo poco, solo una faccia larga, un sorriso romano, una cordialità che non ha lasciato traccia – quella cordialità che non lascia traccia -. L’avrò vista al massimo un paio di volte. D’altronde quando dicevo « nonna », pensavo sempre alla nonna Ida, il mio solo grande amore, la piccola donna severa e dolce che tutto era meno che cordiale, meno che romana. Roma per me era lontana, era un’attesa però. Io pensavo: qualcosa di grande in fondo a una discesa. Roma era fuori di Porta Romana, la porta a cui conduce una strada che effettivamente è in discesa, ad accreditare la fantasia che andare a Sud significhi scendere. La via che conduce a Porta Romana si chiama via Pantaneto. Per via Pantaneto scendevo sottobraccio a quella che, non so ancora perché, non è stata la donna-della-mia-vita. Scendere a Sud è cacciarsi in un pantano? Questo, allora, non lo immaginavo proprio. Roma, il Sud, allora mi apparivano come qualcosa di largo, di luminoso, di estivo. Forse un po’ troppo per me che vivevo – felice – nelle angustie dell’urbanistica medievale, nelle asprezze dell’indole toscana, gentile ma mai cordiale almeno in quel senso che i toscani non esiterebbero a definire « bischero ». Roma era la città della nonna Ada, dunque della mamma del babbo (la città della Mamma?). Mi piaceva sì e no. “.

Io sono “ tecnicamente “ matto? Probabilmente sì. Scrivere è una cosa da matti. La letteratura lo è.

La bionda de La7 come maîtresse à penser. Basta anche con lei.  Fra l’altro, credo che sia una falsa bionda.

La letteratura è una cosa buffa. Cioè a dire: quando penso alla letteratura mi viene da ridere.

Io vivo lontano da Roma “, dice Michele Serra. Mai quanto me, dico io. Che vorrei allontanarmi anche di più.


Martedì 13 dicembre 2016

g493virgentiloni, governo fotocopia “ (Titolo di Repubblica)













Renzistere Renzistere Renzistere “ (Titolo del Tempo)

La “ schiena dritta “. La retorica della.

Quando vado in libreria e vedo tutti quei libri nuovi penso che è una vera fortuna che io non abbia una lira: così non rischio di comprarne nemmeno uno.

Asfidanken: era un cane.

Io mi trovo sotto un dominio pieno ed incontrollato “ (Da una lettera di Aldo Moro) [*] [*] “ Sotto “?

La politica è il rifugio delle accozzaglie.


Mercoledì 14 dicembre 2016

s1401virgi tratta di un diario. “ (Da uno scritto di Romano Luperini su Perdersi, romanzo di Annie Ernaux (2001) pubblicato in Écrire la vie (Gallimard, 2016))











Tutto torna “ (Da un ddibbattito)

« Sottobosco? » « Sotto Boschi… ha detto sotto Boschi… » “ (Ibid.)

Annie Ernaux scrive meravigliosamente bene. Come solo una donna può scrivere. Come solo un francese può scrivere. Ne concludo – ma già lo sapevo – che la letteratura è femmina, anzi è femme. Io, purtroppo, sono nato maschio, ma finché c’è vita c’è speranza.

Se i famosi social network sapessero registrare, oltre agli urlacci, anche i silenzi di chi non sa cosa dire e cosa pensare, gli urlatori sarebbero surclassati dagli ammutoliti. “, dice il buon Michele Serra. Che comunque, lui, per contratto, non ammutolisce mai.

Lei è dentro… noi siamo fòri e si prende quel che ci tocca “ (Dal nostro inviato a Laterina (AR)

E comunque la notizia di oggi è che la moviola ha dato un rigore. Oppure che lo statuto originale del Milan è stato venduto all’asta per 93.750 euro. Mah. Boh. Chissà.

Quel vecchietto è uno scrittore. Nel senso che ha pubblicato un libro pagandolo di tasca sua. Altro non so. Anzi no: so che ha sempre un cappello, una coppoletta, in testa.


Giovedì 15 dicembre 2016

l1852virgei è dentro e noi siamo fòri “, diceva il compaesano della Boschi. Quel gran bugiardo di (com)paesano.












Alessandro Baricco si era sempre opposto all’idea di una edizione illustrata di Seta, il romanzo con il quale ha conquistato la celebrità anche fuori dai nostri confini. Ma dalla pubblicazione (era il 1996) sono passati vent’anni e ora quel « veto » è caduto sotto i colori dell’illustratrice francese Rébecca Dautreme, una delle più eleganti e celebrate oltralpe, che ha ispirato le sue immagini alle parole del libro. “ (Dai giornali)

I “ lavoratori napoletani “: senti come suona strano. Cfr.: “ 18 febbraio 1986 – I « comunisti romani ». Senti come suona strano. E a vederli, poi. “.

Roberto Saviano commenta con orgoglio l’intitolazione a lui dedicata di una sala permanente del museo Cam – Contemporary Art Museum di Casoria. La cerimonia si terrà martedì 20 alle 18 alla presenza dello scrittore. Per la prima volta un museo intitola una sala a Saviano. Non accade in un centro cittadino. Ma in un comune come Casoria spesso bersagliato dalla camorra, e in un museo come il Cam più volte oggetto di minacce e intimidazioni. “ (Dai giornali)

È nata una nuova rivista, un magazine letterario in italiano e in inglese. Si chiama The FLR – The Florentine Literary Review, ed è curata da Alessandro Raveggi. “ (Dal web)

Ogni parola aggiunta sarà indebita “, scrive Michele Serra, Che intanto, per non sapere né leggere né scrivere, aggiunge.

Dice quello del M5S che non c’erano mai stati così tanti laureati in Parlamento come adesso. Contento lui.

Dice che il fumo aumenta il rischio di cecità. Come le seghe, più o meno.

E come se, morto Umberto Eco, tutta la voglia di letteratura, di fare letteratura, di scrivere, tutta l’incontinenza letteraria, tenuta a freno per settant’anni, avesse rotto gli argini. Quella letteratura che non si adatta a essere solo un’eco, che non si accontenta di solo leggere, che non colleziona libri vecchi, che non si diverte a fare il verso. Quella letteratura che non si rassegna a sapersi morta. Come è.

La politica è un’arte marziale. Ormai l’ho capito anche io. Che non ho più voglia di fare a botte.

Ed ecco Rula Jebreal, di professione bellissima.


Venerdì 16 dicembre 2016

a1489 me di Roma sta sul cazzo tutto. Per esempio, il liceo Tasso. Dice che ci sono andati tutti, da Gentiloni a Veltroni, da Gasparri a Nanni Moretti. Lo dice Repubblica, che è la cosa di Roma che mi sta più sul cazzo di tutte. Perché Repubblica, anche se non lo dice, anche se, forse, non lo sa, è un giornale di Roma. Si sente da come parla. Bocca romana. « E la Raggi? » È tanto caruccia…







Fuocammare? Fa cagare, dice Ollivùd.

Dice Cazzullo che questo sarà il secolo del sorpasso – delle donne su gli uomini. Mah. Boh. Comunque sono cazzulli suoi.

È buffo: vivere al centro di avvenimenti importantissimi di cui non mi importa assolutamente nulla.

Giustamente il professor De Masi rimarca che il ministro dell’istruzione non è laureato. Lui pensa: laureare, sempre meglio che lavorare…

In fondo io la penso come il povero Tabucchi. Che, qualunque cosa volesse dire – io non l’ho mai capito veramente -, disse che, quando vide La dolce vita, rimase sconvolto e se ne andò dall’Italia. Anche io, anche se non sembra, in quegli anni me ne sono andato. E, anche se non sembra, non sono più tornato. Arrivederci Italia. Goodbye. Au revoir.

Poi mi torna in mente un diario: “ 10 gennaio 1986 – Cammino per la città come in un museo o in una chiesa. Prego ammiro stupisco atterrisco esulto canto dentro di me le lodi del Creato. Il Creato ridendo replica: troppo onore. (Inoltre: ragazzino, lasciaci lavorare) “. Penso che, dopo trent’anni, sono sempre a quel punto, lo sono sempre di più. Non cammino più, guardo la tv.

Dice Lilli Gruber che i 5Stelle sono “ in un cul de sac “. Da come lo dice si capisce che dire “ cul “ le dà piacere – il piacere di stringere le labbra “ a culo di gallina “.


Sabato 17 dicembre 2016

q1129uello che a me risulta assolutamente chiaro è che il quasi plebiscitario NO a Renzi – evento colossale, apocalittico, la cui magnitudo non è stata ancora percepita con la sconvolgenza che merita, dato che può essere apparentato, sulla scala italiana, cioè imponendosi di non ridere, a grandi accadimenti storici come l’attacco alle Torri Gemelle, l’attentato di Sarajevo, o la presa della Bastiglia – è stato un NO alla faccia di Renzi. Cioè ha soprattutto attestato la prevalenza nell’epoca presente di una “ lingua “ che, piuttosto che in forma di suoni, di produzioni vocali, cioè di parole, si articola in elementi visivi, linee, punti, superfici, facce, per esempio. Per me, comunque, non è nemmeno una novità, anzi è piuttosto una riprova, l’ennesima, di quello che vado pensando da moltissimo tempo. Parlare con la faccia: sembra semplice, ma non lo è. Diciamo che è questione di “ tecnica “, di “ trucchi del mestiere “. Quello che conta è innanzitutto sapere che, se si parla con la faccia, bisogna rinunciare a parlare con tutto quello che faccia non è. È anche una questione di tempo: quello che la faccia dice lo dice subito, al suo solo apparire, istantaneamente, prima di qualsiasi parola, irreparabilmente, perché non c’è modo, poi, di smentire quello che ha detto… (Poi sono tornato a dormire e ho sognato che a un mercatino incontravo Memè Perlini che diceva: “ Bisogna scappare “. Al ché io mi accingevo a rispondergli che scappare è impossibile etc.)

Una retata li seppellirà “ (Titolo del Fatto)

Mi dicono che Enrico Mentana va nelle scuole a parlare degli “ webeti “. Poveri giovani, poveri “ webeti “. Che websanno tante cose, ma non sanno niente dei giornalisti, non sanno niente di Enrico Mentana etc.

Dalle stelle alle stalle “ (Titolo del Manifesto)


ROSSORI

Sotto una foto di Roberto Speranza che si candida a anti-Renzi alle primarie del Partito Democratico scriverò la seguente didascalia: “ Spes contra spem “.

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Domenica 18 dicembre 2016

l1853virga cultura “, diceva il mio piccolo amico, e io ricordo che mi sembrava buffo. Ma soprattutto strano, cioè mi faceva anche un po’ paura. Perché lui era piccolo, era un bambino, ma lo ero anche io. Avevamo, tutti e due, l’età in cui ci si occupa di tutt’altro che della “ cultura “. Sono passati così tanti anni, e quello che è successo, a conti fatti, è che lui, la “ cultura “ ha dimostrato di saperla più di me. Nel senso di sapere servirsene per vivere, per esempio, e anche piuttosto bene. Poi, mentre penso che, forse, la “ cultura “ è come il coraggio di don Abbondio, trovo qualcosa che forse spiega tutto: “ È per noi che esiste l’università, per i diseredati del mondo. Non per gli studenti, non per la disinteressata ricerca della conoscenza, né per le altre ragioni che sentite dire. Quelle sono solo una copertura, come quei pochi individui normali, idonei al mondo, che di tanto in tanto accogliamo tra noi. Ma è tutto fumo negli occhi. Come la Chiesa nel Medioevo, cui non interessava un fico secco né dei laici né di dio in persona, ci servono dei pretesti per sopravvivere. E sopravviveremo, perché così dev’essere. “ (John Edward Williams, Stoner, 1965) Devo questa “ scoperta “ a un articolo, su Doppiozero – Francesca Rigotti, Onestà. Boschi, Raggi: perché restate? -, in cui si parla del romanzo di Williams: “ Era un testimone (witness) di valori che sono importanti, dice di Stoner il suo creatore letterario: Stoner era un uomo onesto, un uomo probo. Era un uomo devoto al suo lavoro, la scrittura, l’insegnamento soprattutto, che svolgeva con l’energia del tagliapietre contenuto nel suo cognome, per quello che è e dovrebbe essere, puro studio, in sé, puro studio onesto, non apprendimento utilitaristicamente finalizzato a risolvere problemi per rendere le cose più efficienti e i guadagni più alti. Tra l’utile e l’onesto Stoner, senza essere pietrificato nello stupore come un’altra interpretazione del suo cognome lascerebbe supporre, aveva scelto l’onesto, anche nel suo comportamento con alcuni studenti opportunisti e con certi colleghi corrotti o amanti del quieto vivere; e lo perseguiva in maniera coscienziosa, anche quando avrebbe potuto lasciar correre; con ostinazione e pacatezza, senza mostrarsi quale inflessibile fustigatore di costumi. “. L’autrice definisce il libro un “ romanzo di vita universitaria “, quella che lei stessa dichiara di fare, e che molti di quelli a cui l’articolo è indirizzato probabilmente fanno.

Stoner, o la fermezza / Saggio sullo stare.

Stoner è uno dei libri più silenziosi che possa capitare di leggere “ (Daniela Brogi, Il mistero di un romanzo perfetto: Stoner, di John Williams, in Le parole e le cose, 5 novembre 2013) [*] [*] Quasi come un film “.

Ho scritto saggi, articoli, rassegne cinematografiche e commenti su Verga, Tozzi, Svevo, Pirandello, Bilenchi, Pavese, Cassola, Pasolini, Calvino, Dos Passos, Cain, la narrativa della Resistenza, le scritture afroitaliane, Munro, il cinema neorealista, Antonietta De Lillo, Paolo Sorrentino, Jhumpa Lahiri. Ho partecipato a convegni, tenuto conferenze presso le Università di Barcellona, Beyrouth, Leeds, London, Oxford, Paris, Toronto, e presso gli Istituti Italiani di Cultura di Frankfurt, Buenos Aires, Vilnius. Nel 2011 ho fatto parte della giuria della 25° edizione di Bolzano Cinema. Nel 2015 ho fatto parte della Giuria del SalinaDocFest. “ (Dal curriculum di Daniela Brogi. Insegna all’università per stranieri di Siena)

Bisognerebbe fare un altro Sessantotto, per scuotere un’Italia conservatrice sino allo sfinimento ”, dice Fabio Volo. E io ripenso a un diario: “ 28 ottobre 1994 – Diranno: era un sessantottino. Chi, io? “. E poi non penso altro, perché sono sfinito.

All’assemblea del Partito Democratico era presente anche Filomena Mastromarino, in arte Malena, il nuovo astro nascente del porno italiano che nelle ultime settimane ha fatto molto discutere di sé. « Pentita della mia scelta? Assolutamente no, anzi spero che la mia scelta faccia cadere il muro di finto perbenismo che c’è in Italia. È arrivato il momento di esporsi e di accettare che la pornografia è un lavoro come tutti gli altri », ha detto parlando con i giornalisti. « Nel Pd? Non si sono espressi, hanno preferito restare in silenzio: né sì e né no » “ (Dai giornali)

“ « Mehr Licht! Mehr Licht! » “ (La prima frase del primo articolo – “ Sull’equivalenza narrativa terrorismo-oscurità “ – di Daniela Brogi su Le parole e le cose, 29 settembre 2011)

Hai la faccia come il culo “ (Dall’assemblea del Pd)

Poi c’è il regista Sorrentino che presenta il suo nuovo romanzo.

Hanno inventato gli adesivi per coprire le foto terrorizzanti sui pacchetti di sigarette. C’è scritto: “ Smetto quando voglio io “.

Poi penso che forse è venuto il momento di smettere di leggere i giornali et similia.

Inseguono il cinema. Ma sbagliano: il cinema è sempre dietro.


ROSSORI

Sotto la foto di Raffaele Marra che si copre la faccia durante l’arresto scriverò la seguente didascalia: “ Facce pulite “.

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Lunedì 19 dicembre 2016

a1490lla fine si capisce che quello che c’è – che si sapeva che c’era – a Siena è il Monte dei Paschi. Cioè una banca. I quattrini, insomma. Vox populi vox Dei?











Da molti indizi ho sempre potuto dedurre che la gente pensasse di noi che avevamo molti soldi. C’è anche da dire che, da parte nostra, non abbiamo mai fatto niente per impedirgli di crederlo. Un po’ per indifferenza, un po’ per il gusto di vederli sbagliare. Molto, direi, per disprezzo dei soldi, e soprattutto della gente che ci crede.

C’è la Storia e la storia, la storia di serie B, la B-history. Come i B-movie.

Avete voi mai conosciuto un paese dove la calunnia sia così potente e cosi avida, dove in cosi breve tempo si sia lacerato un ugual numero di riputazioni onorate? Si grida per tutto che ci vogliono uomini nuovi, perché gli uomini vecchi sono già consumati; ma non appena si vedono i segni di un qualche giovane di vero ingegno che sorge, un mal volere, direi quasi, un odio infinito, s’accumula contro di lui e lo circonda. La mediocrità è una potenza livellatrice, vorrebbe ridurre tutti gli uomini alla sua misura, odia il genio che non comprende, detesta l’ingegno che distrugge l’armonia della sua ambita uguaglianza. “, dice il Pasquale Villari di Claudio Giunta – Sì, ma di chi è la colpa?, in Il Domenicale del Sole24ore.

È una lercia accozzaglia, ma è il meglio che ho trovato “ (Spartacus, Kubrick, 1960)


ROSSORI

Sotto la foto di un ometto che spazza il portone della sede centrale del Monte dei Paschi scriverò la seguente didascalia: “ Banche pulite “.

monte


Martedì 20 dicembre 2016

d1122alla brava giornalista del Manifesto che discute, con grande moderazione, va detto, dei problemi dell’integrazione delle comunità islamiche e, fra questi, segnatamente, di quelli provocati dalla pratica del velo per le donne, mi piacerebbe avere, nell’occasione, anche qualche notizia sulla pratica, occidentale, del disvelamento, cioè del denudamento, anche nella forma, minima, ma sempre “ popolare “, del decolleté, proprio quello che, mentre parla, la nostra giornalista, bravamente, esibisce davanti alla telecamera, cioè a noi che teleguardiamo etc. Che siamo anche contenti, di contemplarle, quelle due giovani, sode poppe di donna, luminoso punctum dell’immagine televisiva. Che però, proprio perché siamo occidentali, cioè riflessivi, di essere contenti non ci accontentiamo, perché vogliamo pensare, vogliamo capire: perché lei ce le fa vedere, perché noi siamo contenti di vederle, perché qualcuno può non essere contento per niente etc. etc. (Va anche detto che, a questo punto, la mamma di Benigni avrebbe detto: “ Via, ora ‘un facciamola tanto lunga “, e, francamente, avrebbe detto benissimo)

Bisognava arrivare all’ultima puntata dell’anno per scoprire che la vecchietta politicamente correttissima, ospite fissa dell’Aria che tira è incredibilmente bassa, praticamente una nana. Programma che vai, nana che trovi.

Poi accendo la tv, c’è Carmen Lasorella. Penso che sono trent’anni che siamo nelle mani della sorella.

Poi cambio canale e ci sono i ne(g)ri che corrono. Penso che bisognerebbe dire: correre come un ne(g)ro.

Poi mi viene il sospetto che io, da stupido che ero, stia diventando webete. Cioè uno dei tanti, milioni di milioni, che “ commentano “. E, francamente, non c’è niente di peggio. Commentare, sempre peggio che lavorare. Oppure no: stupido per stupido tanto vale web-stupidirsi, bere il web fino alla feccia, naufragarci, annegarci…

Poi penso che, forse, il mio Grande Amore io non l’amavo poi così tanto. Nel senso che, forse, amavo di più qualcos’altro. Mah. Boh. Chissà.

“ La pubblicità del Cottolengo… Roba da non credere… Non c’è più religione… “. Così pensava lo Scrutatore. Che aveva passato la vita a scrutare, ma non era riuscito a vedere niente.


ROSSORI

Sotto la foto dell’attentatore e della sua vittima alla mostra di Istanbul scriverò la seguente didascalia: “ Mostra e dimostra “.

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Mercoledì 21 dicembre 2016

j18apaccuse. Io accuso, la realtà: di non essere quella che dice di essere. Di essere capziosa, di essere tendenziosa, di non farsi mai i cazzi suoi, di inseguire, di perseguire. Di dare la caccia: per esempio, a me. Sono matto? Evidentemente sì. Sì, io sono ammattito, mi sono ammalato, di realtà. Per colpa della realtà. La bugiarda, malvagia realtà. Che mi vuole, come minimo, morto. E così è stato. Amen.







Dice che hanno fatto un documentario dal diario di Norman Lewis, Napoli ’44. Dice che fa cagare. Come volevasi dimostrare: io, lo voglio. Cfr. il diario che dice: “ Venerdì 1 marzo 1996 – Dice che Ronconi fa il Pasticciaccio. Doveva succedere, prima o poi. “.

Sembrava un evento come tanti altri, l’apertura di una mostra fotografica sulla Russia. Così quando un uomo vestito con un completo scuro e una cravatta ha estratto una pistola, sono rimasto di stucco e ho pensato che fosse un gesto teatrale. […] Quando sono tornato in ufficio per rivedere e selezionare le foto che avevo scattato, sono rimasto sconvolto nello scoprire che il killer era in piedi dietro l’ambasciatore mentre parlava. Come un amico, o una guardia del corpo. “, dice il fotografo.

Sono antisistema… sono persone che non riescono ad accettare il sistema in cui vivono “, dice Giovanni Floris, giornalista sistemista.

Proprio oggi, mentre trovo su LPLC un poderoso intervento sulla critica letteraria intitolato “ Tacere. La critica letteraria al tempo di Internet “, vengo a sapere della morte di Aldo Mastropasqua. Aldo Mastropasqua, chi era costui? Nessuno in particolare, era un professore di letteratura che ho, di sfuggita, conosciuto, credo in biblioteca, ma non ricordo perché, era un pochino più giovane di me, era nato a Bari, si era laureato con una tesi si Vittorini, insegnava alla Sapienza, aveva scritto su Benjamin, Palazzeschi, Montale, Volponi. Altro non so. Se non che, non solo, come ho sempre detto, gli scrittori muoiono, ma muoiono anche i professori di letteratura, nel senso di critici, nel senso di lettori etc. E stasera mi portano al cinema, dove, come si sa, non si sente mai volare una mosca.

Gli azionisti forti per Mps non ci sono, i piccoli risparmiatori sì. « È un rapporto simbiotico che attiene più alla fede che alla finanza, quello che lega i senesi alla loro banca ». Roberto Barzanti, ex sindaco ed ex parlamentare europeo, la spiega così. Non si capisce altrimenti come sia possibile che con tutto quello che è successo e sta succedendo i senesi siano ancora lì, pronti a convertire i loro bond subordinati in azioni. “ (Dai giornali)


ROSSORI

Sotto la foto dell’ambasciatore che parla mentre alle sue spalle si intravede il suo assassino scriverò la seguente didascalia: “ Dietrologia “.

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ROSSORI

Sotto la foto di Renzi che fa la spesa al supermercato scriverò la seguente didascalia: “ Chi l’ha visto “.

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ROSSORI

Sotto una foto del mercato di fuochi d’artificio in Messico dove una serie di esplosioni ha causato almeno 31 morti e 72 feriti scriverò la seguente didascalia: “ Messico e nuvole “.

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Giovedì 22 dicembre 2016

t602rovo un articolo su Internazionale: “ Diari del nuovo millennio “. Ma subito dopo scopro che sono fotografie. Rimango un po’ deluso, lo ammetto. E anche un po’ stizzito. Perché non potevo non saperlo. (A proposito di foto, penso anche che il selfie è la fotografia nella sua forma quintessenziale. Fotografarsi, rappresentarsi, mostrarsi, dirsi, in forma di foto. Mascherarsi, truccarsi, falsificarsi. Immaginarsi. Fantasticarsi. “ Siamo elfi / facciamoci un selfie “. È anche uno scherzo – innocente? -, una – terrificante? – buffonata)






Almeno per me, tutto questo rappresenta una rivoluzione copernicana: il rovesciamento dia-metrale dell’idea di un artista severamente concettuale, rigidamente catafratto in un cosmo au-totelico, governato da simmetrie alfanumeriche che, sino ad oggi, mi avevano forcluso in un’am-mirazione fredda e sussiegosa. ” (Cortellessa su Boetti) [*] [*] Povero Andreone, deve sentirsi tanto solo…

Non è dare addosso alle attività economiche che hanno richiesto la realizzazione di questi capanni di ferro, vetro e legno, è pensare ad un Comune e ad una Soprintendenza che si concedono il lusso di far « capannizzare » una delle piazza più belle del mondo. “ (Dai giornali di Siena)

Mangio male, ho il colesterolo alto. Pane, formaggi, dolci. Soprattutto dolci. Vogliamo parlare del cioccolato? Dieci, anche 12 ciocorì al giorno dalle macchinette della Condé Nast. “ (Dalla biografia di Franca Sozzani)

Non avevo mai notato che, quando si incontrano, Gassman sta in basso, in strada, e Trintignant sta in alto, alla finestra. Ebbene sì, stasera ho rivisto Il sorpasso (Dino Risi, 1962). Fra le moltissime straordinariamente efficaci battute stasera scelgo questa: “ Non habemus crick, desolatum “, detta ai preti con una gomma a terra.

Le piace?… la ragazza con il cane… piace a tutti qui… “ (Il sorpasso, cit.)


Venerdì 23 dicembre 2016

s1441virgì, sì… io un giorno o l’altro m’imbarco “, dice Gassman seduto al tavolo della trattoria del porto di Civitavecchia mentre sullo sfondo biancheggia la mole suggestiva di una nave. Bruno Cortona è un uomo inquieto, un uomo esuberante, un uomo eccessivo, nel senso che fatica a stare nei limiti del mondo in cui sta. Forse è un avventuriero, nel senso che ama l’avventura, le avventure – erotiche, gastronomiche -, è un avventuroso – come quel giornaletto -, c’è chi direbbe un “ avventurista “. Uno che, come si dice – si diceva? – dalle mie parti, “ non ha fermezza “. Uno che, soprattutto, non vuole impegnarsi, sentirsi impegnato, per esempio con una donna. Tutto al contrario del suo compagno di viaggio – di avventura -, il mite, goffo, libresco, “ cittadino “ Roberto. A scrivere queste cose di questo film, più di mezzo secolo dopo che è stato fatto, che l’abbiamo, per la prima volta, visto, si schiudono, nelle parole, attraverso le parole, tante piccole verità che ancora non avevamo scoperto. Per esempio, ci suona del tutto evidente, che, all’inizio degli anni Sessanta, dire “ impegnarsi “ suscitava ancora, fortissimamente, l’eco dell’” engagement “ politico culturale degli appena finiti Cinquanta, quello di Sartre, dei comunisti etc. In quell’esordio di “ roaring Sixties “, c’era invece chi la metteva in un altro modo, come in quel titolo dell’”Avanti!” che, celebrando la nascita del centro-sinistra, suonava: “ Da oggi ognuno è più libero “. Già, la libertà. Ecco, Bruno Cortona, più che dell’” impegno “ sembra essere un eroe della “ libertà “. Ma, dal punto di vista di Dino Risi, agli albori degli anni Sessanta, la libertà non ha più le fattezze nobili e fascinose dell’Ulisse dantesco, ma quelle stravolte, grottesche, romanesche di una gita ferragostana in Toscana. La libertà ha una faccia così brutta che è meglio tentare di dire “ preferisco di no “, sforzarsi di non andare avanti, di non sorpassare, di rinunciare a quella specie di futuro, di fermarsi dove si è. Magari con una donna, magari al guinzaglio, come un cane. “ Le piace?… la ragazza con il cane… piace a tutti qui… “. Più di mezzo secolo dopo, a noi, che siamo stati proprio allora a Castiglioncello, che abbiamo conosciuto una ragazza-con-il-cane, che abbiamo anche sorpassato, che siamo anche andati fuori strada, che ormai siamo vecchi e piuttosto prossimi a, volenti o nolenti, “ imbarcarci “, sembra che in mezzo secolo – quasi una vita – non sia successo altro che tutto questo. Come in un film, diciamo pure così.

Merlo “: è un cognome da giornalisti?

Bel regista Antonioni… C’ha un Flaminia Zagato… “ (Il sorpasso, Risi, 1962) ( “ Io capirei… studiare… diritto spaziale “ (Ibid.)) (“ Vattene via, pallidona… “ (Ibid.)) (“ Raccogliamo il rottame “ (Ibid.)) (“ Attento nonno, che ti perdi il borsalino “ (Ibid.)) (“ Maltini… non Maltoni, eh… “ (Ibid.)) (“ Bruno ufficiale dei marines? No, gli piaceva la divisa e se l’era messa… “ (Ibid.))

Pauline Godart – di France24 – non è Paulette Goddard, ma se la cava piuttosto bene.

Poi, quando il capo dipartimento dell’amministrazione penitenziaria dice: “ Attenzionati “, io ripenso, con una certa tristezza, a un diario: “ 29 luglio 1993 – « Attenzionati », dice il nuovo capo del SISDE. “.

“ Sapeva vivere Alberto, era un uomo elegante e una persona elegante, di piacevolissima compagnia, ma non aveva un rapporto facile con la vita. C’era una malinconia di fondo che lo accompagnava, insieme al dubbio. “ (Dal necrologio di Alberto Statera)


Sabato 24 dicembre 2016

d1123a bambino io ero amico del tempo. Oppure era il tempo che era amico di me. Mi piaceva che passasse, sentirlo passare. I giorni, i mesi, le stagioni, gli anni. Il freddo, il caldo. Soprattutto l’inverno. La primavera meno. La temevo un po’, la primavera. Per me, più che l’inizio di qualcosa, era una fine, la fine dell’inverno. Forse io, anche se allora non lo sapevo, avrei voluto che l’inverno non finisse mai. C’era qualcosa, nell’inverno, che mi piaceva più di ogni altra cosa. Forse era il freddo. Forse era il buio. Forse era il “ dentro “. Sì, credo che fosse proprio quello.





Non l’ho mai detto a nessuno, ma una delle ragioni per cui non ho fatto il giornalista è che guadagnavo troppo e mi vergognavo di guadagnarlo. Era, pensavo, un mestiere troppo ben pagato per non essere un mestiere sporco, per non esserci qualcosa dietro. Qualcosa di furbo, qualcosa di “ cattivo “. Questo pensavo, ormai più di trent’anni fa. Quando non sapevo ancora che quello era solo l’inizio: della sporcizia, della furbizia, della “ cattiveria “. Quando ero, come sono anche ora, solo un povero bischero. Non ho detto “ buono “, ho detto bischero. Perché un po’ “ cattivo “ ero (stato) anche io. Ma in un altro modo.

In democrazia ovviamente il discorso è un altro: i governanti devono tutt’altro che essere amati. Infatti devono essere controllati dal popolo! Il controllo dei governati (tutti) sui governanti è il più grosso pilastro della dottrina democratica. Questo significa che in una democrazia compiuta ognuno vota chi meglio gli pare, ma dopo le elezioni tutti i governati, ossia tutti gli elettori, assano all’opposizione. “, dice uno di Siena (con il papillon).

Italia 1 – Germania 0 “ (Titolo di Libero)

Una bestia in meno grazie alla polizia “ (Titolo del Giornale)

È tempo di una Guantanamo europea ” (Titolo del Foglio)

 “ Uno sparo nel buio ” (Titolo del Manifesto)

Ho pensato che nel nuovo anno io voglio essere stupido, molto più stupido di quanto sono stato in quello che sta finendo. Essere stupidi è bello, è riposante, può essere addirittura entusiasmante. Essere stupidi è pericoloso? Peut-être. Comunque: basta saperlo.

“ Mamma, l’angelo… “. Ma che angelo e angelo… È il manifesto della mostra « Il museo universale. Dal sogno di Napoleone a Canova », alle Scuderie del Quirinale, è la Fortuna con una corona di Guido Reni (1637 ca.). Impara l’arte, bambino, e mettila da parte, se ci riesci.

« Vennero i francesi a portarci un palo ed una berretta che chiamavano libertà e ci rapirono monumenti preziosi ed averi » (Cosimo del Fanteufficiale italiano)(Dalla presentazione della mostra Il museo universale. Dal sogno di Napoleone a Canova, alle Scuderie del Quirinale)

Perkins, un uomo che non si toglieva il cappello neppure a tavola “ (Da una recensione al film Genius)

“ A causa delle origini provinciali e della statura (era alto due metri), si sentì escluso dai compagni. “ (Da una biografia di Thomas Wolfe)




ARCHIVIO

“ Mercoledì 15 gennaio 1997 – « 11 ottobre 1944 – Ho sempre scritto in questi quaderni per pigrizia, per non fare altre cose, opere impegnative. Il diario è la viltà dello scrittore. È il colmo della superstizione letteraria, del calcolo sulla posterità. Per qualcun altro è l’avarizia di non perdere nulla. » (Pierre Drieu La Rochelle, Diario 1939-1945) “.

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Un pensiero su “diario romano / 4

  1. maria

    Grazie.Conserverò questo post privilegiandolo come la lettura più avvincente che io conosca. Avvincente nella sua originale tematica : gli spunti di natura letteraria(infiniti),il collegamento coll’attualità ,il vissuto personale hanno tanti piani di lettura a me sconosciuti che mi arricchiscono e mi stimolano a capire

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