diario romano / 1b

Sabato 1 novembre 2014

e704duardo? Nun me piace Eduardo…














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“ 27 maggio 1992 – « Avendo l’udire sottile, sì come le più volte veggiamo avere gl’infermi. » (Boccaccio, Decamerone – Ser Ciappelletto) “.


Domenica 2 novembre 2014

l1740ei legge il titolo del ddibbattito di oggi: “ I poteri in conflitto al tempo del governo Renzi “ e mi chiede: “ Perché « al tempo »? “. Già, perché? Perché parlano così? Perché scrivono così? Rispondere è difficile, e soprattutto un po’ lungo. Perché bisognerebbe tornare indietro, molto indietro, fino a scoprire da dove il primo giornalista estrasse la frasetta fatidica, che negli anni ha avuto così tanta fortuna, fino a diventare un topos, una formula, un must, un adagio, un comodissimo modo dire. Tutto, io credo, comincia parecchi anni fa, quando, nel 1985, Gabriel Garcia Marquez scrisse un romanzo dal titolo: L’amore ai tempi del colera, da cui, soprattutto, è stato tratto, trent’anni dopo, un film – con Giovanna Mezzogiorno etc. Fatto sta che ai giornalisti – che non si sa se leggano i libri, ma di sicuro vanno al cinema – quel “ ai tempi “ è piaciuto. Piaciuto così tanto che si sono dati a scriverlo ogni volta che fosse possibile e anche qualcuna di più, con l’inesorabilità di un virus, di un’epidemia, di una pandemia, di un colera… È anche vero che un giornalista direbbe che colerare è sempre meglio che lavorare, e forse avrebbe ragione lui. Comunque è meglio che scrivere un diario etc. (Poi mi giro – ebbene sì, io alla televisione, quando posso, gli volto le spalle -, e vedo che il giornalista Filippo Facci si è fatto – anche lui! anche lui! -, crescere la barba. Ma mi facci il piacere mi facci… )


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“ 11 febbraio 1992 – Io recepisco i media con l’attenzione pensosa che merita il discorso di un pazzo. E tuttavia il « pazzo » continua a parlare. (Chi è il pazzo?) “.


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La preghiera laica del bagnino (1997)

La preghiera laica del bagnino (1997)


Lunedì 3 novembre 2014

A1421l mio Amico che scendeva bel bello insieme ai suoi ospiti nelle meravigliose acque del mare di Ginostra dicevo all’incirca che: Se questa è la cultura, allora io la cultura la odio etc. Infatti io, per entrare in acqua, non mi ero tolto nemmeno le scarpe etc. Poi mi sono reso conto di sentire un gran dolore dove lo sento sempre, dove so di dovermi operare. Mi chiedo come potrei chiamare questo sogno, forse potrei chiamarlo il sogno dell’Invidia – scritto maiuscolo, come in un cartiglio medievale, come il nome di un peccato capitale. Come una malattia, mortale.




New entry: “ Concorsista “. (Rainews24)

Ogni tanto, grazie a Google Alerts, mi giungono notizie di Daniele Del Giudice. Ma non è mai lui. Oggi era uno che gioca nell’Hermes Casagiove (Pozzuoli) nel campionato di calcio di Eccellenza. Credo sia stato squalificato.


Mercoledì 5 novembre 2014

s1178otto la foto dal titolo “ Malinconica Roma “ che Carlo Verdone ha regalato ai lettori di Repubblica scriverò questa didascalia: “ Timeo Danaos “.

verdone

Dice che c’è stato un “ faccia a faccia “ fra Renzi e Berlusconi. Dice così.


Giovedì 6 novembre 2014

s1179tamani, prima di cominciare a scriverlo, avendo pochissima voglia di farlo, penso al mio diario. Penso che ogni mia nota dovrebbe essere accompagnata da una “ leggenda “, da un’etichetta, un timbro, qualcosa, insomma, che ricordasse che è la numero (…), cioè l’ennesima di una serie esageratamente lunga, tendenzialmente infinita, e che il suo “ valore “, dopotutto, risiede solo in questo, nell’essere la ripetizione testarda del medesimo gesto, compiuto un numero illimitato di volte, come in un esperimento scientifico, in una performance artistica etc. Credo che intendessi dire questo quando, tanti anni fa, scrissi: “ 25 ottobre 1987 – Questo diario: una specie di action writing? “. Quello che tuttavia, stamani, penso veramente è che questo non è quello che volevo fare, assolutamente non lo è. Assolutamente non volevo scrivere, e soprattutto un diario. Io volevo fare qualcosa d’altro. Io, soprattutto, non volevo sparire, non volevo morire.

Dice Saviano: “ Guardare in faccia il Male è l’unico modo per combatterlo “. Allarmi siam faccisti, dico io. Che non sono Saviano.

La verità è che Roma non è “ malinconica “: è “ triste “, anzi, è “ lugubre “, anzi, è “ squallida “ – “ Giovedì 5 giugno 1997 – Stamani Roma mi piace meno del solito. Mi basta poco a decidere che è brutta: il nome di un’« hostaria » – « Secondo Matteo »: spiritosi… -, la faccia – assolutamente sconosciuta – di una vicina di fila nella fila di auto che si inerpica stancamente su per il Muro Torto, il grigio sporco del cielo che qui, quando è grigio, è grigio, senza neanche l’attenuante della nuvola di smog. Da quando è morto Pasolini, non c’è più nessuno che dica che Roma è brutta. Quanto sei brutta Roma… Sì, Roma è brutta. Brutta come una vecchia bagascia, come una donna che era carina ma che poi si è « lasciata andare », come una donna che magari si è data un po’ da fare, ma ha conservato dentro di sé un fondo di squallore profondo, metafisico, irriducibile, da zitella, da monaca, un fondo di grigio, sotto al superficiale rosso. Roma è brutta perché – stamani lo penso – non sa di niente. Penso di averlo sempre saputo, fino da quando ci venivo da piccolo a trovare una nonna che non suscitava in me la minima emozione – era l’altra che amavo con tutto me stesso -, fino da quando ci venivo da adolescente e vedevo, credendo di divertirmi, cose che mi sembravano goffe e ridicole: la Roma degli anni Sessanta. Di Roma non si può dire niente, io almeno non ci riesco. « È grande », ecco il massimo che si può dire. E poi neanche tanto: non è veramente grande, immensa, infinita, fantascientifica come Città del Messico, come Tokio, come il Cairo, come Los Angeles, etc. etc. Il massimo che Roma  riesce – anzi: è riuscita – a essere è « buffa », e questi sono appunto gli anni Sessanta, gli anni del cinema. Ma il cinema secondo me è finito, e non c’è niente di più triste, di più vuoto, di più squallido, di più sporco di un cinema quando lo spettacolo è finito. A me di tutte queste cose non dovrebbe importarmene niente, perché io non sono di Roma. Purtroppo però ci abito e, purtroppo, non so ancora perché. E stamani mi sento straniero, ma non come gli stranieri del cinema, tipo Vacanze romane, mi sento straniero come un toscano, perché io sono toscano. E, se un toscano sta in Toscana, che altro deve fare se non restarci? È quello che dovevo fare io. Ma non l’ho fatto. Quanto sei brutta Roma… Quanto sono bischero io. (« Ma la Toscana è tanto bella? » Per essere bella è bella, ma con quello che dico la bellezza non c’entra. Quello che dico è, forse, che la Toscana è. O almeno era. O almeno crede di essere. O almeno credeva di essere. Se fossi in Toscana, penso stamani, sarebbe tutto più semplice. Ma forse non è affatto così ») “.

“ [S]oluzioni grottesche (quella dell’incontro con la prostituta che si rivela un omosessuale ha davvero un fondamento filologico?) “. Il “ buon ” Luperini continua a interrogarsi sul Leopardi di Martone [*]. Però, secondo me, sbaglia: a pensare che Martone abbia sbagliato qualcosa. Dovrebbe invece chiedersi in che senso – in quello di Martone – non abbia sbagliato niente. Dovrebbe indagare la filologia non già di Leopardi, ma di Martone.

[*] Risposta su Leopardi, in La letteratura e noi.


Venerdì 7 novembre 2014

C1283virgvirgapè segreto e di bordo » « Diario » “ (L’Eredità, Raiuno, ore 19. 32)












Sotto una foto degli scontri davanti alla Città della Scienza di Bagnoli scriverò la seguente didascalia: “ Scccientifico “.- cfr.: ” Domenica 8 maggio 2005 – « Sccc… sccc… scientificamente » (I soliti ignoti, Monicelli, 1958) “.

wcontri


Sabato 8 novembre 2014

m870i sveglio nel cuore della notte e alle mie orecchie giunge da qualche parte un frastuono, le note rumorose di una musica da discoteca. Dunque, penso, a quest’ora c’è qualcun altro che è sveglio, e anche più sveglio di me. La differenza, penso, fra me e lui, è che lui si diverte e io, invece, vorrei dormire. Io ho sempre voluto dormire, o almeno l’ho voluto da un certo momento in poi. Da quando, quarant’anni fa, ho scoperto di avere, soprattutto, sonno. Di avere, soprattutto, voglia di andare a dormire. Ripenso a quella frase famosa: “ Per molto tempo mi sono coricato presto la sera “. Penso che il tempo in cui si va a dormire presto è l’infanzia, e che, se andare a dormire presto è da bambini, da adulti è restare svegli, meglio ancora tirare tardi. Penso che desiderare di andare a dormire è un brutto segno, è un desiderio strano, irrealizzabile. Mi chiedo anche a chi scrivo quello che scrivo. Non certo allo sconosciuto che, da qualche parte, si agita al suono di quella musica fragorosa. Se è vero che lui è sveglio come me, è altrettanto sicuro che non è per leggere, ma per ballare. Poi torno a dormire, perché per stanotte ho già scritto/ballato anche troppo.

Poi c’è uno che dice che, oggi come oggi, il libro più “ attuale “ è il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte di Karl Marx. Allora, dico io, è “ attuale “ anche il Journal di Edmond e Jules Goncourt. Non so se mi spiego. – “ Martedì 3 novembre 1998 – « 10 janvier 1862 – Ce temps-ci n’est point encore l’invasion des barbares, il n’est que l’invasion des saltimbanques. » (Jules e Edmond de Goncourt, Journal. Memoires de la vie littéraire) “.

La cultura ha bisogno di soldi “, dice quello di Repubblica. Quando si dice “ battere cassa “, dico io. Che so che anche oggi non riuscirò a non comprare Repubblica.


Domenica 9 novembre 2014

o710ggi è l’anniversario della caduta del Muro di Berlino, ma, soprattutto, è il compleanno della zia Olga. Se fosse viva, la zia Olga avrebbe 121 anni, nemmeno troppi, considerato l’allungamento tendenziale della vita. La zia Olga, anche da vecchia, ogni tanto cantava Giovinezza, ma non è che fosse fascista, è che, anche da vecchia, si sentiva giovane. D’altra parte la zia Olga era stata, ufficialmente, cioè famigliarmente, cioè dalla famiglia, dichiarata matta. Effettivamente, un po’ strana la zia Olga era. Per esempio, si dice che più di una volta le capitasse di uscire, vestita e agghindata, ma di tornare quasi subito indietro, per cambiare vestito, perché aveva deciso di metterne un altro. La zia Olga teneva molto all’abbigliamento, come tutte le donne, del resto, ma forse lei un po’ di più. Ricordo che la guardavo mentre si guardava allo specchio. Ricordo che mi sembrava che, nello specchio, le venisse la bocca storta, ma non era vero, era uno strano effetto ottico, oppure una malignità dello specchio, chissà. Perché, purtroppo, alla zia Olga volevano poco bene un po’ tutti, e forse anche io. Forse tutto si spiega col fatto che la zia Olga era zitella, cioè non si era sposata. Eppure, dice, era bella, dico da giovane, e i corteggiatori, dice, non le mancavano. Però, dice, era troppo “ onesta “, chissà che volevano dire. Avrebbe potuto sposare qualcuno dei soci dell’Accademia dei Rozzi, presso la quale lei lavorava con la mansione di segretaria, uno magari rozzo, ma ricco, chissà. Come capita spesso alle zitelle, la zia Olga andava matta per i gatti, li accudiva, li vezzeggiava, come se fossero cosa sua. Un’altra cosa che faceva solo la zia Olga, nel senso che gli altri si guardavano bene dal farla, era curare il giardino, anche se chiamare giardino quel pezzettino, per quanto attrezzato di terra, è, francamente, un po’ troppo. Dato che quella era una cosa che piaceva fare anche a me, dico zappettare, estirpare l’erbaccia, piantare qualche pianta, succedeva che ci incontrassimo spesso, io e la zia Olga, fra le fresche, ombrose, frasche. Fu così che accadde il famigerato episodio del colpo di zappa, mio, sulla testa, sua. Mi pare di ricordare che fu un puro incidente, cioè che, sollevando in alto, all’indietro, l’attrezzo per farlo poi ricadere con accresciuta forza sulla sottostante zolla, colpii la vecchietta che mi stava alle spalle, provocando gli altissimi lai della medesima, che, d’altra parte, era nota per essere una che strepitava spesso, che amava fare la “ vittima “ etc. Non ho mai veramente capito se, almeno un po’, io l’abbia fatto apposta, la verità è che, per la zia Olga, vigeva una specie di statuto speciale, nel senso che chiunque, nei suoi confronti, godeva di una sorta di impunità, di licenza di maltrattarla a piacere. In ogni caso, quando, una volta, la portarono via, per ricoverarla, perché, come ho detto, dicevano che era matta, e poi io andai insieme alla mamma a trovarla, io ci rimasi malissimo, di vederla lì, in mezzo ai matti veri, a quelli che si vede che sono matti, perché io sapevo lei matta non era, non poteva esserlo, non doveva, assolutamente, esserlo. Infatti tornò quasi subito a casa, a fare le sue stranezze, che però, a lungo andare, erano effettivamente un po’ troppe etc. La zia Olga è morta quarant’anni fa, molto prima della caduta del Muro di Berlino, e non se n’è accorto nessuno. Me ne sono accorto poco anche io che, a quei tempi, avevo tante altre cose a cui pensare. Era molto vecchia, più vecchia di tutti quelli con cui aveva, tempestosamente, vissuto, la sorella, il cognato, per non dire degli altri, i miei genitori e me, naturalmente. Mi hanno detto che era tranquilla, dico da quando stava da sola, dalle monache, cioè non aveva più occasione di fare le sue consuete, leggendarie, stranezze.


Lunedì 10 novembre 2014

l1042eggo Luperini che torna sul Leopardi di Martone per fare qualche precisazione. Ma non precisa niente, anzi fa anche un errore, a proposito di Francesco Orlando: “ [P]ur essendo nipote [?] di Tomasi di Lampedusa, quando ha scritto un libro sul Gattopardo ha volutamente ignorato i dati biografici dell’autore, di cui pure ovviamente disponeva in abbondanza, e si è basato esclusivamente sul testo. “. Io, d’altra parte, non me la passo meglio: ho appena scoperto che il Gambero Rosso viene dall’Osteria del Gambero Rosso in Pinocchio. Perché non lo sapevo. Perché, ecco la verità, io non so niente – se lo sapevo l’ho dimenticato. D’altra parte non sono nemmeno sicuro di avere mai letto Pinocchio, né, tantomeno, ho voglia di leggerlo o ri-leggerlo ora. Casomai, mi andrebbe di ri-leggere Leopardi. Oppure la Recherche, ora che so che anche Valeria Golino l’ha letta tutta – mi piacerebbe anche dare una scorsa a Valeria Golino… “ Non l’avrei mai fatto se non fossi stata malata. “, dice la diva. Nessuno è perfetto, dico io. Che ogni tanto vado anche al cinema… (In realtà, io sono d’accordo quasi in tutto con Luperini. Soprattutto con la sua, sacrosanta, irritazione. Perché il cinema, lo so per esperienza diretta, è irritante. Da Luperini io vorrei soltanto che facesse uno sforzo – letterati, ancora uno sforzo -, lo sforzo di capire come funziona questa “ irritazione “. Per esempio, pare che nel film di Martone, dico pare perché il film non l’ho visto, la scena culminante sia quella in cui il povero Giacomo va da una mignotta, ma poi scopre che è un femminiello, cioè, praticamente, un uomo. Quello che dico io è che può succedere a tutti, dico di scoprire che una donna è un uomo, basta avere letto, un po’, Proust. Basta avere conosciuto un po’ di donne. Come è successo a me. Che ora, dopo che tanto tempo è passato, mi chiedo: in che senso credevo che fossero donne? in che senso ho poi scoperto che, invece, erano uomini? Per esempio, Valeria Golino. Mentre ne ammiro le vaghe, potenti, “ animalesche “ forme, io, ora, mi chiedo: e se Valeria Golino, fosse, in un certo senso, un uomo? Perché da un po’ di tempo ho capito che il cinema, a dispetto della desinenza in “ a “, è assolutamente, imperativamente, minacciosamente maschile. E tutto quello che ci fa vedere, tutto quello che ci dice, lo è. Anche le bellissime donne, soprattutto le bellissime donne. Cosicché guardarlo, ammirarlo, ammirarle, ci pone in una posizione un po’ strana: quella di rischiare di scoprire di stare guardando, ammirando, desiderando un uomo. Sono piccoli equivoci senza importanza, come direbbe una persona della quale mi farebbe piacere conoscere il pensiero su una questione così “ irritante “. D’altra parte, io penso che la letteratura dovrebbe un po’ interrogarsi anche su se stessa. Di che genere è la letteratura? Perché c’è chi dice che l’” écriture “ è “ femme “, e io non sono più sicuro che abbia del tutto torto. Quello che penso è che c’è stato un tempo in cui la letteratura riusciva a fingersi donna, a sembrare una donna, a parlare come parla una donna, con quella voce che, se non si è sordi, colpisce sempre al cuore etc.)

Una cosa sto cercando di dirvi: che avevo un accidente di bella voce e per quella voce avevo vissuto e sgobbato, e l’avevo fatta diventare parte di me finché aveva assunto un’importanza infinitamente superiore a quella di un semplice mezzo per guadagnarsi la vita. E voglio farvi capire a fondo come mai, quando in Europa mi era successa quella cosa, e la voce se n’era andata senza una ragione apparente, e mi avevano spedito nel Messico, come un brocco sfiatato che non era più buono per nessun altro posto, e poi non ce l’avevo fatta nemmeno là… non aveva significato solo che ero un miserabile, a terra, finito. Qualcosa era morto, in me. E adesso che la voce m’era tornata, d’improvviso come m’era scomparsa, ero infinitamente più scosso di quanto lo sareste voi se trovaste un foglio di cento dollari da qualche parte. Somigliavo piuttosto a un tale, diventato cieco, che una mattina si sveglia e si accorge di vederci di nuovo. “ (James Mallahan Cain, Serenata, 1955 [1937], trad. di Ida Omboni [*]) [*] “ Come autrice è ricordata per alcuni libri per ragazzi pubblicati con Vallardi e per La forza del cestino, divertente antologia di strafalcioni e perle degli aspiranti scrittori, pubblicata con Mondadori. “ (Da Wikipedia)


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” 13 dicembre 1972 – Tenere la bocca chiusa / tenere dentro lo spirito / fa un bel calduccio dentro / e mette voglia di scopare / affiora un sorriso che non vuol dire niente / di uguale / per te / e / per me / guardami fra le gambe / c’est tout. [1] [2]  [1] Questo è realmente il primo testo scritto dal momento in cui ho deciso di ri-cominciare a scrivere. È un testo decisamente brutto, quasi impresentabile, ma non mi sono mai deciso ad eliminarlo. Perché, comunque sia, è un inizio, anzi il discutibile, poco meno che deprecabile, Inizio. Un inizio strano, probabilmente l’inizio di una fine, anzi un inizio dopo la fine, dopo che era già finito tutto. (Per brutto che sia, contiene comunque una parola chiave: “ dentro “) [Forse, penso ora (novembre 2003), l’unico vero diario che ho scritto è questo primissimo che ho poi chiamato Il riepilogo – dura poco più di dieci anni, è, come ogni vero diario, assolutamente intrecciato alla vita reale (a quei tempi, ancora vivevo), è uno scrivere incerto sul suo scopo (allora, fra le altre cose, credevo ancora di voler scrivere un romanzo). È finito con un evento radicale, o che tale poteva essere: i miei cinque giorni di ricovero, in stato di coma, al Policlinico Umberto I. Allora, anche se sono sopravvissuto, io sono morto. Con la mia “ morte “ è finito anche il mio diario. Poi è cominciato qualcos’altro. Una specie di post-diario, di sur-diario: è quello che prosegue, ininterrottamente, da ormai vent’anni] [2] Mi sembra di potere affermare che ormai anche questo che ho chiamato “ post-diario “ o “ sur-diario “ è da considerare concluso.Non ho davvero più da scrivere niente [settembre 2008]


Martedì 11 novembre 2014

u517na sola cosa vorrei sapere, prima di morire: quante sono le cravatte di maglina a righe che possiede il ministro Cesare Damiano? La politica: un mistero buffo. Esattamente come la televisione.











Dicono sempre: “ Poi mi taccio “. Ma a stare zitti non ci riescono mai.

L’Archivio dei diari di Pieve Santo Stefano mi fa sapere che sono esattamente trent’anni che Saverio Tutino l’ha inventato. Più o meno come me. Ma io sono uno e loro sono tanti. La maggioranza diariosa.


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” 20 febbraio 1988 – Una volta che è scesa dai tacchi, una donna si mostra per quello che è e cioè: piccola: vertiginosamente. “.


Mercoledì 12 novembre 2014

p1090rima di morire vorrei anche riuscire a sapere che cosa non ha costruito Renzo Piano, e come fa a costruire tutto lui. L’architettura: un altro mistero buffo – cfr.: “ Giovedì 5 febbraio 1998 – Chi va Piano / va sano / e va lontano / (Se si chiama Renzo, / io penso). “.









Sotto la foto di Roberto Saviano che si fa un selfie con alcune signore scriverò la seguente didascalia: “ Allarmi siam faccisti “.

facc

È buffo: la Sinistra italiana, alla fine (?) del suo percorso è una strana attempata donna vestita stranamente di rosso che, imperscrutabilmente, si oppone a un giovanotto intenzionato a “ cambiare “, ma così imperscrutabilmente che viene il sospetto che il cambiamento consista quasi esclusivamente nel liberarsi dell’anziana signora rossovestita. Quello a cui si assiste è uno psicodramma, cioè un conflitto di “ caratteri “, di passioni, di pulsioni. Insomma, una vera tragedia. C’è anche a chi – non io – viene da ridere. Il fatto è che con le donne vestite di rosso – con le donne? – bisogna saperci fare. Ma saperci fare è un’arte – la settima, per l’esattezza.


Giovedì 13 novembre 2014

i1855o gliel’ho detto: “ C’ha un bozzo come quello della mia nonna… “. Ma non interessava a nessuno. Intorno alla vecchietta sanguinante si affaccendavano in tanti, e ne arrivavano sempre di nuovi. È arrivata anche l’amica, che sta nel palazzo all’angolo, ma anche lei, tienimi che ti tengo… È arrivato anche il barbiere, proprio quello che mi ha tagliato i capelli stamani. Dopo un po’ è arrivata anche l’Arma, e, subito dopo, anche due volanti due della Ps. “ Che è successo? “. Mah. Boh. Nessuno sapeva niente, neanche io. “ Abbiamo sentito gridare aiuto! aiuto! “. C’era la vecchietta, la signora Letizia, lunga distesa per terra, e un po’ più in là quella biondona della badante, che strillava come un aquila: “ Rotta la gamba! Rotta la gamba! “. Mah. “ Sarà una storta… “. Ma quella continuava a gridare: “ Rotta la gamba! Rotta la gamba! “. Mah. Boh. A una sommaria ricostruzione risulta che la signora Letizia, di anni 93, è stata aggredita, alle spalle, da uno che gli ha strappato la borsa, alla badante, facendole cadere, la vecchia e la badante, dandosi poi alla fuga, profittando del quasi buio della piazzetta etc. Poi è arrivata l’ambulanza che ha caricato le infortunate, e anche io, come gli altri, mi sono allontanato dal crime scene. Peccato che la storia del bozzo della mia nonna non l’abbia voluta sentire nessuno. Sarà stato il ’55, o il ’56, e io facevo le prove per quell’operetta in cui avrei dovuto sostenere la parte del primo amoroso – avrei dovuto cantare, con la mia, aggraziata, vocetta di bimbo: “ Con le donne conosco il savoir faire “, nientepopodimeno – e la nonna veniva a vedermi, ma scendendo le scale di pietra della cripta inciampò e cadde, rovinosamente… Comunque se non succedeva questo fattaccio, questo pasticciaccio, io oggi non avrei saputo che scrivere. Dove si vede che non tutto il male viene per nuocere etc.


Venerdì 14 novembre 2014

r522ipenso a un diario: “ 25 febbraio 1994 – « “ Il ricordo dei suoi periodi di carcere non la rende perplesso, quando pensa a queste condanne? “. Egli mi guardò sbalordito, come se non mi potesse capire. “ Niente affatto,- disse tranquillamente – mi sembra del tutto logico: prima andavo dentro io, ora la vicenda è cambiata. Sono io a metterli dentro “. » (Emil Ludwig, Colloqui con Mussolini, 1932) “. Mi sembra una logica, come dire?, “ stringente “.






Seguo la politica solo per capire che io della politica non ho mai capito niente.

Il mondo politico parla, elabora, dà fiato ai polmoni… “, dice Sveva Casati Modignani. Che, anche lei, se potesse li – ci? – strozzerebbe tutti.

Quando ho sentito dire, per la miliardesima volta, che ” è una guerra tra poveri “ ho capito che fare la pace, in ogni senso, conviene.

Lo scrittore Affinati: « È una guerra tra poveri » “ (Tguno, ore 20. 02)


Sabato 15 novembre 2014

l1746ap’ultimo viaggio: “ 1983, gennaio, Malta – La Valletta (Malta) – Saluti da Malta, la merla del Pediterraneo. Proprio al centro del grande lago piscioso, nell’occhio della pozzanghera di fango sorge l’isola, ma sono tre. Dove non sono né inglesi né italiani né siciliani né turchi né greci né libici: sono maltesi, ma neanche questo è vero. Trecento sono le chiese e altrettanti i lotto offices. Dove tutto si scrive in due lingue, ma per strada dicono ciao. Dove pare che vivano del porto, ma forse invece vivono del turismo. Dove vestono le divise di sua maestà britannica, ma hanno le facce da levantini. Dove guidano la carrozzella con i pennacchi, ma alcuni sembrano veri lords. Dove leggono The Times, ma si stampa a Gozo. Dove fumano le Rothmans, ma si producono qui su licenza della casa madre. Dove guidano a sinistra, ma come napoletani. Dove hanno conquistato l’indipendenza dalla madrepatria, ma la madrepatria non è più indipendente. Dove c’è un Caravaggio, ma forse è apocrifo. Dove governa un prete socialista: Dom Mintoff. Saluti da Malta, la capitale della bastarderia. “.


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“ Lunedì 4 marzo 2002 « On appellait “ Auditoire ” les trois années d’études générales de sciences et de lettres par où passaient les étudiants de Genève avant d’entrer dans les Facultès professionnelles. » (Bernard Bouvier, Nota in Introduzione a Henrì-Frédéric Amiel, Fragments d’un journal intime, cit.)[*] [*] Trascrivo questo testo perché, leggendolo, mi sono ricordato che, da ragazzino, quando da grande volevo fare il giudice, venni a sapere dal babbo che il primo grado della carriera era quello dell’« uditore giudiziario ». Dunque, argomento, ciò che forse mi aspettavo di fare era l’uditore. Che forse è uno che, più che giudicare, ascolta. Oppure che giudica sulla base di quello che ha udito. Oppure che giudica quello che ascolta. Comunque ascolta. “.


Domenica 16 novembre 2014

q1059uello che c’è di bello nell’avere l’età che ho è che si può cominciare a “ tirare le somme “. Per esempio con il teatro. Vedendo poco fa in tv Moni Ovadia, e poi anche Marco Paolini, ho capito che io con il teatro non avrò mai più niente a che fare. Non, comunque, nel modo in cui credevo di potercelo avere fino a non moltissimo tempo fa. Va anche detto che, quando, poco fa, la mia quasi-nipotina, vedendomi, si è messa a ridere – non ce la faceva a trattenere le risa, non la finiva più -, e la mia quasi-moglie ha detto: “ Nonno, sei buffo “, ho pensato che una specie di imprevista “ parte in commedia “ potrei averla anche io. Del resto, più buffo di uno che scrive c’è solo uno che scrive un diario…


Ci sono due tipi di compassione. L’una, debole e sentimentale, che è una semplice impazienza del cuore di liberarsi al più presto dalla pena per la sventura altrui, non consiste nel soffrire con l’altro, ma è un istintivo allontanare il dolore altrui dalla propria anima. L’altra, l’unica che conta, è la compassione non sentimentale ma creatrice, che sa quello che vuole ed è decisa pazientemente e condividendo il dolore a tener duro fino all’estremo delle proprie forze, e anche oltre. “ (Stefan Zweig, L’impazienza del cuore, Elliot, 2014 [1939] [*]) [*] Tutto nasce dal fatto che, sabato scorso, ho trovato dagli “ zingari “ questo libro: Stefan Zweig, Felicità proibita, Sperling & Kupfer, 1947, traduzione di Lucia Paparella. Ho fatto una ricerchina e ho scoperto che il romanzo – l’unico scritto da Zweig -, composto a Londra fra il ’36 e il ’38, fu pubblicato nel ’39 in Svezia. Nel ’46 ne fu tratto un film – Felicità proibita, di Maurice Helvey -, ed è da questo che Sperling & Kupfer ha evidentemente tratto il titolo. Nel 2004 Frassinelli ne ha fatto una nuova edizione, con la traduzione di Umberto Gandini, proponendo un titolo che è la traduzione letterale di quello tedesco: L’impazienza del cuore (Ungeduld des Herzens). Nel 2014, la neo-casa editrice Elliot l’ha ristampato con lo stesso titolo e la vecchia traduzione di Lucia Paparella rivista da Giampiero Dati. C’è anche da dire che esiste una Lucia Paparella traduttrice free lance che ha 26 anni e si è appena laureata. Non credo che lo leggerò, anche perché è lunghissimo e lo sta già leggendo Lei.


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“ Giovedì 24 marzo 2005 – Ieri, quando sono tornato a casa, ho sentito che c’era qualcosa di strano. Lo strano era il silenzio, un silenzio « assoluto », anzi, di più.  Un silenzio di un genere come non capita mai di sentire, un silenzio radicalmente diverso dagli altri, un silenzio così perfettamente estraneo all’universo dei suoni che forse non è nemmeno giusto chiamarlo silenzio, perché è qualcosa d’altro. Comunque poi ho capito. Non è che in casa non ci fosse nessuno, c’era lei, c’era il nipotino, ma, ecco il punto, tutti e due stavano facendo la stessa cosa: dipingevano. Così ho creduto di capire perché quel silenzio mi sembrava così sconosciuto, inaudito, inudibile: era il silenzio della pittura. Che è un silenzio che non è, come tutti gli altri silenzi, fatto di suoni, sia pure nel senso che i suoni mancano, che tutto quello che è restato di loro è una specie di traccia, di orma, di eco. No, quel silenzio è totale, è essenziale, cioè è in una dimensione assolutamente diversa da quella dei suoni, dei rumori, delle musiche, delle voci. È il silenzio che nessuno ha mai udito, il silenzio prima di ogni orecchio, umano o animale, in grado di sentirlo. Il silenzio delle pietre, della terra quando al mondo c’erano soltanto pietre e terra. Il silenzio prima della vita, perché la vita non è cominciata. In generale, senza coinvolgere i due innocenti di cui ho detto sopra, credo che sia questo il silenzio che sta calando sul mondo. Il silenzio che impauriva la mamma. Il silenzio che terrorizza anche me. “.


Lunedì 17 novembre 2014

o712ggi non ho voglia di scrivere niente. Così mi limito a rievocare un diario: “ 13 dicembre 1987 – Nell’antico graffito anonimo: « Fesso chi legge », tutta la verità su chi scrive? “.











Stasera ho sentito uno che diceva: “ Le classi dirigenti “. Io, che, purtroppo, vivo a Roma da più di trent’anni, ho pensato: ma de che? Come se ci fosse una direzione in cui andare, come se qualcuno stesse andando da qualche parte… È proprio vero: tutte le strade portano a Roma. Ma a Roma finiscono, perché, dopo, non c’è più dove andare.


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“ Martedì 28 maggio 1996 – I diariologi avanzano molte suggestive ipotesi sulla natura e sulla funzione del diario. Citando Beatrice Didier, Scrivano parla di « accentuazione della lontananza fra evento e scrittura ». Io direi « distanza », e aggiungerei « incommensurabile », cioè non misurabile né nella dimensione del tempo né in quella dello spazio, né in giorni né in chilometri. Localizzandosi sempre nel tempo (cfr. Folena, 1985) ma piuttosto spesso anche nello spazio, il diario crea l’illusione di essere in qualche preciso momento, da qualche raggiungibile parte, mentre invece assolutamente non lo è. Né lì, né allora. Come non è lo mai la scrittura, che è sempre incommensurabile altrimenti che con la scrittura stessa. In-commensurabile come un pomodoro e uno starnuto, un assegno bancario e un’alga marina, un profumo e un certificato elettorale. Una donna e un uomo. È questo lo « scherzo » del diario, il suo « pathos » (cfr. Cases, 1958). Perché, simulando la fotografica evidenza dell’hic et nunc, vestendosi di nomi, di date, di fatti e di parole – tutti gli orpelli della più patetica imperiosa Realtà – difende la sua Irrealtà, procura di non esserci, di restare nascosto, di non essere visto, di tacere. Come ha sempre desiderato. Perché, parlando di tutto – parla molto, parla sempre – senza mai parlare di altro che di sé -, riesce a non dire mai veramente niente di quello che quel ficcanaso di un lettore di diari si aspetta da un diario. Mai. Veramente. Niente. Se è introvabile, è perché è sempre altrove. Perché, deludendo ogni maniacale chilavisto, il diario non si fa mai trovare dove lo cercano. Non è per cattiveria. È che proprio non c’è. (Non fosse che in realtà non lo cerca nessuno) (Quel babbeo di un diario) “.


Martedì 18 novembre 2014

A1425virgrt. 1: l’Italia è una repubblica fondata su Repubblica “.













Il merito, certo, è della bellissima regia di Mario Martone, della sceneggiatura ispirata di Ippolita Di Majo, dell’interpretazione superlativa di Elio Germano. Che sono riusciti a cancellare la distanza scolastica tra l’altezza del linguaggio e la prossimità del cuore. “, dice il professor Marino Niola. Che un giorno dovrà rispondere di quello che dice. Si fa per dire.

Quando vedo che il giornalista Alan Friedman ha fatto una nuova edizione, accresciuta, del suo libro Ammazziamo il Gattopardo, mi chiedo: quale dei due Gattopardi vorrà ammazzare, il romanzo o il film? La risposta, forse, è che “ non c’è problema “. Perché sono abbondantemente già morti tutti e due. Il libro più del film, naturalmente. O no?

Rana pescatrice in trance “ (Dal catalogo dei surgelati Bo Frost) « Forse voleva dire “ tranci “… » Forse era in trance.


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” 3 ottobre 1973 – Al poeta / si addice la vecchiaia? / Sì, / perché lavora sui ricordi. / Che sono anche / di ieri / o di un minuto fa. / Da una frase / o un volto / si aprono voragini di tempo / infinite distanze / prima che dica / la sua parola. / Il poeta è vecchio / come i nomi delle cose. “.


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1916

La nonna, la mamma e il cane Momino (1916)


Mercoledì 19 novembre 2014

i1856o, prima che ritornasse, che ritornassero, stavo perfettamente bene. Prima del ’58, diciamo così. Mi era(no) mancati? Forse un pochino, ma soltanto un po’. Ma tornassero chi? Mah. Boh. Diciamo gli uomini, diciamo i maschi. Diciamo “ loro “. Io, a ripensarci, stavo bene da solo. Senza fratelli, senza niente. Fra i vecchi. Che sono quelli che sono già stati. Che parlano poco. Che non c’è niente da dire. Ci si capisce lo stesso, con i vecchi. Ci si diverte, con poco. Io mi ci divertivo. Ma il divertimento non c’entra niente, era qualcosa d’altro, una specie di perfetta felicità. Era inverno, spesso. Era buio, fuori. Ma dentro era caldo, e illuminato. Dentro era casa, dentro era dentro.


Molto interessante anche “ Camillo Rossotto presidente Raiway “. (Zur Farbenlehre, 88152)

Poi vedo il cavalier Sciarelli, vestita di rosso e di nero, cioè Chi l’ha visto? Che è la cosa più orribile che abbia mai visto. (“ Vivo in un castello del milletrecento “, dice ‘i babbo – scomparso – di una scomparsa)


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“ 2 gennaio 1989, Roma – C’è comunque una tonalità Poe-Baudelairiana anche in Proust. Racconti straordinari spaventi stupori di fronte all’inusitato nel quotidiano. Un uomo che dorme finisce per sprofondare negli incubi. Discesa agli Inferi della tradizione ma anche e forse piuttosto tunnel dell’orrore del Luna Park. Mostri tutto sommato di cartapesta che spaventano perché pretendono di spaventare additano lo spavento. I segnali. Il messaggio. Una terrificante buffonata.


Giovedì 20 novembre 2014

a1427 proposito di ” Sciarelli “: “ Martedì 13 luglio 2010 – Quando vedo Federica Sciarelli – il cavalier Federica Sciarelli (« 15 gennaio 1992 – Nel caso Sciarelli-Cossiga il “ clamoroso “ non è che Cossiga abbia, come si dice, un’amante, ma che (la) Sciarelli sia cavaliere della Repubblica. ») – che conduce la puntata di Chi l’ha visto? dedicata al caso Claps, penso che l’Informazione non è quello che dice di essere. È qualcosa di altro, qualcosa di molto peggio. È un’ossessione. Un’idea fissa. Un’inquisizione. Dice sempre di cercare la verità, ma mente, poiché la verità l’Informazione è sicura di saperla già, fin dall’inizio. L’Informazione, infatti, più che un procedimento, è un sentimento. Un’emozione. Che non si vuole interrompere. Il mio problema è che le donne – queste donne, le donne come Federica Sciarelli, le donne-cavaliere – a me mi deprimono. Forse perché non sono un cavallo etc. Dev’essere bello sentirsi cavallo… “.

Interessante anche il saggio della dottoressa Emanuela Gutkowski, dell’università di Catania: Un esempio di traduzione intersemiotica: dal Pasticciaccio a Un maledetto imbroglio, in “The Edinburgh Journal of Gadda Studies”. Peccato che la povera signora Liliana si chiami “ Balducci “ e non “ Banducci “. Lost in translation.


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“ Giovedì 4 agosto 2011 – « La prova reggina », dice la Sciarelli. “.


Venerdì 21 novembre 2014

a1428 Roma, nove volte su dieci, quando entri in un bar per prendere un caffè, ad accoglierti, sulla parete, c’è una foto. Nella foto ci sono due ometti, dall’aspetto piuttosto comune, con un look che li “ situa “, all’incirca, alla metà del secolo scorso, con, soprattutto, un’aria sussiegosa, “ importante “, come se stessero facendo chissaché, mentre invece, a quanto si vede, stanno solo bevendo un caffè. La scena, a guardarla, fa ridere. Ed è giusto così, perché almeno uno dei due sconosciuti avventori, anche oggi, dopo tanto tempo, siamo capaci di riconoscerlo tutti: è Antonio De Curtis, detto Totò, “ il principe della risata “. Detto questo, riso quanto si vuole, non si può non notare che i due di cui sopra sembrano fare maledettamente sul serio. E la prova è nel fatto che ambedue hanno, sulla testa, il cappello. E non è un cappello qualsiasi, un modesto copricapo, un berretto etc., ma un cappello coi fiocchi, un cappello coi baffi, un signor cappello, è, addirittura, una lobbia. Insomma, si può anche ridere, ma, se si ride, lo si fa a proprio rischio e pericolo. Perché quei due, soprattutto uno, non sono due tizi qualsiasi, sono due persone importanti – uno è addirittura un principe… Io, comunque, non rido mai. Perché essere costretto a vedere quella foto, essere costretto a ridere, ogni volta che prendo un caffè, come se fosse un obbligo, come se facesse parte del prezzo della “ consumazione “, a me, fosse anche la foto più bella del mondo, induce solo malinconia, e anche, perché non dirlo?, un po’ di paura. Del resto, a Roma – a Roma? – è tutto così: ridicolo-e-minaccioso, buffo-e-terribile, fasullo-e-spaventoso. Io non me ne farò mai una ragione.

Benvenuti alle notizie di Rainews Vaticano… pardon… 24… “ (Rainews24, ore 18.00)

Dice che compie trent’anni Scarlett Johansson, “ mamma e donna impegnata “. Dice proprio così.


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“ Giovedì 4 luglio 1996 – La mamma mi diceva: « Fammi un sorrisino ». Ma io non glielo facevo. Non sono cattivo, sono solo stupido. O forse ho dei problemi con la faccia. Se gliel’avessi fatto, l’avrei fatta contenta e magari avrei avuto la recen­sione di Cesare Garboli come oggi succede a Benigni in occasione del suo primo libro. Non mi piace che mi facciano ridere. Non mi piace che mi facciano il solletico. Che mi tocchino in certi punti. Provocando quella reazione inconsulta, quello spasmo – doloroso, spaventoso – che si chiama riso. Avrei potuto fare un sorriso finto, americano, berlusconiano, e anche in questo caso la vita mi avrebbe sorriso di più. La mia faccia – che non è bella – è opaca come un televisore spento. È una faccia perplessa, distratta, preoccupata, impaurita, stupìta, stupida, insomma. Quando sorrido, sorrido come un bimbo: è un sorriso così timido, così candido, che non c’è da stu­pirsi che non lo voglia mostrare. Ma il problema, ormai lo so, non è ridere, è fare ri­dere. Come Benigni. Come la mamma. Fare ridere è un modo di fare. Un modo di dare e di ricevere. Un modo di chiedere. Io non sono cattivo, ma non so fare ridere. (Se a farmi ridere è una donna va ancora bene. È come il pizzicorino delle compagne di classe, una cosa puerile, una cosa di più di trent’anni fa, va bene per i grassi, a me non ricordo che l’abbiano mai fatto, anche perché non sono mai stato grasso. Se a cercare di farmi ridere è un uomo allora il discorso cambia. Perché non capisco che voglia da me che sono un uomo come lui. Quelli che fanno ridere si chia­mano comici. In Italia ce ne sono tanti. Alcuni sono ricchissimi) “.


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Una giornata al mare (1999)

Una giornata al mare (1999)


Sabato 22 novembre 2014

e706 così, anche oggi, con tutto che sono appena le dieci della mattina, è già successo tutto. È successo che sono uscito e ho comprato il giornale. Sapendo che so già quello che c’è scritto. Per esempio una foto, la foto di una donna che urla qualcosa contro i poliziotti. La didascalia dice: “ La rabbia di una donna dopo lo sgombero della polizia a Milano “. Già, le donne. Già, la rabbia. Ecco: io non sono arrabbiato. Magari non ho una casa, magari non sto dove vorrei stare, magari sto per morire, ma non sono arrabbiato. Sono triste, sono sconsolato, sono malato, ma non sono arrabbiato. Mi chiedo se lo sono mai stato, direi, all’incirca, di no. Deve dipendere dal fatto che non ho desideri. La ragazza bionda con il piccolo cane che ho appena visto era molto carina, ma non posso dire di averla desiderata. Stanotte, nel sogno, piangevo: ma non era per una donna, era per un amico. Chissà che intendo dire…


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La preghiera laica del mattina (Anni Ottanta)

La preghiera laica dell’omino (Anni Ottanta)


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“ Martedì 24 luglio 2007 – « Gavazzeni, si può dire, ha letto per antica passione tutti i possibili diari, i libri dei mercanti, i libri dei conti, i libri dei santi, i libri dei pellegrini, i libri dei viaggiatori, i diari di una vita e i diari di un momento della vita, i diari di guerra, i diari di un’avventura, i diari d’amore, i diari della malattia e della morte. I diari dei generali, degli uomini politici, degli artisti, degli scrittori: Montaigne, Samuel Pepys, Goethe, Alfieri, Stendhal, Byron, Dostojevskij, Baudelaire, Leopardi, Tolstoj, Rilke, Musil, Barbellion, Valery, la Mansfield, Thomas Mann, Dossi, Léautaud, Pavese, Gadda, Delfini, Alvaro, Virginia Woolf e tanti altri. Ma per Gavazzeni è il Journal di André Gide il gran modello, il diario totale, quello che più di tutti ha appagato il suo tarlo di lettore e di scrittore. » (Corrado Stajano, Introduzione a Gianandrea Gavazzeni, Il sipario rosso / Diario 1950-1976) “.


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Un diario che non è un diario

Blanchot (1959) è acido e liquidatorio: « C’è, nel diario, la felice compensazione reciproca di una duplice nullità. Chi non fa niente della sua vita, scrive che non fa niente, e così si trova di fronte ugualmente a qualcosa di fatto. Chi non scrive perché si lascia sviare dalle futilità della giornata, si volge a questi niente per raccontarli, denunciarli o compiacervisi, e la giornata è riempita. È la “ meditazione dello zero su se stesso “ di cui spavaldamente parla Amiel »; al contrario, Musil (1904) è possibilista e depresso: « Diari? Un segno del tempo. Diari se ne pubblicano tanti. È la forma più comoda, più indisciplinata. Bene. Forse si finirà con lo scrivere soltanto diari, perché si trova insopportabile tutto il resto. Ma poi a che scopo generalizzare? È l’analisi stessa; – né più né meno. Non è arte. Non deve esserlo. A che serve parlarne tanto? ». E oggi? Ha ancora senso parlarne, c’è, aperta da qualche parte, una « questione-diario »? Si direbbe proprio di no. Chi scrive più diari? Non diciamo i monumentali celeberrimi Journal di Gide, di Du Bos o di Green, che cinquant’anni fa ebbero la stessa « fortuna » delle opere letterarie più famose, ma anche « diari politici », come quello di Ciano o quello del « Che », oppure « notturni », come quello di Flaiano, « romani », come quello di Brancati. Pavese è morto mezzo secolo fa, e sfidiamo chiunque a trovare ancora una fanciulla più o meno bennata che abbia un quadernetto segreto su cui tracciare le linee incerte della cronaca intima. A maggior ragione lascia sinceramente stupefatti l’uscita di un libro come questo La visione del mondo / Diario 1973-1983, per l’editrice Colibrì di Avezzano, voluminoso, imbarazzante, quasi maniacale esempio del ritorno di una maniera che credevamo morta e sepolta. L’autore, Adriano Barra, è sconosciuto. Anzi, era. Dalla breve nota di introduzione risulta infatti scomparso nel 1983, non si dice però a quale età. Nemmeno ci vengono forniti lumi su quale fosse l’attività del Barra, personaggio eccentrico quant’altri mai se si sta a questa Visione, destinato sicurissimamente a restare sconosciuto, o conosciuto esclusivamente per quest’opera, della quale già sappiamo che sarà la sola della sua misteriosa carriera. Un diario? I diari sono molti più d’uno, anzi moltissimi. La verità è che le quattrocento e passa pagine del libro consistono di una strepitosa mole di brani di diario, testi buffi o curiosi, lacerti, brandelli, lampi di diario. Si va dal diario della dama di corte giapponese del decimo secolo a quello del bambino della campagna toscana del secondo dopoguerra, dalle note eleganti del londinese James Boswell, agli appunti « azzurri » del milanese Carlo Dossi, agli scritti in trincea, in prigione, in campo di concentramento, in clinica. Diari in campagna e in città, in segreto e in pubblico, in giovinezza e in vecchiaia; di donne, di uomini, di bambini, di oggetti (c’è anche il Diario di un diario). Diari « americani », « pisani », « africani ». Dai diari « falsi », che sono in realtà romanzi, ai testi strappati in mattine che supponiamo livide alla carta ruvida dei quotidiani. Dal diario di Cavour al giornale (ino) di Gian Burrasca. Dal diario di Trotskij esiliato in Messico a quello di Giovanni Pibiri, carabiniere in Africa. E poi ci sono i parenti: le figlie di Hugo e di D’Annunzio, la sorella di Wordsworth e la sorella di James, il fratello di Svevo e quello di Malaparte. Ci sono i diari di tutti: da Hawthorne a Rilke, da Burroughs a Thovez, a Gavazzeni, a Dalì, Dos Passos, Kierkegaard, Sterne, Stuparich, Larbaud, Landolfi, Michelet, Hegel, Hebbel, Linati, Constant, Von Hofmannstahl, Morselli, Morante, Apollinaire, Benny Lai, Nenni, Nin (Anaïs)… Fino al diario, sempre evocato ma forse mai veramente letto, dell’adolescente ebrea olandese Anna Frank. È una sorta di assemblea plenaria degli scrittori del giorno-per-giorno, un giudizio universale dei diaristi, un coro di voci minime (o massime in tono minimo), un’adunata di gente che, nelle maggior parte dei casi, se c’era, ormai non c’è più. A cominciare dall’autore di questo libro che chiamare « strano » è poco, questo ipotetico Adriano Barra, che fra mezzo a una tale pletora di spunti, note, schizzi, frammenti, giorno-per-giorno trova il tempo di scrivere anche lui il suo diario, le sue note, i suoi frammenti. La sua voce è un misto di ironia e di amarezza. « Scrivo nei ritagli di tempo. – dice Barra – Ormai il tempo per me è sempre a ritagli. » Malinconico ma anche loquace, sia pure per interposta persona, l’autore tenta di trascinarci lungo quattrocento pagine di scrittura fitta e assolutamente priva di contenuto, ma raramente, va detto, noiosa. L’euforia e la solitudine: sono questi i due numi tutelari dell’opera di Barra che, pare, per nulla al mondo rinuncerebbe alla divina facoltà dell’ascoltare. C’è un testo che può essere illuminante. Scrive Barra alla data 9 aprile 1974: « A scuola stavo bene. Mi piaceva ascoltare. Ascoltando imparavo, senza fare fatica. Io stavo fermo, zitto, e le voci mi entravano dentro. Entravano e lasciavano le parole, in una folla ordinata, tranquilla, variopinta. Ero bravissimo a stare fermo. Immobile, disincarnato, strano. Come un fachiro. Non sarei uscito mai da quella trance uditiva. Non ero di quelli che aspettavano solo la campanella. Ora non ricordo quasi niente di quelle voci, scomparse nel fondo di lontanissimi inverni. Ricordo solo la beatitudine. Dell’ascoltare. ». Dunque la Visione può essere letta anche come uno stralunato Temps retrouvé; e, proseguendo nella traiettoria proustiana, non dobbiamo chiederci se siamo di fronte a un intrattenimento favoloso e necessario, qualcosa come I mille e un diario? Dunque Barra è soprattutto un ascoltatore, un « auditore » indomito che non arretra di fronte all’enormità dell’universo del Rumore. Il suo diario vuole esserne la registrazione fedele, la « santificazione », forse, se è vero che l’esercizio dell’ascolto – che si realizza nella trascrizione – emancipa i testi dalla loro finitezza e occasionalità componendoli in una « forma » che è mosaico, affresco, collage, patchwork. (Un « ascolto » che ogni volta si organizza intorno a un centro di gravità, un occhio magnetico, un punto di attrazione: una parola, una sola, che Barra scrive in neretto, e che in una nota viene, con discutibile audacia, assimilata al punctum del Barthes osservatore di fotografie). Quando non copia i diari degli altri – « amanuense elettronico », così si presenta – Barra, l’abbiamo detto, scrive il suo. « Scrive »? sarebbe meglio dire: « copia ». C’è, sembra, da qualche parte una voce, irriconoscibile come sua, che, emergendo da un silenzio abissale – il silenzio di un taciturno, ma anche il silenzio di un dormiente (di un morto?) – parla, anzi emette proposizioni fatte anche di una sola parola, o che di una sola parola vogliono essere l’irradiazione, l’alone. Barra l’ascolta e la trascrive fedelmente, sempre perplesso, sempre fra invisibili virgolette. Forse a Adriano Barra è capitata una metamorfosi inedita: un giorno si è svegliato e non aveva più la voce. Così, per parlare – perché lui voleva parlare – ha deciso di farlo con la voce di un altro, anzi di molti altri. Si è fatto ventriloquo, insomma. Che cosa spinge questo insolito grafomane – insolito per lo meno nei modi – in questa  affannosa, ossessiva raccolta di brani di diario? Perché dopotutto siamo di fronte a un collezionista, a una di quelle figure, stravaganti e comuni, di posseduti da un daimon, di soggiogati da una idée fixe, inchiodati alla ripetizione-accumulazione. Scrive Barra: « La visione del mondo può essere letta come una serie di inizi, un elenco di risvegli. ». È’ vero: ognuno dei frammenti di diario rappresenta un inizio possibile per una storia che non è stata narrata ma potrebbe ancora esserlo. Uno spunto, un avvio, la cui prosecuzione è per intanto affidata al lettore. Il diario è sempre il diario di uno scrittore, anzi di un narratore, anche quando questo non sa di esserlo? Facile a questo punto mettere il naso nell’imponente magazzino della teoria letteraria, al comparto « narrabilità », evocare il Calvino di Se una notte d’inverno un viaggiatore o il Perec de La vie mode d’emploi. Ma evitiamo di far dire al Barra quello che certamente non poteva dire. Lasciamolo lì, in mezzo ai suoi diari, elucubrante, meditabondo, attento e stupefatto, laconico e ciarliero. Fotografiamolo un’ultima volta mentre « spavaldo », come un ipnotizzato o un sonnambulo, procede fra queste macerie nate macerie, marcia in questo illimitato animatissimo niente, naviga in questo « mar dei Sargassi » (cfr. Gadda, Giornale di guerra e di prigionia, citato a pag. 156) della letteratura diaristica, fisso a una allucinata, paradossale visione del vivere come scrivere, e dello scrivere come scrivere giorno-per-giorno. Ne risulta un’impressione di colossale liberatorio silenzio: comico. Che forse è esattamente quello che l’autore voleva. // Ndr. La visione del mondo non esiste. Tantomeno l’editore Colibrì di Avezzano. Così come non è mai esistito Adriano Barra. Fino a prova contraria.


Domenica 23 novembre 2014

mmai più lontani “, dice l’orsetto con l’Wi-fi. “ Tènere le distanze “, rispondo io. Che forse sono un orso, ma sono fatto così.












“ Metterci la faccia “. Prima ci mettono la faccia, poi, se c’è tempo – ma non c’è mai -, anche il resto.

Dice che “ dal ’69, le donne, in tutti i settori, hanno fatto grandi progressi “. Dice proprio così.


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La preghiera laica del cretino (1964)

La preghiera laica del cretino (1964)


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“ Giovedì 4 luglio 1996 – « A differenza dei comici illuminati, da cabaret di massa, come Dario Fo, o di grande acculturazione cosmopolita, come Woody Allen, Benigni non è mai “ spiritoso “, perché non parte mai dall’alto. Sta sempre sotto i suoi interlocutori, non sopra. Non parla dal pulpito, ma sgrana i suoi oc­chi da ciuco ispirato e stordito in mezzo alla folla che smuove le sedie nell’oscurità della chiesa. » (Cesare Garboli su Benigni) “.


Lunedì 24 novembre 2014

m874andano le donne in cielo. Pur di restare a terra.













La maggioranza assoluta non vola… pardon… non vota “ (Rainews24, ore 7. 12)

“ Un’italiana nello spazio “. Mah. Boh. « Non ti interessano le italiane? » No, non mi interessa lo spazio.

Il territorio c’è tutto “, dice la bionda dopo avere visto il giovane leghista di Bondeno (FE) con trattore e codino vincitore delle elezioni. E io ripenso a un diario: “ 19 marzo 1985 – Ripenso alle analisi classiche del fascismo: « la reazione agraria… ». Sì, c’è di mezzo la terra, ma in che senso, esattamente? “. Il vincitore si chiama “ Alan “…


ROSSORI

Sotto la foto di una ragazza che corre fra i quadri di un museo scriverò la seguente didascalia: “ L’arte della fuga “.

fuga


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Abbasso la squola (Radda in Chianti, 1968)

Abbasso la squola (Radda in Chianti, 1968)


Martedì 25 novembre 2014

t440utti questi scrittori… Milioni di milioni…













Dice che il papa ha detto che “ l’Europa sembra una nonna opulenta “. Io penso che farebbe meglio a stare più attento a quello che dice. Penso alla nonna di Renzi… E poi: siamo sicuri che sia davvero una nonna?

Quando Corradino Mineo dice “ un uomo solo al comando “, Rondolino sbotta. Perché c’è ino e ino.


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” Venerdì 23 luglio 1999 – Noto con piacere che il primario della II Divisione di ostetricia e ginecologia dell’ospedale S. Giacomo è il dott. C. Erasmo Boninfanti. “.


Mercoledì 26 novembre 2014

q1061uando leggo i giornali, molto spesso ho l’impressione di leggere cose che io ho già pensato, o addirittura già scritto. Come se, rispetto agli scrittori di giornali, io fossi più “ avanti “. La cosa, va detto, non mi fa per niente piacere. Andare avanti, considerato dove si va, è soltanto una sfiga. Perché quello in cui io mi sento più “ avanti “ è soltanto una specie di “ viaggio al termine della parola “. C’è poco da festeggiare.







Quelli di Renzi – dice Lei – mi sembrano imberbi “. Ben detto, dico io. Questo potrebbe spiegare perché in tanti si facciano crescere la barba. Epilazione o opposizione? (Forse voleva dire “ sbarbatelli “)

Sigarette, vestiti, scarpe / il suk dei disperati / che rivende la merce / trovata nella monnezza “. Dopo che Ballarò ieri sera ci ha fatto un ampio servizio, stamani Repubblica ne fa uno che è la fotocopia di quello televisivo. Dove si vede che, quando si tratta di rivendere la merce trovata nella monnezza, Repubblica non vuole essere seconda a nessuno. Comunque, io, oggi, Repubblica non l’ho comprata – ho letto quella di zio Gino, che, da quando non c’è più l’Unità, la compra sempre.

Poi, quando accendo la radio, mi accoglie la meravigliosa voce di Edith Piaf che canta Rien de rien. Poi, quando finisce, si sente la disgustosa voce di Giovanni Minoli. Ritorno, atroce, alla realtà.

“ Cetona – Terzo incontro con la rassegna culturale e letteraria «Appuntamenti d’Autunno» promossa a Cetona dalla Fondazione Lionello Balestrieri. Sabato 29 novembre, alle ore 17.30, la Sala Santissima Annunziata, in Piazza Garibaldi, ospiterà la presentazione del libro Il mestiere più antico del mondo dello scrittore e sceneggiatore Antonio Leotti. Il mestiere più antico del mondo è il racconto tragicomico di un agricoltore, per amore e per forza, e propone il resoconto di un naufragio invisibile, tra l’indifferenza della società metropolitana e l’impotenza degli agricoltori, divisi e rassegnati. L’autore è nato a Roma nel 1958 e ha lavorato per la televisione e per il cinema come sceneggiatore. Tra le sue sceneggiature figurano Radiofreccia (1998), Il partigiano Johnny (2000), L’orizzonte degli eventi (2005), Matrimoni e altri disastri (2010), Vallanzasca, gli angeli del male (2011). Dal 1994 conduce l’azienda agricola di famiglia. “ (Dal web) [*] [*] A proposito di “ terra “.


Giovedì 27 novembre 2014

n1052on ho assolutamente capito ” Perché il gatto non sarà mai un animale domestico “, come recita il titolo dell’articolo che ho trovato stamani in bella evidenza su Repubblica.it. L’ho letto e riletto, ma ho continuato a non capirci niente. Comunque, in un certo senso, sono d’accordo: il gatto non diventerà mai un (animale) domestico: gli piace stare in casa, ecco tutto. Così come gli piace anche uscire, andare in giro, se fa bel tempo, se fuori c’è qualcosa di bello. Non c’è altro da dire, se non: ” Miao “.






Sia chiaro una volta per tutte: non ridono, mostrano i denti. (Piccolo manuale di etologia portatile)

Oggi, invece, ho comprato Repubblica. Però non c’era niente da leggere. Un euro e quaranta buttato. (Su Repubblica non c’è mai niente da leggere) (Però c’è stato un tempo in cui ho pensato che ci fosse qualcosa da guardare. Parlo delle foto. Avevo addirittura scoperto che, in quelle importanti, da prima pagina etc. non mancava mai qualcosa di rosso. Li chiamavo i “ tocchi di rosso “, li raccoglievo, ne facevo la collezione. Per dimostrare che non ero scemo io, ma furbo il grafico. Che non era una coincidenza, ma una specie di scienza. Poi, sarà cambiato il grafico, sarà divenuto superfluo il rosso, non ho trovato più nemmeno quello. Uno di questi giorni smetto, dico di comprarli, quegli inutili fogli di carta stampata)


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” 29 dicembre 1983 – A sette anni dalla sua nascita Repubblica si rivela definitivamente come il Bolero film per le persone colte. “.


Venerdì 28 novembre 2014

L1748virgei ha detto che si sente inglese ed europea e che è tornata da dieci anni in Inghilterra, nel suo Paese. In questi giorni è nato il bambino di William e Kate che un giorno sarà re d’Inghilterra, tutto il mondo ha festeggiato questa nascita. Lei cosa ne pensa? « È un fatto a cui non do alcuna importanza perché mi interessa molto poco. Detto questo, sono molto contenta che il bambino abbia due braccia e due gambe e che i suoi genitori stiano entrambi bene. Ma ora mi scuso, devo prepararmi perché esco a cena con degli amici… ». “ (Da un’intervista all’attrice Claire Bloom)




Alcàlina “? Mah. Boh. Comunque vogliono darcela a bere.

Un “ culone inchiavabile “. Ecco quello che penso di Wim Wenders – e anche di Sebastiāo Salgado. Insomma: non voglio andare a vedere Il sale della terra.

A sentire il professor Eco il mondo si divide fra massacri e cultura. E ridacchia, l’infame.


Sabato 29 novembre 2014

m877i sbaglierò, ma, a me, la “ Cultura “ di Umberto Eco mi sa un po’ di “ Kultur “. Otto milioni di professori. (Il buffo è che mi sembra di conoscerli tutti… )











Dice che “ finisce l’Europa delle troike “. Sarà…

Esco sul balcone per fumare una sigaretta. Giù in strada una figuretta di donna cammina lentamente avanti e indietro fra le auto in sosta. Indossa qualcosa di rosso con un cappuccio. L’insieme mi appare grazioso, persino commovente. Penso: “ Guarda Cappuccetto rosso… “. E che fa Cappuccetto Rosso, andando su e giù nel chiarore incerto dei lampioni? Ma è ovvio, telefona… Poi, all’improvviso, il suggestivo silenzio si rompe. La sento gridare: “ Ma che stai a di’??? “. Insomma, più che di una conversazione, trattavasi di un litigio. Quando si dice una “ calma apparente “. (Con chi ce l’aveva? Con il Lupo? Con il Cacciatore? Con la Nonna? Mah. Boh. Chissà)

« Dice che arriva Le Pen » « Ça va sans dire ».

Nostalgia militante dell’infanzia “ – “ Sabato 16 marzo 2002 – « Nostalgia militante dell’infanzia ». Lo scrissi trent’anni fa. Che cosa intendevo, esattamente? Non lo ricordo più. “.


Domenica 30 novembre 2014

N1053virgegli anni Settanta, Marjane frequenta la scuola francese di Teheran. La mattina impara a scrivere in Farsi, da destra a sinistra. E il pomeriggio lo passa a studiare il francese, cambiando direzione sul foglio: da sinistra a destra. “ (Da una biografia di Marjane Satrapi, disegnatrice, fumettista e regista iraniana)









Lunedì 1 dicembre 2014

c1284hissà se il pensatore di Rionero in Vulture (PZ), se fosse vivo, avrebbe stamani il coraggio di scrivere che il povero Luigi Ocone, di anni 38, di Fucecchio (FI), morto ieri per arresto cardio-circolatorio al termine della maratona di Firenze, se l’è cercata lui – “ 23 luglio 1984 – Beniamino Placido scrive sulla morte dell’inventore del jogging: « Non sanno che rischi corrono, correndo ». “.  Eppure avrebbe anche le sue buone ragioni per dirlo. Correre non è un obbligo, tantomeno quando non si è più ragazzi. Io però penso un’altra cosa, e la penso da tanto tempo. Penso che, in generale, chi si muove è perduto. Io, comunque, mi sono mosso. (C’è anche da dire che “ l’uomo era originario di Pozzuoli (Napoli) ma abitava in Toscana da circa due anni “, ma questo non cambia nulla, anzi)

Mi impressiona non poco sentire il figlio del giudice Ambrosoli profondersi in sperticate lodi sulla fiction dedicata alla vicenda del padre – Qualunque cosa succeda, di Alberto Negrin, con Pierfrancesco Favino etc. – in onda stasera su Raiuno. Mi sento – come dire?, come direbbe Renzi? – “ rivoltato come un calzino “…


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“ Lunedì 2 giugno 2008 – « L’onestà è la virtù della gente da poco… L’ha detto Stendhal… uno che amava l’Italia ». Lo dice Laura Betti, che la sa lunga. (Un eroe borghese, Placido, 1995) (C’è anche Montaldo, che fa il governatore della Banca d’Italia, Baffi) (A proposito di baffi, l’eroe borghese ha i baffi e fuma come un turco: peggio di così… ) (« Ma la divisa non conta, sa? Contano le persone che ci sono dentro », dice il malcapitato avvocato) “.


Martedì 2 dicembre 2014

p1091oi, quando è arrivata la zingara vestita di rosso – era la rappresentante ufficiale dei popoli Sinti e Rom etc. -, ho capito che quello che contava non era che era zingara, ma che era vestita di rosso. Dopodiché, in un certo senso, non c’era altro da dire, e il ddibbattito potreva anche finire lì etc.










Mercoledì 3 dicembre 2014

m878ani pulite. E i culi?













Si celebra, nel cinquantenario, Le mani sulla città di Francesco Rosi. Io penso: cinquant’anni di mani… ça suffit.


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“ Sabato 5 aprile 2008 – Ieri sera Bertinotti ha tirato fuori l’« uguaglianza », dicendo che non ne parla più nessuno etc. Non posso dire di non saperne niente. Io infatti, soprattutto da piccolo, volevo tanto essere uguale agli altri. Così io, che avevo la « fortuna » di essere figlio unico, avrei preferito avere tanti fratelli. Io, che avevo la mamma professoressa, avrei dato non so cosa per averne una casalinga. Io, che avevo un padre dottore, buono, gentilissimo, mi chiedevo se non fosse meglio averne, come gli altri, uno rozzo, manesco, autoritario. Che però magari ti portava a pesca, a caccia, o, chissà, a puttane. Io, che stavo in una famiglia a cui non era successo niente di brutto, mi spingevo fino a pensare che sarebbe stato meglio stare in una di quelle, erano tante, bersagliate dalla cattiva sorte. Sarebbe stato più divertente, pensavo. Perché forse, anche allora, io non pensavo a altro che a divertirmi. Cioè a non annoiarmi. Così è successo che, alla fine, io ci sia riuscito, dico a essere uguale a come erano gli altri, dico erano perché nel frattempo non lo sono più stati: mi sono procurato disgrazie, rozzezze, tristezze domestiche. Sono persino diventato « povero »: come erano loro quando io non lo ero. Quello che comunque non sono riuscito a fare è stato procurarmi fratelli: sono rimasto figlio unico, infelice e unico. E, per di più, in mezzo a tanta infelicità, mi annoio lo stesso. “.


Giovedì 4 dicembre 2014

i1859eri Michele Serra ha scritto sull’ “ Effetto serra “. Facce ride.













Il “ mondo di mezzo “. Facciamo dei media?

Come in un pasticciaccio – in un filmaccio?

“ Sembra un film “… È un film.


Venerdì 5 dicembre 2014

m880virgafia Capitale “. Altrimenti detto: per stare a Roma bisogna essere mafiosi, Roma è una città per mafiosi etc. Dopodiché, non posso non chiedermi: che ci faccio, qui? Dice: potresti sempre fare il giornalista… Già fatto, grazie.










Il fatto è che io non ho mai sentito così tanto il bisogno di una mamma – per la verità non l’avevo mai sentito prima – come da quando vivo a “ Mamma Roma “.

La Mafia è figlia dell’ignoranza “, dice Sgarbi. Che, a modo suo, la sa lunga.

Sono sicuro che c’è chi, a proposito della morte del fratello “ bravo “ di Christian De Sica, sarebbe capace di pensare, totoisticamente, che “ se ne vanno sempre i migliori “. Io, comunque, lo penso, ma non mi viene per niente da ridere.


ROSSORI

Sotto un fotogramma del celeberrimo video dell’arresto di Massimo Carminati scriverò la seguente didascalia: “ Video Capitale “.

video


Sabato 6 dicembre 2014

s1182e, mentre il servizio spiega che a Roma c’è una “ cupola “ mafiosa, sullo schermo appare l’immagine della cupola di San Pietro, io che devo pensare, che è solo una coincidenza? Un po’ come che quello di Mani Pulite si chiamasse “ Chiesa “ (Mario)…









Vado dal giornalaio e fra i libri sul banco – Gramellini, Sofri etc.  – c’è anche un voluminoso Leopardi. Ma non era quello di Repubblica, era di non mi ricordo chi. Ho pensato: ecco l’indotto del cinema. Ma poi nemmeno – anche il cinema è “ indotto “.


ROSSORI

Sotto la foto di un gruppo di manifestanti del movimento 5stelle che mostrano un cartello su cui sta scritto: “ Fuori la mafia dentro i cittadini “ scriverò questa didascalia: “ Cittadinanza attiva? “.

rissa4


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“ 1981 [ottobre] fatto romanus di recente / mi tratta da straniero / eppure sono civis / o almeno ero. “,


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“ 21 febbraio 1994 – « È la Paramonte », sentii dire al vecchio mentre le auto sfrecciavano a sirene spiegate. A Roma, una quindicina d’anni fa, appena arrivato. “.


Domenica 7 dicembre 2014

A1430virgndreaaaa!!!… No… l’altro Andrea… So’ tutti Andrea… che devo fa’?… “ (Alla partita di basket del mio quasi nipote)












Lo faccio perfino io (un meraviglioso minipresepe messicano in gesso, che pagai un dollaro in un mercatino di Acapulco) “, dice Michele Serra. Che, comunque, è stato in Messico.

È così che vendiamo i libri “, dice Ken Follet.

Poi vedo un pochino il Fidelio della Scala. E noto che Leonora canta effettivamente en travesti, ma, esattamente, en travesti da operaio. Più travestita di così…

Poi, quando vedo le immagini degli scontri davanti alla Scala, penso, ancora una volta, che la “ colpa “ è tutta del ’68. Che ha cominciato lui, nel ’68 etc. Penso anche che, dopo quasi mezzo secolo, perseverare è diabolico – a meno che perseverare non sia l’unica cosa da fare etc.


ROSSORI

Sotto una foto delle donne che a Londra allattano in pubblico contro chi non vuole che allattino in pubblico scriverò la seguente didascalia: “ Londra città aperta “.

breasts


Lunedì 8 dicembre 2014

m881i ha piuttosto “ sconvolto “ scoprire, grazie a Wikipedia, che il celeberrimo romanzo di Ken Follet, La cruna dell’ago – che, naturalmente, non ho mai letto, però-ho-visto-il-film – è, non meno che una spy story, una love story, cioè una storia d’amore. La storia di un love affair, di un “ triangolo “, per l’esattezza. In generale, mi ha “ sconvolto “ cominciare a capire che nei romanzi quello che soprattutto conta è la trama, il plot – il complotto?






Adinolfi avanza un sospetto: non è solo la Capitale a essere “ mafiosa “, la gente lo è. Il “ senso comune “.

Non sono lavorista “, dice il professorino. Ha cinquant’anni ma ne dimostra settantasette (ben portati) – (non) lavor(ist)are stanca?

Poi leggo che è morto Mango – a Policoro, d’infarto -, e mi dispiace davvero. Aveva una bellissima voce.

La tv consente di venire a sapere che il giudice Giancarlo De Cataldo non solo scrive romanzi, ma si mangia anche drasticamente le unghie. Dove si vede che non tutta la tv viene per nuocere.

Chiunque voi siate, o pochi lettori, o rarissimi nantes, o soli visualizzatori del mio Diario romano, vi prego, appalesatevi… Cioè: mi piacerebbe sapere chi siete, sapere l’effetto che (vi) fa questo mio sconsiderato scrivere tutti i santi giorni.

Hanno ritrovato il Medardo. « Rosso? » Ça va sans dire.

Oh… oh… Madonna “ (Dal nostro inviato a Kobane)


ROSSORI

Sotto la foto del sovrintendente del Teatro alla Scala, Alexander Pereira in compagnia della giovane moglie Daniela Weisser De Sosa scriverò questa didascalia: “ Sostiene Pereira ”.

pereira


ROSSORI

Sotto la foto di Milano scattata da Samantha Cristoforetti dalla Stazione Spaziale Internazionale scriverò la seguente didascalia: “ Passage de Milan “.

milan


Martedì 9 dicembre 2014

c1285virgambiare verso “… Non c’è verso di cambiare verso. E poi, perché dovrebbe esserci? Se uno è sordo, è sordo. Se uno è cieco, è cieco. Fra l’altro, a cambiare si rischia molto. Per un sordo, tornare improvvisamente a sentire dev’essere spaventoso. Altrettanto, per un cieco aprire improvvisamente gli occhi. A me è successo, ed è stato terribile. Soprattutto strano. Come ri-nascere. Come nascere. Come venire al mondo. Il mondo in un altro senso. In un altro verso…






Potrei anche annotare che ieri, dopo che, il giorno prima, Mango (Pino) era morto, è morto anche il fratello più vecchio, Giovanni. Potrei ma non voglio. Perché non sono un giornalista, nel senso di necrologista. Comunque, sentite condoglianze.


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“ Mercoledì 18 giugno 1997 – Quando mi laureai con Fortini, mi sembrò che Fortini volesse laurearsi lui. Mi sembrò strano. “)


Mercoledì 10 dicembre 2014

l1750a scomparsa del tempo. Anche del tempo atmosferico. Non è mai veramente freddo, veramente inverno. Non-ci-sono-più-le-stagioni, nemmeno quelle. Pensare che a me piacevano tanto. Piaceva il tempo, in tutte le sue forme. Ma il tempo non c’è più. C’è solo una specie di niente, immobile, statico, uguale a se stesso, ripetitivo, risaputo, scontato, artificioso, falso, insapore, inodore, insensato, inutile. Qualcosa che, comunque, tempo non è. Un non-tempo, un anti-tempo. Una quotidiana, puntuale, implacabile messa-a-morte del tempo. Un massacro del tempo, giorno per giorno, finché di tempo non ce ne sia più, nemmeno l’ombra.



Diceva che in quella sala in quella tv l’aveva colpito il silenzio. Stavano tutti incollati agli schermi dei pc, non si sentiva volare una mosca. (Un sogno)

Dita rubate all’agricoltura “, scrive Michele Serra a proposito dei moltissimi che scrivono su Internet, non di rado a vanvera, se non peggio, molto peggio. Io non sono d’accordo. In generale, io penso che fra “ scrittori “ si dovrebbe sempre tentare di non trattarsi male. Perché dire “ in forma di parole “ non è mai facile, nemmeno un po’, qualunque sia il “ supporto “ che si usa. E questo Michele Serra lo sa benissimo. Comunque non si preoccupi: ho appena sentito l’assessore all’agricoltura della Regione Toscana che diceva che negli ultimi tempi le iscrizioni alle facoltà di Agraria sono raddoppiate…


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” 4 febbraio 1986 – Il piacere di un diario sta nel poterlo sfogliare a ritroso ripercorrendo i giorni. In questo modo si riesce a simulare un qualche scorrere del tempo. Il piacere di un diario è che è un modo di riempire il tempo. (Da quando mi è divenuto indispensabile tenere un diario?) (La scomparsa del tempo) “.


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“ 11 aprile 1989 – Una faccia da poliziotto una prosa da scolaretto (il giornalista).


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“ 12 novembre 1990 « La vita è sogno », diceva sempre il babbo. Che non era un cretino. Che regalò alla mamma per il fidanzamento credo la Storia del teatro di Silvio D’Amico. (« La vida es sueño ») “.


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“ 12 febbraio 1991 – I contadini che negli anni Cinquanta portavano « ancora » il cappello erano davvero più buffi di me che studiavo « ancora » il latino? “.


Giovedì 11 dicembre 2014

i1861eri c’era Daverio in visita, insieme a un altro, alla Casa di Augusto, sul Palatino. A un certo punto ha detto: “ C’è il rosso pompeiano, c’è il rosso napoletano e c’è il rosso romano “. Io ho pensato: contento lui… Pensavo che c’è chi si accontenta del rosso, che quando c’è il rosso c’è tutto etc. Io, francamente, non saprei.








Poi accendo la tv, c’è il ddibbattito, ci sono gli ospiti, c’è la graziosa conduttrice, con un grazioso décolleté. Io ripenso a un diario: “ 20 luglio 1994 – Una vecchia gag: il décollété. “. Ma questa volta capisco: il décolleté, ancora una volta, c’est moi.

Come per il poeta in versi così per lo scrittore in prosa, la riuscita sta nella felicità dell’espressione verbale, che in qualche caso potrà realizzarsi per folgorazione improvvisa, ma che di regola vuol dire paziente ricerca del « mot just », della frase in cui ogni parola è insostituibile, dell’accostamento di suoni e di concetti più efficace e più denso di significato. Sono convinto che scrivere prosa non dovrebbe essere diverso dallo scrivere poesia; in entrambi i casi è ricerca d’un’espressione necessaria, unica, densa, concisa, memorabile. ” (Italo Calvino, Lezioni americaneRapidità, 1985, courtesy Maria Pia Pozzato, Se il cardellino diventa un tacchino, in Doppiozero) (Già, perché si dice ” felicità “?)

« L’” antipolitica “ » « Facciamo “ anti “ » « Che basta? » « Sì, e avanza… anzi: arretra ».

« Roma Capitale… » « Come la pena? » « Ecco, bravo ».


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” 30 settembre 1978 – I colori: il rosso, ormai. “.


Venerdì 12 dicembre 2014

c1287he a Roma ci fosse la mafia l’ho sempre saputo. Mafia Capitale, vedi: Cinecittà – “ 7 gennaio 1986 – Roma, in realtà, come « capitale mediterranea », è una città modernissima. Vedi l’industrializzazione del piacere (di ogni genere: dal sesso alla tavola). Modernissima: come la mafia. Vedi in generale: mediterraneizzazione dell’Occidente. “. (Da trentacinque anni ogni giorno mi chiedo se questo sia il giorno buono per andarmene da questa città verso la quale non provo altro sentimento che il desiderio di non vederla mai più) (Poi, quando accendo la tv – su Raiuno, perché c’è lo sciopero e non c’è altro – mi trovo davanti a questa scena: il giornalista Franco Di Mare – quello nano – che parla con il sovrintendente Broccoli – quello secco – e il professor De Masi – quello che c’è sempre. Il tutto al cospetto di una gigantografia di Totò – con bombetta. Dove si vede che la situazione ancora una volta è drammatica ma non è seria etc. etc. )


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“ Senza data [1980] – Roma. Al centro tutto gira lento. “.


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” 24 marzo 1988 – Ad ascoltare l’ennesimo dibattito sulla mafia viene da concludere che essa (come il potere, il cinema, la religione e la mamma) è essenzialmente imperscrutabile. Ovvero: guai a chi la scruta. “.


Sabato 13 dicembre 2014

p1092roverbio del giorno: “ Dai nemici mi guardi iddio / che dal cinema mi guardo io “.












Il gatto, no… il gatto, no “, dice, alle ore 17. 52, la signora/ina Marta Cagnola (Radio24)

Guardare il basso, guardare l’abisso. Vedere che non c’è niente da vedere.


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“ 3 giugno 1985 – « Sono imprese che si addicono agli ex-comunisti intellettuali. E fanno parte di un fenomeno già avvenuto in Inghilterra dopo la rivoluzione laburista. Si chiama fenomeno di “ ipergamia maschile “ e rovescia la situazione tradizionale dei rapporti uomo-donna. Prima era di solito la donna che sposava un uomo socialmente a lei superiore. Anche la letteratura era piena di serve che finivano sull’altare col conte o coll’industriale. Dopo invece, permettendosi a tutti di farsi una cultura superiore, sono stati i figli dei facchini a sposare le figlie dei conti e degli industriali. Nell’uno e nell’altro caso non era segno di caduta delle barriere sociali, ma anzi di arrivismo. » (Luciano Bianciardi, lettera dell’agosto 1962) “.


Domenica 14 dicembre 2014

i1863n fondo, ho pensato, io sto a Roma per “ motivi di studio “. Cioè per capire quanto sono (stato) stupido. Roma doma. Anche troppo. (E anche perché studiare è ” sempre meglio che lavorare “, come dicono a Roma etc.)










Poi, ogni tanto, appare un generale. Che sarebbe un militare che non ha fatto la guerra ma ha fatto carriera.


Lunedì 15 dicembre 2014

h517o sognato Gianni Morandi. No, non ho “ sognato “, perché ero sveglio, praticamente sveglio, anche se ero nel letto, al buio, con gli occhi chiusi. E poi non ho “ sognato Gianni Morandi “, bisogna dire piuttosto che “ ero Gianni Morandi “, nel senso che cantavo, come canta lui. Come ha sempre continuato a cantare, da tutta la vita, che poi è quasi uguale alla mia. Ho “ sognato “ – ma non era un sogno – come si canta – cantavo quella sua canzone in cui, non mi ricordo bene, c’è come una scala in crescendo, cantavo bene, mi venivano bene tutte le note, distinte una dall’altra, cantavo una scala, cantavo un salire, dal basso in alto. Cantavo dal basso, come ha sempre cantato lui. Beato lui, fortunato lui.


A Malta, nell’83, la ragazzina voleva rubarmi il cappello. Io l’avevo guardata.

Io sono una fan del caldo “, dice la bionda. Lo sospettavo, infatti.


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“ Mercoledì 22 maggio 1996 –  « 1924 – Antichissima la credenza che la vista del lupo tolga a chi lo vede la voce (sfido io! la paura). » (Carlo Dossi, Note azzurre) “.


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“ 2 giugno 1995 – Stamani il giornale diceva che con la carta straccia si diventa ricchi. Naturalmente si riferiva al riciclaggio di rifiuti cartacei gestito da singoli o organizzati esploratori dei cassonetti della nettezza urbana, ma il sospetto che si trattasse di un’allegra metafora – i giornalisti fanno soldi con la carta antonomasicamente straccia dei giornali – è più che un sospetto. Penso che il mio diario è tutto dentro questa « linea di pensiero ». Anch’io frugo, trovo, riciclo carta che, se non era straccia fin dall’inizio, sicuramente lo è diventata poi. Una specie di arte povera, alla Beuys, anzi pezzente, alla Scalfari. “.


Martedì 16 dicembre 2014

n1054oto, per l’ennesima volta, che, in tv, i toscani appaiono “ folcloristici “. In tv veritas?












Dopo Gad Lerner, D’Alema etc., anche Bruno Vespa si è messo a produrre vino. Il partito di quelli che pensano che è meglio darl(a) a bere che berl(a).

Quando sul piccolo schermo leggo “ Otello Lupacchini magistrato e scrittore “ non riesco a non domandarmi se, ormai, per fare il magistrato, non sia necessario anche sapere scrivere. Oppure se per scrivere non si debba anche avere fatto il concorso in magistratura etc. Comunque, tant’è. Come direbbero i giornalisti – che sono tutti magistrati-e-scrittori. Perché giudicare, giudicano, e scrivere, a quanto dicono, anche.


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“ 5 febbraio 1992 – Il davvero curioso lapsus di Gava che nel faccia a faccia con Napolitano dice che nel ‘48 « dicevano che i democristiani mangiavano i bambini ». “)


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“ 25 gennaio 1994 « Finalmente è sorto il sole: aliusque et idem. Mi fisso sui cartelloni, Cines, Cinéma, Lyda Borelli, Superdiva Francesca Bertini, Castagna, Ivan il terribile, Sciosciammocca, Dramma sensazionale spaventoso: questo popolo sente il dramma falso delle film e non sente quello vivo. » (Alfredo Panzini, Diario sentimentale della guerra. I giorni di Caporetto, 1917) “.


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“ 20 maggio 1991 – « Tenga le mani a posto », disse il fondo a quello che lo voleva toccare. “.


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” 1974 [gennaio] – Mi sveglio sempre / sovraeccitato / la notte / il dormiveglia / i primi passi / della coscienza / hanno stratificato / una Babele / di immagini // Ora si tratta / di Ricordare / con ordine // Itinerare / l’anima / verso il suo Dio. (Scheda del risvegliarsi) “.


ROSSORI

Sotto la bellissima foto di un gruppo di donne pakistane in lacrime per l’assassinio dei loro figli avrò l’ardire di scrivere questa didascalia: “ La grande bellezza “.

bellezza


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“ 21 maggio 1994 – I fratelli Ferrini si picchiavano sempre. Avvinghiati rotolavano fra le aiuole. Erano scoppi improvvisi, terribili, nella quiete delle mattine d’estate. Pesti, sanguinanti, tornavano poi alle loro faccende. Come se niente fosse successo. I fratelli Ferrini erano sei. Io ero figlio unico. Io restavo allibito. “.


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” 9 febbraio 1989 – Sarebbe ormai tempo di capire che cosa è questo diario. Il diario dei neretti? Una parola fra le tante non è come le altre. Almeno una. “.


Giovedì 18 dicembre 2014

m883virgafia Capitale “, ovvero: l’invasione degli ultra-ceffi.














Venerdì 19 dicembre 2014

d1073evo ancora decidere: aveva ragione la mamma che non voleva che mi togliessi i baffi? Che continuassi a tenerli – mi stavano anche bene -, come li avevo tenuti per tanti anni, come il babbo, credo che pensasse lei. Come se da quei baffi si sentisse, dopotutto, protetta. Come se quei baffi proteggessero me. Invece io me li sono tolti, ho avuto l’audacia di toglierli, il temerario coraggio di tornare ad avere la faccia di prima, la faccia nuda, senza difese. La mia faccia: che non fa paura a nessuno. La mia faccia: che non serve a niente, che non so mai che farci. Perché non ho mai capito se quello che devo fare devo farlo con la faccia oppure con qualcos’altro. Perché ho continuato sempre a pensare di dovere scrivere, anche se nello scrivere non ci ho mai creduto abbastanza.  E poi: fare cosa? scrivere cosa? Un diario, come questo? Che non si sa perché io lo scriva, che non si sa chi lo legga. Buttato lì, nel mare magnum elettronico, affidato alle onde della connettività, un diario nella bottiglia, una bottiglia con dentro un diario… Nostalgia di naufràgi…

Sono sicuro di avere scritto, quarant’anni fa: “ Fate astrazione un po’ voi “. Non so più che cosa intendessi dire. Comunque, l’hanno fatta. Il contrario dell’astrazione è… A non fare astrazione succede…

“ Lunedì 28 dicembre 1998 – Leggo Baudrillard: « Durante le riprese di un film porno, una delle ragazze subisce, con volto impassibile, tutti i vari atti  – bionda, ha un nastro di velluto nero attorno al collo. La sua indifferenza totale è affascinante [Ottobre 1980] » (Cool memories, cit.). Ma quello che colpisce me non è l’« indifferenza », bensì il « nastro di velluto nero attorno al collo ». Non riesco a non pensare all’Olympia di Manet. Penso anche: che cos’altro può significare quel nastro se non la separazione della testa dal resto del corpo? Che quella ragazza nuda è una donna « separata », cioè « dimezzata », cioè « divisa »? « Nel senso che è una “ divisa “ – la nudità è una divisa? » Ecco, bravo, meravigliosamente bravo. “. Rievoco questo diario perché mi è tornato in mente vedendo che la piccola farmacista bionda – che mi piace – indossava intorno al collo un sottile nastro nero.


ROSSORI

Sotto la foto dell’on. Lucherini del Pd che guarda Cagliari-Juve sul suo ipad durante la seduta della Camera scriverò la seguente didascalia: “ Partitecrazia “. [*]

part3

[*] Potrei, volendo, anche scrivere: “ Il rêve d’échafauds / en voyant son ipad “.


Sabato 20 dicembre 2014

s1184tanotte ho sognato che ero in America. Era una specie di giallo, di storia on the road, piuttosto avvincente, va detto. Si trattava di trovare qualcosa, era una specie di caccia al tesoro, di caccia a qualcuno. Alla fine trovavamo il biglietto, nascosto nei risvolti di un libro. Era una specie di mappa, diceva dove andare, faceva anche un nome, “ Malibu “, se ricordo bene. (Poi, mentre facevo colazione, ho dato un’occhiata al ”Venerdì”. In copertina c’era un soldato americano, dentro si spiegava che si trattava del film che hanno fatto sul caso di quel marine che ha ucciso ben 160 ” nemici “ in virtù di una mira eccezionale. In generale, ho pensato che mi dimentico sempre che l’America ha vinto. È strano, perché lo so benissimo. Ma soprattutto è strano che la cosa non mi faccia per niente piacere, perché, sessant’anni fa, invece, me l’avrebbe fatto. Il problema, credo, è che l’America ha vinto in un certo senso. Che non è quello che, sessant’anni fa, mi induceva, per esempio, a leggere, appassionandomi, commuovendomi, un libro come Un albero cresce a Brooklyn etc.) (Poi, alla radio, c’erano un paio di donne che parlavano delle foto di Mario Dondero, e, francamente, mi è sembrata una tragedia. « Le foto di Mario Dondero? » No, le donne che ne parlano… )

Poi, in tv, c’è Francesco Piccolo. Ma non lo guardo. Anche alla piccolezza c’è un limite, penso.


Domenica 21 dicembre 2014

n1055virgot guilty “. Come si fa a fare in modo che un giovane presunto, anzi molto probabile, parricida sia giudicato “ non colpevole “, e dunque eviti di finire sulla sedia elettrica? Facile, basta mettere in campo un architetto, alto, calmo e vestito, abbagliantemente, di bianco. Quando si dice un archistar. Quando si dice un delitto perfetto. (La parola ai giurati / Twelve Angry Men, Sidney Lumet, 1957)







Modellata sull’ideale femminile delle donne degli anni Venti e Trenta, Valentina assomiglia incredibilmente a Louise Brooks, diva del periodo (è una Anna Karina che imita Louise Brooks in Lulu, dice Bertolucci); possiede l’ambiguità legnosa, come hanno scritto i critici, delle donne di quel periodo. “. Belpoliti scrive di Valentina. Ma si può scrivere di Valentina? E comunque La Curva di Lesmo è una curva.


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“ Sabato 20 luglio 1996 – Per molto tempo ho pensato che il titolo del mio libro – del mio diario? – sarebbe stato La visione del mondo. Infatti tutto quello che ho fatto è stato vedere. È stato anche faticoso, ma, nel com­plesso, bello. Perché il mondo è carino. E poi voleva tanto essere visto. E io l’ho visto. (Però poi è diventata un’abitudine, anzi: un vizio) “.


Lunedì 22 dicembre 2014

q1064uando leggo che il dottor Ottone si premura di farci sapere che non è mai riuscito a leggere tutta la Recherche – “ Da Salgari, che amai, a Marcel Proust, che non ho mai finito “, nel Venerdì di questa settimana -, capisco che l’” antiproustismo “ è, fra i giornalisti del Gruppo L’EspressoRepubblica – cioè fra i giornalisti -, “ di rigore “. Come un tempo l’abito scuro, o, solo da un po’, i calzini lunghi etc. Tutto, va detto, è cominciato con il professor Eco. Che, olim, decise di mettersi risolutamente du coté de chez Joyce, proprio contro la paventata minaccia di un’egemonia “ proustlsta “ fra i letterati italiani. Naturalmente, poi, Joyce non l’ha letto nessuno, così come nessuno ha letto Proust, anche perché da un certo momento in poi nessuno ha letto niente, soprattutto fra quelli che comunque, fino da piccoli, fino dai remoti anni della loro vituperosa infanzia, non leggevano: hanno tutti continuato a “ leggere “, entusiasticamente, i fumetti, ad andare, allegramente, al cinema, a strafarsi, crapulonescamente, di tv, fino a quando, alla fine, è arrivata la Rete, i telefonini, Whatsapp etc., a mettere, su tutta la faccenda, una globale pietra-sopra. Parlare male di Proust, così come parlare bene di Totò, è, comunque, servito a qualcosa. Per esempio a far lievitare le iscrizioni al Dams di Bologna, e, successivamente, a ogni altro Dams possibile e immaginabile. In generale, l’” antiproustismo “, circolando fra il popolo  con la velocità e l’infallibilità delle barzellette, ha compattato le opinioni, ha costruito un gusto, un “ comune sentire “ etc. etc. Ma perché me la prendo tanto? Io, va detto, non sono un “ proustista “, anche perché, fino a trent’anni, Proust non l’avevo mai letto. Però, ecco il punto, a trent’anni l’ho letto, intensamente, irreversibilmente, cioè a dire: da allora per me è cambiato tutto. Forse perché l’ho letto in quel momento speciale della mia vita, forse perché l’ho letto sul letto, forse perché mi sembrava di leggere per la prima volta etc. Non mi ricordo se l’ho “ finito “. Quello di cui sono certo è che ho capito che Proust, cioè la Recherche, non va “ finito “. Che Proust non vuole essere “ finito “. Che, se dobbiamo dirlo, il dèmone della sua opera è proprio l’” interminabilità “. Cioè l’assoluta “ lunghezza “, la lunghezza “ assoluta “, proprio quella per cui continua essere quasi impossibile leggerlo tutto. “ Longtemps je me suis couchè… “. “ Giustamente è stato scritto che io sono uomo di poche letture “, scrive il dottor Ottone. Infatti mi pareva, scrivo io. Che comunque, anche io, leggo poco. Leggo quel tanto che basta, diciamo così.

I militari italiani all’estero. I militari italiani? All’estero. Elementare, Watson.


ROSSORI

Sotto una foto dell’astronauta Samantha scriverò questa didascalia: “ Libertè, égalité, spatialité “.

sam


GALLERIA

sole2

Il sole d’inverno


Martedì 23 dicembre 2014

n1058ei gustosissimi disegni di Pino Zac che ammiro nel libro che ho appena comprato al solito mercatino – Rouge et noir, 1959 -, i neri pretini che sfilano in processione contro un Diavolo immancabilmente rosso hanno sempre la bocca spalancata. Noi sappiamo che dipende dal fatto che cantano, ma, mi chiedo, uno che fosse privo della facoltà dell’udito, altrimenti detto, un sordo, che penserebbe? Vedrebbe solo una bocca inspiegabilmente – minacciosamente? – aperta, una rotonda, nera – paurosa? – cavità. Esattamente come quelle che disegnava Pino Zac. Che non so se non ci sentisse, ma so che era un bravo disegnatore. Che forse è uno che, comunque, non vuole sentire, e, come si sa, non c’è peggior sordo etc. Nell’occasione penso anche che è morto Joe Cocker, che aveva la mia età e non era un cane, ma un cantante. Che aveva una bellissima voce. Per quelli che potevano sentirla, naturalmente. Qui habet aures, e chi no.

Una cosa-più-orribile-che-abbia-mai-visto sono gli auguri della redazione di Rainews24, in forma di titoli-di-film – dell’orrore? Prima avevo visto il mezzobusto, quello con il cognome tipo-Messicoenu-vole, con una cravatta celeste e gli occhiali con le stanghette dello stesso colore. Quello che voglio dire è che il Mostruoso televisivo si annida ormai, piuttosto che nei risaputi luoghi dell’avanspettacolo etc., nell’Informazione, proprio quella pura-e-semplice, h24 etc. Scriverne una fenomenologia? Provaci, se ne sei capace…

Ha totalmente ragione Pippo Baudo “, dice il rappresentante di Sel.

Poi c’è Mauro Corona, “ alpinista e scrittore “, che cita le Considerazioni di un impolitico di Thomas Mann – vedi foto. Di Corona, non di Thomas Mann, naturalmente.


Mercoledì 24 dicembre 2014

u519na specie di non-regalo di Natale è stato, poco fa, la donna che mi ha rimproverato perché buttavo la cicca per terra. Ho avuto voglia di risponderle: e che devo fà, me la devo magnà? In realtà pensavo che il problema non sono le cicche, ma il fumare. Io fumo, ma non vorrei. La domanda è: perché fumo? Una risposta potrebbe essere questa: “ 28 marzo 1994 – Permetta che mi presenti: sono un fumatore. Non dica che faccio schifo, lo so, ma che posso farci? Lo so: dovrei andare a nascondermi. E se le dico che ci sono già andato? In casa fumavano tutti. Il nonno con il suo sigaro (toscano), la mamma tanti anni fa con le sue Giubeck ( ma anche le Macedonia extra), il babbo, che poi smise e diceva agli altri di non fumare. Come lo zio Carlo che prima ne fumava, dicono, ottanta e poi niente. Anche la nonna ci dava sotto con le sue antiasmatiche profumate. Anche il cugino Mario. E la vecchia al piano di sopra. La zia Olga no, però era zittella. Io prima non fumavo, anzi correvo, a pieni polmoni, a squarciagola, a tutta callara. Poi ho smesso di correre, mi sono fermato, praticamente. Ora vivo al chiuso, in spazi limitati, in stanze sovraffollate, mi muovo poco per non farmi notare, per non urtarmi con gli altri nelle ordinarie prigioni dove le gambe, le mani, gli occhi, l’uccello non servono a niente. E nemmeno i polmoni. E io fumo. E lo sa perché fumo? Per non perdere l’uso dei polmoni, per respirare, ecco. Si dice bene smettere. “. (Diceva anche: “ Questa città la rovina la maleducazione. “. Mah. Boh. Sarà… )

Samantha per tutti “. E per me?


Giovedì 25 dicembre 2014

e778cco il critico d’arte. Che è un critico d’arte si vede dal fatto che ha la “ farfalla “.













Venerdì 26 dicembre 2014

m885i sveglio pensando che nell’espressione “ Babbo Monte “ sentita così frequentemente nelle cronache giornalistiche sulle disavventure della mia città e della sua banca, l’accento va posto assolutamente su “ babbo “. Io, che sono sicuro di non averla mai sentita prima di leggerla sui giornali o di ascoltarla in tv, potrei persino credere che se la siano inventata. Dico i giornalisti, per i soliti, perscrutabilissimi, fatti loro. Che ai giornalisti piaccia parlare del babbo, questo, comunque, è sicuro. Meglio se se la passa non tanto bene, meglio ancora se non c’è più. Ecco: un’altra espressione che, di questi tempi, ho sentito usare spesso in ambito mediatico, è “ A babbo morto “. Però, anche in questo caso, mi suona un po’ strana, come se venisse sempre usata in un senso leggermente diverso da quello giusto. Mah. Boh. Comunque sia, per il “ babbo “ – che sarebbe il “ papà “ in lingua toscana – sono tempi piuttosto strani. (Nell’occasione mi torna anche in mente quel giovane siciliano che, quasi mezzo secolo fa, mi dette un passaggio e, non contento mi invitò anche a casa dei suoi genitori a mangiare, benissimo, se ricordo bene. Era di Messina e si premurò di farmi sapere che Messina i siciliani la chiamano “ la provincia babba “. Che significa un po’ molle, un po’ cogliona, un po’ babbea. Ma forse, chissà, significa anche altro… )

C’è poi anche da dire che il 2014 si chiude su uno scenario da nuova “ guerra fredda “. La guerra in questione è quella fra il cinema e il resto del mondo. Per chi non è né cinema né resto del mondo non c’è quasi niente da fare. Chiamarlo “ pace “ ci sembra, francamente, un po’ troppo.

Ho capito perché non ho fatto il giornalista: perché non sono abbastanza stupido. Cioè: sono stupido, ma non abbastanza – non nel modo giusto. (Vedendo quello che parla da quel posto, da quella specie di indirizzo)


ARCHIVIO

“ 13 marzo 1994 La visione del mondo: avrebbe dovuto chiamarsi così il romanzo che non ho mai scritto e che non scriverò mai più; a meno che non sia questo diario. Dicevo « visione del mondo » nel senso di formale immagine della realtà, pre-visione, « veduta », disegno, intuizione, diciamola tutta: Weltanschauung: le idee che uno si fa prima, le aspettative/expectations, il sogno del futuro, le idee che uno si fa. Pensavo nondimeno « visione del mondo », come « vista », empirico « prendere visione », constatare, intoppare, sbattere il muso anzi gli occhi. In questo doppio senso pensavo di raccontare qualcosa di me, di quello che mi era successo, della mia « storia », ora che la « visione » era sempre più debole, e la « visione » sempre più impressionante. E il doppio senso sta per diventare unico. E allora sarà finita. “.


ARCHIVIO

“ Mercoledì 19 giugno 1996 – Quello che mi ha « rovinato » non è stata certo la critica letteraria, ma la critica della letteratura. La critica della letteratura è qualcosa che, nel mio ricordo, è cominciato una trentina d’anni fa, facciamo trentacinque. (È cominciato presto) (Per la verità io sono convinto che la critica della letteratura, in un certo senso, ci sia sempre stata, anche quando ero molto piccolo. Mi ricordo certi ricchi, certe signore, certe risate, certe automobili, certi culi… Soprattutto d’estate. La letteratura per me era sempre d’inverno, i banchi di legno nero con i graffi chiari come ferite, i grembiulini neri e il fiocco di squillante blu, i cappelli di paglia nera lucida della nonna, le sue velette – nere -, l’inchiostro, nero, blu, che macchiava le dita – di viola. Le notti, nere, piene di incredibili meravigliosi sogni. A colori). Critica della letteratura erano i miei nuovi amici, tutti iscritti ad architettura – ma, va detto, anche parecchi di quelli vecchi, che poi hanno fatto ingegneria o farmacia o fisica o testamento, ma lettere no, se non erano donne. Critica della letteratura furono certe facce, che fin dall’inizio mi sembrarono troppo – troppo facce. Critica della letteratura fu una tizia che mi fece sapere di avere bruciato tutte le mie lettere e che poi vende quadri. Critica della letteratura è andare troppo al cinema, dove i romanzi sono solo nei titoli. Critica della letteratura è arrossire se l’Unità scriveva « Vergogna! ». Critica della letteratura è arrivare al punto di pensare di voler fare il fotografo. Critica della letteratura è fare viaggi – pochi. Critica della letteratura è cambiare casa – quattordici. Critica della letteratura è sentirsi addosso il malocchio cioè la critica della letteratura. Critica della letteratura è frequentare la poesia « visiva ». Critica della letteratura è mettersi i baffi. Critica della letteratura è togliersi i baffi. Critica della letteratura è leggere La montagna incantata lasciando che ti chiamino « beniamino della vita » come se fossero Claudia Chauchat invece che, al massimo, Patti Pravo -, come se tu fossi Hans Castorp invece che, al massimo, uno studente fuori sede e fuori corso. Critica della letteratura è leggere Herzog, in the peak of the summer, a Maratea, a Tropea, a Scalea, con quel caldo, alla fine degli anni Sessanta. Critica della letteratura è uno – di Bologna – che suona la chitarra sulla spiaggia con i capelli lunghi e ricci ed è del tutto più giovane di te: per questo a lei piace e tu passi una notte nera di gelosia come non ti accadeva dal ‘51 massimo ‘52. Critica della letteratura è scoprire che a lei non piaceva nemmeno quello con i capelli lunghi e ricci. Critica della letteratura è Cofferati che cita da un’autorevole barba Tex Willer, o Nicolini che alcuni anni fa disse, e io presi nota, che: « Un tempo in Campidoglio si incoronavano i poeti (ma) noi affermiamo  l’appartenenza del comic alla cultura contemporanea. » « È finita – disse anche – l’epoca dei professori che rimproveravano gli alunni perché leggevano i fumetti. » Critica della letteratura è perdere tempo insegnando letteratura ciociara all’università di Ladispoli o di Sperlonga o di Sezze guadagnando peraltro benino. (« Esagerato ») Critica della letteratura è perdere il tempo (degli altri) (della letteratura). Critica della letteratura è sentirsi ganzo a rispondere a Fortini che quello di « alluminar è chiamato in Parisi » è Oderisi (d’Agobbio), come se fosse Lascia o raddoppia, come se fosse il ‘58. Critica della letteratura è sentirsi « felice come una Pasqua »: con Franco Lattes. Se la letteratura non sa più che cos’è, la critica della letteratura continua a saperlo benissimo. Lo sa sempre. L’ha sempre saputo. Di Pietro invece no. (Critica della critica della letteratura è arrestare Gigi Sabani? Francamente non credo) (Al peggio non c’è mai fine cioè: c’è qualcosa di peggio della critica della letteratura) “.

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Un pensiero su “diario romano / 1b

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