diario romano / 1c

Giovedì 1 gennaio 2015

F368virginché era marginale e deteneva una posizione di marginalità Saviano ha avuto questa funzione; appena è stato sussunto all’interno della centralità mediatica, ed è diventato un personaggio mediatico e centrale, ha perso questa funzione. Tutti lo vedono oggi: Saviano non ha più la funzione che aveva cinque anni fa e anche quello che scrive è senza paragone inferiore rispetto a quello che scriveva sette, otto anni fa. È stato, diciamo, assunto all’interno del sistema. Però è significativo che il meglio di sé lo abbia dato in un particolare momento. “ (Luperini ci ripensa)



Venerdì 2 gennaio 2015

C1291virgvirghe cos’è successo alla spia? » « L’abbiamo ammazzata prima che potesse parlare » « L’hai ammazzata tu, nonno? » « No… è stata la nonna » Gli occhi di David si spalancarono. « L’ha ammazzata la nonna? » La nonna entrò portando una teiera, e disse: « Fred Bloggs, stai spaventando i bambini? » “ (Ken Follet, La cruna dell’ago, 1978)







Sabato 3 gennaio 2015

l1755eggo in un blog: “ Montanelli disse un giorno: « Dimmi chi ti paga e ti dirò quello che mi dirai ». ”. Ne deduco che è meglio non avere niente da dire. Come me, per esempio.











Oggi mi sono ricordato quello che pensai trentacinque anni fa, appena arrivato a Roma. Pensai che Roma è una città assolutamente “ ignorante “. Cioè priva di tutte quelle caratteristiche che fanno di una città un “ luogo di cultura “. Certo, si sa, c’è l’università, anzi, ce n’è più d’una. Ma è come se non ci fossero, lo si capisce subito. A Roma non c’è la cultura, ma, in compenso, ci sono tante altre cose. Per esempio c’è il Vaticano, oppure il Governo. Ma soprattutto c’è il cinema. Che non è cultura, ma della cultura riesce a saperla anche più lunga. Oppure la televisione, che è anche peggio, cioè, dal suo punto di vista, anche meglio. Una cosa che c’è a Roma è la gente, tanta, ma anche la gente non è cultura, nel senso che la gente sa che della cultura si può benissimo fare a meno. Una cosa buona di Roma è che a Roma i libri vecchi costano pochissimo, praticamente zero. D’altra parte, anche i libri vecchi non sono cultura. Cioè lo erano, ma non lo sono più.

Nella notizia che il famoso “ pizzardone “ di Piazza Venezia ha riprovato il comportamento dei suoi colleghi la notizia non è che il famoso “ pizzardone “ di Piazza Venezia ha riprovato il comportamento dei suoi colleghi, ma che si chiama Mario Buffone. Dice il giornale che ha 65 anni ed è in pensione dal 2007. Mah. Boh. Chissà.


Domenica 4 gennaio 2015

4ivirg mai 1933 – Ècrire – la seule possibilité que j’aie pour éprouver un certain soulagement. “ (Klaus Mann, Journal / Les années brunes / 1931-1936, 1996)











Leggere, su Repubblica.it, della morte di Elisabetta Catalano mi induce a ripensare a un diario: “ Giovedì 30 dicembre 2004 – La differenza fra un giornale e un libro è che un giornale è un annuncio mortuario, un necrologio, un coccodrillo, una sepoltura tempestiva ma provvisoria, un libro invece è una tomba se non addirittura un mausoleo. E un diario? Mah. Boh. Forse è un ossario, un reliquiario, un sacrario. Oppure è soltanto una fossa comune: tanta gente, un po’ alla rinfusa, con un bel mucchio di terra sopra. “.


Lunedì 5 gennaio 2015

v361edendo Giorni e nuvole (Soldini, 2007), credo di constatare per l’ennesima volta che il cinema è fondato sul culto della donna-vestita-di-rosso. Altrimenti detto: c’è chi ci crede – io no.










Generazionale “. È la seconda volta, nel 2015, che sento dire “ generazionale “.

Cottolengo! “, dice la vocina infantile nello spot del Cottolengo. E io ripenso a Calvino: “ Venerdì 23 ottobre 1998 – Poi entro in quel certo ufficio e, come sempre – mi accorgo ora che succede sempre -, vedo quella che sta seduta con un panino in bocca. Lei è piccola – dal tavolo spuntano solo le mani, il panino e la bocca – e il panino è immenso. Lei non fa altro, fa solo questo, fa sempre questo: « magna ». Così penso che quello che racconta Calvino ne La giornata di uno scrutatore, il Cottolengo, i mostri del Cottolengo, le nane del Cottolengo sono uno scherzo rispetto a quello che, anche senza scrutare, vedo qui io. E non una giornata, ma tutti i giorni, cioè sempre. E non è « La piccola casa della divina provvidenza », cioè il Cottolengo, è Roma. « La città eterna? »  No, la cinecittà. “.

Guardo la tv, leggo i giornali… Penso: è inutile che vi date tanto da fare: a piacermi, a sedurmi. Io sono già stato sedotto. E abbandonato, of course.


Martedì 6 gennaio 2015

r526ipenso al povero Pino Daniele. Penso che tutti vanno in Toscana. Ma non sanno – non vogliono sapere – che la Toscana non c’è più.











Leggo il titolo: “ Se Buzzi canta i boss l’ammazzano “. Lo so che “ cantare “ vuole dire, in questo caso, “ fare la spia “. Ma io resto comunque convinto che c’è chi – i “ boss “? – non ama il canto.


Mercoledì 7 gennaio 2015

s1188ono i “ particolari rivelatori “ quelli che forse ci aiutano di più a capire che cosa è, esattamente, il cinema. Per esempio, nel film di ieri sera [*], la futura madre del “ salvatore “ lo concepisce  in una memorabile scopata rigorosamente “ da sopra “, nella posizione “ della missionaria “, diciamo così. Nel cinema, nei corpi, nei gesti del cinema, niente è mai casuale. Il cinema sa sempre come – politicamente? – vanno fatte le cose. Beato lui. Quasi superfluo allegare un diario: “ 19 maggio 1992 – « Ma sentiamo gli uomini: “ Stare sotto mi dà una vista meravigliosa della mia ragazza “, dice Mario, scenografo, 30 anni. “ Trovo che esalti la sua bellezza “. » (Dai giornali) “. [*] Terminator, James Cameron, 1984



ROSSORI

Sotto la celebre copertina di Charlie HebdoLe Coran c’est de la merde / Ça n’arrête pas les balles “ scriverò la seguente didascalia: “ Les dessins non plus “.

coran


ROSSORI

Sotto una foto della manifestazione delle “ matite alzate “ a Place de la Republique a Parigi scriverò questa didascalia: “ Dal basso “.

matite4


Giovedì 8 gennaio 2015

d1076virgoveva succedere, prima o poi… “, pensò la Montagna vedendo arrivare Maometto. Si sentiva un po’ “ fatalista “.













Venerdì 9 gennaio 2015

I1869virgo so’ per la pena di morte “, dice la giornalaia. Acci tua, dico io. Che non amo i giornali in nessuna forma.











Sentiamo gli effetti “, dice la giornalista. Che vuole farci effetto.


ROSSORI

Sotto un disegno che “ riadatta “ la Liberté guidant le peuple di Delacroix facendo impugnare matite ai personaggi del quadro scriverò questa didascalia: “ Liberté Egalité Crayonité “.

liberté


Sabato 10 gennaio 2015

a1433virgnti-age “. L’Estetica come lotta contro il tempo. Raum vs Zeit. Vedi anche: “ Scontro di civiltà “.












Oggi Michele Serra parla di “ ostensione irriflessiva del Male “. Ma se qualcuno pensa che parli della Satira si sbaglia, perché parla della Televisione – della messa in onda maniacalmente replicata della sequenza dell’uccisione del poliziotto a Parigi. Infatti il “ problema “ non è la Satira, ma la Televisione. Sarà il caso di rifletterci un po’.

Cinquant’anni (?) fa il terrorismo sembrava sconfitto “, dice la biondina con il microfono in mano. D’altra parte anche il presidente dell’Anpi la Resistenza non può averla fatta che in cartolina… Bisogna smettere di terrorizzarsi, bisogna farsene una ragione.

Un homme qui ressemble à un vieillard et à la fois à un jeune homme “ (Henri Raczymow, “ Notre cher Marcel Proust est mort ce soir “, 2013)


ARCHIVIO

“ Torino, [1972] settembre – Al pomeriggio volevo andare a disegnare. Pensavo di andare sulla riva del Po e rifare, con precisione, quello che vedevo. Questa storia del disegnare ritorna ciclicamente, come simbolo di un limite interiore che non riesco a oltrepassare. E la letteratura? Si può osservarsi, ri-farsi, ma non, come sto facendo in questi giorni, con troppa libertà, casualmente, senza la sorveglianza di una forma, di una regola certa. Non si può ri-produrre il chiacchiericcio interiore così com’è, così come ci assilla. Io, comunque, invidio i pittori. L’ho pensato stamani, vedendo certe stampe di Dürer. Ho pensato: guarda questo, non ha fatto altro, tutta la vita, che stare con le mani impiastricciate, a dipingere, incidere, fare tanti giochini, anche molto garbati. Poi, nei secoli, hanno raccolto i suoi foglietti, i suoi giochini, e li hanno messi nei musei, e la gente – che sta nella merda – li va a vedere, va a vedere come passava il tempo un uomo tranquillo. E deve anche levarsi il cappello. Io, invece, non sono per niente tranquillo… “.


ROSSORI

Sotto una foto dell’immensa folla della “ marcia repubblicana “ a Parigi scriverò la seguente didascalia: “ Liberté Egalité Charlieté “.

charliet2


Domenica 11 gennaio 2015

R527virgenzi non è italiano “, dice il bambino dello spot di Dimartedì. Ridendo e scherzando…












Lunedì 12 gennaio 2015

q1068uando, ieri sera, si è alzato, ho visto che anche Umberto Eco è basso. Cioè che era più basso di Fazio, che non è alto etc. Ho pensato che è sempre stato basso, basso e fortunato, diciamo così. Ho pensato che la bassezza è tutto, che quando c’è la bassezza etc. Ho pensato che bassi si nasce, che diventarlo è difficile, forse impossibile. Ho pensato che l’infame continua a sorridere, e anche che infami si nasce. E si invecchia, tutto sommato, bene. Che non è poco etc. (Quando, per dimostrare che i giovani non conoscono la storia, ha fatto l’esempio dei quiz con le date de L’Eredità, ho capito che il professor Eco guarda L’Eredità. Che come bassezza non scherza)




Ogni tanto mi chiedo: perché gli italiani non hanno paura? Perché sono coraggiosi? Perché sono religiosi? La risposta è: perché c’è la televisione – mamma Rai.


ROSSORI

Sotto una foto di George Clooney con bottom “ Je suis Charlie “ scriverò la seguente didascalia: ” Charlie di tutto il mondo… “.

clooney


ARCHIVIO

“ 24 dicembre 1987 – Gide che dà da leggere a un arabo Le mille e una notte rendendolo felice. (Journal, 1894) “.


Martedì 13 gennaio 2015

i1871eri ho vinto le resistenze di mia moglie che voleva partecipare alla marcia e sono andato a Disneyland. Naturalmente anche Paperino, Ciccio e Gambadilegno erano Charlie Hebdo. Allons enfants de la patrie. Je suis Brigitte Bardot. Saluti da Parigi. “ (Da un blog)









Stop al procedimento disciplinare nei confronti del prof dell’università La Sapienza che, nel luglio scorso, fece salire in cattedra l’ex comandante della Costa Concordia, Francesco Schettino, imputato davanti al Tribunale di Grosseto per il naufragio della nave da crociera, costato la vita a 32 persone davanti all’isola del Giglio, il 13 gennaio di tre anni fa. Il Tar ha congelato il provvedimento dell’ateneo romano e l’eventuale punizione per il criminologo Vincenzo Mastronardi, responsabile di quel contestato seminario, svoltosi nell’ambito di un master in scienze criminologiche e forensi. “ (Dai giornali)


ROSSORI

Sotto una foto della ” marcia repubblicana ” di Parigi scriverò come didascalia un vecchio diario: “ 1 gennaio 1990 – « “ Ma lei non sogna mai a occhi aperti? “ “ No, io porto gli occhiali “ » (Potter, Helzapoppin, 1941) “.

manif7


ARCHIVIO

“ Mercoledì 17 giugno 1998 – « Un cacciatore aveva cieca fiducia nella lepre, tantoché dopo corsa lunghissima raggiunse un gatto. Intanto, però, tutti avevano dimenticato che al principio della corsa usava di dar caccia alla lepre e plaudirono unànimi al cacciatore, perché insomma lepre o gatto fa lo stesso. Questa favola ne dice che a bocca buona tutto è buono: e che il progresso non ferma. » (Carlo Emilio Gadda, Favole per il tesoretto, in «Il Tesoretto / Almanacco delle lettere», 1939) “.


Mercoledì 14 gennaio 2015

q1069uando, poco fa, la bionda, vedendo i carabinieri in alta uniforme nel cortile del Quirinale, ha detto: ” Guardate che meraviglia di cappelli “, io ho ripensato a un diario: “ Mercoledì 26 febbraio 1997 – Tanti anni fa, quando ero bambino, per le strade della mia città mi capitava di vedere certi uomini piccoli, dai tratti somatici forti, dal fare circospetto e irresistibilmente goffo, dall’aria di chi non è di qui ma viene da fuori, ma non per turismo anche se, a ricordare bene, qualche volta ha anche l’aria di divertirsi, e tutti, immancabilmente, d’inverno come d’estate, con la pioggia o con il sole, avevano una strana cosa in testa: il cappello. In certi giorni, poi, se ne stavano in piazza, a gruppi, a parlottare, a fare non si sa cosa, a non fare niente, come polli, come piccioni, come ora, nelle città in cui viviamo, si vede fare ai filippini, ai pachistani, ai polacchi, agli albanesi, agli africani. Mi sembravano tutti uguali, e tutti comicamente diversi da noi, che eravamo di qui, cioè di quella piccola città, che, in ogni caso, stavamo – sempre – in città. Erano i contadini: quelli che stavano in campagna, quella che, come si poteva vedere anche solo affacciandosi fuori dalle mura, circondava la mia – fortificata? addormentata?- città come un immenso mare verde, giallo, nero, viola – la campagna, con la serie regolare illimitata movimentata delle colline mi è sempre sembrata una specie di mare, guardandola dalla mia finestra mi sembrava di affacciarmi su una vasta distesa d’acqua, abitando in periferia mi sono sempre sentito come se abitassi in riva al mare. Dico queste cose perché ho letto che quest’anno è l’anniversario del cilindro, il cappello haut-de-forme, che sembra si sia cominciato a portare, fra lo stupore generale ma soprattutto delle signore, in Inghilterra, nell’anno 1797; che è una specie di super cappello, il cappello nella sua forma quintessenziale, una specie di personificazione della « cappellità ». Già l’anno scorso, nelle « dirette » televisive dai campionati del mondo di calcio, uno dei gadget più diffusi era una specie di spropositato cilindro da cappellaio matto – si era anche in quel caso in Inghilterra -, segno che la faccenda già un anno fa era nell’aria, sempre percorsa da fremiti, suggestioni, visioni, dei produttori di cose inutili ma simpatiche cioè buffe cioè significative cioè maledettamente importanti. Il cappello è un simbolo virile e, per tornare agli agricoltori di cui sopra, quel loro portare il cappello mi sembrava un modo di essere uomini, e, poiché lo portavano tutti, un modo essere uguali – i contadini, c’è anche da dire, erano tutti comunisti. Uguali fra loro, uguali nel cappello, uguali senza bisogno di dirlo, uguali senza parole. Questa uguaglianza, così immotivata, così reale, così visibile, così precostituita, a me sembrava strana, come se mi costringesse a chiedermi a chi ero uguale io, che non portavo il cappello o comunque non l’avrei mai portato in quel modo (senso). Chi era uguale? chi era diverso? chi era di qui? chi era di fuori? Tutti quei cappelli, tutti quei piccoli uomini che non si sapeva che facessero, che erano buffi ma senza accorgersene, che apparivano solo ogni tanto e poi non si sapeva dove fossero andati, che sembravano sempre in tanti, in gruppo, in branco, come animali, che sembravano tutti uguali, come se fossero copie di una stessa persona, che stavano lì, in mezzo alla piazza, sotto il sole, come sassi, come alberi, mi facevano anche paura. Dico queste cose perché ieri sera in tv si parlava del caso della pecora clonata, cioè di ingegneria genetica, ovverosia di bioetica. Questi discorsi sulla clonazione, cioè sulla possibilità di produrre un essere vivente in tutto e per tutto identico a un altro, di « copiare », per ora una bestia, ma poi, pourquoi pas, un uomo, mi interessano ma mi sembrano un po’ fuorvianti. Perché a me pare che al mondo si copi e si sia sempre copiato, che non si faccia altro che copiare, che la « gente » non voglia fare altro che copiare, che tutti ci sentiamo tranquilli soltanto quando siamo convinti di essere non dico la copia perfetta ma quasi di un altro. È strano ma è così. Lo penso sempre: quando sulla spiaggia in mezz’ora conto cinquantasette ragazzi con il « pizzetto » – mi è successo davvero -, quando alla tv in dieci minuti « registro » dodici signore vestite di rosso, quando, nel tempo di una passeggiata a Villa Borghese, constato l’esistenza di trentuno ragazze con il cane, quando leggo lo stesso titolo su otto quotidiani diversi, quando mi rassegno all’idea che, se sento chiamare « Andreaaaa! », anche stavolta non stanno chiamando me. Essere uguali, cioè somigliare è la grande passione di tutti. Somigliare è una specie di prova dell’esistenza, se non di Dio, di qualcuno che ci ha fatto, ci ha pensato, ci ha voluto, è la dimostrazione che non ci siamo per caso, ma secondo un disegno, un progetto, una volontà, una legge. Essere stati voluti – essere figli di qualcuno – ci dà dei diritti e di diritti pare che abbiamo sempre bisogno. Inoltre, somigliando, non ci sentiamo soli, c’è sempre almeno un altro con noi, cioè quell’altro che ci somiglia. Questa è la verità. Poi c’è chi è contento di somigliare e c’è chi se ne vergogna. C’è chi copia di nascosto e chi lo fa con baldanza. Come quel vecchio cronista che, appena arrivato al giornale, si sentì in dovere di raccontarmi che a scuola c’era il suo compagno di banco che non lo voleva fare copiare e nascondeva il foglio con la mano ma lui gli prese il braccio e, stringendolo in una morsa d’acciaio, gli disse: « O mi fai copiare o te lo stacco » e quello naturalmente lo fece copiare; ed è stato allora che ho cominciato a capire che i giornalisti sono quelli che copiano senza vergognarsene anzi con una certa irruenza anzi con una vera passione. Comunque tutti copiano, tutti vogliono essere uguali, anche se qualche volta non si capisce a chi. Come il cassintegrato con la Land Rover che tutti i giorni mi domando per chi voglia essere preso. Come quei lavoratori della terra che portando il cappello forse si illudevano di sembrare « cappelli » cioè proprietari terrieri. Come quella campagna che, una collina dopo l’altra, un verde di seguito a un altro, incantava la mia vista come un meraviglioso sconosciuto mare. Come me, che anche io copio sempre e anche in questo momento sicuramente sto copiando, qualcuno, forse uno scrittore, forse un diarista, uno che scrive un diario, uno che scrive, che si illude di scrivere stando di fronte a una movimentata, eternamente misteriosa distesa d’acqua. E la pecora? Ecco: il brutto della clonazione è che sa di poco. Che gusto ci può essere a copiare una pecora, a fare un’altra pecora, come se quella di essere pecora non ne avesse già abbastanza? Magari voleva somigliare a un cavallo, o a un gatto, o a un lupo – ma anche di lupi ce n’è abbastanza. E poi le pecore sono tutte uguali, una più o una meno non cambia niente. Capisco un contadino che porta il cappello, una campagna che vuole sembrare un mare, un povero scemo che finge di scrivere, capisco tutto, la cappellità, la acquoreità, ma le pecore… O fanno dormire o servono ai lupi. (Stamani non ho comprato il giornale perché il giornale era in sciopero e se il giornale era in sciopero vuole dire che i giornalisti, non solo non si vergognano di copiare sempre, ma vogliono anche più soldi. Io, invece, non voglio mai niente, perché non sono niente, nemmeno una copia, oppure la copia di un niente, e anche per questo scrivo un diario – o viceversa – che, come dice Jean Rousset, è un « testo senza destinatario » (Le journal intime: texte sans déstinataire?, in «Poetique», n. 56, 1983 – non so altro perché la biblioteca non possiede quel numero della rivista ), è una specie di lettera non spedita o spedita dove non può arrivare per esempio ai posteri, alla « posterité », ma quello, credo di avere letto, da qualche parte era Proust, e io a copiare uno così non ci penso nemmeno, perché, io, mi vergogno) (Ormai mi vergognerei anche a portare un cappello) (E, a proposito di lettere, di poste, di pacchi postali, di mittenti e di destinaari, sulla scatolina di cartone da cui è stato sottratto ad opera di ignoti – a Roma ladrona? a Milano ladrona? – il modesto collier omaggio della ditta francese produttrice di formaggi Camembert – che più puzzano e più sono buoni – leggo una scritta – « maggi francesi » – che lì per lì mi stupisce, come se dal passato giungesse a me, stralunato futuro, una fetente madeleinette di quell’anno mirabile, ma è solo una carta strappata, un frammento, un lacerto, un dettaglio, un ricordo rubato alla dimenticanza) “.

” È una giornata molto particolare “ (Dalla tv)

Poi c’è Vauro che dice che ” la satira non si arruola “. Ma non spiega perché si veste da Guardia Rossa.

Che mangia oggi, presidente? “ (Da una “ diretta “)

Porta ancora il cappello… è l’unico politico che lo porta… “ (Da un ddibbattito)


ROSSORI

Sotto la foto del presidente del Senato Grasso che, dopo le dimissioni di Giorgio Napolitano, è divenuto ” reggente “ scriverò questa didascalia: “ Grasso che regge “.

grasso


Giovedì 15 gennaio 2015

C1293virghi esce esce “ (Da un ddibbattito)












Pensiero del giorno: “ La fortuna dell’Occidente è che non è molto intelligente “.

Da non dimenticare il titolo di Repubblica: “ La rivolta di Parigi: « Libertà! » “ (Studi sulla mentalità antiautoritaria, 44291)

Je me souviens che il babbo voleva sempre che la mamma si mettesse il cappello, ma lei non ce ne aveva tanta voglia.

Poi arriva l’attrice siriana – ma è nata e vive in Italia – che porta il velo ma non così tanto da impedire che si veda che ha una bella bocca e due stupendi occhi verdi. Alla faccia del Profeta.

Quando poi la bionda ha fatto sentire Crozza che cantava Vita da Napolitano sulle note di Una vita da mediano, io ho pensato che la canzone di Ligabue potrebbe essere l’inno dei comici, oppure dei satirici, oppure dei giornalisti, oppure dei napolitani. Tipo l’Amico mio, che una volta, mi ricordo benissimo, disse: “ Io sono un uomo medio “. E io capii che, non so spiegare perché, mi aveva assolutamente fregato – non c’è niente di più truffaldino della medietà.

« Avevi mai notato che in “ Penelope “ c’è un “ pene “? » « No, ma a pensarci meglio… ».

« È suo il cappello? » « No, no, grazie… » “ (Allo studio medico)


ROSSORI 

Sotto la foto di Giorgio Napolitano che alza il cappello in segno di saluto scriverò la seguente didascalia: “ Chapeau! “.

chapeau


ARCHIVIO

“ Giovedì 7 dicembre 1996 – Penso che quei ragazzini che quarant’anni fa vendevano i giornaletti per strada, e a me sembrava strano perché non capivo che bisogno ci fosse, dico di venderli, quarant’anni dopo ci sono riusciti, dico a venderli. “.


Venerdì 16 gennaio 2015

d1078ivertente nel film di ieri sera quando il povero Giacomo dice che, visto che ormai tutti scrivono, bisognerebbe farsi pagare per leggere etc. Non so se se lo sia inventato Martone, ma è divertente.










È venuto il momento di ri-evocare un diario divenuto assolutamente “ attuale “: “ 27 agosto 1993 – Prosegue ininterrottamente la ricerca sull’URSV [*]. Ho ricordato il tempo della prima capitale intuizione: fanno esattamente vent’anni: « Qui si tratta giammai dell’abolizione ma della tattica ridicolizzazione del padre ». Una domanda: se vivesse oggi, Adrian Leverkhün lavorerebbe per Berlusconi? “. [*] Una Risata Vi Seppellirà

Siamo un Paese di figli, per di più di figli incanutiti. “, dice Michele Serra. Che, direi io, è un figlio “ di carriera “ – io, casomai, lo sono stato “ di complemento “.

Dice il prelato che quello che il papa ha voluto dire è che “ non si può ignorare la sensibilità degli altri “. Io consento, ma sento anche che dire così non mi basta. D’altronde, io non sono papa, non sono un prete, non sono niente di più che un essere “ sensibile “, cioè dotato di sensi, i soliti, la vista, l’udito, l’odorato, il gusto, il tatto…


ROSSORI

Sotto la foto delle due cooperanti italiane liberate dietro pagamento di un cospicuo riscatto scriverò questa didascalia: “ Dalla parte delle cretine “.

cretine


ARCHIVIO

” Senza data [1973], Torino – Edipo. In luci oblique di corridoi d’albergo // mia riaffiorata Itaca / dove s’incircola il mio viaggio / compiuto a prezzi non popolari / in sprofondi melmosi / ultra underground / da cui riemergo / eccomi / in virtù della legge d’Archimede / bagnato e incoronato d’alghe // dal mio temporeggiante cabotare / scorgo / le nere, corazzate, inglesi / pipe dei Proci fumare / in laboriosa solennità / fanciulli librerie fabbriche tutto / un formicante andirivieni / di oggetti / mia sovrapopolata Itaca desarrollata / senza di me / ebbi sentore / (da cannocchiali / da giornali / da relitti / come mutande parrucche video / cassette anche / nelle occasioni più fortunate / commestibili salme / d’affogati) / di questo accumulato paradiso io / mangiavo cipolle incomprensibilmente / ma l’appetito / acido / ulceroso / satanesco / di questo / costituito menù / era / tutta la mia coscienza / e il mio rimorso // in luci oblique di corridoi d’albergo / fra superfici / inclinate / intersecantimi / varcando piani contra / al principio di non contraddizione / e alla legge sui fitti introitando / mondi inconosciutamente / comunicanti da sempre / subaffittati a pigionanti / impresentabili / in luci oblique di corridoi d’albergo / dove per le pareti trasudanti / sospiri e peti va in onda / in questa sera del redde rationem / ognuna delle mie sere / il consueto gioviale incubo / della mia verde età // sì, dottore / ricordo / risuonano / nel tempo inarrestato / della ripetizione / tabacco-olenti e mattutino-rombanti / stereosinfoniche / diarree paterne come un precoce / requiemeterna / sul mio giorno inguaribile // a meno di trapianti // in lacci appunto della parola / raziocinante il Bene // cioè mi pare / il voluto da altri / quale un biblico stabilito / ordine di servizio migliore / di ogni altra – ehm – / possibile / ipotesi (?) di (?) lavoro (?) / se sbaglio / correggetemi però / scrivo e dichiaro che / io volevo e voglio / questa mia sola pietanza / la fica / cavernosa / totalmente adiposa / totale / misericordiosa fornita / di riscaldamento centrale / universale forma / dei miei pensieri. Ma inibita / confiscata / sigillata / vietata / rateata e differita / requisita / dalla costituita autorità // in lacci della parola / dove si strangola il mio destino / per sussultanti / rosso-intimanti / come da gole di lupi / o di questore / assalti della Minaccia // fuggendo purtuttavia / la paludosa carezza / di cigolante serva o di pneumatica / moglie dell’oste / (fu azzoppato anche lui / per qualche suo / peccato e giacque in ospedale a Bari / ascoltando la Tosca) / tacendo // in reliquiari privati di vedove / maritate alla morte / quale viaggiante missus / della priapica ecclesia / accudito / maramaldescamente // in umbertini incubi di pubblici uffici / catalogando le inesauste apparenze / impolverate di sfarinate ossa di scomparse / vestali / statali // in Torino nei singhiozzanti portici / piangenti creme e mesti gianduiotti // accettare giornali dimodochè / non leggerli / la mia mesta paura di voi / mesti compatrioti / povero Gadda sia maledetta / o scordata / la vostra probità fifona / storicamente determinata // io canto // pigolo gorgheggio scongiuro / tramite succhi di frutta e / con le guance accese / (d’orrore?) / l’onnipresenza / emanante da oggetti / egualitariamente mercificata // iettatoria / della Colpa.


Sabato 17 gennaio 2015

R528virgistabilitosi, il ritmo della sua vita cambiò: comprò una Alfa Romeo «Giulia», pagata a rate, con la quale guidava in modo spericolato; si immerse maggiormente nel lavoro; fece più viaggi all’estero.  “ (Vittorini 1964 nei ricordi del nipote Ettore)









La mia solita bambina “, dice il babbo di Vanessa.

Mi pare di avere capito che Jiga Melik sta a Montalcino. D’altra parte, Vanessa Incontrada sta a Follonica. In Toscana! In Toscana!


ROSSORI

Sotto la foto di Vanessa che appare da dietro una tenda aperta dal babbo scriverò la seguente didascalia: “ Ce n’est qu’un début “.

vanessa


ROSSORI

Sotto la foto del presidente Napolitano che taglia la torta offerta dal rione Monti scriverò la seguente didascalia: “ La dolce vita “.

torta2


ROSSORI

Sotto la foto di un ulema incazzato nero durante una manifestazione anti-Charlie in Niger scriverò questa didascalia: “ Liberté Égalité Obscurité “.

ulema


ARCHIVIO

“ Venerdì 2 luglio 1999 – « Le fotografie di disastri, personaggi politici, donne for­mose che vediamo nei rotocalchi, si suppone che abbiano la funzione di “ portare il mondo fino a noi “. Ma ciò che quelle im­magini effettivamente compiono è una funzione assai inumana: trasformano persone ed eventi reali in oggetti di puro sguardo, avulsi da ogni contesto vivo e da ogni significato men che ele­mentare grazie alla chirurgia dell’obbiettivo. Sicché possiamo guardare senza vedere, afferrare senza capire, essere eccitati senza provare in realtà alcun sentimento particolare. L’immagine fotografica abolisce decisamente la densità e l’ambiguità degli eventi reali, isolandoli dalle paure, aspettative, desideri, idee e conflitti d’idee che ad essi ci legano e che ne costituiscono il senso. Ridotte a immagini nette, le cose diventano infinita­mente più evidenti e, al tempo stesso, infinitamente più insignifi­canti che non possano mai essere in realtà. Quel che alla fine abbiamo è davvero la “ pellicola “ della vita. Piuttosto che portato fino a noi, il mondo è stato efficacemente “ fatto fuori “. » (Nicola Chiaromonte, La realtà fatta fuori / Considerazioni sul cinema, in «Tempo presente», 4, n. 2, 1959) “. [*] [*] Sostituire ” cinema ” con ” informazione ” – la realtà fatta fuori dall’Informazione. (Nota 2015)


Domenica 18 gennaio 2015

L1758virga madre, di nome Hyphernkemberly Dorvilier, quando è arrivata la polizia era ancora lì, e urlava e piangeva istericamente, secondo quanto hanno riferito dei testimoni. Secondo alcuni, sarebbe stata vista ricoprire il corpicino bimba con del liquido infiammabile, prima di darle fuoco. “ (Dai giornali)








Dice che c’è un documento di non so chi – la Cia? l’M15? il Mossad? – che si intitola “ Hunting the Sleepers “. Ne deduco che c’è un sacco di gente che non vuole farci dormire. (Forse deduco male, sarà che ho tanto sonno, “ sonno arretrato “, come diceva il povero Walter Chiari… )

Un mito della nostra infanzia: la Scuola Radio Elettra “. Elettrotecnici di tutto il mondo…

E vivaddio “, dice quello che ha appena difeso il diritto alla blasfemia.

La “ clownterapia “. « Te l’avevo detto… » Che vogliono curare? « No, che vogliono fare ridere ».

Quando ieri ho visto il servizio di France24 sui “ maîtres doreurs “ di Versailles – sono i bravissimi artigiani che manutengono le innumerevoli, splendide dorature della reggia -, ho pensato che la Francia è la patria dell’Illuminismo non meno che quella di Louis XIV, il “ re Sole “. Ho pensato anche che Parigi era la “ ville lumière “ molto prima dell’illuminazione elettrica – nonché dei fratelli Lumière – il più meraviglioso, sconcertante, fantascientifico dei nomi d’arte.

Laici “? Secondo me non sono “ laici “. Sono qualcos’altro. Secondo me “ laico “ non significa nulla.

Dice che il 2015 è l’anno mondiale della luce. Infatti mi pareva.

Poi vedo quello della Protezione Civile. Ne deduco che ci sono i protettori.

“ Chiusi (SI) – Il giovane ricercatore chiusino Cristian Della Giovampaola ha recentemente ricevuto un riconoscimento ufficiale dal sindaco Stefano Scaramelli e dall’assessore al sistema Chiusipromozione Chiara Lanari, per meriti di studio che lo hanno portato fino agli Stati Uniti d’America. La cerimonia, sobria nello stile ma dall’intenso significato, si è svolta nella sala del consiglio comunale dove è stata anche spiegata la natura delle ricerche portate avanti alla Pennsilvania University di Filadelfia dal giovane scienziato e che in generale riguardano il concetto dell’invisibilità. Della Giovampaola sta, infatti, lavorando ad un progetto incentrato sul trattamento di materiali con energia proveniente da onde acustiche e luminose, tale trattamento dovrebbe rendere i suddetti materiali invisibili all’occhio umano. “ (Dai giornali)

Poi c’è uno che sta a Creta. « Sarà un cretino… » Mah. Boh. Chissà.


ARCHIVIO

“ 13 giugno 1984 – La laicità: giocare ai dottori. “.


Lunedì 19 gennaio 2015

p1095er esempio, i giornalisti. Sono “ laici “ i giornalisti? Mah. Boh. Sono giornalisti, ecco che cosa sono. Cioè infinitamente stupidi, infinitamente ignoranti, infinitamente “ nuovi “. Direi ” antropologicamente “, se solo sapessi che cosa voglio dire.










“ Io sono un linguista “, dice il vecchietto che, da quando è entrato, non ha smesso di parlare un momento. È simpatico, e anche spiritoso. Ma io ho pensato che, se continuava a parlare, avrei avuto voglia di tagliargli la lingua. Dice che gli piacciono solo i bambini e i cani, dice che un bambino a cui aveva chiesto: “ Ma come parli? “, rispose: “ Parlo il piccolese “. C’è anche da dire che è molto piccolo, anche perché un invisibile male lo costringe a stare piegato in due.


ARCHIVIO

“ 15 ottobre 1995 – Ci racconta da Parigi Natalia Aspesi: « E naturalmente la moda non resiste alla massima celebrazione antimoda: questa volta tocca all’inglese Vivienne Westwood fare sfilare, nel tripudio generale, la solita modella vestita solo di un gran mazzo di fiori e di un tanga, tutto il resto al vento. Come dire, sbagliando, – l’abito non conta, la donna davanti alla violenza del mondo non ha che se stessa, il suo corpo nudo, e perciò puro -. Solo la moda può credere a una filosofia così elementare. Da giorni sfilano mutande di seta, reggipetti d’oro, cosce interminabili, sederi imbottiti, natiche d’ebano o d’avorio, corsetti irrigiditi dalle stecche, maschere da schermidore in paillettes, tacchi senza fine, trasparenze, luccichii. Ma la Francia non pare particolarmente eccitata: l’unico capo di abbigliamento di cui si discute è il velo islamico e se sia giusto che, per esempio, a Lilla, intervenga la polizia per impedire l’accesso a scuola alle ragazze musulmane che non vogliono o non possono toglierlo ». “.


ARCHIVIO

“ Senza data [1980] – Nel giornalismo  che aborrisce/abolisce i punti interrogativi la dispersa plebe delle certezze minuscole. Chiarezza, chiarezza e il nero solo in certe occasioni. Il qui, l’oggi, il mattino, e se è la sera è illuminata a giorno. L’effimero portato avanti, dietro non c’è mai niente. La memoria archivio. Al quarto piano. La preghiera laica del mattino. Ma io pregavo la sera. Prima di addormentarmi. “.


Lunedì 20 gennaio 2015

S1192virgecondo me è tutto un cinema “. Dice quella del sindacato pensionati.












Leggo Baricco su Houellebecq e non riesco a pensare altro che quello che penso sempre: che mi hanno rubato la letteratura. D’altra parte mi hanno rubato tutto: i baricchi, gli houellebecqi. Perché sono arrivati dopo, sono arrivati da dietro. “ Tutti a rileggere Huysmans, dopo “. Ma rileggere che? ma tutti chi? (A proposito di Huysmans: “ 2 marzo 1986 – Al giovane Süskind autore del best-seller Il profumo, Nascimbeni chiede se si è rifatto a Huysmans. Sa un cazzo il giovanotto. “) Fanno meglio quelli che non leggono niente.


ARCHIVIO

“ 20 novembre 1991 – « 20 genn… ». Stavo per scrivere « 20 gennaio » invece di « 20 novembre ». Quando mi sono accorto dell’errore non ho saputo fare di meglio che scrivere « 20 dicembre ». Mah. Stavo per scrivere « 20 gennaio » perché? La risposta è fin troppo facile: è il giorno della morte della nonna e del nonno (esattamente un anno dopo). Scrivere è anche questo pensare a voce bassa. Girare intorno a un pensiero, accarezzarlo, covarlo. E gli atti involontari non mancano, i lapsus calami. Volevo proprio scrivere « 20 gennaio ». A costo di sbagliare, di mentire, di fare un falso in atto pubblico. « Personalizzare » il registro dei lettori. Scrivere sullo stampato di stato qualcosa di molto privato. Segnare una privazione. Anche oggi è un giorno di lutto? Scrivere qualcosa di « personale »: è giusto? No, non lo è. A chi interessa se è morta la nonna? « Ah sì, mi dispiace… sincere condoglianze … e quando è morta? » « Venticinque anni fa » « ??? ». Si vede la faccetta fulminata del tizio. In una vignetta. In una barzelletta.


Mercoledì 21 gennaio 2015

m887a lei è parente di Guglielmo Giannini (quello dell’Uomo Qualunque, ndr.)? “, domandava il professor Eco al giornalista Massimo Giannini che lo intervistava a Ballarò. E, al suo diniego, insisteva: “ Allora di Giuseppe (“ er prence “, il giocatore della Roma) … allora di Giancarlo (l’attore, dei film di Lina Wertmuller) … “. No, no, no… “ Non sono figlio di nessuno “, tagliò corto il reporter, mettendo fine al giochetto. Comunque i professori lo fanno sempre. Con l’aria di prendere, blandamente, per il culo. D’altra parte, fare domande è il loro mestiere. E anche sapere in anticipo le risposte. Non altrimenti per i giornalisti essere figli di nessuno. Che comunque è qualcosa, anzi parecchio.


Ormai molti anni fa ricordo di essermi detto, con l’opportuna solennità: “ Non expedit “. Ma io non sono un cattolico, lo sono, eventualmente, solo per modo di dire. Allora mi chiedo: che cosa intendevo dire, esattamente, che cosa pensavo che “ non convenisse “, che fosse divenuto impos-sibile, inaccettabile etc.? Ho cercato una traccia di questo pensiero nel mio diario, ma non l’ho trovata, se non a una data molto tardiva: “ Lunedì 16 gennaio 2006 – Credo che il fatto di avere deciso che l’epigrafe del diario di quest’anno sia quel certo brano della Recherche [quello di Saint-Simon] è qualcosa da considerare più a fondo. C’è dentro, a pensarci bene, un’idea della letteratura, ma, soprattutto, un’idea dei rapporti fra la letteratura e altre, più fortunate, più « popolari », più « invasive » forme di comunicazione. C’è una garbata presa di posizione, un’ironica « discesa in campo », un sommesso ma radicale « non expedit » nei confronti, ad esempio, del giornalismo. Il fatto poi che si tratti di qualcosa che risale a quasi un secolo fa, non toglie niente al suo valore, anzi, considerati i tempi, aiuta a capire che la letteratura è, già da moltissimo tempo, una scelta, difficile, paradossale, esposta al fraintendimento, all’incomprensione, alla sua stessa impossibilità. Credo anche che l’avere deciso di trascrivere il testo di Proust conservando la traccia della mia lettura, cioè di una trascrizione precedente, presentandolo insomma come un brano del mio diario, come effettivamente è – « Senza data [1983] » – abbia una rilevanza – magnifica e terribile – che devo avere il coraggio di non trascurare. É stato infatti allora, ormai più di vent’anni fa, che io ho deciso di non-fare il giornalista. Non direi nemmeno che sia stata una decisione: ho soltanto lasciato che smettessi di farlo, che prevalesse in me la voglia di non farlo, la non voglia di farlo: infatti non ne avevo mai avuto veramente voglia. Ho acconsentito a che prevalesse la renitenza, la reticenza. Ho preferito assentarmi dall’ultimo luogo in cui mi era accaduto di comparire. Ho preferito cominciare a sparire sul serio. Lo so: per fare la letteratura tutto questo non basta. Tanto più che non sono sparito davvero. Tanto più che, cento anni dopo, sparire è anche troppo facile – si può sparire in provincia, si può sparire in una cattedra universitaria, si può sparire in un libro strano che non legge quasi nessuno, si può sparire in una biblioteca… Si può sparire in un diario: è allora che si capisce che forse non volevamo sparire così tanto… “.

Quando il professor Tullio Gregory ha detto che Montaigne diceva che “ solo i folli sono risoluti “, io, lo confesso, ho pensato che pensasse a Renzi, e che lo pensassero anche quelli che, come me, lo stavano ascoltando. Invece poi, per fortuna, si è parlato d’altro. Cioè di Montaigne, Michel Eyquem de, dei suoi Essais, scritti nel bel mezzo delle guerre di religione, a testimoniare un pensiero emancipato dalla metafisica, l’esercizio della pratica feconda del dubbio, vero manifesto di uno scetticismo razionale e “ mondano “. Mi sono decisamente rallegrato quando ho sentito l’illustre docente parlare di “ valore pubblico dell’interiorità “. Ho esultato quando ha descritto l’” arrière boutique “, il “ retrobottega “ in cui Montaigne invita a rifugiarsi per non soccombere alle brutalità della storia. Quando hanno detto di fare qualche domanda, per un momento ho pensato di chiedergli se quel “ retrobottega “ potrebbe essere, in qualche modo, accostato all’” alloggio segreto “ di Anna Frank. Ma mi è sembrato francamente un po’ stupido e non gliel’ho chiesto. Invece ho accettato il prosecco e le patatine. E amen. Tutto sommato è stata una bella serata, un po’ triste, ma bella.


Giovedì 22 gennaio 2015

s1194tamani mi sono svegliato pensando che io sono stupido. Ma non per modo di dire, per scaramanzia, per falsa modestia etc., sono veramente stupido, inoppugnabilmente stupido, letteralmente stupido, stupido e basta. Forse, dico che lo pensi, dipende dal fatto che ieri sera ho ascoltato, con grande piacere, va detto, la lezione del professor Tullio Gregory – c’è da dire che, ascoltandolo, mi sono reso conto che io rischio sempre di ascoltare male, di fraintendere, di capire fischi per fiaschi, soprattutto se quello che ascolto è un discorrere filosofico, l’esposizione di concetti, di procedimenti  logici etc. Oppure perché, prima e dopo la conferenza, attraversando la libreria in cui si teneva, ancora una volta ho contemplato la moltitudine dei libri nuovi, ma, forse per la prima volta, ho pensato che vorrei leggerli tutti, e, soprattutto, che tutti o quasi tutti se lo meritano, cioè che se c’è tanta gente che scrive non si può fare finta che non ci sia, che se lo fa è perché lo sa fare, chi meglio e chi peggio, ma sempre, comunque, meglio di me, che non scrivo, non pubblico etc. A proposito di professori, penso anche che se il professor Garin, cinquant’anni fa, al primo esame, mi disse che gli sembravo una persona intelligente, ma poi mi dette un ventisette, che, come il ventinove del professor Eco al povero Tondelli, è poco meno che una bocciatura, anzi forse è anche peggio, era perché aveva capito subito che ero stupido. Infatti, cinquant’anni fa, io ero già stupido come ora, la differenza è che ero giovane, che avevo tutta una vita, tutta una stupidità davanti etc. La verità è che quello che penso è che sono tutti più intelligenti di me, o almeno un po’ meno stupidi. Lo sono sempre stati, cinquanta e più anni fa. Per esempio, il mio nonno. Che mi diceva che Andrea è un nome da donna. Io pensavo che scherzasse, che lo dicesse per farmi arrabbiare, e invece, forse, no. Forse lo pensava davvero, come lo pensano quelli, sempre di più, che, all over the world, chiamano Andrea le figlie, e le figlie, le Andrea, per quanto si sa, non hanno niente da obbiettare. Mah. Boh. Dipende tutto dalle parole, da come si intendono, da come si leggono. Già, come si leggono? Con gli occhi? Con gli orecchi? Mah. Boh. Per ora contentiamoci di un diario di qualche anno fa: “ Martedì 7 maggio 2002 – « Certo che, per troppo secondare la natura e rispettare il bisogno naturale di un risveglio dolce, fisiologico e senza scosse, qui il padre di Montaigne crea un mondo quasi surreale, di fiaba: una specie di eden, di umano paradiso terrestre, dove la diana del risveglio ha la dolcezza di una ninnananna: una ninnananna rovesciata, la ninnananna del padre, se così possiamo dire, che introduce il fanciullo nel mondo della veglia, con persuasioni analoghe a quelle che le madri hanno da sempre inventato per introdurci nel mondo dei sogni. » (Giacomo Debenedetti, Quaderni di Montaigne, 1956 [1986]) “.

Il mio romanzo? Non ho nemmeno cominciato a scriverlo.

Quando leggo che “ Renzo Piano firmerà il nuovo museo archeologico di Ercolano “ sono contento per lui. E un poco anche per me, che sono quello che ha scritto: “ Giovedì 5 febbraio 1998 – Chi va Piano / va sano / e va lontano / (Se si chiama Renzo, / io penso). “.

Intantho, Samantha

Sto per andare a vedere Torneranno i preti. « Volevi dire i prati… » No, volevo dire che, come al solito, vado al cinema della parrocchia…

Dice Sabina Guzzanti che i soldi che aveva dato al “ Madoff dei Parioli “ non erano 850mila euro ma 537mila. Però 537mila erano.

Ore 22. 22. Sono andato a vedere Torneranno i pirati. « Volevi dire i prati… » No, volevo dire che, quando vado al cinema, mi sento sempre un po’ “ abbordato “. (Non so se si può dire, ma non mi è piaciuto per niente)


Venerdì 23 gennaio 2015

n1061el film di ieri sera c’è uno che, pur di non uscire fuori, si spara. Ho capito… ho capito… (Quello che vorrei sapere è quanti Olmi lavorano nel film di Olmi) (È successo così, un po’ per volta, senza che me ne accorgessi, senza che lo volessi: la haine du cinéma) (Comunque è il cinema che odia me) (Tutti quei faccioni… tutti quei barboni… ) (“ Questo ordine lei sa che non me lo può dare “, dice al ” tenentino ” il soldato napoletano che cantava sulle trincee, ma ha deciso di non cantare più. Dice: “ Per cantare bisogna essere felici “. Ma il punto non è questo. Il punto è che: o la faccia o la voce. Aut aut)



La voce di Draghi. Una voce fioca, una voce chioccia. Una non-voce. La voce dei soldi? I soldi / la voce.

Poi vado a comprare il giornale e sul bancone del giornalaio, fra le tante, c’è una rivista di fotografia che ha in copertina la celeberrima foto di Mario De Biasi che si intitola “ Gli italiani si voltano “ al centro della quale campeggia il bel sedere di una sconosciuta signora di sessant’anni fa. Così io, per l’ennesima volta, penso che quello che i giornali fanno è vendere culi. Penso anche che è per questo che non ho fatto il giornalista. Perché non avevo un culo da vendere, diciamo così.

Al Quirinale Sgarbi vorrebbe Muti. Ça va sans dire, diciamo così.

Poi c’è Alexis Tsipras sulla copertina del Venerdì con una cosa rossa sul naso. È un garofano o la pallina rossa di un naso da clown?


ARCHIVIO

“ 19 maggio 1985 – Quante pagine in Proust sono dedicate alla analisi della voce… L’intonazione, le particolarità del suono, le storpiature del lessico, i dialetti sociali. È come se il romanzo fosse scritto al buio o da un cieco (così era nei fatti). La ricerca è della « voce perduta », in un mondo su cui è calato il silenzio. “.


ARCHIVIO

Vent’anni fa mi sono ricordato la letteratura. Mi sono ricordato che la letteratura è le parole che salgono non si sa da dove e, venute a galla, sbocciano come meravigliosi fiori, pieni di un perfetto mistero; come ricordi di un passato che potrebbe anche non essere mai stato presente, perchè quello che conta è che presente comunque non è; come il fischio agli orecchi che si dice è qualcuno che ti pensa, ma forse sei tu che stai per pensare a qualcuno a cui non pensavi e che vuole essere pensato. Che chiama, nella rete infinita dei pensieri del mondo.


Sabato 24 gennaio 2015

m890ussi: ha i baffi, la fede al dito ed è di Piombino. Beato lui.













È strano: tanto ho fatto – tanto non ho fatto – che sono riuscito a diventare un “ vecchio di Roma “. Ecco che cosa intendo dire: “ 16 marzo 1974 – Stamani mi sono reso conto di essere a Roma. Curiosamente ho cominciato dai vecchi di Roma. Mi sono comparse accanto o di fronte, o minime nella distanza, almeno una trentina di queste creature; vecchi ne avevo visti finora solo a Parigi o a Torino. Altrove non riescono a meritare questo nome: sono entità contraddittorie in cui la necessità anagrafica bisticcia molto vergognosamente con l’eterno oggi delle mode. Qui è un museo in cui tutto è al suo posto, uomini e palazzi. Voglio restare perché c’è del nuovo, molto di nuovo per me. Le capitali sono un capitolo da scrivere. I vecchi di Roma hanno il coraggio di trapassare al demodé. Portano pur sempre vecchi trofei. “. Quando, quarant’anni fa, ho scritto questo diario, avevo trent’anni. Però mi sentivo già “ trapassato “. È strano, ma è così.

« Machiavelli? » « Gianni » “ (L’Eredità, Raiuno, ore 19. 17)

Continuo a pensare che, se mai dovessi scrivere un romanzo, non potrebbe che essere un romanzo di fantascienza


SCRITTI SUL SOTTO IL CINEMA

Nel film di ieri sera c’è Jude Law che vuole tornare da Nicole Kidman. Però, quando torna, finisce ammazzato. Se ne deduce che era meglio se non tornava. È anche vero che Nicole, come già si sapeva, è molto bellina, e ha anche un rinomatissimo culo. (Ritorno a Cold Mountain / Cold Mountain, Minghella, 2003)


Domenica 25 gennaio 2015

s1196tamani, vedendo il giornalista giapponese decapitato dall’Isis, notando che i giapponesi, almeno i giornalisti, sono assolutamente “ occidentalizzati “, cioè sono in tutto e per tutto uguali a noi, penso che il giornalista è un lavoro come un altro, e che io avrei potuto benissimo farlo, anzi che l’ho fatto etc. Insomma, oggi non ho nessuna voglia di parlare male dei giornalisti. Penso: “ giornalisti brava gente “, ecco quello che penso oggi. Forse farei meglio a parlare male di me, ma oggi non ho voglia nemmeno di quello. Potrei pensare che sono stupido, stupido come un giornalista, ma anche questo l’ho già pensato etc.



Significativo anche che, a quanto si dice, c’è in Grecia chi vuole Costa Gavras for president. Le radici cinematografiche dell’Europa? – “ Sabato 10 maggio 1997 – Dice lei che quello che fa il padre in Music box (Costa Gavras, 1989) è lo stesso che faceva il padre in Shine (Scott Hicks, 1997). Si vede che ha la faccia da padre. Il cinema è semplice. “.

In ogni caso, l’inglese rotondo e vagamente affettato dell’upper class sorprende in un figlio del Galles minerario “ (Intervista a Ken Follett)

« Avete già viaggiato da queste parti? », gli chiese. « Perbacco! », rispose serio Paganel. « Su un mulo? » « No, su una poltrona ». “ (Jules Verne, I figli del capitano Grant, 1867)

Sono felice come futura lettrice. “ (Da un blog) Felice come una lettrice.


Lunedì 26 gennaio 2015

s1197tamani penso quello che pensava Moravia: : “ 27 gennaio 1994 – « Se rinascessi vorrei fare un lavoro manuale, magari il pittore. Si rinuncia a troppe cose facendo lo scrittore » (Dichiarazione di Moravia su «Penthouse Italiana» – Anni Ottanta) “.










Crescono le quotazioni della candidatura Muti. A me, in un certo senso, sembra perfetta. Cfr. il diario che dice: “ 2 gennaio 1987 – Uno studio sui nomi d’arte. P. e.: Ornella Muti (ammesso che lo sia). Mi fa pensare 1 al fascismo (la « Muti » brigata repubblichina) 2 al mutismo, l’assenza di parola, il silenzio, la bellezza sans phrase: Ornella-per-i-muti 3 all’ammutolire, far tacere: « ch’ogne lingua devien tremando muta » (Dante, Vita nuova) (Credo anche che a Siena il primo cinema – muto – fosse nei locali dell’istituto per sordomuti « Tommaso Pendola »). “.

Alla clinica Ars Medica il personale è vestito di rosso. Ars gratia artis. Nell’occasione ricordo un diario: “ Venerdì 6 settembre 2002 – Ci voleva il terremoto a Palermo per farmi accorgere che l’acronimo dell’Assemblea Regionale Siciliana è « ARS ». Bravi anche loro. “.

A Roma non bisogna mai mostrare di avere fretta. Non bisogna lasciar capire che pensiamo che esiste una “ questione tempo “.

A un certo punto ho scoperto la storia. Ma era soltanto un film.


ARCHIVIO

“ 11 luglio 1988 – Il babbo dice: « Il venerabile », io dico: « Leggi troppi giornali ». “.


Martedì 27 gennaio 2015

q1071ualunque cosa fosse quella cosa che io chiamavo “ letteratura “, quarant’anni fa era già finita. Pensare di ricominciarla – di ricominciare – è stato velleitario, temerario, e spaventosamente oneroso. Anche se, forse, non del tutto inutile. La verità è che, quarant’anni fa, io non potevo fare altro. Di certo non potevo continuare a finire in quel modo in cui, lungo dieci anni matti e disperatissimi, ero andato finendo: rovinosamente, sanguinosamente. Come in una caduta che, cadendo, trascina tutto con sé, e soprattutto i ricordi. Quello che sentivo di dover fare era almeno rallentare quel catastrofico moto all’ingiù. Non dico fermarmi, perché, anche se in qualche momento ho sperato di riuscire a farlo, io, dentro di me, sapevo che mi sarebbe stato impossibile. Ma almeno cadere un po’ più piano, senza, soprattutto, l’ebbrezza feroce e dissennata che il precipitare induce in chi precipita. Io, allora, pensai che dovevo almeno tentare di ricordare. Per sapere che cosa avevo smesso di essere, che cosa, da un certo momento in poi, non ero più stato. Per misurare la distanza che avevo, furiosamente, percorso. Per conoscere l’entità delle perdite, la vastità delle lacerazioni, l’irreversibilità dei guasti. Ammesso che fossero guasti… Che cosa, comunque, fosse questa “ letteratura “ – questa cosa chiamata letteratura – che io sapevo essere già una volta finita, che avevo, in extremis, deciso di voler rianimare, io, allora, non lo sapevo. Né lo so ora, a distanza di tanti inutili anni…


ARCHIVIO

“ Giovedì 10 settembre 1998 – Capii che mi avevano fregato quando seppi che una certa signora mi chiamava « il grande Gatsby ». (Capii come mi avevano fregato) “.


Mercoledì 28 gennaio 2015

a1438ll’inizio degli anni Cinquanta, al tempo della scuola elementare, il mio Grande Amico se ne andò a vivere con la famiglia a Roma. La cosa mi dispiacque moltissimo, perché al mio amico io tenevo tantissimo, anche perché a me, che ero figlio unico, restava solo la prospettiva di restare solo. Poi me ne feci una ragione, trovai nuovi compagni di giochi, passarono gli anni, ma io continuavo a pensare che il mio Grande Amico fosse lui e soltanto lui, insomma: mi “ mancava “ parecchio – io, si sarà capito, non avendo fratelli, cercavo soprattutto un fratello. Poi il mio amico, che nella mia città continuava ad avere i parenti, cominciò a tornare, soprattutto d’estate. Poi fui io ad andare a trovarlo a Roma. Poi successero tante cose, il tempo trascorse, finché il mio amico tornò a vivere stabilmente nella nostra città. Io, che nella mia città, dove, dopo molti anni, ero anche io tornato a vivere, non stavo per niente bene – la mia città è molto piccola, molto “ stretta “, c’è chi dice molto chiusa, comunque sia viverci non è facile -, meditavo la fuga, e, quando ebbi l’occasione di trasferirmi a Roma, la colsi – non senza qualche incertezza, qualche oscuro presentimento. Il presentimento che ci sarei stato male, come mai nella mia città, né in nessun altra di quelle in cui avevo vissuto, ero stato. Nel mio malessere, lungo più di trent’anni, ho avuto tuttavia tutto il tempo di riflettere. Per esempio, ripensando a certe cose che mi ero sentito dire, a certi atti, a certi fatti, ho finito per rendermi conto che se il mio Grande Amico a un certo punto se n’era andato, dal punto di vista del mio Grande Amico era perché l’avevo mandato via io. Magari non proprio così, ma quasi. Il fatto è che avere un amico non è per niente facile. Bisognerebbe innanzitutto sapere che cos’è l’Amicizia. Bisognerebbe sapere tante cose. Non basterà una vita a saperle. Per la Fratellanza è lo stesso, anzi, forse, è anche peggio.

Non sono sicuro di volere andare a vedere – quando arriverà al cinemino qua sotto, che costa solo 2 euro – il film Turner (Mr. Turner) di Mike Leigh. Probabilmente è un buon film, anzi senz’altro, ma il fatto è che quando ho visto il poster, quello in cui si vede il pittore e, in primissimo piano, qualcosa come una gran pennellata di rosso, ho avuto l’impressione di avere già visto tutto. Del resto la cosa non mi stupisce. Perché, a dirla tutta, io sono uno che già da parecchio pensa che tutto quello che c’è da vedere in un film sia, essenzialmente, un colore, ed esattamente il colore rosso. Che è un colore sul quale ci sarebbe tanto, troppo, da dire; di cui, per ora, possiamo affermare con sicurezza che è un colore che si fa notare parecchio. Del resto anche un film non aspira, dopotutto, a molto di più che questo, dico a essere visto. Cosicché si potrebbe concludere che, quando acconsentiamo a guardarlo, le probabilità che vediamo qualcosa di rosso sono altissime, praticamente schiaccianti. Comunque tutto dipende dall’effetto che fa. Per quanto mi riguarda posso dire che mi fa un buon effetto, a patto però che non esageri. Per essere più preciso, dirò che il rosso mi fa quasi sempre arrossire. Che può essere segno di allegra eccitazione, ma anche di doloroso imbarazzo. Insomma, quello che penso io è che il troppo rosso stroppia etc. etc. Magari mi sbaglio, ma credo proprio di no.

So già che cosa scriverò sotto la foto di Walter Veltroni nel caso che venisse eletto presidente della Repubblica: “ La cinematografia è l’arma più forte “.

Je suis Errì “ (Cartello del pubblico al processo contro lo scrittore Erri De Luca)

Sento la televisione senza vederla – come ho già scritto, io le volto le spalle -, sento la pubblicità: i suoni clamorosi, le voci strane, gli idiomi improbabili. Mi sembra di essere in un vecchio film italiano, uno di quelli dove ci sono i nazi che sbraitano, e fanno tanto più paura quanto più non si capisce niente di quello che dicono.

Può anche capitare di abbandonare la visione de Il pianista (Polanski, 2002) – che avevamo già visto – perché troppo “ orribile “, e, cambiando canale, intoppare nella senatrice Pezzopane – con fidanzato spogliarellista. Canale che vai, orrore che trovi.


ARCHIVIO

“ Martedì 2 marzo 2010, Parigi – Turner, peindre le rien (Nella vetrina delle Libreria «Le Cahiers de Colette», 25, rue Rambuteau) “.


Giovedì 29 gennaio 2015

I1875virgvirgn confronto a lui, Arnaldo Forlani è un movimentista » disse una volta Ciriaco De Mita, che lo conosce meglio di tutti perché 28 anni fa lo nominò ministro. ” (Dai giornali)











Quando ho visto il professore Luciano Gallino che parlando da Torino, seduto al suo tavolo, in mezzo ai suoi libri, indossava un vezzoso foulard nella camicia tenuta aperta ho ripensato a una mia foto di cinquant’anni fa in cui, giovanetto, esibisco un foulard del tutto simile a quello del professore torinese. Mi è anche tornato in mente un diario: “ Senza titolo [1981] – Il regista Nanni Moretti porta i maglioncini girocollo come si usava nel ‘65. “. Che cosa intendo dire? Che è tutta una storia di vestiti? Mah. Boh. Chissà. (Il professor Luciano Gallino ha votato per Nichi Vendola – cfr. il diario che dice: “ 19 marzo 1985 – Si chiama Nichi e ora è nell’esecutivo nazionale della F.G.C.I. Dice di essere gay. Poi parla di amore fra i bambini e racconta del padre che picchiava i froci ed era comunista. É pugliese. Porta un berrettino alla Majakovskij e assume una posa da divo della canzone degli anni Cinquanta, con un ditino sulla guancia da vezzosa contadinella 1890. “)

Il direttore Enrico Mentana. E le sue girls.


ROSSORI

Sotto una foto dell’aula di Montecitorio dove si svolgono le votazioni per il presidente della Re-pubblica scriverò la seguente didascalia: “ La Grande Votezza “.

camera_4


ARCHIVIO

“ 17 gennaio 1994 – A scuola stavo bene. Mi piaceva ascoltare. Ascoltando imparavo, senza fare fatica. Io stavo fermo, zitto, e le voci mi entravano dentro. Entravano e lasciavano le parole, in una folla ordinata, tranquilla, variopinta. Ero bravissimo a stare fermo. Immobile, disincarnato, strano. Come un fachiro. Non sarei uscito mai da quella trance uditiva. Non ero di quelli che aspettavano solo la campanella. Ora non ricordo quasi niente di quelle voci, scomparse nel fondo di lontanissimi inverni. Ricordo solo la beatitudine. Dell’ascoltare. “.


ARCHIVIO

“ Senza data [1976] – fermo restando che del poeta è anticipare / i tempi (inaugurai per mio conto / alcuni mesi or sono spinto dai debiti / verso il passato recente un pertinente / recovery programme trattasi di una siberia / casalinga dove le colpe povere di povero / studente fuori sede corso di sé sono / redente a patto di conseguire il diploma / di laurea e perseguire hobbies congeniali / al mediocre status del povero sopracitato. / è consentita ogni filosofia del ciclo quale / scoprendo nelle cose un moto circolare / autorizzi a sperare. è consigliata la rige / nerazione.), / la domanda è che serva arrivare in anticipo / quando sarebbe del tutto lo stesso aspettare / restando fermo. “.


Venerdì 30 gennaio 2015

a1439nche se sono diventati famosi, anche se sono diventati tanti, anche se uno di loro è stato votato per la presidenza della Repubblica, anche se tutti dicono di voler fare il giornalista, anche se io ho fatto il giornalista, io continuo a pensare che i giornalisti sono stupidi. Sono stupidi perché parlano. A voce o per iscritto. Sono stupidi perché è stupida la parola. Perché arriva sempre dopo, post festum, a cose fatte. Arrivando dopo, si arrangia, fa quel può. Quello che può è poco, c’è chi dice che è sempre meglio di niente. Il niente non lo direbbe mai.





La televisione è interminabile, la letteratura si fa quel che si può – cfr.: “ 16 luglio 1994 – La cultura è interminabile. La letteratura si fa quel che si può. “.


ROSSORI

Sotto la foto della ministra Boschi che depone il suo voto per il presidente della Repubblica scriverò la seguente didascalia: “ Il segreto dell’urna “.

urna3


Sabato 31 gennaio 2015

i1876eri sera in tv c’era anche il cavalier Sciarelli. Ma non era per una puntata di Chi l’ha visto?, era per condurre un ddibbattito sulla probabile elezione di Mattarella. Che tirava una brutta aria l’ho capito subito quando ho sentito la Littizzetto che dava del corazziere all’imminente neo-presidente. Poi c’è stato Giannini che, a proposito di Renzi, ha parlato di “ esprit florentin “, ma, francamente, sapeva di imparaticcio [*]. C’era anche Travaglio, proverbialmente perfido, e Augias, maliziosissimo, comme d’habitude. Avevano intervistato la ggente, soprattutto napoletani. E anche un po’ di politici, soprattutto ignoranti. Augias ha detto qualcosa a proposito della cultura, che salva il mondo etc. Quando hanno fatto entrare il cuoco del Quirinale, ho spento e sono andato a dormire. Ma ho dormito male, comme d’habitude [**]. Mentre mi rigiravo nel letto ho pensato che tutto quello che vogliono è “ fare scomparire “. Poi, dopo, si domandano: chi l’ha visto?, per fare finta di non essere stati loro. [*] “ 16 gennaio 1991 – « Forse è una fortuna per noi europei essere usciti dal ruolo di protagonisti attivi, dopo aver provocato due guerre spaventose che hanno devastato il mondo intero. La nostra vocazione è quella dell’Italia del Cinque e Seicento: i commerci, la finanza, il buon vivere, la cultura. Un po’ d’intrigo. Molte gelosie. Molte velleità. Parecchie furbizie. E molto “ esprit florentin “. […] Si può esser felici anche così. Anzi, soprattutto così, specie se non si è tentati di nuovo dalla grandeur. La grandeur lasciamola a quelli che per essa son pronti a morire. Se lo fanno, avranno le loro buone ragioni. » (Dice Scalfari) “. [**] “ 28 febbraio 1987 – « Non mi fare scomparire ». In toscano: « Non farmi fare una brutta figura ». “.

Complimenti, direttore! “ (Da una “ diretta “)

Il ministro della Pubblica Istruzione Sergio Mattarella si schiera con i vescovi e parla di Blond Ambition, l’ultimo show mistico erotico della rockstar italoamericana, come di un’offesa al buongusto e si associa nella loro condanna nei confronti di miss Luisa Veronica Ciccone, colpevole di usare e abusare in scena di simboli ed emblemi religiosi. “ (Dai giornali del 1990) (Il problema è che c’è chi ci crede. « Nella Madonna? » No, in Madonna)


ROSSORI

Sotto una foto del Salone dei Corazzieri nel Quirinale scriverò la seguente didascalia: “ È vuoto il palazzo del potere “ [*]

quirinale

[*] “ Mercoledì 14 gennaio 1976 – « È vuoto / il palazzo / del potere ». («La Repubblica», a. 1, n. 1) “.


Domenica 1 febbraio 2015

i1877eri sera, invece dell’Americano a Roma di Alberto Sordi, hanno dato Il caimano di Nanni Moretti. Mah. Boh. Chissà. Evidentemente hanno deciso che dobbiamo meritarci Nanni Moretti. Je suis Nannì.










A casa di Bernardo Provenzano… di Bernardo Mattarella… “. (Da un ddibbattito – ma nessuno ha detto niente: il lapsus era troppo enorme per non dovere fare finta di non avere sentito)

Come si fa, ascoltando il pubblico – di bambini – del teatro Massimo di Palermo cantare l’inno di Mameli – in onore del neo presidente Mattarella -, a non ripensare al cafone siciliano che canta la Bella Gigogin nel giorno del plebiscito nel Gattopardo di Visconti? Non so come si fa, so solo che è meglio non farlo – meglio non fare confusione, che di confusione ce n’è anche troppa.

Poi c’è il nipote di Misasi che dice che in America va molto di moda Elena Ferrante. E anche Santa Caterina da Siena. Dice che non è un caso. Infatti non lo è, è la moda. Che è sempre una necessità.


Lunedì 2 febbraio 2015

u525virgdine Ha tentato di evirare un ragazzo conosciuto in discoteca. Lei è ricoverata in psichiatria, lui è in prognosi riservata, non in pericolo di vita. La Polizia indaga. É successo a Udine. I due giovani si sono conosciuti qualche tempo fa in discoteca. Si sono visti alcune volte a ballare, poi hanno deciso di incontrarsi nell’appartamento della donna, 31 anni, e hanno cominciato a scambiarsi effusioni. All’improvviso il ragazzo, qualche anno più giovane, ha sentito una fitta al basso ventre e ha visto un coltello in mano alla ragazza. Ha perso molto sangue ma è riuscito a recarsi da solo in pronto soccorso, dove è stato operato per una parziale amputazione del pene. “ (Dai giornali)




ROSSORI

Sotto la foto del giovanotto italiano condannato per omicidio e poi assolto da un tribunale indiano scriverò la seguente didascalia: “ Le rouge gagne “.

rouge2


Martedì 3 febbraio 2015

l1763eggere, nei programmi televisivi: “ Raiuno – 21. 15 – Con il sole negli occhi, con Elsa [sic] Morante, Paolo Sassanelli, Lina Sastri “, mi fa uno strano effetto. Come se, più che un lapsus, fosse un avvertimento, anzi: un avviso. Uomo avvisato… bello e spacciato…









È la stampa, bellezza “ (Nella pubblicità di Numero zero, il nuovo romanzo di Umberto Eco) (Ne deduco che il giornalismo e la bellezza sono due cose diverse. E anche che dovere scegliere fra i giornalisti e i registi è molto triste… E anche che dovere leggere il nuovo romanzo del professor Umberto Eco non è un granché)

C’è un clima di festa “ (Da una ” diretta “)

Sarà anche “ arbitro “. Però, dice, è dell’Inter.

L’” autorità della sofferenza “. Purché non se ne approfitti – se ne approfitterà.

Un burqa di carne “, dice monsignor Ravasi. Suona un po’ strano, è vero, ma, a pensarci bene, è esatto.

 Oggi c’è un canadese. Sarà una giubba rossa? Comunque, benvenuto anche a lui.


ARCHIVIO

“ 18 aprile 1994 – Dopo il Gattopardo venne la Gattamorta.


ROSSORI

Sotto la foto del presidente Mattarella che parla fra la presidente e la vicepresidente della Camera dei Deputati scriverò questa didascalia: ” Beato fra le donne “.

beato2


ROSSORI

Sotto la foto dell’omicidio di Piersanti Mattarella scattata da Letizia Battaglia scriverò la seguente didascalia: “ La modificazione “.

matta


ROSSORI

Sotto la foto in cui si vedono la presidente della Camera Laura Boldrini e, dietro, Silvio Berlusconi scriverò la seguente didascalia: “ Un grande futuro dietro alle spalle “.

futuro


ARCHIVIO

” Senza data [1984?] – era già notte quando ho scoperto la macchia. erano più d’una. sebbene la luce della carrozza fosse scarsa sono quei vecchi vagoni sai se ne trovano ancora su certe linee secondarie scomodi alcuni scomodissimi perché i sedili sono di legno io per di più ero stanco e il sedile oltretutto è anche stretto non c’entra mai più di un mezzo culo per volta l’inclinazione poi è assurda si dovrebbe sembra stare diritti come una signorina dell’altro secolo e avere per di più le gambe cortissime si prevede figuratelo un passeggero mostruoso dal grande busto rigido su due gambette nane che sia come se non bastasse disposto a viaggiare anche soltanto su mezzo culo dove andrà poi chi lo sa e a luce fioca proprio poca dunque stando immobile impettito come una statua di bronzo come un bonzo ecco forse le gambe vanno tirate su e incrociate ma questo lo dico ora dal cartello non risultava per niente dunque era notte anche. io leggevo quel librettino arsa mandi spiritoso il titolo e anche il resto abbastanza davvero era stata una brutta giornata tornavo pioveva e così ero entrato in quella libreria del centro almeno non ci piove sebbene proprio così: i libri sono troppi e la cassiera antipatica sì quella nuova l’hai vista anche tu era meglio prima appena entri avrai notato cominci a sudare io comincio ho cominciato non so perché fuori piove è vero e dentro è caldo non è sudore però è un umido qualcosa si forma fra il collo e la camicia un po’ schifoso inoltre ti senti male io stavo male e i libri sono troppi d’accordo? questo arsa mandi era poesia così l’ho preso poesie cortissime per il treno va bene dato che poi si cambia e nei vagoni c’è poca luce lo sapevo già ogni volta è così. schifosa la stazione del resto lo sai perché fuori pioveva e dentro si è formata quel-l’acqua più cicche più pezzi di carta scontrini etcetera e impronte sul pavimento è anche pericoloso qualcuno ci scivola però non migliora con i trucioli di legno sai mi ricordo benissimo facevano così in quel caffè del centro era anche peggio perché si attaccano lo puoi vedere agli ombrelli ad esempio sulla punta cala una goccia sale un truciolo e resta lì poi fuori quando lo apri o rimane o vola su qualcuno sul cappotto sul cappello anche alle calze delle donne sulla caviglia può essere andato da solo o via ombrello anche alle falde dei cappotti e poi sotto le scarpe è ovvio con i trucioli o senza è comunque uno schifo ma con i trucioli forse di più. il treno invece no. solo quello che ho detto quanto alla scomodità e la luce. filtrava appena dalla vecchia lampada elegante ai suoi tempi e inoltre ma è naturale incrostata gialla sporca da anni e anni. all’inizio buio perché hanno acceso dopo un bel po’ di chilometri così ho tirato fuori arsa mandi e nonostante tutto leggevo. mi sono fatto qualche bella risata un umorismo freddo cosa credi « apparecchiarti » diceva c’era una storia di pranzi ma invece era sesso. e poi le altre. del resto costava poco. ma non mi pare ne abbiano fatti altri è stata una collana senza futuro. poi ho cambiato e il secondo treno ancora peggio perché la linea è ancora più secondaria. fuori pioveva e ormai avevo letto tutto è un librettino di poche pagine sono arrivate le due ragazze con il vecchio e ridevano come matti. non mi ricordo quando è stato che ho visto la prima macchia era venuta proprio sotto al titolo era una macchia d’unto all’inizio non riuscivo a capire quando l’avessi fatta. e il libro è bianco nota bene i caratteri rossi piccoli in alto a sinistra in nero l’autore e la macchia proprio fra « arsa » e « mandi » di colore incerto un beige direi ma non credere non accozzava bene col nero e il rosso e poi la forma sai le macchie stava lì non si sa da dove fosse venuta sembrava di frittella ma le frittelle non c’entrano è solo un modo di dire. le macchie sono così capitano come quelle che sembrano lacrime ha pianto qualcuno ma dove ma quando figurati in mezzo a un libro ma se non l’hai nemmeno mai aperto o gli sbaffi anche dei pennarelli sì purtroppo e della biro magari se c’è un pelo sulla sfera e ancora peggio la penna con il pennino quando c’era il capello e allora buonanotte. alcune volte va detto era colpa della carta che suga succhia assorbe come scrivere sulla carta assorbente appunto le lettere si gonfiano si vedeva proprio spuntava l’inchiostro si spandeva dai lati e continuava ad allargarsi ci voleva tempo e alla fine faceva schifo la lettera tutta pelosa maledetto quaderno e chi lo vende. inoltre anche sul foglio da disegno qualche volta appariva una ditata e cancellare con la gomma anche pane era peggio perché allora può capitare che la carta si sciupa un’abrasione sul bianco si spela i rotolini di carta quella è grigio sporco a forza di grattare poi lo so ci passi sopra con l’unghia magari è anche peggio alla fine è uno schifo. però nel caso di arsa mandi la copertina era plastificata così ho provato con il dito sì l’ho bagnato con la saliva e l’ho passato sulla macchia succede che se ne vadano cosa credi. invece no. anzi peggio perché se insisti la plastica se ne va addio lucido arriva l’opaco ed è un pasticcio. non c’era niente da fare sapessi almeno quando l’ho fatta. così ho deciso non c’era altro da fare che fare in modo che non sembrasse una macchia così ci ho disegnato intorno un bel cerchietto anzi non era un cerchio perché seguiva la forma della macchia tanto è inutile fare finta di niente. tutto sommato è un buon lavoro ed ero quasi arrivato ormai. ma poi mi è preso lo scrupolo di controllare l’interno e: era pieno di macchie piccole e piccolissime mi ero fissato le scovavo tutte: le ho circondate tutte. anche quelle in un angolo lontano dal testo. siamo arrivati. piove. “.


ARCHIVIO

“ Senza data [1978] – flaubèr madàm bòvari proprio / così flau e bòvari con l’erre / appiccicosa americana poi stav / a con gli occhi basso aspettan / do una faccina grigia grigio i / l pastrano fuori piove e ruban / o tutto dice il bibliotecario / saranno turchi arabi o chissà / ai tavoli fingono di studiare / il ragazzo sonnecchia davanti / alle schede quello che non cap / isco è l’ombrello da donna las / ciato all’entrata fra porta e / porta. “.


Mercoledì 4 febbraio 2015

a1441lla fine si può dire che tutto quello che ho fatto è stato fare, un po’, l’esploratore. Dico un po’ perché a un certo punto ho smesso. Ho smesso quando ho capito che non aspettavano altro. Dico di essere esplorati. Dico i “ selvaggi “. Come sono buoni i bianchi.









Chi ama i gatti di solito è pigro “ (Une passante)

Ora che ha saputo che l’Isis fa i roghi dei libri, Michele Serra propone di bombardarla con le “ rese “ delle librerie. Dove si vede che la cultura può essere un’arma di sterminio di massa.

Poi, quando, dopo il sonnellino pomeridiano, guardo fuori dalla finestra, vedo una ragazza con un cane, cioè una giovane donna-con-il-cane. Il cane è allegro, corre tirando il guinzaglio in tutta la sua, cospicua, lunghezza. La ragazza è carina, anche considerata da quassù. In generale, penso che sono una bella coppia. Che stanno bene così, che non hanno bisogno di altro, che lo sarebbero anche se non ci fossi io a guardarli. Ça suffit. “ È sufficiente questo “, come direbbe l’uomo del Colle. Che, a quanto dicono, è un gattolico come me.

Più si è illustri, e più si è illustrati, in quel paese della Nuova Zelanda! “ (Jules Verne, I figli del capitano Grant, 1867)


ARCHIVIO

“ Venerdì 10 aprile 1998 – Non ho mai cessato di riflettere sulla curiosa circostanza che, a quanto mi fu riferito fino dai primi tempi del mio arrivo nella biblioteca, qualcuno aveva avuto la spiritosa idea di darmi un soprannome. Il soprannome, in quella biblioteca grande come un paese – nei paesi, si sa, ognuno ha un nomignolo -, era: « Livingstone ». Non ho mai cessato di riflettere sul fatto che il nomignolo « Livingstone » – di cui apprezzavo la comica perspicacia – stava a significare molte cose fra cui: 1 che io davo l’impressione di essermi perso 2 che io davo l’impressione di essere un tizio venuto da fuori, da lontano, da un altro mondo 3 che io davo l’impressione di essere in viaggio, di essere una specie di viaggiatore, anzi di esploratore 4 che il luogo in cui mi trovavo era una specie di Africa, di « continente nero », popolato da negri, da selvaggi, anzi, pascarelliamente, « servaggi ». L’anonimo inventore dell’appellativo – forse un’inventrice? – si era fatto interprete di qualcosa di « terribilmente collettivo », qualcosa come una vox populi, un’opinione pubblica. Era, pensai, qualcuno che, pur non essendo un « servaggio », stava lì fin da prima, ci stava bene, ci voleva restare. In quell’Africa in cui io ero capitato assolutamente per caso – questo non avevo nessuna intenzione di negarlo -, la « sua Africa », i suoi « servaggi » – io comunque non avevo nessuna intenzione di portarlo/a via di lì. “.


ARCHIVIO

” 1 giugno 1994 – Nel ‘58 ho smesso di studiare. E non ho più ricominciato. (Ma non è così semplice. Nel ‘58 le primavere erano bellissime, esattamente come questa. Come hanno continuato a essere. Come sono sempre. Belle da morire. E allora perché scaldarsi tanto?) “.


Giovedì 5 febbraio 2015

V362virgvirgieni anche tu? », domandai con falsa, timorosa disinvoltura. La faccia ispirata di prima s‘indurì in un’espressione vagamente fiera e astiosa. « Io? Ma scherzi? ». E Gabriele fece una risatina che non gli conoscevo, aspra, compiaciuta, che mi riempì di disagio. “ (Brianna Carafa, La vita involontaria, 1975)









ARCHIVIO

“ Venerdì 1 maggio 1998 – Dopotutto, ho pensato, anche io, con tutto che da ragazzo ero per la Juventus e che, da adulto, del calcio non me ne frega niente, penso quello che, come un sondaggio rivela, pensano i due terzi degli italiani e cioè che il campionato « non è regolare », cioè, per dirla altrimenti, che c’è sotto qualcosa, c’è odore di truffa, di bidone, di complotto. Sarà colpa degli arbitri – da ragazzo mi compiacevo di pensare, contro l’opinione comunemente diffusa, che gli arbitri non sono sempre necessariamente cornuti -, sarà colpa dei presidenti o dei calciatori, sarà colpa, come è facile immaginare, dei soldi – già: i soliti soldi -, ma il campionato, cioè quella serie di incontri/scontri al termine della quale si vede chi, fra tutti i partecipanti, è il migliore, anche secondo me « non è regolare ». Però, intanto, la Juve lo scudetto l’ha vinto o quasi. Dovrei essere contento, ma, poiché, purtroppo, non sono più un ragazzo, non lo sono per niente. (Degli arbitri mi piaceva che l’arbitro, fra tutta quella gente colorata, fosse vestito di nero. Che, fra tutti quei ragazzi che giocavano, lui non giocasse. Che fosse  « il signor Pinco », non si sa bene se per rispetto o per marcare una distanza/ripugnanza. Che fosse sempre « di fuori »: « il signor Pinco di Forlimpopoli ». A pensarci bene, tutto questo era buffo. Perché un signor Qualcosa deve andare a mettersi in mezzo a ventidue sconosciuti tangani animosi, incazzosi, che pensano a una cosa sola: fare gol, in mezzo a qualche centinaio o migliaio di sconosciuti animosi, incazzosi tangani che pensano la stessa cosa, mentre lui non deve pensarci, deve fare come se la cosa non lo riguardasse, non gli piacesse neanche un po’ – e magari è anche vero? Nella sua giacca nera, buffa in quanto nera, buffa in quanto giacca, come se fosse appena sceso dal treno, o uscito da una festa o da un ufficio, perfettamente vestito in mezzo a quei tipi allegramente discinti. Come se stesse sognando, « Una mattina Gregor Samsa si svegliò arbitro », come in una comica di Chaplin, come se venisse da un altro mondo, « L’uomo che cadde sulla terra », da un altro secolo, il secolo delle giacche, scure, nere, da un altro tempo, il tempo prima del gioco, il gioco, si badi bene, più bello del mondo. Una specie di estraneo, di straniero assoluto. Di extraterrestre. E per di più tutto nero. U-na specie di prete. Una specie di spia. Una specie di mostro. E per di più fischiava. Una specie di uccello, una specie di pazzo. No, l’arbitro non mi piaceva. Lo capivo, ecco tutto. Nella sua buffa imbarazzante, esasperante solitudine. Magari lo capivo un po’ troppo) (« E le corna? » Quello sarebbe il meno)


Venerdì 6 febbraio 2015

q1072uando sento parlare di Grecia, io, che in Grecia non sono mai stato, e che di economia non capisco niente, mi accontento di ripensare a un diario: ” 6 giugno 1994 – Non ho mai imparato il greco, e mi dispiace. Dipende tutto da quel professore che, verso il Cinquantotto, sono sicuro che aveva tanta voglia di mettermelo, pardon, al culo. Come un greco (antico?). “.








Il mio quartiere è pieno di accattoni cioè di gente che chiede l’elemosina, se ne incontra uno ogni cinquanta metri, è quasi impossibile scansarli tutti. Anche per questo io l’elemosina non la faccio, perché i questuanti sono troppi, perché io sono al verde, perché, soprattutto, fare l’elemosina non mi piace. Me ne vergogno anche, ma, soprattutto, ci penso su. In generale, penso che chiedere-fare la carità è troppo. C’è qualcosa di troppo “ diretto “, di troppo “ ravvicinato “, dico nel chiederla, ma altrettanto nel farla. Una vicinanza, una “ prossimità “ così radicale, così brutale, così “ cruciale “ è possibile solo se fra i due termini del rapporto c’è, operante, qualcosa: una fede, o, perlomeno, un’usanza. E né l’una né l’altra mi concernono. Comunque anche stamani era la solita storia. Prima, il nero con il berretto in mano davanti alla porta del bar, poi, dentro, quella con il bambino nel passeggino, una che gira sempre qua intorno e dice: “ Non sto chiedendo l’elemosina “, ma poi la chiede. Guardava la vetrina dei dolciumi e stava per comprarne qualcuno. Quando sono uscito sono entrato nell’edicola per comprare il giornale. Il buffo è che quando stavo per riporre nel portamonete i dieci centesimi di resto, mi sono trovato di fronte, a una distanza di meno di venti centimetri, la cavità di un berretto e, prima che avessi il tempo di pensarci, ho visto che la mia mano, senza nemmeno mutare la traiettoria, lasciava cadere la monetina lì dove era attesa. Diavolo di un extracomunitario… Ne ho comunque dedotto che l’elemosina non è solo questione di etica ma anche di balistica.


ARCHIVIO

“ 9 marzo 1995 – Uno comincia un diario pensando che sarà un’esperienza come un’altra, un fatto transitorio, una parentesi. Ma l’esperienza non si conclude, il fatto si rivela tutt’altro che transitorio, la parentesi non si chiude. Condannato al diario perpetuo. “.


UN DIARIO AL GIORNO (DIARI CHE POSSIEDO) 1

Boswell’s London Journal. 1762-1763 / now first published from the original manuscript […] by Frederick A. Pottle / William Heinemann Ltd, , 1951 [1950]


Sabato 7 febbraio 2015

i1879l professor Crepet non ha dubbi: per risolvere la crisi italiana val più un bicchiere di vino che cento manifatture. “ Val più un bicchier di Dalmato /  che l’amor mio, / che l’amor mio  mio primo amor! ”.










Si erano alzati già tutti, la sala si stava svuotando, ma laggiù, in prima fila, sotto lo schermo, sotto la musichetta dei titoli di coda, la vecchia continuava a applaudire. E non ha smesso finché non sono finiti. Allora ho visto che non era una vecchia, ma un ragazzo. Mah. Boh. Poi, uscendo, ho sentito le donne che parlavano: “ Uno scienziato… Martorana… “. Poi sulla strada ho incontrato i tifosi della partita di rugby, con i loro strepitosi copricapi. Italia-Irlanda 3-26: ci vorrebbe una magia per non prendere, un’altra volta, il cucchiaio di legno… (“ Non c’è niente di genuino, è tutto falso… dal tavolo a tre gambe al Vaticano “ (Magic in the Moonlight, Woody Allen, 2014) “ Cos’è questo orrendo rumore? “ (Ibid.) “ È una visionaria e una visione “ (Ibid.) “ Apparente è la parola chiave “ (Ibid.))


ROSSORI

Sotto la foto della ministra Giannini vestita di rosso scriverò la seguente didascalia: “ Scelta cromatica “.

scelta


UN DIARIO AL GIORNO (DIARI CHE POSSIEDO) 2

Il diario di Samuel Pepys (1619-69) / scelta a cura di Milli Dandolo / II edizione / Valentino Bompiani, 1942


UN DIARIO AL GIORNO (DIARI CHE POSSIEDO) 3

Henry James, Taccuini / a cura di F.O. Matthiessen e Kenneth B. Murdoch – edizione italiana a cura di Ottavio Fatica / Titolo originale: The Notebooks of Henry James [1947] / Theoria, 1986.


UN DIARIO AL GIORNO (DIARI CHE POSSIEDO) 4

Klaus Mann, Journal. Les années brunes 1931-1936 / Choix et traduction de l’allemand par Pierre-François Kaempf  / Bernard Grasset, 1996


UN DIARIO AL GIORNO (DIARI CHE POSSIEDO) 5

Il diario di Anna Frank / Prefazione di Natalia Ginzburg. Traduzione di Arrigo Vita / Giulio Einaudi editore, 1957


UN DIARIO AL GIORNO (DIARI CHE POSSIEDO) 6

Pierre Loti, Journal intime 1878-1881 / publiée par son fils Samuel Viaud – vingtième édition / Calman-Lévy, 1925


Domenica 8 febbraio 2015

m891inacciose presenze: Romano Montroni – è anche presidente del Centro per la lettura etc. (Ha anche la fessura fra i denti, il cosiddetto diastema) (Si fa per dire)











I fratelli Prodi sono nove e tutti e nove professori. Quando si dice la demografia cristiana…


ARCHIVIO

” 19 aprile 1995 – « Stai diventando grigio », mi dice lei. È vero: grigi sono i miei capelli, e anche i vestiti che indosso hanno perduto molti colori. Ma, soprattutto, grigio, malinconico, informe è il senso delle cose che dico o che penso. Io non vorrei che fosse così. Non sono come Calvino che difendeva la « dignità dell’uomo in grigio », io a colorarmi ho provato. Ma non ci sapevo fare: riuscivo solo a un disperato, furibondo, mostruoso rosso. (Forse, se mi leggessi…) “.


Lunedì 9 febbraio 2015

e709virg tu leggi… ma quanto leggi?.. “, mi ha detto la quasi-nuora, e aveva l’aria di essere un rimprovero. Come se volesse dire: scrivi, piuttosto, oppure muoviti, fai, comunque, qualcosa. Forse ha ragione lei, forse dovrei darmi da fare, smetterla con questa strana passività, con questa sterile immobilità. Il fatto è che io mi sono già mosso, ho già fatto, e, in un certo senso, anche troppo. Ma ho sbagliato sempre, ho fatto soltanto errori. È stato quando l’ho capito che mi sono fermato. È stato allora che ho cominciato a leggere, anzi a ri-leggere. Per provare a capire dove avevo sbagliato, per scovare l’errore. Oppure solo per ri-cominciare. Come se avessi cominciato leggendo, come se, in principio, ci fosse stato il leggere. Come se fosse possibile: un nuovo inizio, un ricominciamento, un incipit azzeccato. Una vita, davvero nuova. Una vita.

Il vizio di usare il tempo futuro “, dice la giornalista, quella bionda, quella secca, quella “ cattiva “. Invece lei vuole che si parli al presente. Come un/una giornalista? Comunque io sono d’accordo: lasciamo perdere il futuro, parliamo di qualcos’altro. Per esempio del passato, per esempio della letteratura. Che cos’era la letteratura? Perché non mi si dica che è… (Sentendo la periodista magra mi è tornato in mente un diario: “ 25 febbraio 1986 – « Vasì!… Vasì! », cos’era ‘sto « Vasì! » imperativo, drastico al gonzo stronzo ennesimo dei turisti di quella via rinomata? Giapponese del giorno pretende di restare nello sgabuzzo che lui trova fantastico rettangolare minuscolo con un letto stretto stretto basso basso e un lavandino forse. Il muro si intuisce è un tramezzo di legno. Tutto l’edificio deve essere fatto così, di boîtes minime cabine ridicole ma economiche. Si è imbarcato il curioso dopo immatura riflessione. Avaro micragnoso spera chissà che cosa per 20 NF. Se la sposa? E lei: « Vasì! » rompipalle « Vasì! ». Non siamo qui per divertirci. Il barbaro afferrò il concetto. Abbozzala. Lievemente scosso per 20 NF discendeva le scale con orgogliosa insicurezza. Fuori la via: mirabile. Dedusse le provenienze: immaginose. Che cinema. Tentava un secondo colpo stavolta per 30 NF. Constatò la differenza risibile una nuance. Da 10 NF. Faceva buio ma poteva insistere. L’offerta cresceva. Avendo tempo che è denaro. Molto molto più tardi decifrò il sintagma visionando Antenne2. « Vas y! »: vai, dai, dacci dentro, forza, spicciati. Proprio come aveva intuito. Non finiva mai di imparare. Una maestra (un’altra) che non dimenticherà mai. Saint Denis proteggilo. “)

“ Il rosso attira lo sguardo. Oltre che nel sangue, il colore rosso ricorre nei racconti come un top non indossato, gli abiti di una professoressa oversize, un abito da sera lacerato, una buca delle lettere. C’è qualche ragione particolare per la scelta di questo titolo? « Il titolo è stato ispirato dal particolare del racconto Dieci anni dopo, la buca delle lettere rossa che attira lo sguardo di Alessandra. Mi sono ricordata che in Festa d’addio” anche l’abito da sera di Biki era rosso, pertanto ho inserito qualcosa di rosso anche negli altri due racconti per creare un filo di continuità. » “ (Intervista a Margherita Oggero)

« Come si chiamava il carcere in cui fu rinchiuso il patriota Silvio Pellico?… Spielberg? Cameron? Hitchcock? Scorsese? » « Hitchcock » “ (L’Eredità, Raiuno, ore 19. 22)


ARCHIVIO

“ Senza data [1981] – Incontinenza nella vista. In Francia da ragazzo mi sedussero il rosso delle strade, quello dei ristoranti cinesi e dei capelli delle parigine. “.


Martedì 10 febbraio 2015

l1764a mamma diceva: “ I quattrinacci… “. Pensa quanto era fuori moda la mamma…












Ci mancava solo l’arruffapopolo della domenica “. Nel caso Capanna-Giletti Repubblica si schiera decisamente dalla parte di Capanna. Ma io, a parte Repubblica, mi chiedo: che cosa ha fatto il ’68, la mia generazione, per meritarsi il diritto a non essere giudicato? La risposta mi sembra facile: niente. Non ha fatto niente. Almeno in un certo senso. Ecco il punto. Ecco perché, in un certo senso, io non sono stato un sessantottino – cfr.: “ 5 luglio 1984 – Diranno: era un sessantottino. Chi, io? “.

Sur leurs trois collines escarpées, caparaçonnées de monuments magnifiques presque tous édi-fiés avant la grande Renaissance, les Siennois donnaient l’impression de vivre entre eux, de se suffire à eux-mêmes. Vous souvenenz-vous, chère Amie, du temps où l’on ne se déplaçait guère par la route; du temps où les autos privies étaient rares et les « cars » inconnus; quand on arrivait à Sienne, lentement, presque difficilement, par le chemin de fer? Aucun train ne vous y portait directement. Venant de Florence, il fallait changer de voiture à Empoli; venant de Rome, il fallait changer de voiture à Asciano et aussi, je crois, à Chiusi. La gare de Sienne étant en cul-de-sac, on s’y trouvait comme pris au piège. Cette gare vous invitait à ne pas aller plus loin. “ (Jean-Louis Vaudoyer, Italie retrouvée, 1950)

Hervé Falsianì “, dice la labbrona. “ Guardi che è di Sinalunga “, gli ribatte il giornalista economico. Touché, quasi affondé.


ROSSORI

Sotto la foto di Sara, attrice siriana che vive in Italia, scriverò la seguente didascalia: “ Donna velata sempre piaciata “.

sara


Mercoledì 11 febbraio 2015

l1765a mamma diceva: “ I quattrinacci… “. Pensa quanto è ” attuale ” la mamma…












Umberto Eco ci fa sapere che il Duce non è morto.  E neanche lui. Soprattutto lui. Comunque non lo compro. Nemmeno se mi pagano.

“ Siena – Sarà un buio dal valore simbolico quello che avvolgerà il Campo nella serata e nella notte di venerdì prossimo, 13 febbraio, a partire dalle ore 18. L’illuminazione monumentale della Piazza sarà spenta per l’adesione del Comune a « M’illumino di meno 2015 », l’iniziativa promossa dalla redazione del programma Caterpillar di RaiRadio2 con lo scopo di sensibilizzare i cittadini sui temi del risparmio energetico e dell’ottimizzazione dei consumi. “ (Dai giornali)

“ Salve, sono l’autore di questi libri… “. Ma io l’ho gelato: “ Non compro libri di nessun genere “. Poi mi è dispiaciuto. Anche perché non avevo detto la verità. Avrei dovuto dire: “ Non compro libri nuovi “. Perché quelli vecchi, invece… Ho fatto a tempo solo a leggere il nome: “ Roberto Scarponi “. Chissà, magari è anche bravo, quel derelitto scrittore di strada… (Poi sono andato alla libreria dell’A(ppla)uditorium, perché Lei voleva comprare Lacci di Domenico Starnone. E c’erano tanti libri, e la verità è che li avrei comprati – quasi – tutti, anche Starnone, anche Jumpa Lahiri, anche Houellebecq, anche la fantastica storia dell’ottantunenne investito dal camioncino del latte, etc. E tutto questo perché sono vecchio. E la vecchiaia è non avere più desideri, oppure averne così tanti che è come non averne nessuno etc.) (Poi ho rivisto lo scrittore: era seduto, tranquillamente, al caffè. Luxe, calme et librité… )


Giovedì 12 febbraio 2015

s1200coppia il caso Banca Etruria e io, in mancanza di meglio, ripenso a un diario: “ 2 gennaio 1992 – L’economia non è antropomorfa. “. Come pensiero non è un granché, ma è tutto quello che riesco a pensare. La verità è che mi piacerebbe pensare altro. Oppure non pensare niente, proprio niente. (Poi sono tornato a dormire e ho sognato che ero in un grande albergo al congresso del Partito Democratico. Naturalmente conoscevo, ri-conoscevo, tutti, anche se erano molto cambiati, alcuni in maniera stupefacente, come Giacomo Marramao, che aveva un copricapo fantastico, coloratissimo etc. Credo dipenda dal fatto che ho letto che Tonino Del Giudice, il mio antico “ collega “ giornalista ha scritto un romanzo. Dice che ha coniato un “ simpatico “ neologismo: “ babbomat “. Per dire che i figli vogliono solo i soldi etc.)

“ Leggo troppo “, diceva la mamma. Ma non è che leggesse chissaché. Un po’ di libri, anche romanzi rosa, anche quelli “ antichi “ che le trovavo io a Porta Portese, poi il giornale, la Settimana Enigmistica, e poco più. Però le sembrava di leggere “ troppo “. Il fatto è che, penso io ora, vent’anni dopo che è morta, leggere è sempre “ troppo “. Troppo e troppo poco. Parlo per me, che ho, anche io, la sensazione di leggere troppo. Non che legga poi tanto. Il giornale, qualche libro – ora, ad esempio, sto leggendo I viceré di De Roberto -, qualche articolo di web-rivista, qualche pezzetto di blog… Eppure mi sembra troppo. E troppo poco. Perché, soprattutto, mi sembra di perdere tempo. Mi sembra, invece di arricchirmi, di divertirmi, di consolarmi, di guadagnare, di perdere. In luogo di accrescermi, di deperire. Di sparire, sempre di più. Mi chiedo se è sempre stato così. Rispondo di no. Ricordo, è vero, certe letture “ estreme “ nell’infanzia, certe immersioni “ vertiginose “ in qualche libro, di cui finivo per spaventarmi. Ma furono casi isolati. Perlopiù a leggere mi divertivo, mi rallegravo, illimitatamente. Ero felice di leggere, non temevo di perdere, leggendo, niente. Mi chiedo quando ho cominciato a pensare che leggere fosse il contrario di qualcos’altro, che qualcos’altro fosse meglio che leggere. Quello che ora penso è che, dopo che lo si è pensato, niente è più come prima. Che basta smettere di leggere una volta per fare sì che ricominciare a leggere non sia, veramente, più possibile. Che, una volta perduto, il “ dono “ della lettura, qualunque sforzo si faccia, non si potrà più ritrovarlo. Che, da quel momento, il nostro leggere sarà sempre “ troppo “. O troppo poco, pochissimo, praticamente niente.


ARCHIVIO

“ Lunedì 10 giugno 1996 – Lo spot Sammontana (« Passa dalla parte del gusto ») consiste di una citazione quasi letterale dal Sorpasso di Dino Risi. La citazione è intelligente anche perché individua il momento cruciale del film, quello in cui uno dei due protagonisti, risvegliandosi, « passa » dal suo abituale mondo polveroso e grigio di studente di legge a quello euforico e festivo rappresentato dalla spiaggia di Castiglioncello, in una luminosa, colorata – non importa che il film sia in bianco e nero – mattina di piena estate. Il « passaggio » avrà per lui, come è noto, un esito tragico, mentre l’altro dei due « viaggiatori », uscito incolume dal disastro, si limiterà a commentare ambiguamente: « Non lo conoscevo ». Quando, e mi succede spesso, sono indotto a ripensare al Sorpasso e a quella scena del risveglio che, come ho detto, ne costituisce il centro simbolico, finisco sempre per ripensare anche al Calvino de La giornata di uno scrutatore. Anche lì c’è un risveglio, anche lì c’è un « passaggio da un’altra parte », che lì è la « parte » delle mostruose strazianti creature del Cottolengo, laddove nel film era quella delle giovanissime adolescenti in bikini. Ho sempre pensato che questa « altra  parte », questa parte « altra » in cui prima non si era e in cui ora, svegliandosi, si entra, fosse per Calvino tut-to ciò che non-era scrittura, come del resto lui stesso ha chiarito parlando di « mondo non scritto ». Ora, mondo più non-scritto del cinema io credo non c’è. « Passarvi », entrarvi, è un invito che si continua a ricevere, è un’esperienza che ci si continua a proporre: « passare in un altro mondo », all’altro mondo, a miglior vita se si preferisce, che sarà anche migliore, ma io non ci credo. In ogni caso « passare », cioè « morire », perché di questo si tratta, è qualcosa che non si può fare due volte. Anche perché, trent’anni dopo Il sorpasso, trent’anni dopo La giornata di uno scrutatore, ormai sappiamo che, se dove stiamo noi non c’è molto – qualche vecchio libro, molta polvere, al massimo un diario -, dall’« altra parte » non c’è niente, al massimo una ditta di gelati. “.


Venerdì 13 febbraio 2015

a1442 un certo punto il mio Amico si mise gli occhiali. Ma era un brutto segno, avrei dovuto capirlo subito. Perché il mio Amico ci vedeva benissimo, ci vedeva meglio di me. Era, avrei dovuto capirlo, un film, anzi: un fumetto. Era Superman che si traveste da Clark Kent, era un tra-vestimento, una messa-in-scena. Che ridere, a ripensarci. Era l’inizio degli anni Sessanta. Il cosiddetto nuovo mondo prendeva il via.






Quando il mio conoscente, parlando di Francesco Piccolo, ha detto che è “ paraculo “, io mi sono complimentato con lui. Infatti Francesco Piccolo è uno sceneggiatore. E non c’è niente di più “ paraculo “ del cinema.


ROSSORI

Sotto la foto di Elisabetta Canalis con un seno di fuori al ballo delle debuttanti a Vienna scriverò la seguente didascalia: “ Ce n’est qu’un début “.

debut


Sabato 14 febbraio 2015

i1880eri sera sono stato al cinema. Proprio così: sono andato a vedere un film. Come dico sempre, “ mi ci hanno portato “, intendendo dire che, se fosse per me, non ci andrei. Non ci andrei perché, ormai da moltissimo tempo, io ho capito che il cinema mi fa paura, una paura terribile. Come solo qualcosa di cui non si sa niente, non si capisce niente, se non che è infinitamente più potente di noi, smisuratamente superiore alle nostre forze, ai nostri modestissimi sensi, alla nostra capacità di “ fare “ qualcosa, e che lo è sempre stato e sempre lo sarà, può farlo. Vado al cinema, anzi lascio che mi ci portino, come accadeva tanti anni fa, nel tempo della mia infanzia, quando mi ci portava la mamma. Ricordo benissimo quei pomeriggi. Ricordo benissimo che il cinema mi piaceva, ma forse, anche allora, mi spaventava un po’. Soprattutto era strano. Strano, ad esempio, uscire da quel buio e scoprire che fuori era ancora giorno. Come se il cinema fosse sempre di notte, una notte artificiale, un sogno, un incubo, allestito dentro la veglia di tutti. Come se andare al cinema fosse, in un certo senso, come andare a dormire, ma quando di dormire non è ancora tempo. Uscendo trovavo la città, la gente, il mondo che aveva continuato a esserci mentre noi eravamo là dentro. Dove eravamo stati? Quanto tempo ci eravamo stati? E che tempo era quello che avevamo trascorso in quel luogo buio, davanti a quella superficie misteriosamente piena di figure colorate, di volti mirabili, di scene favolose? Fuori, il tempo – la vita – aveva continuato a scorrere, come fa sempre. Qual era dei due tempi quello più vero? Qual era quello “ rubato “ all’altro, quello guadagnato, quello “ perduto “? Poi, ricordo benissimo, a un certo punto, appena fui diventato un po’ più grande, decisi di ribellarmi. Decisi che volevo uscire da quell’incantamento, da quel leggiadro incubo. Decisi che volevo “ vivere “…

Un mondo che si crede intelligente. Ma non capisce niente.

Insomma, tutti contro tutti “ (Da un tg)

Poi ci sono anche gli scrittori dei miei coglioni, gli scrittori dello stracazzo, gli scrittori che se ne poteva benissimo fare a meno, gli scrittori che se era per me non scrivevano, gli scrittori che ormai ci sono, gli scrittori che bisogna farsene una ragione, gli scrittori che qualcuno lo deve pur fare, gli scrittori che ormai siamo sette miliardi, gli scrittori che non si vede la fine. Ma la fine vede benissimo noi.

Poco fa, assolutamente per caso, ho rivisto in tv un pezzo di Roma città aperta (Rossellini, 1945), il finale, quello con il prete (Aldo Fabrizi) che viene fucilato. Sono scene potenti che, ancora oggi, a distanza di settant’anni, fanno commuovere chi le vede, e io mi sono commosso. Poi, mentre vedevo Point break (Kathryn Bigelow, 1991), mi è tornato in mente un diario: “ 12 marzo 1994 – Non c’è nessuna differenza fra Roma città aperta e Scarpette rosse. Il cinema è il cinema è il cinema. “. Mi sono ricordato che, se c’è una cosa che ho capito, è che, prima di commuoversi, si dovrebbe capire perché siamo propensi a farlo, o almeno perché lo siamo stati etc. Dopodiché si può anche commuoversi, se ci si riesce. Dice che fa anche bene etc.


ROSSORI

Sotto la foto della consigliera comunale di Castel Volturno che si è travestita da mignotta intervistata da Lilli Gruber scriverò questa didascalia: “ Noi siam come le lucciole “.

lucciole


ARCHIVIO

“ 13 giugno 1994 – All’inizio degli anni Sessanta la vita cambiò. Novità fondamentali furono la macchina (utilitaria) e la televisione (in bianco e nero). Non mi piacevano troppo nessuna delle due, casomai meglio la prima. La terza novità, introdotta dal babbo, riguardò l’alimentazione. Non che prima non si mangiasse, anzi, cucinando la nonna, ricordo deliziosi saporiti piatti nei giorni festivi e non, ricordo il pane, ricordo il burro, ricordo la marmellata, ricordo il latte buono e denso che non si usa più, ma, in un certo senso, allora si cominciò a mangiare davvero. Rivedo le domeniche nei ristoranti fuori porta, antipasto primi secondi frutta dessert caffè e sambuca – sia maledetta nei secoli -, le facce nere dei camerieri, le facce rosse dei commensali, le mani unte, lo stomaco gonfio, la vista annebbiata, la maligna tristezza delle campagne, i concitati ritorni in città. Io non digerivo mai bene, a differenza del babbo che del mangiare era un appassionato cultore. Per non dire dello zio Carlo, per non parlare del cugino Mario, di cui si raccontavano fantastiche storie, di pranzi, di cene, da Guinness dei primati, da congestione, da infarto. Su quelle tovaglie sporche, fra quelle voci confuse, fra le chiacchiere e le risate, in quegli inverni sudati, se ne andava la mia infanzia severa e immacolata. Travolto dagli arrosti, invaso dalle pappardelle, annegato dal vino, unto e bisunto, sempre più rosso, io meditavo, in segreto, la fuga. E così scappai (se dici che tu allora non mangiavi non me ne frega niente) (o forse eri tu che cucinavi?). “.


Domenica 15 febbraio 2015

r530ichiamandosi al titolo di una celebre canzone di De Gregori nonché di un fortunato programma di Giovanni Minoli, Giampaolo Pansa ha intitolato il suo nuovo libro La destra siamo noi. Il “ noi “ di cui si parla sarebbero gli italiani, un popolo, secondo Pansa, irriducibilmente vocato a collocarsi a destra, anche se talvolta può sembrare il contrario etc. Peut-être. Nell’immediato, tuttavia, a me sembra che quel “ noi “ possa essere soprattutto riferito allo stesso Pansa e a quelli come lui: ai giornalisti, insomma. I quali sono quegli scrittori che hanno in comune uno spiccato senso della “ realtà “. Un senso francamente così esagerato da far pensare che i giornalisti siano, dopo tutto, degli scrittori assolutamente “ fantastici “, potremmo dire “ fantascientifici “. È vero che dei gusti non si discute, ma chi ha seguito le cronache giornalistiche degli ultimi trent’anni – un po’ perché prima aveva di meglio da fare, cioè da leggere, un po’ perché negli ultimi trent’anni i giornali, nel senso di media, hanno occupato uno spazio nell’attenzione pubblica che prima non occupavano, un po’ perché il mondo, da parte sua, ha abbondantemente collaborato a fornire la truculenta, strabiliante, sconcertante materia prima dell’Informazione – non ha potuto non notare la crescente prevalenza di una sorta di “ letteratura rossa “, dove il rosso è quello del sangue, ma anche dell’ira o della vergogna. “ Di destra “, ma rosso: ecco come ci appare, insospettatamente, il “ nuovo che avanza “. Che parla, che scrive. Che insiste a dire “ noi “, cercando di indurci a dirlo anche noi. Che poi, nel caso di Giampaolo Pansa, non è per niente nuovo. Basta rileggere questo diario di molti anni fa: : “ 31 marzo 1992 – Leggo Pansa, Cronache con rabbia, 1975. Quello che impressiona è che a stare all’autore tutto andava malissimo già prima del ‘75, così malissimo che non si riesce assolutamente a capire come possa essere andato – come è andato – anche peggio nei diciassette anni successivi. “. Insomma, quello che abbiamo sotto gli occhi è una specie di retorica, di consolidato sistema di figure, di stilemi, di artifici, di “ trucchi del mestiere “. Un “ repertorio “, un armamentario di gag, di frasi fatte, di pensieri scontati. C’è a chi piace, e anche parecchio. A me, francamente, no. (C’è anche da dire che, a me, “ la destra siamo noi “ suona come un “ ragazzino, lasciaci lavorare “ – proprio come in quel diario che dice: “ 10 gennaio 1986 – Cammino per la città come in un museo o in una chiesa. Prego ammiro stupisco atterrisco esulto canto dentro di me le lodi del Creato. Il Creato ridendo replica: troppo onore. (Inoltre: ragazzino, lasciaci lavorare) “)

“ Il pilota giordano bruciato vivo “, dice il giornalista. “ Bruciato vivo “, rinforza il collega. Come se non fosse mai bruciato vivo abbastanza.

« Lei è romeno? » « No, so’ marchigiano » « Ah, però… » “ (Il figlio più piccolo, Pupi Avati, 2010)


ARCHIVIO

“ Sabato 4 maggio 1996 « 4674. La Cronaca cittadina, tutta sanguinolente di suicidi e glutinosa di stupro, è per l’uomo e la donna moderni dalla pelle incivilita, quello che erano le vive stragi negli anfiteatri e le pubbliche oscenità, per la gente antica. » (Carlo Dossi, Note azzurre) “.


ROSSORI

Sotto la foto di Sammy Basso, il ragazzo affetto dalla sindrome di invecchiamento precoce ospite al Festival di Sanremo scriverò la seguente didascalia: “ Dal basso “.

sammybasso


Lunedì 16 febbraio 2015

H440virgo fatto un po’ un troiaio “, dice la Nannini. Se lo dice lei…













Io non ho niente, non ho mai avuto niente, avevo solo, dice, una bella voce. Parlo di tanto tempo fa, di quando, credo, la voce contava ancora qualcosa. Anzi parecchio. Contava così tanto che, mi ricordo improvvisamente, il mio amico architetto andava dicendo di voler fare il cantante confidenziale. Pensa tu la stranezza: un architetto che canta… Poi è passato tanto tempo. Io ho parlato, anche troppo, ho persino “ alzato la voce “, ho urlato, ma sempre un po’ inutilmente. Alla fine mi sono accorto che la voce l’avevo persa. Il fatto è che non avevo più occasione di usarla, anche soltanto per parlare. Ma poi: parlare a chi? E comunque non si tratta di parole. Una voce è una voce è una voce… (È strano: in questo diario parlo sempre di qualche amico. Ma la verità è che di amici non ne ho nemmeno uno. Forse, fra le tante cose che mi mancano, quella che mi manca di più è l’amicizia)


ROSSORI

Sotto la foto di un militare ucraino che dà un calcio a un pallone scriverò la seguente didascalia: “ La palla è rotonda “.

calcio


Martedì 17 febbraio 2015

B882irdman non l’ho ancora visto, ma quando leggo che il Birdman ha “ una figlia ribelle che si chiama Sam “, mi pare di averlo già visto, anzi di avere già visto tutto.










Uno dei trucchi più abituali dell’accattonaggio consiste nello stare seduti per terra. Così quelli che passano, per il solo fatto di essere in piedi, si sentono superiori, e, sentendosi tali, sono portati a credere di dover dare qualcosa a quelli che stanno sotto. Ci sono persino quelli che per terra ci si sdraiano, come se fossero musulmani, come se si sentissero male. Poi, stando sdraiati, farfugliano qualcosa, con certe voci buffe, piagnucolose. Ogni tanto girano in su una mezza faccia. Negli occhi hanno uno sguardo freddo, tutt’altro che amichevole.

A proposito della morte del padrone della Nutella mi sembra simpatico rievocare un diario: “ Giovedì 10 settembre 1998 – « Girando dalle parti di Lambrate – una periferia più chiara, ordinata, rarefatta – fuori da un muro aleggia odore di cioccolata: è uno stabilimento per il cacao. Considerazioni sul lavoro di un’operaia addetta all’impacchettamento delle caramelle. Il sapore dolce che aleggia per tutto il reparto. Materia prima, lo zucchero. Problemi umani dei dolciari. [1951] » (Ottiero Ottieri, La linea gotica / Taccuino 1948-1958) “.

A vivere si muore. È poco ma sicuro.

Io, comunque, sono uno che quando sente che Arrigo Sacchi ha detto che nel calcio italiano “ ci sono troppi giocatori di colore “, suscitando così un colossale coro di accuse di razzismo, si chiede: sarà razzismo o cromofobia – che è una specie di fotofobia e comunque è una malattia?


ROSSORI

Sotto la foto di un soldato ucraino che legge scriverò la seguente didascalia: “ À la guerre comme à la guerre “.

legge1


ARCHIVIO

“ 30 ottobre 1990 – « Cinefiglio »: fanciullo sfortunato figlio di madre attrice e padre regista. Meglio orfani? “.


Mercoledì 18 febbraio 2015

o713tto milioni di Montanelli.













Aggiornamento: l’Informazione è interminabile, la letteratura si fa quel che si può.

Ieri, vedendo in tv le immagini della nuova Alexander Platz di Berlino, ho creduto di capire che l’” agorafobia “ va intesa alla lettera. Parlo soprattutto per me, che sono uno a cui gli spazi troppo aperti hanno sempre fatto uno strano effetto, esattamente quello, penso, che i costruttori di spazi troppo aperti si propongono di suscitare. Si tratta di un sentimento ambiguo, di un misto di ammirazione e di stupefazione, della tensione fra una specie di felicità e una specie di paura, che tuttavia si risolve quasi sempre nel prevalere della seconda, facendo rapidamente subentrare all’iniziale euforia un disagio assolutamente intollerabile. L’ho già spiegato una volta: “ 8 aprile 1994 – Ho sempre sofferto di una leggera agorafobia: gli spazi troppo aperti, i cieli troppo azzurri, le giornate troppo lunghe mi fanno star male. Per esempio: venire dall’oscurissimo inverno, riscaldato indoor, riflessivo e sapiente, e trovarsi subito in una primavera eccitata, imbandierata, schierata a tutto campo. Gli occhi si perdono fra i colori, le gambe non ti bastano, sopraffatto dal pressing degli odori, presto giaci, invocando una giornata di pioggia, un po’ di buio. « Time out! Time out! », gridi all’invisibile arbitro. E vorresti nasconderti, ricominciare il letargo, tornare in panchina. Vorresti smetterla, questa partita persa. “. Comunque sia, io, conoscendo la mia nevrosi, ho smesso di andare in giro, e, soprattutto, di frequentare le piazze, nonché i costruttori di piazze. Mano, mano piazza / ci passò una lepre pazza…

Alla piccola libreria, mentre aspetto che cominci la conferenza dal titolo: “ La Recherche di Proust tra filosofia e letteratura “, mi chiedo se avrò voglia di prendere la parola. So già che non lo farò. Mi viene in mente che, nel caso lo facessi, avrei voglia solo di citare quel detto di Françoise: “ Qui du cul d’un chien s’amourose, il lui parait une rose “. Mah. Boh. Poi trovo meraviglioso che, mentre il conferenziere spiega come Nietzsche abbia dimostrato il fallimento della teoria hegeliana della fine del tempo, della sua “ redenzione “ nell’Assoluto, gli squilli nella tasca il telefonino. Dice: “ Lo spengo se no mi chiamano “, e ricomincia a parlare. Comunque, se anche avessi voluto dire qualcosa, non ci sarei riuscito: ha detto tutto lui. Bravo. (Mi è tornato in mente un diario: “ 7 gennaio 1991 – Ne La famiglia (Ettore Scola, 1987) è cruciale la gag di Gassman che dice le stesse cose di Noiret ma le vuole dire lui. “. Mah. Boh.) (Ha fatto notare che la Recherche finisce con le parole ” nel tempo “, e ha anche spiegato perché. Mah. Boh. Io, per me, mi sarei limitato a notare che non finisce con la parola ” spazio “)

Dice che la Bignardi concorre al Premio Strega. Mi sembra ovvio.


ROSSORI

Sotto una foto del set allestito a Matera per le riprese del remake di Ben Hur scriverò la seguente didascalia: “ Matera Capitale “.

matera


Giovedì 19 febbraio 2015

p1098virgadova – Luigi Milana è un tranquillo signore di 81 anni che il prossimo 11 Marzo si appresta a conseguire la sesta laurea con una tesi in Storia del Cristianesimo antico e medievale dal titolo « Colombano e la “ peregrinatio pro Christo “ nel monachesimo irlandese », nella facoltà di Scienze delle Religioni dell’Università di Padova (corso interateneo con la Ca’ Foscari di Venezia). Diventerà dottore magistrale per la quarta volta. Milana, che è nato e vive a Pontelongo in provincia di Padova, non è il primo a realizzare il sogno di indossare la corona di alloro a 80 anni. È certo l’unico però ad aver inanellato uno dietro l’altro così tanti titoli di studio, tutti (tranne la prima laurea, ottenuta a 53 anni) conquistati dopo la pensione. “ (Dai giornali)


Il desiderio di essere come tutti. Io desideravo essere come tutti. Poi ho capito che tutti desidera(vano) essere come me.

Parlano dei funerali di Ferrero. Io penso: una cosa è Michele Ferrero, un’altra è la mediatizzazione di Michele Ferrero. Io distinguo. (Sarà perché non mi piace la cioccolata… )

Dice che Bersani ha detto che la ricchezza fugge e la povertà resta. Io dico che si sbaglia. Parola di fuggito.

Ieri sera, uscendo dalla libreria – quella piccola -, ho pensato che io non amo le librerie, né quelle piccole, né quelle grandi. Il fatto è strano, stando che, invece, a me i libri piacciono, sono sempre piaciuti. Le librerie, però, no, per niente. Perché? La verità è che io in libreria, almeno fino a una certa età, ci sono sempre andato poco. Ci andavo con la mamma, a comprare i libri di scuola, una volta all’anno, e nemmeno sempre, perché, ecco, essendo la mamma professoressa, i libri scolastici spesso arrivavano a casa, come “ omaggio “ delle case editrici. Gli altri poi che leggevo me li regalavano, senza dirmi dove li avevano presi. E poi c’erano quelli che c’erano già, quelli che erano in casa, quelli “ vecchi “. Io quelli li amavo infinitamente, direi “ favolosamente “. Poi venne il tempo in cui in libreria cominciai ad andarci un poco anche io. Ma ci stavo poco, perché il posto non mi piaceva. Non mi piaceva il libraio, cioè quello che i libri li vendeva. Come li vendeva. Non mi piacevano quelli che li compravano. Come li compravano. Poi sono andato a fare l’università in un’altra città, e ho scoperto la libreria Feltrinelli. Ed è stato terribile. Perché i libri erano tanti, troppi. Si poteva anche rubarli, e credo che lo sapessero, e che facessero finta di niente, perché a loro, tutto sommato, andava bene così. Poi ci fu la casa editrice Einaudi. Che i libri veniva a venderli a rate chez toi. Io, a quel punto, avevo già capito che si trattava di un pasticcio, di un pasticciaccio. Già mi chiedevo come riuscire a venirne fuori. Già avevo capito che era troppo tardi per farlo. Poi ho pensato che un modo di salvarmi fosse decidere un limite, un non plus ultra: avrei “ trattato “ solo libri vecchi, come quelli di casa mia, della mia infanzia etc. È stato allora che ho scoperto le bancarelle, i mercati, le Porta Portese del mondo. Ma erano troppi anche quelli, le mie infanzie si moltiplicavano, come se la mia infanzia non fosse mai veramente stata solo mia. Poi i giornali si sono messi a vendere libri, ma di quelli non ne ho comprato nemmeno uno. Poi le librerie sono diventate sempre più grandi, esageratamente grandi. Io ho smesso anche di averne paura, tanto, pensavo quando ci entravo, che male possono farmi più di quanto non me ne abbiano già fatto… E stamani leggo che Mondadori ingloberà la Rizzoli. E così, immagino, i libri, da troppi che erano, diventeranno troppissimi, e non ci sarà più niente da fare. Se non naufragare. Magari sarà anche dolce, chissà.

Smanaccia malissimo Vermeer “ (Dalla “ diretta “ di Roma-Feyenoord)

Entra nelle storie senza tempo “. E ci fa vedere un culo. Bravi Taviani. Bravi fratelli.


Venerdì 20 febbraio 2015

t580utti i salmi finiscono in spot. (Proverbio del telespettatore precoce)












Nella politica tutti i testi sono pretesti. Di qualsiasi cosa si stia parlando si parla sempre del modo di fregare l’avversario. La politica è contraddittorio, schermaglia, battibecco: si parla sempre a qualcuno, per confutarlo, per sputtanarlo, per ridurlo, alla fine, al silenzio. La politica è inimicizia. È confronto, scontro, guerra: qualcuno deve prevalere, alla fine. La politica non si astiene dall’usare nessun mezzo, se le serve a prevalere. I colpi (sono sempre) bassi.

Meraviglioso, a dir poco, il dottor Lorenzo Genitori, neurochirurgo all’ospedale pediatrico Meyer.

La malizia. (È un film)

A pensarci bene, è un vero peccato che abbia smesso di studiare così presto. Chissà cosa intendo dire. Mah. Boh. Quello che so è che avevo un Amico. Ma poi è risultato che era un Comico. Un Comico per Amico: è possibile? Mah. Boh.

Salva la donna (vestita di rosso) ma perde l’ombrello. Si comincia male si comincia. (Treno di notte per Lisbona, Bille August, 2013)


ARCHIVIO

“ Senza data [1984] – « Una donna vestita in rosso è in nessun senso uguale alla medesima vestita in verde. Vorrei chiedere alla critica se per “ assoluto “ si intende l’umanizzazione del relativo. »  (Renato Birolli, Diario, 1936) “.


ROSSORI

Sotto la foto della “ barcaccia “ di Piazza di Spagna danneggiata dai tifosi olandesi scriverò la seguente didascalia: “ Siamo tutti sulla stessa barcaccia “.

barcaccia


ARCHIVIO

” 2 agosto 1984 – A certe condizioni il tempo si dilata diviene spropositato illimitato immenso come un mare in bonaccia. Giornate che non finiscono mai. Dato che non sono mai cominciate. Acqua – ma forse non è acqua – a perdita d’occhio (attento anche tu, occhio). Pianura. Piattezza. “.


ARCHIVIO

“ 24 febbraio 1986 – Un vero eroe l’antieroe. Pur di non fare la guerra non fa nemmeno l’amore. “.


ARCHIVIO

“ Venerdì 17 luglio 1998 Dice: « Ma di che ti lamenti… stai sempre in mezzo ai libri… hai sempre detto che ti piacciono tanto…  ». Allora capisco che questa storia dei libri va chiarita una volta per tutte. Dirò subito che, a me, dei libri, importa fino a un certo punto. I libri, tanto per cominciare, hanno molti difetti. Per esempio sono troppi, sempre più troppi, ogni giorno più troppi, come se non fossero già troppi abbastanza. Poi non è detto che siano adatti a quello per cui sono stati scritti cioè che siano da leggere: ci sono milioni di libri stupidi o noiosi o perfettamente inutili nonché, come se non bastasse, antipatici, anche solo a vederli. C’è anche da dire che, in generale, un libro non si presenta bene: così piatto, così uguale, con quelle righe nere fitte fitte, con quelle lettere piccole piccole. E, anche quando lo leggi, rimane il fatto che devi accettare di stare a sentire uno che parla, di continuo, come se fosse da solo, e, se fosse per lui, non smetterebbe mai. Cosicché, per accettare di leggere un libro, bisogna proprio che dica qualcosa di importante, importante per chi legge, qualcosa che gli fa piacere ascoltare, come fa piacere la voce di qualcuno che si conosce e a cui si vuole bene. E volere bene a qualcuno è importante. E allora non importa se non si presenta bene – che poi non si presenta neanche male. In generale dei libri in quanto libri a me è sempre importato poco. Quando dico libri chissà che dico. Forse dico quelli – vecchi – che c’erano nella libreria del nonno. Che erano i libri del nonno – e della nonna -, i libri di prima che io nascessi, i libri di prima. Forse quello che mi importava – senza che nessuno mi dicesse di farlo passavo ore davanti a quegli scaffali, frugando, scoprendo, come se stessi svelando un segreto, ma senza effrazione, come se fossi chiamato a conoscerlo, come se i libri mi chiamassero, con le stesse care – vecchie – voci dei nonni, per confidarmelo – era, piuttosto che i libri, quello che i libri dimostravano che c’era stato e cioè il « prima ». Il favoloso « prima ». Meraviglioso come un romanzo, vero come i suoi personaggi, proprio quelli che vedevo sempre accanto a me. Era – è – la storia più bella che avessi – abbia – mai letto e forse per questo non ho voluto mai leggerne altre. Era una storia che cominciava un po’ triste, ma poi, lungo molte avventurose modeste peripezie, finiva bene. E il « lieto fine » ero io. Sì, quando ho cominciato, in un certo senso, ero già finito. Finito bene. Come un romanzo. Che leggevo sempre, leggevo e rileggevo, tanto che lo sapevo a memoria. Il futuro: non sapevo immaginarlo altrimenti che come un altro episodio della medesima storia, come un « seguito », come le « ulteriori avventure » di quegli stessi personaggi, il principale dei quali naturalmente ero io. Era il solito libro che continuava, e continuando diventava sempre più bello. Per questo, in un certo senso, non vedevo l’ora di leggerlo. Cioè di scriverlo. Perché toccava a me, questa volta, di scriverlo. Ne sarei stato capace? Non dubitavo di sì. Tanto più che era tutto già scritto. In un certo senso si trattava solo di leggerlo: ancora una volta. Con qualche aggiustamento, s’intende: nei nomi, nelle facce, negli scenari. Ma i ruoli, i personaggi c’erano già. Bastava solo riconoscerli, trovare le somiglianze, scoprire le identità. Sarebbe stato facile. E divertente. Come leggere un libro. Che ha sempre un segreto, e il segreto è che è sempre già scritto. E leggere è sempre seguire quello che è scritto. Che è sempre un « seguito ». E della fine non si ha paura, perché è già scritta, e, in un certo senso, è sempre « lieta ». Perché in un libro tutto è « lieto », non può esserci niente che non lo sia. Una volta saputo il segreto. Nascosto in una libreria, difeso da un vetro che sembra rosso per una stoffa rossa che gli sta dietro, in mezzo ai libri di « prima », in una stanza lontana dalle altre, dove i rumori arrivano appena, quando fuori è già buio, quando è inverno, è quasi ora di cena, ti chiamano, stai per andare, ma non c’è fretta. « E i libri di ora? » E che, so’ libri, quelli? “.


ROSSORI

Sotto la foto della ragazza americana che va in giro con un materasso sulle spalle per denunciare uno stupro subito scriverò questa didascalia: “ Dormire è il piacere più importante “.

matelas


Sabato 21 febbraio 2015

a1443 leggere gli aforismi che pubblica sul Venerdì, viene da pensare che Achille Bonito Oliva, sarà un grande critico, ma è anche un po’ scemo. D’altronde, si sa: nessuno è perfetto etc.










Io abito fuori porta, e, tutto sommato, sono contento così. Laggiù, dentro le mura, succede di tutto. Succede la storia, nel cosiddetto “ centro storico “. Qua fuori, invece, non succede quasi mai niente. È un po’ noioso, ma è meglio così. Au déhors de la melée, diciamo così.

Foreign fighter veneziano ucciso a Kobane da una donna cecchino “. Anche questa è una notizia, anzi, una favola. Il giornalismo come letteratura “ favolosa “.

Il branco di bestioni brilli “, scrive Michele Serra. Vedi: “ Brera (Accademia di) “.

Era gente abituata a vestire la divisa, carica di gradi, distintivi, scudetti metallici. Forse è vero che l’abito fa il monaco. Infatti, con la divisa, avevano perso anche la baldanza. “ (Giampaolo Pansa, Il sangue dei vinti, 2003) (“ Mia mamma Giovanna sprizzava contentezza, perché nella sua modisteria riprendevano a farsi vedere numerose le clienti. Il negozio, « Mode Pansa », era uno dei luoghi cruciali della mia infanzia. “ (Ibid.)


ARCHIVIO

“ 10 luglio 1994 – Sono nato negli anni Quaranta in un quartiere periferico che era stato « moderno » negli anni Venti. Poco lontano, oltre le mura, cominciava la città vecchia, il centro storico, se preferite. Nelle strade strette della città medievale aveva abitato mia madre, avevano abitato i miei nonni, abitavano ancora certi parenti considerati tuttavia « meno fortunati ». Erano case dagli ambienti angusti, con poca luce, dove nel riquadro delle finestre s’inquadrava talvolta qualche ritaglio di pregevole architettura, un pezzo di Duomo bianco e nero, la sommità grigia della Torre. Per avventura poteva anche capitare di intravedere qualche lontananza remota, colline, nuvole, il monte Amiata, grigio e azzurro sullo sfondo del cielo. Era meglio abitare il centro storico o la periferia? Me lo sono sempre chiesto? E ancora non ho trovato la risposta. “.


ARCHIVIO

“ 10 novembre 1994 – « 3 febbraio 1896 – “ Lautrec è così piccolo – dice la moglie di Tristan Bernard – che mi fa venire le vertigini “. » (Jules Renard, Diario) “.


Domenica 22 febbraio 2015

s1202ulla morte di Luca Ronconi non trovo niente di meglio da dire di quello che ho detto in un vecchio diario: “ Venerdì 1 marzo 1996 – Dice che Ronconi fa il Pasticciaccio. Doveva succedere, prima o poi. “. (Vorrei solo sapere che cosa penserebbe del fatto che la signora Boldrini ha detto che teme “ un uomo solo al comando “)








“ Un uomo solo al comando “… “ Un uomo solo “ basta. « E avanza? » No, arretra.

Così come la mia mamma non era come le altre donne io non sono come gli altri uomini. Farsene una ragione.

Oggi è domenica e, come sempre la domenica, le strade qua intorno sono piene di gente che corre. Sono uomini, sono donne, sono giovani, sono vecchi, sono grassi, sono magri, ma corrono tutti. Sul bordo della strada, rasentando le auto, scansando i passanti, i passeggini con i bambini, i cassonetti dell’immondizia, le merde: di cane. Corrono, qualunque tempo faccia. Tanto per correre, per muoversi, per sudare. Io, che ai miei tempi, quando non correva nessuno, correvo, li guardo e mi intristisco. Perché, da molto tempo, di correre io ho paura. Perché ripenso a un diario: “ 23 luglio 1984 – L’Europa in calzoncini corti torna incontro al suo boia, il nano restato fermo. “. Perché sono passati trent’anni, ma, in un certo senso, non è passato niente. E il fatto, anche se, francamente, non so perché, mi spaventa.

« Miravano al quattrino, quei giustizieri », osservai. “ (Giampaolo Pansa, Il sangue dei vinti, cit.)


ARCHIVIO

” 26 maggio 1995 – A metà degli anni Sessanta sentii odore di truffa. Nel tentativo di fare chiarezza, feci un figlio. “.


ROSSORI

Sotto la foto di una pubblicità di Les Copains in cui si vedono due modelle, una vestita di rosso e l’altra di nero, scriverò la seguente didascalia: “ Les Copains “.

r&n


ARCHIVIO

“ 26 luglio 1994 – Anche se non lo scrive, ognuno di noi ha un diario, da qualche parte. Se quel giorno di marzo avevo le guance troppo rosse, e non era per il freddo, qualcuno l’avrà notato. Se lei stamani si è alzata i capelli sulla nuca, sorridendo beata, l’ho notato io (nello specchietto retrovisore). O quella volta per esempio che sul cartello che indicava la casa di campagna dove ero andato a stare scrissi « fellow me », invece di « follow », e mi fu fatto notare, ma non è che non sapessi l’inglese, è che andavo pazzo per l’amicizia. Niente va veramente perduto, neanche quello che si vorrebbe, ammesso che lo si voglia. In un certo senso il mondo è un grande diario, dove tutti scrivono qualcosa, giorno dopo giorno, anno dopo anno, per sempre. Si può stare tranquilli. “.


Lunedì 23 febbraio 2015

c1297hi si muove è perduto. Io mi sono mosso, dunque sono perduto.












Poi c’è stata quella – una piuttosto giovane, una qualsiasi, un’impiegata, una mamma – che si è fermata, ha tirato giù il finestrino, mi ha chiamato e ha detto che aveva finito la benzina, cioè aveva bisogno di soldi. Mah. Boh. Io gli ho detto che ci avevo solo cinquanta, lei ha detto che li potevo cambiare, poi ho preso coraggio e, sentendomi una merda, gli ho detto di no. Poi, mentre mi allontanavo – sentendomi una merda -, ho pensato: ma il bancomat non ce l’aveva? ce l’hanno tutti etc. (Poi leggo che, dopo Roberto Saviano, anche la Dandini ha detto che la Ferrante deve vincere il premio Strega etc. Poi c’è l’onorevole Cesare Damiano con la sua miliardesima cravatta di maglia a righe. Poi basta, perché, almeno per oggi, non vorrei impazzire, uscire di testa etc.)

Anche Milena Canonero, volendo, dà un po’ da pensare… “ Auguri a Milena Canonaro “, dice la bionda. Auguri anche a te, dico io. Che penso che ne hai bisogno.

Il film non è boccaccesco. Per quanto ne so, è il film più originale che sia stato tratto dal Decameron. Qui c’è un Boccaccio casto, di una innocenza primordiale. Agli antipodi, per esempio, rispetto a quello di Pasolini. La purezza del film esclude qualsiasi cedimento alla grossezza dell’erotismo. Il sesso qui è sempre sentimento amoroso. “ (Romano Luperini è andato alla prima del Maraviglioso Boccaccio dei fratelli Taviani)

Non si può non notare che la prima sequenza del trailer di Maraviglioso Boccaccio è quella di uno che si butta dal campanile di Giotto. Vedi 11/09/01. Ri-vedi.

Diffidare – infinitamente – del cinema (io penso che si deve).

I fratelli Taviani… Fratelli basta « E avanza? » No, sta fermo, anzi, come dicono a Roma, non si muove di pezza.


ARCHIVIO

“ 11 maggio 1987 – Il cinema è la cultura dei soldi. Ricordo bene l’odore dei medesimi sul set de Il prato dei fratelli Taviani, dove mi recai dieci anni fa come piccolo giornalista. Un’atmosfera leggiadramente asfissiante. Per mancanza di ossigeno? “.


ARCHIVIO

“ Lunedì 26 gennaio 2004 – Ripenso al film tv dei fratelli Taviani: è del tutto evidente che la colpa essenziale dell’aristocratico democratico che poi finisce bruciato insieme ai suoi libri è quella di avere parlato dall’alto – tutto il contrario del fratacchione sanfedista che aizza la plebe restando « a vascio ». (Il film, in ogni caso, « dice » questo) “.


ARCHIVIO

“ Giovedì 18 giugno 1998 – « Voi ancora non mavavate monstrato che monaci si debban far dalle femine premiere come da digiuni e dalle vigilie » (Giovanni Boccaccio, Decamerone, I, 4, in Cesare Segre, Notizie dalla crisi, 1993)


ARCHIVIO

“ 2 marzo 1994 – « Chi si ferma è perduto? No, chi è perduto non si ferma e non può fermarsi. » (Antonio Delfini, Diario, 1961, finale) “.


Martedì 24 febbraio 2015

s1203otto la foto dei turchi che manifestano contro la violenza sulle donne indossando la gonna scriverò la seguente didascalia: “ Mamma li turche “.











gonne33

Indimenticabile anche Giovanni Tedeschi, sindaco di Fornelli (IS), che chiede i danni guerra alla Germania.

La realtà “, dice Rondolino (jr). E il cinema dove lo metti?, dico io. Che veramente avevo voglia di dire “ il culo “…


ARCHIVIO

” 17 ottobre 1983 – La realtà, nientepopodimeno che la realtà. Parola di tutti. “.


Mercoledì 25 febbraio 2015

vasori “. All’edicola, mentre ricee711virgvo dalla giornalaia la quotidiana copia del mio solito quotidiano, gli occhi mi cadono sulla copertina di un libro, cioè sulla parola che campeggia maiuscola e solitaria sulla medesima: “ Evasori “. È una parola sola, pura e dura, e, proprio per questo, come già mi è successo altre volte, mi dà da pensare. Perché il fatto che io sappia benissimo di cosa si tratta, cioè di quelli che non pagano le tasse, o che ne pagano meno del dovuto, che portano i soldi in Svizzera etc., non impedisce che continui a pensare che c’è sotto – dietro, dentro – anche qualcosa di più. È cominciato tutto molti anni fa, quando, per la prima volta, sentii parlare di “ letteratura di evasione “, e, devo dire, mi sembrò subito strano. Avvertivo, dietro quella formula, dentro quei discorsi, la presenza di qualcosa di ambiguo, di opaco, di minaccioso: un’avversione, un’intenzione. Mi sembravano discorsi da questurini, anzi, da secondini, diciamo così. Io la letteratura l’amavo tutta, non sentivo il bisogno di etichettarla. E soprattutto, in generale, stando benissimo dove stavo, non avevo nessuna voglia di evadere. Poi gli anni, anzi i decenni, sono passati, sono successe tante cose, ma questa storia dell’evasione non è finita. Intanto io ho cominciato a non stare più tanto bene dove stavo. Anche perché avevo messo di stare, mi ero spostato, me n’ero andato. La prima volta ero semplicemente andato a fare l’università in un’altra città, però, ecco, anche quella volta ho avuto il sospetto che per qualcuno non fosse giusto, che per lui si trattasse di una specie di evasione. Il fatto è che – ho pensato molti anni dopo -, per chi resta sempre dov’è, non si muove mai, nemmeno una volta, nemmeno per sbaglio, ogni movimento è sospetto, è tacciabile di “ evasione “. Io, in generale, ho cominciato a sentirmi gli occhi addosso: dei sedentari, degli abitudinari. Così, essendo diventato nervoso, ho cominciato a muovermi un po’ troppo, ad andare via più spesso di quanto fosse necessario. Poi sono anche tornato, ma, dopo un po’, sono andato via di nuovo. E questa volta è stata davvero un’evasione. Però, a differenza delle altre volte, questa volta ho portato la letteratura con me, o almeno la voglia di pensarci su. Quello che, soprattutto, non avevo più voglia di fare era evadere dalla letteratura – sì, c’è anche per chi – non per me – la letteratura è una prigione. In ogni caso la “ questione evasione “ è rimasta aperta. Basta aprire un giornale, basta accendere la tv. Va detto che evadere è sempre più difficile. Dalla televisione, dall’Informazione. Della Letteratura, per quanto ne so, non si sa più niente. Mentre lo dico mi rendo conto di essere un po’ “ evasivo “. Ma tant’è, come direbbero i cacciatori. (Poi ripenso a quel sardo vestito da sardo che ho visto ieri sera all’Eredità. Diceva che lo fa per la figlia, per trovare i soldi per farla studiare. Anche questa delle figlie, anche questa dello studiare è una bella fissa, ho pensato. Sarà perché non ho figlie. Sarà perché ho smesso di studiare tanto tempo fa… )

La letteratura è la spensieratezza. « Ma di’, non ti vergogni a dire queste cose? » Sì, mi vergogno  « E allora? » Allora sessanta minuti. Che è sempre un po’ di tempo.

Tassisti, edicolanti, passanti, commercianti “ (Da un ddibbattito)

E poi insegno all’università “ (Da un altro ddibbattito)

Ho capito che la televisione è una festa. Le feste ci sono quelli che le organizzano, quelli che le “ animano “, quelli che si scatenano, quelli che fanno tappezzeria, quelli che si innamorano, quelli che ci vanno ma poi vorrebbero andare via quasi subito, quelli che si intristiscono, quelli che non ci vanno mai. Quelli che, poi, ci ripensano.


ARCHIVIO

“ Domenica 11 ottobre 2009 – Quello che penso ora è che quello che Calvino non sapeva è che, fra il « mondo scritto » e il « mondo non scritto », c’è qualcos’altro, una terza, imprevista, sconvolgente entità: il « mondo scritto male ». Di fronte al « mondo scritto male » – scritto storto, scritto sbagliato, scritto alla rovescia, scritto loffio, come dicono a Roma, dove, come si sa, non scrive nessuno – non c’è quasi niente da fare. “.


ARCHIVIO

“ 15 luglio 1984 – Il grande tema della « caccia agli evasori ». “.


ARCHIVIO

” Sabato 24 luglio 1999 – « Avevo voglia di leggere un romanzo di evasione », dice lei, che ha appena comprato Il conte di Montecristo. “.


ARCHIVIO

“ Giovedì 7 febbraio 2008 – Ricopio un testo che mi ero ripromesso di copiare già ieri: « Nul ne peut oublier le grand exemple qu’il nous a donné: accepter l’esclavage pour rester un homme libre. » (Marie Dormoy, Paul Léautaud employé, in «Mercure de France», n. 1125, mai 1957) e lo metto in relazione con una cosa che ho pensato stanotte. La cosa che ho pensato è che io sono assolutamente per una letteratura d’evasione. Che anzi penso che la letteratura o è d’evasione o non è. Devo pensarci meglio, devo dirlo meglio. (La letteratura: il sogno di uno schiavo?) “.


Giovedì 26 febbraio 2015

L1766virga gente era così disperata che le restava soltanto la lettura. “ (Michel Houellebecq, Sottomissione, 2015) [*] [*] Trovato nel web. Trovata anche un’altra frase che contiene un meraviglioso refuso: “ I paesi occidentali erano molto fieri di questo sistema elettorale, che tuttavia era poco più di una spartizione del potere tra due gag [sic] rivali, a volte arrivavano addirittura a scatenare guerre allo scopo di imporlo ai paesi che non condividevano il loro entusiasmo. “.






Un uomo solo al comando / Romanzo.

“ Come si chiama? “, chiedo al padrone della cucciola di mastino napoletano che passa sempre qua sotto. “ Eva… la prima donna… “, mi risponde tutto contento. Io ho pensato: veramente sarebbe la prima cagna… Ma questo non gliel’ho detto.

Comunque io sono d’accordo con Houellebecq: bisogna sottomettersi. « Nel senso di mettersi sotto? » Ecco, bravo.

Ecco la frase completa: “ [M]entre l’economia francese continuava a sprofondare, settore dopo settore, l’editoria andava bene, accumulava utili, era una cosa davvero incredibile, in pratica la gente era così disperata che le restava soltanto la lettura. “(Michel Houellebecq, Sottomissione, cit.) [**] [**] Ebbene sì, ho comprato Sottomissione. Insomma, mi sono sottomesso.

Se è andata come è andata, se non ho fatto i soldi, se sono diventato quasi povero, se sono diventato assolutamente solo, è perché non desideravo nessuna delle cose che la gente desidera. Come scrissi ormai più di quarant’anni fa di una cosa sola avevo ed ho bisogno: di tempo. Che cosa poi sia questo tempo che quarant’anni fa già sapevo che mi mancava, che avevo capito di avere perso, che avevo capito che, avendolo perso, avevo perso tutto, è tutto da sapere.


Venerdì 27 febbraio 2015

q1073uando trovo nel mio diario che c’è chi ha definito Houellebecq “ il Baudelaire dei supermercati “, ripenso a quello che ho letto poco fa: che Valentino Zeichen disse che Berardinelli è “ l’Adorno de Monteverde “ [*]. Mi chiedo come potrei essere definito io: Il Proust del Villaggio Olimpico “? Mah. Boh. Chissà. [*] In un “ pezzo “ di Marco Cicala [uno dei più stupefacenti nomi d’arte mai venuti alla mia conoscenza (ndr.)]







Trattativa Stato-Mediaset “ (Titolo del Fatto)

Poi ho letto il signor Camillo Langone (Gli scrittori sbagliati di Houellebecq, in Il Giornale, 29/01/15), e, dopo che l’ho letto, ho ripensato a un diario: “ Giovedì 6 ottobre 2005 – Intervistato a Otto e mezzo da Ferrara-Lerner, Michel Houellebecq aveva bisogno della traduzione simultanea per riuscire a dire qualcosa. Mi è sembrata la perfetta rappresentazione del fatto che un giornalista e uno scrittore parlano sempre una lingua diversa. È vero che il francese e l’italiano si assomigliano, ma, a pensarci bene, nemmeno tanto. (Mentre i due formulavano le domande, lui aveva tutto il tempo di sorridere, « sotto i baffi » – che non ha, ma tutti gli scrittori, in un certo senso, hanno i baffi) “.


ARCHIVIO

“ 19 aprile 1994 – Questo diario rischia di diventare una prousteria, una proustianeria. Ricerca, memoria, il tempo, le solite palle. Io che sparisco e non sparisco. Che scrivo e non scrivo. Il Mondo / il mondo. Le donne-uomini e gli uomini-donne. Serate, mattinate. Mamme, nonne. La guerra / la pace. Infanzia, vecchiaia. L’amore. L’amicizia. I moribondi, la frivolezza. I ricchi, i servi e gli arricchiti. L’Europa. Questo diario si avvia a diventare una proustata, una prousteggiata, una proustronzata. Meglio leggere. “.


ROSSORI

Sotto una foto dei miliziani dell’Isis che distruggono le statue dell’antica città di Ninive scriverò la seguente didascalia: “ Notizie degli scavi “.

ninive5


Sabato 28 febbraio 2015

l1767a verità è che il progetto – ma anche dire “ progetto “… – di scrivere un romanzo, ormai lo so, era del tutto infondato. Io un romanzo non l’avevo mai scritto, e non avevo nessuna idea di come scriverlo. Quello che posso dire è che mi sembra improbabile che avrebbe avuto a che fare con l’urbanistica, come forse direbbe il professor Eco. Di questo, conoscendo gli architetti, sono assolutamente sicuro. Non so nondimeno se avrebbe avuto a che fare con il codice civile etc. Nel romanzo si sarebbe parlato anche di architetti, anche questo è sicuro. La verità è che del mio romanzo io non sapevo niente. Ammesso poi che fosse un romanzo. Io sapevo solo che era successo qualcosa. Che qualcosa si era concluso, era finito. E che volevo raccontarlo. Ripercorrerlo, riepilogarlo. Per capirci qualcosa. Perché non avevo capito niente. Ho detto che pensavo che fosse finito qualcosa, ed è vero, perché lo pensavo davvero. Ma ora, se ci ripenso, non ne sono più tanto sicuro. Credo invece di avere pensato che, nei romanzi, la fine, è la parte più bella, almeno tanto quanto l’inizio. La fine è bella perché, almeno così sembra, contiene il senso della storia, lo manifesta, lo “ rivela “. Rivela che la storia aveva un senso, che non è stata solo un susseguirsi meccanico di fatti, un accumulo, un dispendio “ insensato “ di tempo. Così, credo, pensavo anche io quando pensavo di voler scrivere un romanzo. Comunque poi, come credo si sia capito, io il mio romanzo non l’ho scritto. A tentare di scriverlo ci sono invecchiato, ci ho, praticamente, passato la vita, quasi una vita, diciamo così. Invece del romanzo, nient’altro che una serie quasi infinita di tentativi, di storie minime, di microromanzi. Un’accozzaglia, una frantumaglia, diciamo così. Di qualcosa che non c’era, che non riusciva a esserci. Un diario, ecco. Un quotidiano provarci: a scrivere, a raccontare. Un diario: alla fine solo una serie di inizi, senza mai una fine. La verità potrebbe anche essere che io non volevo affatto scrivere un romanzo. Io volevo…

Quando, alla cassa del supermercato Tuodì, ho visto i due che si incontravano e si baciavano – « Oh, come stai? » « Io bene e tu? » -, lui ciccione, lei con il cagnetto in braccio, ambedue visibilmente post-giovani, io ho ripensato a Houellebecq: “ Con le ex amichette ci si dà ancora del tu, è consuetudine, ma dai pompini si passa ai bacini. “ (Sottomissione, cit.). Ma forse non c’entra niente, l’ho pensato così, tanto per pensare qualcosa.

Irresistibile l’ascesa dell’omìno delle previsioni del tempo.

Il concetto di interminabilità.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...