La visione del mondo




LA VISIONE DEL MONDO / Diario 1972-




“ 13 marzo 1994 La visione del mondo: avrebbe dovuto chiamarsi così il romanzo che non ho mai scritto e che non scriverò mai più; a meno che non sia questo diario. Dicevo « visione del mondo » nel senso di formale immagine della realtà, pre-visione, « veduta », disegno, intuizione, diciamola tutta: Weltanschauung: le idee che uno si fa prima, le aspettative/expectations, il sogno del futuro, le idee che uno si fa. Pensavo nondimeno « visione del mondo », come « vista », empirico « prendere visione », constatare, intoppare, sbattere il muso anzi gli occhi. In questo doppio senso pensavo di raccontare qualcosa di me, di quello che mi era successo, della mia « storia », ora che la « visione » era sempre più debole, e la « visione » sempre più impressionante. E il doppio senso sta per diventare unico. E allora sarà finita. “.




2eevirg0 maggio 1932 – Letto nel Paris-Midi un fatto di cronaca che mi ha molto colpito. Un giovane ungherese si uccide a Budapest, tirandosi una pallottola alla tempia, ma non muore all’istante. Ha il tempo e lo strano coraggio di andare sino al lavabo e di farsi la barba, poi si corica nel proprio letto e attende la morte. Una tale cura di pulizia in una circostanza simile mi è sembrata un fatto singolare. “ (Julien Green, Journal)[1] [1]    Questo testo, che è destinato a fungere definitivamente da epigrafe al mio diario, è stato in realtà trovato molto dopo il suo inizio. (Esattamente: l’8 febbraio 1994) [Scegliere di farne il suo emblema è stato decidere che questo doveva essere, piuttosto che soltanto un diario, una specie di “ opera “, di “ libro “, di “ romanzo “: una “ storia “ da raccontare, avendone, fino dal principio, “ intuito “ la fine (novembre 2003)]




1hbvirg3 dicembre 1972, Torino – Tenere la bocca chiusa / tenere dentro lo spirito / fa un bel calduccio dentro / e mette voglia di scopare / affiora un sorriso che non vuol dire niente / di uguale / per te / e / per me / guardami fra le gambe / c’est tout. [1] [2] [1]   Questo è realmente il primo testo scritto dal momento in cui ho deciso di ri-cominciare a scrivere. È un testo decisamente brutto, quasi impresentabile, ma non mi sono mai deciso ad eliminarlo. Perché, comunque sia, è un inizio, anzi il discutibile, poco meno che deprecabile, Inizio. Un inizio strano, probabilmente l’inizio di una fine, anzi un inizio dopo la fine, dopo che era già finito tutto. (Per brutto che sia, contiene comunque una parola chiave: “ dentro “) [Forse, penso ora (novembre 2003), l’unico vero diario che ho scritto è questo primissimo che ho poi chiamato Il riepilogo – dura poco più di dieci anni, è, come ogni vero diario, assolutamente intrecciato alla vita reale (a quei tempi, ancora vivevo), è uno scrivere incerto sul suo scopo (allora, fra le altre cose, credevo ancora di voler scrivere un romanzo). È finito con un evento radicale, o che tale poteva essere: i miei cinque giorni di ricovero, in stato di coma, al Policlinico Umberto I. Allora, anche se sono sopravvissuto, io sono morto. Con la mia “ morte “ è finito anche il mio diario. Poi è cominciato qualcos’altro. Una specie di post-diario, di sur-diario: è quello che prosegue, ininterrottamente, da ormai vent’anni] [2]  Mi sembra di potere affermare che ormai anche questo che ho chiamato “ post-diario “ o “ sur-diario “ è da considerare concluso.Non ho davvero più da scrivere niente [settembre 2008]


i1994virgnverno [1972] – Rossi / gialli / o violetti / sempre a colori / sono i colori / uguale / e bianca / è la vita / delle parole. “.

















s1316virgenza data [1973] – Edipo – In luci oblique di corridoi d’albergo // mia riaffiorata Itaca / dove s’incircola il mio viaggio / compiuto a prezzi non popolari / in sprofondi melmosi / ultra underground / da cui riemergo / eccomi / in virtù della legge d’Archimede / bagnato e incoronato d’alghe // dal mio temporeggiante cabotare / scorgo / le nere, corazzate, inglesi / pipe dei Proci fumare / in laboriosa solennità / fanciulli librerie fabbriche tutto / un formicante andirivieni / di oggetti / mia sovrapopolata Itaca desarrollata / senza di me / ebbi sentore / (da cannocchiali / da giornali / da relitti / come mutande parrucche video / cassette anche / nelle occasioni più fortunate / commestibili salme / d’affogati) / di questo accumulato paradiso io / mangiavo cipolle incomprensibilmente / ma l’appetito / acido / ulceroso / satanesco / di questo / costituito menù / era / tutta la mia coscienza / e il mio rimorso // in luci oblique di corridoi d’albergo / fra superfici / inclinate / intersecantimi / varcando piani contra / al principio di non contraddizione / e alla legge sui fitti introitando / mondi inconosciutamente / comunicanti da sempre / subaffittati a pigionanti / impresentabili / in luci oblique di corridoi d’albergo / dove per le pareti trasudanti / sospiri e peti va in onda / in questa sera del redde rationem / ognuna delle mie sere / il consueto gioviale incubo / della mia verde età // sì, dottore / ricordo / risuonano / nel tempo inarrestato / della ripetizione / tabacco-olenti e mattutino-rombanti / stereosinfoniche / diarree paterne come un precoce / requiemeterna / sul mio giorno inguaribile // a meno di trapianti // in lacci appunto della parola / raziocinante il Bene // cioè mi pare / il voluto da altri / quale un biblico stabilito / ordine di servizio migliore / di ogni altra – ehm – / possibile / ipotesi (?) di (?) lavoro (?) / se sbaglio / correggetemi però / scrivo e dichiaro che / io volevo e voglio / questa mia sola pietanza / la fica / cavernosa / totalmente adiposa / totale / misericordiosa fornita / di riscaldamento centrale / universale forma / dei miei pensieri. Ma inibita / confiscata / sigillata / vietata / rateata e differita / requisita / dalla costituita autorità // in lacci della parola / dove si strangola il mio destino / per sussultanti / rosso-intimanti / come da gole di lupi / o di questore / assalti della Minaccia // fuggendo purtuttavia / la paludosa carezza / di cigolante serva o di pneumatica / moglie dell’oste / (fu azzoppato anche lui / per qualche suo / peccato e giacque in ospedale a Bari / ascoltando la Tosca) / tacendo // in reliquiari privati di vedove / maritate alla morte / quale viaggiante missus / della priapica ecclesia / accudito / maramaldescamente // in umbertini incubi di pubblici uffici / catalogando le inesauste apparenze / impolverate di sfarinate ossa di scomparse / vestali / statali // in Torino nei singhiozzanti portici / piangenti creme e mesti gianduiotti // accettare giornali dimodochè / non leggerli / la mia mesta paura di voi / mesti compatrioti / povero Gadda sia maledetta / o scordata / la vostra probità fifona / storicamente determinata // io canto // pigolo gorgheggio scongiuro / tramite succhi di frutta e / con le guance accese / (d’orrore?) / l’onnipresenza / emanante da oggetti / egualitariamente mercificata // iettatoria / della Colpa. “.


t591virgorino, settembre [1973] Ho visto quella donna nuda. Come se non ne avessi mai viste. In un attimo di là dalla porta era nuda, squadernata davanti a me, saltava e ballava sul letto come se niente fosse – e quelle per la strada? -, una fica grassa, un bel culo maturo, vispa e allegra sul letto se la guardava se la toccava… Ma allora? Ma allora non ce l’hai solo tu questa bella fica grassa e spudorata. Ma allora è sempre così, ce l’hanno tutte questo allegro in corpo, e sono sbrigative: te lo prendono e lo fanno godere, povero cazzo mio pessimista. Tempo, tempo, tempo, ho bisogno di tempo… tutto quello che mi serve. Qui si tratta di una truffa colossale. “.








t592virgorino, settembre [1973] – La gabbia si rompe. Salta il catenaccio che stava dentro, fra la gola e i polmoni. Ti ritrovi le mani, i piedi, senti il sangue scorrere come un torrente d’alta montagna. Senti i capelli in testa e il chiacchiericcio dello stomaco e dell’intestino. Senti la lingua i denti il palato. Senti il sapore dell’aria. Piano. Ti gratti un occhio. Tre volte, non una di più. Un sospiro. Deglutizione. Sposti il pollice di otto-nove millimetri: così è più comodo. Guardi la penna biro. Sembra… non sembra niente. Hai fatto un po’ di fatica a guardarla. Riposati. Ora mi riposo. Io respiro. Questo è un fatto. E piacevole. Cammini, impari a camminare, puoi fare così o in quest’altro modo. Muoversi, snodarsi, dinoccolarsi, flettersi, muoversi: è bello. Ti rimiri allo specchio: chi si rivede???!!! Stavi lì, a pensare di partire, o di eutanasiarti, o, come minimo, di andare al cinema. Ma ora di quel conto complicato e rugginoso non torna più niente. C’è qualcosa di nuovo. Bisogna pensarci, perché, allora… Che cazzo vuoi pensare. Sssst. Ti metti a dormire. Sei stiracchioso, quasi euforico. Guuuuuuu. Certe volte andare a dormire è marviglioso. “.



t593virgorino, ottobre [1973] – Alla biblioteca si verificano numerosi lapsus (cosiddetti freudiani, cioè interpretabili maliziosamente). La signorina Fazzi, megera, maligna, viene chiamata « Faussi » (in torinese « faus » vuol dire « falso », p. e.: « Dio faus! », vulgo « Dio fa! »). Il dottor Selvaggi, poeta paranoico e terrone, detestato dall’establishment autoctono, viene chiamato « Servaggi ». No comment. “.













t594virgorino, ottobre [1973] – « La rilettura, operazione contraria alle abitudini commerciali e ideologiche della nostra società, che raccomanda di “ buttar via “ la storia una volta che è stata consumata (“ divorata “), perché si possa passare a un’altra storia, comprare un altro libro, e che è tollerata solo in certe categorie marginali di lettori (i bambini, i vecchi e i professori), è qui proposta in partenza, giacché essa sola può salvare il testo dalla ripetizione (coloro che fanno a meno di rileggere si costringono a leggere dappertutto la stessa storia), lo moltiplica nella sua diversità e nella sua pluralità: lo tira fuori dalla cronologia interna […] e ritrova un tempo mitico » (Roland Barthes, S/Z, 1973 [1970]) » “.





t595virgorino, ottobre [1973] Morte. È imperfetto dire « una cosa morta », la morte appartiene interamente alla vita, è una proprietà della natura organica, dell’uomo. Una « cosa » non può essere morta perché non è mai stata viva, appartiene a un universo extraorganico, extraumano. Dalla ribellione all’insensata irragionevolezza di questo modo di dire – quanto antico? – nasce l’idea che, dopotutto, la morte esiste solo come l’ultimo attimo infinitamente breve della vita, dopo di che, senza continuità alcuna, compare un’entità nuova, una « cosa », in cui è difficilmente riconoscibile un’ulteriore forma di esistenza di ciò che prima si presentava come essere vivente. (Quando ho visto la mia nonna morta ho detto: non è lei, e non ho provato dolore né sentimento alcuno se non la meraviglia; solo più tardi, ripensando a lei che, viva, moriva, ho pianto dirottamente) Eppure questa continuità, questa identità profonda è riproposta con tutta l’invincibile naturalezza di cui è capace un comune modo di dire: un vero e proprio paradosso (« Paradosso »: congiungere ciò che deve stare diviso) Desiderare la morte è aspirare a ricongiungersi con l’altro da noi, il mondo delle pietre. Come se morire fosse l’unico mezzo che abbiamo per ricomporci alla scomoda – soprattutto per il moderno uomo occidentale – presenza della natura inorganica, del non-umano, per affermare la nostra umanità, che consiste nel fatto che moriamo non meno che in quello che siamo vivi. La paura della morte è un preoccupante sintomo di unilateralità psicologica, di troppa umanità. Io sento il ritornante richiamo della morte come un prezioso fattore di equilibrio psicologico e intellettuale. La vita cosciente si fonda su una prevalenza « tipica » dell’istinto di conservazione, non su una difesa cieca e totalitaria di se stessa. “.


3tavirg ottobre 1973 – Al poeta / si addice la vecchiaia? / Sì, / perché lavora sui ricordi. / Che sono anche / di ieri / o di un minuto fa. / Da una frase / o un volto / si aprono voragini di tempo / infinite distanze / prima che dica / la sua parola. / Il poeta è vecchio / come i nomi delle cose. “.


















1gavirg8 ottobre 1973 – M’è parso di capire / che anche / ora / che non c’è / niente / da scoprire / si può essere / avventurosi. (Intuizione) “.



















2blvirg2 ottobre 1973 – Ricordare / non è / un lavoro meccanico / come / sgranare / piselli. / Solo / da certi / ricordi / quando / nel flusso / incessante / e confuso / passano / sopra / la fiamma / dell’attenzione / si libera / come di / gas / una nuvola / … / e tutta l’anima / acquista / una particolare / colorazione. “ (Chimica empirica) “.
















t598virgorino, novembre-dicembre [1973] – [Senza titolo] – ancora attraccano / golette / e da lontani mari / naviganti velieri / e imbullonati piroscafi / e faraoniche / navi da guerra / incedenti / wagnerianamente / ai moli popolati / di piccioni / del bianconotturno fu / ministero della marina // lode del déja-vu // dunque / questo piattino di avanzi / con il tempo ha acquistato / di preli / batezza. [*][*] Scritta a Firenze.
















t596virgorino, novembre-dicembre [1973] – A metà di via… io sono con la mamma e la nonna. La nonna dice di avere 88 anni. È molto vigorosa. È spaventosamente immortale. Io sono al suo servizio. Per lei passerò per il senso vietato. Io detesto commettere infrazioni. (Un sogno) “.

















t597virgorino, novembre-dicembre [1973] – Un gelato alla panna spiaccicato sul marciapiede, blanche et noire, quattro foto automatiche da applicare sulla vostra vettura, in casa, in ufficio, l’operaio triste mi ha sorriso, triste, infame fascino della Città, la novella Sodoma seduce mediante la desolazione assoluta, una cameriera dentuta vi sorride, per allietarvi il caffè, un’altra ancora, nerobasilicata, vi corteggia all’ora dei pasti, un contabile magrissimo come richiede la dignità dell’impiego consuma da cento anni i suoi pranzi e cene in assoluta solitudine, e purtuttavia li digerisce, grazie anche a una certa straordinaria tecnica nella piegatura analitico-selettiva del giornale. Dal fondo della pancia mi sale su una tenerezza gorgogliante che sa di caramella biascicata da un vecchio. Odore di nonni, di aerosol, di panni e avanzi messi da parte, depositi babelici dietro opportuni paraventi presso ciclopici armadi, localini orgonici dove si rinnovella la libido degli avi, l’ideale sarebbe pareggiare il conto, una generazione o l’altra, in ogni caso, per legittima suspicione, si conservino gli idoli demi-vièrge, ora è la volta sua, appunto. “.


s1317virgenza data [1974] – Questi bambini[1]  tosti / grandi lavoratori / di gomito[2] / non li dimentico  // però achtung![3] / non farei la fatica / di rievocare un odio[4] / ma lo stupore[5] sì / che fa sgranare / gli occhi[6][1] E’ uno scenario infantile. Ma non solo nel senso dei ricordi d’infanzia, bensì anche di una persistenza della medesima, di una fissità della scena: bambini per sempre, bambini nel tempo. [dicembre 2003] [2] “ Lavorare di gomito “: non è propriamente un lavorare, oppure sì: forse il lavoro – oltre la retorica “ buonista “ sul medesimo – è sempre la feroce lotta di tutti contro tutti, senza regole, senza pietà: il lavoro giustifica sempre qualsiasi mezzo. Non c’è niente di peggio che “ non avere voglia di lavorare “, oppure averla perduta, oppure avere perso il lavoro, oppure non averlo, non sapere che fare, non sapere fare nessuna delle cose che si chiamano “ lavoro “. Oppure essere disposti a fare varie cose – per esempio studiare? -, ma lavorare no: quell’idea – l’idea del lavoro – non ci entrerà mai in testa. Ci sembra, come idea, alquanto brutta. [dicembre 2003] [3] Questa strana parola. Mi do del nazista? Diciamo che mi do dello stronzo. E non ho ancora smesso [novembre 2003] [4] L’odio è quello di cui sono capaci i “ lavoratori “. Per me si potrebbe parlare semmai di ripugnanza – ambigua -, oppure senz’altro di paura – le diverse facce dello “ stupore “. [dicembre 2003] [5] Ecco un’altra parola chiave: “ stupore “. E’ quella che definisce meglio il sentimento dominante di tutto il diario. Chi scrive è, soprattutto, un uomo “ stupìto “. [6] Tutto, effettivamente, comincia dagli occhi. Si comincia col vedere qualcosa. Gli occhi sono il veicolo principale – oppure convenzionale – dell’emozione (si attribuisce il nostro turbamento al fatto di avere visto qualcosa – ma poi si capisce che le cose sono più complicate, si dovrebbe indagare meglio). [dicembre 2003]


g489virgennaio [1974] – Mi sveglio sempre / sovraeccitato / la notte / il dormiveglia / i primi passi / della coscienza / hanno stratificato / una Babele / di immagini // Ora si tratta / di Ricordare / con ordine // Itinerare / l’anima / verso il suo Dio. (Scheda del risvegliarsi) “.


















1dbvirg0 agosto 1974 – Torino piazza Vittorio ottobre ore sette / metà di sole traversata dai tram / la Gran Madre scuote le ciglia / dalle ultime nebbie. “.



















2zxvirg6 settembre 1974 – come da treno fermo / (non sapendolo) / si contempla dell’altro / il prospiciente moto / compiacendosi al crescere / della velocità / e dopo l’ultimo vagone / svanito si riaffaccia / il muso immobile / della scena di prima / (ridacchiante) / così talora / alle stazioni della vita. “.


















2dqvirg0 novembre 1974 – questa è l’ora buona / in cui le orme / della paura / si sciolgono / alle rive / di una specie di stagno: / la sera. / a ripercorrerle / avanti o indietro / risulta che non andavano / ad una meta / se non a questa / del sonno. “.



















n1095virgovembre 1974 – Il giorno prima era cominciato così: « Con-cor-so-per-un-po-sto-di-aiu-to-bi-blio-te-ca-rio-al-la-bi-blio-te-ca-co-mu-na-le-de-gli-in-tro-na-ti »! Il giorno dopo invece esordì con un codazzo di sogni: « Dopo tutto quello che ho passato / ritrovarsi un ombrello / rotto senza speranze / … il paparino ne aveva / uno o due formidabili / Rifiutano di comperarmene / sono in faccende ». Come faceva quella colonna vertebrale, era lei o il reggiseno, puntuto rinforzato, o qualche altra impronunciabile articolazione o mucosa, come faceva a fare « ciak », o forse « ploff », cos’è che, al premere tersicoreo, cedeva in una specie di sospiro, vegetale, « ciaff », cos’era? Tu non puoi nulla, grazie lo stesso. Ciak-ploff-ciaff, anni lontani, risuonanti di gemiti, cigolii, la macchina cominciava a avviarsi. Falsa partenza. Ricominciare. “.


s1299virgenza data [1974] – Piazza San Marco. Da riepilogare[1]. Panchina faccia sala-giochi. Ore 14. Per pignoleria retrocederemo per via Cavour. Riepilogandola. Il cadavere di Manfredo Fanti in alto in piedi in mezzo alla piazza la fronte irrorata di sangue verde. Un Cesare trafitto redi­vivo in Poe a vendicare, ammaestrando, gli astanti. Il lato (sud?) di fronte a cui siedo sognata Parigi di soffitte (il padre di Raffaella scultore, ‘64) intravista fra graffiti di rami spogli con piccioni, la cupola alla coque dell’Istituto geografico militare. Guardare il lato sud (palazzo giallo) da corner Lamarmora. In alto c’è il passato, futuro inesistito (una società galante intrisa di bellezza?). Nella casa nuova a pulirla. Come comprerò qualcosa se nelle boutiques (o negoziucci) divento matto di confusione? Tutta questa gente, di cui  non sai né vita, né morte, né fa miracoli. “. [1] Chi scrive è un uomo “ riepilogante “. Un uomo che riepiloga, riconsidera, ripensa: quello che ha fatto, quello che è stato. Perché è un uomo che ha già fatto, che è già stato, un uomo che, soprattutto, è “ finito “.








4ovirg gennaio 1975 – rossore / sangue alla faccia / sospetta / il dolo / il duolo / sale alla faccia / ridendo / amore. “.



















1hdvirg0 gennaio 1975 – il violoncello dove lo porti / sul davanti o dietro? // o lo galoppi / boccuccia di lampone? // ?????????????? // mi è sembrato di scorgere / un dentino d’argento // fra le crome e biscrome // cosa ci suoni // ?????????????? // piccina blu? “.



















1zwvirg9 gennaio 1975 – banco / bara / vince / bara. “.




















2wavirg2 gennaio 1975 – moltiplicare il tempo / il numero degli anni / sillabare il passato / compitando le ere / senescere / verso la cara madre / sconosciuta / acquisire la posta. “.
















2qavirg3 gennaio 1975 – quanti capelli superbi sventolanti / come il grano maturo il più maturo / biondi a perdita d’occhio tutto / il cerchio del mondo rotondo stipato / d’oro erano fiumi valli era un vento / denso abbagliante impetuoso una valanga / io mi tenevo ansimando aggrappato / agli occhi neri. “.















a1487virggosto [1975] – c’era la luna piena / questo è sicuro / il film era stato / americano bello / tragico sì e no. // è stato buffo / e anche altre cose / lo rifarei / non dico lo rifarò. // c’era la luna piena / ci sono un sacco di cacciatori. “.



















1vbvirg2 agosto 1975 – D’ora in avanti, a chi mi chiederà che cosa faccio, risponderò nella maniera più semplice: sto scrivendo un romanzo[1]. “. [1] Un diario o un romanzo?



















3svirg0 settembre 1975 – ulteriori ricerche in questo senso / del tempo / (che: sale o scende?) / condurrò / ulteriori ricerche / se avrò tempo / se no, no. // qualcuno / fornirà / la risposta completa. / se finirà / il tempo. ”.


















s1322virgabato 11 ottobre 1975 – « Non sono il primo, né l’ultimo sarò che i grilli suoi in istil d’oracolo fa passare per divine apparizioni. » (Delle Favole di Efraimo Lessing / con accurata fedeltà volgarizzate / Libri tre. Corredati di brevi note d’un manual di morale che ha il testo a fronte e d’un indice. A uso degli studiosi della lingua alemanna. Milano, presso A. F. Stella, 1815) “.

















l1840virgunedì 13 ottobre 1975 – Il controllo del corpo. Ginnastica. La voce, la mimica, il gesto. Teatro, cabaret. “.



















m943virgercoledì 15 ottobre 1975 – Agli albori degli anni Sessanta io cercavo ancora l’Eguaglianza. Nelle fanciulle coetanee disprezzavo le trine e le boccucce. Allora desideravo una donna forte, intelligente, sportiva. Una neozelandese. Una pionieressa. Come me. “.

















1dxvirg novembre 1975 – Bisogna vedere il mondo com’è. Vedere quanto è stupido e brutto. Sono stato un visionario. Forse mi sono procurato delle informazioni. “.

















s1320virgenza data [1975] – sentirsi invulnerabile, savio / e terribile, piccolo ed incoercibile, / io e io, voluto e da dio, / uomo pensoso e femmina, / promesso e sposa, fermo e / Lucia, / ma, / Ostia Lido non era in Lombardia. (A P. P. P.) “.














2bwvirg dicembre 1975 – La poesia devi rendermela / le lettere sono perdute / e i due cappotti anche. / Com’ero vestito all’epoca / del ventunesimo congresso? / Dagli atti non si deduce / gli atti sono perduti. / Ma la poesia devi rendermela / bada sono capace di tutto / ormai. // I due cappotti erano strabilianti / da fare perdere il capo alle donne / eleganti / autentici / inaspettati / anticipati sui tempi / anche per me che li ho ripudiati / come un genio bizzoso / i primi versi / ma – davvero! – / tremavo al vedermeli / davanti. // Ogni qualvolta qualcuno / mi parla di loro / mi mangio un altro poco / di mani. “.
















3favirg dicembre 1975 – sopra l’avanguardia / campa la vecchia guardia / dopo l’avanguardia / la vecchia guardia cede. “.




















3fbvirg dicembre 1975 – mi dia un trattato sulla fame / nel mondo / a casa mia siamo satolli / di polli / e di salami e di formaggio / gruviera / col vino ci facciamo il bidet / alla sera / mi dia un trattato sul mondo / ho fame / di fame. “.

















9lvirg dicembre 1975 – Tristi i boschi / senza gli uccelli. / Mi ero appena / deciso  a succhiarti / l’altro dei tuoi / modesti seni / che è arrivata / la compagnia / compresi i tre militari / in libera uscita / andavano tutti / alla festa di Oxford / dove con una somma / modesta si guarda / ballare. // A prendersela con il cane / chiuso in macchina / si fa solo una brutta / figura. // Non c’è niente da fare / Timothy T. è stato campione / per l’ultima volta. “.

















2drvirg4 dicembre 1975 – Le sembra inconcepibile caro amico / considerato i tempi che corrono avanti / e indietro nell’imminenza pare di una / cosa che sembra sia già stata forse / una quindicina d’anni fa che a qualcuno / verrebbe fatto di dire la prova d’appello / (in seconda istanza comparire davanti / ai giudici e chi a un girone e chi / a un’altra pena ma esattamente / stavolta in ultima istanza per tutti / la giustizia di essere quello che sono) / le sembra concepibile che abbia fatto / tutta una strada di quattordici anni / per aderire al mio destino senza nessuna / reale ripugnanza? “.


















s1298virgenza data [1975] – l’ispirazione non sia troppa / inspira profondamente alla fine / del rigo // considera i tempi ma riservati / una considerazione giusta di te / prendi tempo // a nostro giudizio / c’è una grande confusione / sotto il cielo. “.
















s1310virgenza data [1975] – è una giornata bella ma frigida / altrove al paese si commettono errori / grossolani rossori di vergogna di cui / la faccia rigida si ravviva il poeta / non residente qui meno che lì non / si può credere che viva o qui o lì / di queste minestrine in grigio perla / cachemire pietra serena piccione e / un po’ di giallo piagnone polenta / per sostenere lo stomaco. (Primo addio a Firenze) “.















s1318virgenza data [1975] – sono tornato in piazza / dove la settimana / i vecchietti scatarrano / (e i piccioni curano / di non restare colpiti) / dove al sabato / certe donne schitarrano / (e certi uomini, sembra, / restano ammutoliti). “.















s1333virgenza data [1976] – De Sade in carcere[1] dal trentatreesimo al quarantaseiesimo anno di vita: tredici anni. “. [1] Un altro tema cruciale: il carcere, la reclusione, lo stare “ dentro “.










s1334virgenza data [1976] – Se in me l’amore[1] della scrittura continua a opporsi all’amore di una donna, ci sarà una ragione. Il determinativo non può essere che venga usato ad arbitrio in questioni di tanto peso. C’è una determinazione in me. Eppure oggi è penoso come è ogni volta che mi ci provo, risalire la scala delle metafore fino a quel vertice di cui sento bisogno, su cui desidero intronarmi, la verità. La scrittura starebbe per. E’ presto non lo so non posso saperlo non si può chiedermi di saperlo, ora. Voglio tempo. “. [1] L’amore: le donne o la letteratura?















s1336virgenza data [1976] – fermo restando che del poeta è anticipare / i tempi (inaugurai per mio conto / alcuni mesi or sono spinto dai debiti / verso il passato recente un pertinente / recovery programme trattasi di una siberia / casalinga dove le colpe povere di povero / studente fuori sede corso di sé sono / redente a patto di conseguire il diploma / di laurea e perseguire hobbies congeniali / al mediocre status del povero sopracitato. / è consentita ogni filosofia del ciclo quale / scoprendo nelle cose un moto circolare / autorizzi a sperare. è consigliata la rige / nerazione.), / la domanda è che serva arrivare in anticipo / quando sarebbe del tutto lo stesso aspettare / restando fermo. “.












2hbvirg3 giugno 1976 – « Giorno per giorno, si può dire, anche se a intermittenze spesso di mesi e talora di anni. » (Elio Vittorini, Diario in pubblico, [1957]) “.
















8pvirg dicembre 1976 – Partire dall’idea che tutti hanno sempre ragione. Dare ragione a tutti. E anche a me stesso. “.

















1ovirg8 dicembre 1976 – Solo scrivendo capisco. ScrivereEntro il Natale 1977 fare il libro su Gadda. A metà del tunnel, buio fitto, impenetrabile. Spingere verso l’uscita. Avere coraggio. Comprendere, comprendendo, si capirà. Lavorare con i mezzi di bordo. Lukacs. La coscienza borghese. La stanchezza non esiste. “.



















s1325virgenza data [1977] – Scrivere riscrivere senza stancarsi mai. “.




















s1326virgenza data [1977] dopo[1] il Sessantotto nove anni dopo – forse devo solo organizzarmi per studiare /e/ per scrivere. notabile il fatto che non mi sembri possibile o apprezzabile, ma solo necessario; e insufficiente, comunque. pensa a quante sono state le cose necessarie e insufficienti che hai fatto in tutti questi anni. tutte. viene sempre fatto di dire che non poteva che andare così. ma così come? così a inseguire le cose mentre stavano ancora accadendo. alcuni si avviavano qualche isolato più avanti credendo che la distanza favorisse l’osservazione netta e spregiudicata. altri si attardavano qualche isolato indietro pensando la stessa cosa. ma eravamo sempre gli stessi in un corteo poderoso continuo di uomini fanciulli scalpicciatori scemi. comunisti o podisti? queste righe le leggano i poliziotti a venire. “. [1] Il “ dopo “: questo diario è tutto “ senno del poi “, “ scrittura del poi “.


2fdvirg2 gennaio 1977 – Lo sforzo poderoso di non chiedere più nulla a nessuno (non aspettarsi nulla dagli altri, interrompere il circuito della frustrazione/amore, invertire la tendenza di tutti questi quindici anni/la mia vita, cessare di cercare una donna, elaborare la freddezza nei comportamenti pubblici, etc.) rapidamente si è rive-lato come l’impresa di chiedere tutto a me stesso. “.


















s1327vbirgenza data [1978] – Considerazioni e soprattutto divagazioni sullo spazio[1] (idea di, concetto di, senso dello). “. [1] Lo Spazio. O il Tempo?




















s1328virgenza data [1978] – Ormai siamo in pieno intrigo. Intrico. Vivere nell’intrigo, nel gomitolo, nel gliuommero, nel pasticcio, nel pastiche[1].  “. [1] Questo diario è un pasticcio, anzi un pastiche – una parodia, un’imitazione, un rifacimento – è un diario falso?


















s1329virgenza data [1978] – Cominciare pensando che il giornalismo è un modo basso di esercitare la creatività, la potenza psichica. Proseguire pensando che è un modo dominante, o che tende al dominio. Rinunciare all’idea di esercitare il proprio modo, l’alto, rinunciarci per paura o per l’inesistenza di un luogo adatto allo scopo o per intendimento politico, poiché abbiamo visto sorgere questa facoltà da un certo tipo di rapporto fra gli uomini o per timore di fare solo per sé o per una disgrazia, poiché è mancato il rapporto giusto al momento giusto o per paranoia, cioè, dopotutto, per amore della conoscenza. “.










s1337virgenza data [1978] – Uno scordare che è un ricordare. “.





















2vavirg1 aprile 1978 – Che perdo il pelo ma non il vizio / che anno è l’anno che sale / il vizio di salire lo scatto che / ti perde ma ora è dolce questa / montagna distesa in falsopiano. “.



















s1330virgenza data [1978] – La tautologia. Una cultura tautologica. “.




















s1331virgenza data [1978] – Un libro così straordinario come il Diario di lavoro (1938-1942)[1] di Brecht, ma senza scordare l’assai più maneggevole, tagliente ABC della guerra, in cui si intravedono i precedenti della letteratura surrealista (Nadja), in cui si assiste alla lotta fra la dimensione del libro e quella dell’informazione, fra il pensiero individuale e quello collettivo, pensiero soggettivamente singolo e pensiero soggettivamente collettivo, pensiero lento e pensiero veloce. “. [1] Ecco i diari degli altri altri. La diaristica.















s1338virgenza data [1978] – « Un’oasi in mezzo al mare » (Malta) “.




















2wcvirg5 aprile 1978 – Da oggi 25 aprile 1978 tacere o soltanto leggere. “.




















4qvirg giugno 1978 – 4 giugno 1978: proclamata la Repubblica di Scalfari. “.




















3navirg0 settembre 1978 – I colori: il rosso, ormai. “.




















2zzvirg ottobre 1978 – Posseggo: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7… (Le « cose utili » di Brecht) “.



















s1339virgenza data [1978] – Perseguire, là nel passato, la modernità. “.




















4tvirg ottobre 1978 – « Tutto è disposto intorno a noi perché una mente onesta e isolata pensi seriamente al delitto. », ricorda Jervis che ha scritto Fortini sul «Corriere della Sera» del 30 maggio 1977. “.




















5qvirg ottobre 1978 – La vecchia domanda: tutto qui? “.




















2vcvirg0 ottobre 1978 – Linke Malinconie – Moloch vecchie demenze. ogni volta / concedersi il diritto di prova. con / una lunga prassi per ingannare il / tempo. una gestione scorretta. ma / senza averne la prova. ogni volta / ancora uno sforzo. per riposare c’è / tempo. un vago senso del tempo. una / malinconia a sinistra. “.

















d1121virgicembre [1978] – a stare in galera dai turchi / matura una morbosa diffidenza / astigmatismo critico in vista / di ogni matura lepanto. “.


















s1340virgenza data [1978] – flaubèr madàm bòvari proprio / così flau e bòvari con l’erre / appiccicosa americana poi stav / a con gli occhi basso aspettan / do una faccina grigia grigio i / l pastrano fuori piove e ruban / o tutto dice il bibliotecario / saranno turchi arabi o chissà / ai tavoli fingono di studiare / il ragazzo sonnecchia davanti / alle schede quello che non cap / isco è l’ombrello da donna las / ciato all’entrata fra porta e / porta. “.











s1341virgenza data [1979] – « Gli scrittori di pensieri, di massime, di epigrammi, di frammenti incorrono spesso in questa accusa: di voler finire i loro concetti nel doppio senso del termine; di voler esaurire in una frase la propria pazienza e la curiosità del lettore; quasiché trascurassero i ragionamenti intermedi e staccassero i loro concetti da un discorso continuo non per limarli profondamente, ma per paura di farli scontrare in altri concetti che li contraddicano o li rendano più incerti e più oscuri, e più incerto e più oscuro il modo di esprimerli. Questa accusa di pigrizia, di dilettantismo, di eccessivo desiderio di un’eccellenza provvisoria e formale è, certo, storicamente fondata e logicamente si giustifica. Ma si può pensare ad un’altra specie di scrittori, e credere che siano esistiti ed esistano, sebbene i trattatelli di logica e i manuali di storia non li distinguano dagli scrittori asistematici, o antisistematici, in generale. In quest’altra specie di scrittori la diffidenza verso ogni metafisica, l’antipatia per i sistemi sarebbe solo apparente. Profondamente certi dell’unità dei loro pensieri, essi rinuncerebbero all’aiuto di un sistema apparente. Parlando per occasione, descrivendo un oggetto, giudicando di un fatto che in un istante del tempo e dello spazio li attiri, essi potrebbero essere considerati come i più veri imitatori della scrittura e della creazione divina, che ci mostra dappertutto una moltitudine di segni, di cose, di individui, in se stessi perfetti, e lascia che l’unità di tutti gli esseri e di tutti gli individui sia sottintesa, o segreta. » (Giacomo Noventa, Caffè greco, 1946) “.







s1342virgenza data [1979] – « Ricordava infatti che, prima che si rivelasse la gloria della suprema cattedra, Aulo Gellio nelle sue Notti attiche dava al luogo detto mons vaticanus l’etimologia di vagire, che designa i primi balbettii della parola. » (Jacques Lacan, Parola e linguaggio in psicoanalisi, 1953) “.















s1343virgenza data [1979] – Dice Scalia: la critica, in ultima analisi, è autobiografia. Bisognerebbe però avere attinto l’ultima analisi. “.

















s1344virgenza data [1979] – « Era un ragazzo sui diciassette anni; non vidi di lui, in quella luce crepuscolare, che il cappello di feltro grossolano portato molto all’indietro. » (Alain Fournier, Le grand Meaulnes, 1913) “.

















s1345virgenza data [1979] – « Nella sua camera della locanda si svegliò poco prima dell’alba. Di colpo tutto ciò che lo circondava gli riusciva  insopportabile. Si chiese se si fosse svegliato proprio perché a un determinato momento, cioè poco prima dell’alba, tutto diventava di colpo insopportabile. Il materasso sui cui giaceva era avvallato, gli armadi e i cassettoni stavano a grande distanza contro le pareti, il soffitto sopra di lui era insopportabilmente alto. C’era tanto silenzio nella stanza semibuia, fuori nel corridoio e soprattutto fuori sulla strada, che Bloch non ce la fece più. Una violenta nausea lo afferrò. Vomitò subito nel lavabo. Vomitò per qualche tempo, senza sollievo. Tornò a coricarsi. La testa non gli girava, al contrario, vedeva ogni cosa in un insopportabile equilibrio. Non servì a nulla che si sporgesse dalla finestra e guardasse giù in strada. Un copertone giaceva silenzioso su un’auto spenta. Nell’interno della camera  scorse sulla parete i due tubi dell’acqua; correvano paralleli e venivano delimitati in alto dal soffitto, in basso dal pavimento. Tutto ciò che vedeva era delimitato nel modo più insopportabile. La nausea, lungi dal sollevarlo, lo opprimeva ancora di più. Gli pareva che uno scalpello l’avesse distaccato da ciò che vedeva, o meglio, che gli oggetti intorno a lui fossero stati allontanati da lui. L’armadio, il lavabo, la borsa da viaggio, la porta: soltanto adesso si sorprendeva a pensare, come sotto costrizione, la parola per ogni oggetto. A ciascuna visione di un oggetto seguiva subito la parola. La sedia, l’attaccapanni, la chiave. Prima c’era stato tanto silenzio che nessun rumore aveva potuto distrarlo; e siccome da una parte c’era tanta luce da permettergli di vedere gli oggetti che lo circondavano, e dall’altra tanto silenzio che nessun rumore poteva distoglierlo da essi, aveva veduto gli oggetti come se nello stesso tempo fossero rèclame di se stessi. Di fatto la nausea era una nausea simile a quella che lo prendeva davanti a certe rime pubblicitarie, melodie popolari o inni nazionali che era costretto a recitare o mugolare fin dentro il sonno. Trattenne il fiato come si fa contro il singhiozzo. Nell’inspirare la nausea gli ritornò. Di nuovo trattenne il fiato. Dopo qualche tempo ebbe successo e riuscì a prendere sonno. » (Peter Handke, La paura del portiere prima del calcio di rigore, 1970) “.


s1306virgenza data [1979] – Scorpacciato sei scorpacciato / amico mio / è la fame nel mondo.”


















s1323virgenza data 1979 – Brontolo pisolo pisolo brontolo / l’autore nemmeno dotto e mai più / mai più cucciolo. “.


















s1347virgenza data [1979] – Tutti questi pensieri (ini) che scrivo. Sono un modo d’essere escluso. Un diario di bordo. Dal bordo. Taccuino di viaggio crociera con altri. Si divertivano. (?) “.
















s1348virgenza data [1979] – Nella pubblicazione di diari lo scrittore fuori dall’esercizio delle sue funzioni. Un vantaggio: accostarsi alla scrittura dal basso, nel suo farsi umano individuale. Uno svantaggio: ridurla a vita, a umanità generica senza pagare il prezzo del rapporto pieno con la sua verità più che umana individuale, con la sua autorità. “.


















s1349virgenza data [1979] – i soldati, alle finestre. “.



















s1350virgenza data [1979] – « Come quegli esseri misteriosi delle saghe, che salgono dal fondo del mare rivestiti di alghe, così escono dal mare dei ricordi, rivestite di memorie, le giovanili esperienze. L’anima diventa triste e il cuore si commuove, perché è come se dovesse prendere commiato da tutto questo, come se si dovesse allontanare da un amico, per non rivederlo mai più, né nel tempo, né nell’eternità. Pare di essere infedeli, di aver tradito i patti, pare di non essere più quelli di prima, non più così giovani, così infantili; si teme di dover perdere quello che ci faceva contenti, felici e ricchi; per ciò che si ama si teme che si debba soffrire di questa trasformazione; si teme che forse apparirà meno perfetto, che forse non saprà rispondere alle numerose domande che gli porrà l’intelletto… ahimè, se così fosse tutto sarebbe perduto, l’incanto svanirebbe e non potrebbe mai più essere rievocato. » (Sören Kierkegaard, Enten-Eller) “.


s1351virgenza data [1979] – Al babbo piace tanto Amanda Lear (l’ho visto ridere). “.



















s1352virgenza data [1979] – ancora un poco il paese. ancora un poco. anni sessanta o piuttosto settanta. donne complessivamente sgradevoli. patetismo. arte povera. riscoperte ritorni soprattutto di quelli che non c’erano stati. l’erbetta il negozietto giocare alle mamme tirare sul prezzo cucina povera. 8 marzo. la patonza anatomica. ospedali. medici. salute. orgasmi. (?) muco sugo sperma mestruo la pasta scotta non si capisce se hai voglia di scopare o di pisciare. felicità nel senso di una continua voglia di cagare mali di pancia diarree medicamenti erbe sottanoni streghe (?) ho lavato un sacco di piatti. stai lì davanti al lavandino ripeti il solito gesto insaponare sciacquare. strofini l’uccello al bordo della vasca. quella va al cesso senza chiudere la porta. abluzioni. tutto fatto in casa. mi ami? “.


s1353virgenza data [1979] – e a Torino in quella stanza orrenda / ricucivo i pezzi di quel fantasma / ridicolo attore consumato mitomane / volontario laido impotente illuminato / di spalle del me che ero già stato. “.


















2vbvirg6 marzo 1979 – Citazioni[1], taccuino di lavoro, dire per mezzo d’altri, im/proprietà, ambiguità, dire qualcosa contro l’evidenza della storia, e anche della letteratura, dire un’aspirazione, dire un’espropriazione, improprietà. “. [1] Teoria del diario 3.
















2hcvirg7 marzo 1979 – Era il mio modo di fare / anche farti / (farti a mio modo?) / era il mio modo / (mio comodo?) / era che non ti / andava / (andata). “.


















1zxvirg6 luglio 1979 – qualche rossore / qualche rossastra / idea / qualche / arrossata / epidermide / era lo stato / lai(d)o. “.



















n1097virgovembre [1979] – « Amarezze d’aragosto – Amare in mare non fa mai male / se si dispone di un po’ di sale / e nel Mar Rosso è così vero / che non è vero per il Mar Nero. // È qui che in caso di maremoto / gli innamorati amano a nuoto / e per sentirsi a proprio agio / devono almeno fare naufragio. // Mare maretta mare maremma / un po’ di fretta un po’ di flemma, / mari vicini mari lontani / Olanda dighe Venezia canali. // Nella barchetta alla deriva / nuda nel sole dorme la diva / flusso riflusso ma l’alga cresce / e al mare mangia tutto il suo pesce. // Danza sul mare un velo d’olio / il mare è calmo come petrolio / e intanto il Luno sorge incantato / sia sul Mar Morto che sul Mar Nato. » (Adriano Spatola – ritaglio di giornale) “.











s1296virgenza data [197…] – Sopra la neoavanguardia / campa la vecchia guardia / dopo la neoavanguardia / la vecchia guardia muore “.





















s1354virgenza data [1980] – Il capitalismo, un Proteo, dice il comunista. Si è appena tagliato i baffi, la terza volta in un mese. “.


















2bzvirg7 ottobre 1980 – Toscana chiara / dove sarei / un professore / perfetto / vetri licei / e lei sempre / bionda e bruna / sotto la gonna. (Dopo una visita a Firenze, mattino, stazione, ore 10. 12)



















s1300virgenza data [1980] – sono tornato a sud ma non / fa poi così caldo e i colori / scoppiano forse soltanto per / il santo le luci d’altronde / della festa non sono mai / più di cento tre cerchi con / lampadine da poche volts / mare azzurro ma senza / eccesso d’azzurrità il profondo / che ingannava la vista è / di qualche decina di metri / ramarri guizzano sì fra / i cactus ma non fanno / paura più i corpi al sole / si bruciano e splendono / ancora tramonta è vero / un po’ più tardi al sud. “.














s1307virgenza data [1980] – « Poiché m’impediscono di leggere e di meditare annoterò via via i discorsi della grossa signora e di suo marito che siedono nello scompartimento. » (André Gide, Diario dei Falsari, 1926) “.


















s1312virgenza data [1980] – Nel giornalismo che aborrisce/abolisce i punti interrogativi la dispersa plebe delle certezze minuscole. Chiarezza, chiarezza e il nero solo in certe occasioni. Il qui, l’oggi, il mattino, e se è la sera è illuminata a giorno. L’effimero portato avanti, dietro non c’è mai niente. La memoria archivio. Al quarto piano. La preghiera laica del mattino. Ma io pregavo la sera. Prima di addormentarmi. “.
















s1355virgenza data [1980] – Presa diretta / mente dalla strada / e tu affacciato / la bevi le / bevi tutte. “.




















s1319virgenza data [1980] – Un attore: fingere di esserci. “.




















s1356virgenza data [1980] – Roma. Al centro tutto gira lento. “.


















s1357virgenza data [1980] – « Una controprova che l’impassibilità e la lucidità del filosofo sono psicologicamente viziate la si ha subito, in apertura di libro. Naturalmente a fornirla è lo stile. Un elenco di sintagmi, tutti tratti dalle due paginette che costituiscono il primo capitolo credo sia abbastanza illuminante. E mentre si comincia “ con brividi e luci infinitesime “, si prosegue con una “ rifulgente cupola “, con un “ ritmo ieratico “, con “ ali superbe dispiegate “, con gli “ angoli estremi dell’arco “, con le “ grandi figure angeliche nel pieno della loro gloria “, con “ magnifiche, vastissime ali di pavone “, con una “ perfetta misura delle forme “, con le “ pure forme fondamentali del tempio “, con “ estreme teofanie “, e con “ pellegrinaggi infiniti “ e con “ follie interminabili “, per concludere, d’altronde, in questa che altro non è se non la descrizione di una chiesa (ma è anche il punto di vista che sceglie per sé Cacciari), con l’evocazione di un’” ultima impossibile dimora “, e con un “ impenetrabile alla sua luce “ e una “ grandezza di questa chiesa “. » (Franco Cordelli, Quando il filosofo non è troppo lucido, [su Dallo Steinhof di Massimo Cacciari], in «Paese Sera») “.


s1358virgenza data [1980] – dalla periferia al centro / il sabato ma anche il / lunedì sera stracolmi / bus dei decisi a tutto. “.




















s1359virgenza data [1980] Cioè, dice la medico nell’Ogaden provenienza Viterbo andata a fare del bene e un negro che muore è bellissimo. “.


















s1360virgenza data [1980] – Che c’è nella finestra / davanti quando di sera / si vede la luce si sente / una radio accesa uno / spicchio di letto una / gamba e lei che passa / un attimo toccandosi / i capelli.  “.



















s1361virgenza data [1980] Ils ne sont pas des hommes ils ne sont pas des femmes ils sont des americains, diceva Picasso. “.


















s1362virgenza data [1980] – La tv [1]. Guardare molto la tv. Quando arrivò la tv. In casa, mattine o pomeriggi. L’annunciatrice. Una donna bionda fra le pareti di casa. Che vedi e non ti vede. Baci sul monoscopio. Passare nudi davanti alla tv. Esibizionismo. Masturbazioni. Che strana mamma. “. [1] La tv. Le origini.

















s1363virgenza data [1980] – L’ordine della mente. Calvino lo ribadisce. E la fibula prenestina, si viene a sapere, era un falso. Da cento anni non esiste più niente, ci siamo, si dice, inventati tutto. “.

















s1364virgenza data [1980] Didascalia [1] alla foto. Nella didascalia una riserva mentale tuttavia nel rispetto della foto alla quale si deve comunque affidarsi. La didascalia aiuta a vedere. “. [1] La didascalia. La scrittura sotto l’immagine.

















s1366virgenza data [1980] – « Lei non è più un mito », dice il pm (giovane) di Catanzaro a Indro Montanelli. Dunque lo era. “.



















s1367virgenza data [1980] – è il numero trenta quello / che va nel regno occidentale / via dei musei villa borghese / valle dove non nasce niente / è fatto di legno e di vetro / per fare silenzio scivola / con qualche trillo di campanello / fa capo a piazza risorgimento / dove comincia quell’altro regno. “.
















s1368virgenza data [1980] – « Ha vinto la mamma » (Dai giornali) “.



















s1369virgenza data [1980] – Ma, in fondo, il « progresso » quanto era durato? Aveva appena preso il via filtrando fra pulicenè, contadini e golpisti, che già una generazione intera, ritratti di Mao alla mano, veleggiava verso il terzomondismo o niente. Gli davano mano teologi di tutte le risme, antropologi, filosofi napoletani e napoletani in genere. Anche la Fiat, ma via, era Sud. Salvo Agnelli che non lo era essendo appunto il glaciale e perfido padrone. Poi arrivò l’ondata dei poeti in punto di morte. Ma era troppo tardi. (Il progresso non è umano. E basta) “.











s1370virgenza data [1980] – Valery su Degas: « Si accanì nel ricostruire l’animale femminile specializzato ». Huysmans diceva che dipingeva le ballerine « con orrore ». “.


















s1371virgenza data [1980] Breve aggiunta su Norvegia etc. La gente si fa i cazzi propri, come forse si era cominciato a fare anche da noi. Niente affettività scomposta. Silenzio e lavoro. Erano ancora così gli anni Sessanta prima della Grande Merda. “.

















s1372virgenza data [1980] Le mode come le guerre. Le generazioni come le. Dio mio, ne arriva un’altra. “.


















s1670virgenza data [1980] Scrive Sinisgalli di Vittorio Bodini, traduttore dei surrealisti spagnoli: « Costringeva la moglie ad esibire scollature vertiginose. ». “.

















s1671virgenza data [1980] – sulla sublimazione. e sublimiamo e sublimiamo. buongiorno. il sublime è tutto mio. sbattuto su questa scena. ero nudo. il naso si fece subito grosso rosso e rotondo. dica qualcosa perché qui non c’è niente di peggio del silenzio. le parti sono queste. questo l’intreccio. non mi pare un gran che. guardi che se non fa qualcosa le rideranno in faccia. “.















s1672virgenza data [1980] – Provati a pensare ma attento a quello che fai. E poi: che cosa significa pensare? Prova ad accumulare una riserva [1] mentale. Una distanza, una prospettiva (in senso visivo). Prova a respirare, ad avere un ritmo, a cantare (in senso fonico). Prova – ecco – ad ascoltare (in senso non solo uditivo), a sentire: ciò che è opposto alla coazione: autodeterminazione psicologica, spontaneità, senza rabbia. “. [1] Una riserva: non sarà mai un pieno. E c’è lo sciopero dei benzinai.





















s1673virgenza data [1980] – La provincia / cupa / nelle certezze. “.



















s1674virgenza data [1980] – Una vocazione al piccolo / commercio bollin bollino / andavano lontano restando / vicino. “.


















g491virgiugno [1980] – esattamente come sempre il naso piccolo e / un lieve lieve prognatismo occhio rotondo / e affacciati dall’erba scimmia pantera tu / mi hai visto cacciatore e bianco cacciami / cacciami due vampe rosso cinema zigomi in / su presero fuoco simultaneamente hai dato / un segno disgusto rabbia o ruggito soffio / di gatto lui mangiava zitto subodorava il / fatto ma non vi fu luogo a procedere. “.
















g492virgiugno [1980] – gialla e nera / mi fai vedere / mezzo seno / capezzoli! / lo so dovrei / venirti dietro / farmi dire di no / e poi concludere / nondimeno / lo so. “.


















3wvirg agosto 1980 – Ulisse: « Nessunooooo! ». La mania (del Novecento) del non esserci. L’uomo invisibile. “.


















1wzvirg2 agosto 1980 – « Si dice spesso che la nostra è una società di tecnici e di scienziati: a dire il vero è soprattutto una società di artisti e di intellettuali. Infatti in nessuna epoca del passato, nessuna società ha potuto aver un così gran numero di musicisti, pittori, critici, letterati, attori, giornalisti, compositori, storici, poeti, registi, cantanti, romanzieri, esteti, insegnanti, ricercatori, semiologi, commediografi, archeologi, scultori, saggisti, linguisti, scenografi, cantautori, sociologi, educatori, ecc. Quando mai? » (Dai giornali) “.














2hhvirg settembre 1980 – Imparano il diritto, applaudono i padroni, c’è del sussiego in loro, il respiro ora è di naso, il passo leggero, le scarpe a punta. “.


















7cvirg settembre 1980 – 1970: Sud, sole in una stanza, tende bianche, e lei. “.



















s1675virgenza data [1980] – Nani nani e topi gigio / l’orizzonte è bigio. “.

















s1394virgenza data [1980] – entusiasmato ma truffato come al solito da quarto al volturno applaudiva babie che però era – ci giurerei – un uomo. “.











2fgvirg8 settembre 1980 – La piccola borghesia, cioè la borghesia. “.




















s1373virgenza data [1980] – Paradossalità: dire la verità esagerando, indirettamente. Come se non potesse essere detta com’è. Romanticismo. Bovarismo. Insufficienze della lingua, del corpo. “.
















s1374virgenza data [1980] – Nel mercatino di Porta Portese si trovano anche lettere di congiunti, mariti in campo di concentramento… oggetti personali… La storia come strage continua. “.


















1vvvirg9 ottobre 1980 – Anthony Franciosa: ha la dentiera. “.



















2bbvirg2 ottobre 1980 – Il puritano americano Jonathan Edwards nei primi decenni del Settecento « spinse Northampton a quella specie di orgia religiosa descritta con vari nomi secondo il tempo e il luogo, ma che da quei giorni fu conosciuta come “ revival “ (risveglio) ». “.















s1375virgenza data [1981] Estasi. Nel Piccolo lessico dell’erotismo di Breton e altri: « Essere fuori di sé: Immobilità oscillante tra la totale lucidità e il suo contrario, nella quale gli orizzonti di tempo e luogo svaniscono. Si è d’accordo a riconoscere nell’estasi lo stato più alto a cui possa giungere l’uomo erotico ». “.















s1376virgenza data [1981] – Il grande Alicata sollevava da terra il piccolo Chiaretti dicendo: « Io ti debbo sradicare ». I comunisti chi sradicano più? “.
















s1377virgenza data [1981] – « Ha dichiarato il professor Carlo Alberto Cazzullo ». Si muore dal ridere. “.


















s1378virgenza data [1981] – È morto Bube. Quello del romanzo. “.


















s1379virgenza data [1981] – « Che cosa volete fare nella vita? », chiede il giornale ai giovani. « Viaggiare », rispondono. “.












s1380virgenza data [1981] – « Del resto – dice il fotografo – si vede se una cosa è buona da mangiare o no ». E mi guarda con una certa insistenza. “.














s1381virgenza data [1981] – Al giovane giornalista nell’intervista sta più a cuore l’Inter o la vista? “.















s1382virgenza data [1981] – Anche al concorso di bellezza quest’atmosfera brutale da ragazzolasciamilavorare. “.

















s1383virgenza data [1981] – Rosa e il suo partner non fanno un figlio al padre, frocio, prete. Si negano al futuro. Uscendo dal cinema via Veneto i caffè pieni di dolce vita targata Frosinone. Er fimero. “.











s1384virgenza data [1981] – « Nel trigesimo della morte del Nobiluomo ragioniere Alberto Z…. » (Necrologio) “.










s1385virgenza data [1981] – Strozzino, strozza, fiato. “.













s1386virgenza data [1981] Trame: romanzi, bombe. “.














s1387virgenza data [1981] – Che scrivo? Didascalie. “.














s1388virgenza data [1981] – Scrivo scrivo scrivo. Le ultime volontà. “.













s1389virgenza data [1981] – È morto Montale è molto montale è molto mortale è monto mortale. “.












s1390virgenza data [1981] – Calvino, presidente della giuria del Festival di Venezia, accusa malanni alla vista: deve visionare troppi film. « Sono diventato un animale cavernicolo: i miei occhi non sopportano più la luce del giorno ». “.









s1391virgenza data [1981] – Il regista Nanni Moretti porta i maglioncini girocollo come si usava nel ‘65. “.












s1392virgenza data [1981] – I giornalisti per Lacan: poubellication (poubelle = monnezza). “.










s1393virgenza data [1981] Storia d’Italia: il Sud sogna il Nord, il Nord sogna il Sud. “.











s1395virgenza data [1981] Professionisti: ma si dilettano. “.














s1402virgenza data [1981] Miss. La ragazza-che-non-è-di-qui. Che è nuova. Che è ricca. La ragazza che serve dopo che la signorina autarchica, la signorina grandi firme, la signorinella pallida si è imputtanita in seniorina Tombolo Livorno. Changé la dame. “.









s1403virgenza data [1981] – Immaginoso e romanzesco il linguaggio dell’esperto di borsa. “.












s1404virgenza data [1981] Sindrome detta « di Gadda ». Il Gran Lombardo, i piccoli romani. “.













s1405virgenza data [1981] – Parole grosse nella guerra del vino. “.












s1406virgenza data [1981] Presagio. Il giudice di sorveglianza del carcere di San Vittore si chiama Bruti Liberati. “.













s1396virgenza data [1981] – Centinaia di migliaia presumibilmente ubriachi costringono l’ « ebete Carlo », come lo chiama la giornalista di sinistra, e lady a ripetuti affacci al balcone. Nella folla scenette spiritose e toccamenti di culo. I topi ballano. “.











s1397virgenza data [1981] – Caporetto in Farewell to arms: « “ Non continuerà la guerra – interruppe un soldato – si va a casa. È finita la guerra “. “ È finita la guerra “, ribadì un altro. “ Tutti a casa “, ripeté un terzo. » “.


















s1407virgenza data [1981] – Le voci dei nonni. Quella della zia Olga, tremula, quella della nonna, leggera ma con dentro una sottile anima d’acciaio, così precisa nel pronunziare, così elegante. Quella del nonno, ironica e calda. Le voci buone che mi volevano bene. “.










s1305virgenza data [1981] – Il lettore del telegiornale riferisce le dichiarazioni del ministro Lagorio sul missile a Comiso. « A Comico », si lascia sfuggire. E poi insiste: « Ha concluso Comico… ehm, Lagorio ». “.



















s1302virgenza data [1981] – Incontinenza nella vista. In Francia da ragazzo mi sedussero il rosso delle strade, quello dei ristoranti cinesi e dei capelli delle parigine. “.


















s1346virgenza data [1981] A Porta Pia la ultrasettantenne mi fa l’occhietto. “.


















s1408virgenza data [1981] – Ciro D’Aria. Si è lanciato dalla finestra. “.














s1409virgenza data [1981] – Il telecronista di Vermicino: Giorgio Amen. “.













s1410virgenza data [1981] – Sono una spia. Ma per conto di chi? “.














s1308virgenza data [1981] – Ho sognato / carta igienica / scottex / non finirà / finché / saranno / culi. “.





















s1297virgenza data [1981] – « Quando ero ragazzino – dice il regista Spielberg – mio padre mi mostrò un transistor dicendo “ Questo è il futuro “. Allora io lo misi in bocca e lo ingoiai. Ho ingoiato il futuro » “.



















s1301virgenza data [1981] – Compri la treccia dei bei peperoncini rossi, e non sai resistere a quel sedanone verde bandiera. Com’è rotondo e giallo il melone! E la pasta di segale è di un bruno pastoso e accattivante. Compri compri compri. E i vasetti e le confezioni speciali. E poi ti fa male la pancia. Impara. A educare la vista. “.
















s1321virgenza data [1981] – Certi mendicanti, certi musi. Indimenticabile la multinazionale bambino-fisarmonica-gattino. “.




















s1303virgnza data [1981] – Dice: « Ti ricordi al Pantheon la notte tutte quelle fighe? Sembrava un complotto ». È un complotto. “.




















s1314virgenza data [1981] – Assessori incastonano / nei muri anche da noi / macchine morte / davanti ai muri poi / la gente piange. “.























3bavirgenza data [1981] – Tènere le distanze. “.






















s1398virgenza data [1981] – 1981: dopo gli strikers gli streakers. “.















s1400virgenza data [1981] – Handke scrive « ininterrottamente ». È il nulla die sine linea di D’Annunzio? Piuttosto penso a quei disturbati mentali, vecchiette, pensionati, ma da qualche tempo anche ra­gazzi e ragazze, che scrivono dappertutto, su quaderni, notes, agende e dappertutto, su treni, scalini, giardini. Quasi sempre all’aperto, come se un pensiero li avesse sorpresi nel mezzo di una passeggiata, di un vagabondaggio. Pensieri, va detto, oziosi. “.




s1399virgettembre [1981] – sono venuto / a trovarti / caro poeta / era un po’ tardi / era chiuso / c’erano tre / vigilantes / uno mi fa: / lei dove va? / il travertino / dell’università / era bianco / le luci / gialle / e giallo anche / il cartello: / festival / dei poeti.










2uavirg3 settembre 1981 – in mancanza / di meglio / viaggi. / il meglio / che ti manca / chi ce l’ha? “.












s1411virgenza data [1981] – Esiste una terza guancia da porgere? “.














s1412virgenza data [1981] – Il mistero Saracino: l’ha posseduta prona o supina? “.













s1413virgenza data [1981] – La bionda dei Ricchi e poveri essendosi scopata (ah la rabbia) il marito della mora fu estromessa dal gruppo e tacitata con del denaro. Il pubblico in sala acclamò la vincitrice. Sposano le brune. “.










s1414virgenza data [1981] – Negli anni Sessanta la ragazza Carla dormiva / e guai a svegliarla la ragazza Carla / negli anni Ottanta la ragazza Carla sta sempre / sveglia è un tipo sveglio la ragazza Carla / e parla parla parla parla parla parla parla. “.











s1415virgenza data [1981] – Pare che sia la Fondazione Vick’s Vaporub che negli Usa rilancia la destra. Una questione di respiro? ”.











s1416virgenza data [1981] – Ecco in piazza di Spagna ore undici la nuova bellezza americana. Altissima atletica flessuosa e procace soprattutto nel sedere. Un volto alto-anglosassone. Una Virginia Woolf innestata in Marilyn. “.











s1417virgenza data [1981] – Arrestata per peculato Anna Maria Zampino. “.












s1418virgenza data [1981] – Attento a non tradirti. A far capire che il mondo come appare non è per te il mondo che è. Che hai una riserva mentale. Una memoria anche soltanto come percezione della diacronia. Una nostalgia magari soltanto di ciò che poteva essere. Che non vivi soltanto ora nell’ora come un sempre. Attento a non sembrare vecchio o giovane. “.








s1419virgenza data [1981] – Quel luogo fra la nuca la guancia l’orecchio i capelli annodati. Lei. “.











s1420virgenza data [1981] – Ami la montagna ami quella donna alta. Grimpeur? “.











s1422virgenza data [1981] – « Gide nel suo Journal racconta questo aneddoto abbastanza confortante. Durante l’altra guerra un ufficiale tedesco si trovava in un negozio, nella Francia occupata, quando una donna entrò con un bambino in collo. Questo bambino al posto delle mani aveva dei moncherini. L’ufficiale pensò senz’altro che le mani fossero state tagliate e fuggì dal negozio gridando disperato: “ Ma allora è vero, è vero che abbiamo tagliato le mani ai bambini “. Di fatto, poi, quel bambino era nato senza mani. » (Bernard Berenson, Echi e riflessioni, alla data 5 febbraio 1941, dopo che si è chiesto se non si possa battere i tedeschi semplicemente arrendendosi) “.







s1423virgenza data [1981] – Placido / Beniamino / americanista / ma soprattutto / fordista / una questione / meridionale. “.











s1440virgenza data [1981] – « Io continuo a fare il mio dovere », ripete Spadolini mentre l’Italia continua a fare il suo piacere. “.













s1424virgenza data [1981] – « Atmosfera di fessa », scrive il cronista alla manifestazione femminista. “.












s1425virgenza data [1981] – Lega calcio / borsetti ometti / pantaloni stretti / corrieri dello / sport. “.












s1426virgenza data [1981] – I nomi dei terroristi: « Cesare Battisti », « Vittorio Alfieri ».













s1427virgenza data [1981] – Il collega amico mi ha sognato che guidavo verso il Nord tagliando le curve attraverso i campi. “.













s1428virgenza data [1981] – Certo è un status / symbol vessillo insegna / labaro segno proclama / cifra nome bandiera / ma esattamente, / di quale stato? “.












s1429virgenza data [1981] – La mania in Dossi (come anche in Gadda) delle parole accentate sulla prima sillaba. Per paura – fobìa? – di una pronuncia in qualsiasi modo declinante. Che la scrittura sia erta, appuntita a tutti i costi. « Per pensare, per scrìvere, per vìvere intellettualmente mi è indispensabile che le molècole, ora pigre, del mio cervello, riacquìstino la primitiva rapidità e combustibilità. » (Carlo Dossi, La desinenza in A) “.










s1430virgenza data [1981] – « Come sei alto! Non mi ricordavo che tu fossi così grande ». Ma no, ma no, sei tu che devi essere diventata piccola. “.











s1431virgenza data [1981] – Il postmoderno si mette dietro al moderno e gli va nel culo. “.












s1433virgenza data [1981] nononèincorridoiochesplendidavolée / hai detto qualche cosa mi era parso / fammi un caffé che caldo che ora è. “.












s1434virgenza data [1981] – « Lo scrittore Luigi Berto, 70 anni, nato a Firenze, è morto ieri a Sgorico (Trieste) folgorato da una scarica elettrica mentre riparava il frigo. » (Dai giornali) “.










s1435virgenza data [1981] – Caro amico radio londra / ma insomma c’è questo / fascismo o non c’è e parli / parli parli nell’attesa / o o non si può lei è bella / parliamo ancora un po’ / ore drammatiche che / sporcaccione! in su in giù / gli anni trenta della tua / vita a quarant’anni basta / o radio o londra. “.











s1436virgenza data [1981] – Impiegato scarmigliato / del nuovo stato proletariato / con due manine prensili. ”.












s1439virgenza data [1981] Dalla notte una diane targata tittia / dunque parigi mi viene addosso / a mezze luci guida una donna e ride / lui si è voltato centrato o no? “.











2gavirg4 aprile 1982, in treno verso Palermo – « “ È tutta colpa di Dio “ / e accoltella il prete » (Dai giornali) “.










2dyvirg4 aprile 1982, in treno verso Palermo – Napoli Centrale. La piccola donna con il fagotto in testa seguita dal cagnolino che zoppica ha: mantellina rosso bordò, golf rosso bandiera, gonna celeste a fiorellini su calze di lana rosso Cina. “.










2ywvirg4 aprile 1982, in treno verso Palermo – Un’eccessiva reverenza, un eccessivo dileggio. Non sono un sottosegretario. Non fate i bambini. Cretini. Risatini. “.











a1491virgprile 1982 – Marsala bombardata l’11 maggio del ‘43, nello stesso giorno dello sbarco dei Mille. Fatalità delle date, esclama la guida turistica. “.











a1492virgprile 1982 – L’arabo mi guarda. Scena del moscone nella Recherche. “.












a1493virgprile 1982 Unnusacciu, dice la ragazzina in tuta jogging a Castellamare del Golfo (TP). “.











a1494virgprile 1982 In Patagonia. Libro di un giovane inglese recensito da Beniamino Placido. Pare che fosse convinto fin da ragazzo che quello era il posto più sicuro contro la guerra.[1] [1] Bruce Chatwin










1ggvirg maggio 1982, back to Rome  – Il postmoderno è senza nostalgia. Può anche essere crudele. Una specie di « classico »? (La Querelle) “.












1hevirg982 [maggio] – La fotografia istantanea scompone e palesa il movimento (lo « pietrifica », dice Merleau-Ponty). In tal modo è reso impossibile il derby di Epsom di Gericault. Quel galoppo che è un volo. Così si può dire che il giornalismo scompone e dichiara la vita rendendo tuttavia impossibile la poesia? “.










1flvirg982 [maggio] – Il buio il buio il buio, il dolce buio. “.














s1442virgenza data [1982] – Pensare che prima in Oriente stavano come pascià. “.












s1443virgenza data [1982] – Perde ai campionati di tennis della Carolina del Sud la campionessa Andrea Jaeger. In tribuna l’allenatrice della sua avversaria, un medico americano che ha cambiato sesso. “.










s1444virgenza data [1982] – I gatti. Fra le rovine. “.












s1445virgenza data [1982] – Nei cartelli dei tifosi Rossi è diventato « reds ». “.













s1446virgenza data [1982] – Perché Proust chiama Albertine il suo amante? Il nome femminile è solo un accorgimento della pudicizia? O non vuole forse dire che per lo scrittore, nel suo ambito sovrano, quel colui è una donna? “.











s1447virgenza data [1982] – Ridendo e scherzando lei fa il gesto di strozzarmi. Ridendo e scherzando. “.












1qbvirg3 luglio 1982 – « O l’omo? » (Bertolucci-Benigni, Berlinguer ti voglio bene, 1977) “.












a1495virggosto 1982 Agosto vado arrosto. Agosto non mi sposto. Agosto non mi conosco.











1svirg0 settembre 1982 – « Si direbbe che Dalla Chiesa venisse proprio dal nulla, da un mondo che chi osserva la realtà italiana di oggi neppure riesce più a scorgere. Un mondo fatto di ardori virili e di rossori femminili di dio e patria di crocerossine di feste di reggimento di notti in agguati con la pistole in pugno e di tè alle cinque in serene case borghesi. » (Chi scrive è Ernesto Galli della Loggia) “.








2rsvirg3 settembre 1982 – Antonio Del Guercio il critico d’arte dell’Unità. “.












1hvvirg3 novembre 1982 – All’università di Siena un corso speciale sui fumetti. “.












1bwvirg7 novembre 1982 – « Uomini di estrema sinistra come il ministro delle Corporazioni Rossoni. ». Dice il curatore dell’inchiesta tv Tutti gli uomini del Duce. “.











1xbvirgenza data [1982] – « Toskana ». “.













s1448virgenza data [1982] – E quello zoom sulla fica della cavalla nel servizio del tg ore tredici come lo spieghi? “.












s1449virgenza data [1982] – Perché sempre sul pavimento il movimento? “.













enza data [1982] – Sul treno del ritorno da Parigi appena sveglio nei pressi di Pisa ho scritto senza sa­pere perché questi sette inizi facili. (1) Frosinone, 20 – Non c’è più niente da fare per i quattro spedizionieri di Timbuctù. La radio locale ieri ha dato la conferma della loro scomparsa in un cinema del grosso centro situato a un centinaio di chilometri dalla capitale italiana, Roma (2) Orgosolo, 14 – « Sono ancora vivo », ha esclamato il gregge del pastore Gavino Manca all’indomani della sentenza con cui la Cassazione ha accolto il ricorso presentato dagli avvocati difensori contro la severa condanna del tribunale di Cagliari (3) Enna, 11 – Quattro strade e un vicolo che le attraversa tutte: questo è il regno di Placido Domingo, il gatto pluriomicida a cui da ieri polizia e carabinieri danno la caccia (4) Frosinone, 16 – Con una delibera votata all’unanimità la giunta co­munale ha chiuso l’annosa vicenda dell’orfanotrofio: l’antico istituto, in mancanza di un progetto di ristrutturazione, sarà adibito a cantina sociale (5) Milano, 1 – Luigi Ala­manni parla poco. A gesti mi fa capire che posso sedermi. Lui mi fissa da una poltrona gigantesca su cui è assiso come un inquietante Budda di pietra. Sono imbarazzato, quasi impaurito. Ma tant’è. « Signor Alamanni, allora, canterà o no domenica prossima nel Na­bucco? » (6) Entre-Côte (Ghana), 16 – Prima si dipingono il naso e i polpastrelli di verde, poi si siedono in cerchio e cominciano a cantare. Presso i Burundi questa cerimo­nia è riservata esclusivamente ai maschi della tribù. « Che cosa ci fate ascoltare oggi? », chiedo con l’aiuto dell’interprete al decano del gruppo. « C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones – mi risponde -, un grande successo degli anni Ses­santa » (7) Tripoli (Louisiana), 12  La longa manus della P2 era più longa del previ­sto. L’FBI ha confermato la connection americana della loggia del gran maestro Licio Gelli smentendo anche le voci su una filiale araba, probabilmente patrocinata dal colon­nello Gheddafi, della misteriosa organizzazione massonica. “.



s1451virgenza data [1982] – « Il titolo non ha mai l’astratta precisione di un nome: appartiene piuttosto alla schiera allusiva dei soprannomi » (Dice Nascimbeni) “.












s1452virgenza data [1982] – La classica giornata « storica »: è morto Breznev Spadolini si è dimesso. È facta esclama Formica. Alla fermata dell’autobus quella è vestita interamente di viola. “.











s1453virgenza data [1982] – Che donnini per la strada. Che perfette imitazioni. Che trecce che chignon che scarpine di fata che occhiali per non vederci che voci da ragazzo che cani al guinzaglio che truffa. “.











s1454virgenza data 1982 Stato nascente. Uomo o edile formato cubico brizzolato berrettino sammontana con visie­rina arancione al polso orologio interamente nudo. Davanti alla grande figa castelporzia­nesca a cosce larghe interamente nuda si sdraia l’anziano e guarda. Poi viene costretto a rinunciare. “.











s1455virgenza data [1982] – Hai visto che succede a sposare i vecchi? Commento di lei sull’uccisione di Dalla Chiesa. “.












s1456virgenza data [1982] – L’inchiesta ha concluso / i tubi sono innocenti. “.













s1457virgenza data [1982] – Va fra i milioni / diventa bocconi. “.












s1458virgenza data [1982] – l’ultima a destra / chiusa (lei l’ha) / la prima a sinistra / affacciato (sta) / barba triste / mani giunte / prega / di primo mattino / santa finestra. “.











s1459virgenza data [1982] – « Un angelo lo si seduce subito o mai più. / Tiralo dentro al portone di casa / infilagli la lingua in bocca e toccalo / Sotto la gonna, finché non lo senti bagnato, voltagli / La faccia verso il muro, sollevagli la gonna / E scopalo. Se geme come angosciato / Allora tienilo stretto e fallo venire due volte / Altrimenti avrà alla fine uno choc. // Ricordagli di scuotere bene il sedere / Ordinagli di accarezzarti i coglioni / Digli che si lasci cadere senza timore / Mentre è ancora sospeso fra cielo e terra // Ma non guardarlo in volto mentre lo scopi / E non sgualcirgli, o uomo, le ali. » (Sulla seduzione degli angeli. È una delle « porno-poesie » di B. B. pubblicate dall’Espresso) “.









1javirg gennaio 1983 – Cominciare un diario 1983? Perché no? Comincio dall’Ossessione di Visconti: il canto, il cantante, l’uomo voce, l’uomo suono, il sound. Così ideologico quel film capostipite nel promuovere il discorso sul mezzo quanto in questi anni sono tornati ad esserlo certi film americani. Un ritorno sul luogo del delitto. “.









2zvvirg gennaio 1983 – Solo per attirare il toro soltanto per matarlo il rosso del torero. “.











3wavirg gennaio 1983 Rumori della città. Un uccellino. Una Diane. Un jet. Due uccellini. Un Ciao. Uno squillo del duplex. Una portiera chiusa. Un altro jet. Un uomo che fischia. Una donna che chiama. Un clacson. Due colpi di clacson. Un’accelerata. Una Centoventisei. Un’accensione. Tre uccellini. Un jet. Una portiera. Un tappeto sbattuto. Colpi di martello. “.









g495virgennaio 1983, verso Siracusa – Il Che: un medico. “.













g496virgennaio 1983, verso Siracusa – Gli architetti: falso movimento. “.












g497virgennaio 1983, verso Siracusa – Chi fa i fatti e chi tiene la nominata. La ragazzaccia. (Sapri) “.












g498virgennaio 1983, Malta – Rino, che fa il piazzista, mi fa sapere che a La Valletta c’è una celebre decapitazione di San Giovanni. La dipinse Caravaggio, che naufragò a Malta. Rino dice anche: lu pisci fite dalla testa. “.











g499virgennaio 1983 – La Valletta (Malta) – Saluti da Malta, la merla del Pediterraneo. Proprio al centro del grande lago piscioso, nell’occhio della pozzanghera di fango sorge l’isola, ma sono tre. Dove non sono né inglesi né italiani né siciliani né turchi né greci né libici: sono maltesi, ma neanche questo è vero. Trecento sono le chiese e altrettanti i lotto offices. Dove tutto si scrive in due lingue, ma per strada dicono ciao. Dove pare che vivano del porto, ma forse invece vivono del turismo. Dove vestono le divise di sua maestà britannica, ma hanno le facce da levantini. Dove guidano la carrozzella con i pennacchi, ma alcuni sembrano veri lords. Dove leggono The Times, ma si stampa a Gozo. Dove fumano le Rothmans, ma si producono qui su licenza della casa madre. Dove guidano a sinistra, ma come napoletani. Dove hanno conquistato l’indipendenza dalla madrepatria, ma la madrepatria non è più indipendente. Dove c’è un Caravaggio, ma forse è apocrifo. Dove governa un prete socialista: Dom Mintoff. Saluti da Malta, la capitale della bastarderia. “.


g500virgennaio 1983, Malta – A Rabat (Malta) le catacombe di San Paolo. La comitiva dei francesi. Nel buio dei cunicoli ridevano. “.











g501virgennaio 1983, Gozo (Malta) – Foto: lui fotografa lei abbracciata al prete, sullo sfondo dell’altare maggiore. (Cattedrale) “.












g502virgennaio 1983, Gozo (Malta) « Brief history. Gozo is often referred to as Calypso’s Isle, for it is there that the mythological nymph Calypso, Queen of Ogygia, Godess of Silence is said to have sheltered Ulysses following his shipwreck. She entreated him to make her his wife, promising him immortality in return, but finally after remaining her captive for seven years, at the command of Jupiter, he escaped. ». “.







g503virgennaio 1983, Malta – Il sagrestano che ha studiato dai gesuiti si dichiara ancora sconvolto per la rapacità di Napoleone. “.












g504virgennaio 1983, Malta – Due ometti da dietro alle sbarre di una finestra osservano la decapitazione di Giovanni. Metà del quadro in ombra, il martirio in piena luce. Dalla parte degli ometti, dalla parte del santo. “.











g505virgennaio 1983, Malta – L’indipendenza dalla madrepatria per sfruttare la madrepatria. Il paese dei furbi. “.












g506virgennaio 1983, Malta – « Sexy eyes ». Scritta – sotto a due occhi – sul cruscotto della karrozza [*] n. 62. [*] Bus. 76 “.










g507virgennaio 1983, Malta – Ogni camion è dedicato alla Madonna o a qualche santo. Molto venerate anche la Juve, il Tottenham e il Manchester United. “.












g508virgennaio 1983, Malta – Magari tu non lo sai ma quello che fotografi sono fotografie costruzioni visive opere di architettura manufatti artistici gente che vuole essere fotografata. Troppo più forte più sapiente più premeditato di te l’oggetto. Povero turista povero bischero. “.











g509virgennaio 1983, Malta – « Occulta e bassa », dice Tasso di Malta, dice il sagrestano. “.












g510virgennaio 1983, Malta – Le donne con i tacchi altissimi nonostante le strade in discesa. “.











g511virgennaio 1983, Malta – « Et verbum caro factum est ». Sulla testa dell’autista del bus (karrozza) n. 60. “.











1hnvirg0 gennaio 1983 – Beati quelli che stanno in galera e hanno un po’ di tempo per pensare. “.












1mavirg1 gennaio 1983 – « Giacché si doveva ammettere che la festa cristiana si era parecchio appannata e l’evento faceva piuttosto pensare a un sabba in onore di re Erode. » (Giorgio Manganelli, Perché la festa rende infelici, in «Corriere della Sera») “.










s1461virgenza data [1983] – Nel bassorilievo millenovecentootto del monumento al bersagliere di Porta Pia trombettiere e tromba vanno per le terre nel furioso accorrere della masnada. “.











s1462virgenza data [1983] – Una viola une pensée / non ti scordar di me / il suono di una viola / quando ti senti sola / uno strano colore / uno strano amore. “.













s1304virgenza data [1983] – le mostre / così / venivano / a bomba / alle mostre / un silenzio / di tomba. “.


















1vnvirg2 gennaio 1983 – « GIGLIOLA ricorda il suo adorato immenso amore GIORGIO VIGOLO con le sue stesse parole: “ Nel tuo amato corpo abitava l’eterno / e il cielo stellato / era di casa fra le tue braccia “. Roma, 12 gennaio 1983 » (Dai giornali) “.










g512virgennaio 1983 – « Colui che ha bisogno di tutto ciò è Sorger, il protagonista dell’ultimo romanzo di Peter Handke, Langsame Heimkehr (Lento ritorno). Sorger è un geologo. Il suo movimento di ritorno comincia dall’Alaska, ridiscende e attraversa l’America sino a New York, si avvia verso l’Europa. Il suo problema è lo spazio (o meglio, lo spazio visivo che si fa spazio interiore): “ Sugli spazi “ è il titolo del trattato scientifico che si dispone a scrivere, e Das Raum-verbot, letteralmente “ Divieto di spazio “, è il titolo del capitolo centrale del romanzo. » (Daniele Del Giudice, La forza del paesaggio nelle città-letteratura, in «Paese Sera») “.



1hmvirg3 gennaio 1983 – « Si osservano invece dei fenomeni tipici dei nostri giorni. Come l’esplosione cromatica dovuta all’uso delle giacche a vento, dei piumini, delle salopette, ormai usate ubiquitariamente e non più soltanto sui campi da sci, che hanno completamente trasformato il grigiore del panorama metropolitano di anni addietro. » (L’estetica applicata alla vita quotidiana // Una disciplina che non è più « analisi del bello », in «Corriere della Sera», 13 gennaio 1983) “.









g513virgennaio 1983 – Lei non sa chi ero io. “.












g514virgennaio 1983 – Il sarto come legislatore. L’uomo che veste e spoglia le donne. Da bambino giocava con le bambole. Le donne come bambole. L’uomo che amministra le forme. Così va così no. “.










7 gennaio 1983 – « Topo mangia gatto » (Dai giornali) “.1blvirg













1jbvirg7 gennaio 1983 – Foto: Sant’Andrea della Valle, abside. « Passioni socius Andreas Christi ». “.












8vvirg aprile 1983 – weimar in tutte / le salse / da vent’anni / bau haus / cani per casa / abbaiano e mordono. “.










1mmvirg9 aprile 1983 – È inutile che guardi dice il critico concettuale al fotografo pensaci prima piuttosto. (Menna, introduzione a Mimmo Jodice) “.













2lkvirg1 aprile 1983 – « Io non mi innamoro facilmente… » « Questo che fa? » « É pittore » « Famoso? » « Non ancora ». (Le due ragazze sul numero 30) “.











2exvirg5 aprile 1983 – Un piatto anzi una scodella tricolore nel manifesto del Psi per il 25 aprile. “.











2gtvirg5 aprile 1983 – Mi sembra di capire che di questi tempi si dice ma non si fa. “.











2wqvirg6 aprile 1983 – La fanciulla con le trecce di Pollock: la testa di Medusa di Caravaggio oppure una Furia. “.












s1463virgenza data [1983] – « Persino quelle che esprimono, in termini laceranti, uno specifico momento storico, ci danno una possessione vicaria dei loro soggetti sotto l’aspetto di una specie di eternità: il bello. » (Susan Sontag, Sulla fotografia, 1973 /Arbus/) “.










3jvirg1 maggio 1983 – le mostre / così / venivano / a bomba / alle mostre / un silenzio / di tomba. “.









7dvirg giugno 1983 – una donna canterano / canta e nemmeno / piano. “.












2nmvirg3 giugno 1983 – Scritta murale: beati i miti perché di essi sarà il regno dei cieli. Ho letto: « i muti ». “.













1kjvirg8 luglio 1983 – gandhi è un filmone / gli indiani sono tanti / non fanno un cazzo / e gli inglesi / si incazzano. “.












2kyvirg7 agosto 1983 – Oggi Repubblica annuncia che « ci si può curare anche con i colori » “.












a1496virggosto 1983 – natürlich è la prima / parola quando entrano / le orchestrali lei / poi ha guardato me e / il pubblico con aria / solenne trionfante: / donna elvira gliene / cantava quattro a / quello sciagurato / di dongiovanni. “.












1navirg7 ottobre 1983 – La realtà, nientepopodimeno che la realtà. Parola di tutti. “.












n1098virgovembre 1983 – Pieni di scapigliati / i supermercati. “.









3zrvirg dicembre 1983 – « Washington – La Casa Bianca ha teso una trappola a due giornalisti accreditati presso la presidenza, i quali, andando a frugare negli uffici del servizio stampa con eccessiva “ avidità “, sono rimasti vittima di una “ trappola “ tesa loro da funzionari della Casa Bianca, secondo quanto ha annunciato ieri sera lo stesso portavoce Larry Speakes. I due giornalisti, ha detto Speakes, hanno “ abboccato “ come ingenui pesciolini all’amo teso loro da un funzionario il quale aveva lasciato in bella mostra sul suo tavolo dei documenti inventati di sana pianta, allo scopo appunto di confondere i giornalisti troppo intraprendenti. Secondo questi “ falsi “, il presidente Reagan avrebbe deciso di annunciare la sua candidatura alle elezioni presidenziali il 1° gennaio prossimo nell’intervallo della finale del campionato di football americano. “ È il momento in cui il pubblico è più numeroso “, sottolineava il testo del documento per dare credito alla notizia. Secondo Speakes, i due giornalisti hanno passato due giorni a cercare una conferma di questa notizia in tutti gli uffici della Casa Bianca. “ Molti di voi sono stati vittime della propria avidità “, ha ricordato Speakes in proposito, ricordando ai giornalisti che partecipano al suo “ briefing “ quotidiano “ le regole tacite e il codice d’onore “ che regolano i rapporti fra i corrispondenti e la Casa Bianca. » (Dai giornali) “.


2vmvirg5 dicembre 1983 – Natale 1914. Tedeschi e inglesi in trincea. Gli uni e gli altri ricevono una lettera dalla moglie con foto acclusa. Allora escono tutti dalla trincea e fraternizzano. Cade una bomba dall’alto scompigliando il festino. In fretta e furia tornano ciascuno dalla sua parte. Ma a Mc Cartney è rimasta la foto della frau. Nel concitato scambio. Del tedesco nessuna notizia. (Video di Paul Mc Cartney) “.








2ffvirg9 dicembre 1983 – A sette anni dalla sua nascita Repubblica si rivela definitivamente come il Bolero film per le persone colte. “.












2gwvirg9 dicembre 1983 – « “ Pilota Jacobsen (all’operatore radio): « Sei ferito? » Radiotelegrafista: « Yes, sir, alle gambe ». Pilota: « Puoi muoverle le gambe, Mike? » Radiotelegrafista: « No, sir, qui sta bruciando tutto. Si lanci almeno lei con il paracadute ». Pilota: « Ormai stiamo volando troppo basso, Mike, precipiteremo insieme » “. Le stesse parole usate da Reagan, come si vede. Solo che questa è la scena di un film, Wing and a Prayer (L’ala e una preghiera), sceneggiato da Jerome Cody, diretto da Henry Hathaway, prodotto nel 1944 e proiettato durante la guerra in tutte le caserme americane, compresa quella (a Hollywood) dove prestava servizio l’attore Ronald Reagan. Nel film c’è un ufficiale (interpretato da Dana Andrews) il quale rimprovera un giovane pilota troppo desideroso di lanciarsi in battaglia, dicendogli: “ Ragazzo, qui non siamo a Hollywood “. Il giornalista del Daily News osserva che se in un film prodotto a Hollywood un attore si premura di avvertire che “ non siamo a Hollywood “, risulta comprensibile che qualcuno tra il pubblico possa confondere la realtà con la finzione cinematografica. A Reagan il giornalista concede un’attenuante: “ I critici cinematografici dell’epoca giudicarono il film molto realistico “. » (Dai giornali) “.


2jgvirg9 dicembre 1983 – Nina Hagen « cita » Zarah Leander. Citando e ricitando. Cita oggi cita domani. “.












d1125virgicembre 1983 Arte, artista. United Artist. « Ars gratia artis » (MGM). “.
















d1124virgicembre 1983 – « Oslo – Assassinato il giorno di Natale nella sua piccola villa a un centinaio di chilometri da Oslo, è scomparso alla maniera dei suoi eroi Paul Gegauff, lo sceneggiatore-scrittore di tanti gialli di Chabrol. […] fu uno dei primi ad affermare l’importanza della scrittura cinematografica. E in particolare nel giallo […] Valga per tutti un celebre film: En plein soleil. » (Dai giornali) “.





3wfvirg1 dicembre 1983 – 1 dicembre 1983 – « I have a monkey on my back that wan’t stop laughing ». In un inglese fresco fresco la scritta mi accoglie sulla parete dello scompartimento. E pensare che, appena prima di partire, avevo letto l’Elogio di Franti (Umberto Eco, 1962) “.










s1472virgenza data [1983] – « “ Rileggevo stamani in Saint-Simon qualcosa che vi avrebbe divertito. È nel volume della sua ambasciata in Spagna; non è dei più belli, non è che un giornale, ma almeno scritto stupendamente, che è già una prima differenza dagli altri insopportabili giornali che ci crediamo in obbligo di leggere mattina e sera… ”. “ Non sono della vostra opinione, ci sono dei giorni che la lettura dei giornali mi sembra molto piacevole… ”, interruppe la zia Flora, per far vedere che aveva letto la frase sul Corot di Swann nel Figaro. “ Quando parlano di cose o persone che c’interessano ”, rincalzò la zia Céline. “ Non dico di no – rispose Swann meravigliato – Quel che rimprovero ai giornali è di farci prestare attenzione ogni giorno a fatti insignificanti, mentre i libri dove ci sono cose essenziali li leggiamo tre o quattro volte nella vita. Dato che tutte le mattine stracciamo febbrilmente la fascetta del giornale, allora bisognerebbe cambiare le cose e nel giornale mettere, non so… i Pensieri di Pascal! ” (Pronunciò queste parole spiccando le sillabe con un tono di enfasi retorica, per non sembrare un pedante) “ E al contrario nel volume di taglio dorato che non apriamo se non una volta ogni dieci anni – aggiunse mostrando per le cose mondane quel disdegno che ostentano certi uomini di mondo – leggeremmo che la regina di Grecia è andata a Cannes o che la principessa di Léon ha dato un ballo in maschera. Così sarebbero ritrovate le giuste proporzioni ”. » (Marcel Proust, La strada di Swann) “.


s1471virgenza data [1983] – « La consuetudine del diario è decaduta da quando si cominciò a ritenere che quella pratica fosse divenuta l’artificiale coltivazione di teneri o umbratili sentimenti, buona tutt’al più per adolescenti. Il mondo contemporaneo sembra aver dimenticato che un Goethe considerava il diario un prezioso strumento di autodisciplina. Si determinano tuttavia nella nostra età condizioni che possono restituire al diario il suo valore drammatico e assoluto: quando cioè non esistono interlocutori, quando la vita non ha avvenire ma solo un atroce presente. È stato il caso, nel corso dell’ultima guerra, di alcuni testi diaristici di prigionieri e deportati: famoso in tutto il mondo quello dell’adolescente olandese Anna Frank (1942-1944) e quello – in parte dovuto a una équipe di collaboratori volontari, anch’essi scomparsi – che lo storico polacco E. Ringelblum tenne clandestinamente descrivendo con la propria la vita quotidiana nel ghetto di Varsavia. I manoscritti furono nascosti fra le rovine prima che l’autore venisse fucilato. Sono stati composti fra il 1940 e il 1943. Altro documento significativo del nostro tempo è il diario tenuto dal rivoluzionario Ernesto “ Che “ Guevara, dal 7 novembre 1966 al 7 ottobre 1967, vigilia della sua uccisione. » (Franco Fortini, Diario, in Ventiquattro voci, 1968) “.


s1470virgenza data [1983] – « Il ricorso al Diario indica che colui che scrive non vuole rompere con la felicità, con la familiarità di giorni che siano veramente giorni e si susseguano realmente. Il Diario vuole radicare il movimento di scrivere nel tempo, nell’umiltà del quotidiano datato e preservato dalla sua data. Forse ciò che vi è scritto, è già soltanto insincerità, forse è detto senza preoccupazione del vero, ma è detto sotto la salvaguardia dell’evento, partecipa delle faccende, degli incidenti, del commercio del mondo, di un presente attivo, di una durata forse completamente nulla e insignificante, ma che almeno è irreversibile, è lavoro che supera, va verso il domani, in modo definitivo. » (Maurice Blanchot, La solitudine essenziale, in Lo spazio letterario, 1955) “.




s1469virgenza data [1983] – Il « romanzo » del ‘75 comincia così: « Dal giorno del martirio di San Giovanni Battista ». Fallito come romanzo – non c’è racconto di niente – si rivela fin dall’inizio un diario. Del diario ha la compromissione ostentata con il quotidiano in forma di note appunti objets trouvés. È una ricerca a partire da una perdita. Prima – nell’ottobre 1973 – c’era stato un altro diario – Il riepilogo -: anche in questo caso si trattava di un bilancio riconsiderazione meditazione sul « già fatto » – anche questo si era concluso con una catastrofe: non avevo trovato niente (o avevo trovato il niente?). Da allora ho continuato a scrivere diari – c’è anche, sempre alla fine del ‘73, un Antinemesi / Ipotesi di diario. Poi quello cominciato nel ‘76. Poi il lavoro su Gadda che, guardacaso, è centrato sul Giornale. Tutto il resto – poesie, racconti, note – si inscrivono in questo ininterrotto rito della scrittura giorno-per-giorno. L’imperativo del nulla dies sine linea, valevole per il mestiere dello scrittore in generale, si è trasformato, perdendo il suo carattere ingiuntivo o comunque epico, in una fisiologia del tot dies tot lineae, regime né della felicità né del dolore ma ormai dell’indifferenza.


s1468virgenza data 1983 – Anche il giornalismo è un diario. Il diario del Signor Tutti. “.













s1467virgenza data [1983] – « Ombrelli e galoches, ieri pomeriggio, sotto la scalinata del Campidoglio, nonostante il sole quasi primaverile. La pioggia che si è riversata sui passanti è stata infatti piuttosto insolita: centinaia di palline da ping pong accompagnate da schizzi d’acqua e da una colonna sonora che amplificava il tamburellare delle piccole sfere contro i gradini. La performance gioco è stata organizzata dall’architetto Joseph Fontano, con la partecipazione degli allievi della Compagnia della scuola di Teatrodanza. Felicissimi i bambini che hanno fatto incetta di tutte le palline che non si sono schiacciate e non sono finite sotto i piedi della gente. A pregare i romani di intervenire, con tanto di attrezzatura da temporale, erano stati gli organizzatori dell’iniziativa, patrocinata dall’assessorato alla cultura. » (Dai giornali) “.






s1466virgenza data [1983] – Per anni mi sono posto il problema di leggere o scrivere in piedi. Magari camminando. Gli amanuensi scrivevano in piedi. Proust – o Penna – scrivevano a letto. Cordelli l’ho visto scrivere su un fogliettino in mezzo alla strada. Io negli ultimi anni ho scritto dappertutto in circostanze diversissime. Quelli che scrivono cartoline. Quelli che scri­vono sui muri. “.










s1465virgenza data [1983] – CIAK – Era una cala sassosa. Siamo scesi scavalcando il guard rail e seguendo un viottolo fra le ginestre. Sulla riva la donna bionda correva arrancando sui ciottoli bagnati. Lui la inseguiva. Aveva un corpo pesante ma la faccia di un ragazzino. Dopo pochi metri la raggiunse. Brancatala la rovesciava per terra cioè sul ghiaione. I due corpaccioni perché neanche lei era una silfide si rotolavano sul duro bagnato con un cric crac di sassi e sassolini. Poi il bacio fra le due facce umide. Lei diceva qualcosa o almeno muoveva le labbra. A quel punto gli altri si scossero dall’immobilità tesa in cui erano rimasti per tutta la scena. Si abbassava il grande specchio di carta argentata. Spariva l’asta metallica con il microfono che aveva sovrastato la coppia durante l’amplesso. Il tipo anziano si alzò dalla seggiola su cui era rimasto seduto. Ora nel gruppo si parlottava. La bionda chiese una sigaretta. L’accese scostando i capelli bagnati. L’espressione spaventata era scomparsa: ora sorrideva ansando un po’. Il tanghero inseguitore scolava una lattina di coca cola. Una donna scriveva. Altri trafficavano intorno alle casse a ai cavi rivestiti di gomma. Una piccola con i capelli grigi si avvicinò alla bionda. Le parlava e le tolse qualcosa dalla guancia forse un pezzo d’alga. Passandole dietro con un pettine le aggiustò i capelli che si erano attaccati alla nuca. Finito di bere lui si era andato a piazzare sul bagnasciuga un po’ indietro rispetto alla linea del gruppo. Aspettava. Il vecchio fece un segno. Si alzò lo specchio argentato. L’uomo in tuta blu imbracciò l’asta metallica. Intorno alla macchina il gruppo era pronto. Un omìno alzò il cartello di legno con il bordo bianco e nero. Disse: trappole per cuori solitari quarantacinque seconda. L’asticella descrisse un angolo andando e tornando con un ciak allo sbattere del legno con il legno. La bionda cominciò a correre. “.


s1464virgenza data 1983 – le guance così rosse / la svizzera tedesca / beata donna che / cantonata abitare / il san gallo. “.












2hzvirgenza data [1983] – « È ciò che non ho mai visto prima che riconosco », dice Diane Arbus, ma dice anche: « Le cose non sono mai come ti avevano detto ». “.











2devirg2 febbraio 1984 – Nel giorno dello sciopero [*] chiusi cinema e puttane. Praticamente tutta Roma. [1] [*] Contro Craxi? [2] [1] All’inizio del 1984 io andavo dalle puttane: è questa l’informazione elementare che si ricava da questa che, probabilmente, è la prima nota del primo diario vero e proprio. E tuttavia dire questo è dire un po’ poco. Si dovrebbe dire come ci andavo. Si dovrebbe dire quanto ero solo. Dopo la fine dell’” avventura “ al giornale, dopo il ricovero, dopo la convalescenza, io non facevo assolutamente niente. Stavo disteso. Dormivo. Scrivevo. Poi uscivo. Giravo un po’ nel quartiere. Poi, molto spesso, andavo da una puttana. Non ero un puttaniere, un gaudente, ero l’uomo più solo della terra. Perché ci andavo? Ce n’era una, a due passi da casa – non avevo la macchina, e comunque non mi piaceva allontanarmi troppo -, una bella bionda, neanche troppo giovane, fredda ma assolutamente “ corretta “, mi lavava, con professionale perizia, poi procedeva con il resto, senza smorfie, senza esagerazioni, mi faceva fare con calma – io, lo confesso, mi chiedevo sempre che effetto le facesse. Poi me ne andavo. Uscivo nella stradetta deserta, nel desolato quartiere, rientravo in casa, mi distendevo di nuovo sul letto. Mi sentivo svuotato, ma più vuoto di come ero già non sarebbe stato possibile. Poi, forse, scrivevo qualcosa. Poi, forse, mi preparavo la cena. Poi, forse, leggevo qualcosa. Poi mi infilavo nel letto, sempre piuttosto presto. Prima di addormentarmi, forse, telefonavo a casa. Tutta qui, la mia vita di allora. (Ero appena entrato nel mio quarantesimo anno) (Riprendo in mano la vecchia agenda. Innanzitutto un piccolo mistero: perché l’anno – diaristico – comincia il 22 febbraio? È un’agenda riempita con cura, scritta in inchiostro rosso, i testi sono all’interno di certi piccoli box tracciati con la riga, ci sono anche certi piccoli collages di sentore mondrianesco… Non è un diario vergato da una mano febbrile o disperata, c’è piuttosto una certa meticolosità, una certa cura estetica, persino un tantino pedante) [gennaio 2004] [2] Si avanza un sospetto: che uno sciopero sia soprattutto “ contro “ – “ contro “ e basta. [gennaio 2004]


2tdvirg3 febbraio 1984 – Ancora un servizio sull’erboristeria. (Dieci anni dopo, su un altro giornale). “.











2mmvirg4 febbraio 1984 – Dice che i tedeschi dicono: « Stupido come un tenore ». Ma a quanto pare si guardano bene dal dire: « Stupido come un basso ». “.













2bsvirg4 febbraio 1984 – Mi dovete delle spiegazioni. “.

















2eivirg6 febbraio 1984 – « Sorseggiando il suo whisky – sugli ordinali sarà bene non insistere: è vero infatti che les hommes qui ne boivent pas ne sont pas bons – Renato Guttuso prosegue oltre Los Angeles, via Pacifico, e dice come tra sé: “ L’anno venturo ho da fare una mostra a Tokio e non ho roba ”. » (Dai giornali) “.









2ssvirg6 febbraio 1984 Si era scagliato con un pamphlet contro quell’opera inesistente, ma quando lo capì era troppo tardi: ormai era diventato famoso. (Un sogno) “.










2bjvirg7 febbraio 1984 – « Esigenze commerciali, esigenze di successo, il Re è un personaggio inesistente, cioè l’Indice di ascolto. “ State attenti, la nave è ormai in mano al cuoco di bordo e le parole che trasmette il megafono del comandante, non riguardano più la rotta, ma ciò che si mangerà domani “, avvertiva Kierkegaard centoquarant’anni fa. Il programmista – cuoco di bordo – informa che domani, su una ventina di canali, c’è tanto da mangiare. » (Dai giornali) “.




2dpvirg9 febbraio 1984 « Io stesso », dice la psicologa al dibattito sull’omosessualità negli adolescenti. “.

















1kbvirg marzo 1984 – « È diabolica / È un’auto Fury del 1958 / È Christine » (Locandina cinematografica) “.











2vxvirg marzo 1984 – Al Treunotreuno sul tema balbuzie telefona la mamma della bambina a cui manca la erre. Ma anche a lei non funziona: nella telefonata si sente. “.










2vwvirg marzo 1984 – Storia napoletana. Lei non mangia. Lui la conosce. Lei mangia. Lui si buca. Farà psicologia. Lei. “.










3vvirg marzo 1984Fino dal Sessantotto era un « no » che sottintendeva un « », anzi era soprattutto un « sì ». (Sì alla Coppa dei Campioni, sì all’aborto, sì al futurismo fiorentino ‘13-’14, sì ai Beatles, sì a Mozart, sì… ) ”.










3fvvirg marzo 1984 – Volevi ottomilacinque ma era ottomila anche lui te l’ha detto e solo perché ti ho guardato. Bella bionda. “.










4hbvirg marzo 1984 – Nonostante il testicolo problematico le foto di Hers, a onta del loro décor arbusiano, sono del tutto prive di reale pathos. È una retorica della demenzialità, che vuole stupire non essendo realmente stupìta. Solo in alcune si manifesta un vero sguardo allucinato-metafisico, ad esempio nella foto della tribuna dello stadio in notturna. Ma la folla funziona così solo se fotografata da lontano: da vicino la gente è brutta naturalmente ma si sa: è ovvia. Molto peggio quello che vedi (e senti) in strada. Altre foto, come quella del carrello-e-ferrovia o quella della strada con gli alberi inclinati non vanno oltre il normale standard allucinatorio della foto, per esempio di quella pubblicitaria. Quelle di cronaca (il morto in camera) ripetono la foto-cronaca di Wegee. Nel complesso vince la foto mezzo senza aggettivi, la cui funzione brutale e distruttiva è molto più evidente nella mostra attigua (Il colore della Belle Époque) dove fotografi gaudenti viaggiano scattano in casa e fuori donne nude e militari e paesaggi à la façon di Utrillo, Sisley… (Di Utrillo, che dipingeva cartoline, c’è da notare che viene celebrato a poca distanza dalla morte con una cartolina che ri-produce un suo dipinto) “.


5kvirg marzo 1984 – Solo nei sogni ormai certi paesaggi certi spazi. Avevo lasciato il mio bagaglio sul treno. Era già partito quando sono tornato. Sulla banchina sotto un cielo cupo. Vento. Una lunga strada. I campi. Solo nei sogni le prospettive le lontananze. Avvenivano poi certe cose che non ricordo. Solo nei sogni gli avvenimenti. Un militare mi dava informazioni (una figura indimenticabile, mi viene fatto di scrivere. Come si dice di un personaggio di un romanzo). Solo nei sogni le persone. Ma poi Pertini con certi attrezzi mi voleva non so se circoncidere o castrare. Solo nei sogni l’emozione, la motivata paura. Rifugiato negli spogliatoi dei granatieri mi rivestivo dato che prima, con il presidente, ero nudo. Ma quante cravatte avevo intorno al collo!? Poi mi chiamavano col mio cognome: dunque sapevano che ero lì. Due ragazzette entravano portando valigette metalliche come se contenessero i soldi di un riscatto. Ma io non avevo chiesto niente. (Stavo per scrivere « mai ») Che imbroglio era mai quello? Eppure…: solo nei sogni un po’ di oscura verità, la verità in quanto oscura. Solo nei sogni la letteratura. “.


6lvirg marzo 1984 – Il fascismo: una borghesia che ha la coesione interna, immotivata, irrazionale, carnale, di un popolo, anzi di una plebe urbana o contadina. Immoralità emotività teatralità. Un coro da melodramma: Vapensiero, vivaverdi. Un « segreto » in comune. Una grande famiglia. Nuova frontiera. Nuova democrazia. I « giovani ». “.










6uvirg marzo 1984 – Come spieghi che il sindacalista in prima fila al convegno della federazione tessili indossi un vistoso golf di Missoni? “.









6kvirg marzo 1984 – « L’implacata volontà di morte », scrive Fortini di Bonsanti. “.











7evirg marzo 1984 La gente comune si sente diversa. “.













1czvirg2 marzo 1984 Maledetti toscani a rileggerlo oggi si dimostra un bellissimo libro. Una lingua ricchissima come non si parla più nemmeno in Toscana. Fra il libro e la sua ristampa c’è tuttavia il pubblico educato sul regionalismo dei filmetti post-pasoliniani etc. (Credo di averlo letto la prima volta a quattordicianni) (È un libro tutto sulla lingua, anzi sulla voce, corpo della differenza) (Da ricordare: le donne di Montalcino, tagliatrici di gole spagnole) “.











1lkvirg3 marzo 1984 La sedia del regista. Il regista, la sedia. “.













1vavirg3 marzo 1984 Tautontologia. “.




















1yvirg5 marzo 1984 « Sanguinari e moralisti », dice il telegiornale dei presunti appartenenti alla setta Ludwig. “.









1xnvirg9 marzo 1984 – « Il dinosauro, che dormicchiava al museo, si sentì vellicar la groppa da zampini di lucertola, sendoché di un osso in altro quella vi andava scintillando a diporto, nell’esercizio mattutino. Disse: “ Oggi a me, domani a te “. Questa favoletta ne adduce: che i piccoli vivi amano rampicare i grandi morti. » (Carlo Emilio Gadda, Il primo libro delle favole, 1952) “.









2kfvirg0 marzo 1984 – Ripenso al professor Paciotti che vent’anni fa al liceo leggeva e spiegava Dante. Tutto sommato in vent’anni non ho sentito niente di meglio. “.












2dfvirg4 marzo 1984 – Libri. I Gründrisse alias Manoscritti economico filosofici di Karl Marx me li fregarono a Torino mentre la guardavo la bionda di porcellana. “.

















2psvirg4 marzo 1984 – Amava Brahms e faceva attenzione alle parole nelle canzoni di Lucio Battisti. Io no. “.











2mxvirg6 marzo 1984 « Davanti a slogan e bandiere il segretario ha mormorato: “ È bello ». (Dai giornali) “.












2olvirg7 marzo 1984 È « viola » la prima parola che sento appena sveglio accendendo la radio. “.












2jpvirg7 marzo 1984 Bonnard, spiegano, trasforma il tempo in spazio, mediante la luce. Come fare per compiere l’operazione inversa: mutare lo spazio in tempo? Mediante il buio? (Ad esempio nel sonno, nel sogno) “.










3pjvirg0 marzo 1984 – Gli altri anni Sessanta: i dischi con le poesie lette da Alberto Lupo (che legge malissimo). “.












3frvirg0 marzo 1984 Immergersi in un libro. Tutto qui. “.












2vgvirg aprile 1984 – Onora il padre e la madre. Anche se loro non ti onorano.












4kvirg aprile 1984È successo qualcosa che ha abolito il tempo. La famiglia. La madre. L’Edipo. La letteratura. Il destino. Tutto questo è abolito ma conservato. La scena è riproposta: con altri attori. Approfondire il concetto di postumo. (Leggendo Sartre, Les mots) “.










4xvirg aprile 1984 È in crisi il cinema? È in crisi la realtà. “.











4nmvirg aprile 1984 – « Le donne sono false ». Scritta sul Lungotevere. “.












5jvirg aprile 1984 – « Al fu mio padre, a mio nonno, familiari delle seconde gallerie, la gerarchia sociale del teatro aveva dato il gusto del cerimoniale: quando molti uomini sono insieme bisogna separarli in base a un rituale oppure si massacrano fra loro. Il cinema provava il contrario: più che da una festa questo pubblico così misto sembrava riunito da una catastrofe; morta, l’etichetta smascherava finalmente il vero legame fra gli uomini, l’adesione. Mi disgustai delle cerimonie, adorai le folle; ne ho viste di ogni specie, ma non ho ritrovato quella nudità, quella presenza senza distacco di ciascuno a tutti, quel sogno ad occhi aperti, quella oscura coscienza del pericolo di essere uomo, come l’ho provata nel 1940, nello Stalag, XII D. » (Jean-Paul Sartre, Le mots, 1964) “.


5tvirg aprile 1984 La ricerca di un tempo perduto. Di un tempio perduto. Ma soprattutto di un tempo (tempo di walzer, di mazurka, di tango: il ballo) musicale. Di un ritmo. Di un corpo: respiro, pulsazione, ritmo cardiaco (il proprio? quello della madre?) Bradicardia tachicardia. La velocità. La fretta. Giri del mondo. Rotazioni. Rivoluzioni. “.










5yvirg aprile 1984 – Notizia: in Abruzzo ci sono più TAC che in Svezia. “.











7gvirg aprile 1984 – Anche i nazisti erano anti-fascisti. “.












8kvirg aprile 1984 Sui giornali aboliti oltre il ragionevole i punti esclamativi. Antifascismo ortografico. “.












9ovirg aprile 1984 – « Napoli – Il dirigente del commissariato di polizia di Torre del Greco Guglielmo Librino, mentre era in servizio allo stadio Liguori per la partita di serie C2 Turris-Reggina, è stato colpito da un fulmine, che fortunatamente si è scaricato sulla punta metallica dell’ombrello che il funzionario aveva aperto per ripararsi dalla pioggia. » (Dai giornali) “.







1tvirg0 aprile 1984 – « Una signora indiana, Meena Kaur, di 72 anni, è stata colta da un attacco di ilarità mentre guardava alla televisione una trasmissione di satira sulle superstizioni. Colpita da sincope è morta all’istante. » (Dai giornali) “.








1wavirg1 aprile 1984 – A una nana l’Oscar per la migliore attrice non protagonista. “.












1nbvirg2 aprile 1984 – Irripetibile calma nello scompartimento vuoto, tutto-per-me, mentre nello schermo del finestrino passava la campagna il cielo grigio la spiaggetta del fiume quella casa rossa. Anche l’arrivo della ragazza è stato di troppo. Ho detto: il treno è bello. E non lo è stato più. Anche questo diario è di troppo. Per dire il silenzio non c’è che il silenzio. “.








1hxvirg2 aprile 1984 – Sono ancora quello che scoprendo che il taxi che prendo alla stazione si chiama « Siena 1 » ride dentro di sé ed è quasi euforico. Uno sciocchino. “.











1uvirg3 aprile 1984 – Il giornalista: « Dunque uno stadio può essere una cattedrale? ». Il prete: « Stupenda! » (Gr2, ore 13) “.












1wcvirg4 aprile 1984 A Civitavecchia, definitivo. Inutile notare che la gente nei caffè sembra quella di Algeri (che non ho mai visto) o di Belleville a Parigi (che ho visto). È la gente e io sono lo straniero. Loro vivono (una normale malinconia del sabato, juke box, bambini, coppiette, panchine). Io vedo. E basta. “.








1ssvirg5 aprile 1984 – Per un tacito accordo si fa silenzio fra i passeggeri appena la nave ha lasciato gli ormeggi. Anche al bar si parla sottovoce (È la noia la paura o il mal di mare?) “.










1qvirg5 aprile 1984 – Le minuzie. “.












1pvirg6 aprile 1984 È morto l’editore Volpe (figlio dello storico Gioacchino). Aveva pubblicato Jünger, Spengler, Ortega y Gasset. Aveva organizzato un convegno sul tema: Pace sì, pacifismo no. Ha parlato e si è accasciato. “.









1gvvirg7 aprile 1984 Le scarpe smisurate dei pagliacci: assolutamente non devono andare da nessuna parte. “.












1tavirg8 aprile 1984 Gli architetti vogliono ri-fare i caffè letterari. Hanno fatto anche il progetto. “.











1duvirg9 aprile 1984 – « Sugli schermi televisivi passano silenziosamente le immagini in bianco e nero di diverse reti di emissione; spie luminose verdi e rosse indicano che la “ memoria “ è in funzione. Le pizze nere dei registratori girano lentamente; dalle radio accese non giunge alcun suono, ma un segnale intermittente indica che la registrazione è in atto. È questo il cuore tecnologico di Memoria, la giovane Srl fondata da cinque donne e che ha lo scopo di fare rilevazioni radiotelevisive. » (Dai giornali) “.






2bkvirg0 aprile 1984 – Trent’anni dopo, La finestra sul cortile (Rear window, Hitchcock, 1954) mi appare finalmente chiaro. Dopo che in una delle prime inquadrature lo stesso Hitch ha rimesso – indietro? – le lancette dell’orologio del pianista disperato perché abbandonato, tutto diventa felicemente inevitabile. Innanzitutto la questione delle gambe: all’inizio il fotografo investito dall’auto da corsa ha una gamba ingessata – « Il dannato bozzolo », dice -, alla fine ne ha due. Nelle inquadrature finali la macchina scivola lentamente dalle gambe – fasciate – di James Stewart a quelle – nude – di Grace Kelly, morbidamente distesa come un’Olympia di Manet. Nel finale tutto ritorna al suo posto: la ballerina – che ballava tristemente da sola – ritrova il soldato, la zitella – che allestiva cenette romantiche senza un partner – si accoppia, il cane che era stato strangolato non era stato strangolato: resterà ad allietare la vita di coppia dei protagonisti. (Il buffo è che il « cattivo » Raymond Burr su una sedia a rotelle ci è poi finito non metaforicamente) “.


2yivirg0 aprile 1984 – Pontiggia in un suo diario (… Adelphi) nota che Nero Wolfe non esce mai di casa. “.












2vzvirg2 aprile 1984 – « Molta curiosità ha suscitato, giorni or sono, la visita al Papa di Sua Divina Santità Pramukh Swami, il monaco indù capo della comunità Swaminaraian, che da quando prese i voti nel 1938, non ha più visto una donna. E noi, allora, che non vediamo più un uomo, in Italia, dai tempi di Giolitti? » (Dai giornali) “.









2flvirg4 aprile 1984 – « Ma lei che vuole da me? », grida il « cattivo ». (La finestra sul cortile). La risposta sono i flashes, lampi di luce, luce, non parole. “.











2wlvirg6 aprile 1984 – Kafka, Descrizione di una battaglia, nella Medusa di Mondadori, dove è finito? (Basta piangere sui libri perduti) “.











2puvirg9 aprile 1984 – Craxi mi offriva un posto all’Avanti! (recensioni cinematografiche). Perché non accettare? E poi trovavo lei. (Un sogno) “.








3rtvirg0 aprile 1984 – Restano bambini, ma sono diventati bambini da grandi (all’inizio dei Sessanta). “.











3mivirg maggio 1984 – Il giornalismo (l’informazione): una fabbrica della chiarezza. “.










4uvirg maggio 1984 – L’intervento di Fortini al convegno sulla poesia? Dormiva e russava. Quando toccava a me si era fatto tardi. Intanto la vecchia professoressa zitella e nubile riceveva nel retrobottega le attenzioni di quel sadico del pizzaiolo. (Un sogno) “.








5wvirg maggio 1984 – « Appartiene al passato la favola del gatto che insegue il topo e se lo mangia. Nella realtà i numeri parlano chiaro: poco più di ventimila gatti contro i tredici milioni di topi che vivono sottoterra o abitano gli argini del Tevere e i ruderi della città. Come dire che per ogni cittadino romano esistono quattro-cinque topi. » (Dai giornali) “.









7mvirg maggio 1984 – Non so se, come scrive Citati, Perec sia « il più grande scrittore di questo secolo », etc. Quasi sicuramente tuttavia è l’ultimo. Con lui, già negli anni Sessanta a-chiare-lettere finiscono i Roquentin, i Mersault e tutti gli altri stranieri possibili. Finisce la letteratura che ha trovato nell’estraneità la sua divisa morale e la sua ragione d’essere come arte. È già da un po’, dunque, che è venuto il tempo di scrivere un libro che spieghi che cosa era la letteratura. Quindi, probabilmente, che cosa era l’Europa. “.






7tvirg maggio 1984 – « Il barone Frankenstein ». L’ometto, en passant. Diceva a me. “.













8ivirg maggio 1984 – Anche la serva qui accanto non legge più. « Non ho più  tempo », dice. “.






















1gmvirg3 maggio 1984 Sul leggere. Assomiglia molto allo scrivere. È fondamentalmente un assetto. Uno stare del corpo. Da sinistra a destra. Scorrere lungo la riga. Deve esserci silenzio intorno o essere come se ci fosse. È un parlare fra sé. Il lettore (o lo scrittore) è uno che si apparta. L’appartarsi poi a bene considerare è solo un far valere (o un arrendersi alla) la realtà del corpo. Che è individuo solo appartato comunque. Anche chi scrive fa questo. L’atto del leggere quello che ha scritto sarà compiuto da un altro in un altro spazio in un altro tempo. Questa è l’unica comunicazione possibile: fondata sul riconoscimento della distanza. Per questo spedisco le cartoline anche quando potrei alzare la cornetta del telefono. Le poste collaborano a realizzare il concetto di spazio e di tempo. Una cartolina ha impiegato vent’anni a. Suprema involontaria opera d’arte. Lo spazio e il tempo sono contenuti anche dentro la lettura. Una pagina non puoi afferrarla con un « colpo d’occhio ». Ci vuole tempo per percorrere quello spazio. Inutili e disdicevoli le scorciatoie. La lettura ha a che fare con il passeggiare. Con il viaggio: ma i modi di viaggiare sono tanti. Viaggiare può anche essere uno strazio. “.


1mfvirg4 maggio 1984 A leggere Angelo Guglielmi (La letteratura del risparmio, 1973) si capisce come tutta la neoavanguardia sia stata dominata dall’ossessione per la letteratura neorealistica – la letteratura-e-politica degli anni Cinquanta. “.











1qmvirg6 maggio 1984 – Dove va la Repubblica fondata su Totò? “.












1kuvirg7 maggio 1984 – E così ero a New York. In tre nel letto, io lei e l’altro, si sta un po’ scomodi ma bisogna adattarsi. (Un sogno) “.










1nnvirg7 maggio 1984 – Orecchino occhiali neri braccialetto anello con giada. In mano un Hermann Hesse. In busta plastica Feltrinelli. Bus 92. “.











1rnvirg7 maggio 1984 – L’anamorfista ha disegnato per terra – Galleria Colonna angolo Palazzo Chigi – angeli vittoriosi che cacciano una torma di diavoli giù in un baratro a cerchi concentrici che fa pensare a qualcosa fra l’interno della canna della pistola nei titoli di 007 e una pupilla. D’altra parte « Europa: destini di pace », mostrando poco più in là nel manifesto la foto di un guerriero africano a cazzo spropositatamente eretto, ti fa capire che cosa ci attende in fondo alla pace. Che il ristorante si chiami « Il buco », mi appare a questo punto ovvio. E anche la targa che ricorda la morte della « copatrona » Santa Caterina in Roma il 29 aprile 1380 – poco più in là c’è quella che ricorda che di lì Luigi Sturzo etc. – viene a puntino. Ma l’uomo delle agende di via del Gesù, è ovvio, non c’è. « Torno subito » ha scritto sulla vetrina ma pare che invece. Meglio così. “.




1qivirg8 maggio 1984 – Lo confesso: ho invidiato i miei coetanei. (Erano tanto più giovani di me) “.












1fpvirg8 maggio 1984 – « Quando si conclude l’intervista e mi accomiato da lui per un attimo, mi scosto dall’ufficiale sandinista e Prevato si avvicina e mi dice sottovoce: “ Mi vogliono eliminare, mi vogliono applicare la « legge della fuga » “ » (Dai giornali) “.










1epvirg9 maggio 1984 – « Roma – Palazzo Chigi, terzo piano, qualche ora prima che il governo chieda la fiducia a Montecitorio. Oscar Mammì, repubblicano, ministro per i Rapporti con il Parlamento, comincia a spiegare perché le Camere lavorano con affanno: “ I tempi della produzione legislativa sono più lenti di quelli con cui si muove la società. E poi al Parlamento si chiedono troppe leggi: il famoso provvedimento sull’eviscerazione degli animali da cortile, la legge sui polli, era un decreto del governo. Non bastava una decisione del ministero? Non bastava. Qualcuno avrebbe potuto impugnare la decisione sui polli. E allora, un’altra bella legge “. » (Dai giornali) “.









2mavirg0 maggio 1984 – Scrivo un diario postumo. Inneremigration. “.




















2cnvirg1 maggio 1984 – « Scusi… dov’è via… ma lei è straniero… scusi… ». La donnetta che mi ha fermato in via Bissolati. “.




















2mgvirg1 maggio 1984 – Ernesto Rossi, I padroni del vapore. Cfr. « Chi fuma avvelena anche te ». Confronta, sei ha coraggio. “.








2fwvirg1 maggio 1984 L’ateismo ha le sue monache. “.












2etvirg1 maggio 1984 Otto milioni di FMR negli USA: ottomilioni. “.












2jyvirg3 maggio 1984 Il sindaco Vetere vuole a Roma le Olimpiadi 1992. Furor di popolo. “.












2wsvirg3 maggio 1984 Lo scherzo del nonno: « Andrea è un nome da donna ». Il mio rapporto con il nonno. “.











2xzvirg5 maggio 1984 Qualcosa di irreparabile. Cioè niente. “.












2byvirg5 maggio 1984 Una sera Natalia Ginzburg passeggiava con Bazlen sul Lungotevere. « Quell’impermeabile è vecchio – le diceva Bazlen – perché non lo butti? ». « No, no, lo voglio conservare », replicava lei. Allora Bobi si è tolto la giacca e l’ha buttata nel fiume. « Ricordo che la vidi galleggiare », conclude la scrittrice. (Raccontato dalla medesima alla tv) “.







2vhvirg6 maggio 1984 Per anni e anni negli angoli delle librerie nell’edizione squallida e antiquata: quel libro di poesie di Totò: ‘A livella. Poi. “.











2qlvirg7 maggio 1984 – Nell’intervista televisiva Borges che parla con la voce tremolante è doppiato da un vecchio con la voce tremolante. “.











2mpvirg9 maggio 1984 – L’attore (Jean Marais) e il mezzobusto di Antenne 2 si guardavano. Perplessità. Imbarazzo. Dice il vecchio grande attore: io so chi sei, sei tu che non lo sai più (sei uno che non sa chi è). (Il vecchio grande attore non lo sa più da tanto tempo) “.








2tbvirg9 maggio 1984 – Alice Walker, Il colore viola, Frassinelli. (Novità libraria) “.











1qpvirg giugno 1984 – Ancora la luce di quella sera. Estate. La fine della scuola. “.











2evvirg giugno 1984 – « Parla! Parla! », imprecava il nazi. Ma lui: zitto. Lui-non-parla: la Resistenza secondo il cinema? (Roma città aperta rivisitata in tv) “.







3kvirg giugno 1984 – « Alles… alles… », si sentiva dire nel gruppo dei turisti tedeschi appena scesi dal bus. “.











4wvirg giugno 1984 Le Monde è filopalestinese e antiamericano. Libération rockettaro. Giornali. “.











4lvirg giugno 1984 – Era un grande partito che viveva di piccoli ricatti. “.












 2bvvirg3 giugno 1984 – È impensabile non essere di sinistra. “.






















2dhvirg luglio 1984 – Illustrando la teoria della bi-logica, Matte Blanco racconta di una sua paziente che identificava « alto » con « ricco », a causa della presenza di « molto » in entrambe gli attributi. È un pensiero delirante quello che produce questa eguaglianza? Il professore dottamente sottilizza, senza entrare nel merito: c’è un sacco di gente che identifica « alto » con « ricco ». “ (Dai giornali)


















3rvirg

 luglio 1984 – « Nell’immediato dopoguerra, il risorto cinema italiano ebbe uno dei suoi immancabili momenti di crisi. Ricordo che quelli di Cinecittà scesero in piazza, e tra i manifestanti più scatenati, si distinse Anna Magnani, diva del momento, che riceveva anche allora paghe degne di molto rispetto. Il suo grido accorato l’ho ancora in mente: “ Aiutateci! “. » (Dai giornali) “.
















9evirg luglio 1984 Omosessuali si nasce. Ma poi si diventa etero.




















1dnvirg1 luglio 1984 – « È il momento di Carmen più che di Don Giovanni », dice la giornalista a Antonio Gades. E se la ridono. “.


















2c4virg3 luglio 1984 – L’Europa in calzoncini corti torna incontro al suo boia, il nano restato fermo. “.





















2dovirg3 agosto 1984 – « San Nicola è buono contro l’impotenza », diceva il fraticello che distribuiva i santini – perché è un proprietario terriero (con i piedi per terra, intendeva dire nel suo stentato italiano). A me aveva già dato Sant’Agostino, ma senza spiegare perché. (Un sogno) “.















1klvirg6 settembre 1984 – « Allora o qualcuno mente o magari nel fosso ci sono altri quattro Modigliani falsi. Ad ogni buon conto sulla spalletta del canale i livornesi hanno appeso un cartello: “ Attenzione, caduta teste “. » (Dai giornali) “.











2fcvirg1 settembre 1984 « Grundig van Beethoven ». (Bravi) “.






















8mvirg ottobre 1984 Guerre spaziali. Ma sono nel tempo. “.





















2cpvirg8 ottobre 1984 – Diranno: era un sessantottino. Chi, io? “.




















8gvirg dicembre 1984 – Scopro – con stupore – che sul Messaggero ci sono gli annunci con le lauree (Notizie liete). “.



















2fvvirg8 febbraio 1985 – Scrivo didascalie ai film. Loro fanno vedere. Io scrivo quello che vedo. (Prima vedevo senza scrivere) “.











2mbvirg aprile 1985 – Lo chiameremo Andrea. Per prenderlo in giro? “.




















1dcvirg0 aprile 1985Après moi le déluge. Pensa la prima goccia. E si butta. Piove. “.


















1gdvirg8 aprile 1985 – Alla fine il risultato sarà una società iperdemocristiana (comunistana?). “.


















3ovirg giugno 1985 – « Sono imprese che si addicono agli ex-comunisti intellettuali. E fanno parte di un fenomeno già avvenuto in Inghilterra dopo la rivoluzione laburista. Si chiama fenomeno di “ ipergamia maschile “ e rovescia la situazione tradizionale dei rapporti uomo-donna. Prima era di solito la donna che sposava un uomo socialmente a lei superiore. Anche la letteratura era piena di serve che finivano sull’altare col conte o coll’industriale. Dopo invece, permettendosi a tutti di farsi una cultura superiore, sono stati i figli dei facchini a sposare le figlie dei conti e degli industriali. Nell’uno e nell’altro caso non era segno di caduta delle barriere sociali, ma anzi di arrivismo. » (Luciano Bianciardi, lettera dell’agosto 1962) “)










1bpvirg 2 luglio 1985 – Mio padre è molto antiautoritario con me. “.






















1brvirg9 luglio 1985 – Povera vista mia che non vai al mare dove ci sono le donne nude e tu non ci hai fatto ancora (ce lo farai mai?) l’occhio. “.


















2bxvirg1 luglio 1985 – Scarso rilievo nel tg francese alla disavventura quasi mortale dello schermidore Conscience. “.

















3tvirg agosto 1985 – L’arte: magari una trovata, una scemenza, ma giusta. Il messaggio, il bersaglio. Dritto come una sassata. L’arte di arrangiarsi, l’arte è arrangiarsi. “.


















2kvirg5 settembre 1985 – Asor Rosa dice: « Siamo tutti dentro il palazzo ». “.



















1havirg7 ottobre 1985 « Quella notte, che già sentiva svanire, come ogni perfetta notte d’amore, al dirompere crudele dei giorni. » (Italo Calvino, L’avventura di un viaggiatore, 1958) “.



















1bnvirg3 gennaio 1986 – Con grande presumibile stupore di tutti Moravia intervistato afferma che ora (a 78) fa l’amore come lo faceva a vent’anni. Ma non dice come lo faceva a vent’anni. “.



















1arvirg8 gennaio 1986 – E così è stato tutto un equivoco e siamo tornati agli anni Cinquanta. Giornalini figurine il babbo cattivo e tante seghe. Contenti voi. “.















3qvirg0 gennaio 1986 – Ottima quella luce per scrivere. È tutto pronto. La finestra larga lunga poco meno della parete. I libri in bell’ordine sugli scaffali incassati sotto il davanzale. Il tavolo ad angolo retto rispetto ai vetri. Stando seduti la prospettiva dei colli, il cielo. La sedia comodissima non manca un cuscino per farla perfetta. Sul parquet si riflette il chiarore della mattina. Lavato sbarbato. È tutto pronto. Potrebbe cominciare. “.
















1qavirg1 febbraio 1986 – Età mentale tredicianni. Sfido che si sentono innocenti. “.





















2egvirg5 febbraio 1986 – « Vasì!… Vasì! », cos’era ‘sto « Vasì! » imperativo, drastico al gonzo stronzo ennesimo dei turisti di quella via rinomata? Giapponese del giorno pretende di restare nello sgabuzzo che lui trova fantastico rettangolare minuscolo con un letto stretto stretto basso basso e un lavandino forse. Il muro si intuisce è un tramezzo di legno. Tutto l’edificio deve essere fatto così, di boites minime cabine ridicole ma economiche. Si è imbarcato il curioso dopo immatura riflessione. Avaro micragnoso spera chissà che cosa per 20 NF. Se la sposa? E lei: « Vasì! » rompipalle « Vasì! ». Non siamo qui per divertirci. Il barbaro afferrò il concetto. Abbozzala. Lievemente scosso per 20 NF discendeva le scale con orgogliosa insicurezza. Fuori la via: mirabile. Dedusse le provenienze: immaginose. Che cinema. Tentava un secondo colpo stavolta per 30 NF. Constatò la differenza risibile una nuance. Da 10 NF. Faceva buio ma poteva insistere. L’offerta cresceva. Avendo tempo che è denaro. Molto molto più tardi decifrò il sintagma visionando Antenne2. « Vas y! »: vai, dai, dacci dentro, forza, spicciati. Proprio come aveva intuito. Non finiva mai di imparare. Una maestra (un’altra) che non dimenticherà mai. Saint Denis proteggilo. “.


9mvirg marzo 1986 – Prevarrà il capocomico. “.





















1btvirg7 aprile 1986 – « Les êtres les plus bêtes, par leurs gestes, leurs propos, leurs sentiments involontairement exprimés, manifestent des lois qu’ils ne perçoivent pas, mais que l’artiste surprend en eux. A cause de ce genre d’observations, le vulgaire croit l’écrivain méchant et il le croit à tort, car dans un ridicule l’artiste voit une belle généralité, il ne l’impute pas à grief à la personne observée, que le chirurgien ne la mesistimerait d’être affectée d’un trouble assez frequent de la circulation; aussi se moquet-il moins que personne des ridicules. » (Marcel Proust, Tempo ritrovato, 211, cit. in Maurizio Ferraris, Bal dê tetes. Bête, bêtise e identità nella Recherche, in «Aut Aut», 206-207, maggio-giugno 1985) “.










3pbvirg0 aprile 1986 – « L’unico lavoro che non ci piace fare », dice il manifesto del PCI per il 1° maggio. Nel poster si vedono due aerei, uno mentre si alza in volo dal ponte di una portaerei, l’altro già in cielo. Quale sarà questo lavoro che non gli piace fare? La guerra o volare? “.



















9fvirg febbraio 1987 – Il ‘58 è anche l’anno del registratore nota bene Geloso. “.




















2wvirg0 aprile 1987 – Giorgio Celli espone da Costanzo la teoria del riso di Bergson. E fa ridere. “.























2czvirg4 agosto 1987 – Dormo per dimenticare. Ma mi ricordo tutto. “.






















2dgvirg5 ottobre 1987 – La notizia del giornale può non essere falsa ma deve essere sempre tendenziosa. “.





















6hvirg ottobre 1987 – Non si può non ricordare la storia di quel professore di liceo che, già allievo di Luigi Russo, impazzì progressivamente lungo i Cinquanta, si comprava migliaia di libri, si comprò una Flavia all’inizio dei Sessanta e non molto dopo morì. “.
















2havirg0 ottobre 1987 – L’ultrasettantenne nella Seicento gialla strombazza il piacere di tornare attuale. “.



















2savirg9 ottobre 1987 – « C’è Thomas Mann, si obietta; e sì, lui capì tutto o quasi del nostro mondo, ma sporgendosi da un’estrema ringhiera dell’Ottocento. Noi guardiamo il mondo precipitando nella tromba delle scale. » (Italo Calvino in «Ulisse», 24/25, 1956/57, fascicolo dedicato a Le sorti del romanzo / Goffredo Bellonci, Comisso, Romanò, Vicari, Cantoni, Praz, Armanda Guiducci, Pasolini, Garosci, Gorlier, Bo… ) “.









2ggvirg5 gennaio 1988 – « In che modo trascorreva la sua vita? [verso il ‘96] In primo luogo nello scrivere lettere, lettere – insensate e fiabesche, imperiose, leziose, interrogative, ansiose, che accarezzavano la vanità del destinatario, lo turbavano con l’ironia delle loro iperboli, lo tormentavano con la loro diffidenza, e lo affascinavano per il loro stile. » (André Maurois, Alla ricerca di Marcel Proust, 1949) “.














9nvirg aprile 1988 – Nel mio frigo / (che non è mio) / (come le altre / cose di casa / mia che non  / è mia etc.) io / ficco un ben di / dio di cibarie / il mio yogurth / il mio vino / il formaggio il / pane il burro / anche il semi / caviale mio la / coca (cola) mia / la pappa per / il mio gatto / che è una gatta / e non è mia / ma mi ama / come se fossi / un dio. “.



















8lvirg luglio 1988 – La parola del mese è « intifada ». Che cosa è? Un piatto tipico della zona di Alghero? Un insulto nel gergo di Regina Coeli? Una canzone della mala milanese? Piace. “.

















1bzvirg1 luglio 1988 – Il babbo dice: « Il venerabile », io dico: « Leggi troppi giornali ». “.




















4nvirg novembre 1988 – « Masolino e Masaccio – Nella didascalia di pag. 10 del fascicolo Masaccio e Piero, distribuito con la Repubblica di mercoledì scorso, si legge: “ La guarigione dello storpio e di Tabita di Masolino D’Amico e Masaccio… ”. Si tratta, come appare evidentissimo dal contesto, di un lapsus: Masolino D’Amico è uno stimato studioso di letteratura inglese collaboratore del quotidiano La Stampa e non può quindi essere l’autore dell’affresco della cappella Brancacci, risalente al XV secolo. La didascalia va quindi letta correttamente così: “ La guarigione dello storpio e di Tabita di Masolino e Masaccio ”. Chiediamo scusa dell’errore ai lettori e, naturalmente, a Masolino D’Amico. » [*] [*] E a Masolino no? “.












1bovirg5 novembre 1988 – In rappresentanza dell’Associazione Tagliatori di Testa al Toro lodo Andrea Rauch, art director della Regione Toscana. Dei libri le copertine. “.

















9ivirg marzo 1989 – « Si sentì chiamato, o costretto, a salire in cattedra e a dare lezioni. Ma il suo posto non era in cattedra, era sempre stato tra i banchi, da dove il pensiero va sempre alle avventure e ai boschi. » (Cesare Garboli, Plutone nella rete, [recensione alle Lezioni americane di Calvino] in «L’Indice», dicembre 1988) “.















1dovirg8 marzo 1989 – Incubo anzi nightmare: negli anni Novanta ho visto una immensa democrazia comunistana difesa da milioni di demivierges irriducibili spogliata vestita governata dai sarti interamente cinematografica illuminata a giorno. Per i maschi maggiori di trent’anni vige la procedibilità d’ufficio qualora portino i baffi o diano altri segni di insofferenza. “.


















4pvirg aprile 1989 – Dal questionario Il lavoro di scrittore («Il cavallo di Troia», n. 6) risulta inoppugnabilmente che ciascuno dei rispondenti è quello che è: Eco uno spiritoso alle soglie dell’arroganza, Arbasino un parvenu, Bernari un irrilevante, Bertolucci un fanciullino con conoscenze, Bufalino un onesto siciliano, Cerami uno sceneggiatore, D’Agata un funzionario RAI, Fratini un coglione, Gramigna un complicato, Insana un’insana, Malerba uno sceneggiatore, Orengo un languido con conoscenze, Pontiggia uno serio, Porta un mascalzone, Sanguineti un Sanguineti, Scialoja un pittore, Tabucchi un fascista, Zeichen un fallito. “.














4mvirg aprile 1989 – « Perché, perché, allora, si scrive? Mio dio, pur di non leggere. » (Umberto Eco, in «Il cavallo di Troia», n. 5) “.


















1dhvirg1 aprile 1989 – Una faccia da poliziotto una prosa da scolaretto (il giornalista). “.





















2eavirg1 giugno 1989 – Sono trascorsi più di venticinque anni dalla per me sconvolgente mostra sui lager nazisti allestita nel cortile del Palazzo Pubblico. Fu come un nuovo inizio. Nel segno dell’orrore o, come ormai ho capito, dell’arte fotografica. “.














2favirg4 luglio 1989 – Sfila l’anziano agricoltore sopra la Panda rossa. Leggo la scritta: « Young ». “.





















3bavirg0 ottobre 1989 « Donna »: anagramma di « Danno » “.























3pavirg0 novembre 1989 – Nadia Comaneci ha scelto la libertà. Oplà. “.






















1hcvirg9 novembre 1990 – « Tant’è »: voce del verbo « tant’essere ». “.






















1xavirg3 febbraio 1991 – I contadini che negli anni Cinquanta portavano « ancora » il cappello erano davvero più buffi di me che studiavo « ancora » il latino? “.


















2dxvirg7 febbraio 1991 – « Saddam = Hitler »: questa è la vera Hiroshima della seconda metà del XX secolo. La presa di possesso americana sulla mente del mondo. “.



















2c5virg0 maggio 1991 – « Tenga le mani a posto », disse il fondo a quello che lo voleva toccare. “.



















2ddvirg3 maggio 1991 Magari lo chiamano « Prost », ma tutti sanno chi è Proust. Quel cretino di Gide, invece. “.















8nvirg giugno 1991 Nemmeno sapevo se fossi sveglio o sognassi ancora quando mi giravo dalla sua parte riconoscevo l’odore aspro del suo sudore, esploravo il suo corpo nudo con gli occhi chiusi riepilogavo la schiena i fianchi i seni stringevo palpavo spingevo cercando non sapevo se di dormire di nuovo o di svegliarmi davvero da quello che forse era un incubo. Ma di solito mi trovavo sveglio e impiastricciato e sudato. Dalla sua parte lei continuava a dormire mentre io scorgevo nell’oscurità della stanza la sagoma familiare dell’armadio distinguevo nel mucchio di abiti abbandonati su una poltrona i pantaloni la camicia che avrei dovuto indossare. Dei calzini non c’era traccia. Le mutande: eccole – le sentivo con la punta del piede rintanate dalla sera prima nel fondo del letto. Dalla finestra filtrava una luce di tono impreciso probabilmente fuori il cielo era grigio. Cominciava un nuovo giorno e io mi sentivo già stanco. “.


1eavirg3 luglio 1991 Le stavo addosso mentre dormiva credendo di dormire anch’io ma presto mi accorgevo che, se una metà di me era effettivamente coinvolta nel sonno e fluttuava negli abissi dell’incoscienza con quella vita ridotta dei dormienti fatta di sensazioni sporadiche e confuse, l’altra era in un certo senso perfettamente sveglia e si rendeva conto di essere in un letto anzi in quel letto con una donna, con quella donna, e considerava il fatto cercando di essere lucida magari per rallegrarsi della circostanza o per dolersene, se questo era il caso, e comandare al corpo di sottrarsi urgentemente al disagio balzando fuori dalle coperte, rivestendosi, uscendo nel giorno di fuori. Fra le due metà di me, quale era quella che dormiva? Quale era quella che vegliava? Si svolgeva un confronto serrato e incerto come nella rissa fra due ubriachi finché alla fine io mi sentivo del tutto male. Il sonno era comunque finito, il letto era diventato una gabbia. Così mi alzavo e affrontavo la nuova giornata sentendomi stanco indolenzito stordito come uno che non abbia dormito a sufficienza. “.


3mavirg settembre 1991 – « Retequattro – 9. 40. Señorita Andrea. Telenovela. » (Dai giornali) “.



















9hvirg settembre 1991 – Le « concause » di Gadda sono finite nei cellulari dei sottosegretari, hai notato? “.





















2ecvirg0 novembre 1991 – « 20 genn…  ». Stavo per scrivere « 20 gennaio » invece di « 20 novembre ». Quando mi sono accorto dell’errore non ho saputo fare di meglio che scrivere « 20 dicembre ». Mah. Stavo per scrivere « 20 gennaio » perché? La risposta è fin troppo facile: è il giorno della morte della nonna e del nonno (esattamente un anno dopo). Scrivere è anche questo pensare a voce bassa. Girare intorno a un pensiero, accarezzarlo, covarlo. E gli atti involontari non mancano, i lapsus calami. Volevo proprio scrivere « 20 gennaio ». A costo di sbagliare, di mentire, di fare un falso in atto pubblico. « Personalizzare » il registro dei lettori. Scrivere sullo stampato di stato qualcosa di molto privato. Segnare una privazione. Anche oggi è un giorno di lutto? Scrivere qualcosa di  « personale »: è giusto? No, non lo è. A chi interessa se è morta la nonna? « Ah… mi dispiace… sincere condoglianze… e quando è morta? » « Venticinque anni fa » « ??? ». Si vede la faccetta fulminata del tizio. In una vignetta. In una barzelletta. “.










1nvirg1 gennaio 1992 A Lepanto traversati i saldi vedo Cordelli in piedi appoggiato al palo giallo del semaforo che legge nella malcerta luce – gialla – dell’incrocio. “.


















2dtvirg3 gennaio 1992 – « Scrittore e popolo »: così merita di essere intitolata la foto marzo 1954 in cui compaio fulgido in un cappotto di cammello chiaro in mezzo alla turba gioiosa dei militari di leva che festeggiano il commilitone ciclista vincitore della corsa. La mia piccola figura è in una luce chiarissima che contrasta con il grigiore uniforme delle divise. Ho sulla faccia dai lineamenti perfetti un sorriso assolutamente soddisfatto, come se la corsa l’avessi vinta io. C’è anche un mezzo babbo sorridente anche lui dal fuori della foto. “.

















1nvirg1 gennaio 1992 A Lepanto traversati i saldi vedo Cordelli in piedi appoggiato al palo giallo del semaforo che legge nella malcerta luce – gialla – dell’incrocio. “.



















2divirg7 gennaio 1992 – In tutti questi anni lo sforzo – grande – di inibire l’immediatezza dello sguardo, di sospendere il giudizio, per capire che cosa era veramente quello che vedevo, che cosa voleva dire lo spettacolo a cui assistevo. Le donne, la politica, il cinema. “.

















3uvirg1 gennaio 1992 – Gli occhi, gli orecchi. Ci sono sensi « sicuri ». La morte arriva con gli odori, con i sapori, con il tatto. Ci sono sensi « ingovernabili ». (Verrà la morte e avrà i tuoi puzzi) “.



















2btvirg3 marzo 1992 – Quando ho visto il babbo che per me era sempre stato il simbolo della imbelle disarmata gentilezza trattato dal basso in alto ho capito che era proprio finita. “.




















1favirg1 aprile 1992 « Nessuno è perfetto ». Solo il cinema (dunque il cinema) lo è. “.


















1dmvirg9 maggio 1992 – «  Ma sentiamo gli uomini: “ Stare sotto mi dà una vista meravigliosa della mia ragazza – dice Mario, scenografo, 30 anni -. Trovo che esalti la sua bellezza “. » (Dai giornali) “.


















2cbvirg4 luglio 1992 – « Il giudice istruttore Gregorio Pinna spense la sigaretta appena accesa ». Il giudice istruttore Gregorio Pinna accese una sigaretta. Lesse di nuovo : « Il giudice istruttore Gregorio Pinna spense la sigaretta appena accesa ». Stava per spegnere la sigaretta ma pensò: non confondiamo vita e letteratura. E riprese a scrivere. “.















1ccvirg2 agosto 1992 – « Andrea!… Andrea! ». Innumerevoli « Andrea » vengono chiamati sulla spiaggia. A chi chiama il figlio « Andrea » poi piace chiamarlo? “.


















1lvirg9 ottobre 1992 – Comunque la si metta un’avventura è sempre un’avventura. Stare al mondo « nello spirito » dell’avventura. Anche alzarsi la mattina è un’avventura. Avventura è concepire il mondo come qualcosa che non è già stato ma che deve esserci ancora. Qualcosa che ti viene incontro o verso cui vai. L’avventura presuppone la distanza. Il moto a luogo. La tensione verso. Avventura è anche accettazione di ciò che accade. Ottimismo? Avventura è una condizione interiore. Si può essere avventurosi con pochissimo addirittura con niente. ”.















6gvirg novembre 1992 Il sole batteva sui vetri, splendevano le pentole e i piatti appena lavati. Splendeva la maiolica del lavello, da cui lei con gesto sicuro fece sparire l’ultima traccia di schiuma. I guanti gialli di gomma nello sfilarli dettero come uno schiocco. Vidi le sue mani asciutte e bianche. Pensai che toccandole le avrei trovate fredde. « Cuore caldo », pensai, sorridendo della trovata. Ancora poco e sarebbe venuto buio. Le giornate, si sa, si erano fatte corte. “.















2yvirg5 novembre 1992 – Mi ricordo le ultime ore di Calvino. Pensandolo a Siena in quell’ospedale che conoscevo benissimo – l’ospedale in cui la nonna non-morì – mi sembrava di avvertire come un brusio sullo sfondo un respiro o un lamento ma senza do­lore piuttosto la voce – cavernosa – della tribù che accompagnava quell’agonia pubblica il suono sordo – bestiale – di un’emozione fatta di stupore ma anche di approvazione (una voce che mi è sembrato di udire non di rado lungo questi dieci anni). I sacrifici umani. “.

















1xvirg3 dicembre 1992 – Tra i « falsi » del Male ce ne fu uno anche del Corriere dello Sport. Ricordo che ne rimasi stupito. “.






















1wvirg8 dicembre 1992 – La gente è sdegnata ma non tanto. Soprattutto si diverte. Il caro vecchio film comico: la caduta del Fascismo. “.


















2efvirg4 dicembre 1992 – Diceva « Rosenberg ».  Ma pensava « Totò ». “.























2crvirg gennaio 1993 – Scrive Michele Serra a proposito di La linea d’ombra, primo dei Centopagine regalati da l’Unità, che i libri sono belli e la letteratura anche con i suoi magnifici altrove etc., ma noi si deve restare nel presente pieno di orrore, dei giornali etc. Scrive anche che il paradosso del mondo è che nessuno si gode mai quello che ha. Anche sul tema « diventeremo tutti più poveri » Serra ha qualcosa – di piuttosto banale – da dire. Il fatto è che la miseria richiederebbe una riflessione più approfondita, più « teologica ». Del tipo: se Dio non esiste tutto è possibile, anche Michele Serra. (Bisogna dire subito, anche a fini esorcistici, che Michele Serra scrive bene. Bisogna anche aggiungere che non per questo eviteremo di accogliere (e discutere) i contenuti della sua scrittura. Tuttavia dire che Michele Serra scrive bene, siamo certi che a Michele Serra farà piacere. E questo è solo l’inizio) (Il terribile di Serra è che è « buono ». Per questo è così indignato) (« Il buffo professor Sgarbi »: Michele Serra è tutto qui) “.








2edvirg0 maggio 1993 – « Carmen », all’anagrafe « Carmela ». “.






















9gvirg gennaio 1994 – Mi succede questo: la mattina non sono più sicuro di volermi alzare. Non è pigrizia. Non sono sicuro di volerlo fare, ecco. Così spesso capita che, dopo che mi sono levato in piedi, ho bevuto il caffè, mi sono lavato e fatto la barba, torni sui miei passi e mi rimetta a letto. Rimango qualche minuto perplesso fra le coperte ancora calde della notte, almanaccando variamente, riepilogando i sogni, ascoltando se una voce mi consigli che cosa fare. Tutto tace, ma le cifre rosse della sveglia elettrica spietatamente progredendo mi ammoniscono che il tempo passa comunque. Rischio di fare tardi in ufficio. Allora mi decido a svegliarmi davvero e, abbandonando la traccia dei miei assonnati pensieri, mi vesto, scendo le scale, sono in strada. A quell’ora non c’è nessuno se non qualche auto che sfreccia con i fari accesi, segno che è partita quando ancora faceva buio. Parto anch’io, entro nel traffico moderato ma già intenso di quell’ora antelucana. Guido e penso. Mentre macchinalmente giro lo sterzo, cambio le marce, freno e accelero, sempre nei soliti punti, sempre nello stesso modo, i fantasmi della notte tornano ad animare la mia coscienza intorpidita. Questo mi piace. Se ho sognato una donna, la ritrovo profumata e calda accanto a me. Così reale che potrei toccarla. Ma non la posso toccare perché non c’è. Allora, mi chiedo, non era meglio continuare a dormire? “.


1asvirg0 gennaio 1994 Tutti i giornalisti sono di sinistra. Io non sono un giornalista. Dunque non sono di sinistra? “.




















1zuvirg7 gennaio 1994 A scuola stavo bene. Mi piaceva ascoltare. Ascoltando imparavo, senza fare fatica. Io stavo fermo, zitto, e le voci mi entravano dentro. Entravano e lasciavano le parole, in una folla ordinata, tranquilla, variopinta. Ero bravissimo a stare fermo. Immobile, disincarnato, strano. Come un fachiro. Non sarei uscito mai da quella trance uditiva. Non ero di quelli che aspettavano solo la campanella. Ora non ricordo quasi niente di quelle voci, scomparse nel fondo di lontanissimi inverni. Ricordo solo la beatitudine. Dell’ascoltare. “.










2vvvirg5 gennaio 1994 – « Finalmente è sorto il sole: aliusque et idem. Mi fisso sui cartelloni, Cines, Cinéma, Lyda Borelli, Superdiva Francesca Bertini, Castagna, Ivan il terribile, Sciosciammocca, Dramma sensazionale spaventoso: questo popolo sente il dramma falso delle film e non sente quello vivo. » (Alfredo Panzini, Diario sentimentale della guerra. I giorni di Caporetto, 1917) “.















1jvirg0 febbraio 1994 – Il barbone alto, compìtissimo, in baffi e loden verde, all’uscita del supermarket, si china a raccogliere il pacco di carta igienica caduto dal carrello strapieno della signora accompagnata dalla colf filippina. « Meno male no è ova », dice. “.


















1fcvirg6 febbraio 1994 – Come il babbo faceva i conti delle spese di casa così io scrivo il diario. “.




















2buvirg

1 febbraio 1994 – « È la Paramonte », sentii dire al vecchio mentre le auto sfrecciavano a sirene spiegate. A Roma, una quindicina d’anni fa, appena arrivato. ”.




















2ebvirg7 febbraio 1994 – « Tabucchi: “ Credo che la sparizione sia un problema per la vita e la cultura occidentale molto rilevante e psicologicamente molto ingombrante. Ho fatto anni fa un viaggio in India: visitai una colonia di europei e di americani che vivevano in comunità sulla spiaggia di Goa. Erano migliaia. Erano del tutto spariti dal loro mondo di origine. Ma in qualche modo, quel mondo ce lo avevano ancora addosso. Furono felici di essere riconosciuti per quel che erano stati, persone nate nella cultura dell’Occidente e per questo individuabili. Avevano un gran desiderio di parlare. Insomma, chi sparisce, dico, vive una doppia vita, o continua a rappresentarsi in una doppia vita che non vuole negare. Da una parte si sparisce per osservare la propria morte, per assistere al vivo a questa morte e compiere così una esperienza radicale, di cancellazione, su se stessi; dall’altra si vuole comunque rinascere, e non a una vita qualsiasi, ma a quel che si è stati, poiché, forse, ciò che si è stati è l’unica certezza che si ha. “ » (Dai giornali) “.


8ovirg marzo 1994 – È arrivato un camion di napoletani carico di mimose. “.



















1dgvirg2 marzo 1994 – Mi ricordo quel comunista dell’ARCI che diceva qualcosa contro la « turris ebburnèa ». Era stato in galera nel ‘48 per i fatti dell’Amiata. “.


















2fbvirg3 marzo 1994 Gadda l’ho incontrato tardi, all’inizio degli anni Settanta. Prima ricordo che lo leggeva un architetto a Firenze, verso il ‘65. Ma a quel tempo non mi interessavano gli scrittori, mi interessavano gli architetti. L’ho incontrato nel momento in cui, dopo una lunga pausa, ero tornato a decidere che la letteratura era la mia vocazione, se una mia vocazione c’era. Ricordo che pensai che scriveva come avevo sempre desiderato scrivere io, o, forse, come avevo sempre scritto. Non sarà mai dimostrato che sia vero, ma certi temi al tempo della scuola media, dei quali ricordo il vertiginoso godurioso piacere dell’aggettivazione, l’ardimento della costruzione sintattica, l’humour irresistibile delle trovate, mi sentivo di dire che erano ante litteram, « gaddiani ». Negli anni Cinquanta del resto sarebbe facile dimostrare che io ero il lillipuziano duplicato di un letterato degli anni Trenta. Gadda me lo portai con me sui treni desolati che attraversando la Spagna mi condussero in Marocco, in un viaggio che, vent’anni fa, volli, fra me e me, intitolare al cinquantenario del viaggio di Eluard. Me lo portai insieme alla mia Olivetti lettera 32 che alla dogana di Tangeri suscitò la sospettosa meraviglia dei doganieri. Gadda fu oggetto della mia fulminea tesi di laurea. Gadda me lo sono sognato spesso. Gadda è stato in questi vent’anni monumentalmente bibliografizzato. Gadda non mi interessa più, solo vorrei riuscire a scrivere qualcosa sul mito – romano – del Gran Lombardo, come paradigma del rapporto – furbo – fra letteratura e cinema nel tempo di quella che ora si chiama la Prima Repubblica. (Gadda è nato il 14 novembre, esattamente come me) “.


2dzvirg4 marzo 1994 – « Libri vecchi »: per me sono solo certi libri. Diciamo 1890-1940. Gli altri, per esempio i miei anche di trent’anni fa, non invecchieranno mai in quel certo senso. “.


















2dfvirg4 marzo 1994 – Libri. I Gründrisse alias Manoscritti economico filosofici di Karl Marx me li fregarono a Torino mentre guardavo la bionda di porcellana. “.















3pvirg1 marzo 1994 – Il Festival di San Remo dimostra che negli anni Novanta i toscani sono ciechi e cantano. “.




















5lvirg aprile 1994Da ragazzino non mi allontanavo troppo da casa. Fonte di attrazione era il prato sottostante alla vicina fortezza cinquecentesca dove i ragazzi di tutto il quartiere si ritrovavano per giocare a pallone. Ci andavo anche io nelle prime ore di pomeriggi deserti, illuminati dal sole freddo dell’inverno. Ricordo che a un certo punto sentivo – o credevo di sentire – una voce lontanissima che mi chiamava – la scarsa distanza e l’esiguità del traffico lo rendevano possibile -: « Andreaaaa », « Andreaaaa ». Ricordo come fossi diviso fra quel richiamo quasi sempre segnato da una nota di allarme – così mi sembrava di sentire – e la voglia di restare fra gli altri che continuavano a giocare, senza orari, senza famiglia. Tornavo, un po’ a malincuore, interrogandomi sul perché. “.












 5rvirg aprile 1994 – « Vergogna! » titolava l’Unità. Io arrossii. “.






















8hvirg  aprile 1994 – Ho sempre sofferto di una leggera agorafobia: gli spazi troppo aperti, i cieli troppo azzurri, le giornate troppo lunghe mi fanno star male. Per esempio: venire dall’oscurissimo inverno, riscaldato indoor, riflessivo e sapiente, e trovarsi subito in una primavera eccitata, imbandierata, schierata a tutto campo. Gli occhi si perdono fra i colori, le gambe non ti bastano, sopraffatto dal pressing degli odori, presto giaci, invocando una giorn.ata di pioggia, un po’ di buio. « Time out! Time out! », gridi all’invisibile arbitro. E vorresti nasconderti, ricominciare il letargo, tornare in panchina. Vorresti smetterla, questa partita persa.







1gcvirg2 aprile 1994 – Di quando mi portavano all’avanspettacolo ricordo ballerine grasse e comici angosciosi. Pare che la prima volta sia sfuggito alla mamma e sia salito sul palcoscenico con grande spasso di artisti e pubblico. Sinceramente non mi ricordo altro. “.
















1kcvirg3 aprile 1994 – Io che ho trascorso l’infanzia e la giovinezza nel culto – appassionato – dell’« amicizia » – ma mi accontentavo anche della semplice « conoscenza » – ora, quando incontro qualcuno dei miei vecchi « amici », non solo non rimpiango di non frequentarli, ma sono felice di non vederli assolutamente mai. “.
















1fbvirg5 aprile 1994 – La mamma ha vissuto da ventitré a settantasette anni nella stessa casa, in quel grande palazzo che negli anni venti rappresentava un esempio di edilizia moderna. Io ho perduto prestissimo questa capacità di restare. A trent’anni, le case che avevo cambiato erano già – mi ricordo di averle contate – quattordici o forse più. Quella casa, che cerco di conservare anche se non riesco più assolutamente ad abitarla, negli ultimi anni mi dava una certa angoscia. Come se mi guardasse con gli occhi pensosi, scettici e severi di qualcuno che non ha mai perso di vista se stesso, con la forza di quella cosa che non avrei l’ardire di chiamare anima, ma che certo è una risorsa invisibile e potente, nonché un carico di cui è difficile sopportare il peso. Me, l’arrogante vigliacco, che è sempre scappato, che non è mai restato. “.










2dwvirg4 maggio 1994 – Il nonno stava in una piccola stanza in fondo al corridoio. Ho detto « in fondo », ma sarebbe meglio dire « all’inizio », dato che era proprio davanti alla porta d’ingresso. « In fondo » vuol dire che era una stanza separata dalle altre, più quieta, più solitaria. Fra le pareti dipinte a piccole macchie rosa, dietro al paravento che difendeva il letto dalla luce del giorno, sulla scrivania falso cinquecento, nella libreria dai vetri lavorati che sembravano rossi per la stoffa rossa tesa dietro, non arrivavano le querele (della zia e della nonna), i pianti (miei, della zia, della nonna), tutte le voci più o meno concitate della famiglia. La stanza del nonno era un’area protetta, un’énclave silenziosa dove io andavo a nascondermi quando volevo stare un po’ solo. Aperta, la libreria offriva lo spettacolo dei libri che, allora, a me sembravano molti e molto vecchi. Passavo ore frugando fra i volumi e le vecchie carte in quello spazio favoloso che per me era la più visibile traccia del mondo di prima che io nascessi, leggendo, indagando, fantasticando. Quando si avvicinava l’ora di cena, il nonno arrivava a riprendere possesso dei suoi territori. Che io tuttavia non abbandonavo prima di aver consumato con lui un rito calmo e solenne: la preparazione del letto. La pacifica cerimonia aveva spesso un contrappunto guerriero, quando il nonno, in vena di scherzi, mi sommergeva di cuscini, in una incruenta bagarre da collegiali. Poi, lungo quel corridoio che a me, allora, sembrava così interminabile, oscuro e deserto, tanto da richiedere un sovrappiù di coraggio per essere percorso, facevamo rotta verso la cucina, il fulcro luminoso della casa, dove erano già tutti gli altri, mentre di là dai vetri la notte inutilmente affermava il suo impero. “.


1devirg giugno 1994 – Come un contadino, ogni giorno mi alzo « prima dei polli ». I polli, che tanto polli non sono, continuano a dormire e, forse, fanno meravigliosi sogni. Nel crepuscolo del mattino c’è una strana pace, un abbandono, un silenzio felice, come se quello che sta per cominciare fosse una notte. Riconfortato da quest’inizio, mi inoltro nel giorno, lieto come se andassi a dormire, sperando di non avere incubi. Scrivo, in quella luce neonata, le mie memorie per l’oggi. “.


















2pavirg giugno 1994 – « Superior stabat Lupus… » Cappuccetto rosso ricorda. “.






















3abvirg giugno 1994 – Ho sognato Lord Keynes. Cantava: « Ma dove vai se la ba/na/na non ce l’hai ». “.





















1divirg3 giugno 1994 – All’inizio degli anni Sessanta la vita cambiò. Novità fondamentali furono la macchina (utilitaria) e la televisione (in bianco e nero). Non mi piacevano troppo nessuna delle due, casomai meglio la prima. La terza novità, introdotta dal babbo, riguardò l’alimentazione. Non che prima non si mangiasse, anzi, cucinando la nonna, ricordo deliziosi saporiti piatti nei giorni festivi e non, ricordo il pane, ricordo il burro, ricordo la marmellata, ricordo il latte buono e denso che non si usa più, ma, in un certo senso, allora si cominciò a mangiare davvero. Rivedo le domeniche nei ristoranti fuori porta, antipasto primi secondi frutta dessert caffè e sambuca – sia maledetta nei secoli -, le facce nere dei camerieri, le facce rosse dei commensali, le mani unte, lo stomaco gonfio, la vista annebbiata, la maligna tristezza delle campagne, i concitati ritorni in città. Io non digerivo mai bene, a differenza del babbo che del mangiare era un appassionato cultore. Per non dire dello zio Carlo, per non parlare del cugino Mario, di cui si raccontavano fantastiche storie, di pranzi, di cene, da Guinness dei primati, da congestione, da infarto. Su quelle tovaglie sporche, fra quelle voci confuse, fra le chiacchiere e le risate, in quegli inverni sudati, se ne andava la mia infanzia severa e immacolata. Travolto dagli arrosti, invaso dalle pappardelle, annegato dal vino, unto e bisunto, sempre più rosso, io meditavo, in segreto, la fuga. E così scappai (se dici che tu allora non mangiavi non me ne frega niente) (o forse eri tu che cucinavi?). “.


1fgvirg4 giugno 1994 – « Ieri invece la tragedia: “ Mi ha sorriso di nuovo e non ho resistito “, ha raccontato Gentili ai carabinieri, mentre lo ammanettavano. » (Dai giornali) “.

















1fhvirg6 luglio 1994 – La cultura è interminabile. La letteratura si fa quel che si può. “.




















2wbvirg0 luglio 1994 – « La notte è piccola per noi – cantavano le gemelle Kessler – troppo piccolina ». Un po’ inutilmente, perché a me, che già mi ero attestato nell’intimità del pigiama, nella consolazione delle ciabatte, nella pace del caffellatte, quelle figure animate che si muovevano nella penombra della sala da pranzo, davanti a me non meno che al nonno, alla nonna, alla zia Olga, alla mamma, al babbo, la nostra piccola tranquilla platea familiare, sembravano quasi subito parte di un sogno, messaggere della notte, propagandiste dell’oblio, a me che forse dormivo già, perché allora, come anche ora, mi veniva presto sonno, complice la penombra, il pigiama, la nonna che mi precedeva lungo le silenziose rotte di Morfeo, e dopo un po’ andavo a letto, alla mia notte sconfinata, beata. « La notte è piccola per noi – continuavano a cantare quelle sceme delle sorelle Kessler – troppo piccolina. ». Io dormivo già. Alla grande. “.











1civirgottobre 1994 – All’8° chilometro di Castelporziano in circa mezz’ora ho contato 57 pizzetti (oltre a 14 cazzi, 72 tette, 23 copie di Repubblica , 8 cani, 1 fregna. Di colore rosso) “.

















1zvvirg5 novembre 1994 – Diario, epistolario. Bisogna approfondire questa parentela. È vero che ognuno dei frammenti di un diario può sembrare una lettera (ma io non scrivo più lettere da vent’anni) (da quando ho cominciato il diario?). In comune con la lettera il diario ha l’evidenza del tempo, l’evidenza del luogo e l’evidenza del mittente. Non quella del destinatario che, come nell’opera di invenzione, resta indeterminato, ipotetico, solo possibile. (Un tempo scrivevo lettere, ma senza troppa convinzione. Alcune che avevo scritto e a cui tenevo molto furono tranquillamente distrutte, mi fu detto, e la notizia mi sembrò più terribile del pur terribile resto. Mi detti a scrivere cartoline. Mi venivano bene. Corrispondevano perfettamente al fatto che non stavo mai fermo, diciamo pure: viaggiavo. Ultimamente le scrivevo anche a me stesso; oppure a indirizzi impossibili. Per esempio: Dino Campana, Hotel Norge, Bergen, Norvegia. Mi tornavano indietro con meravigliosi timbri postali, per la gioia del filatelico che si nasconde dentro di me. E non erano semplici cartoline da tabaccaio: le facevo io stesso, in colori scintillanti. Ci fu anche un periodo in cui mi scrivevano lettere. Sarò franco: non sono mai riuscito a leggerle.) (E ora? A chi scrivo questo diario? Sarò franco: boh?) “.










1ddvirg3 marzo 1995 – « Leggi sempre Repubblica? » Sì, voglio vedere come va a finire. “.




















3zvirg1 marzo 1995 – Passare la vita a difendersi, a decifrare, a tradurre. Essere completamente straniero in patria.














 5svirgaprile 1995 – Sì, sono di Siena, la città del panforte, del Palio, la città dei fratelli Nannini, la città dove è morto Calvino. “.





















1gbvirg2 aprile 1995 – Mia madre non era una donna-bambina, era una donna ragazza. Ferma ad un anno imprecisato fra il ‘36 e il ‘45, giovane italiana, littorialista, cestista, professoressa, di lettere. Newdealista o fascista, fa lo stesso. Le belle ragazze degli anni Trenta. Come in una réclame di Dudovich. O in un film di Truffaut. “.

















1gevirg giugno 1995 – Come un contadino, ogni giorno mi alzo « prima dei polli ». I polli, che tanto polli non sono, continuano a dormire e, forse, fanno meravigliosi sogni. Nel crepuscolo del mattino c’è una strana pace, un abbandono, un silenzio felice, come se quello che sta per cominciare fosse una notte. Riconfortato da quest’inizio, mi inoltro nel giorno, lieto come se andassi a dormire, sperando di non avere incubi. Scrivo, in quella luce neonata, le mie memorie per l’oggi. “.










1buvirg4 giugno 1995 – Negli anni Trenta il nonno vendette tutti i libri per pagare una troia. Magari era tua nonna, pervicace lettore. Con questo non voglio dire niente. Erano libri vecchi, e la troia, forse, era giovane. Perché parlo così pesante? Volevo solo fare colore: è una storia ambientata negli anni Trenta. (L’Italia aveva finalmente il suo impero, De Sica cantava Parlami d’amore Mariù, Mario Luzi imparava a fare l’ermetico, il nonno aveva passato i cinquanta) (Tutte queste cose le scrivo perché stanotte ho dormito male. Ho dormito così male che al terzo o quarto risveglio non ho saputo fare di meglio che accendere la tv. E così sono entrato anch’io nel magico mondo dei 144. Per non fare rumore avevo tolto il sonoro. Nel buio della stanza, nel fondo della mia notte ingarbugliata, c’era solo il quadrato di luce, grande come una figurina Panini, un francobollo, uno spioncino, una toppa di chiave, una miniatura dello zio Mario di Firenze. Con la scusa del pertugio c’era un sacco di gente che si comportava come se nessuno la vedesse, cioè anzi come si può comportare solo uno che sa di essere osservato. E gli piace, anche. E gli basta, a quelle ragazze, come se non avessero altro da dire) “.











2duvirg1 giugno 1995 – Finirò col vergognarmi di scrivere questo diario. Anzi, mi vergogno già. È come guardare le donne. Non lo fa più nessuno. “.



















2dvvirg giugno 1995 – « Superior stabat Lupus… » Cappuccetto Rosso ricorda. “.




















2wwvirg luglio 1995 – Scrivo nei ritagli di tempo. (Anche se ho tutto il tempo, il tempo è sempre a ritagli) “.




















2dsvirg6 novembre 1995 Mi ricordo bene che in casa si è sempre comprato il giornale. Lo comprava il nonno, mi pare, ma è certo che per anni lo ha portato il giornalaio stesso, lasciandolo infilato nella maniglia di ottone della porta. Il giornale era La Nazione di Firenze, foglio moderato-conservatore quanto a indirizzo politico, assai ben radicato in tutta la regione. Ricordo che a me non interessava quasi per niente; lo trovavo brutto e non di rado ridicolo. Per di più era inservibile. Per esempio, i film annunciati nella cronaca cittadina erano sempre sbagliati, per sapere che cosa andare a vedere si finiva sempre per telefonare al cinema. Al piano di sopra il vecchio ex fascista, nonno del mio più caro amico, ricordo che leggeva L’Unità. Il fatto, ancorché strano, non era comunque di quelli che allora attirassero la mia attenzione. Del giornale ricordo che mi facevano ridere certi titoli come, ad esempio, « Senese smarrisce il portafoglio a Vladivostock », non proprio così ma quasi. Ricordo anche che un’occupazione del nonno era tagliarlo (il giornale) in tanti rettangoli formato cartolina che poi, appesi a un gancio accanto alla tazza, servivano da carta igienica per tutta la famiglia. Ovviamente in epoca ante-scottex. Nel giornale ricordo che si involtavano le mele, le pesche, le patate quando ancora non esistevano le buste di plastica. Con la carta di giornale si facevano anche certe palle che servivano ad avviare il fuoco nella stufa. Ugualmente pressata la medesima carta veniva introdotta nelle scarpe perché conservassero la forma. Con la carta di giornale gli zufoli non vengono bene, posso assicurarlo. Con la carta di giornale ricordo anche di aver foderato i libri, qualche volta. Per pulire i vetri la carta di giornale è speciale, assicurava la zia. Etc., etc. Che cosa c’era scritto nel giornale? Non era una domanda che mi facessi mai. “.









g486virgiovedì 11 aprile 1996 – Se non l’umiltà, almeno la circospezione. “.






















m940virgercoledì 22 maggio 1996 – « 1924 – Antichissima la credenza che la vista del lupo tolga a chi lo vede la voce (sfido io! la paura). » (Carlo Dossi, Note azzurre) “.



















m931virgartedì 28 maggio 1996 – I diariologi avanzano molte suggestive ipotesi sulla natura e sulla funzione del diario. Citando Beatrice Didier, Scrivano parla di « accentuazione della lontananza fra evento e scrittura ». Io direi « distanza », e aggiungerei « incommensurabile », cioè non misurabile né nella dimensione del tempo né in quella dello spazio, né in giorni né in chilometri. Localizzandosi sempre nel tempo (cfr. Folena, 1985) ma piuttosto spesso anche nello spazio, il diario crea l’illusione di essere in qualche preciso momento, da qualche raggiungibile parte, mentre invece assolutamente non lo è. Né lì, né allora. Come non è lo mai la scrittura, che è sempre incommensurabile altrimenti che con la scrittura stessa. In-commensurabile come un pomodoro e uno starnuto, un assegno bancario e un’alga marina, un profumo e un certificato elettorale. Una donna e un uomo. È questo lo « scherzo » del diario, il suo « pathos » (cfr. Cases, 1958). Perché, simulando la fotografica evidenza dell’hic et nunc, vestendosi di nomi, di date, di fatti e di parole – tutti gli orpelli della più patetica imperiosa Realtà – difende la sua Irrealtà, procura di non esserci, di restare nascosto, di non essere visto, di tacere. Come ha sempre desiderato. Perché, parlando di tutto – parla molto, parla sempre – senza mai parlare di altro che di sé -, riesce a non dire mai veramente niente di quello che quel ficcanaso di un lettore di diari si aspetta da un diario. Mai. Veramente. Niente. Se è introvabile, è perché è sempre altrove. Perché, deludendo ogni maniacale chilavisto, il diario non si fa mai trovare dove lo cercano. Non è per cattiveria. È che proprio non c’è. (Non fosse che in realtà non lo cerca nessuno) (Quel babbeo di un diario) “.








l1846virgunedì 3 giugno 1996 – Quando, qualche anno fa, abitavo da solo, il telefono per me era diventato una cosa importante. Non squillava quasi mai, è vero, dato che i miei rapporti sociali erano praticamente ridotti a zero, ma quando squillava, infrangendo il bozzolo di silenzio in cui avevo deciso di vivere, quasi sempre facendomi sobbalzare, ogni volta costringendomi a chiedermi – pressantemente – se rispondere o no, non era una cosa qualsiasi, ma un vero e proprio « evento ». Quella che sapevo – avevo cominciato a rifletterci – di stare per incontrare era una forma particolare di presenza: la voce. Se avessi deciso di alzare la cornetta, non avrei visto facce, belle o brutte che fossero, né avrei percepito odori, sgradevoli o accattivanti. Non avrei toccato epidermidi, lisce o rugose, e neppure avrei sentito sulla mia il sapore di un’altra bocca. Tutto quello che avrei lasciato che oltrepassasse la soglia della mia solitudine sarebbe stato un insieme di suoni, articolati in entità discrete e riconoscibili: le parole. Non era poco, anzi in certi casi era anche troppo. Stando magari al buio, se era notte, o con gli occhi socchiusi, se ero stanco, stando comunque nel silenzio superlativo di chi vive isolato, mi rendevo conto di quanto una voce possa entrare dentro, arrivare, in un tempo infinitesimale, fino alle inaccessibili porte del nostro io, toccare infallibilmente il nostro più autentico « intimo ». Di certe voci avevo paura, forse perché ci sentivo qualcosa di terribile che, in una conversazione ravvicinata, distratto dallo spettacolo degli occhi, della bocca, delle mani, non avrei potuto notare. Alcune mi sembravano ridicolmente false. Altre irrimediabilmente brutte. Le voci delle persone che amavo mi arrivavano con tutto il carico della loro – affettuosa, festosa, ansiosa, dolorosa – presenza. Con esse non succedeva niente di diverso che con i loro proprietari: si poteva benissimo litigare a distanza, ad esempio, come era successo tante volte da vicino. Per il filo del telefono poteva passare anche qualcosa di molto dolce, di pericolosamente strano, come sanno bene gli inventori del 144. Per quel filo poteva passare di tutto, come infatti passa: affari, notizie, amore, bugie. Tutto il mondo, tutta la vita: in forma di voce. Era un po’ poco, pensavo io che mi vergognavo di vivere troppo da solo, ma anche parecchio. (Pensando al telefono ripensavo anche alla mia fidanzata di tanti anni prima. Stavamo tanto al telefono, ricordo. Io, che stavo al buio, ricordo che la immaginavo nella sua casa, indovinando le voci sullo sfondo, interrogando, interloquendo, estasiato di quel bisbiglìo di noi due, invisibili l’uno all’altra, ma presenti nelle nostre voci di adolescenti, lontani ma più vicini di quanto non siamo più stati) “.


l1848virgunedì 10 giugno 1996 – Lo spot Sammontana (« Passa dalla parte del gusto ») consiste di un citazione quasi letterale dal Sorpasso di Dino Risi. La citazione è intelligente anche perché individua il momento cruciale del film, quello in cui uno dei due protagonisti, risvegliandosi, « passa » dal suo abituale mondo polveroso e grigio di studente di legge a quello euforico e festivo rappresentato dalla spiaggia di Castiglioncello, in una luminosa, colorata – non importa che il film sia in bianco e nero – mattina di piena estate. Il « passaggio » avrà per lui, come è noto, un esito tragico, mentre l’altro dei due « viaggiatori », uscito incolume dal disastro, si limiterà a commentare ambiguamente: « Non lo conoscevo ». Quando, e mi succede spesso, sono indotto a ripensare al Sorpasso e a quella scena del risveglio che, come ho detto, ne costituisce il centro simbolico, finisco sempre per ripensare anche al Calvino de La giornata di uno scrutatore. Anche lì c’è un risveglio, anche lì c’è un « passaggio da un’altra parte », che lì è la « parte » delle mostruose strazianti creature del Cottolengo, laddove nel film era quella delle giovanissime adolescenti in bikini. Ho sempre pensato che questa « altra  parte », questa parte « altra » in cui prima non si era e in cui ora, svegliandosi, si entra, fosse per Calvino tutto ciò che non-era scrittura, come del resto lui stesso ha chiarito parlando di « mondo non scritto ». Ora, mondo più non-scritto del cinema io credo non c’è. « Passarvi », entrarvi, è un invito che si continua a ricevere, è un’esperienza che ci si continua a proporre, « passare in un altro mondo », all’altro mondo, a miglior vita se si preferisce, che sarà anche migliore, ma io non ci credo. In ogni caso « passare », cioè « morire », perché di questo si tratta,  è qualcosa che non si può fare due volte. Anche perché, trent’anni dopo Il sorpasso, trent’anni dopo La giornata di uno scrutatore, ormai sappiamo che, se dove stiamo noi non c’è molto – qualche vecchio libro, molta polvere, al massimo un diario -, dall’« altra parte » non c’è niente, al massimo una ditta di gelati. “.


m935virgercoledì 12 giugno 1996Due potenti Entità impersonali, invisibili a occhio nudo ma ovunque e in ogni momento presenti, dominano la nostra vita da un tempo che si avvia a diventare immemorabile. La prima, che mi sono permesso di denominare U.R.V.S. (Una Risata Vi Seppellirà) si adopra a fare ridere tutti quasi sempre e quasi su tutto, compiacendosi dello stato di ebbrezza e di quasi demenza che il ridere provoca in chi ne è affetto. La seconda, che altrettanto arbitrariamente ho chiamato Associazione Nazionale Dolore & Rabbia (A.N.D.R.), dispiega la sua lacrimosa, accorata, indignata iniziativa in tutti gli spazi trascurati dal riso, in tutti i tempi lasciati vuoti dal permanente sghignazzo, perseguendo il suo implacabile scopo che è appunto quello di fare piangere. Ambedue nemiche giurate dell’indifferenza, ci vogliono depressi o eccitati, ma normalmente incerti, normalmente distratti, normalmente preoccupati, normalmente perplessi, normalmente stanchi, normalmente contenti, normali insomma, assolutamente no. Istigati senza requie a ridere e a piangere, frastornati da segnali tanto assillanti e contraddittori, impossibilitati a sapere ormai più di che cosa si debba veramente ridere e su che cosa sia realmente il caso di piangere, allegri a dirotto, afflitti a crepapelle, io credo che stiamo diventando tutti matti. Proprio come è successo già a me. “.


m945virgercoledì 19 giugno 1996 – Quello che mi ha « rovinato » non è stata certo la critica letteraria, ma la critica della letteratura. La critica della letteratura è qualcosa che, nel mio ricordo, è cominciato una trentina d’anni fa, facciamo trentacinque. (È cominciato presto) (Per la verità io sono convinto che la critica della letteratura, in un certo senso, ci sia sempre stata, anche quando ero molto piccolo. Mi ricordo certi ricchi, certe signore, certe risate, certe automobili, certi culi… Soprattutto d’estate. La letteratura per me era sempre d’inverno, i banchi di legno nero con i graffi chiari come ferite, i grembiulini neri e il fiocco di squillante blu, i cappelli di paglia nera lucida della nonna, le sue velette – nere -, l’inchiostro, nero, blu, che macchiava le dita – di viola. Le notti, nere, piene di incredibili meravigliosi sogni. A colori). Critica della letteratura erano i miei nuovi amici, tutti iscritti ad architettura – ma, va detto, anche parecchi di quelli vecchi, che poi hanno fatto ingegneria o farmacia o fisica o testamento, ma lettere no, se non erano donne. Critica della letteratura furono certe facce, che fin dall’inizio mi sembrarono troppo – troppo facce. Critica della letteratura fu una tizia che mi fece sapere di avere bruciato tutte le mie lettere e che poi vende quadri. Critica della letteratura è andare troppo al cinema, dove i romanzi sono solo nei titoli. Critica della letteratura è arrossire se l’Unità scriveva « Vergogna! ». Critica della letteratura è arrivare al punto di pensare di voler fare il fotografo. Critica della letteratura è fare viaggi – pochi. Critica della letteratura è cambiare casa – quattordici. Critica della letteratura è sentirsi addosso il malocchio cioè la critica della letteratura. Critica della letteratura è frequentare la poesia « visiva ». Critica della letteratura è mettersi i baffi. Critica della letteratura è togliersi i baffi. Critica della letteratura è leggere La montagna incantata lasciando che ti chiamino « beniamino della vita » come se fossero Claudia Chauchat invece che, al massimo, Patti Pravo -, come se tu fossi Hans Castorp invece che, al massimo, uno studente fuori sede e fuori corso. Critica della letteratura è leggere Herzog, in the peak of the summer, a Maratea, a Tropea, a Scalea, con quel caldo, alla fine degli anni Sessanta. Critica della letteratura è uno – di Bologna – che suona la chitarra sulla spiaggia con i capelli lunghi e ricci ed è del tutto più giovane di te: per questo a lei piace e tu passi una notte nera di gelosia come non ti accadeva dal ‘51 massimo ‘52. Critica della letteratura è scoprire che a lei non piaceva nemmeno quello con i capelli lunghi e ricci. Critica della letteratura è Cofferati che cita da un’autorevole barba Tex Willer, o Nicolini che alcuni anni fa disse, e io presi nota, che: « Un tempo in Campidoglio si incoronavano i poeti (ma) noi affermiamo  l’appartenenza del comic alla cultura contemporanea. » « È finita – disse anche – l’epoca dei professori che rimproveravano gli alunni perché leggevano i fumetti. » Critica della letteratura è perdere tempo insegnando letteratura ciociara all’università di Ladispoli o di Sperlonga o di Sezze guadagnando peraltro benino. Critica della letteratura è perdere il tempo (degli altri) (della letteratura). Critica della letteratura è sentirsi ganzo a rispondere a Fortini che quello di « alluminar è chiamato in Parisi » è Oderisi (d’Agobbio), come se fosse Lascia o raddoppia, come se fosse il ‘58. Critica della letteratura è sentirsi « felice come una Pasqua »: con Franco Lattes. Se la letteratura non sa più che cos’è, la critica della letteratura continua a saperlo benissimo. Lo sa sempre. L’ha sempre saputo. Di Pietro invece no. (Critica della critica della letteratura è arrestare Gigi Sabani? Francamente non credo) (Al peggio non c’è mai fine cioè: c’è qualcosa di peggio della critica della letteratura) “.


m933virgercoledì 3 luglio 1996 – Trent’anni fa una cosa di cui si discuteva parecchio era l’« integrazione ». L’« integrazione » riguardava il rapporto fra gli intellettuali e l’industria, cioè se gli intellettuali dovessero o no « integrarsi » nel sistema della produzione industriale, accettarne le leggi, i metodi, le finalità. In particolare, credo che ciò che era veramente in questione fosse il rapporto fra i letterati e l’industria culturale, stando che, trent’anni fa, il letterato era ancora la figura intellettuale più prestigiosa e diffusa; ciò di cui si discuteva era, all’incirca, se si dovesse scrivere tenendo d’occhio il mercato editoriale, se ci si dovesse sforzare di inventare slogan pubblicitari, confezionare best seller, inseguire il pubblico che, anche allora, aveva i suoi discutibili/indiscutibili gusti. Sonetti o Olivetti?, la questione si potrebbe anche – buffonescamente – mettere così. Comunque è una storia vecchia che, non dico di no, andrebbe anche attentamente rivisitata da chi, per mestiere, rivisita. Per ora mi voglio ricordare soltanto che Umberto Eco ci scrisse sopra un celebre saggio, dal titolo appunto: Apocalittici e integrati, che era anche un’argomentata presa in giro e degli apocalittici e degli integrati. Credo che, sotto la contrapposizione fra chi cedeva alle lusinghe della « comunicazione » industriale e chi si teneva arroccato in ciò che restava dell’antica « torre d’avorio », si celasse una divisione politica, anzi ideologica. La « torre d’avorio » in cui alcuni intellettuali tentavano di « salvarsi » era ancora il comunismo, la prospettiva cioè di una interpretazione del mondo totalmente « al-tra » rispetto a quella proposta e entusiasticamente realizzata dal sistema capitalistico. Ma il fatto è un altro. Il fatto è che a me, che sì, lo ammetto, un po’ letterato ero, ma soprattutto ero poco più che un ragazzo, sembrò allora che questa storia dell’« integrazione » mi riguardasse. E il buffo, il veramente buffo, è che, nel momento in cui, diventando comunista, aderivo a una prospettiva di severa contrapposizione al sistema capitalistico, io ebbi invece l’impressione di « integrarmi ». Forse dipendeva dalla gente che frequentavo, dai miei nuovi amici, con quelle facce così comuni, con quelle storie scolastiche così disastrate, con quelle madri così casalinghe, con quei padri così poliziotti, con quelle case dove non c’erano mai libri, con quelle barzellette, con quei discorsi di donne, di preservativi, di pompini, che io non mi sarei mai permesso. E poi erano tutti architetti. E quello che diceva la « turris ebburnèa ». E quello che prima era fascista. E quello che si voleva ammazzare. E quello che c’aveva la sorella mignotta. E quello che c’aveva la mamma mignotta. Io ero così abituato a essere « diverso » dagli altri che anche fare sport o giocare a calcetto o ballare il twist mi sembrava « integrarsi ». Anche guidare la macchina, anche sbandare in una curva, anche bocciare a un esame, io che non ero mai bocciato. E soprattutto avere una fidanzata. Che a un certo punto, come se fosse un obbligo, ce l’ebbero tutti. Naturalmente non era questa l’« integrazione », ma io, che, a questo punto si sarà capito, non capisco mai niente, lo credetti. Poi ne sono successe tante. E ancora stamani, seduto su quello che alcuni conoscenti chiamano, con involontaria comicità, il tarallo, ho ammirato un fumetto nel quale Altan ironizza, tramite due donnine dipinte, sulla passione dei maschi per il calcio. E pensare che i fumetti – che gli altri quasi esclusivamente leggevano e che io quasi assolutamente disprezzavo – ancora più che il calcio erano per me, un tempo, il simbolo di ciò che i maschi erano e io, invece, non ero. La mia « integrazione » fu smettere di studiare, fu cominciare a leggere i fumetti, anche se erano quelli – sciccosissimi – di Schultz o di Lunari, fu cominciare a pensare alle donne, fu diventare, insomma, dal mio punto di vista, maschio. Perché invece quelli che io credevo fossero i maschi poi si è venuto a sapere che erano donne. Incredibile ma vero. Prima sembravano apocalittici e erano integrati. Sembrava industria e invece è cultura. Sembrava Rivoluzione e invece è Stato. O viceversa. E ora dicono che sono tutti gay. Boh. Però a me non la danno a bere con tutti questi strani rigiri. Certe cose io, comunque, le so. Per esempio, che per vestirsi da donna bisogna essere uomini, anzi maschi, e io, che maschio non ero, e continuo a non esserlo, non posso che vestirmi da uomo, anche se in questo modo faccio capire di esser solo una povera autentica donna. Mi dispiace per la mamma che ci teneva tanto. (Che cos’è che mi fa paura, nei maschi – perché i maschi mi fanno paura -? Io credo che sia la faccia. E, in quanto a faccia, anche certe donne per me sono maschi, molto, ma molto più maschi di me) “.


g488virgiovedì 4 luglio 1996 – La mamma mi diceva: « Fammi un sorrisino ». Ma io non glielo facevo. Non sono cattivo, sono solo stupido. O forse ho dei problemi con la faccia. Se gliel’avessi fatto, l’avrei fatta contenta e magari avrei avuto la recen­sione di Cesare Garboli come oggi succede a Benigni in occasione del suo primo libro. Non mi piace che mi facciano ridere. Non mi piace che mi facciano il solletico. Che mi tocchino in certi punti. Provocando quella reazione inconsulta, quello spasmo – doloroso, spaventoso – che si chiama riso. Avrei potuto fare un sorriso finto, americano, berlusconiano, e anche in questo caso la vita mi avrebbe sorriso di più. La mia faccia – che non è bella – è opaca come un televisore spento. È una faccia perplessa, distratta, preoccupata, impaurita, stupìta, stupida, insomma. Quando sorrido, sorrido come un bimbo: è un sorriso così timido, così candido, che non c’è da stu­pirsi che non lo voglia mostrare. Ma il problema, ormai lo so, non è ridere, è fare ri­dere. Come Benigni. Come la mamma. Fare ridere è un modo di fare. Un modo di dare e di ricevere. Un modo di chiedere. Io non sono cattivo, ma non so fare ridere. (Se a farmi ridere è una donna va ancora bene. È come il pizzicorino delle compagne di classe, una cosa puerile, una cosa di più di trent’anni fa, va bene per i grassi, a me non ricordo che l’abbiano mai fatto, anche perché non sono mai stato grasso. Se a cercare di farmi ridere è un uomo allora il discorso cambia. Perché non capisco che voglia da me che sono un uomo come lui. Quelli che fanno ridere si chia­mano comici. In Italia ce ne sono tanti. Alcuni sono ricchissimi) “.


v1103virgenerdì 5 luglio 1996 – La Toscana è nera d’inverno. Ma è un nero calduccio, come un focolare di campagna, favoloso, come una notte di Natale. E anche un po’ finto, come il carbone della Befana, come certi baffi. È il nero di ciò che è pro­fondamente nascosto, di ciò che sta sempre « dentro », nell’oscurità – animosa – dell’« intimo », che sta « in fondo », nella reticenza – pietosa, non mafiosa -, nel silenzio che tante volte è più eloquente delle parole e molto spesso anche più chic. È il nero del buio dove i gatti non si vergo­gnano di essere tutti neri, perché al buio ci vedono benissimo e fra di loro si riconoscono. È un nero con molte luci accese, che splendono come tanti occhi. È un nero con un lumìno solo, e quella è la casa – mia, tua, di qual­cuno. O della nonna, o del lupo, povera bestia. È il nero della pancia del lupo, così grande che c’entra anche una nonna, ma poi esce, ri-nasce, e questa volta è il lupo che l’ha partorita. La nonna di Cappuccetto. Rosso. È il nero di un sonno favolosamente profondo, dove si può sognare tutto e tutti quelli a cui si è voluto bene e qualche volta anche viceversa. È un nero che può anche irritare, ma non ci possiamo fare niente. È un nero da stare anche attenti, chi, al buio, come il babbo, non ci vedeva per niente. “.


l1847virgunedì 22 luglio 1996 – Gli scrittori, tendenzialmente, muoiono. Ha cominciato Pavese, quasi cinquant’anni fa. Poi, fra i Sessanta e i Settanta, morirono Vittorini, Delfini, Buzzati, Bianciardi, Flaiano… Morì anche Ripellino, perché me l’hanno detto. Morì anche Gadda, ma era piuttosto vecchio. Morì l’anno della zia Olga, che era più vecchia ancora, o forse era l’anno dopo. Poi morì, in quel modo in cui morì, Pasolini. Poi morì la Morante, dopo una lunga agonia. Più meno in quel tempo morì anche Mastronardi, che però appartiene agli anni Sessanta. Poi morì anche Moravia che sembrava non dovesse morire mai. Prima di morire fece a tempo a dichiarare al settimanale Penthouse: « Se rinascessi vorrei fare un lavoro manuale, magari il pittore. Si rinuncia a troppe cose facendo lo scrittore ». Poi morì Calvino, e la cosa fece scalpore. Un po’ prima o un po’ dopo era morto Cassola, ma non se n’era accorto nessuno. Morirono anche Sciascia e Manganelli, e Arpino, e Caproni, e Contini, Filippini, e Masini. In quell’anno, che è l’anno in cui morì il babbo, scoprii anche che una decina d’anni prima era morto Gatto, credo in un incidente d’auto. Poi sono morti un po’ di scrittori « giovani » – Porta, Costa, Vicinelli – e qualcuno lo conoscevo anche, come Spatola, che però aveva fatto a tempo ad andare al Maurizio Costanzo Show a fare Aviation Aviateur. Poi la Rosselli si è buttata dalla finestra (Primo Levi si era buttato dalle scale). Poi è morto Bellezza. Poi è morto – si può dire ieri – Bufalino. Una volta scrissi anche un epigramma sui morti, questo: « Morto Moravia / morto Pasolini / è rimasto / a portata / di mano / Siciliano ». Quando è morto Fortini – già, dimenticavo: è morto anche Fortini – ho scritto quest’altro epigramma: « Fortini non c’è più / resti tu / e i telefonini ». Mi sono limitato agli italiani e qualcuno sicuramente mi sfugge, ma credo di avere dimostrato che gli scrittori, tendenzialmente, muoiono. (Io l’ho sempre saputo. Per questo non volevo scrivere) “.


s1309virgabato 14 dicembre 1996 – Comincio a pensare che ci sia davvero bisogno di un po’ di vera scienza della letteratura anzi scienza della parola scritta (scienza della scrittura ma anche scienza della lettura) (per esempio: la titolistica). “.

















m944virgercoledì 26 febbraio 1997 – Tanti anni fa, quando ero bambino, per le strade della mia città, mi capitava di vedere certi uomini piccoli, dai tratti somatici forti, dal fare circospetto e irresistibilmente goffo, dall’aria di chi non è di qui ma viene da fuori, ma non per turismo anche se, a ricordare bene, qualche volta ha anche l’aria di divertirsi, e tutti immancabilmente, d’inverno come d’estate, con la pioggia o con il sole, avevano una strana cosa in testa: il cappello. In certi giorni, poi, se ne stavano in piazza, a gruppi, a parlottare, a fare non si sa cosa, a non fare niente, come polli, come piccioni, come ora, nelle città in cui viviamo, si vede fare ai filippini, ai pachistani, ai polacchi, agli albanesi, agli africani. Mi sembravano tutti uguali, e tutti comicamente diversi da noi, che eravamo di qui, cioè di quella piccola città, che, in ogni caso, stavamo – sempre – in città. Erano i contadini: quelli che stavano in campagna, quella che, come si poteva vedere anche solo affacciandosi fuori dalle mura, circondava la mia – fortificata? addormentata?- città come un immenso mare verde, giallo, nero, viola – la campagna, con la serie regolare illimitata movimentata delle colline, mi è sempre sembrata una specie di mare, guardandola dalla mia finestra mi sembrava di affacciarmi su una vasta distesa d’acqua, abitando in periferia mi sono sempre sentito come se abitassi in riva al mare. Dico queste cose perché ho letto che quest’anno è l’anniversario del cilindro, il cappello haut-de-forme, che sembra si sia cominciato a portare, fra lo stupore generale, ma soprattutto delle signore, in Inghilterra, nell’anno 1797; che è una specie di super cappello, il cappello nella sua forma quintessenziale, una specie di personificazione della « cappellità ». Già l’anno scorso, nelle « dirette » televisive dai campionati del mondo di calcio, uno dei gadget più diffusi era una specie di spropositato cilindro da cappellaio matto – si era anche in quel caso in Inghilterra -, segno che la faccenda già un anno fa era nell’aria, sempre percorsa da fremiti, suggestioni, visioni, dei produttori di cose inutili ma simpatiche cioè buffe cioè significative cioè maledettamente importanti. Il cappello è un simbolo virile e, per tornare agli agricoltori di cui sopra, quel loro portare il cappello mi sembrava un modo di essere uomini, e, poiché lo portavano tutti, un modo essere uguali – i contadini, c’è anche da dire, erano tutti comunisti. Uguali fra loro, uguali nel cappello, uguali senza bisogno di dirlo, uguali senza parole. Questa uguaglianza, così immotivata, così reale, così visibile, così precostituita, a me sembrava strana, come se mi costringesse a chiedermi a chi ero uguale io, che non portavo in cappello o comunque non l’avrei mai portato in quel modo (senso). Chi era uguale? chi era diverso? chi era di qui? chi era di fuori? Tutti quei cappelli, tutti quei piccoli uomini che non si sapeva che facessero, che erano buffi ma senza accorgersene, che apparivano solo ogni tanto e poi non si sapeva dove fossero andati, che sembravano sempre in tanti, in gruppo, in branco, come animali, che sembravano tutti uguali, come se fossero copie di una stessa persona, che stavano lì, in mezzo alla piazza, sotto il sole, come sassi, come alberi, mi facevano anche paura. Dico queste cose perché ieri sera in tv si parlava del caso della pecora clonata, cioè di ingegneria genetica, ovverosia di bioetica. Questi discorsi sulla clonazione, cioè sulla possibilità di produrre un essere vivente in tutto e per tutto identico a un altro, di « copiare », per ora una bestia, ma poi, pourquoi pas, un uomo, mi interessano ma mi sembrano un po’ fuorvianti. Perché a me pare che al mondo si copi e si sia sempre copiato, che non si faccia altro che copiare, che la « gente » non voglia fare altro che copiare, che tutti ci sentiamo tranquilli soltanto quando siamo convinti di essere non dico la copia perfetta ma quasi di un altro. È strano ma è così. Lo penso sempre: quando sulla spiaggia in mezz’ora conto cinquantasette ragazzi con il « pizzetto » – mi è successo davvero -, quando alla tv in dieci minuti « registro » dodici signore vestite di rosso, quando, nel tempo di una passeggiata a Villa Borghese, constato l’esistenza di trentuno ragazze con il cane, quando leggo lo stesso titolo su otto quotidiani diversi, quando mi rassegno all’idea che, se sento chiamare « Andreaaaa! », anche stavolta non stanno chiamando me. Essere uguali, cioè somigliare è la grande passione di tutti. Somigliare è una specie di prova dell’esistenza, se non di Dio, di qualcuno che ci ha fatto, ci ha pensato, ci ha voluto, è la dimostrazione che non ci siamo per caso, ma secondo un disegno, un progetto, una volontà, una legge. Essere stati voluti – essere figli di qualcuno – ci dà dei diritti e di diritti pare che abbiamo sempre bisogno. Inoltre, somigliando, non ci sentiamo soli, c’è sempre almeno un altro con noi, cioè quell’altro che ci somiglia. Questa è la verità. Poi c’è chi è contento di somigliare e c’è chi se ne vergogna. C’è chi copia di nascosto e chi lo fa con baldanza. Come quel vecchio cronista che, appena arrivato al giornale, si sentì in dovere di raccontarmi che a scuola c’era il suo compagno di banco che non lo voleva fare copiare e nascondeva il foglio con la mano ma lui gli prese il braccio e, stringendolo in una morsa d’acciaio, gli disse: « O mi fai copiare o te lo stacco » e quello naturalmente lo fece copiare; ed è stato allora che ho cominciato a capire che i giornalisti sono quelli che copiano senza vergognarsene anzi con una certa irruenza anzi con una vera passione. Comunque tutti copiano, tutti vogliono essere uguali, anche se qualche volta non si capisce a chi. Come il cassintegrato con la Land Rover che tutti i giorni mi domando per chi voglia essere preso. Come quei lavoratori della terra che portando il cappello forse si illudevano di sembrare « cappelli » cioè proprietari terrieri. Come quella campagna che, una collina dopo l’altra, un verde di seguito a un altro, incantava la mia vista come un meraviglioso sconosciuto mare. Come me, che anche io copio sempre e anche in questo momento sicuramente sto copiando, qualcuno, forse uno scrittore, forse un diarista, uno che scrive un diario, uno che scrive, che si illude di scrivere stando di fronte a una movimentata, eternamente misteriosa distesa d’acqua. E la pecora? Ecco: il brutto della clonazione è che sa di poco. Che gusto ci può essere a copiare una pecora, a fare un’altra pecora, come se quella di essere pecora non ne avesse già abbastanza? Magari voleva somigliare a un cavallo, o a un gatto, o a un lupo – ma anche di lupi ce n’è abbastanza. E poi le pecore sono tutte uguali, una più o una meno non cambia niente. Capisco un contadino che porta il cappello, una campagna che vuole sembrare un mare, un povero scemo che finge di scrivere, capisco tutto, la cappellità, la acquoreità, ma le pecore… O fanno dormire o servono ai lupi. (Stamani non ho comprato il giornale perché il giornale era in sciopero e se il giornale era in sciopero vuole dire che i giornalisti, non solo non si vergognano di copiare sempre ma vogliono anche più soldi. Io, invece, non voglio mai niente, perché non sono niente, nemmeno una copia, oppure la copia di un niente, e anche per questo scrivo un diario – o viceversa – che, come dice Jean Rousset, è un « testo senza destinatario » (Le journal intime: texte sans déstinataire?, in «Poetique», n. 56, 1983 – non so altro perché la biblioteca non possiede quel numero della rivista ), è una specie di lettera non spedita o spedita dove non può arrivare per esempio ai posteri, alla « posterité », ma quello, credo di avere letto, da qualche parte era Proust, e io a copiare uno così non ci penso nemmeno, perché, io, mi vergogno) (Ormai mi vergognerei anche a portare un cappello) (E, a proposito di lettere, di poste, di pacchi postali, di mittenti e di destinatari, sulla scatolina di cartone da cui è stato sottratto ad opera di ignoti – a Roma ladrona? a Milano ladrona? – il modesto collier omaggio della ditta francese produttrice di formaggi Camembert – che più puzzano e più sono buoni – leggo una scritta – « maggi francesi » – che lì per lì mi stupisce, come se dal passato giungesse a me, stralunato futuro, una fetente madeleinette di quell’anno mirabile, ma è solo una carta strappata, un frammento, un lacerto, un dettaglio, un ricordo rubato alla dimenticanza) “.


g487virgiovedì 20 marzo 1997 – « Tènere le distanze »: in questo breve motto di mia, non faccio per vantarmi, invenzione, che è soprattutto un calembour cioè a dire un gioco di parole cioè un gioco e come tutti i giochi è un po’ buffo, un po’ puerile, un po’ scemo – un po’ « tènero »: fa sorridere, fa « tenerezza » – si afferma che, a differenza di ciò che spesso si crede, le distanze sono « tènere ». « Tènere » significa in questo caso il contrario di odiose, dolorose, o addirittura strazianti; come in un film sentimentale « tenerezza » è sinonimo di dolcezza, benevolenza, forse, chissà, amore. Che la « tenerezza » stia nella distanza non è oggi una cosa facile a capirsi. Per esempio, che in quel breve in-tervallo che separa la lettura della frase « tènere le distanze » dalla sua piena comprensione – capirla non è difficile, ma ho notato che non tutti ci riescono subito e, in un primo momento, dato che leggono « tenére le distanze » hanno l’aria di volersi adombrare come se avessero ascoltato un insulto e solo dopo un po’ capiscono il trucco cioè lo scherzo cioè che è tutta una questione di accento -, in quell’attimo di spaesamento che fa sentire chi legge un pochino stupido, un po’ troppo « distante » dall’oggetto della sua lettura, cioè dal senso delle parole che cerca di decifrare, come se non fossero sue ma solo di un altro – quello che le ha scritte – e tali fossero destinate a restare negando così lo scopo stesso della lettura che è la comunicazione di un pensiero, la comprensione di quello che un altro ha in mente, la solidarietà fra due estranei, il contatto fra due perfetti sconosciuti – e allora, come farebbe un miope, chi legge non vede di meglio che cercare di ridurre questa distanza malevola e si avvicina, o, come minimo, inforca gli occhiali -, che in quel contenuto spavento che è connaturato comunque sempre, io credo, all’atto della lettura, alla decisione di leggere, ci sia qualcosa di « tènero » sembra effettivamente difficile da dimostrare. Eppure io penso che sia così. Quello che penso è che la « tenerezza », per non dire l’amore, è almeno altrettanto « tenersi » lontani che avvicinarsi, restare a una certa distanza, a quella certa distanza, dalla quale, come quando si scatta una foto, si distinguono bene i contorni della figura che si sta inquadrando, e ciò che, un po’ più vicino o un po’ più lontano, appare nebuloso, confuso, sgradevolmente vago, il volto, il corpo si precisa in tutta la sua confortante esattezza, si illumina di ciò che le è proprio e che, l’ab-biamo sempre saputo, ci piace. Per quanto è doloroso sgranare gli occhi per cercare di riconoscere qualcosa che è troppo irrimediabilmente lontano, oppure doverli chiudere di fronte a qualcosa che, troppo vicino, ci appare innaturalmente, spaventosamente enorme, strano, quasi deforme, così è un immenso piacere guardare qualcosa che amiamo là dove è giusto che stia, come amiamo che sia, prossimo ma non assillante, nelle sue proporzioni reali, nella sua « tènera » estraneità. Tutto questo l’ho pensato sfogliando su un antico fascicolo di «Paragone letteratura» (n. 20, agosto 1951) un conosciutissimo racconto di Calvino: L’avventura di una bagnante, che anche io, come molti da allora hanno fatto, avevo già letto in quella raccolta dei suoi racconti che si chiama Gli amori difficili. Leggerlo così, su una carta francamente gialla, dentro un libretto dalla copertina austeramente verde – un cauto assennato verde degli anni Cinquanta -, leggere la data: « 1951 », pensare che allora, in quel-l’estate remota, io avevo sei anni, e, se leggevo, non leggevo di certo Calvino, tutto questo istituisce fra me e questa storia una distanza che non avevo previsto. Quello che sta accadendo, penso, è esattamente questo: un cinquantatrenne legge qualcosa scritto quarantasei anni fa da uno che aveva venticinque anni quando lui ne aveva sei. Quello che di seguito penso è che, capire veramente di che si tratta, in queste condizioni non può essere facile. Ma questo è solo un esempio, perché la verità è che, quando si legge, non si capisce mai davvero ciò che si legge. Anzi, io penso che il piacere del leggere è in una certa parte proprio nel non capire – oppure capire solo in parte, interpretare, divinare, fraintendere. Si legge per sentirsi un po’ fessi – fesso chi legge, come dice l’antico graffito? No: chi legge non è co-sì fesso, se legge avrà pure le sue ragioni, il suo tornaconto, ci troverà il suo gusto. Che sia la « tènerezza »? Bisognerebbe pensarci su. Per intanto, poiché la comprensione piena, l’intelligenza integrale, la celebrata chiarezza sono tutte almeno improbabili – di questo sono sicuro -, è bene che ci sia qualcos’altro a portata di mano – o di occhio, o di orecchio -: la « tènerezza », forse. “.


s1365virgabato 24 maggio 1997 – Sono molto contento della didascalia che ho scritto oggi. Sotto a una foto, che ho ritagliato da non so quale pubblicità, e in cui si vede una statua equestre caduta ai piedi del piedistallo su cui poggiava – si vedono sia la statua che il monumentale basamento – ho scritto: « Il rovesciamento della prassi ». Sono molto contento perché ciò che è evidente nella foto è che si tratta proprio di un rovesciamento, e ciò in molti sensi. Perché: 1 quello che stava sopra – la statua – ora sta sotto, e quello che stava sotto – il piedistallo – ora sta sopra. 2 la statua, essendo caduta per così dire « a capofitto », ora si trova in una strana posizione: il cavaliere – che prima stava, come tutti i cavalieri, sopra – ora sta sotto, e il cavallo – che prima stava, come tutti i cavalli, sotto – ora sta sopra. Cosicché quello che vediamo è una cosa mai vista prima, e decisamente buffa – il ché a una foto conviene sempre -: niente di meno che un cavallo a cavallo di un cavaliere – il chè poi non è vero perché chi continua a cavalcare è il cavaliere, che però lo fa in una posizione strana, mai vista prima, seguendo una prassi rovesciata rispetto alla consuetudine e al buon senso, cioè da sotto, anche se comunque il più strano, il più « buffo », rimane il cavallo, con la sua panciona arrovesciata, rivolta al cielo, e gli zoccoli che, invece che sulla terra, scalpitano nell’aria. 3 quello che stiamo vedendo è una foto e una foto è in molti sensi – anzi in uno solo: nel suo – sempre un rovesciamento, l’opposto di qualcosa, il suo contrario, la sua negazione, la sua rivoluzione. Perché è la copia di un originale, il falso di un vero, l’artificio, la cultura di una natura. La foto è una rivoluzione? In questo senso – il suo senso – sì. Anche per questo sono molto contento di avere usato come didascalia per la mia foto una celebre locuzione di Karl Marx. Che, in quanto a rivoluzioni, non scherzava. “.


l1851virgunedì 9 giugno 1997 – L’idea delle didascalie mi è venuta quando facevo il giornalista. Vedevo arrivare tante telefoto da ogni parte del mondo, alcune bellissime, altre raccapriccianti, altre francamente ridicole, e io, che mi sentivo ammirato, o sconvolto, o un po’ strano come ci si sente quando ci fanno ridere, avevo l’impressione di dover dire qualcosa, e soprattutto di volerlo dire, e mi chiedevo di che cosa potesse trattarsi. Così qualche volta ripescavo dal cestino qualcuna delle foto scartate o già usate e mi provavo a scriverci sotto una didascalia, ed era sempre una didascalia strana che, se l’avessi scritta per il giornale, mi avrebbero cacciato su due piedi, ma a me, qualche volta, piaceva parecchio, come se avessi azzeccato la parola giusta, avessi fatto centro, avessi trovato l’apriti Sesamo di quel muto, sigillato oggetto che mi stava di fronte. Del resto, penso ora, i giornalisti, a differenza degli altri scrittori o, se si preferisce, scriventi, in un certo senso non scrivono mai altro che didascalie, cioè scrivono qualcosa a proposito di qualcos’altro che non è scritto, cioè che non si legge, ma si vede: una foto, un quadro, un film, le notizie, cioè, come si dice, il mondo. Ed è meno facile di quello che sembra. Perché il giornalista fa sempre un doppio gioco: il suo e quello della foto, del quadro, del film, delle notizie, cioè, come si dice, del mondo. Che poi, magari, è anche triplo perché si scopre che anche la foto, il quadro, il film, il mondo non si limitano a fare il loro gioco ma fanno qualcosa come un doppio gioco. E anche questo diario, che è anche un giornale, in un certo senso è fatto solo di didascalie. Didascalie di oggi, didascalie di ieri. Perché forse, come tutti quelli che scrivono, io non ho mai scritto altro che didascalie. Per esempio, tanti anni fa, sotto la foto di un certo ragazzo che conoscevo, avrei scritto, senza il minimo dubbio, in bei caratteri allegri: « Amico », mentre ora, tanti anni dopo, mi trattengo a pena da scrivere, rabbiosamente: « Nemico ». Oppure, qualche anno dopo, sotto la foto di una ragazza che forse non era bella ma a me piaceva infinitamente, avrei scritto, se ne avessi avuto il coraggio: « Amore », oppure: « Grande amore », oppure, se non avessi avuto paura di esagerare: « Immenso amore ». Dico « sotto », perché, dal punto di vista della pagina, le didascalie si scrivono « sotto », ma a me, da qualche tempo, scrivendole, mi sembra di doverle scrivere sotto qualcosa che è esso sì veramente « sotto », dico sotto a me che scrivo, così che, per riuscire a scriverle sotto, mi tocca a fare dei movimenti stranissimi e faticosi come neanche un contorsionista del circo. E questa non è la sola cosa strana perché, per esempio, la didascalia, come ho detto, si scrive a proposito di qualcosa – una foto, un quadro, un film, il mondo – che ci sta davanti, ma, scrivendola, capita anche di accorgersi che ciò che sembrava che stesse « davanti » in realtà sta « dietro » e allora, a parte il fatto che mi prende il nervoso, il problema diventa quello di riuscire a mettersi, per così dire, dietro ciò che sta dietro, e, francamente, non è per niente facile. Ma, a parte me o i giornalisti, io credo che tutti quelli che scrivono in un certo senso scrivono sempre didascalie, cioè qualcosa che si riferisce a qualcosa che hanno visto, magari in sogno o con gli occhi della fantasia. Perché quello che hanno visto non c’è altro modo di dirlo, per loro, che con le parole. E, in questo senso, scrivere è sempre un « reagire », una « reazione », e forse per questo c’è stato chi ha detto che gli scrittori sono comunque un po’ reazionari. Forse dico queste cose perché siamo in un’epoca in cui quello che si vede – cioè che si mostra, perché, se si vede, è perché c’è qualcuno che lo mostra – è molto di più di quello che si scrive, anche se i giornalisti, scrivendo come pazzi, cercano di pareggiare il conto. Però restano sempre soltanto didascalie. Cioè frasi corte, di poche parole, un po’ misteriose, che stanno sotto, che si può anche fare a meno di leggere, a meno di non averne proprio bisogno. “.


m946virgartedì 10 giugno 1997 – La didascalia si può intendere anche come una specie di cohabitation. Deve dividere il potere con una forza – l’immagine – che, in un certo senso, le si oppone, a cui, in un certo senso, si oppone, che magari è preponderante, che vorrebbe governare da sola, come forse vorrebbe anche lei. Deve adattarsi a una prospettiva estenuante, dove nulla risulta « decisivo », ma tutto conta. Coabitando, nessuna delle due forze è più soltanto se stessa. L’immagine deve accettare di vedere almeno un po’ contraddetto l’imperativo del silenzio assoluto. La parola deve sottomettersi a quella potente entità vistosa, che gode del beneficio dell’evidenza e della simultaneità. In ballo ci sono i sensi, il corpo, il corpo elettorale. Fino a che non si torna, come si torna, a votare. (In ogni caso, poiché siamo in democrazia, sono vietati i colpi di stato) “.


g490virgiovedì 12 giugno 1997 Nella foto la didascalia ammira il silenzio. Essenziale. Eloquente. Vorrebbe essere così: esatta, puntuale, perfetta. La didascalia – che odia le chiacchiere – non può tuttavia fare altro che limitarsi ad essere « di poche parole ». “.

















m942virgercoledì 24 settembre 1997 – Oggi è un giorno piuttosto importante perché ho trovato una foto di Helmut Newton che conferma certe mie idee che risalgono ad almeno vent’anni fa. La foto, che si intitola Donna distesa – Beverly Hills, 1988 – mostra l’interno di una camera da letto in cui si vede un letto con sopra una donna supina a gambe assolutamente spalancate che mostra all’obbiettivo cioè a noi cioè a me il sesso nudo e aperto – la donna, di cui non si vede il volto perché la testa è sprofondata nella morbida superficie della trapunta – arabescata -, è completamente nuda, anzi lo sarebbe se non fosse per qualcosa di nero che probabilmente è la gonna arricciata intorno alla vita e le due scarpe newtonianamente nere e newtonianamente dotate di tacchi altissimi – e, mentre se ne sta così « distesa », abbandonata, « spalancata », con la mano sinistra accarezza un piccolo cane del tipo bulldog – che sia un « carlino » tipo Ripa di Meana? – che le sta accanto. In primo piano, a sinistra di chi guarda, marginalmente rispetto all’evidenza del corpo femminile protagonista della scena, c’è un accessorio domestico così scontato – o così imprevisto – che lo notiamo solo in un secondo momento – anche perché siamo tutti presi dalla visione della magnifica nudità: un televisore acceso – sullo schermo qualcosa che forse è una pubblicità, sicuramente una mano – di donna – che impugna qualcosa. Decidendo di riprodurre la foto per la mia serie Rossori / Didascalie 1997, ho anche deciso che la intitolerò La donna con il cane. Ma La donna con il cane è anche il titolo da me attribuito a una foto di Robert Capa che qualche giorno fa ho riprodotto, e, riproducendola, non ho potuto non pensare a una foto – mia, questa volta – che, appunto, ho ugualmente chiamato La donna con il cane. La scattai un po’ più di vent’anni fa – nel 1974, per l’esattezza – sugli scalini della fontana di Piazza Santa Maria in Trastevere. Era l’epoca in cui « ero fotografo » o, comunque, mi chiedevo se non fosse il caso di diventarlo. Inquadrati dall’alto, vi si vedono una ragazza vestita di nero – anche i capelli sono neri – che siede voltandomi le spalle sugli scalini che circondano la fontana, mentre, accanto a lei, un cagnetto senza pedigree, bianco e nero anche lui, mi guarda dal basso con quell’aria bu